Notiziario "C", n. 1, 1968

Contenuto

Notiziario "C", n. 1, 1968
Tipologia
Periodico a stampa
Descrizione
- Benvenuto alla "Carla C.", p. 1
- Tramonta il galeone: spunta all'orizzonte il vascello, p. 2
- Storia leggenda e fantasia, p. 3
- Giornale di bordo, p. 4
Data testuale
1968 gennaio - febbraio
Estremi cronologici
gennaio 1968 – febbraio 1968
Consistenza
pp. 4
Stato di conservazione
Buono
Soggetto produttore
Famiglia Costa
Identificativo
PER.000364/37
Collocazione
Emeroteca
contenuto
NOTIZIARIO



Linea ‘’C,, - ditta Giacomo Costa fu Andrea - via G. D'Annunzio, 2 - Genova



Anno VIII - Numero 1 - Gennaio-Febbraio 1968

Periodico bimestrale





envenuto alla ‘ Carla C.,,























La Linea C. - Costa Armatori S.p.A. di Genova comu-
nica che «Carla C.» è il nome della nuova unità passeg-
geri recentemente acquistata dall'’armamento francese So-
ciété Générale Transatlantique.

La turbonave « Carla C.», di 20.500 tonnellate di staz-
za lorda, verrà impiegata prevalentemente in crociere nel
Mediterraneo ed Atlantico ed è destinata a sostituire altre
navi attualmente in servizio, onde far fronte alle sempre
più pressanti esigenze del mercato internazionale delle cro-
ciere di diporto che richiede navi sempre più moderne, ve-
loci e confortevoli.

La turbonave « Carla C.» può infatti sviluppare una
velocità di crociera di 23 nodi, e prima di entrare in servi-
zio verrà sottoposta ad importanti e radicali lavori di tra-
sformazione e ammodernamento. Saranno aumentati gli
spazi e gli alloggi destinati ai passeggeri, costruite nuove
sale di soggiorno, un grandioso salone da ballo, uno spa-








(pe
cersnna 1884 anungesanessese

neon sn dina

zioso ponte lido con piscina, nonché due verande panora-
miche coperte e dotate di aria condizionata in maniera da
permettere ai passeggeri di godere il panorama in qual.
siasi condizione atmosferica.

Con le nuove trasformazioni la turbonave « Carla C.»
potrà ospitare 800 crocieristi comodamente sistemati.

Tutte le cabine saranno ricostruite e arredate secondo
lo stile tradizionale delle unità della Linea C., nonché do-
tate di bagno/doccia e servizi privati.

Un nuovo ed ampliato impianto di condizionamento,
sale da pranzo, eleganti soggiorni, biblioteca, 3 bars, 3
ascensori, stabilizzatori, cappella, cinema-teatro perma-
nente, sale da gioco, circuito televisivo a 2 canali, pro-
gramma radio musicale nelle cabine, sala per teen agers,
ecc. sono le caratteristiche che in un perfetto clima di
ambiente daranno al crocierista la vera sensazione di un
piacevole viaggio di diporto e vacanza sul mare.





Spedizione in Abbonamento Postale - Gruppo IV





LA NAVE NEL TEMPO ;







XII

Così pure gli «Statuti di Gaza-
ria », per i genovesi, prescriveva-
no che la nave esclusivamente
mercantile, da 20.000 cantari, cioè
di circa 960 tonnellate, in tempi
normali doveva avere 120 uomini:
32 «famuli» (cioè giovinotti), 4
«pueri» o «scannagalli» (cioè
mozzi); così la nave da 16 a 17.000
cantari aveva 96 uomini (e 18 era-
no « famuli »); quella da 4 a 5.000
cantari rispettivamente 27 e 12.
Questo però in tempi normali, poi-
ché in tempo di guerra o di «sospet-
ti», si aumentava rispettivamente
un uomo per ogni mille cantari.

Naturalmente le navi armate in
corsa dovevano sempre avere un
equipaggio molto più numeroso.
Ecco in che modo il capitano Bar-
tolomeo Crescenzio, contemporaneo
del Pantera, precisa come si deb-
ba equipaggiare una nave grossa:
«La gente che fa l’esercizio sulle
navi, e che è differente da quella
dei vascelli a remi, ha una regola
generale dalla quale si deduce il
numero delle persone che necessi-
ta a ciascuna nave. Così ogni cen-
to carra che la nave avrà di por-
tata, le persone dovranno essere
diciotto, sei dei quali garzoni o
mozzi; gli altri saranno ufficiali
di poppa, il nocchiero, il compa-
gno del nocchiero (che in certi
casi lo sostituisce), il nobile, lo
scrivano, lo scalco, il barbiere.
Quattro ufficiali di prora, cioè il
penese che ha il vitto della ciur-
ma, il marangone o maestro
d'ascia, il calafato e tanti bombar-
dieri che bastino a maneggiar l’ar-
tiglieria; al manco per ogni cento
carra erano necessari due bombar-
dieri. Vi è, sopra tutti, il capitano.
Inoltre nove ufficiali, quattro dei
quali (i più idonei) adibiti al ti-
mone; uno dei cinque che restano
sarà il nocchiero del trinchetto, gli
altri quattro saranno i capi delle
guardie ».

La panatica, che pure veniva tas-
sativamente precisata dalle norme
scritte, era sufficiente e di buona
qualità, e consisteva principalmente
in pesce e in maiale salati, for-
maggio, biscotti, aglio e cipolle. Il
« Consolato del mare » prescriveva
che il patrono di ogni nave co-
perta «deve dare carne ai marinai
tre giorni la settimana, cioè la do-
menica, il martedì e il giovedì; ne-
gli altri giorni della settimana mi-
nestra; ogni notte di ogni giorno il
companaggio. Ancora tre volte
per ogni mattina e per sera si de-
ve dare il vino; il companaggio,
poi, deve essere costituito da for-
maggio, cipolle, sarde salate o al-
tro pesce secco. Il patrono poi de-
ve essere infine raddoppiata la ra-
zione ai marinai ad ogni festa
principale ».

Gli stessi viveri, più o meno, era-
no a bordo somministrati ai pas-
seggeri. Messere Francesco da Bar-
berino, in uno dei suoi famosi
« Documenti d’amore », liriche «in
dolce stil novo » degli ultimi anni
del XIII secolo, nel dare consigli
ai viveri di bordo suggeriva: « Ac-

qua e salata carne — aceto e sal
portarne — olio, cacio e legumi —
biscotti... — galline e caponcelli —

gielladine in tinelli — ove et solci
e mortia »; i solci erano pezzi di
carne marinata, la mortia carne
insaccata, donde forse, l’attuale
mortadella.

NOTIZIARIO ‘C,,: pagina due

Tramonta il galeone:

spunta all’orizzonte

La disciplina, per quanto non
così inumana come per i galeotti,
era tuttavia rigidissima.

