Rivista Italsider, n. 2, 1965

Contenuto

Rivista Italsider, n. 2, 1965
Tipologia
Periodico a stampa
Descrizione
In copertina: Marino Di Teana "La torre moderna" - scultura in acciaio e metallo.
Seconda di copertina: la presenza del centro siderurgico Italsider a Taranto.
Terza di copertina: la presenza del centro siderurgico Italsider a Taranto.
Quarta di copertina: parte componente il circuito di un calcolatore elettronico impiegato a Taranto.

Immagini in evidenza:
- Illustrazione di Flavio Costantini (p. 5)
- Imbarco dei tubi "tarantini" destinati al grande gasdotto argentino (p. 18)
- I tubi, saldati a due a due, vengono calati nella "trincea" (p. 21)
- Acciaieria di Taranto: uno dei due convertitori LD in funzione (p. 23)
- Gli addetti al treno di laminazione ricevono un programma di lavoro tramite una stampatrice (p. 37)
- Bellissimo esemplare di carretto siciliano (p. 40)
- Tre notevoli esemplari di "fiaschi" siciliani, provenienti dalla zona di Caltagirone (p. 42)
- Un classico pupo del "teatrino" (p. 44)

Sommario:
- Il centro siderurgico di Taranto nel piano di potenziamento della Finsider, p. 2
- Taranto rivisitata, p. 4
- Automazione a Taranto, p. 14
- Quindicimila tubi Italsider da Pico Truncado a Buenos Aires, p. 18
- Taranto vista dai tarantini, p. 22
- Un'inchiesta sull'Europa di fronte ai paesi in via di sviluppo - 2, p. 31
- Il museo Pitrè: viva rassegna della civiltà siciliana, p. 39
- Nascita del teatro moderno - 5, p. 45
- Antonio Ernesto Rossi, una vita al servizio della siderurgia italiana, p. 48
Data testuale
1965 marzo- aprile
Estremi cronologici
1 marzo 1965 – 30 aprile 1965
Consistenza
pp. 48
Stato di conservazione
Buono
Soggetto produttore
Ilva - Italsider (1897 - 1986)
Identificativo
PER.000354/26
contenuto
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RIVISTA ITALSIDER

la copertina: Marino Di Teana “La torre
moderna” - metri 0,45 x 1,80 - scultura in
acciaio e metallo - per concessione della
galleria Denise René di Parigi.

2° e 3° di copertina: la presenza del centro si-
derurgico Italsider a Taranto.

$° di copertina: parte componente il circuito
di un calcolatore elettronico impiegato a
Taranto.

RIVISTA ITALSIDER

bimestrale d’informazione aziendale per il
personale dell’ Italsider - anno VI - n. 2 -
marzo-aprile 1965

comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Luciano
Rebuffo

direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi

segreteria di redazione: ufficio pubbliche re-
lazioni Italsider - via Corsica 4 - Genova -
telefono 5999

in questo numero fotografie di:

K. Blum, Berna - Civilini, Piombino -
De Vincentis, Taranto - Keystone, Parigi -
F. Leoni, Genova - P. Monti, Milano -
Publifoto, Genova Milano Palermo.

La riproduzione è subordinata alla citazione
della fonte.

Autorizzazione del tribunale di Genova
n. 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV

Stampa: AGIS-Stringa - Genova

Clichés: Ceriale - Genova; Denz - Berna

Carta Solex-Burgo.

Marino Di Teana è nato nel 1900 a Teana, in provincia di Potenza. A sedici anni è partito per l’Argen-
tina dove ha seguito i corsi del “circolo di belle arti” e quindi ha frequentato la scuela superiore di belle arti
ottenendo nel 1950 un primo premio: premio di “fine di corso” col titolo di professore superiore. È tor-
nato in Europa nel 1952 stabilendosi a Parigi. Dopo varie esposizioni nazionali e internazionali nella capitale
francese, presenta le sue sculture a Denise René: a partire da allora (1957) egli è rappresentato in permanenza
dalla galleria omonima.

Le sue esposizioni personali o di gruppo nei vari paesi europei non si contano. Numerose sono le sue realiz-
zazioni in acciaio inossidabile o altri metalli, esposte alla fiera di Parigi, a Saint-Gobain, a Vaucluse, a Leverkusen
(Germania). Tra le opere permanenti possiamo citare la decorazione della cappella Saint Clément alla Garde
Freinet, una scultura per una coreografia a Montréal nel Canada, e un’altra scultura in acciaio inossidabile,
alta tredici metri, collocata a Rantigny. Ha costruito una scultura-fontana luminosa per una piazza di Choisy
le Roi. Attualmente ha in preparazione un lavoro per partecipare al concorso internazionale per la sistema-
zione della piazza del centro civico a San Francisco.

Si tratta dunque di un artista europeo di primo piano, di provenienza dall’Italia meridionale, che ha saputo
affermarsi in tutto il mondo soprattutto grazie alle sue moderne sculture in acciaio.

IN QUESTO NUMERO

Il centro siderurgico di Taranto nel piano di potenziamento della Finsider
di Ernesto Mannelli 2

Un intervento del presidente della Finsider a proposito del nuovo, grandioso impianto di Taranto.

Taranto rivisitata di Mario Pomilio, Domenico Rea, Francesco Rosso, Giovanni Russo 4

Quattro scrittori italiani sono tornati a Taranto e ci forniscono le loro impressioni sulla nuova realtà
locale, come risulta dopo l’insediamento del centro siderurgico Italsider.

di Alberto Mondini 14

L’autore esamina in questo articolo l’importanza e la funzione dei modernissimi mezzi elettronici
automatizzati entrati in funzione nello stabilimento.

Automazione a Taranto

Quindicimila tubi Italsider da Pico Truncado a Buenos Aires di Nelio Ferrando 18

Il nostro inviato Nelio Ferrando racconta in questo articolo le impressioni del suo viaggio in Argentina
dove, con tubi Italsider di Taranto, è stato costruito un grandioso gasdotto.

Taranto vista dai tarantini di Giovanni Acquaviva, Domenico Casulli,
Beppe Cavallaro, Umberto Mairota 22
Quattro giornalisti di ‘Taranto esaminano vari aspetti dell’insediamento dell’Italsider nella loro città: i

problemi edilizi e urbanistici, e l’addestramento del personale; l’insediamento dei genovesi a Taranto,
e il significato di questa nuova realtà industriale.

Un’inchiesta sull’ Europa di fronte ai paesi in via di sviluppo - 2
a cura di Francesco Cesare Rossi 31

Pubblichiamo la seconda parte di un’inchiesta comprendente le interviste con il ministro italiano per

le partecipazioni statali Giorgio Bo, e con personalità francesi come Paul Reynaud, André Philip,
Maurice Faure, Pierre Pflimlin e Alfred Sauvy.

Il museo Pitrè: viva rassegna della civiltà siciliana di Luciano Rebuffo 39

Una visita ad un museo etnografico di Palermo che costituisce, con la ricchezza del suo materiale, una
vera e viva rassegna della civiltà siciliana più recente. Si tratta di un museo tanto importante quanto
scarsamente conosciuto,

Nascita del teatro moderno - 5 di Luciano Lucignani 45

Ultima puntata di una storia del teatro: Beckett e Brecht.

Antonio Ernesto Rossi, una vita al servizio della siderurgia italiana ; 48



IL CENTRO SIDERURGICO DI TARANTO NEL PIANO
DI POTENZIAMENTO DELLA FINSIDER

di Ernesto Manuelli

Il centro siderurgico Italsider di Taranto è completato ; nel 1965 si
è quindi realizzata la mèta fondamentale dell’imponente sforzo organiz-
zativo, tecnico e finanziario intrapreso dall’ IRI e dalla Finsider per ade-
guare la struttura produttiva della siderurgia italiana alle nuove ed aumen-
tate esigenze della nostra economia.

Questo avvenimento, solennizzato dalla visita con la quale il capo
dello stato, onorevole Giuseppe Saragat, ha onorato il nostro stabilimento,
conclude un lungo periodo di intenso lavoro di valutazione programmati-
ca, prima, di scelta di alternative e di progettazione esecutiva, poi, ed
infine di rapida e pianificata realizzazione, che ha visto impegnati tutti
i tecnici del Gruppo, oltre quattrocento ditte appaltatrici e fino a quattor-
dicimila lavoratori.

Fare la storia ed illustrare le prospettive del centro di Taranto, è un
po’ come guardare al passato ed al futuro di tutta la siderurgia italiana,
una volta handicappata sul piano tecnico rispetto alle grandi siderurgie
estere, e successivamente portata a giocare un ruolo via via più impor-
tante nella scala della produzione mondiale.

Per ricordare l’ormai vastamente conosciuto piano Sinigaglia, che è
anche il primo piano di sviluppo IRI-Finsider, bastano alcuni cenni. Esso
era imperniato sullo sviluppo della produzione a ciclo integrale negli sta-
bilimenti costieri, economicamente approvvigionabili con materie prime
provenienti d’oltremare, sulla costruzione di un nuovo grande centro si-
derurgico a Cornigliano e sulla specializzazione della produzione negli
stabilimenti esistenti.

Con l’attuazione di tale piano, la Finsider contribuì in misura deter-
minante a far sì che la siderurgia italiana entrasse, con successo, nella
Ceca, in competizione diretta con le possenti siderurgie europee e raggiun-
gesse, a partire dal 1958, per tonnellate prodotte, l’ottava posizione nella
scala siderurgica mondiale. In quell’anno, la produzione del gruppo Finsider,
accentrata soprattutto nei centri a ciclo integrale di Cornigliano, Piombino
e Bagnoli, e negli stabilimenti della Dalmine e della Terni, superò i 3,3
milioni di tonnellate di acciaio.

Tale risultato fu dall’ IRI e dalla Finsider considerato non un punto di
arrivo ma di partenza ed un incentivo per più ambiziosi e sostanziali risultati.

Se il piano Sinigaglia, infatti, dette all’Italia una siderurgia capace
di sostenere il confronto internazionale, il secondo piano IRI-Finsider si
propose di potenziare questa giovane siderurgia, di consolidarne definiti-
vamente la competitività, sul piano dei costi e della qualità, di aumentarne
la capacità produttiva, fino a renderla sufficiente a garantire la copertura
del fabbisogno nazionale, come condizione dello sviluppo industriale ed
economico del paese.

È ormai dimostrato che il consumo di acciaio è indice dello stadio di
evoluzione di una economia industriale. Il rapido sviluppo, nel dopoguerra,
della industrializzazione e — conseguentemente — del reddito nazionale

del nostro paese, ha richiesto, sinora, acciaio in quantità superiore alla
nostra capacità di offerta, sebbene la produzione nazionale siderurgica
sia passata dalle 400.000 tonnellate di acciaio del 1945 ai 3,5 milioni
del 1952, ai 10,2 del 1963.

Per coprire il consumo interno, l’Italia ha dovuto quindi ricorrere a
forti importazioni, che hanno raggiunto nel 1963 i cinque milioni di ton-
nellate di acciaio, con un salto fra importazioni ed esportazioni di 3,8
milioni di tonnellate che, da sole, senza considerare cioè l'importazione
delle materie prime, hanno comportato un esborso di valuta estera per
200 miliardi di lire. La eliminazione del conseguente squilibrio della bi-
lancia commerciale siderurgica italiana (già nel 1964 sceso a 1,7 milioni
di tonnellate di importazioni nette), sarà uno dei fondamentali risultati
del secondo piano IRI-Finsider, i cui princìpi generali consistono nella
accentuazione della formula del ciclo integrale, negli stabilimenti costieri,
nella applicazione dei più moderni macchinari e delle tecniche più avanzate,
nello sviluppo della produzione di laminati a caldo ed a freddo, nella spe-
cializzazione degli stabilimenti non a ciclo integrale in produzioni di alta
qualità.

Taranto — la cui realizzazione ha comportato investimenti per oltre
350 miliardi di lire — è il cardine di tale programma, sebbene di notevole
importanza siano anche le altre mète fissate, tra le quali il potenziamento
della capacità produttiva dei centri siderurgici di Cornigliano e di Bagnoli
(rispettivamente 2 e 2,5 milioni di tonnellate all’anno di acciaio), di Piom-
bino (1,5 milioni) e l’ulteriore specializzazione e miglioramento qualitativo
delle produzioni della Dalmine, della Terni e della Breda Siderurgica.

La produzione annua del centro di Taranto sarà inizialmente di oltre
2,4 milioni di tonneliate di ghisa e di oltre 2,7 milioni di tonnellate di acciaio,
trasformati in laminati piani a caldo (coils e lamiere) ed in tubi saldati.

Tale capacità produttiva potrà essere spinta, se le esigenze del mercato
lo richiederanno, con adeguati e previsti ampliamenti, fino a sei milioni
di tonnellate all’anno di acciaio.

Con il completamento del centro siderurgico di Taranto, quindi, un
decisivo passo è stato compiuto verso l’ obiettivo finale del secondo piano
IRI-Finsider, per il quale sono stati programmati investimenti dell’ordine
di 1.100 miliardi di lire. Tale obiettivo è una produzione di Gruppo,
per il 1967-1968, di oltre 10 milioni di tonnellate all’anno di acciaio, pari
a circa i due terzi della produzione nazionale prevedibile per quel periodo.

Con Taranto, quindi, siamo prossimi ad una nuova, differente prospet-
tiva per la siderurgia e per l’economia italiana, caratterizzata da un po-
sitivo equilibrio tra un fabbisogno nazionale sempre crescente ed una ade-
guata offerta di acciaio di ottima qualità a prezzi competitivi.

Dall’attuale livello italiano del consumo annuo di acciaio pro capite
(230 chilogrammi), ai valori medi europei (370 chilogrammi), vi è ancòra
una notevole distanza.

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Con un’adeguata produzione nazionale, e con tale margine di consumo
potenziale, sarà còmpito della siderurgia italiana e delle aziende Finsider
in particolare, far sì che l'acciaio diventi elemento propulsore del nostro
sviluppo economico, presente nelle più moderne ed economiche soluzioni
dei problemi di tutti i settori consumatori.

A questa nuova esigenza il gruppo Finsider si è da tempo preparato,
non solo organizzando una moderna ed efficiente struttura commerciale
delle aziende ma anche costituendo una serie di società non di siderurgia
primaria, che oltre a perseguire un proprio scopo industriale e commerciale,
hanno anche quello di essere all’avanguardia nell’applicazione dell'acciaio
in campi nuovi per l’Italia ma ormai consueti in molti paesi, migliorandone
ed intensificandone l’uso nei settori tradizionali. Ad un livello scientifico,
tale funzione verrà svolta dal Centro Sperimentale Metallurgico, recen-
temente costituito, che metterà a disposizione del progresso tecnologico-
industriale i risultati della ricerca scientifica pura.

illustrazioni di Flavio Costantini

Il centro siderurgico di Taranto è completato ; vada il nostro ringra-
ziamento a tutti coloro che ne hanno voluto e resa possibile la realizzazione,
dai ministri delle partecipazioni statali S.E. Ferrari Aggradi e S.E. Bo,
a S. E. Pastore ministro per lo sviluppo del Mezzogiorno, al presidente
ed agli alti dirigenti dell’ IRI ed a tutti i lavoratori e dirigenti dell’ Italsider
e della Cosider, sotto la guida dell’ingegner Marchesi, che a questa sua
opera ha dedicato cinque anni di appassionato lavoro.

Infine vada la nostra memore gratitudine a coloro cui il destino non
ha consentito di vedere completato il centro siderurgico di Taranto alla
cui realizzazione hanno collaborato ; mi è qui grato pensare al cavaliere
del lavoro Salvino Sernesi, cui lo stabilimento è stato dedicato, insieme
ai trentacinque lavoratori che in questa opera hanno immolato la vita.
Sia il loro ricordo per sempre legato a questa realizzazione dalla quale
il Mezzogiorno, e l’intera nazione, si attendono l’impulso per il consegui-
mento di nuovi traguardi di prosperità.



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TARANTO RIVISITATA

QUATTRO SCRITTORI ITALIANI SONO RITORNATI NELLA TARANTO DI OGGI -

Mario Pomilio

M°ero recato a Taranto l’ultima volta nell’ottobre del ’61, quando
venne ufficialmente inaugurato il tubificio, il primo dei reparti del
nuovo complesso dell’Italsider. Era, ricordo, una giornata ventosa,
con un cielo attraversato da lunghi drappi di nuvole bianchicce. Il
sole appariva a tratti e lasciava spiovere una luce scarna, singolar-
mente adatta ai toni freddi della facciata del tubificio, la quale a quel
tempo, non ancòra verniciata in verde, era d’un chiarissimo, inverosi-
mile color argento. Su di essa il sole suscitava un riverbero netto e
spoglio, che la faceva sembrare ancor più lunga di quanto fosse vera-
mente. Lo sguardo vi si fissava, lasciandosene abbagliare. E tali mi
sembravano le sue proporzioni, che pur conoscendo programmi e
dati relativi agli impianti che dovevano ancòra sorgere, facevo fatica
a pensare che il tubificio era appena un inizio, la minima parte d’un
progetto ben più ampio e ambizioso.

A cerimonia finita, però, prima di decidermi a tornare in città,
mi lasciai attirare dalla bella strada, segreta e quasi campestre, che
corre lungo l’antico acquedotto e sale verso nord. Dopo un chilo-
metro e forse meno ero già in piena campagna. Di lì era visibile solo
la tettoia dello stabilimento, appena emergente su un mare d’olivi dalle
chiome larghe e folte. E mi bastò quella nuova prospettiva perché
tutto per me cambiasse, e il tubificio, che pure poco fa mera sem-
brato così imponente, m’apparisse isolato, come spaesato, un innesto
forzoso o un'ipotesi sperimentale piovuta chi sa in che modo nel cuore
dell’antica campagna pugliese.

Tanto più impreviste sono perciò le mie impressioni di oggi: im-
previste e, debbo dirlo, curiosamente rovesciate. Il complesso side-
rurgico, adesso ch’è ultimato, s’inserisce con violenza tra città e cam-
pagna e le separa, i rossi e verdi capannoni dell’Italsider sono distesi
per chilometri su una spianata amplissima e improvvisamente fatta
brulla, sotto un cielo coperto, vagamente nordico, verso il quale si
sparpagliano senza fretta le fumate; e il tubificio, ora che finalmente
sono riuscito a riconoscerlo, mi pare di nuovo stranamente isolato e
spaesato, benché in maniera assai diversa da prima, relegato com'è
all'estremo margine della spianata, e perfino minuscolo se confrontato
con gli edifici cresciutigli accanto nel frattempo. È anzi esso a darmi
sensibilmente l'effettiva misura della nuova realtà che ho sotto gli
occhi, a permettermi di valutarne la vastità e l’imponenza. Addirittura,
soltanto dopo averlo scoperto, distante forse due chilometri dall’in-
gresso principale, sento d’uscire finalmente dall’inerzia che durava in
me dall’inizio della visita — l'inerzia che sempre si prova nel vederci
traditi nella memoria — e posso addizionare allo stupore provato cin-
que anni fa nel visitare questa Taranto molteplice, e talmente varia e
diversa a seconda che la si osservi dall’uno o dall’altro dei suoi due

mari o che ci si rechi presso uno dei suoi tre porti o in uno dei tre
nuclei urbani di cui si compone, l’altro stupore di vederle cresciuta
accanto in così breve tempo non tanto uno stabilimento o un gruppo
di stabilimenti, quanto qualcosa come un’altra città.

Per l’appunto: se si eccettua la zona degli altiforni, col suo nero
intrico di tubi ancorati sul cielo, il complesso tarantino dell’Italsider
non ha nulla dell’implacabile grigiore ferroso, integrale e senza scam-
po, di quelli, poniamo, di Bagnoli e Piombino; assomiglia piuttosto
a una città. E per essa ci si muove come attraverso una città: ordinata
tuttavia e silenziosa, e con rare presenze umane. Proprio anzi questa
del silenzio è la sorpresa più forte che la visita mi riserba: come d’un’aria
dilatata in cui i suoni si dissolvano, e anche qualche improvviso stri-
dore, anche l’urlo d’una sirena, sùbito s’attenua e si disperde. Bisogna
lasciare l’esterno, penetrare in un reparto, per essere avvinghiati o
frustati bruscamente dalle impennate di suoni tipiche d’uno stabili-
mento siderurgico,

Eppure anche fuori ogni cosa è in piena attività: ci sono treni che
vanno e vengono, carri siluro che trasportano ghisa fusa, di continuo
i nastri trasportatori accumulano nere montagne di carbone trascinan-
dole direttamente dalle navi alla fonda nel porto per lunghi ponti aerei
profilati contro il cielo; attorno alla cokeria si muovono gru e mac-
chine enormi, e così inusitate, da rendere inerte ogni metafora, le
cosiddette teste di cavallo vuotano le celle della cokeria e rovesciano
tonnellate di carbone rovente in grandi vasche d’acciaio che sùbito
lo portano a spegnersi sotto una doccia tra uno sfriggio violento di
vapori. E tutto ciò senza che nulla m’inviti a quella prosopopea del
fuoco che è parsa sempre un tema obbligato da quando esiste un’in-
dustria siderurgica. A frenarmi non è certo l’assenza di pretesti, ma
piuttosto il diffuso senso d’un dominio e d’una razionalità, l’impres-
sione rassicurante che a ogni evento presieda un ordine che discipli-
na perfettamente anche le forze naturali.

Quanto agli uomini, più che lavorare, sembrano limitarsi ad asse-
condare l’opera: con calma e, si direbbe, perfino con lentezza. Ed
è più che comprensibile: in un organismo dove tutto pare farsi da sé
e la fatica manuale è in massima parte abolita, essi agiscono non tanto
schiacciati dalla dismisura ed estraneità di questi macchinari, e ancor
meno, come invece si potrebbe credere, ridotti a passivi automi, quan-
to piuttosto compresi delle responsabilità derivanti dal loro potere di
dominarli. E dal momento che il loro lavoro è quasi ovunque ridotto
all’esercizio d’un controllo, diventa inevitabile che ogni minimo gesto
venga misurato in vista delle energie che può mettere in funzione e
dell’entità degli errori che possono derivarne, e che ciò implichi, nel



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comportamento degli operai, quell’attitudine riflessa alla vigilanza e
quella sorta d’astratta concentrazione la quale è forse la caratteristica
più evidente di tutti coloro che ho veduti al lavoro.

