Notiziario "C", n. 2 - 3, 1967

Contenuto

Notiziario "C", n. 2 - 3, 1967
Tipologia
Periodico a stampa
Descrizione
- Le prime navi tonde, p. 2
- Le piccole cose che con la scoperta dell'America Cristoforo Colombo regalò all'Europa, p. 3
- Giornale di bordo, p. 4
Data testuale
1967 marzo - giugno
Estremi cronologici
marzo 1967 – giugno 1967
Consistenza
pp. 4
Stato di conservazione
Buono
Soggetto produttore
Famiglia Costa
Identificativo
PER.000364/33
Collocazione
Emeroteca
contenuto
NOTIZIARIO {

Linea ‘’C,, - ditta Giacomo Costa fu Andrea - via G. D'Annunzio, 2 - Genova

Anno VII - N. 2-3 - Marzo-Giugno 1967 Periodico bimestrale Spedizione in Abbonamento Postale - Gruppo IV



h: dae LL
MOGLI

Le turbonavi EUGENIO C. e FEDERICO C. fotografate in partenza da Genova, per gli scali di linea, il 10 maggio scorso





LA NAVE NEL TEMPO







IX

Rigorosissima era la sorve-
glianza per impedire che i ga-
leotti evadessero. Per premu-
nirsi contro tale evasione, il go-
verno veneto imponeva: « l’aguz-
zino è responsabile dei condan-
nati e promette con scrittura
pubblica, e dà sicurtà di pagare
25 ducati per ogni mancante; il
soldato o marinaio di guardia
passa alla catena in luogo del
forzato fuggitivo e per egual
numero di anni; ai forzati del
banco dal quale uno sfugge, in
pena di non averlo denunziato
a tempo si tagliano gli orecchi
e il naso».

Queste crudeli mutilazioni in-
famanti non erano risparmiate
sulle galere nemmeno agli uo-
mini liberi. Padre Guglielmotti
ne ha trovato notizia come pe-
na inflitta a capitani e a co-
miti di galere venete, colpevoli
di poca energia nelle guerre
contro i Turchi del XV secolo.
Ma ciò era conseguenza dello
eccessivo rigore sempre più o
meno usato su ogni nave, mas-
sime su quelle da guerra, rigo-
re che spesse volte portava fi-
no alla pena di morte.

Tuttavia, più atroce di que-
ste pene e della morte era qua-
si sempre a bordo delle galere
la stessa vita imposta diutur-
namente ai galeotti forzati. Nel.
la sentenza del giudice ponti-
ficio Ulisse Moscato che, con-
forme allo spirito della giu-
stizia dei tempi, affida al car-
nefice l’epilogo della fosca tra-
gedia dei Cenci, ed il più giovi-
ne fratello, Bernardo, dopo a-
verlo obbligato ad assistere al
supplizio dei suoi, condanna al-
le galere, questa orribile vita
di bordo imposta ai condanna-
ti al remo è scolpita in una fra-
se spietatamente espressiva:
«ut vita sit illi supplitium et
mors solatium...», «perché la
vita gli sia tormento e sollievo
la morte ».

* * *

Come le galee dalle sottili re-
miere da guerra, così le navi
tonde prevalentemente ed esclu-
sivamente veliere derivarono,
mantenendo più o meno il clas-
sico coefficiente di finezza da
tre a uno, dalle navi grosse ro-
mane, onerarie e da traffico, le
quali, come le liburne nel dro-
mone, subirono anch’esse dopo
la caduta dell’Impero, le prime
modifiche nella marina di Bi-
sanzio.

Le prime navi tonde bizan-
tine furono le acazie, a scafo
lungo e basso sull’acque, ma
tondeggiante, con una curva
sensibilmente accentuata nella
ruota di prora che spesso ter-
minava in un fastigio a palmet-
ta; senza remi; con uno o due
alberi inizialmente guarniti di
una vela quadra, detta acato,
donde trassero il nome, poi di
vela latina.

Le stesse caratteristiche ave-
vano le taride, ma di minor
tonnellaggio, e quindi più ma-
neggevoli, a fondo piatto, con un
sol ponte, con un solo albe-
ro a vela latina, usate principal-
mente come onerarie.

Con caratteristiche analoghe,
ma di grande portata, a due

NOTIZIARIO ‘C,,: pagina due

Le prime navi tonde





ponti, onerari anch’essi ma a-
dibiti principalmente al traspor-
to dei cavalli, quindi evidente-
mente derivati dagli ippagogi ro-
mani, erano gli uscieri, così
chiamati perchè nella poppa a
tre ruote portavano due usci,
donde, con apposite passerel.
le, potevano essere facilmente
imbarcati e sbarcati gli anima-
li e il materiale pesante da
guerra; i maggiori potevano
portare fin cento cavalli, ma
normalmente ne portavano la
metà; essi furono largamente
usati al tempo delle Crociate,
dalle quali, come è noto, venne,
per il trasporto di uomini e di
mezzi imponenti per l’epoca, un
sensibile impulso alle costruzio-
ni navali.

Questi trasporti, e in gene-
re la tendenza a più intensi traf-
fici marittimi, e quindi a viag-
gi resi più economici aumentan-
do la capacità di carico dei
bastimenti, come anche alla ne-
cessità di avere scafi più solidi
in seguito alla sistemazione di
artiglierie a bordo, spinsero in
questo tempo ad aumentare le
dimensioni dei tipi navali già
esistenti e a trovare nuovi tipi
più rispondenti a questi nuo-
vi bisogni.

Fu così che, come ho già det-
to, penfili, brigantini, saettie, e
barche, — semplici scafi fino
allora remieri, senza coperta
con un solo albero a vela lati.
na — aumentarono di propor-
zioni e diventarono bastimen-
ti di grande portata, con più
alberi, di linee tondeggianti, al-
ti sul mare sopra tutto a prora
e a poppa, mentre sorgevano
nuovi tipi con forme, propor-
zioni e tonnellaggio diversi dai

Galee nordiche tra il XVII - XVIII secolo.

precedenti; navi e caravelle, che
gradualmente portarono alle ca-
racche e ai galeoni, e, inoltre, ai
tipi di bastimenti meno impor-
tanti, poco noti e poco usati,
baleniere, gatti, gollabi, scorcia-
pini, gerbe, carabi, caramussali.