Le « Ordinanze Catalane » consen-
tivano, come punizione, il taglio
delle orecchie e il far correre tut-
ta la lunghezza della nave a scu-
disciate, punizione mantenuta an-
che sui bastimenti dei secoli suc-
cessivi col nome di bolina. Le man-
canze meno gravi erano punite con
multe, o con la cala, cioè il tuffo
in mare, spesso stando legato a
un cavo mollato dall'alto di un pen-
none, o con la cala straordinaria,
cioè col passaggio sotto la chiglia;
le gravissime anche con la morte;
per impiccagione o per squarta-
mento, legando poi il cadavere del-
l'assassinato con quello dell’omici-
da per lanciarli entrambi, così le-
gati, in acqua.

Contro i codardi in battaglia, il
rigore era spietato. Il Canale con-
fessa che egli, al comando di una
nave, « fece chiudere alcuni uomi-
ni sotto coperta con l'ordine di
uccidere chiunque scendesse du-
rante il combattimento », Nell’ «Iti-
nerarius Regis Ricardi» si narra
come quel monarca, in presenza
di «una immensa nave nemica, la
regina delle navi », abbia coman-
dato secco ai suoi marinai: « Se la
nave vi sfugge, farò crocifiggere
ciascuno di noi! ». E « allora i ma-
rinai si buttarono in acqua, nuo-
tandi in immersione le legarono il
timone, la fecero voltare a loro pia-
cere e poi l’abbordarono ».

Dal galeone cinquecentesco, ve-
ra e propria nave di linea quando
usato in guerra in quel secolo, e

Nave tonda tra il XVI ed il XVII secolo.

dalla caracca, sorsero e brillarono
nei due secoli successivi i vascelli.

Tra il XV e il XVI secolo il ga-
leone raggiunse il suo massimo svi-
luppo, con castelli di prora e cas-
seri di poppa massicci e macchi-
nosi, con fianchi altissimi e gon-
fi, con enorme alberatura, con ric-
chezza fastosa in ogni particolare
di ornamenti, di vele, di bandiere,
di orifiamme, culminando nelle fa-
mose navi olandesi e in quelle in-
glesi della Regina Elisabetta, di
Enrico VII e di Enrico VIII, di
cui famosissima la « Great Herry »
e la «Herry Grace-à-Dieux », di
1500 tonnellate, con 184 cannoni,
navi non superiori per altro alle
mediterranee spagnole, francesi e
italiane, di cui, più delle altre, ri-
cordata è la genovese « Grimalda »
che poteva caricare fin 2.300 ton-
nellate di frumento.

In queste navi cinquecentesche
il cassero era enormemente alto
verso la poppa estrema; e la pop-
pa, piatta, si restringeva accentua-
tamente in alto, verso il fastigio
che sosteneva i fanali e la bandie-
ra, mentre in basso era larghissi-
ma, quasi sempre decorata da scul-
ture, a cariatidi a delfini, a cornu-
copie e a festoni di frutta, a pila-
strini, a mensoloni ricurvi che, ac-
compagnando le linee dello scafo
e incorniciando le finestre degli
alloggi, salivano fino al fastigio,
inquadrando lo specchio poppiero
lasciato piano e spesso dipinto a
figure prevalentemente sacre o al-
legoriche.

Gradualmente questi eccessi van-
no attenuandosi, il castello pro-
diero non è più proteso sul ma-

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re, e la prora si caratterizza nella
sporgenza di un puntale molto si-
mile nell'aspetto allo sperone del-
la galea, sottoposto al bompresso;
il cassero di poppa si sbassa e sì
sviluppa prolungandosi fin quasi a
metà del bastimento; però tutto-
ra permane una accentuata spro-
porzione fra la parte immersa e la
emersa, e, per quanto sia raziona-
le la distribuzione delle vele, re-
sta tuttavia eccessivamente alta la
alberatura.

Normalmente gli alberi sono tre,
con ampie vele quadre alla mae-
stra e al trinchetto, oltre alle su-
periori di gabbia e controgabbia,
latine alla mezzana, civada e con-
trocivada ai pennoni del bompres-
so sul quale si pianta un piccolo
albero di trinchetto a vele quadre,
caratteristico dei vascelli fino al-
la metà del secolo XVIII.

E’ in questo secolo che la ma-
niera empirica sperimentale del
carpetiere, tramandata di padre in
figlio, mirabile per lunga esperien-
za ma con regole talmente insuffi-
cienti che talvolta portavano a far
capovolgere la nave nel varo per
mancanza di stabilità, si evolve
con principi tecnici sempre più si-
curi, prima nei cantieri olandesi
dove si disse che confluivano la
esperienza mediterranea e quella
scandinava, poi, in maniera anco-
ra più razionale, nei cantieri spa-
gnoli, inglesi e soprattutto france-
si, donde hanno origine le basi del-
la moderna architettura navale.

(Continua)

(Da «La nave nel tempo » di Mi-
chele Vocino, Edizioni Alfieri, Mi-
lano).





naunmummiiieiaiazaiaaeaZaZa ZIA aaa aaa aaa aumnmumuiizazaeaazaeaanzaeazaeaaiaazeazeazaziaZzZAaZaaA Aaa aaa aan:

Storia leggenda e fantasia

MZZLAZZZAZAZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZAIZZZZZZZAZOAZZZZZZ ZZZ ZZZZZZZZAZZAZZAZZA I AAA A Aaa nana:

fponnnnana

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Questa la favolosa New Orleans

Esattamente 250 anni fa — il
9 febbraio 1718 — sulle rive del
Mississippi, ad una trentina di
miglia dalla sua foce, veniva
fondata da Jean-Baptiste Le
Moyne, signore di Bienville, la
città da cui si sarebbe sprigio-
nata due secoli dopo la più tra-
volgente delle rivoluzioni musi-
cali: New Orleans, culla di quel-
lo stile « jazzistico » che ha im-
prontato di sé i nuovi ritmi e le
danze moderne di tutto il mon-
do. Le Moyne, insieme al fra-
tello Pierre, era stato uno dei
primi colonizzatori francesi a
risalire il maestoso corso del
più grande fiume d’America, dal-
la foce verso l’interno, e fin dal
suo arrivo nel Nuovo Mondo a-
veva vagheggiato di fondare una
città «sua ». Secondo lui, appa-
riva illusorio e inutile attender-
si dalla Louisiana oro e argen-
to, come si ostinavano a spera-
re con tenace ottimismo le au-
torità francesi: l’avvenire della
colonia, secondo Le Moyne, sta-
va nell’agricoltura e nel com-
mercio. La fondazione della cit-
tà sulle rive del grande fiume
avrebbe infatti assicurato al Go-
verno di Parigi il controllo del
vasto traffico mercantile che in-
fallibilmente sarebbe confluito
un giorno sul Mississippi; e
quando una delle prime navi in
arrivo dalla Francia recò il de-
creto che conferiva a Jean Bap-
tiste Le Moyne la qualifica e i
poteri di governatore della co-
lonia, l’intraprendente pioniere
non perdette un sol giorno. La
sede era già fissata in una lo-
calità dove egli aveva effettua-
to rilievo nel corso di una per-
lustrazione all’inizio del secolo,
e anche il nome fu subito scel-
to. Bellissimo e solenne, porta-
va fin nelle selvagge solitudini
d’America un riflesso degli
splendori della Corte; Nouvelle
Orleans.