Più che mai, poi, è avvertibile tutto ciò nei reparti dove l’automa-
zione è totale, come ad esempio la centrale termoelettrica, in cui l’uo-
mo è davvero pura e semplice intelligenza direzionale, che si limita
a impartire ordini sotto forma d’impulsi o addirittura monta di guardia
pei soli casi d'emergenza. E se è vero che qui si tocca il grado estremo
dell’astrazione e che i pulpiti (come si chiamano le sale di comando
da dove un gruppo di tecnici regola l’attività d’un’infinita serie di
macchinari) sembrano, con le loro pareti a pannelli bianchi e azzurri
decorati di mille bottoni luminosi, segnare l’incontrastato trionfo del
gestaltismo, è anche vero che l’individuo non ne è affatto soffocato e
snaturato, e che anzi, nella misura stessa in cui si esalta il suo potere
di decisione, viene più compiutamente fuori la sua personalità.

Nemmeno l’acciaieria, del resto, o i laminatoi o il tubificio, qui
a Taranto hanno nulla dell’antro oscuro, d’ottocentesca memoria,
che in altri opifici sa talmente d’assoggettamento e di fatica fisica.
Gli interni sono ariosi, la luce vi è abbondante, macchinari e pareti
metalliche sfumano ovunque nell’azzurrino, nastri e lamiere sfreccia-
no rapidi, con un rumore quasi festoso. Gli uomini, dall’alto delle ca-
bine di controllo, li seguono con gli occhi, valutano, dispongono.
Intelligenza e prontezza di riflessi sono il massimo che da essi si ri-
chieda. Un’occhiata al quadro di controllo deve bastare a giudicare
d’una situazione, a scoprire € rimediare a un errore. Quanto al resto,
basta un dito per regolare la pressione e decidere dello spessore che
avrà il nastro, il quale, sempre rovente e via via più lungo e svelto,
passa dall’una all’altra pressa. La trasformazione dell’operaio in tec-
nico, per l’appunto, è completa: con quel tanto di non mortificato,
d’autodisciplinato, che ne deriva. Anni fa mi domandavo se una nuo-
va pianta umana sarebbe potuta sorgere sul terreno minato dell’in-
dividualismo meridionale; e mi chiedevo anche se in una società eco-
nomicamente arretrata l'avvento d’una rivoluzione industriale non
sarebbe stato comunque un fatto potentemente liberatore e non sa-
rebbe servito a sprigionare valori umani umiliati da secoli di lavoro
asservito e di fame inappagata. La mia risposta d’oggi è già di fatto
positiva, anche se mi sembra ancòra troppo presto per prevedere fino
in fondo che cosa possa comportare una simile novità in un ambiente
particolare, storicamente così inedito, qual è quello di Taranto.

In qual misura, d’altronde, la presenza dell’Italsider stia operando
all’interno d’una società come questa, in piena febbre di crescenza, è
ciò che mi riesce più difficile dire. So solo che molte, perfino troppe
cose, in questi cinque anni mi son parse mutate, e non solo nell’aspet-

to esterno. Intanto è rimasto il solo centro storico, l’isolotto che fu



già il nucleo della città greca e oggi conserva le poche tracce del pas-
sato di Taranto, e soprattutto i residui dei costumi e modi di vita di
quando essa era ridotta a un piccolo centro di pescatori. Ma anche
questa è in fondo un’apparenza: e benché i barconi da pesca siano tut-
tora là, ciondolanti sul Mar Piccolo a fare colore e decorare le sue
pigre acque verdastre, e benché i vicoli accolgano ancora quel bruli-
care d’umanità popolare che per secoli dovette segnare l’esistenza della
città, si sente che tutto ciò si va riducendo a puro folclore, sopravvi-
vente, in buona parte almeno, in vista dei turisti amanti di trattorie
e posti tipici. E in ogni caso, tutto il resto appare in pieno movimen-
to, a cominciare dalla zona residenziale che s’allarga febbrilmente a
macchia d’olio verso sud-est, in direzione di Lecce, e che, da nuova e
moderna che era (non aveva più di cinquant’anni), sembra essersi
proposta di diventare a ogni costo “più moderna” e “più nuova”.

Ahimé, non sempre bene: la mania del grattacielo soppianta con
violenza l’edificio a tre piani, la città si serra, si fa stretta e affollata,
aspira alle strutture e al rango della metropoli, le strade, le lunghe e
dritte strade di ‘Taranto, un tempo così adatte all’agio del passeggio,
diventano parcheggi e corsie per le automobili, una sorta di diffusa
presunzione del benessere moltiplica le macchine di marca straniera
e diffonde il gusto dei sorpassi ringhiosi, i negozi si fanno vistosi d’este-
riore americanismo, e insomma tutto quanto poteva fino a qualche
anno fa giovare a Taranto, a cominciare dal suo attivismo di città ri-
nata ieri, rischia d’imbruttirla e farla scadere nell’anonimato.

Non vorrei tuttavia che la mia venisse scambiata per elegia di ma-
niera: so bene, al contrario, che fatti di questo genere sono piuttosto
generali e sono comunque, almeno nel Sud, la fatale contropartita
della rapida rottura del vecchio immobilismo. Tanto meno vorrei che tut-
to quanto di negativo m'è stato dato di riscontrare nell’odierna situazio-
ne di Taranto venisse direttamente messo in conto all’Italsider, proprio
qui dove l’urbanesimo è fenomeno in atto da almeno sessant’anni, e
dove semmai il furore edilizio, coi suoi interventi indiscriminati, si
riconnette abbastanza puntualmente ad una diffusa mentalità che non
ama i programmi a lunga scadenza, e preferisce il facile e il provvi-
sorio dell’investimento edilizio o la sicurezza del conto in banca. E va
detto insomma in tutta franchezza che al massiccio sbarco dell’Italsider
il capitale locale ha saputo reagire, in massima parte almeno, solo co-
struendo case, quasi si trattasse unicamente di dare a Taranto una
facciata da città del Duemila, degnamente gareggiante coi modelli
architettonici proposti dall’Italsider.

Il più grosso dei problemi oggi sul tappeto mi sembra appunto
questo: il problema, dico, dello sviluppo d’un entroterra economico
che in qualche modo assecondi i presupposti meridionalistici che por-
tarono alla scelta di "Taranto quale sede del quarto centro siderurgico
dell’ Italsider.



Domenico Rea

Non è facile dire che cosa è cambiato e come è cambiata Taranto.
Le impressioni sono molteplici e contraddittorie, ma la prima, evi-
dentissima, è data dall’inserimento dell’Italsider nell'ambiente circo-
stante. Alla sua fondazione sembrava una mastodontica scheggia di
un pianeta caduto a caso in mezzo ad una foresta di olivi. Poteva ca-
dere altrove. Vi erano ancòra i segni del darzo prodotto. Gli olivi di-
velti e scapitozzati; i giganteschi volumi del materiale di risulta; la
città lontana e come ignara di quanto era accaduto.

Fu allora una impressione legittima. Nessuno del resto poteva
ignorare che la fondazione dell’acciaieria in quel punto preciso era
soltanto il risultato di una scelta politica e sociale piovuta dall’alto,
una prova, un esperimento. Dopo si sarebbero dovuti fare i conti
con gli uomini abituati a una tradizione agli antipodi di quella dell’in-
dustria pesante; tanto più che non mancavano esempi di fallimenti
di altre industrie impiantate nel Sud e rimaste isolate, fini a se stesse,
con lievi mutamenti negli uomini e nelle cose.

La tradizione pastorale-contadina aveva sì subìto un trauma, ma
la sua condizione continuava a essere presente, a svolgersi lentamente
con i suoi pesi e a provocare ondate di emigrazioni al Nord. Le poche

scarse industrie, fondate sul versante tirrenico tra Campania, Calabria
e Basilicata, costituiscono ancòra la parte negativa di queste prove.

L’impegno della Finsider nell’installare uno stabilimento — oggi
il più grande d’Europa — puntava a un ben diverso risultato. Doveva
per così dire costituire la prova generale della trasformazione del
mondo agrario-pastorale del Mezzogiorno, e rispondere a una
missione storica, a un impegno che poneva in ballo l’ avvenire
stesso del Sud.

Oggi, a poco più di quattro anni, il risultato è tale da lasciare il
dubbio che Taranto, oltre ad avere in sé una predestinazione all’acciaio
come a Piombino, non abbia mai conosciuto una condizione diversa
da quella attuale. Per dirne una, che può sembrare perfino banale: se
prima l’Italsider appariva come un pianeta caduto nella campagna, oggi
si presenta come la logica continuazione di una città, più che ricca, irta
di traffici; per cui è lecito presumere che in periferia essa debba avere
un’intensa zona industriale, che a sua volta spiega, appoggia e solle-
cita le iniziative e gli sviluppi della città propriamente detta.

Cerco di essere più chiaro. Il ritmo all’interno urbano di Taranto
comincia a essere all’altezza e all’unisono di quello dell’Italsider. La





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grande fabbrica non è dunque rimasta estranea e fine a se stessa; ma
ottenendo quanto si era proposto: risvegliare l’ambiente, avviandolo
e con speditezza verso un’altra concezione della vita. Questi segni sono
fin troppo presenti ed evidenti in tutta la zona. A uno scrittore saltano
sùbito agli occhi e gli dicono assai più dei dati e delle cifre della pro-
duzione raggiunta e in continuo aumento.

Arrivare a Taranto una volta voleva dire andare a vedere espres-
samente il ponte girevole; farsi una passeggiata nella carrozzella chiu-
sa — simbolo aderente a un’altra età — come in un qualsiasi altro
paese della Puglia.

Dall’artigianato alla vita contadina, dalla tradizione marinara a
quella di stanche categorie statali, non si sfuggiva. Oggi di tutto questo
mondo esistono avanzi, campioni e anche questi continuamente ma-
cinati ed eliminati. La parte vecchia con tutto il carico delle sue tradi-
zioni bisogna andarla a cercare, carte turistiche alla mano. Ma sono
sicuro che un emigrante di ritorno in patria dopo appena quindici
anni non riconoscerebbe la “posizione” della sua città nativa. Non
ritroverebbe la passeggiata lungo il mare “dai riflessi rosei”; e prima
che da ogni altro elemento sarebbe fermato dalla lunga catena di in-
dustrie che hanno riempito il vuoto fino all’altro ieri ancòra visibile,
tra la città e l’area occupata dall’Italsider.

Del resto, non c’è bisogno di ricorrere all’esempio dell’emigrante.
Uno stesso effetto si è prodotto su di me e credo che uno stesso effetto
si produrrà tra due o tre anni. A Taranto si cammina in una città in
costruzione e in espansione la cui sistemazione stabile per ora non è
prevedibile. E non è una sensazione, né una sollecitazione dettata dalla
furia con cui si fa avanti l’edilizia a ogni piè sospinto. Se si dovesse
far capo soltanto a questo punto, la vitalità di Taranto sarebbe comune
a tante altre città. Dove non si costruisce oggi? Taranto offre uno spet-
tacolo veramente diverso e di una qualità da ricercare nell'ambiente
umano. Questo è il punto.

Si provi a scendere in uno dei nuovi alberghi — e la costruzione
di nuovi grandi alberghi è indicativa — viene naturale dare un’occhiata
alle targhe delle automobili. Ebbene, quelle di tutte le province pu-

gliesi si alternano a quelle di altre città d’Italia e dell’estero: e si sa
bene quanto questi segni e queste sigle automobilistiche, quando non
denunciano una condizione meramente turistica, siano sintomatici e
cosa comportino. Costituiscono un elemento di progresso, vorrei dire,
anche dal punto di vista dello stile.

Una riprova la si ha all’interno dell’Italsider e, secondo me, deve
esser considerata come la più importante e proprio ai fini dell’evolu-
zione sociale del Mezzogiorno e in ultima analisi della produzione.
Entrati che si è nell’Italsider di Taranto ci si trova di fronte ad una
classe di operai di cui sarebbe ozioso e inutile andare a rintracciare
l’origine e l’estrazione più recente. Essi rappresentano solo e soltanto
la punta avanzata della specializzazione operaia di una grande acciaie-
ria e potrebbero lavorare a Taranto come a Manchester.

Il nuovo tipo di lavoro, di orari, l'impegno, la durezza stessa dei
còmpiti non li ha cambiati: li ha trasformati. Capitato in una cabina
di comando dei laminatoi, davanti a uno speeder, ho dovuto chiedere
ai tre tecnici la loro provenienza. Uno era di Pescara, l’altro di Napoli,
il terzo — quello al comando della macchina — tarantino: ma per me
erano tre italiani e basta; e non perché tali erano effettivamente, ma
perché dimostravano di non avere più alle spalle una episodica storia
regionale. Persino le diverse cadenze dialettali erano andate perdute.

Che ciò possa essere un bene o un male, che ciò sia la riprova del
potere livellatore dell’industra è uno dei problemi di fondo di un di-
verso e drammatico discorso; ma limitato al nostro caso è il risultato
estremamente positivo di una nuova condizione e sfata d’un colpo i
miti dell’avversione e della incapacità a inserirsi nella società contem-
poranea delle popolazioni del Sud. Per me era importante rilevare
che il laminatoio di Taranto condotto da un tarantino lavorasse allo
stesso efficiente ritmo del laminatoio di Piombino condotto da un
piombinese. I giganteschi colpi di coda, da leviatano melvilliano,
della bramma sotto le presse e le infernali docce d’acqua di raffredda-
mento anche a Taranto sono diventati un fatto normale, un momento
della produzione, un passaggio obbligato, frutto di quella trasforma-
zione tecnica e di mentalità su cui si era puntato.



Francesco Rosso

« Laboratorio sperimentale », leggo da qualche parte. Sto cercan-
do una definizione per Taranto, e questa non mi piace. Lo sperimen-
talismo è una fase preparatoria, ed il quarto centro siderurgico Italsider
è una vistosa realtà produttiva nel tessuto di Taranto. « Acciaio fra
gli ulivi», leggo ancòra. Letteraria, ma definizione già più aderente
a questo mondo agreste su cui, con violenza traumatizzante, si è in-
nestata la civiltà tecnologica. Però vorrei qualcosa che dia con imme-
diatezza la sensazione del rapido trapasso dal precedente stato d’iner-
zia all’attuale dinamismo, e penso a Lazzaro. Che c’entra il nome
evangelico con la città jonica? Ecco: Lazzaro come Taranto, come
Resurrezione. Nell’avventura di Taranto, tutto parla di resurrezione,
anche con gli aspetti negativi, perché non è facile, dopo aver detto:
«sorgi e cammina », fissare con esattezza la fisionomia della creatura
del prodigio, che non è più quella di prima e non è ancòra interamente
quella di dopo. Inoltre, dei resuscitati si ha rispetto, ma anche
sgomento e paura, e si cerca, guardandoli con spietata severità,
di coglierli in fallo, per potergli dire che stavano meglio nella
tomba, che la loro presenza innaturale, oltre che fastidiosa, reca
danno agli altri.

Storia vecchia quella di Lazzaro, di oggi quella di Taranto risorta
dal sonno mortale, ma anche per la città jonica sono già incominciati
i se, i ma, i perché. « Non parliamo di miracoli, dicono i saccenti;
tutto è accaduto per una decisione politica presa a Roma. E se il com-
plesso, il quarto centro Italsider, fosse stato impiantato altrove,
anziché a ‘Taranto? ». Intanto, il quarto centro siderurgico è qui,
non altrove, e sarebbe meglio lasciar perdere le supposizioni.
È stata una decisione politica ad attribuire questo gigantesco
complesso industriale a Taranto, d’accordo, ma a ragion veduta;
non si decreta la resurrezione di una città per il gusto di dire
che si è in grado di farlo, salvo poi a lasciarla ripiombare nella

sua catalessi perché non si è in grado di alimentare il prodigio. Visto
che da questo lato c’era il pericolo di spennatsi, i critici solerti hanno
cercato altre strade. Non che gli manchino gli argomenti, intendiamoci,
ma ho l’impressione che essi cerchino esclusivamente quelli negativi,
perché criticare è facile, soprattutto se non si tien conto delle cause
che possono determinare gli aspetti negativi di un’impresa come quel-
la dell’ Italsider.

«Il quarto centro siderurgico doveva incentivare l’impresa privata
tarantina, generare altre attività industriali » si dice con parecchio
semplicismo. Ma come si può pretendere che in quattro anni (tanti
sono trascorsi dalla resurrezione) il contadino si trasformi in impren-
ditore, cancelli le sue millenarie diffidenze e inclinazioni alla parsimo-
nia? Diamogli il tempo per imparare a camminare più spedito dopo
aver fatto i primi passi, che già non sono incerti come quelli del neo-
nato, ma hanno le titubanze di chi è stato a lungo immobile (un son-
no che pareva simile alla morte) e torna a muoversi con le proprie
gambe. Per parlare di ‘Taranto e della sua resurrezione bisogna aver
conosciuto la città jonica nel suo aspetto letargico ed averla poi rive-
duta in preda alla febbre di riguadagnare il tempo perduto. Tutto me-
rito del quarto centro siderurgico Italsider? Esclusivamente. Senza
questo ciclope che vomita acciaio, non sarebbe accaduto il miracolo
di una città che muta volto e temperamento nel volgere brevissimo di
quattro anni.

Prendo, come misura, l’anno 1960, un anno limite, una data che
poteva segnare la fine irrimediabile e che, invece, fu di rinascita. Per
Taranto, il 1960 non era diverso dai precedenti, a incominciare dal
1943; una pigrizia mortale in tutte le vie ancòra squarciate dai bombar-
damenti bellici; Mar Piccolo e Mar Grande, due specchi d’acqua un
po’ rotondi, uniti dalla strozzatura dove ruota il ponte girevole, una
sorta di otto liquido e azzurro in cui si riflettono i tramonti più accesi







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del Mediterraneo. Sul lungomare, gli ufficiali di marina a passeggio e
i gruppi di marinai, i “gessetti” come li chiamano qui, che sfilano tra
ali taciturne di operai disoccupati, un proletariato industriale decaduto
per la crisi dei cantieri navali, e la piccola. borghesia che viveva sullo
sviluppo dell’industria navale, tramontata con la fine della guerra, im-
mersa nel dissesto economico. Ecco, Taranto dava davvero la sensazione
di una città morta e sepolta, come le navi che aveva costruito per la
guerra perduta e disseminate un po’ ovunque in fondo al mare.

Ricordo quegli anni tetri; allora il ponte girevole era quasi sempre
immobile e le scarse automobili transitavano velocemente nelle vie
prive di traffico. Uscivo da Taranto e andavo sulla litoranea jonica,
verso la piana di Metaponto non ancòra trasformata dalla riforma
agraria. Uomini derelitti facevano cenno al passaggio; avevano impa-
rato l’autostop per andare a cercar lavoro ovunque (non si erano an-
còra aperte le porte dell’emigrazione a nord e all’estero). Quale lavoro?
Non importa, manovale in un piccolo cantiere edile, o nei campi.
«Sono tornitore; sono fresatore; sono saldatore » dicevano, ma si
adattavano a tutto per guadagnare qualche lira. È triste vedere una
città morta, sentire la morte che alita dagli uomini e dalle cose, che pu-
re sembrano vivi. E non sarebbe servito il grande esodo, l’emigra-
zione massiccia verso le città settentrionali e forestiere, come non è
servito a Lecce, che ha mandato per il mondo quasi metà della sua
popolazione e continua a sonnecchiare nel suo sogno arcadico.

Poi giunse il 1960, e tutto è cambiato, da oggi a domani, proprio
come un morto che torna a vivere; un momento prima era immobi-
le ed il momento dopo, ecco, cammina. Proprio il caso di Taranto,
quando lo stato decise che il quarto centro siderurgico sarebbe sorto
a Taranto, e non altrove, perché qui esistevano le premesse necessa-
rie ad alimentare il miracolo; maestranze specializzate in buon nu-
mero, e tutto un entroterra da attivizzare col polo di sviluppo tarantino.
Nel silenzio arcadico degli olivi echeggiarono gli strazianti rumori
odierni; perforatrici e bulldozers, con un corteo di cinquemila ope-
rai, infransero il lungo sonno. I tarantini non partirono più a cercar
lavoro lontano; ora lo avevano alla porta di casa, anzi, non bastavano,
e bisognava chiamarne dalle regioni prossime, soprattutto dalla Ba-
silicata, un fenomeno che mai si era verificato nel Meridione, dove
le braccia sopravanzavano sempre di gran lunga i posti-lavoro.

Tutto questo perché il quarto centro siderurgico Italsider inco-
minciava a gettare le fondamenta del ciclopico complesso: Taranto
risorta cambiava pelle, diventava una città nuova, che conservava ben
poco dello spirito primitivo. Soltanto nel 1961 furono costruiti sedi-
cimila appartamenti, ed il ritmo continuò convulso, fino a toccare i
diciannovemila nel 1963; le automobili, che erano alla targa tredici-
mila nel 1960, erano già a quarantaquattromila alla fine del 1964, e
continuavano ad aumentare, fino a rendere convulso il traffico, a ren-
dere impossibile il passaggio sul ponte girevole. Cinquemila operai
che lavoravano alla costruzione del quarto centro; poi divennero sei
mila, dieci, dodici mila. Taranto cresceva a vista d’occhio, e, con gli
abitanti, crescevano i consumi; case, automobili, motociclette, elettro-
domestici si accatastavano nei negozi e si volatilizzavano mezz’ora dopo,

per la richiesta sempre crescente dei consumatori. Non dico che tutto sia
avvenuto secondo le classiche regole di un mercato equilibrato, ci so-
no stati errori, soprattutto nell’edilizia, che pur di tirar su case ha finito
per uccidere il mare di ‘Taranto lungo il viale Virgilio, mezzo sepolto
fra palazzotti che lo pretendono a grattacieli tronchi.