Su quasi tutte queste navi ton-
de medievali, dove più o dove
meno, si svilupparono le sopra-
strutture prodiere e poppiere,
già esistenti sulle navi classi-
che, fino a diventare una delle
caratteristiche dei grandi basti-
menti a vela che, per questo, si
dissero incastellati, perchè ca-
stelli in generale si chiamarono
tali soprastrutture in primo
tempo posticce, poi intimamen-
te congiunte allo scafo, tanto da
far parte della costruzione stes-
sa di esso. Quello di prora, pro-
teso, sul mare, era adibito per
vedetta, o per l’offesa come
ponte d’abbordaggio, e si chia-
mava, come si chiama tuttora,
castello di prora, per quanto al-
tre parole fossero usate a indi-
carlo, principalmente ballauro
o baluardo, e in veneziano bal.
lator o ballador: « nella tolda di
ver proda — dice Bartolomeo
Crescenzio — si sistema l’altra
parte eminente del galeone, che
dicono balluaro, più propria-
mente ballourda, perché sic-
come il ballouardo è la parte
più gagliarda di tutta la for-
tezza, e là che combatte e si
oppone la parte nemica, non
altrimenti il ballauro della na-
ve è quello che si deve opporre
per espugnare i nemici vascel-
li, ed a rompere il mare, e sol-
cando fa strada alle altre parti
del suo tutto che è il galeone».
L'altro di poppa, dove erano
collocati gli alloggi più nobili





del bastimento, riservato al co. |
mando e all’estrema difesa, e-
ra ed è più propriamente chia-
mato cassero. L’uno e l’altro
spesso, soprattutto nei primi
tempi, erano come fortezze, e
quasi sempre decoratissimi,
specialmente quello di poppa.
Noi, quando non chiamiamo ge-
neralmente castelli entrambi, |
chiameremo castello quello di |
prora, e cassero l’altro, nomi .
rimasti tuttora a indicare le
piccole soprastrutture prodiere
e poppiere anche nei bastimenti
moderni.
* * *

Contemporaneamente al pre-
detto sviluppo dei bastimenti |
mediterranei onerari, o di buon |
traffico, una analoga evoluzione
subivano le navi tonde del Nord,
che ebbero il loro tipo più ca-
ratteristico nella cocca. La coc-
ca nordica avrebbe fatto la sua
prima apparizione nel Mediter-
raneo sui primi del 1300 poichè —
narra nel Libro VIII della «Cro-
nica» Giovanni Villani: «In que-
sto medesimo tempo — cioè nel
1304 — certi di Baiona in Gua-
scogna, con le loro navi, le qua-
li chiamano cocche, passarono
per lo stretto di Sibilla — cioè
di Gibilterra — e vennero in
questo mare corseggiando e fe-
cero assai danni, e da allora
innanzi i Genovesi i Veneziani
e i Catalani usarono di navigare
con le cocche, e lasciarono il
sicuro navigare, e che sono di .
navigare di grosse navi per più
meno spesa; e questo fu in
queste nostre marine grande i-
mitazione di naviglio».

(continua)

(Da «La nave nel tempo», di M.
Vocino, Edizioni Alfieri - Torino)

Le piccole cose che con la scoperta dell’ America
Cristoforo Colombo «regalò» all'Europa

Quando si pensa o si parla
dell’avventuroso viaggio di Cri-
stoforo Colombo, del suo arrivo
a Guanaham il 12 ottobre del
1492, e della scoperta del « Nuo-
vo mondo », si suole giustamen-
te mettere in primo piano le ri-
percussioni che quell’evento eb-
be sul destino dell'umanità: il
progressivo scadimento del ba-
cino mediterraneo dal ruolo di
epicentro geopolitico della Ter-
ra che per millenni aveva dete-
nuto, il sorgere di nuove grandi
potenze marinare, lo scatenarsi
della contesa fra le Nazioni per
il possesso delle ricche « colo-
nie » d’oltre Atlantico e così via.

Non sempre, assai di rado an-
zi, ci si sofferma invece a con-
siderare i cento mutamenti ap-
portati nella nostra vita di ogni
giorno, e anche nelle consuetu-
dini più semplici, dalla straordi-
naria impresa del grande navi-
gatore genovese. Valga per tut.
ti l’esempio del tacchino, o
«meleagris gallopavo ». di cui
noi ignoravamo perfino l’esisten-
za quando le popolazioni atze-
che ilo allevavano in grande
quantità, ritenendolo un cibo
squisito e dotato di particolari
virtù terapeutiche; ebbene, già
nel 1500, pochi decenni dopo l’im-
presa colombiana, questo vola-
tile da cortile, pregevolissimo
per il sapore delle carni, era
assai diffuso in buona parte
dell’Europa e specialmente in
Spagna, Inghilterra, Francia e
Germania, dove veniva chiama-
to «pollo d’India» (da cui de-
riva la voce dialettale «dindio »
che serve per designare quel
gallinaceo in molte province del
Veneto). Ma questo è soltanto
uno dei molti casi che si pos-
sono citare.

Infatti, quali e quante sono
state le piccole e grandi cose
che Colombo, dalle favolose
«Indie Occidentali» da lui rag-
giunte dopo mesi e mesi di na-
vigazione, portò con sé e fece
conoscere alla corte portoghese
dove viveva la munifica regina
Isabella? Elenchiamole qui alla
rinfusa e illustriamole brevemen-
te: non sarà difficile scorgere
come esse abbiano inciso sulla
nostra esistenza quotidiana e,
in primo luogo, sulla nostra ali-
mentazione tradizionale.

X Mais o granturco: fu uno
dei primi e insoliti cibi che Co-
lombo gustò arrivando in Ame-
rica. Gliene portò alcune pan-
nocchie una pattuglia dei suoi
uomini spintasi in esplorazione
all’interno di Cuba, dove gli in-
digeni erano soliti nutrirsi pre-
valentemente con una strana fa-
rina gialla cotta nell'acqua e ri-
dotta in «polenta». Nel 1498,
il navigatore genovese, in una
relazione ai « re cattolici », scris-
se di suo pugno una particola-
reggiata descrizione di quello
sconosciuto cereale. Riferendosi
al suo incontro con gli indigeni
verso la punta di Alcatraces,
Colombo precisava: «Gli india-
ni fecero portare del pane e
frutta di molte specie e vini di
varie sorta, bianchi e colorati;
ma anziché di uva pare siano
fatti con diverse qualità di frut-
ta; così deve essere di quello
di mais, che è una sementa che

fa una spiga a guisa di pannoc-
chia, che io trassi di là e ne ho
già mandata molta in Casti-
glia ». Il che significa che gli a-
borigeni usavano il granoturco
anche per trarne una bevanda.