Così la Francia dei colonizza-
tori riaffermava i suoi legami
con la fastosa corte di Francia
regale: infatti la colonia era sta-
ta battezzata Louisiana fin dai
tempi.del Cavalier de La Salle,
che l’aveva esplorata scendendo
dai Grandi Laghi, in onore del-
l’allora regnante Luigi XIV, Re
Sole. E adesso il nome di Nou-
velle Orleans estendeva l’omag-
gio alla famiglia del Reggente
che da tre anni governava il
Paese in nome del minorenne
Luigi XV.

Oggi New Orleans conta più
di 600.000 abitanti e si estende
per oltre 363 miglia quadrate;
ma nel 1718 in tutta la Louisiana

i coloni stabili ammontavano a
non più di trecento persone (in-
cludendo nel numero la guarni-
gione di 124 soldati, un grup-
po di preti, 28 donne e 25 bam-
bini) per la maggioranza ex-
forzati, avventurieri, scampafor-
che, rastrellati dalle prigioni e
dai marciapiedi di Parigi. Tra
questi rifiuti della società Le
Moyne scelse i primi abitatori
della nuova città: venticinque
galeotti addetti ai mestieri di
bassa forza, e altrettanti car-
pentieri e falegnami, ai quali si
aggiunse un gruppetto di viag-
giatori disceso lungo il fiume
dalle lontane terre dell’Illinois.

Come avvenne in quasi tutti
gli insediamenti urbani creati
oltre Atlantico in quel periodo,
anche a New Orleans gli inizi
furono difficili e alterne le for-
tune nella storia di questa cit-
tà per tanti aspetti così colori-
ta e fantastica. Ciò si spiega col
fatto che tre diverse civiltà si
sovrapposero l’una all’altra —
la francese, la spagnola e l’ame-
ricana — dando vita ad eventi in
cui è facile scorgere quasi sem-

pre la presenza di elementi fol-
cloristici anomali o addirittura
assurdi. Fedele a questo retag-
gio, New Orleans è nota anco-
ra oggi come la «città del Mar-
di Gras» per le sue famose ce-
lebrazioni carnevalesche che
rinnovano ogni anno una tra-
dizione secolare.

E’ interessante, di New Or-
leans, un ritratto di Louis Arm-
strong, il famoso «re del jazz »:
«Nel 1900, quando io nacqui,
mio padre Willi Armstrong e
mia madre May Ann — Mayann
come usavano chiamarla — abi-
tavano in una viuzza che porta-
va il nome di James Alley. Lun-
ga un solo isolato, la strada era
situata in quel popoloso quar-
tiere di New Orleans noto co-
me «Back o’ Town», ossia la
zona lontana dalla costa, che
costituiva uno dei quattro gran-
di settori in cui è divisa la cit-
tà. Gli altri tre sono Uptown, la
città alta, Duntown, la città bas-
sa, e Front o’ Town, la zona sul
mare. James Alley — e non Jane
Alley come certuni la chiama-
no — si trova esattamente nel

cuore del rione che era sopran-
nominato Campo di battaglia
per via dei suoi turbolenti abi-
tanti che per i più futili moti-
vi si azzuffavano e sparavano
con estrema facilità... ». Un e-
sordio significativo. Louis Arm-
strong, uno dei più grandi sti-
listi del jazz e incontrastato re
della tromba fa rivivere la tur-
binosa vita della periferia di
New Orleans, con le sue lotte
per l’esistenza, selvagge e alle-
gre ad un tempo, con i suoi per-
sonaggi vigorosi e appassionati,
con le sue brutalità, con tutto il
suo bene e con tutto il suo ma-
le. I cortei di Capodanno, i
«Mardì Gras », le feste lungo il
fiume Carnevale, le sagre di pri-
mavera lungo il fiume Mississip-
pi, le battaglie a colpi di rasoio
nei quartieri malfamati, le ac-
canite rivalità e le vendette che
creano una scena favolosa: una
scena che ha ispirato gli osses-
sivi ritmi dei più grandi jazzisti
dell’inizio del secolo (King Oli-
ver, Kid Ory, Johnny e Baby
Dodds, Honoré Dutrey, Sidney
Bechet, Buddy Petit e tanti altri).



Chi ha inventato la

Chi inventò la serratura, chi
adottò per primo una chiave per
azionare il meccanismo di chiu-
sura e di apertura? La data
esatta si perde nei tempi, ma
certamente la prima serratura
fu realizzata allorché l’uomo,
raccoltosi in gruppo per vivere
assieme, imparò a conoscere e
a proteggere la proprietà indi-
viduale. Vana è infatti la pre-
tesa dello storico Plinio di at-
tribuire l’invenzione della serra-
tura a Teodoro di Samo, vissu-
to nel VI secolo avanti Cristo
e di professione costruttore e

, inventore; dopo la acquisita

certezza che già gli Assiri e i
Babilonesi conoscevano primor-
diali esempi di serrature, sono
gli scavi delle tombe egizie a
fornire interessanti modelli di
congegni di chiusura risalenti al
1250 avanti Cristo e già dotato
di un ingegnoso meccanismo.
Parallelamente anche le Sacre
Scritture portano parecchi rife-
rimenti che comprovano come
la serratura fosse di uso cor-
rente presso il popolo ebraico.

La successiva civiltà ellenica,
a sua volta, ci ha tramandato
più di una testimonianza su que-
sto stesso argomento; nell’Iliade
e nell’Odissea, per esempio, si
fa più di una volta riferimento



a chiavi di bronzo, il che atte-
sta quindi come alla stesura dei
poemi omerici fossero già note
in Grecia le serrature metalliche
(di cui, del resto, sono stati ri-
trovati vari esemplari negli sca-
vi operati a Cnosso, Festo, Troia,
Tirinto e Micene). Il maggiore
impulso alla serratura è peral-
tro dovuto alla civiltà romana,
che iniziando a migliorare quel-
le elleniche di metallo arrivò a
costruire dei tipi assi perfezio-
nati con mandata a chiave di
tipo maschio e femmina e con
meccanismo aiutato da molle. I
romani, anzi, arrivarono per pri-
mi alla miniaturizzazione della
serratura, tanto che la relativa
chiave, fissata a un anello, pote-
va essere portata stabilmente a
un dito, per servirsene al mo-
mento del bisogno.

Dopo la caduta dell’Impero,
e fino al X secolo, anche la ser-
ratura subisce il negativo influs-
so del Medioevo, durante il qua-
le si fa prevalentemente uso di
serramenti rudimentali e azio-
nati da chiavi molto grossola-
ne; ma dal Mille in avanti si ri-
torna a una forma meno elemen-
tare di serratura, che però si
indirizza maggiormente verso il
lato estetico piuttosto che ver-
so quello tecnico e razionale. Si

serratura ?

diffondono, quindi, fino al Set-
tecento dei tipi di serratura con
ricchissime placche ornamenta-
li, molto più pregevoli sul piano
artistico che su quello pratico.