Anche in questo settore l’Italsider ha agito come polo positivo
di sviluppo, orientando la costruzione di un villaggio satellite
a ridosso del Mar Piccolo. Che si vuole di più da una città
che ha ripreso a camminare soltanto da quattro anni? Ci
sono tornato ancòra recentemente, per vedere questa Taranto
trasformata. Niente passeggiate oziose sul lungomare, già deserto
nelle prime ore della sera, perché i tarantini hanno imparato
a coricarsi presto per essere in fabbrica all’ora stabilita. E sulla
strada jonica per Metaponto, non ho più incontrato gli auto-
stoppisti che andavano a cercare lavoro nella lunga pianura avviata
alla riforma agricola; se mai ne incontravo al ritorno, che veni-
vano a cercar lavoro a Taranto, al “quarto centro” o nelle altre
industrie che sono sorte attorno al complesso Italsider come
satelliti della nuova costellazione industriale che ha trasformato
Taranto e, lentamente, sta trasformando le regioni accosto, soprat-
tutto le province pugliesi.

Si parla di miracolo a Taranto, e con ragione. Non fosse che la
rapidità con cui è stato costruito il “quarto centro”, accennare al pro-
digio non sarebbe già più esagerazione. Quattro anni di lavoro (get-
tate le fondamenta il 9 luglio 1960) ed il complesso Italsider, una co-
struzione avveniristica, siderale nel mondo pastorale degli uliveti, è
già in piena funzione, destinata a produrre due milioni e mezzo di
tonnellate di acciaio l’anno, e con oltre quattromila operai occupati
permanentemente. Poi, come conseguenza dei previsti sviluppi, le rea-
zioni provocate dal quarto centro Italsider, il germogliare delle altre
industrie, la Shell con una raffineria, la Cementir con il cemento, la
Dreher con la birra, la Sanac con i refrattari, la Lamel con la metal-
meccanica leggera. Imprese che significano investimenti per centinaia
di milioni, lavoro e reddito.

Sinceramente, chi ha veduto Taranto prima del 1960 non la rico-
noscerebbe. Nella pace agreste degli olivi sono germogliati gli alti-
forni della Italsider; la raffinata, classica Magna Grecia è stata violen-
tata dalla civiltà tecnologica, fenomeni che non possono avvenire
senza mutare radicalmente anche il temperamento dei tarantini. Oggi
i tarantini hanno mutato carattere, la trasformazione sociale è stata
troppo profonda, persin violenta. Oggi, a Taranto, si respira aria indu-
striale, come a Genova, Torino e Milano, anzi, poiché qui tutto è nuo-
vissimo, direi che quest’aria ha qualcosa di più limpido che non nelle
vecchie città con lunga tradizione industriale, una limpidezza fattiva,
come può nascere da un prodigio; appunto quello della resurrezione,
operato dal quarto centro siderurgico Italsider con un’esatta valuta-
zione delle condizioni ambientali ed una realistica visione di quello
che sarebbe avvenuto dopo, cioè delle possibilità di alimentare e ren-
dere durevole sviluppo economico e sociale ciò che in partenza era
prodigio.



Giovanni Russo

Nell’aereo che mi porta da Roma a Taranto sono seduto accanto
a un signore con gli occhiali che tiene sulle ginocchia una borsa di
pelle nera e che si rivolge in francese alla hostess. Altri passeggeri
sono americani, tedeschi o italiani del Nord. Si capisce che sono uo-
mini di affari, alti funzionari di grosse industrie, tecnici. Volano verso
l’acciaio di ‘Taranto.

Ripenso alle volte che, in questi ultimi anni, sono stato anch'io
a Taranto per lo stesso motivo. Nel luglio del 1960 avevo assistito
alla cerimonia della posa della prima pietra del centro siderurgico. Le
ruspe stavano ancòra spianando il terreno dal quale erano state sra-
dicate ventimila piante di olivo. Al loro posto sarebbero sorti gli al-
tiforni, l’acciaieria, i laminatoi, la cokeria, il tubificio. ‘L'ingegnere
che dirigeva i lavori aveva la faccia tesa. Disse solo che avrebbe fatto
il suo dovere, avrebbe costruito il centro siderurgico entro i termini

stabiliti, entro quattro anni, un tempo da record. Un anno dopo fu
inaugurata la fabbrica di tubi. Vidi i primi giovani tarantini, che ado-
peravano le macchine modernissime con disinvolta perizia. Erano
solo l’avanguardia degli oltre quattromila dipendenti che lavorano oggi
nel centro siderurgico. Due anni dopo trovai quel paesaggio rivolu-
zionato da maestosi castelli di acciaio. Duecentocinquanta gru semo-
venti, milletrecento automezzi, trecentocinquanta vagoni percorre-
vano ogni giorno i quaranta chilometri di strade e i trentacinque di
ferrovia che attraversavano i seicento ettari di terreno (una superficie
doppia di quella di Taranto) dove il complesso degli stabilimenti stava
sorgendo. La città visse il più grande “boom” della sua storia. Quat-
trocento imprese specializzate italiane e straniere impiegavano’ nel
momento di massimo lavoro quasi quattordicimila uomini. Questi i
ricordi.





il, IRAN n)

NAT po LÌ a AI DA I

|



Tz:

Ma la hostess mi risveglia da tali pensieri: ‘ci avverte di allac-
ciare le cinture di sicurezza. Tra pochi minuti atterreremo. Si scorgo-
no, dal finestrino, le luci viola della città; poi brilla nella notte un lam-
po, sùbito soffocato da una fiammata: la vampa di una colata di acciaio.

La mattina, dal balcone del mio albergo, contemplo i palazzi nuovi
di Taranto, sviluppatasi in questi anni caoticamente. Passo in auto-
mobile per le sue strade piene di traffico, supero il ponte girevole,
sfioro le case della città vecchia, diretto al porto, all’ampio molo co-
struito appositamente per l’Italsider. Qui vi sono alcune delle tante
braccia di questo Briareo della tecnica moderna. Da una parte sono
le gru che caricano le lamiere e i coils, il prodotto finito, nelle navi di-
rette in tutto il mondo. Dall'altra parte si scarica la materia prima
dalle navi che arrivano da Goa, dalla Mauritania, dal Venezuela, dal
nord Africa con i minerali di ferro o dal nord America con un car-
bone molto ricco, quello della west Virginia. Ogni anno attracche-
ranno a questo molo quattrocentocinquanta navi per il carico o lo
scarico. Oggi sono ormeggiati due piroscafi. Un’enorme benna scende
dal ponte scaricatore fin nel loro ventre, ne trae il carbone e lo
rovescia in una specie di imbuto d’acciaio che lo versa sul traspor-
tatore a nastro. Mi avvicino a osservare il nastro: è una fascia di gom-
ma nera che si alza e si abbassa come la lingua di un formichiere, pal-
pitando sui rulli. È la lingua vorace del centro siderurgico che inghiot-
te il cibo che diventerà acciaio; ma è anche l’intestino che nutre questo
gigantesco corpo meccanico perché tutto ciò che inghiotte circola at-
traverso ventuno chilometri di nastri trasportatori fino alla bocca degli
altiforni. Mentre vado verso gli impianti del centro siderurgico vedo
questi intestini che superano i campi, si intersecano, comunicando
l’uno con l’altro e convergono verso i punti iniziali del ciclo di pro-
duzione: i parchi delle materie prime, gli impianti di preparazione,
la cokeria.

Uno di questi intestini riversa il fossile e il minerale nel parco. Due
colossali macchine gialle e nere dominano i cumuli bruni del fossile.
Una lo scarica ma l’altra lo riprende con una ruota a pale, simile a quel-
la di una colossale giostra, e lo rimette nell’intestino del nastro che,
velocemente, lo porta agli impianti dove viene vagliato, preparato,
misurato. Il cibo è pronto per essere inviato alla cottura, alla maestosa
cucina della cokeria.

La cokeria sembra, con le sue celle numerate, una monumentale
cassaforte. Salgo con una scaletta su di essa. Due operai misurano la
temperatura delle celle dove il carbone è trasformato in coke. Alzano
a uno a uno i coperchi dei piedritti e io mi sporgo con loro e vedo
le pareti incandescenti delle celle. Sotto le suole delle mie scarpe
un po’ di quel calore mi raggiunge. Gli operai sono giovani:
uno ha ventinove anni l’altro trenta; uno era meccanico, l’altro auti-
sta. Mi dice l’ex autista: « Bisogna mettercela tutta qui. Una volta
avevo il tempo per passare la sera con gli amici. Adesso la vita è cam-
biata. Sono operaio ».

Fra pochi minuti vi sarà una colata all’altoforno numero 3. Corriamo
con l'automobile per arrivare in tempo e incrociamo un autobus pieno
di ragazzi. Sono studenti di un istituto scolastico di Potenza che stanno
visitando gli impianti. Da tutte le città del Sud, almeno cinque volte
alla settimana, si succedono visite scolastiche. I ragazzi meridionali
hanno ‘qui il primo emozionante incontro con la grande industria
moderna. Anche questo è un importante aspetto della nuova realtà.
È il segno che sta crescendo una generazione che porterà nell’anima e
nella mente un’idea concreta del progresso. Quando noi eravamo ra-
gazzi, nelle scuole del Sud, potevamo solo immaginarci dalle pagine
dei libri le industrie. L'autobus passa accanto a una specie di mostro,
munito di ruote: è un carro che regge un enorme contenitore dalla
forma allungata. È uno dei carri siluro che va verso il grande stomaco
del centro siderurgico, l’altoforno, per ricevere la colata di ghisa.

L’altoforno con le sue torti metalliche e cilindriche sembta una
di quelle fortezze medievali in cui ci si rinchiudeva per l’ultima di-
fesa. Queste torri sono i cowpers che riscaldano l’aria e mandano
nel forno un vento caldissimo che soffia fino a duecentonovantamila
Nme all’ora. Salgo sul piano di colata all’altezza del crogiuolo

dell’altoforno le cui pareti sono percorse dalle fiammelle a gas. Qui è
come ritornare indietro di millenni, all’epoca del ferro. Il letto è,
infatti, coperto di sabbia gialla e i colatori, con le loro tute
sporche, preparano delle canalette dove dovrà scorrere la ghisa liqui-
da: sicché questa scena non è diversa da quella della mitologia
anche se, dietro di essa, vi è tutta la scienza moderna. Il capo-
colatore è un operaio di Cerignola. Fino a due anni fa lavorava
in una fonderia francese. Ora è potuto ritornare al suo paese. Co-
manda lui le leve della perforatrice ad aria compressa che penetra
con la sua punta di acciaio nel forno finché dal foro non esce
una tempesta di stelle rosse e una fiammata. Ma dopo questo pulvi-
scolo stellato il foro emette solo del fumo. Non si vede ancòra la ghisa
liquida. I colatori prendono un’asta di ferro, la spingono con forza
nel foro per allargarlo. Si dànno la voce come vogatori. La punta del-
l’asta diventa incandescente, si contorce. È inutilizzabile. Corrono a
sostituirla con un’altra e ancòra con un’altra. Bisogna cambiarla altre
volte perché tutte le aste si contorcono e si fondono. Finalmente,
dopo dieci minuti di fatica, il liquido incandescente della ghisa inonda
le canalette e scende verso la bocca arroventata del carro siluro.

Gli operai sono sudati, stanchi, ma contenti. Uno di essi, un ta-
rantino, mi dice sorridendo: « Ce l’abbiamo fatta. Sembra che l’uomo
non c'entri in questo complesso di grandi macchine automatiche ma
alla fine, ecco, è sempre l’uomo che deve intervenire ». Gli chiedo
quale fosse la sua condizione prima di diventare un colatore. Mi ri-
sponde: « Ero studente, sa, ma poi ho preferito venire a lavorare al
centro. Adesso mi debbo sposare. E sa con chi? Con una studentessa
in lettere di Napoli ». Scendendo dall’altoforno penso alla confidenza
che mi ha fatto quell’operaio. Con la ghisa, nell’altoforno di Taranto,
s'è fuso anche qualche pregiudizio di casta.

Seguiamo il carro siluro verso l’acciaieria. Il grande edificio, di
cui avevo visto un anno fa lo scheletro di acciaio, è ora coperto di
mattoni refrattari dipinti di rosso vinaccia. Qui dentro si perde quel-
la proporzione umana tra operaio e macchina che si conservava ancòra
nell’altoforno o nella cokeria. Gli operai sono rinchiusi nelle cabine
dei ponti mobili che agganciano con i loro staffoni le gigantesche ca-
raffe di acciaio che sono le siviere dove il carro siluro ha riversato fino
a trecento tonnellate di ghisa ardente. La siviera è sollevata in alto
e poi rovesciata verso il crogiuolo, dove si forma l’acciaio.

Nell’immenso laminatoio non osservo più le macchine complicate
e solenni. Mentre i lingotti di trenta tonnellate corrono sul treno slab-
bing per essere schiacciati, trasformati in bramme (e poi le bramme
diventano lamiere o coils) risento le parole degli operai che ho incon-
trato durante la mia visita. Uno di essi, che comandava l’azione di sei
enormi finitrici, sotto le quali la striscia di fuoco della bramma si al-
lungava e si allargava, mi aveva spiegato il ciclo di lavorazione, la
funzione di queste macchine a me sconosciute, con preciso linguag-
gio. Parlava di cesoie a caldo, di spianatrici, di sbozzatori, di rompi-
scaglie, di finitrici, di bobinatrici. Non capivo gran che ma lo ascoltavo
con ammirazione. Guardavo la sua faccia di ragazzo pensando che,
forse, soltanto pochi anni fa, egli avrebbe parlato in dialetto e io avrei
fatto con lui la parte del borghese umanista. Il ragazzo mi aveva di-
chiarato con orgoglio: « Oggi è andato tutto benissimo, non c’è stata
nemmeno una fermata». Poi si era rimesso davanti al quadro dei comandi
delle macchine.

Prima di lasciare il centro siderurgico il capo del personale e il capo
dell’ufficio delle relazioni pubbliche mi hanno rifornito di molti grafici,
mi hanno riferito molti dati spettacolari.

Sono cifre di milioni, di miliardi. Ma il dato più spettacolare per
me è proprio quel piccolo pugliese bruno che comandava la macchina
con cui si schiaccia la bramma incandescente.

Il centro siderurgico è stato completato appena due mesi fa. Oggi può
già produrre oltre due milioni di tonnellate di ghisa e oltre due milioni
e mezzo di tonnellate di acciaio. Uno dei dirigenti del centro siderurgico,
salutandomi, mi ha detto: « Senza la eccezionale capacità lavorativa di
questi giovani operai pugliesi non avremmo potuto avere questa par-
tenza rapidissima, in tempi così veloci che i tecnici di tutto il mondo
ne sono stati meravigliati ».



14

AUTOMAZIONE A TARANTO

di Alberto Mondini

L’arrivo dei grandi calcolatori nell’industria pone dei rapporti
fra ideazione e strumento non dissimili fra quelli che intercorrono
nella musica. Questo pensiero mi giunge in pieno stabilimento side-
rurgico di Taranto; non avevo mai pensato che il passeggiare in uno
stabilimento siderurgico portasse alla meditazione. Invece l'impossibilità
di parlare, per l’altissimo livello di rumore nei reparti e insieme la
quantità e l’intensità delle impressioni che si ricevono, porta il cervello
verso un elevato regime di giri, e le immagini si inseguono rapide.

Camminando lungo i treni di laminazione, in acciaieria, o passeg-
giando presso gli altiforni, o aggirandosi negli spiazzi immensi corsi
da trasportatori meccanici, il complesso dei messaggi che riceviamo rap-
presenta molto più che un semplice “vedere”; c’è il rumore assordan-
te, che non percuote solo l’orecchio ma tutto il nostro corpo, ci sono
le vampate di caldo, e il vento che sembra freddo a paragone del caldo;
c'è l'ampiezza dei capannoni che ci fa volgere in alto il capo per ap-
prezzare quanto sia distante il soffitto, movimento identico a quello
che nelle cattedrali ci riempie di religioso stupore. C’è il terrore di
questa violenza che si sprigiona a comando, in funzione costruttiva,
ma di cui le nostre fibre stesse non possono sottovalutare neppure
per un attimo l’immane potenza distruggitrice; l’acciaio, questo me-
tallo che simboleggia nelle nostre logore immagini letterarie ciò che
vi è di più forte, viene piegato, schiacciato, martoriato dalle macchine
elefantesche e atroci nei preordinati tormenti.

Su questo fondo, comune alla siderurgia, si inserisce lo strumento
di calcolo elettronico; con un passaggio di elettroni invisibile, e di
cui i nostri sensi notano solo manifestazioni secondarie, come il balu-
ginare di lampadine, il va e vieni dei nastri, il ticchettìo di una tele-
scrivente, lo sfogliamento rapidissimo delle schede fatto da macchine
che avvilirebbero i più incalliti giocatori di carte, i congegni elettro-
nici fanno i conti, ci aiutano a preparare i programmi, regolano la
marcia dei “treni” di stabilimento e dei nastri trasportatori.

Quando abbiamo intuito, e poi assimilato e fatto nostro tutto que-
sto, non abbiamo ancòra compreso il rapporto fra la macchina, o le
macchine elettroniche, e uno stabilimento a ciclo integrale come questo.
E secondo me ci sono due modi di comprenderlo, che poi sono quelli
antichissimi dell’analisi e della sintesi, gli strumenti con cui l’uomo
affronta dai tempi degli antichi greci il problema del conoscere. L’ana-
lisi in questo caso è lo studio di ogni operazione e del modo in cui
viene programmata, di ciò che il calcolo può fare e di ciò che potrà
fare per noi; la sintesi ci porta all’esame di un trinomio nuovo, e quin-
di strano, fatto di 7re e/ezzenti e dei loro reciproci rapporti: #/ complesso
produttivo nella sua immensità, con le sue ferree leggi, il suo moto inar-
restabile, la sua logica precostruitavi dentro all’atto della progetta-
zione e della costruzione; #/ meggo elettronico, che all’origine sa fare
solo le addizioni in aritmetica binaria, e che facendo queste addizioni
ad una velocità paragonabile a quella della luce, apre le porte del mon-
do matematico, con tutte le sue meravigliose implicazione e conse-
guenze, così come nelle regge di un tempo l’apertura di una porta
svelava una fuga di sale, ciascuna con una porta aperta che adduceva
alle successive, in un vertiginoso effetto prospettico; /’uozzo con de sue
capacità di valutazione e di decisione, che deve far rendere al meglio il
complesso produttivo valendosi anche del mezzo elettronico, e pie-
gando l’uno e l’altro ai suoi fini.

E qui viene bene il paragone musicale; tutti sanno che il clavicem-
balo, il clavicordio, e via via gli altri strumenti solisti, da camera, da
orchestra nel loro progresso tecnologico hanno influenzato la musica,





Un nuovo strumento, la scheda perforata dal calcolatore elettronico, entra
nella cabina del laminatore: l’operaio addetto alla conduzione del treno
adempie anche alla funzione di raccolta delle informazioni elementari che
verranno successivamente elaborate per i dati di gestione dello stabilimento.



16



e generato forme nuove di musica; Lewis Mumford dice giustamente
che l'orchestra sinfonica è un capolavoro di ingegneria. Le sinfonie
non esisterebbero senza l’orchestra, e l’orchestra non avrebbe la for-
ma che ha assunto senza un certo sviluppo storico della sinfonia.

Il rapporto fra uomo e strumento è a ciclo chiuso, è continuo, è
impostato su un feed back rapidissimo e permanente; ecco perché man
mano che questo rapporto si approfondisce, l’uso che l’uomo fa dello
strumento è più ampio, più completo, più ricco di risultati. L'uomo,
questo facitore di strumenti (Mar is a tool-making animal, disse Benja-
min Franklin), si trova oggi davanti a strumenti le cui possibilità di
impiego sono limitate solo dalla creatività della sua fantasia.

CROCE E DELIZIA

Per questo l’introduzione di un complesso elettronico in uno
stabilimento siderurgico è un avvenimento. Ma non è necessaria-
mente un sollievo, come un meccanismo semplice, come ad esempio
il servo-sterzo su un autocarro. È croce e delizia insieme; per
molti, oggi, è principalmente una croce. L’ingegner Antonio Gam-
bino, capo-programmazione e controllo della produzione, dice che
alle volte c'è da impazzire. In principio la presenza dell’elaboratore
elettronico rende il lavoro più arduo, tutti i piccoli inconve-
nienti vengono esaltati dalla presenza di questa macchina che non ha
certo il cervello di un uomo, soprattutto non ne ha l’elasticità mentale.
« Ma bisogna ricordarsi — dice l’ingegner Gambino serio in volto —
che siamo partiti da appena sei mesi. Il calcolatore è come un campo
da seminare; la macchina vorace adesso mangia la nostra fatica, ma
presto ce la renderà, nel senso che una volta avviati i vari processi su
una base rosfinaria (gli ingegneri usano terribili neologismi), verranno
i vantaggi previsti, in economia di lavoro e quindi di denaro ».

II quadro generale della situazione, invece, lo abbiamo dal direttore,
ingegner De Franceschini. Egli vede l'automazione innanzitutto come
una elaborazione centrale di tutti i dati che interessano lo stabilimento,
e come un deflusso a questo centro di elaborazione di tutti gli elementi
necessari ai capi operativi per decidere e intervenire tempestivamente
dov’è necessario. Ma l’automazione ha anche un’altra faccia; considerata
al livello dei vari processi, essa porta ad un miglioramento della qualità
dei prodotti, della produttività oraria, e ad un miglior controllo di ogni
singolo processo produttivo, cioè ad una sensibile diminuzione dei costi.

La presenza dei calcolatori ha esercitato un benefico effetto prima
ancòra che essi entrassero in funzione; questa osservazione è del vice
direttore ingegnere Massobrio. Egli poi chiarisce questo concetto nel
modo seguente: «La presenza dei calcolatori impone una ricerca per



istra e nella prima foto della pagina accanto: veduta delle mac-
chine per la rilevazione e la trasmissione dei dati installate nell’area
della laminazione.

nella pagina accanto, all'estrema destra: il calcolatore di processo
destinato al controllo del treno lamiere.

stabilire delle equazioni che descrivano matematicamente i processi, ciò
che porta ad una conoscenza più approfondita dei processi stessi ».

SULLE LINEE DI PRODUZIONE

I grandi calcolatori del centro sono simili a tutti i loro fratelli
che abbiamo visto sparsi per il mondo: armadi pieni di congegni elet-
tronici, calcoli che si tramutano in colonne di cifre stampate a velo-
cità vertiginosa dalla stampatrice rapida.

