Orientamenti della scenografia
Contenuto
- Tipologia
- Opuscolo a stampa
- Descrizione
- Ritagli della pubblicazione "Orientamenti della scenografia" curata da Guido Frette contenenti un contributo di Emanuele Luzzati dal titolo "Brevi appunti sulla scenografia".
- Data testuale
- Senza data ma 1960
- Consistenza
- cc. 4
- Stato di conservazione
- Discreto
- Soggetto produttore
-
Giovanni Zoncada (1898 - 1988)
- Identificativo
- NZ.000024
- Archivio, fondo o serie di appartenenza
-
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2
ORIENTAMENTI DELLA SCENOGRAFIA
I RN e
OPERE
DI
VENIERO COLASANTI, "MARIA GRAZIA CRESPI, FRANZ FORTUNATO,. FERNAND LEGER, E. M. KAUFFER,
EMANUELE LUZZATI, CASPAR NEHER, ENZO ROSSI
A
BREVI
In questio mezzo secolo l'arte scenografica,
avrebbe dovuto, logicamente, manifestarsi in
tutta la sua pienezza; ritornare ad una chiarifica-
zione, al « teatrale ». Invece non so!o non sl è
verificato nulla di simile, ma da parecchi anni
la vediamo navigare nel caos, ancor più sper-
duta, alla ricerca di se stessa, senza na dire-
zione, senza una base.
Uno dei « fatti nuovi » che senza dubbio
avrebbe dovuto riportare la scenografia alle sue
origini, alle sue funzioni essenziali, sarebbe sta-
to, secondo noi, l'avvento del cinematografo.
Come il « teatro », che a poco a poco si è an-
dato moltiplicando, sfociando poi in mille rami
e rametti (lirica, prosa, rivista, operetta, avan-
spettacolo, ecc.), così la scenografia si è trovata
imprigionata in una serie di suddivisioni e di
schemi, e quindi di false esigenze.
Ci sembra che il cinema, rilevando gli ele-
menti meno teatrali, i vezzi della moda ed i mo-
tivi più attualmente realistici, avrebbe appunto
dovuto ricondurre il teatro alla sua vera funzio-
ne, alla sua essenzialità,
L'attore nel secolo passato giungeva a com-
muovere il pubblico sopratutto con l'espressione
del volto. Ora il cinema ha portato l'attore tal-
mente vicino al pubblico e con tale forza ed
evidenza, da costringerlo ad usare altro linguag-
gio sul palcoscenico ed a spingerlo sempre più
verso la grande stilizzazione del personaggio,
come ai tempi in cui il volto aveva una sola
espressione, assoluta; quella della maschera.
La stesso discorso si deve fare per la sceno-
grafia e per il costume, Quando il cinema, di
una stanza, ci fa vedere la miseria di una tappez-
zeria stinta, di una cornice sbrindellata e di una
tovaglia rammendata, come potremmo pretende-
re di dare al pubbico la stessa sensazione con
una scenografia teatrale realistica, che al massi-
mo può aspirare ad essere un ottimo « arreda-
mento? ».
E un'attrice in abito da sera tagliato dal primo
sarto di Parigi, sembrerà misera in confronto al-
la « star », che brilla di mille lustrini, e del cui
vestito « sentiamo » perfino la grana della stoffa.
Con questo non vogliamo dire che il teatro
debba tornare ad una stilizzazione solo per di-
stinguersi dal cinema; ma se anche non fosse
venuto il cinematografo, il teatro, per forza, do-
vrebbe tornare alla sua vera forma.
84
APPUNTI
Invece pare che proprio il cinema abbia au-
mentato il caos del mondo del teairo: mentre
per un verso si fanno tentativi nel senso di una
stilizzazione, si prova, d'altra parte, a compe-
tere col cinema usando un arido realismo cui
nessuno crede, primo fra tutti il pubblico, che
magari si compiace di una scena che « sembra
vera », ma alla fin fine si annoia, e lo dimostra
interessandosi sempre meno a tutto ciò che suc-
cede sul palcoscenico, E davvero non ha torto.
Preferisce se mai la rivista, dove, a modo suo, il
teatro è più teatro, dove le scene sono fantasti-
che o simboliche, e dove i costumi sono vera-
mente costumi e non vestiti. Solo la rivista è riu-
scita fino ad ora a sintetizzare il « costume »
moderno; il teatro di prosa neppure l'ha tenta-
to. (Solo talvolta in spettacoli così detti di avan-
guardia o sperimentali, negletti dal pubblico e
purtroppo facilmente dimenticati).