Le ultime battute — se così si
possono chiamare — nella lun-
ga vicenda della storia della ser-
ratura sono dovute agli inglesi
Bramah e Chubb, seguiti dal
francese Fichet, che nel secolo
scorso, fabbricarono i primi con-
gegni veramente moderni. Infi-
ne, nel 1848, l'americano Yale
inventò la serratura cosiddetta
«a cilindro » caratterizzata, cioè,
da un tamburo con un determi-
nato numero di perni a molla,
corrispondenti con le tacche del-
la chiave, la quale consente al
congegno la rotazione necessa-
ria allo scorrimento della barra
di chiusura. Naturalmente la
storia della serratura non si con-
clude col 1848: negli anni seguen-
ti, e anche ai nostri giorni, sem-
pre nuovi modelli (o, meglio, del-
le varianti degli esemplari già
noti) fanno ritenere che si sia
finalmente arrivati all’«opti-
mum » . capace di scoraggiare
qualsiasi malintenzionato. Ma
purtroppo si tratta di un inar-
rivabile traguardo.

NOTIZIARIO ‘C,,: pagina tre



L’“Antenna d'oro,, assegnata
alla “EUGENIO C.,



Il cap. sup. Marco Simicich riceve dall'ammiraglio Francesco Ruta,
presidente della «Selenia», l’«Antenna d’oro» assegnata alla «Eugenio C.».

Un significativo e prestigioso
riconoscimento è stato conferi-
to alla. LINEA C. nel corso del
VII Salone nautico internazio-
nale svoltosi nel mese di feb-
braio a Genova. Si tratta della
«Antenna d’oro Selenia Rey-
theon» consegnata — nel corso
di un ricevimento alla Terraz-
za Martini — alla turbonave
«Eugenio C.» e alla Società
«Italcantieri », costruttrice del-
l’unità stessa.

Alla cerimonia sono intervenu-
te numerose autorità tra cui il
prefetto dott. Rizzo, il coman-
dante in seconda del porto di
Genova col. Viginio, numerost
ufficiali della Capitaneria e del-
la Marina Militare, e molti in-
vitati.

Ha aperto la manifestazione il
comandante, medaglia d’oro E-
milio Legnani, vice presidente
dell'Ente gestione Istituto Osser-
vatori Radar «G. Marconi» il
quale ha brevemente ricordato
che l« Antenna d’oro », offerta
dalla Società Selenia di Roma,
vuole essere un riconoscimento
per l'alto grado di sicurezza rag-
giunto dagli impianti radar di
bordo del transatlantico. Ha,
quindi, presentato il giornalista
Vincenzo Zaccagnino, direttore
di una nota rivista nautica, che
ha parlato sul radar e sull’im-
piego di esso nella navigazione
da diporto.

Accennato brevemente a che
cosa è il radar e come è nato,

NOTIZIARIO ‘C,,:

pagina quattro

Zaccagnino ha efficacemente
sottolineato come la espansio-
ne della navigazione da diporto
e soprattutto delle barche al di-
sopra dei dieci metri, abbia re-
so necessaria l’installazione di
apparecchiature radar su tali
imbarcazioni al fine di rendere
più sicura la navigazione.

I radar moderni, ha ricordato
Zaccagnino, hanno ormai rag-
giunto una perfezione tale di co-
struzione e di funzionamento
che basta frequentare un rapido
corso di istruzione per poterli
far funzionare. Per questo, ha
ricordato ancora Zaccagnino,
l'Ente genovese che prepara gli
osservatori radar per la marina
mercantile dovrebbe anche inte-
ressarsi a tenere qualche corso
per coloro che navigano su bar-
che da diporto.

Dopo l’applaudita conversazio-
ne di Zaccagnino si è svolta la
semplice cerimonia della conse-
gna delle « antenne d’oro» da
parte dell'ammiraglio Francesco
Ruta presidente della società Se-
lenia.

Per l’Eugenio C. il riconosci-
mento è stato ritirato dal co-
mandante dell’unità, cap. Marco
Simicich mentre, per l’Italcan-
tieri, lo ha ricevuto il direttore
dell’Ansaldo di Sestri ing. Palen-
zona. Entrambi hanno viva-
mente ringraziato. E’ stato
quindi proiettato un film che il-
lustra il transatlantico « Euge-
nio C. ».







Appello ;
ai corrispondenti
naviganti

Abbiamo ricevuto, negli
ultimi tempi, alcune lettere
di marittimi imbarcati sul-
le navi della nostra Com-
pagnia. Lettere, nella massi-
mo parte, inviate per chie-
dere quale genere di colla-
borazione sia gradito a
« Notiziario €. ».

Dobbiamo, purtroppo, ri-
peterci. Questo giornale —
che è entrato nell’ottavo an-
no di vita — è sorto proprio
per essere a disposizione dei
nostri marittimi, per dibat-
tere i loro problemi, per
affrontare temi di comune
interesse, per stabilire un
punto di incontro fra i vari
equipaggi. E’ vero — e lo
diciamo sottovoce — che fi-
nora i nostri... corrispon-
denti naviganti sono stati
alquanto avari, tranne qual.
che eccezione. Tuttavia rite-
niamo di dover precisare
meglio la natura del mate-
riale che « Notiziario C.» è
sempre lieto di ricevere. 4

La vita di bordo, per e-
sempio. Le gare sociali, le
manifestazioni ricreative, le
piccole cose di ogni giorno,
le novità, gli svaghi. C'è
qualcuno che è particolar-
mente portato ai componi-
menti poetici? Benissimo il
giornale sarà felice di ospi-
tarlo. C'è, invece, chi prefe-
risce il racconto? Anche qui
le pagine sono a disposi
zione.

Il navigante, si dice, è so-
prattutto un osservatore.
Ecco, pertanto, l’occasione,
per i nostri lettori, di invia-
re resoconti di viaggio, de-
scrizioni di città o porti vi-
sitati.

Tutto, insomma, è utile
per «Notiziario C.». Non
rimane da fare altro che...
mettersi al lavoro.





MATRIMONI

Claudio Benzi con la signorina
Laura Bercich. Quinto al Mare,
chiesa parrocchiale di San Pietro
Apostolo, 10 agosto 1967.

Prospero Schiaffino con la sì-
gnorina Angela Olcese. Pieve Li-
gure, 10 dicembre 1967.

Antonio Commisso con la sì-
gnorina Jolanda Paradisi. St
derno, chiesa di Santa Maria
dell’Arco, 30 dicembre 1967.

Piergiorgio Fedeli con la si-
gnorina Elisa Caldani. Piacenza,
chiesa della Santissima Trini-
tà, 3 gennaio 1968.

Roberto Buffa con la signori-
na Giuseppina Conti) Genova,
chiesa parrocchiale del Sacro
Cuore e di San Giacomo di Ca-
rignano, 13 gennaio 1968.

Giorgio Castino con la signo-
rina Rosanna Napoleone. Geno-
va, chiesa parrocchiale di No-
stra Signora delle Grazie e San
Gerolamo (Castelletto), 21 gen
naio 1968.

Marco Lorandini con la signo-
rina Pinuccia Martelli. Savona,
chiesa parrocchiale S. M. G.
Rossello, 5 febbraio 1968.

Agli sposi felici i più vivi au-
guri di « Notiziario C. ».