Andiamo piuttosto sulle linee di produzione, a vedere cosa fanno
le schede perforate e simili magie per la produzione dell’acciaio; degli
altiforni e dei trasportatori ci parla l'ingegner Mantegazza. Dal porto
agli altiforni il minerale viaggia sui trasportatori. Al centro dove si
comanda il movimento dei nastri, che hanno uno sviluppo di ben
ventun chilometri, un quadro sinottico riproduce tutta la rete di
questi trasporti, e varie luci di segnalazione avvertono l’operatore di
eventuali anomalie. Tutto lo sviluppo dei nastri è comandabile dalla
cabina e dal quadro sinottico, senza che sia necessario alcun inter-
vento lungo la linea.

Per portare un carico di minerale dal porto ad un altoforno basta
indicare l’indirizzo su una scheda perforata; l'operatore introduce la
scheda nel “sinottico” e i nastri relativi si mettono automaticamente in
moto. Anche in altoforno c'è un quadro sinottico che permette di
guidarlo in modo sempre più automatizzato.

Passiamo ora nel pulpito del treno del laminatoio; davanti a noi
c'è il treno che muove i lingotti di acciaio al calor rosso. L’ingegner
Fabbri, capo dell’organizzazione, ci spiega che dal forno a pozzo è stato
or ora sfornato un lingotto per portarlo alla laminazione, cioè verso
il treno sbozzatore per laminarlo in bramme. Le dimensioni di bramma
sono state programmate proprio tramite questo sistema di elabora-
zione e trasmissione dei dati; ogni bramma sarà poi a sua volta Jaminata
in nastri o lamiere, Settimanalmente, a seconda degli ordini trasmessi
al centro di elaborazione dei dati dall’ufficio programmazione, vengono
inviate dal calcolatore centrale a questo pulpito delle schede che ver-
ranno usate per creare i programmi di laminazione dello s/abbing, cioè
del treno sbozzatore che trasforma il lingotto in bramma. Queste
schede sono divise per tipo di lingottiera e per qualità di acciaio;
l'ingegnere Fabbri ci mostra una di queste schede, che porta i dati
preperforati e prestampati, che sono proprio il tipo della lingottiera,
e le dimensioni delle bramme che si vogliono ottenere, in funzione
dell'ordine cui sono state assegnate.

Le bramme costituiranno nel prosieguo del ciclo di lavorazione
“la carica” del treno lamiere e del treno nastri. Gli unici dati che man-





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cano a questo punto sono il numero di colata e la cella in cui verranno
infornati i lingotti; quindi al momento in cui viene fatta una colata,
tramite quella telescrivente che è qui nel pulpito, si ricevono dall’ac-
ciaieria i dati relativi alla colata, e il numero dei lingotti che arrive-
ranno. Il numero di colata è indispensabile perché dice la qualità
dell’acciaio e quindi la destinazione delle bramme.

« Quando arriva il treno dei lingotti e viene infornato in una cella
— conclude l’ingegnere Fabbri — l’operatore prende le schede-pro-
gramma e, dopo aver impostato sulla tastiera il mumero di colata
trasmessogli dalla telescrivente, le alimenta ad una ad una in questo
lettore di scheda creando sulle due stampatrici che sono lungo la
linea, esattamente al pulpito dello s/abbing e al pulpito della cesoia,
il programma di laminazione. Ad esempio, quello che vediamo qui
ci dice che questo lingotto di questa qualità e di questa dimensione
deve essere laminato nello spessore di 235 e nella larghezza di 1000,
e poi bisogna farne un taglio da 9000 millimetri. In questo caso facciamo
una bramma sola da unlingotto, ma i tagli possono essere anche di più».

Contemporaneamente si ha una trasmissione verso il centro ela-
borazione dati, che viene informato di tutto l'andamento della lavora-
zione. I lingotti corrono sulla via a rulli, vengono laminati e tagliati;
contemporaneamente i dati corrono anch'essi, li precedono: i rulli
passano e ripassano il lingotto, fino a che diviene bramma. La cesoia
taglia con un taglio possente, la bramma è pronta per passare alle la-
vorazioni successive, o per andare ad attendere nel grande cortile.
Questi dati servono anche per il controllo di qualità.

Gli operatori, che fino a qualche mese fa erano semplici contadini,
lavorano con colonne di numeri davanti, seguendo le direttive della
programmazione; a volte l'addestramento non è stato facile. I risul-
tati però hanno compensato ogni fatica.

AL TRENO LAMIERE

Al treno lamiere l’ingegner Gino Zacchei ci accoglie con l’elmetto
in testa, com'è prescritto, e come d’altronde hanno imposto di portare
anche a noi. Il treno lamiere prende le bramme, le riscalda nei forni
a spinta, poi le trasforma in lamiere di vario spessore, a seconda della
richiesta del cliente. Il passaggio della bramma e successivamente delle
lamiere sui rulli è accompagnato da un rumore altissimo. Anche qui
c'è un pulpito, cioè una gabbia di vetro in cui si può parlare, se non
in silenzio, almeno con un rumore sopportabile.

L’ingegnere Zacchei crede fermamente nell’automazione. «Eravamo
arrivati — egli dice — ad un limite che le sole forze dell’uomo non
potevano sorpassare e pertanto ci siamo dovuti rivolgere a un cal-

colatore elettronico. Noi forniamo al calcolatore le dimensioni della
lamiera che vogliamo ottenere e quelle della bramma da cui ottenere
quella lamiera. Il calcolatore, nella cui memoria abbiamo introdotto
il modello matematico del processo, compie i suoi calcoli e posi-
ziona le macchine in base ad essi. Durante la laminazione il calco-
latore tiene sempre la lamiera sotto controllo e, qualora sia neces-
sario, si autocorregge. In ultima analisi il calcolatore dà una serie di
ordini, controlla l'esecuzione di ciascun ordine ed eventualmente
corregge l’ordine successivo a quello che al controllo non ha dato
risultati soddisfacenti».

L’operatore non viene degradato, ma promosso; invece di posi-
zionare a mano i cilindri si limita ad osservare il buon andamento
della laminazione, e ad intervenire in casi di anomalie; rilevando i
dati dal programma, gli operai li “‘impostano”’ sugli apparecchi appo-
siti, ai quali spetta poi di eseguire. L’operaio è quindi promosso sor-
vegliante e comandante; ai servi meccanici ed elettromeccanici, con
un semplice tocco della mano, dà l’ordine o la correzione perché la
produzione fluisca nel modo prescritto.

Questa è, applicata in un esempio di vastità inusitata, quella che
alcuni chiamano la seconda (o la terza secondo altri) rivoluzione in-
dustriale. Se il progresso meccanico fin qui ha tolto la fatica musco-
lare più grezza, e ci ha dato le macchine possenti, la rivoluzione pre-
sente ci dà delle macchine che non sono in stretto senso “intelligenti”,
ma elaborano, trasmettono, registrano l’informazione. Solo oggi si
comincia a capire cosa sia l’informazione, quanto essa debba essere
presente in ogni luogo; non l’informazione generica, intendiamoci:
la distanza fra i cilindri del laminatoio per un certo tipo di bramma,
il taglio esatto della cesoia, questa è l’informazione, strettamente quan-
titativa, che ci serve. Macchinette di raccolta dati, collegate da una
parte al bilico pesa-bramme e dall’altra ad una stampigliatrice, sono
l’esempio tangibile della raccolta d’informazioni che serve alla base.

Poi, in alto, somme vertiginose, divisioni sottili per categorie di
peso, dimensioni, qualità, permettono il nuovo tipo di gestione azien-
dale, che si distacca da quello antico quanto la guida di un quadrireat-
tore in volo strumentale si distacca dalla navigazione a vela. Occorre
molta informazione, elaborata bene, presentata bene, e al momento
giusto. Dietro le favolose conquiste dell’astronautica c’è il calcolo
elettronico di tutta la sua potenza, che permette di seguire i fenomeni
in real time, cioè in tempo reale, di apprezzarli quantitativamente men-
tre avvengono. È quindi giusto che sistemi d’informazione di questa
potenza vengano applicati anche per migliorare la produzione e quindi
il tenore di vita su questa terra, che dopo tutto fra i pianeti, almeno
per ora, è indiscutibilmente quello di maggiore interesse.

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QUINDICIMILA TUBI ITALSIDER

A BUENOS AIRES

di Nelio Ferrando



Tubificio Italsider di Taranto: saldatura interna dei tubi.

Da Pico Truncado, nella Patagonia, provincia di Santa Cruz, a
Buenos Aires un consorzio italiano — Eni (Snam e Snam-Saipem, Nuo-
vo Pignone, Pignone Sud), Finsider (Siderexport, Italsider, Dalmine),
Fiat-Grandi Motori, Marelli Lenkurt, Ercole Marelli — ha costruito
un gasdotto della lunghezza di 1.690 chilometri: « Obra de jerarchia
mundial y el màs importante de los realizados hasta ahora en Argen-
tina », e cioè il terzo del mondo, essendo preceduto da quello del
Trans-Canada e da quello che dall’ Alberta porta il gas a San Franci-
sco. L’Italsider (come Siderexport) ha fornito 240 mila tonnellate di
tubi (30 pollici di diametro, 8,74 millimetri di spessore, 12 metri di
lunghezza), trasportati con oltre cento navi, in gran parte ad opera
della Sidermar.

Il tubo Italsider fabbricato a Taranto è dunque lungo 12 metri,
questa è la misura internazionale. Da Pico Truncado a Buenos Aires
ci sono allora 14.830 tubi. Ogni tubo deve essere interrato ad una
profondità di metri 1,70; per questo è stato necessario scavare innan-
zitutto una trincea. Ma la terra di Patagonia riservava una sgradita sor-
presa: a un metro c’è roccia. Se la roccia è dura si può vincerla con
la dinamite, ed è relativamente semplice. Se invece è molle si può

DA PICO TRUNCADO

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Imbarco dei tubi “tarantini” destinati al grande gasdotto argentino.

frantumarla con il rostro unghiato dei giganteschi trattori da 45 ton-
nellate, ed è ancora più semplice. Ma se la roccia non è né dura né
molle sono guai: non si può farla saltare con la dinamite, non si può
inciderla con il rostro. Ci vuole un po’ dell’una e un po’ dell’altro e
bisogna anche ricorrere a varie soluzioni che richiedono più tempo
e più manodopera. La roccia patagonese è proprio di quest’ultimo
indesiderabile tipo. Comunque la trincea è stata scavata dagli operai
del consorzio che sono argentini, boliviani, cileni; gli italiani in tutta
l’opera hanno avuto solo posti di responsabilità; il grado minore è
quello di autista o di operaio specializzato.

I favolosi trattori trasportavano due tubi già saldati l’uno all’altro
e li calavano nella trincea. Ogni ventiquattro metri una squadra di salda-
tori (italiani e argentini) univa i due tubi agli altri due e così via, per
giorni per mesi per anni sino a che i tubi sono diventati un solo serpente
che ha la testa a Pico Truncado e la coda a Buenos Aires. Il lavoro s'è
svolto sotto il sole, sotto il gelo, che d’inverno scende a meno venti,
sotto il vento che c’è sempre: arriva direttamente dal Polo Sud dopo
aver spazzato la Terra del Fuoco, dopo aver attraversato Magellano;
corre su quest'immensa distesa di pietra pomice appena ravvivata da

19



Veduta aerea della sistemazione dei tubi in una zona paludosa.

gialli cespugli simili a spugne, che esprimono con infinita sofferenza
un’intenzione di verde, e le pecore ‘“merinos” si pascono, vivendo a
brado, di quel barlume di verde e pare che le nutra visto che si molti-
plicano. Il vento corre su questa pomice, su questi cespugli senza in-
contrare sbarramenti, va con un suono disteso e continuo come quel-
lo del treno in galleria, investe Comodoro Rivadavia, sfiora (sorvola?)
Buenos Aires, si impadronisce della pampa, si infrange sulle Ande;
come il fuoco dell’inferno che si crea da se stesso, risorgendo dalle
sue fiamme, immortale infinito, così questo vento.

L’impresa ebbe l’avvio da una gara d’appalto indetta il 4 novem-
bre 1960. Il problema era quello di utilizzare il gas che usciva dai pozzi
di petrolio in funzione nella Patagonia. Si poteva seguire una delle
tre vie classiche: o costruire impianti di produzione petrolchimica, o
bruciare il gas per ottenere energia elettrica, o trasportarlo ai centri
urbani. Venne scelta la terza soluzione. A quel tempo esisteva solo il
gasdotto del Nord che portava a Buenos Aires il gas prodotto a Salta,
ai confini con la Bolivia. Il governo argentino indisse l’appalto che
fu vinto da un consorzio italiano nel quale si trovarono ad operare
insieme, forse per la prima volta in proporzioni così grandiose, imprese

Il difficile lavoro di sistemazione delle tubazioni in una zona fluviale.

a partecipazione statale e imprese private. Il rapporto fra le varie ditte
del consorzio, che assunse il nome di Saipem-Siderexport, e che ini-
ziò i lavori nel 1961, venne così fissato: l’Eni prese la direzione del-
l’iniziativa curando la progettazione e il controllo dell’opera. In per-
centuale il suo contributo, comprese le forniture, sarà, quando nel-
l’aprile del 1967 l’opera sarà completamente finita — e cioè il gasdotto
funzionerà a piena portata — del 46 per cento. Il gruppo Iri-Finsider
è intervenuto per circa un terzo del valore.

La grande festa per l’inaugurazione si svolse ai primi di marzo in
due tempi. L’uno a Buenos Aires, presenti il capo dello stato Arturo
Illia, l'ambasciatore d’Italia Tassoni Estense, l’ingegner Raffaele Girotti
direttore dell’Eni, l’ingegner Emilio Caccialupi e l'ingegner Luigi Rivara
rispettivamente presidente e direttore generale della Siderexport, il
presidente del gas del estado Esteban Perez. In una limpida giornata
estiva lo schieramento dei mezzi meccanizzati del consorzio assume-
va nella grande piana che prelude alla pampa il tono d’una testimo-
nianza italiana completa e prestigiosa. Simbolicamente due tubi sal-
dati rappresentavano su un’impalcatura un tratto del gasdotto, e anelli
con i colori argentini e italiani ne fasciavano le estremità. Oltre le

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della “tri dei tubi.

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Preparazione nella per la

cose che ho già detto, ne furono rilevate altre di notevole interesse
ma un po’ secondarie per noi di fronte al fatto preminente che qui
l’Italia era in veste di protagonista; in un campo tecnico, sicuro, e
che il riconoscimento era completo e vi aggiungeva valore il vanto
argentino di aver collaborato al compimento dell’opera. Questo sen-
timento è stato espresso anche in un messaggio del ministro delle
partecipazioni statali onorevole Giorgio Bo, dicendo che « nel grande im-
pegno che attende l’ Argentina nell’attuazione del suo piano di sviluppo
noi riscontriamo un altro motivo di affinità e di comunanza di obiettivi.
A questo sforzo non mancherà l’aiuto e l’apporto dell’Italia, così co-
me non mancarono nella prima edificazione dello stato argentino ».

Nella prima tappa, che è quella appena conclusa, saranno traspor-
tati cinque milioni di metri cubi di gas al giorno, che si eleveranno a
sette milioni alla fine dell’anno e a dieci milioni a metà del 1967. (Estro-
samente il giornale “Clarin” aveva scritto che le 290 mila tonnellate di
acciaio che compongono il gasdotto consentirebbero di avvolgere
un cavo di 25 millimetri di diametro per tre volte attorno al nostro
pianeta. E che la potenza delle macchine basterebbe a fornire di elet-

A mezzo di grandi veicoli i tubi vengono trasportati a piè d’opera.

tricità una città come Rosario). Per trasportare l’intero sistema di te-
lecomunicazioni e telecontrollo fu necessario istituire un ponte aereo
fra l’Italia e Comodoro Rivadavia. Centocinquanta autocarri hanno
trasportato 40 mila tonnellate di carico. Ogni autocarro ha percorso
200 mila chilometri, le ore lavorative sono state 20 milioni e le unità
operaie impiegate circa tremila.

La seconda cerimonia, privata, s'è svolta a Pico Truncado. Lì il
petrolio esce dal ventre della terra ed una sua molecola di gas impiega
quattro giorni per arrivare a Buenos Aires; la pressione iniziale è di
60 atmosfere, quella finale è di 24. Stazioni intermedie di utenza e di
mantenimento della pressione sono a Bahia Blanca, Barker e Tandil.
I pozzi hanno una profondità media di 1.700 metri. La prima opera-
zione consiste nel separare il petrolio dal gas che viene captato e av-
viato con una rete sotterranea di 400 chilometri di tubi alla stazione
di compressione, agli impianti di disidratazione e di decarbonizzazio-
ne e infine immesso nella condotta.

Qui c’è un campo per i lavoratori. Gli italiani sono centosessanta, di-
rigenti, operai specializzati: si tratta infatti d’una “esportazione di cer-

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it UNITI



I tubi, saldati a due a due, vengono calati nella “trincea”.

velli”. La loro situazione è questa, così riassunta da uno di loro: « Siamo
all’estero in posizione di prestigio, guadagnamo bene, facciamo una
vita serena: che altro si può desiderare? ». Un campo stupendo nel
quale abitano gli scapoli che sono stati assunti con un contratto di
due anni; ogni anno godono di un periodo di ferie d’un mese in Italia,
il viaggio è pagato. I lavoratori sposati abitano un po’ prima di Pico
Truncado e cioè a Cafiadon Seco, dove c’è un villaggio prefabbricato,
ci sono quaranta case e quaranta famiglie. Le case vengono conse-
gnate alle famiglie complete di tutto: frigo, lavatrice, lucidatrice, e
naturalmente mobili e biancheria. Il riscaldamento ad aria viene for-
nito da un impianto centrale. Ogni due anni, lavoratore e famiglia
hanno due mesi di vacanza in Italia, per tutti il viaggio è pagato dal
datore di lavoro. Per i bambini funziona una scuoletta.

. Vivono felici, pieni di dignità e di reciproca comprensione. Ogni
Vita ha il suo fascino, anche questa ha il suo; a saperla prendere. Qual-
che volta in questo incredibile paese si godono dei meravigliosi com-
pensi: il sentimento per esempio di essere dei pionieri, la coscienza
di fare davvero qualche cosa di grande, le spedizioni di fine settimana

Pico Truncado: accampamento Perro Negro. Gli alloggiamenti del personale.

allo stretto di Magellano, alla Terra del Fuoco, alle Ande, alla riserva
degli Indios sopravvissuti al grande eccidio. E la vita esprime sempre
qualche cosa di stupefacente a chi sa coglierla. Il più bel tramonto che
abbia mai visto si è acceso alla mia partenza da Pico Truncado. Costrui-
va all’orizzonte un fantastico arcipelago. C'erano vascelli in fiamme e
tuttavia continuavano a navigare in un mare sanguigno, sovrastato
da corruschi castelli, mutilati frastagliati. Un gruppo di isole nere
bordate di fuoco. In alto una solida nube, come di coke incandescente,
gettava un’ombra cupa su quel mare di fuoco, ribollente 0 steso come
una lamina che esca dalla fonditrice. Intorno, all’infinito, la pianura
bianca e marrone.

Il petrolio sgorgò nel 1907 a Comodoro Rivadavia ad opera del-
l’italiano Pietro Belli; i pionieri cercavano acqua e trovarono petrolio.
Ora la produzione è di due milioni 800 mila metri cubi all'anno. Con
le pecore ‘“‘merinos” e il petrolio la Patagonia tragica ha trovato un
suo avvenire. È tuttavia ancòra, e lo sarà per largo tempo, luogo di
pionieri; l’antica vocazione italiana vi ha trovato un pieno impiego,
ma si tratta di moderni pionieri: operai specializzati, tecnici, ingegneri.

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TARANTO VISTA DAI TARANTINI

GIOVANNI ACQUAVIVA: NON STAREMO ALLA FINESTRA A GUARDARE

Ai primi di luglio del 1960 il ministro Colombo presenziò all’ini-
zio dei lavori per la costruzione del quarto centro siderurgico di Taranto.

Già il giorno dopo, all’osservatore attento non sfuggì che Taranto
aveva cambiato volto, era un’altra: i tarantini avevano capìto che fi-
nalmente si faceva sul serio, si eran rimboccate le maniche e si eran
posti al lavoro. Che cosa si dovesse fare, ancòra precisamente nessuno
sapeva, ma tutti sentivano che la lunga vigilia era finita e che era ar-
rivato il momento di lavorare. I commercianti si posero sùbito ad
ammodernare i loro negozi e ad ordinare merce nuova, i costruttori
posero mano a preparar progetti per costruir case nuove, chi aveva
deciso di emigrare, come tanti avevano già fatto, sospese le pratiche
perché senza dubbio il lavoro sarebbe invece arrivato per tutti, le
banche registrarono immediatamente un movimento nuovo ed inso-
lito; chi non aveva denaro, firmava fiducioso effetti, nella certezza di
poter mantenere onorata la firma; qualcuno pensò che era giunto
il momento di costruire muovi alberghi e pensioni, di aprire
ristoranti e bar.

Non è una storia romanzata, questa. Se le cifre hanno un signifi-
cato, ricorderemo in questa sede non solo che il reddito netto per
abitante a Taranto era di 218.465 nel 1961, di 250.887 nel ’62 e di
319.671 nel ’63, ma che i depositi fiduciari a risparmio di privati nelle
aziende di credito salirono dagli scarsi 16 miliardi nel 1958 ai 30
miliardi nel ’62, e ai circa 37 miliardi nel ’63; che i conti correnti di
privati sono balzati dai 6 miliardi del 1958 ai 13 del ’62, ai 16 del ’63;
che i depositi a risparmio presso le poste sono passati da 1 miliardo
e 400 milioni nel 1958, a 3 miliardi e 357 milioni nel ’62, a 4 miliardi
e 655 milioni nel ’63; i buoni fruttiferi postali, dai 7 miliardi nel ’58
agli 11 miliardi nel ’62, ai 12 miliardi e 855 milioni nell’anno successivo.