Eppure una volta sul palcoscenico, mai gli
attori si vestivano coi loro abiti da passeggio; e
se l'arte della decorazione teatrale marcia di pari
passo con le altre arti, perchè dunque sulla sce-
na i personaggi non si vestono come le figure
di Matisse o di Picasso? Solo nella rivista, ripe-
tiamo, ci si avvicina istintivamente a questo
concetto, e forse anche per questo il pubblico
ama la rivista e ne ha fatto l'unica forma di spet-
tacolo davvero « popolare ».
Che accade invece sui nostri palcoscenici di
prosa? Si avvicendano scene che non sono niente
altro che gli ambienti di casa nostra, trasportati
di peso sul palco,
E se j « classici », ora hanno nuovamente for-
tuna presso il pubblico, non è solo per i loro te-
sti sostanziali e teatrali, ma anche perchè, per
forza, scene e costumi saranno diversi dalle no-
stre case e dai nostri vestiti,
Tuttavia la colpa non è soltanto degli sceno-
grafi, ma ancor più degli autori e di chi li rap-
presenta. Leggendo le lunghissime didascalie di
una commedia moderna, si sa già che: « la scena
rappresenta il soggiorno di una famiglia bene-
stante; ricchezza attenuata dalla tipica austerità
inglese; in fondo grande veranda a vetri legger-
mente bluastra, che lascia intravvedere una piatta
città di pianura. A sinistra, e perfettamente di
fronte al pubblico, un grande quadro rappresen-
tante il nonno di George in divisa di capitano
della marina inglese verso il 1905; sotto il qua-
Emanuele Luzzati - Bozzetto di scena per «Il
malato immaginario », di Molière.
SULLA SCENOGRAFIA
i
:
4
i
PÈ
Emanuele Luzzati - Figurino per « Anfitrione » di
Molière.
dro un tavolino con alcune riviste e due sedie
di vimini... ecc. ».
Ci domandiamo se questi signori autori pen-
sino realmente ad un palcoscenico, oppure ad
una stanza di qualche casa di loro conoscenza, op-
pure allo schermo su cui con molto piacere ve-
drebbero adattata la loro commedia. (Ed è forse
con questa speranza che si accingono a scrivere
per il teatro?). Se vogliono poi evadere dalla real-
tà, fanno apparire in scena degli angeli o dei
morti, che però per nulla sl mondo dovranno
differire dalle persone che incontriamo per stra-
da; anzi più anonimi sono, e più sono angeli o
morti!
Nei testi classici in genere, le scene sono in-
dicate da non più di due o tre parole: « una
stanza »; « strada in Verona »; « locanda»; « in-
ferno »; « bosco », ecc. E leggendo il testo, ci
accorgiamo che spesso mutano fino a cinque o
sei volte per atto, e che durante la commedia
avvengono cambiamenti, sorprese visive ecc,
non indicati nelle didascalie, ma lasciati all’estro
e all'arbitrio di chi mette in scena la commedia,
Il compito primo, quindi, dello scenografo e
costumista è di sintetizzare e chiarificare: cioè
all'aprirsi del sipario il pubblico deve già capire
in quale ambiente si svolge la commedia, e al-
l'apparire dei personaggi, capirne il carattere
dalla sagoma del vestito e dai colori. Non im-
porta se la scena sarà un labirinto di scalette o
un semplice velario nero con elementi indicativi;
lo scenografo ha già detto al pubblico: « questo
è l'ambiente in cui si svolge l'azione che rappre-
sentiamo stasera ».
Boschi, palazzi, strade, sale, si susseguiranno,
ma « l'ambiente » non cambierà.
E infatti noi siamo dell'avviso che mai do-
vrebbe cambiare la struttura della scena, | cam-
biamenti di luogo saranno elementi che inter-
verranno a sorpresa, a vista, e che possono
trasformarne anche completamente le linee o il
colore, ma lo stile dell'opera rimarrà immutato.
(E appunto perché questi cambiamenti avven-
gono a vista e a sorpresa, sono più efficaci e
hanno più presa sul pubblico). Quando le scene
cambiano dopo un intervallo, al principio di un
atto, è un po' come se si cambiasse anche com-
ia di ‘unità, ed_il cambiamento non è
* ndo are improvvisa-
| fattore « sorpresa » è appunto anche
uno degli elementi essenziali della scenografia.