Bentornato, nonno...



Laura Cartegni (qui in braccio alla
mamma Annamaria) è la nipotina
di Lamberto De Angelis, imbarcato
sulla «Federico C.»: attende con
impanienza il nonno per fargli
vedere come è cresciuta.







NOTIZIARIO «C»
Periodico aziendale bimestrale

Amno VIII - N. 1 - Genn-Febb, 1968

Autor. Trib. di Genova N. 526 del 23-2-1961

Genova,
Tel. '58.18.51 - Casella p

FLAVIO MAGNARIN
Direttore responsabile
D'Annunzio 2 (piano es)



Stampa: BILESSE Genova






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NOTIZIARIO



Linea ‘’C,, - ditta Giacomo Costa fu Andrea - via G. D'Annunzio, 2 - Genova



Anno VIII - Numero 1 - Gennaio-Febbraio 1968

Periodico bimestrale





envenuto alla ‘ Carla C.,,























La Linea C. - Costa Armatori S.p.A. di Genova comu-
nica che «Carla C.» è il nome della nuova unità passeg-
geri recentemente acquistata dall'’armamento francese So-
ciété Générale Transatlantique.

La turbonave « Carla C.», di 20.500 tonnellate di staz-
za lorda, verrà impiegata prevalentemente in crociere nel
Mediterraneo ed Atlantico ed è destinata a sostituire altre
navi attualmente in servizio, onde far fronte alle sempre
più pressanti esigenze del mercato internazionale delle cro-
ciere di diporto che richiede navi sempre più moderne, ve-
loci e confortevoli.

La turbonave « Carla C.» può infatti sviluppare una
velocità di crociera di 23 nodi, e prima di entrare in servi-
zio verrà sottoposta ad importanti e radicali lavori di tra-
sformazione e ammodernamento. Saranno aumentati gli
spazi e gli alloggi destinati ai passeggeri, costruite nuove
sale di soggiorno, un grandioso salone da ballo, uno spa-








(pe
cersnna 1884 anungesanessese

neon sn dina

zioso ponte lido con piscina, nonché due verande panora-
miche coperte e dotate di aria condizionata in maniera da
permettere ai passeggeri di godere il panorama in qual.
siasi condizione atmosferica.

Con le nuove trasformazioni la turbonave « Carla C.»
potrà ospitare 800 crocieristi comodamente sistemati.

Tutte le cabine saranno ricostruite e arredate secondo
lo stile tradizionale delle unità della Linea C., nonché do-
tate di bagno/doccia e servizi privati.

Un nuovo ed ampliato impianto di condizionamento,
sale da pranzo, eleganti soggiorni, biblioteca, 3 bars, 3
ascensori, stabilizzatori, cappella, cinema-teatro perma-
nente, sale da gioco, circuito televisivo a 2 canali, pro-
gramma radio musicale nelle cabine, sala per teen agers,
ecc. sono le caratteristiche che in un perfetto clima di
ambiente daranno al crocierista la vera sensazione di un
piacevole viaggio di diporto e vacanza sul mare.





Spedizione in Abbonamento Postale - Gruppo IV





LA NAVE NEL TEMPO ;







XII

Così pure gli «Statuti di Gaza-
ria », per i genovesi, prescriveva-
no che la nave esclusivamente
mercantile, da 20.000 cantari, cioè
di circa 960 tonnellate, in tempi
normali doveva avere 120 uomini:
32 «famuli» (cioè giovinotti), 4
«pueri» o «scannagalli» (cioè
mozzi); così la nave da 16 a 17.000
cantari aveva 96 uomini (e 18 era-
no « famuli »); quella da 4 a 5.000
cantari rispettivamente 27 e 12.
Questo però in tempi normali, poi-
ché in tempo di guerra o di «sospet-
ti», si aumentava rispettivamente
un uomo per ogni mille cantari.

Naturalmente le navi armate in
corsa dovevano sempre avere un
equipaggio molto più numeroso.
Ecco in che modo il capitano Bar-
tolomeo Crescenzio, contemporaneo
del Pantera, precisa come si deb-
ba equipaggiare una nave grossa:
«La gente che fa l’esercizio sulle
navi, e che è differente da quella
dei vascelli a remi, ha una regola
generale dalla quale si deduce il
numero delle persone che necessi-
ta a ciascuna nave. Così ogni cen-
to carra che la nave avrà di por-
tata, le persone dovranno essere
diciotto, sei dei quali garzoni o
mozzi; gli altri saranno ufficiali
di poppa, il nocchiero, il compa-
gno del nocchiero (che in certi
casi lo sostituisce), il nobile, lo
scrivano, lo scalco, il barbiere.
Quattro ufficiali di prora, cioè il
penese che ha il vitto della ciur-
ma, il marangone o maestro
d'ascia, il calafato e tanti bombar-
dieri che bastino a maneggiar l’ar-
tiglieria; al manco per ogni cento
carra erano necessari due bombar-
dieri. Vi è, sopra tutti, il capitano.
Inoltre nove ufficiali, quattro dei
quali (i più idonei) adibiti al ti-
mone; uno dei cinque che restano
sarà il nocchiero del trinchetto, gli
altri quattro saranno i capi delle
guardie ».

La panatica, che pure veniva tas-
sativamente precisata dalle norme
scritte, era sufficiente e di buona
qualità, e consisteva principalmente
in pesce e in maiale salati, for-
maggio, biscotti, aglio e cipolle. Il
« Consolato del mare » prescriveva
che il patrono di ogni nave co-
perta «deve dare carne ai marinai
tre giorni la settimana, cioè la do-
menica, il martedì e il giovedì; ne-
gli altri giorni della settimana mi-
nestra; ogni notte di ogni giorno il
companaggio. Ancora tre volte
per ogni mattina e per sera si de-
ve dare il vino; il companaggio,
poi, deve essere costituito da for-
maggio, cipolle, sarde salate o al-
tro pesce secco. Il patrono poi de-
ve essere infine raddoppiata la ra-
zione ai marinai ad ogni festa
principale ».

Gli stessi viveri, più o meno, era-
no a bordo somministrati ai pas-
seggeri. Messere Francesco da Bar-
berino, in uno dei suoi famosi
« Documenti d’amore », liriche «in
dolce stil novo » degli ultimi anni
del XIII secolo, nel dare consigli
ai viveri di bordo suggeriva: « Ac-

qua e salata carne — aceto e sal
portarne — olio, cacio e legumi —
biscotti... — galline e caponcelli —

gielladine in tinelli — ove et solci
e mortia »; i solci erano pezzi di
carne marinata, la mortia carne
insaccata, donde forse, l’attuale
mortadella.

NOTIZIARIO ‘C,,: pagina due

Tramonta il galeone:

spunta all’orizzonte

La disciplina, per quanto non
così inumana come per i galeotti,
era tuttavia rigidissima.