Che dire del “boom” edilizio? Nel 1951 vi erano a Taranto capo-
luogo 30.952 abitazioni con 68.216 stanze (esclusi gli accessori); nel
61: 46.653 abitazioni con 131.619 stanze, cioè le abitazioni erano au-
mentate in dieci anni del 50 per cento, le stanze del go per cento. Nel
1962 nella città di Taranto furono costruiti 1.868 appartamenti con
7.611 stanze, nel 1963 gli appartamenti costruiti furono 1.894 con
7.503 stanze, con un ritmo, cioè, di 160 al mese, vale a dire più di
cinque al giorno. Nel 1964, nonostante la congiuntura, i dati sono
stati: 1.286 appartamenti con 10.200 stanze.

La polemica ad ogni costo condotta da chi avrebbe voluto regi-
strare le fasi della evoluzione economico-sociale di ‘Taranto come una
sorta di sinfonia beethoveniana, in cui ogni nota sta al suo posto pre-
ciso e viene suonata all’istante adatto, sì che il fiume musicale giunge
graditissimo all’orecchio del più fine intenditore, offende non i ta-
rantini, ma chi la provoca e chi ci soffia sopra. Processi di crescita e
di evoluzione delle proporzioni di quello tarantino non possono es-
sere valutati che nelle grandi linee e per grandi dimensioni: è infantile
attardarsi sul “particulare’’ per affermare con imperdonabile sempli-
cismo che la reazione di Taranto alla fase di industrializzazione è stata
negativa o passiva o sia pure lenta. Certo, uscivamo da una fase estre-
mamente pesante: la guerra e il dopoguerra avevano inciso profon-
damente nelle carni di questo popolo che moriva d’inedia e che vedeva
ogni giorno di più assottigliarsi le sue risorse di lavoro e diminuire
fino a scomparire le prospettive di un domani migliore.

Dopo quella famosa “prima pietra” si ebbe un vero e proprio choc,
fisiologicamente inevitabile, ma appena superata quella fase, si è pas-
sati ad operare seriamente, con obiettivi ben precisi, nell’intento di
inserirsi concretamente nel processo di industrializzazione e di par-
tecipare attivamente allo sforzo che lo stato, attraverso l’ IRI, com-
piva nei confronti di questa zona del Mezzogiorno che per troppo
tempo era rimasta avulsa dallo sviluppo economico del paese. Sforzo
mastodontico, se si pensa al costo del centro Italsider e alle sue di-
mensioni. Questa fase di inserimento è ancòra in atto, ma non vi è
dubbio che essa sarà conclusa nel migliore dei modi e con la parte-
cipazione costante di tutte le forze attive di Taranto. Nessuno tema
o si illuda che staremo alla finestra a guardare. Vogliamo essere attori e
protagonisti della nuova storia del Mezzogiorno.

DOMENICO CASULLI: NELL’ ORBITA DELL’ ACCIAIO

Chi sono, come sono state scelte ed addestrate le quasi quattromi-
lacinquecento persone cui è stato affidato il centro siderurgico di
Taranto ?

I quadri dello stabilimento presentano, dal punto di vista della
provenienza, le seguenti caratteristiche: un ristrettissimo numero di
capi ad alto livello (due per cento) provenienti da altri stabilimenti
dell’ Italsider o da altre aziende; un nucleo di neo laureati e neo
diplomati (sette per cento), destinati attualmente a posti di respon-
sabilità, senza precedente esperienza siderurgica di lavoro all’atto
dell’assunzione; un nucleo di personale qualificato o specializzato
(ventiquattro per cento) proveniente da altri stabilimenti sociali o
da altre aziende; una massa di personale locale (oltre il settanta per
cento) di cui il sessantasette per cento scarsamente qualificato o
addirittura non qualificato all’atto dell’assunzione.

Quella dell’acciaio è un’industria primaria: per ogni “uomo side-
rurgico” ne lavorano altri otto, sparsi in un raggio di qualche centi-
naio di metri o di centinaia di chilometri. Se il moderno ‘faber fer-
rarius”’ dovesse fermarsi, prima o poi, inevitabilmente, incrocerebbero
le braccia minatori e camionisti, marittimi e portuali, addetti all’indu-
stria delle macchine utensili e degli elettrodomestici, e tutti quanti
hanno da fare per l’acciaio e con l’acciaio. Il ‘faber ferrarius” degli
anni sessanta è la guida che conduce una cordata di otto scalatori.
Come tutte le guide deve essere uno specialista del suo mondo, che è
il mondo del lavoro.

Le cifre che abbiamo su riportato indicano il peso degli uomini
del centro siderurgico, e non spiegano il processo attraverso il quale
il “personale scarsamente qualificato o addirittura non qualificato”
ha raggiunto la maturità e l’autorità della manodopera d’avanguardia.
Chiediamo, perciò, soccorso ancora ai numeri.

Le assunzioni sono scaturite da dodicimile “interviste’’ condotte
secondo i collaudatissimi schemi delle prove attitudinali. La scolarità
media degli elementi assunti corrisponde alla frequenza del secondo
avviamento. Il settantasette per cento del personale del centro side-
rurgico di Taranto ha seguìto corsi di addestramento, e il trentasei



per cento ha effettuato periodi di “training” in Italia o all’estero.

Un migliaio di persone ha partecipato complessivamente a corsi
organizzati presso gli stabilimenti Italsider di Cornigliano (Genova)
e di Piombino, e ai periodi di “training” di specializzazione in
alcuni paesi europei (Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda)
e negli Stati Uniti.

Inoltre, duemiladuecentoquarantotto operai sono stati preparati
presso lo stesso stabilimento di Taranto con corsi precedenti o suc-
cessivi all’assunzione. In maggioranza, tali corsi hanno interessato
operai destinati ai servizi di manutenzione degli impianti. In Francia
sono andati i conduttori del treno lamiere; in Germania gli elettro-
nici; in Austria gli acciaieri e gli elettronici; in Svizzera gli strumen-
tisti; in Olanda gli addetti ai forni di calce. Negli Stati Uniti (a Cle-
veland, a Pittsburgh, a Buffalo, a Salt Lake City) sono andati i tecnici
e gli operai del tubificio, del treno lamiere, degli altiforni, del
“controllo qualità’ dei prodotti.

All’industria siderurgica tarantina si sono ancorate le speranze di
giovani al primo impiego e le esperienze di uomini che hanno operato
una scelta. Eccone un campionario.

Ubaldo Di Giuseppe, tarantino (classe 1941), diplomato dell’isti-
tuto nautico. Gli sarebbe piaciuto navigare; la madre presentò a sua
insaputa la domanda di assunzione all’Italsider. Non ha mai messo
piede su una nave. Dopo un corso di diciotto mesi a Cornigliano, è
capoturno dei servizi ausiliari dello stabilimento. Il lavoro lo soddisfa,
ha dimenticato i sogni fatti studiando sui banchi di scuola, le rotte
equatoriali.

Andrea Altobelli (classe 1939, due mesi di addestramento a Dun-
kerque) e Mario Caporaso (classe 1937) erano sottufficiali della marina
militare. Sono di origine campana. Dopo aver vissuto per sei anni,
su corvette e sommergibili, i turni di guardia in divisa, hanno scelto
la disciplina imposta dal funzionamento del treno lamiere e del nastro
trasportatore. Non se ne pentono.

Antonio Suma (classe 1940) e Fernando Marti (classe 1940) pro-
vengono dalla provincia pugliese. Hanno entrambi la licenza di scuola
media ed una breve esperienza di lavoro in un’altra industria. Sono
arrivati al quarto centro siderurgico attratti da un salario migliore di
quello che percepivano.

Lucio Nardini (classe 1925), di La Spezia, ha lavorato due anni in
Francia, cinque anni in Australia e con la Nato in Italia. Assunto dal-
l’Italsider, ha seguìto un corso di quattro mesi a Salt Lake City, negli
USA. È capoturno del tubificio; ha deciso di finirla con la sua vita
di tecnico-nomade.

Anche il tarantino Ernani Bondi (classe 1933) ha concluso al si-
derurgico, ma con una punta di rimpianto, la sua vita di giramondo.
Era ufficiale della marina mercantile. Il matrimonio lo ha riportato a
terra. Dopo un corso di nove mesi a Cornigliano è diventato capotur-
no dei servizi ausiliari dell’acciaieria.

Di questo stampo sono i soldati dell’esercito raccolto ed adde-
strato, in soli tre anni, per combattere, con le macchine più moderne
di un’industria moderna, contro i tempi sempre più brevi imposti dal-
l’economicità della produzione. Il centro siderurgico di Taranto, prima
d’essere un simbolo della nuova civiltà del Mezzogiorno, è un docu-
mento delle capacità dell’uomo. Dell’uomo della strada: del bracciante,
del marinaio, dello studente; del disoccupato, dell’operaio scarsamente
qualificato che in pochi mesi ha saputo trasformarsi nell’anima polie-
drica dello stabilimento. Una corsa ed un corso a Cleveland o a Dussel-
dorf, a Linz o a Dunkerque, in Svizzera o a Cornigliano sono bastati
a lanciare nell’orbita dell’acciaio gente che dell’acciaio conosceva sì e
no la composizione. L’aspetto più importante della rivoluzione indu-
striale iniziata nel Sud è forse proprio in questa immediata adesione
dell’individuo al gruppo ed alla macchina. L’addestramento (che con-
tinua con i corsi di riqualificazione e con l’esperimento dei corsi cul-
turali anche in collaborazione con il locale centro Ifap dell’Iri, inte-
ressando circa tremilanovecento persone a vari livelli) ha attutito se
non eliminato i traumi che comporta lo scontro della personalità
umana con il mondo dell’automatismo ed ha creato la spirale del-
l’emulazione. I primi sono stati legati agli ultimi dalle responsabilità
di lavoro conquistate; gli ultimi ai primi da una scala di valori che
Può essere percorsa da tutti con la volontà e con l’intelligenza.



Acciaieria di Taranto: uno dei due convertitori LD in funzione.

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z)



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BEPPE CAVALLARO: GENOVESI A TARANTO

Parlare di genovesi a Taranto, è come parlare di napoletani a Mi-
lano, Torino o Genova, nel senso lato che questi aggettivi acquistano
nel contesto della trasmigrazione interna. Ma bisogna sùbito aggiun-
gere che la regola non è valida per gli altri centri del Meridione, dove,
come è noto, i settentrionali sono tutti ‘milanesi”.

Un motivo per questa differenziazione ci deve essere e si pensa
che tragga origine dai primi tempi dell’unità d’Italia, allorquando
Taranto, scelta come base della nostra marina militare “importò”
molti genovesi tra ufficiali, sottufficiali e tecnici dell’arsenale; poi
venne il cantiere Tosi ed altri genovesi si aggiunsero a quelli che sta-
vano o che, andandosene, si portavano appresso le mogli e i figli nati
sulle sponde dei due mari. Tutti, comunque, hanno lasciato buon
ricordo di sé. Ed esempi di vita attiva esistono tuttora nel settore
del commercio, come quello dei fratelli Giacinto e Adriano Repetto
che conducono un’azienda vinicola modello, e quello soprattutto di
Enrico Sardi, il quale, dopo avere scritto una pagina tra le più
esaltanti nella storia dello sport italiano, si è affermato proprio a
Taranto come attivo esercente, dando, con i suoi sani scrupoli e con
le sue intransigenze di bilancio tipicamente genovesi, un valido con-
tributo all’ammodernamento delle strutture commerciali della città.
Tutti, a Taranto, lo stimano e lo ammirano, e gli perdonano volen-
tieri il fatto di non avere dimenticato, dopo quarant’anni circa di

residenza in questa città, il dialetto genovese. Dirò, anzi, che questo
suo vezzo lo rafforza sul piedistallo di.una simpatica istituzione.

Mai come oggi, però, il nome di Genova è stato sulla bocca dei
tarantini. Vi è in atto una simbiosi, di cui ancòra non si possono va-
lutare i risultati, ma i cui termini sono ben precisi e si possono rile-
vare, sia dalle schede degli alberghi, sia dai contratti di fitto registrati.
Si calcolano, comunque, ad oltre un migliaio i liguri che hanno pian-
tato le tende sulle rive dei due mari: e molti di essi sono destinati a
piantarci le radici.

Ben a diritto, quindi, il termine di “genovese” è rimasto per in-
dicare tutti coloro che, con l’inizio dei lavori per il siderurgico ven-
nero a Taranto per conto della ‘“Cosider” anche perché, se non man-
cavano toscani e piemontesi, i liguri erano in maggioranza, con par-
ticolare riguardo ai quadri direttivi.

I toscani, specialmente, hanno tentato di affermare, con l’accen-
tuazione del loro idioma e delle loro risorse salaci, il diritto alla di-
stinzione, spesso inalberandosi, come fanno i siciliani a Milano quan-
do li chiamano “napoli”. ente da fare: a Taranto i settentrionali
sono tutti genovesi. E bisogna capirli i tarantini: non si tratta, in que-
sto caso, di fare di tutta l’erba un fascio, ma di una abitudine incar-
nata, che affonda le radici in un sentimento che va anche oltre i legami
familiari che si sono intrecciati in circa un secolo di rapporti ravvi-











cinati e che si sono consolidati nel periodo tra le due guerre, quando
la marina tenne gran parte della flotta nella base di Mar Piccolo. Così
i destini di Taranto erano rimasti indissolubilmente legati a esigenze
di carattere strategico. Il che, se da alcuni punti di vista fu un fatto
indubbiamente positivo, costrinse peraltro la città a basare la sua
economia su situazioni militari. E quando l’otto settembre 1943 i
tarantini si guardarono attorno, la tragedia apparve loro in tutta la
sua interezza. La guerra perduta incideva in maniera rilevante sulla
vita cittadina: il trattato di pace aveva ridotto di due terzi gli effettivi
della marina; anche l’arsenale, di conseguenza, licenziava le maestran-
ze, e i cantieri Tosi portavano da 5 mila a 1.600 le unità lavorative,
con crisi ricorrenti e minacce di chiusura. Si vissero ore terribili, il
cui ricordo, ancora vivo e bruciante, è senza dubbio di stimolo ai
tarantini in questa gigantesca opera di ricostruzione economica e di
rinnovamento sociale.

Il meridionale, si sa, è scontroso per natura, ed il tragico abban-
dono in cui è stato lasciato per lunghi anni lo ha reso anche diffidente,
Ma della gratitudine egli conserva ancòra il concetto antico; e quando
questo sentimento può trovare radici sul terreno della concretezza egli
lo coltiva con appassionata dedizione, anche perché lo aiuta a liberarsi
dagli atavici complessi d’inferiorità.

E i tarantini sono grati ai genovesi, non solo per l’apporto pura-

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mente tecnico che questi ultimi hanno dato al processo d’industria-
lizzazione della città, ma anche e soprattutto per l'esempio di vita da
essi ricevuto nel contesto di una convivenza che ha fatto piazza pu-
lita di tutti i luoghi comuni e di tutte le prevenzioni che ancòra oggi
rendono difficili i rapporti tra le genti del sud e quelle del nord.

L’inserimento di mille e più genovesi nella vita cittadina si è avuto
senza scosse; il loro innato senso di discrezione, la loro evidente pre-
parazione alla delicata operazione hanno fatto sì che i rapporti si an-
nodassero sùbito all’insegna della più schietta cordialità, della reci-
proca comprensione, del senso preciso delle rispettive responsabilità.
C'è vasta materia di insegnamento per tutti gli italiani in questa felice
osmosi, che non si rispecchia solamente nel rispetto dei tempi per
la costruzione e per il funzionamento del quarto centro siderurgico.

È indubbio anche che i liguri hanno avuto una parte determi-
nante nella spinta culturale che la città ha ricevuto in questi anni,
parallelamente alla sua espansione industriale. Intendiamoci: Taranto
vantava già la sua gloria culturale legata ai fasti della Magna Grecia
e all’umanesimo di una classe forense che ebbe espressioni nobilissime
in Criscuolo e Perrone; ma gli effetti di una guerra disastrosa intera-
mente sofferti per lo sconvolgimento delle strutture economiche e
sociali basate su situazioni militari, le avevano fatto perdere preziose
battute sulla nuova strada della civiltà degli scambi.

L'insediamento dell’Italsider, e quindi dei dirigenti e dei tecnici
“genovesi”, non ha mancato di trasferire a Taranto le spinte della
cosiddetta “medicult”’ che, attraverso l’intelligente impiego del tempo
libero, dovrebbe servire da piattaforma al rinnovamento culturale del-
la città sulle vie del moderno sentire.

Le iniziative, in questo senso, sono state numerose, di sicura per-
tinenza e di notevole interesse. Attorno al circolo dell’Italsider, che di
recente è stato dotato di una nuova, ampia e confortevole sede, si sono
create valide premesse per un rilancio che, bruciando i tempi, possa
riportare il livello culturale di Taranto all’altezza dei còmpiti che le
sono stati affidati nel processo evolutivo in cui è impegnato tutto il
Meridione. Anche in questo campo (un campo minatissimo) i “geno-
vesi” hanno operato con tatto e discrezione, senza assumere atteggia-
menti spocchiosi, agendo per linee interne e richiamando l'interesse
della città con manifestazioni esplicitamente dedicate ai soci del cir-
colo e tuttavia aperte a tutti coloro che hanno orecchie per intendere.

Un contributo certamente decisivo all’ansia di rinnovamento che
pervade tutta la città che, da parte sua, potrà vantare il merito di aver
saputo — con dignità e sensibilità — accogliere nell’humus della sua
antica civiltà questi nuovi fermenti di vita.

UMBERTO MAIROTA: COMPLETIAMO LE INFRASTRUTTURE

La « Rolls Royce di tutte le acciaierie del mondo »: così è stato de-
finito dal noto settimanale americano Newsweek, in una recente cor-
rispondenza dall’Italia, lo stabilimento siderurgico che l’Italsider ha
realizzato a Taranto.

È una definizione d’ effetto, indubbiamente, ma che non può
stupire quanti seguono da vicino i progressi della tecnica side-
rurgica. Perché, essendo lo stabilimento di Taranto l’ultimo in
ordine di tempo costruito nel mondo, è evidente che non poteva
non essere il più automatizzato, il più rifinito nei dettagli, il più
efficiente. Non poteva non essere, cioè, la « Ro//s Royce di tutte le
acciaieria del mondo ».

La definizione del settimanale americano, tuttavia, induce ad al-
cune considerazioni. Una Ro//s Royce non è un’automobile qualunque.
È piuttosto un simbolo. Il simbolo di una situazione economica
eccellente, di un livello sociale molto elevato, di un tenore di
vita decisamente superiore alla media. La Ro//s Royce, cioè, non
è un’automobile che possa essere guidata da chiunque o che
possa essere parcheggiata in una qualunque autorimessa: ha bisogno
di tutto un ambiente particolare, della “sua” cornice, per poter
veramente rifulgere.

Ora, quando si dice che lo stabilimento Italsider di ‘Taranto
sta alle altre acciaierie di tutto il mondo così come la R0/fs Royce

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sta alle altre automobili, viene spontaneo confrontare la cornice
tipica della Ro//s Royce con la cornice in cui si inquadra lo stabi-
limento siderurgico di Taranto. Ed a questo punto, purtroppo,
ci si accorge che la definizione del settimanale americano non è
del tutto calzante. Perché la situazione della città di Taranto —
sotto il profilo urbanistico come sotto il profilo infrastrutturale,
sotto l’aspetto socio-economico come sotto l’aspetto scolastico e
sanitario — certamente non è ancòra all’altezza del più moderno
stabilimento siderurgico del mondo.

Per continuare a riferirci alla definizione di Newsweek, si deve con-
venire che non si può regalare una Ro//s Royce ad un tizio che ha una
casa malandata, un conto in banca scoperto e dei proventi inadeguati
a sostenere il costo di esercizio di una così prestigiosa automobile.
Se si vuole regalargliela, bisogna anche mettergli a disposizione una
casa lussuosamente arredata, un capitale liquido di un certo rilievo
ed un autista-meccanico capace di guidare l’automobile e tenerla sem-
pre in perfetta efficienza. Altrimenti la Ro//s Royce finisce col costi-
tuire un problema per chi l’ha ricevuta e rischia addirittura di diven-
tare un peso anziché un motivo d’orgoglio.

Cos’è successo, invece, per lo stabilimento siderurgico di Taranto?
Il paese ha voluto realizzare a Taranto una grande acciaieria con lo
scopo di creare un centro industriale capace di determinare un rivo-
luzionario processo di sviluppo economico, i cui effetti siano avvertiti
in tutta l’area meridionale. Ma se si vuole effettivamente che questo
obiettivo venga raggiunto, è necessario fare di più. Bisogna comple-
tare le infrastrutture industriali, cioè il porto (con la massima urgenza),
il raddoppio delle strade per Bari, per Brindisi e per la val Basento,
la rete ferroviaria, la rete idrica, e così via.

Ma non sarà ancora sufficiente, perché sarà come aver donato un
bel garage oltre alla Ro//s Royce. Bisognerà dotare questo garage dell’at-
trezzatura necessaria, cioè, fuor di metafora, si dovrà promuovere la
realizzazione delle industrie complementari e collaterali che possono
svilupparsi intorno ad un centro siderurgico. Il che si può fare sol-
tanto tornando a concedere i crediti agevolati a quegli operatori —
e non sono pochi — che hanno concretamente mostrato la loro vo-
lontà di aprire nuovi opifici.

Inoltre bisognerà costruire “la casa” adeguata alla Ro//s Royce.
Cioè bisognerà realizzare nuove abitazioni, nuove scuole, nuovi mer-
cati, nuovi ospedali, e così via. Chi deve farlo? Dovrebbe essere la
stessa Taranto, ma non può perché il bilancio comunale è fortemente
deficitario: né poteva certo ritrovarsi in condizioni diverse una città
per la quale la fine della guerra ha significato l’inizio di una crisi econo-
mica spaventosa. Può farlo la stessa Taranto, quindi, ma a condizione
che le si apra un adeguato conto in banca: anche gli enti locali, quindi,
non solo gli operatori privati, hanno bisogno di finanziamenti age-
volati.