Intendiamo per « sorpresa » quel mutamento.
repentino che nello spettatore suscita il riso, lo
stupore, o la paura, e che non necessariamente
deve essere fatto con grandi macchinazioni, ma
anche nella maniera più semplice. Una quinta
che gira e che da albero diventa casa è già sor-
presa ed elemento teatrale efficacissimo; come
un tavolo che diventa fontana, una botola che
si apre, una nuvola che scende,
Il costume deve creare il personaggio, mentre
il cambiarne forma e colore confonde lo spet-
fatore. Non per nulla Arlecchino è sempre vestito
a quadretti colorati e «non può cambiare », Se si
traveste da turco, gli basta un turbante ed un
mantello, ma il vestito non cambia e il pubblico
si diverte molto di più all'idea di « Arlecchino
travestito da turco » piuttosto che se lo vedesse
vestito completamente da pascià.
Nella stupenda edizione delle « Furberie di
Scapino » con scene e costumi di Christian Bé-
rard, la scena era grigia come pure grigi erano
i costumi. Quindi spinta al massimo la chiarifica-
zione dell'ambiente. Il « personaggio » era però
caratterizzato da ornamenti colorati che su tut-
to quel grigio avevano maggior forza e risalto
per identificarlo. A tal punto è arrivato Bérard,
che per la prima volta si è assistito ad un applau-
so a scena aperta al « personaggio » e non al-
l'attore, Si trattava di Geronte che appare nel
secondo atto: entra con un vestito grigio model-
lato con una specie di gobba e une pancetta
sporgente; più simile ad un topo che ad un vo-
mo; tutto spelacchiato, tirato, tale da indovinar-
ne l'avarizia. Il suo apparire fu salutato — co-
me dicemmo — da uno scroscio di applausi, gli
unici di quella sera a scena aperta. Un altro per-
sonaggio, Silvestro, doveva travestirsi da bra-
vaccio; ora Bérard, senza cambiargli l'abito, con
un cappellaccio piumato, un mantello e degli
stivaloni così grandi che l'attore faceva una gran-
de fatica a trascinare i piedi, l'aveva trasfor-
mato in uno stupendo, fantastico personaggio
alla Callot. Eppure era sempre il Silvestro pigro
e neghitioso.
Lo scenografo dovrebbe quindi essere un po’
il mago nel teatro, l'ultimo segno rimasto di
quella magia da cui è nato il teatro di tutto il
mondo: Lo stregone era il primo attore e non
Emanuele Luzzati - Costumi per «La Diavolessa »
di Carlo Goldoni, con musiche di Baldassare Ga-
luppi - Venezia, Teatro “La Fenice » - Festival
Musicale 1952,
trascurava certo né il suo abito né la messa in
scena. lo scenograto ne ha ereditato la parte
visiva, più appariscente, e non dovrebbe dimen-
ticarlo mai. Ma egli è pure una specie di pre-
stigiatore, e con i suoi giochi può incantare il
pubblico. Questi giochi però dovranno accadere
con una sorta di ritmo, una certa varietà, via
via alternati cogli altri elementi che formano lo
spettacolo; così la scena non sarà un elemento
estraneo , ma parteciperà all'azione come il gesto,
la parola, la musica.
Ed effettivamente talvolta, una casa o una
sedia possono avere in teatro la stessa impor-
tanza di un personaggio: la materia è diversa e
diverso è il linguaggio, ma possono arricchire
CANNINO
TattA WI [?X(,7)
Emanuele Luzzati - Costumi per « La Diavolessa » -
Venezia, Teatro « La Fenice », 1952,
enormemente lo spettacolo con la loro viva pre-
senza.
E qui certo deve intervenire il regista, e qui
appunto termina il ruolo dello scenografo. Però
lo spettacolo sarà perfetto solo se fra scenografo,
regista, musicista ed interpreti ci sarà un inten-
dimento perfetto, una linea sola (il che non è
molto facile da attuare).
Ritornando alle « Furberie di Scapino » fin da-
ve era arrivato Jouvet e dove Barrault e dove Bé-
rard? E' molto difficile stabilirlo, e questa è ap-
punto la prova dell'alto livello dello spettacolo.
Non bisogna dimenticare però che al giorno
d'oggi, a causa di alcune scoperte, sono suben-
trati nuovi problemi e nuove soluzioni, La luce
dei riflettori, per esempio, importantissima per
la scenografia e che ci può portare ad effetti
straordinari ma che può anche creare nuovi
pericoli: come un certo fluido e trasparente « im-
Len) (7)
2 d LocaWNDIERE
pressionismo », che é contrario alla materia cor-
porea, diremmo tattile, del teatro, Velatini, lan-
terna magice, panorama ecc., usati con parsimo-
nia e solo in certi casi, possono essere ottimi ele-
menti, ma l'abuso di essi ci porta di nuovo in un
mondo ibrido e più vicino al cinema. Tutto ciò che
è incorporeo è, ripeto, estraneo al teatro: così per
le scene come per i costumi, | rasi, i veli, sfug-
gono; non riusciamo ad afferrarne le forme; le
stoffe opache, pesanti e rigide, invece, modella-
no, fanno tutt'uno col corpo. Un personaggio
non deve essere un vomo vestito in costume, ma
un tutto inscindibile, tale da non potersi imma-
ginare che con quella forma ed in quel colore.