* Peperone: questo vegetale,
destinato a diventare in breve
popolarissimo presso tutti i
popoli europei, venne descritto
nel diario del navigatore italia-
no alla data del 15 gennaio 1493.
Parlando della zona che circon-
da il golfo di Samanà, nell’Iso-
la di Haiti, egli dice: «I miei
uomini vi trovarono molti a-
gli, che gli indigeni usano co-
me fosse pepe e che vanta mag-
giori pregi del nostro, perchè
esso stesso può considerarsi ve-
Ta e propria pietanza per chi
riesca a sopportare il sapore as-
sai forte. Niuno, là, mangia
senza il condimento di questo
aroma; in un anno se ne potreb-
bero caricare in questa isola
ben 50 caravelle». Ancor oggi, a
cinquecento anni dall'impresa
colombiana, nell’America del
sud il peperone, largamente con-
sumato da tutti gli strati del-
la popolazione locale, viene
chiamato «aji», e le varietà o-
rientali di più dolce sapore so-
no note e apprezzate come «aj-
ies, dulces ».

% Patata: è certamente, as-
sieme al pomodoro, il vegetale
commestibile più importante in-
trodotto dall'America in Euro-
pa. Con ogni probabilità, Co-
lombo ne ebbe conoscenza, ma
non lo ritenne degno di partico-

lare attenzione. Pertanto la pa-
tata giunse nel vecchio Conti-
nente soltanto fra il 1550 e il
1558 per merito del viaggiatore
francese Charles de Lécluse. Le
prime varietà importate produ-
cevano tuberi di sapore acre,
che venivano somministrati al
bestiame o servivano per la
mensa delle classi più povere;
fu Parmentier che, nel 1700, riu-
scì a diffondere il consumo del-
la patata, facendola ammettere
perfino alla tavola dei re. Quan-
to al pomodoro, va ricordato
che esso arrivò in Europa sotto
forma di seme; le piante che
ne nacquero, vennero dapprima
utilizzate soltanto a scopo or-
namentale perchè ritenute ve-
lenose.

* Ananas: attirò l’interesse
di Colombo durante il secondo
viaggio nel «Nuovo mondo»,
verso la fine del 1493. Alla Gua-
dalupa, il navigatore — secon-
do quanto egli stesso afferma
nel giornale di bordo — scoprì
delle «frutta che avevano lo
aspetto di pigne verdi, tali qua-
li le nostre, ma molto più gros-
se e con dentro una polpa mas-
siccia come quella del melo-
ne, ma di sapore e di odore più
soave; e queste frutta nasceva-
no da piante somiglianti ai gi-
gli ed agli aloé spontanei per
le campagne». Più tardi riuscì
però ad accertare che le quali-
tà migliori di questo frutto pro-
venivano da piante coltivate. E,
infatti, nell’ultimo viaggio com-
piùto da Cristoforo Colombo

nel 1503 gli equipaggi delle ca-
ravelle ebbero modo di ammi-
rare vaste piantagioni di ana-
nas lungo le coste centrali a-
mericane.

* Tabacco: fu considerato
come la più grossa «novità»
portata dai marinai di Colom-
bo al loro ritorno in Portogallo.
Già nel primo viaggio, essi a-
vevano visto fumare le strane
e sconosciute foglie arrotolate
dagli abitanti di Cuba o bru-
ciate in strane «tazzine» (le fu-
ture pipe) da indigeni di altre
regioni; quando ripresero il ma-
re verso la Spegna, tutti i mem-
bri degli equipaggi aspiravano
ininterrottamente il fumo della
nuova erba chiamata «tabaco »
e destinata a suscitare notevole
interesse fra i gentiluomini
della corte della regina Isabel-
la. In seguito l’ambasciatore
francese a Lisbona, Jean Nicot,
da cui avrebbe preso nome la
nicotina, avuta notizia delle sin-
golari fogli giunte dall’Ameri-
ca, se ne procurò alcune e le
spedì in omaggio a Caterina de’
Medici che, accesa d’entusiasmo
per quanto i suoi «cerusici»
credevano di aver ravvisato nel-
la nuova erba, la definì capace
di «guarire tutti i mali imma-
ginabili» e la chiamò «erba san-
ta» o «erba della regina». Ma
più tardi il nome di tabacco
prevalse e il suo uso si diffuse
rapidamente, anche se dappri-
ma soltanto gli speziali avevano
il diritto di venderne e unica-
mente su ricetta medica.



Significativa e simpatica cerimonia a bordo della turbonave EUGENIO C. nel porto di Genova. Il prof. Ferrarini, a nome
del « Rotary Club» di Genova-Centro, ha consegnato l'emblema rotariano al comandante della nave stessa. Era presente,
per gli Armatori, il dott. Giacomo Costa.

NOTIZIARIO ‘C,,: pagina tre





La commovente vicenda
di un italiano
e dell'equipaggio
dell’ « ENRICO C. »

Questa è la commovente, uma-
na storia che ci è capitata nel
porto di Rio de Janeiro il 19
maggio scorso.

Un uomo si è presentato a
bordo del transatlantico ENRI-
CO C.; aveva sul viso, molto evi-
dente, una incontenibile dispe-
razione, un dolore che impres-
sionava e stringeva il cuore. Il
suo nome: Enzo Benassi. Noi
lo conoscevamo già, perché era
emigrato in Brasile qualche me-
se prima, con lo stesso transa-
tlantico. Era uno dei tanti allu-
vionati di Firenze. Nelle tragi-
che giornate del novembre dello
scorso anno aveva perduto tut-
to e non gli era rimasto nulla:
allora aveva deciso di cercare
fortuna in Brasile.

Ma lasciamo a lui il racconto,
fatto a noi con le lacrime agli
occhi: « Non ho alcuna possibi.
lità di lavoro, sono stanco di va-
gare inutilmente da un ufficio
all’altro di San Paolo. Ovunque
mi presenti, non mi sento che
sbattere la porta in faccia. So-
no stato al Consolato, ma nulla.
Non mi rimpatrieranno prima
di due mesi. E intanto, io che
faccio? Non ho nulla, nemmeno
da mangiare. Ero partito per fa
re il barman, credevo di poter-
mi sistemare e invece, sia per-
ché sono straniero e sia perché
non conosco molto bene la lin-
gua di qui, sono ancora senza
una minima occupazione ».