Si deve fare tutto questo se si vogliono cogliere, sul piano nazio-
nale, i frutti, tutti i frutti, di questo colossale impegno delle parteci-
pazioni statali. Taranto oggi sta facendo del suo meglio per tenere
il passo. Ha già fornito migliaia di operai, ha progettato una città
nuova, vuole contribuire a creare le nuove industrie. Lo ha fatto per-
ché crede nella funzione che lo stabilimento siderurgico dell’Italsider
può svolgere nel Meridione. E per questo ha anche già pagato il prez-
zo che era prevedibile avrebbe dovuto pagare: il costo della vita
è aumentato vertiginosamente, soprattutto per le abitazioni e l’ali-
mentazione; nelle scuole si è giunti a fare addirittura tre turni di le-
zioni; nelle strade si circola male perché il traffico è esuberante rispetto
alla rete viaria, e così via.

Ne deriva un duplice impegno. Per il paese, mettere a disposizione
della comunità tarantina i mezzi per realizzare quanto è necessario
perché lo stabilimento siderurgico produca tutti i suoi effetti. Per
Taranto, impegnare tutti i propri mezzi per corrispondere allo sforzo
che il paese ha compiuto.

Altrimenti si rischia di compromettere seriamente il processo di
sviluppo delle regioni meridionali al quale, con lo stabilimento side-
rurgico di Taranto, si è voluta dare una forte spinta. Come dire che
si rischia di dover malinconicamente rinchiudere la Ro//s Royce in uno
sconquassato e polveroso garage.









































































































































3I

UNA INCHIESTA SULL’ EUROPA DI FRONTE AI PAESI

IN VIA DI SVILUPPO

a cura di Francesco Cesare Rossi

Pubblichiamo la seconda puntata di un’inchiesta compiuta per la
nostra rivista attraverso interviste con eminenti uomini politici,
economisti e giornalisti italiani e stranieri.

Questa volta cominciamo con il senatore Giorgio Bo, ministro per
le partecipazioni statali, per continuare con alcune personalità fran-
cesi.

Le domande, come si ricorderà, erano le seguenti:

1. Quali sono le idee-forza che l'Europa può trasmettere ai paesi in via di sviluppo,
nello spirito delle tradizioni politiche e culturali del nostro continente?

2. Alt delle ideologie e iche tradi: li e dell’antico spirito mercanti-
listico e colonialistico, qual è la migliore politica d’investimenti nei paesi in via
di sviluppo?

3. Nei confronti della Comunità Economica Europea, qual è la più realistica politica
d’intervento da suggerire ai paesi europei? Esiste, a Suo avviso, una politica
comune verso i paesi in via di sviluppo e, se mai, quale potrebbe essere?





Qual è lo spazio che all'Europa è rimasto e si può individuare? La propria consapevole
unità, innanzitutto, e quindi il senso di una missione ch’essa sola, proprio per l’uni-
versalità dei motivi che la sua tradizione e civiltà comportano, può svolgere presso i
paesi nuovi.

Idee-forza : l’espressione mi sembra adatta per abbracciare e intendere
quel complesso di lavori e motivi che hanno fatto dell’ Europa îl terreno
fertile, perennemente lievitante, della nostra comune civiltà. Civiltà culturale,
innanzitutto — che si esprime nei cardini essenziali dei movimenti reli-
giosi e filosofici — e quindi civiltà economica e sociale.

Le stesse vicende storiche che hanno caratterizzato la vita dell’antico
continente nei secoli, si sono espresse anche nello scontro d’ideologie e di
sistemi, di classi e di dottrine: da questa contrapposizione vien fuori,
ogni volta, un fermento nuovo, che fecondamente s'innesta nel corso della
storia. Ecco dunque un punto concorde e fermo : la storia della civiltà,
che ha avuto nell'Europa del passato l’espressione più ricca e viva, più
profonda ed intensa. Ma quale significato riveste la nostra presenza di
europei, oggi, nel mondo contemporaneo? Qual è lo spazio — in rapporto
proprio a quei valori che abbiamo riconosciuto costanti della nostra civiltà
— che all’Europa, stretta tra due blocchi d’immensa potenza economica
e politica, è rimasto e si può individuare?

La propria consapevole unità, innanzitutto, e quindi il senso di una
missione ch'essa sola, proprio per l'universalità dei motivi che la sua tra-
dizione e civiltà comportano, può svolgere presso i paesi nuovi, presso quegli
stessi paesi, cioè, che — svincolatisi dalla soggezione colonialista — oggi
st affacciano con prorompente vitalità sulla scena del mondo. Direi, dunque,
che v'è un tipo di civiltà — non retorica, non contraffatta, non intessuta

GIORGIO BO

È nato nel 1905. Professore nelle università di Modena e di Fer-
rara, dal 1935 è ordinario di diritto civile nell'università di Genova.
Dopo il 25 luglio 1943 partecipò alla lotta partigiana e fu membro
del CLN. Nel 1946-°48 membro del consiglio nazionale e della dire-
zione centrale della DC. Dal 1948 è inoltre senatore per la Liguria,
Vice presidente del senato dal giugno 1953 e ministro per le parteci-
pazioni statali nel gabinetto Zoli nel 1957. Ministro dell’industria e
commercio nel secondo gabinetto Fanfani (1958) e ministro per la
riforma della pubblica amministrazione nel secondo gabinetto Segni
(1959). Riconfermato ministro nel gabinetto Tambroni si dimise suc-
cessivamente dalla carica per dissensi politici. È ministro per le par-
tecipazioni statali dal 1960. Autore di numerosi saggi e articoli.

di riserve mentali o di anacronistici complessi di superiorità — che l’ Europa
contemporanea può trasmettere ai popoli nuovi : ed è la civiltà nata dalle
stesse crude esperienze delle sue discordie e delle guerre, fondata sulla
libertà e sulla giustizia sociale, sui diritti inalienabili della persona, sul
rispetto delle tradizioni, sulla validità dell’autodeterminazione come espres-
sione della sovranità dei popoli e come mezzo di scelte politiche.

Una politica d’investimenti nei paesi in via di sviluppo non può non
essere sostanzialmente diversa dal passato, allorché i criteri di condotta
— quando si presentavano come esclusivamente ancorati alla ricerca del
profitto — erano ispirati dalla preoccupazione di creare un rapporto di
integrazione, cioè di subordinazione, con l'economia del paese fornitore di
capitali. Una politica nuova d’investimenti non può infatti partire che
da presupposti diversi : e innanzitutto dall'obiettivo di promuovere, nella
più ampia misura possibile, lo sviluppo economico e sociale dei paesi ad
economia arretrata. Un siffatto indirizzo non può naturalmente essere il
risultato automatico dell'iniziativa privata. Anzi le incerte, fluide condi-
zioni politiche che spesso hanno sostituito î regimi coloniali costituiscono
fattori che spingono l’operatore privato straniero a limitarsi ad investi-
menti altamente speculativi. Di qui la necessità di una precisa volontà
politica capace di esprimersi con mezzi adeguati d’intervento.

Ma veniamo ai tipi e alle caratteristiche di questo intervento : un’im-
postazione nuova non deve necessariamente significare che l'apporto di

32

capitali debba concentrarsi nello sforzo, per esempio, di dotare il paese
assistito di una industria pesante. È, questa, la condizione che riflette più
una posizione ideologica — per altro oggi vivamente discussa anche nel-
l’àmbito politico in cui si è affermata — che non la tematica di una politica
di sviluppo economico. Nella maggior parte degli stessi paesi in via di svi-
luppo, dopo gli originari entusiasmi suscitati dalla mitologia dell'industria
pesante, si tende ora, tenuto conto anche di certe negative esperienze, a
considerare con maggior spirito critico la priorità delle proprie esigenze
di sviluppo. Una politica di investimenti, pertanto, deve sì proporsi di faci-
litare una sollecita evoluzione dell’apparato produttivo del paese verso
standards industriali avanzati, ma di fare ciò nel quadro di uno sviluppo
equilibrato e il più possibile aderente all'esigenza di realizzare l’impiego più
razionale delle risorse locali. In ogni caso l'istanza prioritaria è quella di
sviluppare, nella più rapida ed ampia misura possibile, l’istruzione pubblica
e la qualificazione tecnico-professionale, promuovendo in particolare la
formazione di tecnici ed esperti ad ogni livello.

Una politica di assistenza è tanto più fruttuosa quanto più ha un ca-
rattere internazionale. E ciò sia perché consente uno sviluppo economico
articolato e, quindi, a parità di mezzi impiegati, maggiori risultati, ma
anche perché urta in minor misura contro le diffidenze dei paesi assistiti.
Pertanto, si deve ritenere che una politica globale della Comunità europea
possa essere più opportuna di una azione frammentaria e concorrenziale
dei singoli paesi. Vi è poi una politica di garanzia dei mercati per le pro-
duzioni dei paesi in via di sviluppo. Un’esigenza base di questi paesi è,
infatti, quella di una integrazione crescente nel commercio internazionale.

Di fronte a questa esigenza, tuttavia, la fiducia liberistica nell’auto-
matismo del funzionamento del mercato, che valga a riequilibrare le bilance
dei pagamenti, si è dimostrata infondata, in quanto le esportazioni di ma-
terie prime e di manufatti a livello artigianale 0 poco superiore, proprie
dei paesi în via di sviluppo, sono sottoposte, oltre che alle barriere doganali
dei paesi avanzati, ad ampie fluttuazioni dei prezzi e, comunque, nel lungo
periodo, ad un crescente svantaggio nei confronti dei manufatti industriali.
Ne risulta non solo una cronica deficienza delle bilance dei pagamenti dei



paesi considerati, ma, alla lunga, una loro incapacità, più o meno radicale,
ad acquistare quei prodotti industriali che sono indispensabili al loro svi-
luppo e insieme sono di vitale importanza per le industrie esportatrici dei
paesi industrializzati.

Di fronte a questa situazione è auspicabile, da parte dei paesi industria-
lizzati, che si raggiunga una stabilizzazione ad alto livello delle importa-
zioni di materie prime, prodotti agricoli e manufatti semiartigianali dei
paesi in via di sviluppo ; mentre, da parte di questi ultimi, si dovrebbe ten-
dere ad una diversificazione del proprio commercio di esportazione, ampliando
la gamma ed elevando la qualità dei prodotti agricoli e manufatturieri
(questi in prevalenza ad alta intensità di lavoro).

L'investimento di capitali stranieri — indispensabile, come è noto,
per i paesi in via di sviluppo — è attualmente preferito sotto la forma di
aiuto pubblico, piuttosto che sotto quella di investimento privato, e ciò
per una serie di ragioni che certo non occorre ripetere. Tuttavia occorre
notare che l’aiuto pubblico assume di solito un aspetto strettamente finan-
ziario, e dà quindi luogo, nel paese beneficiario, ad un’importazione di
singoli beni e servizi, di solito da parte di operatori pubblici.

L'investimento privato, al contrario, assume spesso la veste di impresa
vera e propria, la quale presenta il grande vantaggio di introdurre nel
corpo economico del paese un frammento di ‘‘tessuto economico” già svi-
luppato in termini di personale esperienza tecnica e commerciale eccetera.
Appare pertanto utile l'integrazione delle due vie di investimento, con
l'eventuale collaborazione, nel caso dell’investimento privato, dello stato
di origine dell’imprenditore stesso, nel senso di coprire buona parte dei
rischi connessi alla costituzione dell'impresa.

È su questa strada, a mio avviso, che i paesi della Comunità europea
dovranno avviarsi nel considerare il problema di un loro efficace intervento
in favore delle economie dei nuovi stati, uniformando la propria azione
e soprattutto rifuggendo dalla tentazione delle ‘politiche particolari”, al
fondo delle quali stanno spesso ragioni di espansionismo commerciale non
sempre armonizzabili con le precise esigenze dei paesi in via di sviluppo
e con gli stessi princìpi, politici e morali, della nuova Europa.





Credo che la Francia possa continuare ad imporsi lo sforzo che attualmente compie
per i paesi sottosviluppati ma deve altresì imporsi di rendere questo sforzo più razionale
e, di conseguenza, più efficace.

Per ciò che riguarda la Francia, la situazione è semplice : essa spende
per l'Africa e per il Madagascar una percentuale del suo reddito più
elevata di quella di qualunque altro paese del mondo per i paesi in via
di sviluppo. La Francia compie questo sforzo per un senso di amicizia
per questi popoli che hanno fatto parte di quello che si chiamava una volta
l’impero francese, ed anche, tra l’altro, per il suo interesse di divulgare
l’uso della lingua francese.

Si va verso una razionalizzazione degli sforzi che sono fatti dai vari
paesi capitalisti : le idee-forza possono certamente essere trasmesse : ma
ciò dipende dalle razze, dai costumi, dalle condizioni di esistenza di quei
popoli. Bisogna che l’aiuto sia non uniforme ma che sia adattato a ciascun
paese. Una delle difficoltà risiede nel fatto che questi paesi in via di svi-

PAUL REYNAUD

Paul Reynaud è nato nel 1878. Avvocato, deputato delle Alpi Marit-
time nel 1919, di Parigi dal ’28 al ’48, e del Nord dal 1946 al 1962,
vice-presidente del consiglio dei ministri nel 1932, ha ricoperto la
carica di presidente del consiglio dei ministri in un periodo cruciale
della storia francese, cioè nel giugno 1940. Arrestato dai nazisti è
stato per tre anni in campo di concentramento a Orianenburg, dal
1942 al 1945. Dal 1945, è stato più volte ministro, ricoprendo, inoltre,
altri incarichi parlamentari. È autore di numerosi libri; sono partico-
larmente importanti le sue memorie, poiché egli è stato uno dei mag-
giori protagonisti della storia francese degli ultimi quarant’anni.

luppo non hanno una classe media e che, di conseguenza, non hanno i fun-
zionari adatti alle necessità dei loro stati. Ecco una situazione grave per
la quale dobbiamo avere il massimo interesse. È un problema difficile da
risolvere. Nelle antiche colonie francesi, è stato spesso il prestigio della
Francia e dell’esercito francese a far sì che fosse mantenuto l’ordine fra
questi popoli. Temo che nell’avvenire si assisterà a disordini gravi e di cui
sarà difficile sopprimere la causa profonda che ho ricordato.

Di fronte all’ America latina, per esempio, dobbiamo avviare una
politica europea e non una politica francese, inglese o italiana.

Credo che la Francia possa continuare a imporsi lo sforzo che attual-
mente compie per i paesi sottosviluppati ma deve altresì imporsi di rendere
questo sforzo più razionale e, di conseguenza, più efficace.

Ancòra una volta, occorre studiare la situazione di ciascun paese, fare
giungere l’aiuto nei luoghi e nei momenti giusti. Non bisogna, per esempio,
lasciare comperare automobili lussuose per i capi di stato e farle guidare
dai bianchi. È un lusso che amano ma che non si possono concedere. Bi-
sogna fare cose ragionevoli e devo dire che il lusso eccessivo di alcuni capi

33

di stato nei paesi sottosviluppati, ha per effetto di far nascere invidie e
disordini che finiranno forse un giorno per degenerare in pericoli. Pen-
sando alla maniera in cui alcuni paesi — non tutti — dell’ America latina
si comportano sul piano politico, si deve trarne alcune lezioni che sono da
tener presenti altrove.





Un gran numero di paesi sottosviluppati ha da poco conquistato l'indipendenza: è nor-
male che essi pensino soprattutto ad organizzare i propri stati e, in queste condizioni,
a completare la loro indipendenza politica attraverso l'indipendenza economica.

L’idea-forza che l'Europa può e deve trasmettere ai paesi in via di
sviluppo è la coscienza di una responsabilità comune di tutte le nazioni
per lo sviluppo economico preso nel suo complesso : ciò rappresenta una
svolta considerevole poiché finora sono stati affrontati î problemi interna-
zionali soltanto dal punto di vista del commercio, nel quadro di ciò che si
chiama il mercato internazionale, delle vecchie nozioni di libero-scambio,
di clausole della nazione favorita. Oggi, è lo sviluppo stesso che deve es-
sere direttamente esaminato ; esso implica, non un libero scambio ma una
vera definizione di una politica comune di fronte alla quale tutto il mondo
prenderà impegni comuni. Dobbiamo portare î paesi industrializzati ad
aver coscienza della loro responsabilità. Desidero affermare, dopo la mia
recente esperienza alla conferenza di Ginevra, che dobbiamo aiutare i
paesi sottosviluppati a superare lo stadio nel quale la maggior parte di
essi st è attualmente arrestata. Un gran numero di questi paesi ha da
poco tempo conquistato l'indipendenza ; è normale che pensino soprattutto
a organizzare i propri stati e, in queste condizioni, a completare la loro
indipendenza politica attraverso l'indipendenza economica. Ma questa è
una illusione : la maggior parte di questi piccoli stati non può avere l’indi-
pendenza economica ; occorre superare questa nozione ed affermare quella
di una interdipendenza egualitaria, fra un certo numero di gruppi che
negoziano insieme. E questa nozione di un diritto internazionale dello svi-
luppo delle regole che impongono una disciplina a ciascuno che dobbiamo
affermare per uscire dal vecchio “laissez-faire” da una parte, e dal gretto
nazionalismo dall'altra.

Innanzitutto, se vogliamo aiutare i paesi in via di sviluppo, è neces-
sarto cominciare con non derubarli. Devo dire che, negli ultimi anni, tutto
ciò che la nostra mano sinistra, socialista o cristiana, ha dato a questi paesi
è stato copiosamente ripreso dalla nostra mano destra liberale, e che questi
paesi hanno perso di più dall’abbassamento dei prezzi di ciò che vendevano,
di quanto avevano guadagnato da tutte le forme di aiuto ricevute. La
prima cosa da fare, quindi, è di pagare, a giusto prezzo, e soprattutto
ad un prezzo stabile, ciò che compriamo da essi. È dunque necessario porre
il problema della stabilizzazione internazionale dei prezzi delle materie
prime, in particolare dei prodotti agricoli di origine tropicale. D'altra
parte, per i paesi che cominciano a industrializzarsi, il problema, se si
vuole creare la possibilità di un vero accesso al mercato, non è l’abbassa-
mento generale dei diritti a beneficio dei soli paesi in via di sviluppo poiché
soltanto così essi potranno ottenere qualche vantaggio efficace. Se si trovano,
infatti, in concorrenza con tutti î paesi industrializzati su un mercato
qualunque, non riusciranno a penetrarci.

È

ANDRE PHILIP

André Philip è nato nel 1902. Già professore di economia politica a
Lione nel 1928, deputato del Rodano nel 1936, commissario per
l’interno nel 1942-1944, ministro delle finanze nel 1946-1947, e del-
l'economia nazionale nel 1948, presidente del movimento socialista
per gli stati uniti d'Europa. È attualmente professore di politica so-
ciale comparata all’università di Parigi. È stato, nell’estate del 1964,
presidente delle delegazioni francesi alle conferenze di Ginevra per
gli aiuti ai paesi in via di sviluppo. È autore di numerose pubblica-
zioni di politica economica e sociale.

Che cosa vuol dire avere la coscienza di una responsabilità comune ?
Di fronte ad un aiuto finanziario a questi paesi, abbiamo votato a Ginevra,
pressa poco all'unanimità, salvo i paesi dell’est, l'impegno di devolvere
almeno l’uno per cento del nostro reddito nazionale per l’aiuto globale
ai paesi in via di sviluppo ; è un inizio molto insufficiente. Sarà neces-
sario devolvere l’un per cento per l’aiuto pubblico a questi paesi, e non
per l’aiuto globale che comprenda investimenti privati, come avviene
oggi.

Sarà necessario, molto rapidamente, passare al due 0 al tre per cento.
Abbiamo una responsabilità comune ; dobbiamo pensare progressivamente
alla creazione di una vera imposta mondiale per /o sviluppo.

Credo, inoltre, che l’aiuto essenziale consista nella formazione tecnica
dei quadri medi dei paesi în via di sviluppo ; è ciò che chiamiamo con una
parola poco esatta “assistenza tecnica”, benché, in realtà, si tratti di una
cooperazione dove ciascuno riceve, poiché chi va in questi paesi impara
molto e allarga le sue cognizioni. Questa cooperazione tecnica che inco-
mincia nei quadri nazionali, deve, il più presto possibile, essere allargata
nei quadri regionali e, molto rapidamente, internazionali.

Infine, la maggior parte dei paesi in via di sviluppo, nel loro primo
stadio almeno, si trova nella necessità assoluta di stabilire piani di sviluppo ;
gli investimenti non possono farsi a caso, in qualunque modo. Tuttavia
non bisogna crearsi illusioni : î piani, spesso, non sono molto seri poiché
non disponiamo all’inizio che di pochissime informazioni statistiche e con-
tabili ; però è il mito del piano, d’altra parte, che permette di uscire dal-
l'equilibrio del sottosviluppo suscitando quadri nuovi di giovani e energie
nuove. Del resto, non c’è la necessità di elaborare il piano în un quadro
nazionale, perché la maggior parte di questi paesi si trova ancòra rappre-
sentata în stati troppo piccoli per poter disporre piani seri. D'altra parte,
credo che l’aiuto finanziario debba superare il bilateralismo attuale senza
andar fino ad un universalismo totale, poiché le organizzazioni ammini-
strative internazionali rischiano di essere troppo pesanti ; è piuttosto nel
quadro di accordi di paesi prestatori che una discussione può essere fatta
con uguaglianza sui differenti elementi del piano, avviando il discorso da
parte dei paesi che aiutano, verso questo 0 quell'altro aspetto particolar-
mente importante e oneroso del piano di sviluppo del gruppo di paesi di
cui si parla.

Quale politica di investimenti si delinea attualmente in Europa? Pur-
troppo, nessuna. Se alcuni paesi si sono resi conto della necessità di una
tale disciplina, altri importanti paesi industrializzati agiscono ancòra nel
quadro del libero scambio, e credono che incoraggiando gli investimenti

34

privati dovunque, si assicurerà una espansione economica : senza dubbio
gli investimenti privati possono dare un contributo, ma nel quadro di set-
tori ben determinati del piano, elaborato e scelto in comune. Purtroppo —
e di ciò ci siamo resi conto nella ultima conferenza di Ginevra —, non
abbiamo nessuna unità su questo problema. Siamo riusciti, con molte dif-
ficoltà, a fare alcune proposte comuni che hanno procurato grandi consensi
nell'assemblea ; ma devo dire che ciò che abbiamo fatto e proposto non
rappresentava che il dieci per cento di quello che potevamo fare. Esiste,
nel Terzo Mondo, un'attesa dell'Europa, un’attesa del suo messaggio,
delle sue iniziative, esigendo che, molto rapidamente, si stabilisca în co-
mune, ricorrendo, se sarà necessario, alla creazione di una istituzione spe-
cializzata a tal fine fra i sei paesi, una politica europea, cioè di aiuto
ai paesi del Terzo Mondo.