E tanto più i riflettori riescono a penetrare la
viltà e la debolezza della materia con cui son
fatti scene ve-costumi, tanto più dobbiamo difen-
derci. Nuovi materiali si devono adoperare per-
chè talvolta le tele dipinte si dimostrano inade-
guate, Cartapesta, tela ingessata, carte colorate
sovrapposte, materie plastiche; ogni scena può
essere un esperimento e una ricerca di nuovi
mezzi espressivi.
Appunto perché siamo in periodo di esperi-
menti e non di raggiunta conquista, possiamo
sbagliare, far tentativi con risultati parziali,
® ricominciare da capo, Certo, è più comodo ada-
giarsi sullo schema dei classici scenari ottocen-
teschi con qualche rimodernamento nella struttura
e nel tocco del colore. Il pubblico non protesta
anzi accetta; ma in fondo si annoia e va alla
rivista o al cinema, pur ritenendo il teatro « arte
più alta ». Il che non è sempre vero, almeno fin-
chè resta allo stato attuale.
Nella situazione odierna i tentennamenti e gli
sbagli sono logici e normali. Anormale sarebbe
piuttosto ristagnare sulle vecchie posizioni men-
tre pittura e musica sono in movimento (anche
se non si sa bene dove vadano: ma si muovono
e cercano la loro strada). Non è col pubblico che
bisogna lottare, ma con i « signori » del teatro,
impresari ed attori, che pretendono costumi di
raso e velluto e collane di brillanti, senza capire
che una collana di carta verde da cioccolatini è
molto meno misera, sulla scena, di un « collier »
di smeraldi.
Con ciò non vogliamo dire che non si facciano
attualmente notevoli tentativi ed esperimenti
scenografici; anzi negli ultimi trent'anni, si sono
ottenuti ottimi risultati, ma purtroppo un po' spo-
radici. Ripetiamo che un vero rinnovamento lo
si nota se mai nella rivista, ma sopratutto nel
balletto. Anche nella lirica si sono viste sceno-
grafie interessanti; assai meno nella prosa.
Ma molto dipende dagli autori; ci diano dei
nuovi testi, vivi, attuali, ed anche gli scenografi
saranno all'altezza del loro compito.
Non possiamo andare « oltre il testo » altri-
menti la scenografia perderebbe la sua funzione.
Quando la scenografia strafà e supera il testo,
il teatro ne soffre. E un altro pericolo in cui
spesso siamo tentati di cadere (e quante volte
ci cadiamo), Ma € scusabile, ed a ciò siamo in-
dotti dall'impazienza di avere testi interessanti,
moderni, vivi, senza i quali anche l'opera dello
scenografo rimane sterile. Emanuele Luzzati
85
C Ian:
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Emanuele Luzzati - « Il Barbiere di Siviglia » di Beaumarchais - Scena I°.
Emanuele Luzzati - «Il Barbiere di Siviglia » di Beaumarchais - Scena II°.
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ori
Emanuele Luzzati - Costursa per « La Diavolessa » -
Teatro «La Fenice » - Venezia, 1952,
Emanuele Luzzati - Bozzetto di scena per il teatro ebraico.
Emanuele Luzzati - Bozzetto di scena per il teatro ebraico.
Emanuele Luzzati - Bozzetto per il teatro ebraico.
87
Emanuele Luzzati - Costume per il «Tieste» - 1952.
Emanuele Luzzati - Bozzetto per » La Celestina » - Scena umica - Piccolo Teatro di Milano, 1952.
Emanuele Luzzati - Costume per il « Tieste »: Gassman nelle vesti di « Atreo ».
Emanuele Luzzati - Costume per il «Tiestes - 1952.
88
Emanuele Luzzati - Costume per il «Tieste» - 1952.
Emauele Luzzati - Bozzetto per il u Tieste » - Scena unica - 1952,
Emanuele»Luzzati:— Particolare della scena. del.» Tieste »
Emanuele Luzzati - Costume per il «Tieste» - 1952,
esi
Veniero Colasanti - Scena per il balletto « Schiaccianoci » - Quadro III° - Roma, Teatro dell'Opera, 1953.