Gli chiesi qualche particolare
sulla sua vita. Mi disse che era
sposato, che a Firenze aveva la
moglie e una bambina, della qua-
le mi mostro anche un foto.
«Non ho più nulla», continuò,
«data la necessità di denaro, mi
sono già venduto la fede nuzia-
le e l'orologio... )».

Parlava lentamente, con con-
tinue interruzioni, si vedeva be-
nissimo che un groppo gli face-
va nodo alla gola, che aveva una
gran voglia di piangere. Così
come era per me. Attimi lun-
ghissimi, penosi, col dolore che
prendeva tutti. Cercammo di
rincuorarlo, alcuni di noi inizia-
rono una discussione sullo pos-
sibilità esistente di essere di
aiuto a questo nostro connazio-
nale; anzi a questo «amico »
trovato senza nessun conforto,
lontano dalla patria, dalla fami-
glia. Poi, ad uno di noi venne
un’idea.

Toccò a me l’incarico di pro-
muovere una colletta a bordo
dell’ENRICO C.; trovai adesio-
ni spontanee, generose, entusia-

stiche; contribuirono tutti, con
umanità e con solidarietà, ma
debbo in particolare citare la
cameriera Egle Faverla.

In breve mi trovai fra le mani
la somma di trecento dollari: il
prezzo per potersi imbarcare
sulla EUGENIO C. e far quindi
ritorno in Italia, ad abbraccia-
re la sua famiglia, sperando di
poter trovare, finalmente, dopo
la brutta parentesi americana,
una sistemazione dignitosa.

E per moi è stato un motivo
di grande soddisfazione quan-
do abbiamo appreso che il no-
me di Enzo Benassi era già in-
cluso mella lista dei passeggeri
della « Ammiraglia ».

Il fatto che, in questo mondo
bizzarro e incomprensibile, esi-
sta ancora uno spirito di umani-
tà e di solidarietà, ha commos-
so il sottoscritto ancora prima
che gli altri. Io sono certo che
quell'uomo non’ dimenticherà
mai l’equipaggio della ENRICO
C.; forse, dopo aver ricevuto î
soldi per il ritorno, mentre va-
gava per la caotica Rio de Ja-
neiro, avrà pianto ancora. Ma le
lacrime avranno certamente avu-
to un altro significato, quello
cioè più bello e più commoven-
te che un uomo, mella sua vita,
possa conoscere e provare: e
cioè che ancora, al mondo, no-
nostante tutto, esiste qualcuno
che non ha dimenticato la paro-
la di Dio: « Ama il prossimo tuo
come te stesso ».

Fulvio Lacognata
(Orchestrale della ENRICO C.)





Nascite

PATRIZIA, di Dario ed Elma
Simicich. Genova-Sestri, 14 mar-
zo 1967.

CRISTINA, di G.B. ed Alba
Cervetto. Genova, 15 maggio
1967.

RICCARDO, di Giancarlo e
Assunta Pianosi. Imperia, 17 a-
prile 1967.

GABRIELLA, di Tony e Tina
Autieri. Genova 10 gennaio 1967.

Ai genitori felici, giungano le
nostre più vive congratulazioni;
ai piccoli un cordiale benvenu-
to e tanti auguri.

NOTIZIARIO ‘C,,: pagina quattro

è GIORNALE DI BORDO *.

Questa la posizione
delle navi passeggeri

della nostra Compagnia

tobre 1967.

il 25 agosto.

dello stesso mese.







mine 1’8/10/67.

ANNA C.: Il 13 maggio ha iniziato il ciclo delle 22 cro-
ciere soggiorno di 7 giorni che avranno termine il 14 ot.




ENRICO C.: In servizio sulla linea del Sud America
scalerà Genova il 1° giugno, il 5 - 8 luglio e l’11 agosto;
Napoli il 2 giugno, 6 luglio e 10 agosto. Il 12 agosto par-
tirà per una crociera in Mar Nero e rientrerà a Genova

EUGENIC C.: In servizio sulla linea del Sud Ameri-
ca scalerà Genova il 4 giugno ed il 29 giugno. Il 1° luglio —
inizierà la Crociera Nordica e rientrerà a Genova il 24

FRANCA C.: Il 10 maggio ha iniziato, con partenza
da Venezia, il ciclo delle 16 crociere di 10 giorni nel Me-
dio Oriente, che termineranno il 17 ottobre 1967.

FEDERICO C.: In servizio sulla linea Madera, Mia-
mi, Antille, Venezuela. Scalerà Genova il 13/6, 17/7, 20/8,
24/9, 28/10, 7/12 e Napoli il 12/6, 16/7, 19/8, 23/9, 27/10, 6/12.

ANDREA C.: In servizio sulla linea del Sud Ameri.
ca. Scalerà Genova il 17 giugno e Napoli il 16 giugno. Il
1° luglio inizierà il ciclo di 9 crociere di 11 giorni con ter-





Matrimoni

Nello FORTUNATO con la si-
gnorina Anna Maria Medola.
Chiesa parrocchiale di Santa Fe-
de, Genova 14 gennaio 1967.

Pietro DE DOMENICO con la
signorina Grazia Maria Mengo-
ni. Barberino di Mugello, chie-
sa di San Silvestro, 3 aprile
1967.

Agostino FERRERA con la si-
gnorina Emma Santangelo. Zoa-
gli, chiesa parrocchiale, 10 mag-
gio 1967.

Alessandro ZANE con la si-
gnorina Rita Bernobich. Trieste,
chiesa del Sacro Cuore di Ge-
sù, 6 maggio 1967.

Pier Luigi MURZI con la si
gnorina Giuliana Meloni, chie-
sa di Santa Maria Maddalena,
Uras (Cagliari), 3 aprile 1967.

Ottavio MODONI con la si
gnorina Emilia Arena. Genova,
chiesa di San Marcellino, 27
marzo 1967.

Sergio PREZIOSO con la si.
gnorina Nella Petruzzella. Mol.
fetta, chiesa dell’Immacolata,
27 aprile 1967.

Agli sposi giungano le più fer.
vide felicitazioni e l'augurio di
un avvenire prospero e sere-
no.