Le « Ordinanze Catalane » consen-
tivano, come punizione, il taglio
delle orecchie e il far correre tut-
ta la lunghezza della nave a scu-
disciate, punizione mantenuta an-
che sui bastimenti dei secoli suc-
cessivi col nome di bolina. Le man-
canze meno gravi erano punite con
multe, o con la cala, cioè il tuffo
in mare, spesso stando legato a
un cavo mollato dall'alto di un pen-
none, o con la cala straordinaria,
cioè col passaggio sotto la chiglia;
le gravissime anche con la morte;
per impiccagione o per squarta-
mento, legando poi il cadavere del-
l'assassinato con quello dell’omici-
da per lanciarli entrambi, così le-
gati, in acqua.

Contro i codardi in battaglia, il
rigore era spietato. Il Canale con-
fessa che egli, al comando di una
nave, « fece chiudere alcuni uomi-
ni sotto coperta con l'ordine di
uccidere chiunque scendesse du-
rante il combattimento », Nell’ «Iti-
nerarius Regis Ricardi» si narra
come quel monarca, in presenza
di «una immensa nave nemica, la
regina delle navi », abbia coman-
dato secco ai suoi marinai: « Se la
nave vi sfugge, farò crocifiggere
ciascuno di noi! ». E « allora i ma-
rinai si buttarono in acqua, nuo-
tandi in immersione le legarono il
timone, la fecero voltare a loro pia-
cere e poi l’abbordarono ».

Dal galeone cinquecentesco, ve-
ra e propria nave di linea quando
usato in guerra in quel secolo, e

Nave tonda tra il XVI ed il XVII secolo.

dalla caracca, sorsero e brillarono
nei due secoli successivi i vascelli.

Tra il XV e il XVI secolo il ga-
leone raggiunse il suo massimo svi-
luppo, con castelli di prora e cas-
seri di poppa massicci e macchi-
nosi, con fianchi altissimi e gon-
fi, con enorme alberatura, con ric-
chezza fastosa in ogni particolare
di ornamenti, di vele, di bandiere,
di orifiamme, culminando nelle fa-
mose navi olandesi e in quelle in-
glesi della Regina Elisabetta, di
Enrico VII e di Enrico VIII, di
cui famosissima la « Great Herry »
e la «Herry Grace-à-Dieux », di
1500 tonnellate, con 184 cannoni,
navi non superiori per altro alle
mediterranee spagnole, francesi e
italiane, di cui, più delle altre, ri-
cordata è la genovese « Grimalda »
che poteva caricare fin 2.300 ton-
nellate di frumento.

In queste navi cinquecentesche
il cassero era enormemente alto
verso la poppa estrema; e la pop-
pa, piatta, si restringeva accentua-
tamente in alto, verso il fastigio
che sosteneva i fanali e la bandie-
ra, mentre in basso era larghissi-
ma, quasi sempre decorata da scul-
ture, a cariatidi a delfini, a cornu-
copie e a festoni di frutta, a pila-
strini, a mensoloni ricurvi che, ac-
compagnando le linee dello scafo
e incorniciando le finestre degli
alloggi, salivano fino al fastigio,
inquadrando lo specchio poppiero
lasciato piano e spesso dipinto a
figure prevalentemente sacre o al-
legoriche.

Gradualmente questi eccessi van-
no attenuandosi, il castello pro-
diero non è più proteso sul ma-

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re, e la prora si caratterizza nella
sporgenza di un puntale molto si-
mile nell'aspetto allo sperone del-
la galea, sottoposto al bompresso;
il cassero di poppa si sbassa e sì
sviluppa prolungandosi fin quasi a
metà del bastimento; però tutto-
ra permane una accentuata spro-
porzione fra la parte immersa e la
emersa, e, per quanto sia raziona-
le la distribuzione delle vele, re-
sta tuttavia eccessivamente alta la
alberatura.

Normalmente gli alberi sono tre,
con ampie vele quadre alla mae-
stra e al trinchetto, oltre alle su-
periori di gabbia e controgabbia,
latine alla mezzana, civada e con-
trocivada ai pennoni del bompres-
so sul quale si pianta un piccolo
albero di trinchetto a vele quadre,
caratteristico dei vascelli fino al-
la metà del secolo XVIII.

E’ in questo secolo che la ma-
niera empirica sperimentale del
carpetiere, tramandata di padre in
figlio, mirabile per lunga esperien-
za ma con regole talmente insuffi-
cienti che talvolta portavano a far
capovolgere la nave nel varo per
mancanza di stabilità, si evolve
con principi tecnici sempre più si-
curi, prima nei cantieri olandesi
dove si disse che confluivano la
esperienza mediterranea e quella
scandinava, poi, in maniera anco-
ra più razionale, nei cantieri spa-
gnoli, inglesi e soprattutto france-
si, donde hanno origine le basi del-
la moderna architettura navale.

(Continua)

(Da «La nave nel tempo » di Mi-
chele Vocino, Edizioni Alfieri, Mi-
lano).





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Storia leggenda e fantasia

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Questa la favolosa New Orleans

Esattamente 250 anni fa — il
9 febbraio 1718 — sulle rive del
Mississippi, ad una trentina di
miglia dalla sua foce, veniva
fondata da Jean-Baptiste Le
Moyne, signore di Bienville, la
città da cui si sarebbe sprigio-
nata due secoli dopo la più tra-
volgente delle rivoluzioni musi-
cali: New Orleans, culla di quel-
lo stile « jazzistico » che ha im-
prontato di sé i nuovi ritmi e le
danze moderne di tutto il mon-
do. Le Moyne, insieme al fra-
tello Pierre, era stato uno dei
primi colonizzatori francesi a
risalire il maestoso corso del
più grande fiume d’America, dal-
la foce verso l’interno, e fin dal
suo arrivo nel Nuovo Mondo a-
veva vagheggiato di fondare una
città «sua ». Secondo lui, appa-
riva illusorio e inutile attender-
si dalla Louisiana oro e argen-
to, come si ostinavano a spera-
re con tenace ottimismo le au-
torità francesi: l’avvenire della
colonia, secondo Le Moyne, sta-
va nell’agricoltura e nel com-
mercio. La fondazione della cit-
tà sulle rive del grande fiume
avrebbe infatti assicurato al Go-
verno di Parigi il controllo del
vasto traffico mercantile che in-
fallibilmente sarebbe confluito
un giorno sul Mississippi; e
quando una delle prime navi in
arrivo dalla Francia recò il de-
creto che conferiva a Jean Bap-
tiste Le Moyne la qualifica e i
poteri di governatore della co-
lonia, l’intraprendente pioniere
non perdette un sol giorno. La
sede era già fissata in una lo-
calità dove egli aveva effettua-
to rilievo nel corso di una per-
lustrazione all’inizio del secolo,
e anche il nome fu subito scel-
to. Bellissimo e solenne, porta-
va fin nelle selvagge solitudini
d’America un riflesso degli
splendori della Corte; Nouvelle
Orleans.

Così la Francia dei colonizza-
tori riaffermava i suoi legami
con la fastosa corte di Francia
regale: infatti la colonia era sta-
ta battezzata Louisiana fin dai
tempi.del Cavalier de La Salle,
che l’aveva esplorata scendendo
dai Grandi Laghi, in onore del-
l’allora regnante Luigi XIV, Re
Sole. E adesso il nome di Nou-
velle Orleans estendeva l’omag-
gio alla famiglia del Reggente
che da tre anni governava il
Paese in nome del minorenne
Luigi XV.