Veniero Colasanti - 3 figurini per il balletto « Schiaccianoci » - Roma, Teatro dell'Opera, 1953.
Gli invitati. Gli invitati. Il Re dei Topi,
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-
2
ORIENTAMENTI DELLA SCENOGRAFIA
I RN e
OPERE
DI
VENIERO COLASANTI, "MARIA GRAZIA CRESPI, FRANZ FORTUNATO,. FERNAND LEGER, E. M. KAUFFER,
EMANUELE LUZZATI, CASPAR NEHER, ENZO ROSSI
A
BREVI
In questio mezzo secolo l'arte scenografica,
avrebbe dovuto, logicamente, manifestarsi in
tutta la sua pienezza; ritornare ad una chiarifica-
zione, al « teatrale ». Invece non so!o non sl è
verificato nulla di simile, ma da parecchi anni
la vediamo navigare nel caos, ancor più sper-
duta, alla ricerca di se stessa, senza na dire-
zione, senza una base.
Uno dei « fatti nuovi » che senza dubbio
avrebbe dovuto riportare la scenografia alle sue
origini, alle sue funzioni essenziali, sarebbe sta-
to, secondo noi, l'avvento del cinematografo.
Come il « teatro », che a poco a poco si è an-
dato moltiplicando, sfociando poi in mille rami
e rametti (lirica, prosa, rivista, operetta, avan-
spettacolo, ecc.), così la scenografia si è trovata
imprigionata in una serie di suddivisioni e di
schemi, e quindi di false esigenze.
Ci sembra che il cinema, rilevando gli ele-
menti meno teatrali, i vezzi della moda ed i mo-
tivi più attualmente realistici, avrebbe appunto
dovuto ricondurre il teatro alla sua vera funzio-
ne, alla sua essenzialità,
L'attore nel secolo passato giungeva a com-
muovere il pubblico sopratutto con l'espressione
del volto. Ora il cinema ha portato l'attore tal-
mente vicino al pubblico e con tale forza ed
evidenza, da costringerlo ad usare altro linguag-
gio sul palcoscenico ed a spingerlo sempre più
verso la grande stilizzazione del personaggio,
come ai tempi in cui il volto aveva una sola
espressione, assoluta; quella della maschera.
La stesso discorso si deve fare per la sceno-
grafia e per il costume, Quando il cinema, di
una stanza, ci fa vedere la miseria di una tappez-
zeria stinta, di una cornice sbrindellata e di una
tovaglia rammendata, come potremmo pretende-
re di dare al pubbico la stessa sensazione con
una scenografia teatrale realistica, che al massi-
mo può aspirare ad essere un ottimo « arreda-
mento? ».
E un'attrice in abito da sera tagliato dal primo
sarto di Parigi, sembrerà misera in confronto al-
la « star », che brilla di mille lustrini, e del cui
vestito « sentiamo » perfino la grana della stoffa.
Con questo non vogliamo dire che il teatro
debba tornare ad una stilizzazione solo per di-
stinguersi dal cinema; ma se anche non fosse
venuto il cinematografo, il teatro, per forza, do-
vrebbe tornare alla sua vera forma.
84
APPUNTI
Invece pare che proprio il cinema abbia au-
mentato il caos del mondo del teairo: mentre
per un verso si fanno tentativi nel senso di una
stilizzazione, si prova, d'altra parte, a compe-
tere col cinema usando un arido realismo cui
nessuno crede, primo fra tutti il pubblico, che
magari si compiace di una scena che « sembra
vera », ma alla fin fine si annoia, e lo dimostra
interessandosi sempre meno a tutto ciò che suc-
cede sul palcoscenico, E davvero non ha torto.
Preferisce se mai la rivista, dove, a modo suo, il
teatro è più teatro, dove le scene sono fantasti-
che o simboliche, e dove i costumi sono vera-
mente costumi e non vestiti. Solo la rivista è riu-
scita fino ad ora a sintetizzare il « costume »
moderno; il teatro di prosa neppure l'ha tenta-
to. (Solo talvolta in spettacoli così detti di avan-
guardia o sperimentali, negletti dal pubblico e
purtroppo facilmente dimenticati).
Eppure una volta sul palcoscenico, mai gli
attori si vestivano coi loro abiti da passeggio; e
se l'arte della decorazione teatrale marcia di pari
passo con le altre arti, perchè dunque sulla sce-
na i personaggi non si vestono come le figure
di Matisse o di Picasso? Solo nella rivista, ripe-
tiamo, ci si avvicina istintivamente a questo
concetto, e forse anche per questo il pubblico
ama la rivista e ne ha fatto l'unica forma di spet-
tacolo davvero « popolare ».