Per fare un esempio, il rapporto della commissione di governo fran-
cese, presieduta da Fean-Marcel Feanneney, è interessante ; la relazione
propriamente detta è un resoconto abbastanza completo e chiaro delle con-
clusioni alle quali esperti sono giunti in Francia. Però ciò che mi ha inte-
ressato maggiormente è il secondo volume, cioè gli allegati : fra questi,
ci sono studi specializzati su un certo numero di problemi, di cui alcuni
sono veramente notevoli. In complesso, la conclusione della relazione Fean-
neney, è che occorre aumentare l’aiuto, variarlo sempre di più e, progres-
sivamente, abbandonare qualunque contributo al funzionamento dei bilanci
in particolare per i paesi africani ; concentrare l’aiuto sull'educazione e
l'investimento ed accrescere ugualmente a poco a poco la parte regionale
ed internazionale dell'aiuto diminuendo, nel frattempo, l’aiuto puramente
bilaterale.





Non si dovrà vedere l’avvenire in termini statistici e, soprattutto, il pericolo immediato
del loro aspetto concorrenziale; bisognerà cioè vedere un avvenire dinamico perché,
se questi paesi svilupperanno i loro commerci, diventeranno sempre più ricchi e ciò
vorrà dire, per i paesi molto industrializzati, mercati sempre più interessanti.

Si discute molto, nel momento attuale, del contributo europeo ai paesi
in via di sviluppo. Questo contributo può collocarsi su due piani : il piano
dello sviluppo stesso, cioè economico, e quello culturale, essendo, î due
piani, legati in ciò che si potrebbe definire una politica generale dell’avvi-
cinamento del Terzo Mondo.

L’Europa può apportare essenzialmente il prestigio del suo capitale
idi civiltà. L'Europa è la più vecchia regione civilizzata del mondo e il
fatto che la sua civiltà, a titoli diversi, soprattutto nell’èra coloniale, abbia
avuto l’occasione di diffondersi su tutti i continenti, ha lasciato, dopo il
riflusso del colonialismo, alluvioni durature, affinità di pensieri, seduzioni,
infine, che la legavano ancòra a molti di questi paesi. Basta considerare
il prestigio delle sue università e, forse, non è inutile pensare che, in una
certa misura, l’Europa appariva agli occhi di queste nazioni, con la sua
tradizione di tolleranza, di libertà individuale e collettiva, come quella
che corrisponde meglio al genio di cui hanno bisogno.

La seconda domanda în fondo si riferisce soltanto all’aspetto economico
dello sviluppo : due considerazioni distinte, su questo piano, devono essere
sollevate. Per rimanere nello schema, la prima tratta dell’aiuto agli inve-
stimenti. È uno degli aspetti essenziali della politica dello sviluppo di questi
paesi. Sono incapaci, considerando il loro basso livello di vita, di accu-
mulare il capitale necessario all’espansione della loro produzione. Dob-
biamo quindi aiutarli e, su questo piano, sarebbe augurabile che, nel quadro
del’ONU per esempio, tutti î paesi industrializzati avviassero uno
sforzo d’importanza uguale rispetto al loro reddito nazionale, affinché,
sul piano multilaterale, l’aiuto avvenga in funzione dei loro bisogni e non
in funzione di considerazioni politiche nazionali, tanto da parte di chi dà
che da chi riceve. Per altro, sarebbe più facile esigere dai paesi che rice-
vono, l’impiego degli aiuti per investimenti produttivi e sociali, anziché
sperperarli, ogni tanto, in bilanci di gestione per cui questi aiuti servono
soltanto per colmare determinati squilibri.

Il secondo problema è quello del commercio dei paesi sottosviluppati.

MAURICE FAURE

Maurice Faure è nato nel 1922. Deputato del Lòt dal 1951, sottose-
gretario agli esteri dal 1956 al 1958, ministro degli interni e succes-
sivamente per le istituzioni europee nel 1958; è stato più volte rappre-
sentante della Francia nella CEE e all’ ONU; è attualmente presi-
dente del movimento europeo e, all’assemblea nazionale francese,
presidente del Rassemblement Démocratique.

È evidente che, dalla fine dell’ultima guerra, tutto ciò che i paesi industria-
lizzati hanno dato è stato compensato dalla diminuzione delle materie
prime e dei prodotti agricoli di base. E su questo piano — è anche un’ope-
razione a livello ONU — si tratta di un'iniziativa mondiale che do-
vrebbe essere intrapresa per consolidare ad un prezzo stabilito ragionevole
il valore delle materie prime e dei prodotti agricoli cosiddetti tropicali.
Penso che bisogna andare anche più avanti. Supponiamo che questa po-
litica si affermi e che questi paesi si preparino all’industrializzazione >
occorrerà accettare di comperare i loro prodotti e non, a quel momento,
chiudere le nostre porte all'importazione dei loro prodotti, poiché occorrerà
offrire la possibilità di procurarsi divise estere per continuare la loro espan-
sione. Non si dovrà vedere l'avvenire in termini statistici, e, soprattutto,
il pericolo immediato del loro aspetto concorrenziale ; bisognerà, cioè,
vedere un avvenire dinamico perché, se questi paesi svilupperanno i loro
commerci, diventeranno sempre più ricchi e, ciò vorrà dire, per i paesi
molto industrializzati, mercati sempre più interessanti.

Ho parzialmente risposto, infine, alla terza domanda. Gli investi-
menti che dobbiamo incoraggiare ci obbligano, in una certa misura, ad
incoraggiare anche in Europa gli investimenti nei settori industriali mag-
giormente specializzati. Il Terzo Mondo, cioè, incomincerà con le in-
dustrie di base ; passerà dalle industrie di base alle industrie di trasforma-
zione. Dovremmo comperare da loro alcuni di questi prodotti, a questi
diversi stadi della loro produzione e, pertanto, saremmo quasi obbligati a
ricorrere noi stessi alle forme più evolute della tecnologia e dell’industria,
come i settori elettronici e nucleari e tutte le industrie che esigono una grande
conoscenza umana, un personale industriale molto qualificato, di grande
valore professionale, tecnici molto numerosi. Saremo così costretti ad eva-
dere un po’ dall’industria di base che può riposare su strategie economiche
più semplici. Esiste, in ciò, una sorta di divisione internazionale del lavoro,
necessariamente sempre in movimento, che dirigerà, in gran parte, questa
ripartizione dei còmpiti nell’avvenire.



Non vogliamo sembrare, agli occhi dei paesi in via di sviluppo, come maestri di scuola
che insegnano dalla cattedra. Alla conferenza di Basilea si è messa a punto volutamente
la necessità di stabilire con i popoli dell’Africa e dell'Asia un dialogo su un rapporto
di li iché, se abbi da dare, abbi anche da ricevere.

Mi ricordo di una dichiarazione fatta tempo fa a Basilea da Louis
Armand all’inizio della conferenza europea della cultura, da lui presie-
duta. Egli ricordava una verità elementare, che, cioè, la prosperità del-
l'Europa, e pertanto la civilizzazione europea, riposa essenzialmente sulla
perseveranza : si tratta di un lavoro accanito che permetta di rendere
fertili terre difficili da coltivare ; è un costante sforzo creativo che ha con-
dotto l'Europa, durante un certo periodo della storia, a porsi a capo del-
l’umanità. A me sembra che questo senso dello sforzo e del lavoro sia una
delle idee-forza che l’ Europa può comunicare ai paesi în via di sviluppo.
Purtroppo la civilizzazione europea non si presenta più oggi sotto questo
aspetto poiché tende, almeno apparentemente, a sostituire allo sforzo del-
l’uomo le tecniche che lo riducono e lo eliminano : questo fatto potrebbe,
nello spirito dei responsabili dei paesi in via di sviluppo, accreditare l’idea
che essi possono progredire, raggiungere il nostro livello di prosperità evi-
tando lo sforzo di crearsi. È un malinteso che deve essere evitato.

Non vogliamo sembrare, agli occhi dei paesi in via di sviluppo, come
maestri di scuola che insegnano dalla cattedra. Alla conferenza di Basilea,
si è messa a punto volutamente la necessità di stabilire con i popoli del-
l’Africa e dell'Asia un dialogo su un rapporto di uguaglianza poiché, se
abbiamo da dare, abbiamo anche da ricevere. In sostanza, esistono civiltà
astatiche ed africane che hanno la loro importanza. Pertanto credo che
due nozioni fondamentali devono essere comunicate ai paesi che ricercano
esempi da noi. Primo, il rispetto della persona umana. Esistono senza dub-
bio paesi dove questa nozione non è ancora sufficientemente percepita ;
dobbiamo aiutarli ad affrancarsi da un certo numero di pregiudizi che
umiliano alcune classi sociali. In secondo luogo, la nozione del potere pub-
blico. Sono stati necessari molti secoli di cristianesimo perché in Europa
quelli che detengono il potere si rendessero conto che questo non è un fine
a se stesso, in qualche modo un diritto di proprietà, ma un servizio che
non ha valore se non nella salvaguardia e nel miglioramento degli interessi
del popolo. Quindi dobbiamo, di fronte agli interlocutori in via di sviluppo,
proporre noi stessi qualche esempio : in tal modo li aiuteremo a prendere
meglio coscienza della loro missione molto difficile.

Credo, poi, che la migliore politica di assistenza consista essenzial-
mente nel formare uomini. Dobbiamo certamente avviare in qualche modo
una politica economica di aiuti, fare investimenti ; ma qualunque politica
di assistenza che consistesse per gli europei nell’assumere direttamente
còmpiti che devono essere risolti in questi paesi, non sarebbe giovevole.
Il miglior servizio che possiamo rendere ai paesi in via di sviluppo è un
còmpito di educazione e di istruzione. Il mio paese, la Francia, che ha
realizzato la decolonizzazione in condizioni dolorose, può, malgrado tutto,
portare al suo attivo la presenza di migliaia di insegnanti francesi nei
paesi dell’Africa del nord e nei paesi dell’Africa Nera. Qualunque possano
essere le tensioni politiche ed anche le misure di ordine economico prese da
alcuni di essi contro interessi legittimi della Francia o dei francesi, biso-

35

PIERRE PFLIMLIN

Pierre Pflimlin è nato nel 1907. Avvocato, deputato del Basso Reno
dal 1946, ministro dell’agricoltura, delle relazioni economiche con
l'estero, delle terre d’oltremare, delle finanze, ha ricoperto la ca-
rica di presidente del consiglio dei ministri nel 1958, prima dell’av-
vento di De Gaulle e, poi, successivamente, ministro fino al 1959,
quando con altri si dimise per dissenso con la politica europea di De
Gaulle. È stato presidente del movimento repubblicano popolare ed
è il leader riconosciuto di quest’ultimo. Attualmente è, inoltre, presi-
dente dell’assemblea consultiva europea e sindaco di Strasburgo.

gna constatare che non ci sono difficoltà sul piano dell’insegnamento. Questi
paesi hanno pienamente coscienza della necessità del concorso europeo in
questo campo. Così i tre paesi dell’ Africa del nord, già sotto l'autorità
francese — Algeria, Tunisia e Marocco — continuano a chiederci nume-
rosi insegnanti. Non so quanto tempo questo durerà, ma è un fatto veri-
ficabile, soprattutto nell’ Algeria di oggi che ha conquistato la sua indipen-
denza con le armi in mano contro la Francia : questo è indubbiamente un
aspetto positivo.

Gli sforzi devono essere fatti anche sul piano della formazione tecnica.
St può immaginare che i popoli europei accordino il loro aiuto organizzando
nei diversi paesi in via di sviluppo questo insegnamento. Possono anche
accogliere nelle loro scuole giovani alla ricerca di una formazione tecnica,
od organizzare corsi tecnico-pratici. Questa formula è d'altronde già
diffusa. L’idea fondamentale sulla quale vorrei insistere è che la forma-
zione degli uomini finisce per essere il metodo di aiuto più efficace ed il più
economico ; infine, rispetta meglio la dignità dei paesi in via di sviluppo che
aspirano, con unacerta impazienza, a prendere essi stessi inmano il loro destino.

Sono dell’avviso che sarebbe estremamente augurabile che l’aiuto ai
paesi in via di sviluppo non avvenisse sporadicamente da parte di stati
che agiscono isolatamente e forse in modo tale da consentire la nascita di
aspirazioni politiche capaci di neutralizzare l’azione di alcuni concorrenti.
Ritengo che questo concetto puramente nazionale, e si potrebbe quasi dire
nazionalistico, sia dannoso. Prima di tutto, esso sarebbe di natura tale da
aumentare la tensione nel mondo e specialmente all’interno stesso del mondo
libero. Sentivo parlare recentemente di un paese asiatico dove si sono sus-
seguite missioni di aiuto tecnico venendo dal mondo libero, la cui prima
preoccupazione era di criticare i consigli dati prima dagli esperti di un
altro paese : questo atteggiamento ha prodotto una impressione deplorevole.

Dal punto di vista dell’efficacia, è evidente che le forze multilaterali
di aiuto sono molto più producenti, perché consentono minor spreco. In
Francia, il ‘‘cartierismo” è un movimento di opinione che trae origine da
articoli pubblicati da un giornalista di ingegno, Raymond Cartier, sul-
l’aiuto ai paesi in via di sviluppo. Questo movimento impressiona quando
ricorda i casi di sperpero, quale quello del danaro fornito per costruzioni
lussuose. Ma ciò sottolinea fino a che punto bisogna vigilare per un'efficiente
impiego degli investimenti. Questo risultato non può essere raggiunto che
da una pianificazione degli investimenti inserita in un giro d’orizzonte
delle possibilità economiche di questi paesi. Tali possibilità sono spesso
deboli, perché questi paesi sono sottosviluppati più a causa della pover-
tà di risorse naturali che per colpa di alcuni uomini, i quali non sono
stati in grado di realizzare progressi economici.

È una ragione di più per fare un’inventario molto preciso delle possi-
bilità di sviluppo economico che esistono, e per stabilire un piano di investi-
menti rigorosamente imperniato su obiettivi che è possibile raggiungere. È
necessario un equilibrio ragionevole, per esempio, fra gli investimenti per

36

infrastrutture e quelli che tendono a sviluppare le produzioni. Ho più
volte avuto occasione di visitare paesi dell’ Africa dove erano stati fatti
investimenti importanti per infrastrutture per creare porti moderni, belle
strade, ma senza, purtroppo, aver preso le misure necessarie per svilup-
pare simultaneamente la produzione agricola : in tal modo su queste strade
circolavano poche automobili. Alcuni pretendono che gli investimenti in-
frastrutturali richiamino in qualche maniera automaticamente lo sviluppo
economico, che, cioè, sia sufficiente costruire una strada affinché la vita
economica si sviluppi lungo di essa. Questo è vero se c'è al principio un’eco-
nomia in potenza che tende a svilupparsi. Ma quando bisogna creare ex
novo — per esempio sviluppare la produzione agricola in paesi dove questa
riveste ancora forme primitive — non si può far a meno di produrre, con-
temporaneamente, uno sforzo di assistenza tecnica e di organizzazione del
mondo rurale, forse modesto, ma di tale natura da creare un’approccio
alla produzione. Per l’industrializzazione lo stesso ragionamento s’'impo-
ne : ci vuole equilibrio, armonia fra gli investimenti per infrastrutture e

gli altri. Per esempio non si saprebbe, senza danni, superare lo stadio ele-
mentare dello sviluppo economico ed andare troppo in fretta verso l’indu-
strializzazione, allorché la produzione agricola rimanesse incapace di far
fronte ai bisogni più elementari delle popolazioni. Queste idee dimostrano
che l’aiuto che i paesi dell'Europa libera possono e devono accordare ai
paesi in via di sviluppo — poiché, nello stesso tempo, l’espressione di un
realismo politico intelligente non è che un dovere di solidarietà umana —,
questo aiuto, dicevo, deve, di preferenza, assumere aspetti multilaterali ed
organizzarsi nell’ambito dell'intero mondo libero. Prima di tutto ciò sa-
rebbe un modo per rinforzare la necessaria solidarietà fra i paesi del mondo
libero ; si tratterebbe anche di un mezzo per evitare il rimprovero di neo-
colonialismo che nasce così facilmente nello spirito degli africani e degli
asiatici quando una potenza straniera si occupa di loro. Infine, un sistema
mondiale di aiuto si concluderebbe con l'elaborazione di piani di sviluppo,
opera comune dei dirigenti responsabili dei paesi che si vorrebbero aiutare
e degli organi responsabili del sistema dell'aiuto multilaterale.





L’assistenza tecnica ha segnato un progresso interessante, ma questo semplice passo
è insufficiente, se si impr pli dei tecnici. Q questi t i non
sono sostituiti da quelli del paese assistito non c’è nulla di concreto e di duraturo per
lo sviluppo di quel paese.



Idee-forza che l'Europa può trasmettere ai paesi in via di sviluppo :
ce ne sono molte, ma penso che occorrerebbe portare l’attenzione al mo-
tore essenziale che ha caratterizzato lo sviluppo dell'Europa da tre secoli
a questa parte, cioè il senso della sperimentazione scientifica. Se, dopo tre
secoli di lento progresso, abbiamo conosciuto, poi, in poco tempo, uno svi-
luppo così rapido, è perché, durante questi tre secoli, abbiamo sostituito
all’empirismo, al fatalismo, alla magia, il metodo sperimentale. Lo stesso
spirito di questo metodo, che d’altra parte manca ancòra in molti occiden-
tali, non è sempre tenuto in giusta considerazione fra i popoli dei paesi
in via di sviluppo. Sembra difficile che essi possano far progressi imparando
semplicemente a memoria formule, testi, idee che gli forniamo, ma è essen-
ziale che apprendano lo spirito sperimentale : avranno, in qualche modo,
scoperto da soli molte verità e saranno molto più vicini a imboccare la via
dell’ascesa che noi auspichiamo.

Indubbiamente, poi, occorre abbandonare le vedute diffuse secondo cui
occorre concedere capitali. Questo non vuol dire che non siano necessari
gli aiuti materiali, ma limitarsi ad una visione finanziaria del problema
vuol dire andare incontro ad uno sicuro scacco. Ciò che importa, è che
i paesi în via di sviluppo siano un giorno capaci di sfruttare da soli le loro
risorse naturali, di dominare la natura e, di conseguenza, di acquistare
non soltanto un livello di vita sufficiente ma, nello stesso tempo, una indi-
pendenza che è per ora abbastanza formale, giuridica, ma non reale. In
tal modo, îl miglior servizio che si può fare a questi paesi è di aiutarli a
formare i loro uomini : la loro élite prima di tutto, quindi le masse, affinché
siano capaci di sfruttare le tecniche moderne a loro vantaggio. Molto spesso
fino ad oggi, gli aiuti concessi non hanno tenuto conto di questa necessità.

ALFRED SAUVY

Alfred Sauvy è nato nel 1898. Direttore dell’istituto francese per la
congiuntura dal 37 al ’45, è stato presidente di commissioni interna-
zionali per problemi demografici e sociali; è professore di demografia
sociale al collegio di Francia. Sauvy, che è uno dei migliori studiosi
di problemi demografici, è autore di numerose pubblicazioni e di un
piano di sviluppo democratico dell’economia e della società francese.

L’assistenza tecnica, pertanto, ha segnato un progresso interessante, ma
questo semplice passo è insufficiente se si imprestano semplicemente dei
tecnici. Quando questi tecnici non sono sostituiti da quelli del paese assistito
non c'è nulla di concreto e di duraturo per lo sviluppo di quel paese.

Infine, interessi comunitari, interessi europei, qualunque cosa, cioè, si
faccia quando tracciamo una politica comunitaria, finiamo per farla nel
nostro interesse, che non è necessariamente quello dei paesi in via di svi-
luppo. Siamo, cioè, costantemente presi in questa specie di trappola ; noi
affermiamo che vogliamo aiutare altri paesi, ma quando siamo alle prese
con le nostre difficoltà, andiamo diritto verso la soluzione che conviene
meglio ai nostri interessi. In tal modo non penso che la via dei paesi poco
sviluppati debba essere quella della ricerca della politica degli investimenti
in Europa. Sarà fatalmente egoistica. Occorre che la politica di aiuto ai
paesi in via di sviluppo sia concepita a parte, abbia una propria ragione
d’essere che sia al di sopra anche delle politiche nazionali, che debba bene-
ficiare di una sorta di priorità. Soltanto quando si sarà definita questa
priorità essa si potrà facilmente accettare nei momenti di slancio e di so-
lidarietà mondiale. Vorremmo dire che soltanto în questa direzione si può
concepire l’interesse a lungo termine dei paesi sviluppati. Ma la conside-
razione degli interessi immediati conduce fatalmente a trascurare problemi
più importanti : una volta che la politica d’aiuto sarà stabilita e consoli-
data, potremo pensare ai nostri interessi più propriamente particolaristici.
Confondere le due questioni e dire che faremo iîl nostro piano europeo te-
nendo conto degli interessi dei paesi in via di sviluppo, vuol dire limitarsi
fatalmente soltanto ai propositi e preferire la coscienza tranquilla all’ef-
ficienza.



Gli addetti al treno di laminazione ricevono un programma di lavoro tramite una stampatrice facente
parte del sistema di rilevazione e trasmissione automatica dei dati lungo le linee di lavorazione.

























39

IL MUSEO PITRE’: VIVA RASSEGNA DELLA CIVILTA’

SICILIANA

di Luciano Rebuffo



Chi volesse farsi un’idea della vita e delle tradizioni del popolo
siciliano, comprenderne a fondo la mentalità e l’ambiente, pur senza
per questo dover girare per le difficili strade o le lente ferrovie del-
l’isola, dovrebbe fare una visita al museo Pitrè di Palermo che costi-
tuisce una vera rassegna della civiltà siciliana. Esso anzi ci mostra gli
ambienti di vita e di lavoro dei siciliani di ieri e di oggi e nel contem-
po i loro prodotti, cioè quei manufatti che in parte sono scomparsi
dalla circolazione o resistono in numero ormai limitatissimo.