Oggi New Orleans conta più
di 600.000 abitanti e si estende
per oltre 363 miglia quadrate;
ma nel 1718 in tutta la Louisiana

i coloni stabili ammontavano a
non più di trecento persone (in-
cludendo nel numero la guarni-
gione di 124 soldati, un grup-
po di preti, 28 donne e 25 bam-
bini) per la maggioranza ex-
forzati, avventurieri, scampafor-
che, rastrellati dalle prigioni e
dai marciapiedi di Parigi. Tra
questi rifiuti della società Le
Moyne scelse i primi abitatori
della nuova città: venticinque
galeotti addetti ai mestieri di
bassa forza, e altrettanti car-
pentieri e falegnami, ai quali si
aggiunse un gruppetto di viag-
giatori disceso lungo il fiume
dalle lontane terre dell’Illinois.

Come avvenne in quasi tutti
gli insediamenti urbani creati
oltre Atlantico in quel periodo,
anche a New Orleans gli inizi
furono difficili e alterne le for-
tune nella storia di questa cit-
tà per tanti aspetti così colori-
ta e fantastica. Ciò si spiega col
fatto che tre diverse civiltà si
sovrapposero l’una all’altra —
la francese, la spagnola e l’ame-
ricana — dando vita ad eventi in
cui è facile scorgere quasi sem-

pre la presenza di elementi fol-
cloristici anomali o addirittura
assurdi. Fedele a questo retag-
gio, New Orleans è nota anco-
ra oggi come la «città del Mar-
di Gras» per le sue famose ce-
lebrazioni carnevalesche che
rinnovano ogni anno una tra-
dizione secolare.

E’ interessante, di New Or-
leans, un ritratto di Louis Arm-
strong, il famoso «re del jazz »:
«Nel 1900, quando io nacqui,
mio padre Willi Armstrong e
mia madre May Ann — Mayann
come usavano chiamarla — abi-
tavano in una viuzza che porta-
va il nome di James Alley. Lun-
ga un solo isolato, la strada era
situata in quel popoloso quar-
tiere di New Orleans noto co-
me «Back o’ Town», ossia la
zona lontana dalla costa, che
costituiva uno dei quattro gran-
di settori in cui è divisa la cit-
tà. Gli altri tre sono Uptown, la
città alta, Duntown, la città bas-
sa, e Front o’ Town, la zona sul
mare. James Alley — e non Jane
Alley come certuni la chiama-
no — si trova esattamente nel

cuore del rione che era sopran-
nominato Campo di battaglia
per via dei suoi turbolenti abi-
tanti che per i più futili moti-
vi si azzuffavano e sparavano
con estrema facilità... ». Un e-
sordio significativo. Louis Arm-
strong, uno dei più grandi sti-
listi del jazz e incontrastato re
della tromba fa rivivere la tur-
binosa vita della periferia di
New Orleans, con le sue lotte
per l’esistenza, selvagge e alle-
gre ad un tempo, con i suoi per-
sonaggi vigorosi e appassionati,
con le sue brutalità, con tutto il
suo bene e con tutto il suo ma-
le. I cortei di Capodanno, i
«Mardì Gras », le feste lungo il
fiume Carnevale, le sagre di pri-
mavera lungo il fiume Mississip-
pi, le battaglie a colpi di rasoio
nei quartieri malfamati, le ac-
canite rivalità e le vendette che
creano una scena favolosa: una
scena che ha ispirato gli osses-
sivi ritmi dei più grandi jazzisti
dell’inizio del secolo (King Oli-
ver, Kid Ory, Johnny e Baby
Dodds, Honoré Dutrey, Sidney
Bechet, Buddy Petit e tanti altri).



Chi ha inventato la

Chi inventò la serratura, chi
adottò per primo una chiave per
azionare il meccanismo di chiu-
sura e di apertura? La data
esatta si perde nei tempi, ma
certamente la prima serratura
fu realizzata allorché l’uomo,
raccoltosi in gruppo per vivere
assieme, imparò a conoscere e
a proteggere la proprietà indi-
viduale. Vana è infatti la pre-
tesa dello storico Plinio di at-
tribuire l’invenzione della serra-
tura a Teodoro di Samo, vissu-
to nel VI secolo avanti Cristo
e di professione costruttore e

, inventore; dopo la acquisita

certezza che già gli Assiri e i
Babilonesi conoscevano primor-
diali esempi di serrature, sono
gli scavi delle tombe egizie a
fornire interessanti modelli di
congegni di chiusura risalenti al
1250 avanti Cristo e già dotato
di un ingegnoso meccanismo.
Parallelamente anche le Sacre
Scritture portano parecchi rife-
rimenti che comprovano come
la serratura fosse di uso cor-
rente presso il popolo ebraico.

La successiva civiltà ellenica,
a sua volta, ci ha tramandato
più di una testimonianza su que-
sto stesso argomento; nell’Iliade
e nell’Odissea, per esempio, si
fa più di una volta riferimento



a chiavi di bronzo, il che atte-
sta quindi come alla stesura dei
poemi omerici fossero già note
in Grecia le serrature metalliche
(di cui, del resto, sono stati ri-
trovati vari esemplari negli sca-
vi operati a Cnosso, Festo, Troia,
Tirinto e Micene). Il maggiore
impulso alla serratura è peral-
tro dovuto alla civiltà romana,
che iniziando a migliorare quel-
le elleniche di metallo arrivò a
costruire dei tipi assi perfezio-
nati con mandata a chiave di
tipo maschio e femmina e con
meccanismo aiutato da molle. I
romani, anzi, arrivarono per pri-
mi alla miniaturizzazione della
serratura, tanto che la relativa
chiave, fissata a un anello, pote-
va essere portata stabilmente a
un dito, per servirsene al mo-
mento del bisogno.

Dopo la caduta dell’Impero,
e fino al X secolo, anche la ser-
ratura subisce il negativo influs-
so del Medioevo, durante il qua-
le si fa prevalentemente uso di
serramenti rudimentali e azio-
nati da chiavi molto grossola-
ne; ma dal Mille in avanti si ri-
torna a una forma meno elemen-
tare di serratura, che però si
indirizza maggiormente verso il
lato estetico piuttosto che ver-
so quello tecnico e razionale. Si

serratura ?

diffondono, quindi, fino al Set-
tecento dei tipi di serratura con
ricchissime placche ornamenta-
li, molto più pregevoli sul piano
artistico che su quello pratico.

Le ultime battute — se così si
possono chiamare — nella lun-
ga vicenda della storia della ser-
ratura sono dovute agli inglesi
Bramah e Chubb, seguiti dal
francese Fichet, che nel secolo
scorso, fabbricarono i primi con-
gegni veramente moderni. Infi-
ne, nel 1848, l'americano Yale
inventò la serratura cosiddetta
«a cilindro » caratterizzata, cioè,
da un tamburo con un determi-
nato numero di perni a molla,
corrispondenti con le tacche del-
la chiave, la quale consente al
congegno la rotazione necessa-
ria allo scorrimento della barra
di chiusura. Naturalmente la
storia della serratura non si con-
clude col 1848: negli anni seguen-
ti, e anche ai nostri giorni, sem-
pre nuovi modelli (o, meglio, del-
le varianti degli esemplari già
noti) fanno ritenere che si sia
finalmente arrivati all’«opti-
mum » . capace di scoraggiare
qualsiasi malintenzionato. Ma
purtroppo si tratta di un inar-
rivabile traguardo.