Che accade invece sui nostri palcoscenici di
prosa? Si avvicendano scene che non sono niente
altro che gli ambienti di casa nostra, trasportati
di peso sul palco,
E se j « classici », ora hanno nuovamente for-
tuna presso il pubblico, non è solo per i loro te-
sti sostanziali e teatrali, ma anche perchè, per
forza, scene e costumi saranno diversi dalle no-
stre case e dai nostri vestiti,
Tuttavia la colpa non è soltanto degli sceno-
grafi, ma ancor più degli autori e di chi li rap-
presenta. Leggendo le lunghissime didascalie di
una commedia moderna, si sa già che: « la scena
rappresenta il soggiorno di una famiglia bene-
stante; ricchezza attenuata dalla tipica austerità
inglese; in fondo grande veranda a vetri legger-
mente bluastra, che lascia intravvedere una piatta
città di pianura. A sinistra, e perfettamente di
fronte al pubblico, un grande quadro rappresen-
tante il nonno di George in divisa di capitano
della marina inglese verso il 1905; sotto il qua-
Emanuele Luzzati - Bozzetto di scena per «Il
malato immaginario », di Molière.
SULLA SCENOGRAFIA
i
:
4
i
PÈ
Emanuele Luzzati - Figurino per « Anfitrione » di
Molière.
dro un tavolino con alcune riviste e due sedie
di vimini... ecc. ».
Ci domandiamo se questi signori autori pen-
sino realmente ad un palcoscenico, oppure ad
una stanza di qualche casa di loro conoscenza, op-
pure allo schermo su cui con molto piacere ve-
drebbero adattata la loro commedia. (Ed è forse
con questa speranza che si accingono a scrivere
per il teatro?). Se vogliono poi evadere dalla real-
tà, fanno apparire in scena degli angeli o dei
morti, che però per nulla sl mondo dovranno
differire dalle persone che incontriamo per stra-
da; anzi più anonimi sono, e più sono angeli o
morti!
Nei testi classici in genere, le scene sono in-
dicate da non più di due o tre parole: « una
stanza »; « strada in Verona »; « locanda»; « in-
ferno »; « bosco », ecc. E leggendo il testo, ci
accorgiamo che spesso mutano fino a cinque o
sei volte per atto, e che durante la commedia
avvengono cambiamenti, sorprese visive ecc,
non indicati nelle didascalie, ma lasciati all’estro
e all'arbitrio di chi mette in scena la commedia,
Il compito primo, quindi, dello scenografo e
costumista è di sintetizzare e chiarificare: cioè
all'aprirsi del sipario il pubblico deve già capire
in quale ambiente si svolge la commedia, e al-
l'apparire dei personaggi, capirne il carattere
dalla sagoma del vestito e dai colori. Non im-
porta se la scena sarà un labirinto di scalette o
un semplice velario nero con elementi indicativi;
lo scenografo ha già detto al pubblico: « questo
è l'ambiente in cui si svolge l'azione che rappre-
sentiamo stasera ».
Boschi, palazzi, strade, sale, si susseguiranno,
ma « l'ambiente » non cambierà.
E infatti noi siamo dell'avviso che mai do-
vrebbe cambiare la struttura della scena, | cam-
biamenti di luogo saranno elementi che inter-
verranno a sorpresa, a vista, e che possono
trasformarne anche completamente le linee o il
colore, ma lo stile dell'opera rimarrà immutato.
(E appunto perché questi cambiamenti avven-
gono a vista e a sorpresa, sono più efficaci e
hanno più presa sul pubblico). Quando le scene
cambiano dopo un intervallo, al principio di un
atto, è un po' come se si cambiasse anche com-
ia di ‘unità, ed_il cambiamento non è
* ndo are improvvisa-
| fattore « sorpresa » è appunto anche
uno degli elementi essenziali della scenografia.
Intendiamo per « sorpresa » quel mutamento.
repentino che nello spettatore suscita il riso, lo
stupore, o la paura, e che non necessariamente
deve essere fatto con grandi macchinazioni, ma
anche nella maniera più semplice. Una quinta
che gira e che da albero diventa casa è già sor-
presa ed elemento teatrale efficacissimo; come
un tavolo che diventa fontana, una botola che
si apre, una nuvola che scende,
Il costume deve creare il personaggio, mentre
il cambiarne forma e colore confonde lo spet-
fatore. Non per nulla Arlecchino è sempre vestito
a quadretti colorati e «non può cambiare », Se si
traveste da turco, gli basta un turbante ed un
mantello, ma il vestito non cambia e il pubblico
si diverte molto di più all'idea di « Arlecchino
travestito da turco » piuttosto che se lo vedesse
vestito completamente da pascià.