NOTIZIARIO «C»
Periodico aziendale bimestrale
Anno VII - N. 2-3 - Marzo-Giugno '67
Spediz. in abb. post., Gruppo IV

Aut. Trib. di Genova N. 526 del 23-2-61





FLAVIO MAGNARIN
Direttore responsabile



Genova, Via D'Annnunzio 2 (p. XX)
Tel. 58.18.51 - Casella post. 492





Stampa: BI-ESSE - Genova


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NOTIZIARIO {

Linea ‘’C,, - ditta Giacomo Costa fu Andrea - via G. D'Annunzio, 2 - Genova

Anno VII - N. 2-3 - Marzo-Giugno 1967 Periodico bimestrale Spedizione in Abbonamento Postale - Gruppo IV



h: dae LL
MOGLI

Le turbonavi EUGENIO C. e FEDERICO C. fotografate in partenza da Genova, per gli scali di linea, il 10 maggio scorso





LA NAVE NEL TEMPO







IX

Rigorosissima era la sorve-
glianza per impedire che i ga-
leotti evadessero. Per premu-
nirsi contro tale evasione, il go-
verno veneto imponeva: « l’aguz-
zino è responsabile dei condan-
nati e promette con scrittura
pubblica, e dà sicurtà di pagare
25 ducati per ogni mancante; il
soldato o marinaio di guardia
passa alla catena in luogo del
forzato fuggitivo e per egual
numero di anni; ai forzati del
banco dal quale uno sfugge, in
pena di non averlo denunziato
a tempo si tagliano gli orecchi
e il naso».

Queste crudeli mutilazioni in-
famanti non erano risparmiate
sulle galere nemmeno agli uo-
mini liberi. Padre Guglielmotti
ne ha trovato notizia come pe-
na inflitta a capitani e a co-
miti di galere venete, colpevoli
di poca energia nelle guerre
contro i Turchi del XV secolo.
Ma ciò era conseguenza dello
eccessivo rigore sempre più o
meno usato su ogni nave, mas-
sime su quelle da guerra, rigo-
re che spesse volte portava fi-
no alla pena di morte.

Tuttavia, più atroce di que-
ste pene e della morte era qua-
si sempre a bordo delle galere
la stessa vita imposta diutur-
namente ai galeotti forzati. Nel.
la sentenza del giudice ponti-
ficio Ulisse Moscato che, con-
forme allo spirito della giu-
stizia dei tempi, affida al car-
nefice l’epilogo della fosca tra-
gedia dei Cenci, ed il più giovi-
ne fratello, Bernardo, dopo a-
verlo obbligato ad assistere al
supplizio dei suoi, condanna al-
le galere, questa orribile vita
di bordo imposta ai condanna-
ti al remo è scolpita in una fra-
se spietatamente espressiva:
«ut vita sit illi supplitium et
mors solatium...», «perché la
vita gli sia tormento e sollievo
la morte ».

* * *

Come le galee dalle sottili re-
miere da guerra, così le navi
tonde prevalentemente ed esclu-
sivamente veliere derivarono,
mantenendo più o meno il clas-
sico coefficiente di finezza da
tre a uno, dalle navi grosse ro-
mane, onerarie e da traffico, le
quali, come le liburne nel dro-
mone, subirono anch’esse dopo
la caduta dell’Impero, le prime
modifiche nella marina di Bi-
sanzio.

Le prime navi tonde bizan-
tine furono le acazie, a scafo
lungo e basso sull’acque, ma
tondeggiante, con una curva
sensibilmente accentuata nella
ruota di prora che spesso ter-
minava in un fastigio a palmet-
ta; senza remi; con uno o due
alberi inizialmente guarniti di
una vela quadra, detta acato,
donde trassero il nome, poi di
vela latina.

Le stesse caratteristiche ave-
vano le taride, ma di minor
tonnellaggio, e quindi più ma-
neggevoli, a fondo piatto, con un
sol ponte, con un solo albe-
ro a vela latina, usate principal-
mente come onerarie.

Con caratteristiche analoghe,
ma di grande portata, a due

NOTIZIARIO ‘C,,: pagina due

Le prime navi tonde





ponti, onerari anch’essi ma a-
dibiti principalmente al traspor-
to dei cavalli, quindi evidente-
mente derivati dagli ippagogi ro-
mani, erano gli uscieri, così
chiamati perchè nella poppa a
tre ruote portavano due usci,
donde, con apposite passerel.
le, potevano essere facilmente
imbarcati e sbarcati gli anima-
li e il materiale pesante da
guerra; i maggiori potevano
portare fin cento cavalli, ma
normalmente ne portavano la
metà; essi furono largamente
usati al tempo delle Crociate,
dalle quali, come è noto, venne,
per il trasporto di uomini e di
mezzi imponenti per l’epoca, un
sensibile impulso alle costruzio-
ni navali.

Questi trasporti, e in gene-
re la tendenza a più intensi traf-
fici marittimi, e quindi a viag-
gi resi più economici aumentan-
do la capacità di carico dei
bastimenti, come anche alla ne-
cessità di avere scafi più solidi
in seguito alla sistemazione di
artiglierie a bordo, spinsero in
questo tempo ad aumentare le
dimensioni dei tipi navali già
esistenti e a trovare nuovi tipi
più rispondenti a questi nuo-
vi bisogni.

Fu così che, come ho già det-
to, penfili, brigantini, saettie, e
barche, — semplici scafi fino
allora remieri, senza coperta
con un solo albero a vela lati.
na — aumentarono di propor-
zioni e diventarono bastimen-
ti di grande portata, con più
alberi, di linee tondeggianti, al-
ti sul mare sopra tutto a prora
e a poppa, mentre sorgevano
nuovi tipi con forme, propor-
zioni e tonnellaggio diversi dai

Galee nordiche tra il XVII - XVIII secolo.

precedenti; navi e caravelle, che
gradualmente portarono alle ca-
racche e ai galeoni, e, inoltre, ai
tipi di bastimenti meno impor-
tanti, poco noti e poco usati,
baleniere, gatti, gollabi, scorcia-
pini, gerbe, carabi, caramussali.