NOTIZIARIO ‘C,,: pagina tre



L’“Antenna d'oro,, assegnata
alla “EUGENIO C.,



Il cap. sup. Marco Simicich riceve dall'ammiraglio Francesco Ruta,
presidente della «Selenia», l’«Antenna d’oro» assegnata alla «Eugenio C.».

Un significativo e prestigioso
riconoscimento è stato conferi-
to alla. LINEA C. nel corso del
VII Salone nautico internazio-
nale svoltosi nel mese di feb-
braio a Genova. Si tratta della
«Antenna d’oro Selenia Rey-
theon» consegnata — nel corso
di un ricevimento alla Terraz-
za Martini — alla turbonave
«Eugenio C.» e alla Società
«Italcantieri », costruttrice del-
l’unità stessa.

Alla cerimonia sono intervenu-
te numerose autorità tra cui il
prefetto dott. Rizzo, il coman-
dante in seconda del porto di
Genova col. Viginio, numerost
ufficiali della Capitaneria e del-
la Marina Militare, e molti in-
vitati.

Ha aperto la manifestazione il
comandante, medaglia d’oro E-
milio Legnani, vice presidente
dell'Ente gestione Istituto Osser-
vatori Radar «G. Marconi» il
quale ha brevemente ricordato
che l« Antenna d’oro », offerta
dalla Società Selenia di Roma,
vuole essere un riconoscimento
per l'alto grado di sicurezza rag-
giunto dagli impianti radar di
bordo del transatlantico. Ha,
quindi, presentato il giornalista
Vincenzo Zaccagnino, direttore
di una nota rivista nautica, che
ha parlato sul radar e sull’im-
piego di esso nella navigazione
da diporto.

Accennato brevemente a che
cosa è il radar e come è nato,

NOTIZIARIO ‘C,,:

pagina quattro

Zaccagnino ha efficacemente
sottolineato come la espansio-
ne della navigazione da diporto
e soprattutto delle barche al di-
sopra dei dieci metri, abbia re-
so necessaria l’installazione di
apparecchiature radar su tali
imbarcazioni al fine di rendere
più sicura la navigazione.

I radar moderni, ha ricordato
Zaccagnino, hanno ormai rag-
giunto una perfezione tale di co-
struzione e di funzionamento
che basta frequentare un rapido
corso di istruzione per poterli
far funzionare. Per questo, ha
ricordato ancora Zaccagnino,
l'Ente genovese che prepara gli
osservatori radar per la marina
mercantile dovrebbe anche inte-
ressarsi a tenere qualche corso
per coloro che navigano su bar-
che da diporto.

Dopo l’applaudita conversazio-
ne di Zaccagnino si è svolta la
semplice cerimonia della conse-
gna delle « antenne d’oro» da
parte dell'ammiraglio Francesco
Ruta presidente della società Se-
lenia.

Per l’Eugenio C. il riconosci-
mento è stato ritirato dal co-
mandante dell’unità, cap. Marco
Simicich mentre, per l’Italcan-
tieri, lo ha ricevuto il direttore
dell’Ansaldo di Sestri ing. Palen-
zona. Entrambi hanno viva-
mente ringraziato. E’ stato
quindi proiettato un film che il-
lustra il transatlantico « Euge-
nio C. ».







Appello ;
ai corrispondenti
naviganti

Abbiamo ricevuto, negli
ultimi tempi, alcune lettere
di marittimi imbarcati sul-
le navi della nostra Com-
pagnia. Lettere, nella massi-
mo parte, inviate per chie-
dere quale genere di colla-
borazione sia gradito a
« Notiziario €. ».

Dobbiamo, purtroppo, ri-
peterci. Questo giornale —
che è entrato nell’ottavo an-
no di vita — è sorto proprio
per essere a disposizione dei
nostri marittimi, per dibat-
tere i loro problemi, per
affrontare temi di comune
interesse, per stabilire un
punto di incontro fra i vari
equipaggi. E’ vero — e lo
diciamo sottovoce — che fi-
nora i nostri... corrispon-
denti naviganti sono stati
alquanto avari, tranne qual.
che eccezione. Tuttavia rite-
niamo di dover precisare
meglio la natura del mate-
riale che « Notiziario C.» è
sempre lieto di ricevere. 4

La vita di bordo, per e-
sempio. Le gare sociali, le
manifestazioni ricreative, le
piccole cose di ogni giorno,
le novità, gli svaghi. C'è
qualcuno che è particolar-
mente portato ai componi-
menti poetici? Benissimo il
giornale sarà felice di ospi-
tarlo. C'è, invece, chi prefe-
risce il racconto? Anche qui
le pagine sono a disposi
zione.

Il navigante, si dice, è so-
prattutto un osservatore.
Ecco, pertanto, l’occasione,
per i nostri lettori, di invia-
re resoconti di viaggio, de-
scrizioni di città o porti vi-
sitati.

Tutto, insomma, è utile
per «Notiziario C.». Non
rimane da fare altro che...
mettersi al lavoro.





MATRIMONI

Claudio Benzi con la signorina
Laura Bercich. Quinto al Mare,
chiesa parrocchiale di San Pietro
Apostolo, 10 agosto 1967.

Prospero Schiaffino con la sì-
gnorina Angela Olcese. Pieve Li-
gure, 10 dicembre 1967.

Antonio Commisso con la sì-
gnorina Jolanda Paradisi. St
derno, chiesa di Santa Maria
dell’Arco, 30 dicembre 1967.

Piergiorgio Fedeli con la si-
gnorina Elisa Caldani. Piacenza,
chiesa della Santissima Trini-
tà, 3 gennaio 1968.

Roberto Buffa con la signori-
na Giuseppina Conti) Genova,
chiesa parrocchiale del Sacro
Cuore e di San Giacomo di Ca-
rignano, 13 gennaio 1968.

Giorgio Castino con la signo-
rina Rosanna Napoleone. Geno-
va, chiesa parrocchiale di No-
stra Signora delle Grazie e San
Gerolamo (Castelletto), 21 gen
naio 1968.

Marco Lorandini con la signo-
rina Pinuccia Martelli. Savona,
chiesa parrocchiale S. M. G.
Rossello, 5 febbraio 1968.

Agli sposi felici i più vivi au-
guri di « Notiziario C. ».



Bentornato, nonno...



Laura Cartegni (qui in braccio alla
mamma Annamaria) è la nipotina
di Lamberto De Angelis, imbarcato
sulla «Federico C.»: attende con
impanienza il nonno per fargli
vedere come è cresciuta.







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Amno VIII - N. 1 - Genn-Febb, 1968

Autor. Trib. di Genova N. 526 del 23-2-1961

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D'Annunzio 2 (piano es)



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