Nella stupenda edizione delle « Furberie di
Scapino » con scene e costumi di Christian Bé-
rard, la scena era grigia come pure grigi erano
i costumi. Quindi spinta al massimo la chiarifica-
zione dell'ambiente. Il « personaggio » era però
caratterizzato da ornamenti colorati che su tut-
to quel grigio avevano maggior forza e risalto
per identificarlo. A tal punto è arrivato Bérard,
che per la prima volta si è assistito ad un applau-
so a scena aperta al « personaggio » e non al-
l'attore, Si trattava di Geronte che appare nel
secondo atto: entra con un vestito grigio model-
lato con una specie di gobba e une pancetta
sporgente; più simile ad un topo che ad un vo-
mo; tutto spelacchiato, tirato, tale da indovinar-
ne l'avarizia. Il suo apparire fu salutato — co-
me dicemmo — da uno scroscio di applausi, gli
unici di quella sera a scena aperta. Un altro per-
sonaggio, Silvestro, doveva travestirsi da bra-
vaccio; ora Bérard, senza cambiargli l'abito, con
un cappellaccio piumato, un mantello e degli
stivaloni così grandi che l'attore faceva una gran-
de fatica a trascinare i piedi, l'aveva trasfor-
mato in uno stupendo, fantastico personaggio
alla Callot. Eppure era sempre il Silvestro pigro
e neghitioso.
Lo scenografo dovrebbe quindi essere un po’
il mago nel teatro, l'ultimo segno rimasto di
quella magia da cui è nato il teatro di tutto il
mondo: Lo stregone era il primo attore e non
Emanuele Luzzati - Costumi per «La Diavolessa »
di Carlo Goldoni, con musiche di Baldassare Ga-
luppi - Venezia, Teatro “La Fenice » - Festival
Musicale 1952,
trascurava certo né il suo abito né la messa in
scena. lo scenograto ne ha ereditato la parte
visiva, più appariscente, e non dovrebbe dimen-
ticarlo mai. Ma egli è pure una specie di pre-
stigiatore, e con i suoi giochi può incantare il
pubblico. Questi giochi però dovranno accadere
con una sorta di ritmo, una certa varietà, via
via alternati cogli altri elementi che formano lo
spettacolo; così la scena non sarà un elemento
estraneo , ma parteciperà all'azione come il gesto,
la parola, la musica.
Ed effettivamente talvolta, una casa o una
sedia possono avere in teatro la stessa impor-
tanza di un personaggio: la materia è diversa e
diverso è il linguaggio, ma possono arricchire
CANNINO
TattA WI [?X(,7)
Emanuele Luzzati - Costumi per « La Diavolessa » -
Venezia, Teatro « La Fenice », 1952,
enormemente lo spettacolo con la loro viva pre-
senza.
E qui certo deve intervenire il regista, e qui
appunto termina il ruolo dello scenografo. Però
lo spettacolo sarà perfetto solo se fra scenografo,
regista, musicista ed interpreti ci sarà un inten-
dimento perfetto, una linea sola (il che non è
molto facile da attuare).
Ritornando alle « Furberie di Scapino » fin da-
ve era arrivato Jouvet e dove Barrault e dove Bé-
rard? E' molto difficile stabilirlo, e questa è ap-
punto la prova dell'alto livello dello spettacolo.
Non bisogna dimenticare però che al giorno
d'oggi, a causa di alcune scoperte, sono suben-
trati nuovi problemi e nuove soluzioni, La luce
dei riflettori, per esempio, importantissima per
la scenografia e che ci può portare ad effetti
straordinari ma che può anche creare nuovi
pericoli: come un certo fluido e trasparente « im-
Len) (7)
2 d LocaWNDIERE
pressionismo », che é contrario alla materia cor-
porea, diremmo tattile, del teatro, Velatini, lan-
terna magice, panorama ecc., usati con parsimo-
nia e solo in certi casi, possono essere ottimi ele-
menti, ma l'abuso di essi ci porta di nuovo in un
mondo ibrido e più vicino al cinema. Tutto ciò che
è incorporeo è, ripeto, estraneo al teatro: così per
le scene come per i costumi, | rasi, i veli, sfug-
gono; non riusciamo ad afferrarne le forme; le
stoffe opache, pesanti e rigide, invece, modella-
no, fanno tutt'uno col corpo. Un personaggio
non deve essere un vomo vestito in costume, ma
un tutto inscindibile, tale da non potersi imma-
ginare che con quella forma ed in quel colore.