Su quasi tutte queste navi ton-
de medievali, dove più o dove
meno, si svilupparono le sopra-
strutture prodiere e poppiere,
già esistenti sulle navi classi-
che, fino a diventare una delle
caratteristiche dei grandi basti-
menti a vela che, per questo, si
dissero incastellati, perchè ca-
stelli in generale si chiamarono
tali soprastrutture in primo
tempo posticce, poi intimamen-
te congiunte allo scafo, tanto da
far parte della costruzione stes-
sa di esso. Quello di prora, pro-
teso, sul mare, era adibito per
vedetta, o per l’offesa come
ponte d’abbordaggio, e si chia-
mava, come si chiama tuttora,
castello di prora, per quanto al-
tre parole fossero usate a indi-
carlo, principalmente ballauro
o baluardo, e in veneziano bal.
lator o ballador: « nella tolda di
ver proda — dice Bartolomeo
Crescenzio — si sistema l’altra
parte eminente del galeone, che
dicono balluaro, più propria-
mente ballourda, perché sic-
come il ballouardo è la parte
più gagliarda di tutta la for-
tezza, e là che combatte e si
oppone la parte nemica, non
altrimenti il ballauro della na-
ve è quello che si deve opporre
per espugnare i nemici vascel-
li, ed a rompere il mare, e sol-
cando fa strada alle altre parti
del suo tutto che è il galeone».
L'altro di poppa, dove erano
collocati gli alloggi più nobili





del bastimento, riservato al co. |
mando e all’estrema difesa, e-
ra ed è più propriamente chia-
mato cassero. L’uno e l’altro
spesso, soprattutto nei primi
tempi, erano come fortezze, e
quasi sempre decoratissimi,
specialmente quello di poppa.
Noi, quando non chiamiamo ge-
neralmente castelli entrambi, |
chiameremo castello quello di |
prora, e cassero l’altro, nomi .
rimasti tuttora a indicare le
piccole soprastrutture prodiere
e poppiere anche nei bastimenti
moderni.
* * *

Contemporaneamente al pre-
detto sviluppo dei bastimenti |
mediterranei onerari, o di buon |
traffico, una analoga evoluzione
subivano le navi tonde del Nord,
che ebbero il loro tipo più ca-
ratteristico nella cocca. La coc-
ca nordica avrebbe fatto la sua
prima apparizione nel Mediter-
raneo sui primi del 1300 poichè —
narra nel Libro VIII della «Cro-
nica» Giovanni Villani: «In que-
sto medesimo tempo — cioè nel
1304 — certi di Baiona in Gua-
scogna, con le loro navi, le qua-
li chiamano cocche, passarono
per lo stretto di Sibilla — cioè
di Gibilterra — e vennero in
questo mare corseggiando e fe-
cero assai danni, e da allora
innanzi i Genovesi i Veneziani
e i Catalani usarono di navigare
con le cocche, e lasciarono il
sicuro navigare, e che sono di .
navigare di grosse navi per più
meno spesa; e questo fu in
queste nostre marine grande i-
mitazione di naviglio».

(continua)

(Da «La nave nel tempo», di M.
Vocino, Edizioni Alfieri - Torino)

Le piccole cose che con la scoperta dell’ America
Cristoforo Colombo «regalò» all'Europa

Quando si pensa o si parla
dell’avventuroso viaggio di Cri-
stoforo Colombo, del suo arrivo
a Guanaham il 12 ottobre del
1492, e della scoperta del « Nuo-
vo mondo », si suole giustamen-
te mettere in primo piano le ri-
percussioni che quell’evento eb-
be sul destino dell'umanità: il
progressivo scadimento del ba-
cino mediterraneo dal ruolo di
epicentro geopolitico della Ter-
ra che per millenni aveva dete-
nuto, il sorgere di nuove grandi
potenze marinare, lo scatenarsi
della contesa fra le Nazioni per
il possesso delle ricche « colo-
nie » d’oltre Atlantico e così via.

Non sempre, assai di rado an-
zi, ci si sofferma invece a con-
siderare i cento mutamenti ap-
portati nella nostra vita di ogni
giorno, e anche nelle consuetu-
dini più semplici, dalla straordi-
naria impresa del grande navi-
gatore genovese. Valga per tut.
ti l’esempio del tacchino, o
«meleagris gallopavo ». di cui
noi ignoravamo perfino l’esisten-
za quando le popolazioni atze-
che ilo allevavano in grande
quantità, ritenendolo un cibo
squisito e dotato di particolari
virtù terapeutiche; ebbene, già
nel 1500, pochi decenni dopo l’im-
presa colombiana, questo vola-
tile da cortile, pregevolissimo
per il sapore delle carni, era
assai diffuso in buona parte
dell’Europa e specialmente in
Spagna, Inghilterra, Francia e
Germania, dove veniva chiama-
to «pollo d’India» (da cui de-
riva la voce dialettale «dindio »
che serve per designare quel
gallinaceo in molte province del
Veneto). Ma questo è soltanto
uno dei molti casi che si pos-
sono citare.

Infatti, quali e quante sono
state le piccole e grandi cose
che Colombo, dalle favolose
«Indie Occidentali» da lui rag-
giunte dopo mesi e mesi di na-
vigazione, portò con sé e fece
conoscere alla corte portoghese
dove viveva la munifica regina
Isabella? Elenchiamole qui alla
rinfusa e illustriamole brevemen-
te: non sarà difficile scorgere
come esse abbiano inciso sulla
nostra esistenza quotidiana e,
in primo luogo, sulla nostra ali-
mentazione tradizionale.

X Mais o granturco: fu uno
dei primi e insoliti cibi che Co-
lombo gustò arrivando in Ame-
rica. Gliene portò alcune pan-
nocchie una pattuglia dei suoi
uomini spintasi in esplorazione
all’interno di Cuba, dove gli in-
digeni erano soliti nutrirsi pre-
valentemente con una strana fa-
rina gialla cotta nell'acqua e ri-
dotta in «polenta». Nel 1498,
il navigatore genovese, in una
relazione ai « re cattolici », scris-
se di suo pugno una particola-
reggiata descrizione di quello
sconosciuto cereale. Riferendosi
al suo incontro con gli indigeni
verso la punta di Alcatraces,
Colombo precisava: «Gli india-
ni fecero portare del pane e
frutta di molte specie e vini di
varie sorta, bianchi e colorati;
ma anziché di uva pare siano
fatti con diverse qualità di frut-
ta; così deve essere di quello
di mais, che è una sementa che

fa una spiga a guisa di pannoc-
chia, che io trassi di là e ne ho
già mandata molta in Casti-
glia ». Il che significa che gli a-
borigeni usavano il granoturco
anche per trarne una bevanda.