E tanto più i riflettori riescono a penetrare la
viltà e la debolezza della materia con cui son
fatti scene ve-costumi, tanto più dobbiamo difen-
derci. Nuovi materiali si devono adoperare per-
chè talvolta le tele dipinte si dimostrano inade-
guate, Cartapesta, tela ingessata, carte colorate
sovrapposte, materie plastiche; ogni scena può
essere un esperimento e una ricerca di nuovi
mezzi espressivi.
Appunto perché siamo in periodo di esperi-
menti e non di raggiunta conquista, possiamo
sbagliare, far tentativi con risultati parziali,
® ricominciare da capo, Certo, è più comodo ada-
giarsi sullo schema dei classici scenari ottocen-
teschi con qualche rimodernamento nella struttura
e nel tocco del colore. Il pubblico non protesta
anzi accetta; ma in fondo si annoia e va alla
rivista o al cinema, pur ritenendo il teatro « arte
più alta ». Il che non è sempre vero, almeno fin-
chè resta allo stato attuale.
Nella situazione odierna i tentennamenti e gli
sbagli sono logici e normali. Anormale sarebbe
piuttosto ristagnare sulle vecchie posizioni men-
tre pittura e musica sono in movimento (anche
se non si sa bene dove vadano: ma si muovono
e cercano la loro strada). Non è col pubblico che
bisogna lottare, ma con i « signori » del teatro,
impresari ed attori, che pretendono costumi di
raso e velluto e collane di brillanti, senza capire
che una collana di carta verde da cioccolatini è
molto meno misera, sulla scena, di un « collier »
di smeraldi.
Con ciò non vogliamo dire che non si facciano
attualmente notevoli tentativi ed esperimenti
scenografici; anzi negli ultimi trent'anni, si sono
ottenuti ottimi risultati, ma purtroppo un po' spo-
radici. Ripetiamo che un vero rinnovamento lo
si nota se mai nella rivista, ma sopratutto nel
balletto. Anche nella lirica si sono viste sceno-
grafie interessanti; assai meno nella prosa.
Ma molto dipende dagli autori; ci diano dei
nuovi testi, vivi, attuali, ed anche gli scenografi
saranno all'altezza del loro compito.
Non possiamo andare « oltre il testo » altri-
menti la scenografia perderebbe la sua funzione.
Quando la scenografia strafà e supera il testo,
il teatro ne soffre. E un altro pericolo in cui
spesso siamo tentati di cadere (e quante volte
ci cadiamo), Ma € scusabile, ed a ciò siamo in-
dotti dall'impazienza di avere testi interessanti,
moderni, vivi, senza i quali anche l'opera dello
scenografo rimane sterile. Emanuele Luzzati
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Emanuele Luzzati - « Il Barbiere di Siviglia » di Beaumarchais - Scena I°.
Emanuele Luzzati - «Il Barbiere di Siviglia » di Beaumarchais - Scena II°.
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Emanuele Luzzati - Costursa per « La Diavolessa » -
Teatro «La Fenice » - Venezia, 1952,
Emanuele Luzzati - Bozzetto di scena per il teatro ebraico.
Emanuele Luzzati - Bozzetto di scena per il teatro ebraico.
Emanuele Luzzati - Bozzetto per il teatro ebraico.
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Emanuele Luzzati - Costume per il «Tieste» - 1952.
Emanuele Luzzati - Bozzetto per » La Celestina » - Scena umica - Piccolo Teatro di Milano, 1952.
Emanuele Luzzati - Costume per il « Tieste »: Gassman nelle vesti di « Atreo ».
Emanuele Luzzati - Costume per il «Tiestes - 1952.
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Emanuele Luzzati - Costume per il «Tieste» - 1952.
Emauele Luzzati - Bozzetto per il u Tieste » - Scena unica - 1952,
Emanuele»Luzzati:— Particolare della scena. del.» Tieste »
Emanuele Luzzati - Costume per il «Tieste» - 1952,
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Veniero Colasanti - Scena per il balletto « Schiaccianoci » - Quadro III° - Roma, Teatro dell'Opera, 1953.
Veniero Colasanti - 3 figurini per il balletto « Schiaccianoci » - Roma, Teatro dell'Opera, 1953.
Gli invitati. Gli invitati. Il Re dei Topi,
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