* Peperone: questo vegetale,
destinato a diventare in breve
popolarissimo presso tutti i
popoli europei, venne descritto
nel diario del navigatore italia-
no alla data del 15 gennaio 1493.
Parlando della zona che circon-
da il golfo di Samanà, nell’Iso-
la di Haiti, egli dice: «I miei
uomini vi trovarono molti a-
gli, che gli indigeni usano co-
me fosse pepe e che vanta mag-
giori pregi del nostro, perchè
esso stesso può considerarsi ve-
Ta e propria pietanza per chi
riesca a sopportare il sapore as-
sai forte. Niuno, là, mangia
senza il condimento di questo
aroma; in un anno se ne potreb-
bero caricare in questa isola
ben 50 caravelle». Ancor oggi, a
cinquecento anni dall'impresa
colombiana, nell’America del
sud il peperone, largamente con-
sumato da tutti gli strati del-
la popolazione locale, viene
chiamato «aji», e le varietà o-
rientali di più dolce sapore so-
no note e apprezzate come «aj-
ies, dulces ».

% Patata: è certamente, as-
sieme al pomodoro, il vegetale
commestibile più importante in-
trodotto dall'America in Euro-
pa. Con ogni probabilità, Co-
lombo ne ebbe conoscenza, ma
non lo ritenne degno di partico-

lare attenzione. Pertanto la pa-
tata giunse nel vecchio Conti-
nente soltanto fra il 1550 e il
1558 per merito del viaggiatore
francese Charles de Lécluse. Le
prime varietà importate produ-
cevano tuberi di sapore acre,
che venivano somministrati al
bestiame o servivano per la
mensa delle classi più povere;
fu Parmentier che, nel 1700, riu-
scì a diffondere il consumo del-
la patata, facendola ammettere
perfino alla tavola dei re. Quan-
to al pomodoro, va ricordato
che esso arrivò in Europa sotto
forma di seme; le piante che
ne nacquero, vennero dapprima
utilizzate soltanto a scopo or-
namentale perchè ritenute ve-
lenose.

* Ananas: attirò l’interesse
di Colombo durante il secondo
viaggio nel «Nuovo mondo»,
verso la fine del 1493. Alla Gua-
dalupa, il navigatore — secon-
do quanto egli stesso afferma
nel giornale di bordo — scoprì
delle «frutta che avevano lo
aspetto di pigne verdi, tali qua-
li le nostre, ma molto più gros-
se e con dentro una polpa mas-
siccia come quella del melo-
ne, ma di sapore e di odore più
soave; e queste frutta nasceva-
no da piante somiglianti ai gi-
gli ed agli aloé spontanei per
le campagne». Più tardi riuscì
però ad accertare che le quali-
tà migliori di questo frutto pro-
venivano da piante coltivate. E,
infatti, nell’ultimo viaggio com-
piùto da Cristoforo Colombo

nel 1503 gli equipaggi delle ca-
ravelle ebbero modo di ammi-
rare vaste piantagioni di ana-
nas lungo le coste centrali a-
mericane.

* Tabacco: fu considerato
come la più grossa «novità»
portata dai marinai di Colom-
bo al loro ritorno in Portogallo.
Già nel primo viaggio, essi a-
vevano visto fumare le strane
e sconosciute foglie arrotolate
dagli abitanti di Cuba o bru-
ciate in strane «tazzine» (le fu-
ture pipe) da indigeni di altre
regioni; quando ripresero il ma-
re verso la Spegna, tutti i mem-
bri degli equipaggi aspiravano
ininterrottamente il fumo della
nuova erba chiamata «tabaco »
e destinata a suscitare notevole
interesse fra i gentiluomini
della corte della regina Isabel-
la. In seguito l’ambasciatore
francese a Lisbona, Jean Nicot,
da cui avrebbe preso nome la
nicotina, avuta notizia delle sin-
golari fogli giunte dall’Ameri-
ca, se ne procurò alcune e le
spedì in omaggio a Caterina de’
Medici che, accesa d’entusiasmo
per quanto i suoi «cerusici»
credevano di aver ravvisato nel-
la nuova erba, la definì capace
di «guarire tutti i mali imma-
ginabili» e la chiamò «erba san-
ta» o «erba della regina». Ma
più tardi il nome di tabacco
prevalse e il suo uso si diffuse
rapidamente, anche se dappri-
ma soltanto gli speziali avevano
il diritto di venderne e unica-
mente su ricetta medica.



Significativa e simpatica cerimonia a bordo della turbonave EUGENIO C. nel porto di Genova. Il prof. Ferrarini, a nome
del « Rotary Club» di Genova-Centro, ha consegnato l'emblema rotariano al comandante della nave stessa. Era presente,
per gli Armatori, il dott. Giacomo Costa.

NOTIZIARIO ‘C,,: pagina tre





La commovente vicenda
di un italiano
e dell'equipaggio
dell’ « ENRICO C. »

Questa è la commovente, uma-
na storia che ci è capitata nel
porto di Rio de Janeiro il 19
maggio scorso.

Un uomo si è presentato a
bordo del transatlantico ENRI-
CO C.; aveva sul viso, molto evi-
dente, una incontenibile dispe-
razione, un dolore che impres-
sionava e stringeva il cuore. Il
suo nome: Enzo Benassi. Noi
lo conoscevamo già, perché era
emigrato in Brasile qualche me-
se prima, con lo stesso transa-
tlantico. Era uno dei tanti allu-
vionati di Firenze. Nelle tragi-
che giornate del novembre dello
scorso anno aveva perduto tut-
to e non gli era rimasto nulla:
allora aveva deciso di cercare
fortuna in Brasile.

Ma lasciamo a lui il racconto,
fatto a noi con le lacrime agli
occhi: « Non ho alcuna possibi.
lità di lavoro, sono stanco di va-
gare inutilmente da un ufficio
all’altro di San Paolo. Ovunque
mi presenti, non mi sento che
sbattere la porta in faccia. So-
no stato al Consolato, ma nulla.
Non mi rimpatrieranno prima
di due mesi. E intanto, io che
faccio? Non ho nulla, nemmeno
da mangiare. Ero partito per fa
re il barman, credevo di poter-
mi sistemare e invece, sia per-
ché sono straniero e sia perché
non conosco molto bene la lin-
gua di qui, sono ancora senza
una minima occupazione ».

Gli chiesi qualche particolare
sulla sua vita. Mi disse che era
sposato, che a Firenze aveva la
moglie e una bambina, della qua-
le mi mostro anche un foto.
«Non ho più nulla», continuò,
«data la necessità di denaro, mi
sono già venduto la fede nuzia-
le e l'orologio... )».

Parlava lentamente, con con-
tinue interruzioni, si vedeva be-
nissimo che un groppo gli face-
va nodo alla gola, che aveva una
gran voglia di piangere. Così
come era per me. Attimi lun-
ghissimi, penosi, col dolore che
prendeva tutti. Cercammo di
rincuorarlo, alcuni di noi inizia-
rono una discussione sullo pos-
sibilità esistente di essere di
aiuto a questo nostro connazio-
nale; anzi a questo «amico »
trovato senza nessun conforto,
lontano dalla patria, dalla fami-
glia. Poi, ad uno di noi venne
un’idea.

Toccò a me l’incarico di pro-
muovere una colletta a bordo
dell’ENRICO C.; trovai adesio-
ni spontanee, generose, entusia-

stiche; contribuirono tutti, con
umanità e con solidarietà, ma
debbo in particolare citare la
cameriera Egle Faverla.

In breve mi trovai fra le mani
la somma di trecento dollari: il
prezzo per potersi imbarcare
sulla EUGENIO C. e far quindi
ritorno in Italia, ad abbraccia-
re la sua famiglia, sperando di
poter trovare, finalmente, dopo
la brutta parentesi americana,
una sistemazione dignitosa.

E per moi è stato un motivo
di grande soddisfazione quan-
do abbiamo appreso che il no-
me di Enzo Benassi era già in-
cluso mella lista dei passeggeri
della « Ammiraglia ».

Il fatto che, in questo mondo
bizzarro e incomprensibile, esi-
sta ancora uno spirito di umani-
tà e di solidarietà, ha commos-
so il sottoscritto ancora prima
che gli altri. Io sono certo che
quell'uomo non’ dimenticherà
mai l’equipaggio della ENRICO
C.; forse, dopo aver ricevuto î
soldi per il ritorno, mentre va-
gava per la caotica Rio de Ja-
neiro, avrà pianto ancora. Ma le
lacrime avranno certamente avu-
to un altro significato, quello
cioè più bello e più commoven-
te che un uomo, mella sua vita,
possa conoscere e provare: e
cioè che ancora, al mondo, no-
nostante tutto, esiste qualcuno
che non ha dimenticato la paro-
la di Dio: « Ama il prossimo tuo
come te stesso ».

Fulvio Lacognata
(Orchestrale della ENRICO C.)





Nascite

PATRIZIA, di Dario ed Elma
Simicich. Genova-Sestri, 14 mar-
zo 1967.

CRISTINA, di G.B. ed Alba
Cervetto. Genova, 15 maggio
1967.

RICCARDO, di Giancarlo e
Assunta Pianosi. Imperia, 17 a-
prile 1967.

GABRIELLA, di Tony e Tina
Autieri. Genova 10 gennaio 1967.

Ai genitori felici, giungano le
nostre più vive congratulazioni;
ai piccoli un cordiale benvenu-
to e tanti auguri.

NOTIZIARIO ‘C,,: pagina quattro

è GIORNALE DI BORDO *.

Questa la posizione
delle navi passeggeri

della nostra Compagnia

tobre 1967.

il 25 agosto.

dello stesso mese.







mine 1’8/10/67.

ANNA C.: Il 13 maggio ha iniziato il ciclo delle 22 cro-
ciere soggiorno di 7 giorni che avranno termine il 14 ot.




ENRICO C.: In servizio sulla linea del Sud America
scalerà Genova il 1° giugno, il 5 - 8 luglio e l’11 agosto;
Napoli il 2 giugno, 6 luglio e 10 agosto. Il 12 agosto par-
tirà per una crociera in Mar Nero e rientrerà a Genova

EUGENIC C.: In servizio sulla linea del Sud Ameri-
ca scalerà Genova il 4 giugno ed il 29 giugno. Il 1° luglio —
inizierà la Crociera Nordica e rientrerà a Genova il 24

FRANCA C.: Il 10 maggio ha iniziato, con partenza
da Venezia, il ciclo delle 16 crociere di 10 giorni nel Me-
dio Oriente, che termineranno il 17 ottobre 1967.

FEDERICO C.: In servizio sulla linea Madera, Mia-
mi, Antille, Venezuela. Scalerà Genova il 13/6, 17/7, 20/8,
24/9, 28/10, 7/12 e Napoli il 12/6, 16/7, 19/8, 23/9, 27/10, 6/12.

ANDREA C.: In servizio sulla linea del Sud Ameri.
ca. Scalerà Genova il 17 giugno e Napoli il 16 giugno. Il
1° luglio inizierà il ciclo di 9 crociere di 11 giorni con ter-





Matrimoni

Nello FORTUNATO con la si-
gnorina Anna Maria Medola.
Chiesa parrocchiale di Santa Fe-
de, Genova 14 gennaio 1967.

Pietro DE DOMENICO con la
signorina Grazia Maria Mengo-
ni. Barberino di Mugello, chie-
sa di San Silvestro, 3 aprile
1967.

Agostino FERRERA con la si-
gnorina Emma Santangelo. Zoa-
gli, chiesa parrocchiale, 10 mag-
gio 1967.

Alessandro ZANE con la si-
gnorina Rita Bernobich. Trieste,
chiesa del Sacro Cuore di Ge-
sù, 6 maggio 1967.

Pier Luigi MURZI con la si
gnorina Giuliana Meloni, chie-
sa di Santa Maria Maddalena,
Uras (Cagliari), 3 aprile 1967.

Ottavio MODONI con la si
gnorina Emilia Arena. Genova,
chiesa di San Marcellino, 27
marzo 1967.

Sergio PREZIOSO con la si.
gnorina Nella Petruzzella. Mol.
fetta, chiesa dell’Immacolata,
27 aprile 1967.

Agli sposi giungano le più fer.
vide felicitazioni e l'augurio di
un avvenire prospero e sere-
no.





NOTIZIARIO «C»
Periodico aziendale bimestrale
Anno VII - N. 2-3 - Marzo-Giugno '67
Spediz. in abb. post., Gruppo IV

Aut. Trib. di Genova N. 526 del 23-2-61





FLAVIO MAGNARIN
Direttore responsabile



Genova, Via D'Annnunzio 2 (p. XX)
Tel. 58.18.51 - Casella post. 492





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