Il professor Giuseppe Pitrè, come è noto, fu il maggiore studioso
di etnografia siciliana: monumentale è la sua opera « La casa la vita e
la famiglia del popolo siciliano ». Cominciò a raccogliere materiale
di ogni genere nel lontano 1881 per esporlo all’esposizione industriale
di Milano, quindi la raccolta fu presentata, e comprendeva già parecchie
migliaia di oggetti, all’esposizione nazionale italiana tenuta a Palermo
nel 1891-°92. Ottenuto in séguito un ambiente per accogliervi il suo
museo, il Pitrè lo battezzò “museo etnografico siciliano” e ne tenne la
direzione fino alla morte, cioè al 1916.

Purtroppo il materiale restò poi abbandonato per quasi venti anni,
dopodiché un altro ben noto studioso del folclore e della vita siciliani,
il professor Giuseppe Cocchiara, riuscì a sistemare il museo degna-
mente, nella sua attuale sede. Il professor Cocchiara, studioso profondo
Quanto preciso, diede ai vari pezzi una sistemazione logica, dividen-
doli secondo il loro carattere e il loro significato e diresse il museo,
che frattanto era stato intitolato al professor Giuseppe Pitrè, nelle

Uno dei migliori esemplari di cassa” del carretto siciliano. Notare l’abile lavoro di
intarsio del legno, e quello del ferro battuto. Il tutto viene poi disegnato a colori viva-
cissimi,

cosiddette palazzine cinesi alla Favorita. Anche il professor Cocchiara
è venuto a mancare pochi mesi orsono, ragione per cui il museo non
ha attualmente un direttore responsabile.

Sarà qui opportuno fare un rilievo: il museo, come si è detto, è
di importanza enorme e raccoglie più di ventimila oggetti provenienti
da tutte le parti dell’isola; è degnamente sistemato nei locali, peraltro
un po’ lontano dal centro, del parco della Favorita, ma esso non è
così conosciuto come meriterebbe, e quindi non è visitato come sa-
rebbe auspicabile. Il comune di Palermo o l’ente regione dovrebbero
valorizzarlo maggiormente, sia attraverso la stampa, sia con mani-
festi, sia con indicazioni stradali che mentre esistono per tutti gli altri
importanti musei e gallerie palermitani non esistono affatto per il
museo Pitrè.

Chi entra nel museo ha immediatamente la sensazione di entrare
nel vivo dell’opera e del lavoro della società siciliana. Si comincia ad-
dirittura dal cortile dove sono sistemate, in proporzioni naturali, ri-
costruzioni precise delle abitazioni del popolo siciliano: ecco una cu-
cinetta rustica della provincia di Palermo; ecco la tipica casa del con-
tadino siciliano, con un’unica stanza che costituisce tutta l’abitazione;
ecco un ulteriore passo avanti, cioè la casa ad ambiente unico ma col
solaio. In tale casa la vita intima della famiglia si svolgeva nel solaio, for-
mato da un impiantito di tavole appoggiate a travi di legno, mentre
il lavoro della giornata (specialmente quello delle donne) si svolgeva
nella parte bassa. Vi è anche una ricostruzione dei pagliai che si riten-

40



Bellissimo esemplare di carretto siciliano: notare le scene dipinte sulla fiancata, il lavoro
di intaglio eseguito sulla ruota e sui raggi, le pitture su tutta la stanga e, esattamente
sopra al mozzo, la “cassa”,

gono all’origine della casa colonica siciliana così come si è venuta
trasformando attraverso i tempi.

In un altro ambiente si trova uno degli ultimi mulini a mano che
furono a lungo in uso in Sicilia; una madia; e il classico forno di for-
ma circolare, coperto da una volta sferica, spesso manifestantesi anche
all’esterno. Nella ricostruzione di ambienti borghesi, ovviamente più
ricchi, troviamo mobili più elaborati e, soprattutto per quanto riguar-
da i secoli sedicesimo e diciassettesimo, qualche letto in ferro la cui
costruzione era allora molto diffusa tanto che i letti in ferro erano detti
appunto ‘alla siciliana”. Molto importanti sono poi le casse, rivestite
in cuoio e gioiosamente dipinte, nelle quali la donna usava tenere il
proprio corredo da sposa.

L’attività del lavoro, in un’isola come questa, riguarda natural-
mente, per epoche più remote la caccia e la pesca e, per epoche più
vicine, l’agricoltura e la pastorizia. Molte sono nel museo le riprodu-
zione di utensili adatti alla caccia che vanno dagli archi primitivi fino
ai fucili, presenti in vari tipi, da quelli a pietra focaia fino a quelli
più recenti. Per la pesca sono presenti alcuni modellini di barche si-
ciliane, dalla lunga pernaccia, e con vari tipi di rete. Fra le reti che i
pescatori adoperano tuttora possiamo citare %' coppu, piccola rete
tenuta da un manico la quale serve per catturare i piccoli pesci; #’ riz-
Zagghiu, rete a forma di ventaglio; 4’ sciabbica, rete a strascico che viene
calata a semicerchio; #’ fartaruni, rete a sacco con due ali. A ciò na-
turalmente va aggiunto quell’attrezzo di pesca che noi chiamiamo pa-
lamite e a Palermo chiamano pa/angara. Il sistema di pesca descritto
da questi modellini è in fondo quello in uso tuttora tra i pescatori
dell’isola, salvo aggiungere le grandi tonnare, con le loro reti-traboc-
chetto e con la camera della morte dove vengono uccisi i tonni nella
famosa “mattanza”, e la pesca, specie nello stretto di Messina, del
pescespada che avviene come è noto su uno speciale tipo di barca,
con un altissimo albero sulla coffa sul quale sta l’avvistatore che grida
«... u viddi, u’ viddi lu masculu ».

Per quanto riguarda l’agricoltura sono presenti qui i vari strumenti,



Esemplare di arte dei pastori: un collare
da mucca pazientemente intagliato col
coltello. Non vi sono colori.

dalla zappa all’aratro che non si differenziano gran che da quelli co-
muni se non per la persistenza dell’aratro in legno. Bellissimi a ve-
dersi gli spaventapasseri: qui si tratta di veri pupazzi, con occhi grandi
e una bocca larga quanto tutto il volto, con lunghe braccia a croce che
finiscono con due tavolette. Basta un vento leggero perché queste
braccia comincino a girare producendo il rumore che allontanerà i
passeri. Per quanto riguarda la mietitura sono presenti tutti gli stru-
menti tradizionali, fino alla trebbiatrice, ma sono rappresentati pure,
benché in uso fino a pochissimo tempo fa, i sistemi di trebbiatura ba-
sati su due o tre muli che girando in tondo sgranavano le spighe. Le
unità di misura del grano erano, come sono tuttora, il tumulo, il mez-
zo tumulo e il quarto di tumulo. Il sistema di contabilità è largamente
illustrato nel museo da una raccolta di ferule (bastoncini di legno duro
divisi in due: un pezzo costituisce la madre, e l’altro la figlia) con in-
cise delle tacche. Tali tacche sono dei segni convenzionali che rappre-
sentano la quantità di raccolto che il contadino dovrà poi dividere con
chi gli ha dato la terra o somministrato la semente. Ciascun segno fatto
sulla tacca è un segno simbolico di misura scambiata o da scambiarsi.
Rimanendo una parte della ferula in mano al proprietario e l’altra parte
in mano al contadino non sono possibili frodi poiché i segni della
ferula congiunta dovranno perfettamente corrispondere. Il sistema del-
le tacche, come è noto, proviene dalle prime forme di scrittura che tro-
viamo in molte società primitive. Con questo sistema nell’interno del-
l’isola si misura ancòra non soltanto il frumento ma anche le botti di
vino e i cantara d’olio. Vi sono pure altri oggetti come frantoi d’olio,
macine e ceste tessute generalmente con giunchi per contenere la pa-
sta, che vengono chiamate e’ coffe. Vi è pure il modello di una seria,
una macchina idraulica composta da una catena alla quale sono attac-
cati dei secchi che si riempiono nel fondo di un serbatoio e si vuotano
uno dopo l’altro in una vasca. ‘Tale macchina è mossa da un asino ben-
dato che gira in cerchio.

Sono presenti anche le cosiddette z7arche per animali, cioè fer-
ri che, arroventati, imprimono sui fianchi degli animali il marchio



4I









Esemplare di “lumera”, una lanterna a decine di becchi,

costruita in terracotta.

del proprietario, spesso consistente nelle sue iniziali chiuse dentro un
cerchio ma qualche volta formate da un segno convenzionale come
una croce, una croce di sant’Andrea eccetera.

Tra le arti e i mestieri quelli che hanno maggiore spazio, in una
regione evidentemente primitiva come è quella siciliana, riguardano
il commercio. Qui è documentato da una parte il commercio
ambulante, che ancòra è dato incontrare in molte parti dell’interno della
Sicilia: l’uomo o la donna, col proprio cesto, 0 con altri recipienti, gira per
le strade urlando quelle tipiche nenie quasi arabe che invitano all’acquisto.

Tra gli oggetti da commercio più diffusi stavano i tessuti che le
donne preparavano pazientemente al telaio. I sistemi di misurazione
dei tessuti, anch’essi documentati nel museo, sono la canna che è di
otto palmi, mentre un palmo è di otto onze e un’onza è di otto linee
o punti. Nell’ 800 il materiale che si vendeva a peso veniva control-
lato attraverso delle pietre che si chiamavano rotolo o mezzo rotolo;
sottomultiplo del rotolo era l’onza. Una figura classica dell’ambulante
siciliano era rappresentata, come è noto, dal venditore d’acqua, con i
suoi bicchieri e le sue bottiglie tra le quali primeggiava quella dell’anice.
Qui al museo esiste ancora uno di questi tavolini che vengono chia-
mati zavulidda. Semplice, esso è colorato di giallo; si distingue perciò
da quei tavolini successivi le cui assicelle erano popolate di figure e
di intagli presi evidentemente dalla tradizione dei carretti siciliani.
Con modellini molto precisi, spesso di cartone, ma più spesso ancòra
di terracotta, sono rappresentati gli altri venditori ambulanti come il
fruttivendolo con i suoi panieri colmi di frutta, il venditore di fragole,
il venditore di fichidindia, e quello di cocomeri con la merce appog-
glata a piccole tavole. Il venditore di zucca, invece, adoperava l’asi-
nello e il carrettino. Vi sono poi i venditori di pesce e i friggitori:
dalle sardine ai polipi e al tonno tutto è venduto per la strada. Queste
tiproduzioni sono impressionanti per il loro verismo. Posso ag-
giungere peraltro che passeggiando per la vuceria o per il quartiere
Ballarò di Palermo, io stesso ho potuto incontrare venditori ambu-
lanti non molto dissimili da quelli qui rappresentati.





Due antiche insegne di negozio. La prima riguarda una
bottega di maniscalco, la seconda un’officina di fabbro.

Per quanto riguarda i mestieri sedentari, cioè svolgentisi in un am-
biente, fosse esso una vera bottega oppure la stessa abitazione del-
l’artigiano, si ricorreva ad un’insegna. Il museo contiene parecchie di
queste belle insegne che facevano la loro mostra all’esterno della bot-
tega. Si tratta di tavolette di legno opera di pittori che seguivano tutti
un certo stile tradizionale senza mai alterare il soggetto che serviva a
distinguere il mestiere dell’artigiano. Così ad esempio nell’insegna di
una taverna dove si vendeva soltanto il vino, si ricorreva ad un barile
o al dio Bacco. Quando invece nella taverna si poteva anche pranzare,
l’insegna presentava una tavola imbandita con attorno i commensali.
Spesso sotto l’insegna vi è una vignetta più piccola, con la figura di
un gallo e la proverbiale frase « quando questo gallo canterà qui cre-
dito si farà». Una bellissima insegna ritrae un elegante signore con
il cappello a cilindro, appoggiato al banco, fra due mazzi di sigari
ed una bottiglia, sulla quale è scritto Rapè fino. Si trattava in questo caso
del disegno che i tabaccai di Messina usavano mettere davanti alla
loro bottega. Abbiamo poi un’insegna di maniscalco dove si vede ap-
punto l’artigiano intento a ferrare un nero e vivace destriero al quale
l’aiutante tiene sollevato un piede; a terra si vedono gli arnesi da la-
voro. Sul muro, insieme alla scritta « maniscalco » sono appesi vari
ferri di cavallo. Un'altra insegna molto interessante è quella di un
fabbro ferraio: arnesi da lavoro, un paio di tenaglie, una falce sono
appesi al muro mentre nella scena il fabbro sta battendo col martello
un ferro caldo sull’incudine; in secondo piano il suo aiutante aziona
il mantice della fucina. Altre curiose insegne sono costituite da quelle
dei barbieri, dove si vede l’artigiano intento a insaponare il viso del
cliente, e quelle delle levatrici dove è rappresentata la sedia sulla quale
di solito veniva posta la partoriente.

I lavori delle donne sono anche qui largamente rappresentati, spe-
cialmente per quanto riguarda la filatura e la tessitura. Moltissimi sono
i fusi e le rocche di varie epoche e di varie zone e così alcuni telai, di
costruzione piuttosto semplice e rozza. Bisogna ricordare che i tessuti
hanno sempre avuto un grande valore, tenendo fede alla loro nobile

42

Fener i 2 ia he Ha rg È
È i fio

Tre notevoli esemplari di “fiaschi”’ siciliani, provenienti dalla zona di Caltagirone.

provenienza: fu infatti nel Ziraz della reggia di Palermo che gli arabi
portarono il segreto delle loro tessiture così piene di luci, di colori e
di fasto. Ecco quindi numerosi di questi tessuti, a strisce orizzontali
blu bianche e rosse, o a quadretti di un bellissimo giallo tenue. Queste
frazzate oggi sono ricercate anche come tappeti. Si capisce benissimo
che il discorso intorno a questo lavoro femminile diverrebbe lungo se
dovesse essere analitico perché qui sono conservati almeno settecento
campioni di tali tessuti. Accanto a tale luccichio di colori la donna si-
ciliana ama anche gli abiti a fondo unito: biancoavorio, grigio scuro, 0
rosso mattone. Il nero è segno di lutto, come è noto, ma di nero sono i
manti delle donne e i cappotti degli uomini. Tra le varietà dei costumi
femminili di Sicilia che sono per i competenti ben identificabili non solo
da provincia a provincia ma addirittura da paese a paese, fa spicco il
costume delle donne albanesi di Sicilia (la zona di Piana degli Albanesi)
dove alla ricchezza del bustino ricamato e delle maniche anch'esse ri-
camate va aggiunta una particolare cintura, il brego, che ha una grossa
fibbia spesso in argento, ma qualche volta in lamiera, con un elabo-
rato lavoro a sbalzo che riproduce quasi sempre san Giorgio che uccide
il drago. Particolarmente interessanti e complicati nei loro diversi
significati simbolici sono gli oggetti, le trine, le cinture, i nastri ecce-
tera che sono legati alle cerimonie di fidanzamento e di nozze. Nume-
rosi poi sono i tipi di culle conservate nel museo tra le quali le più
originali sono di tela rossa a forma di barca.

Oltre alle varie manifestazioni del costume religioso dell’isola, tra
le quali stanno i cosiddetti abifini, cioè sacchetti contenenti reliquie e
immagini sacre, vi sono numerosi ex voto in argento riproducenti la
parte anatomica curata, e numerose tavolette dipinte del diciottesimo
e diciannovesimo secolo.

Numerosi e molto belli sono i pani e i dolci festivi che accompa-
gnano le solennità religiose. Questi pani riproducono a volte qualche
organo della santa o del santo cui il popolo si rivolge per guarire. Co-



sì, ad esempio, gli occhi di santa Lucia i quali preservano dalle malattie
degli occhi e sono generalmente preparati a Siracusa; le minnuzgi di
sant’ Agata provenienti dalla provincia di Catania e destinate a preser-
vare le donne dalle malattie delle mammelle; il camnaruggeddu di san
Brasi (san Blasi), un panino spesso a forma di cerchio che serve a pre-
servare dal male di gola. Nei firruzzi di sant’ Aloi (sant’Eligio) è invece
rappresentato un ferro di cavallo essendo il santo, come è noto, pro-
tettore dei cavalli e dei maniscalchi. I cuddureddi di san Giuvanni di Agri-
gento sono a forma rotonda e vengono mangiati durante la festa di
san Giovanni. Rotondi sono pure i panzgi di san Nicola i quali vengono
mangiati nella festa omonima. Tra i dolci festivi molti riproducono la
figura di santi oppure quella del bambino Gesù. Questi ultimi, con
la scritta viva Gesà, si chiamano wustaggola. Troviamo anche il gallo,
il primo animale che cantò per annunziare la nascita del bambino; la
colomba, simbolo dello spirito santo; il pesce, che come è noto si
identifica con Gesù. Moltissimi sono notoriamente i dolci di Pasqua
alcuni dei quali rappresentano un cuore sul quale figurano sei uova
coperte di fiorellini e sono in tal caso il dono fatto da un fidanzato alla
sua promessa. Vi sono poi i cosiddetti pupi cy l’ova i quali sono formati
ora da un’aquila ora da un cavallo ora da un serpente. Su tutti però
prevale l’agnello; su di esso sta l’uovo il quale molte volte è colorato.

Un’intera sala è dedicata ai giuochi da bambini, i quali come è
logico si somigliano un po’ tutti. Troviamo qui le stesse trottole,
gli stessi oggetti coi quali abbiamo giocato anche noi. Particolar-
mente diffusi però sono certi strumenti musicali come ad esempio il
noto scacciapensieri, i tamburi eccetera. Specifici del luogo sono
invece certi fischietti che rappresentano figurine umane, di terracotta,
lavorate grezzamente ma colorate in modo molto vivace. Molto dif-
fusi certi giocattoli indubbiamente non di piacevole ascolto per i
vicini di casa: uno è la /roccala di canna o di legno alle cui parti
superiori sta una rotella dentata che girando intorno al manubrio urta



43



Il “tiluni” (telone) solitamente esposto fuori del teatrino dei
pupi, rappresenta le scene che si susseguiranno durante tutta
la settimana. È insomma una specie di cartellone del programma,

contro una linguetta e produce un rumore chioccio. Simile alla #roccw/a
è la cicala formata da un bicciolo di canna con pergamena tesa ad un
capo donde parte un doppio filo di pelo di coda di cavallo, girevole
per un nodo scorsoio da una stecca. Vi sono poi i vari tipi di flauti
dai quali il pastore siciliano sapeva trarre motivi particolarmente sug-
gestivi malgrado la semplicità dello strumento costituito spesso da
una sola cannuccia con dei buchi molto rozzi.

Particolarmente toccante per la sua ingenuità e l’immediatezza
espressiva è l’arte dei pastori. Il pastore mentre attende, pazientemente
seduto, al suo gregge usa lavorare con un semplice temperino le sue
ciotole di legno, i suoi cucchiai, o altri oggetti di legno che porterà
come dono nuziale alla propria fidanzata. Molti disegni sono di mo-
tivi geometrici e provengono evidentemente dall’antichità più classi-
ca, altri invece rappresentano figure umane (un contadino, un soldato,
un carabiniere, un bandito eccetera). In uno di essi è addirittura rap-
presentato Garibaldi. Altro oggetto in legno, graffito pazientemente
col temperino, è la stecca da busto che verrà donata alla propria donna
come pegno d’amore. Elemento importante nella vita del pastore,
perché unisce all’utilità un valore simbolico che risale evidentemente
ad antiche superstizioni è il bastone. Esso è pazientemente intagliato
con forme di animali e di uccelli oppure qualche volta con motivi geo-
metrici o teste umane. Al museo tali bastoni sono presenti in numero
considerevole. Altri oggetti in legno lavorati pazientemente dal pastore
sono costituiti dai collari sia delle capre che delle mucche. Qualche
volta è ad essi appesa una campana che secondo le credenze popolari
Serve ad allontanare gli spiriti maligni. Le rappresentazioni incise su
questi collari, però, sono spesso di carattere sacro: la sacra famiglia, la
madonna col bambino, Gesù in croce eccetera. Di .una certa toccante e
istintiva commozione è ad esempio un Cristo col volto ormai reclinato
nella morte. L’arte del pastore comprende in questa rassegna anche la la-
Vorazione del corno. Essa richiede un procedimento più complicato per-

In questi due teloni vediamo alcune scene salienti: Orlando che
arresta Sacripante, Rinaldo che lotta contro Marfisa, il torneo a
cavallo fra Orlando e Rinaldo ed infine Rodomonte battuto da
Orlando.

ché occorre anzitutto ammorbidire il corno nell’acqua bollente, poi lo
si incide a punta di coltello. Con il corno si costruiscono in Sicilia quasi
esclusivamente i go/fî, cioè bicchieri e qualche volta i cucchiai. Nei
bicchieri di corno che il pastore adopera correntemente per bere, sono
incisi animali, uccelli, cuori e molto spesso scene d’amore. Altre inci-
sioni di pastori sono quelle praticate su zucche le quali sono adope-
rate come borracce. Il procedimento è semplice: quando il frutto ha
finito di crescere, lo svuotano mettendolo al sole. Il contenuto secco
viene rimosso attraverso un foro praticato al posto del peduncolo.
Sulla parte esterna queste borracce vengono intagliate dai pastori si-
ciliani con motivi vari di carattere profano o religioso. Le figure non
sono incise soltanto sulle due facce ma anche sulla costa della borraccia
stessa. Quest’arte di pastore, pur avendo tutte le caratteristiche inge-
nue dell’arte dei primitivi, ci fa spesso riflettere sulla capacità inventiva
e manuale di questi uomini.

Largamente rappresentata nel museo è l’arte figulina, quella cioè
che dà vita a quelle terrecotte dal colore rosso-mattone che conosciamo
bene. Lo strumento di produzione è rimasto sempre lo stesso e cioè
una pedana la quale, attraverso un asse disposto verticalmente, impri-
me il movimento a un disco sul quale si pone l’argilla modellata a mano.
Poi vi sono due tipi di fornace, uno di forma cilindrica e per due terzi
dell’altezza infossato nel suolo, l’altro di forma conica e diviso in
tre parti orizzontali con distribuzione di fori per il passaggio delle
fiamme tra l’uno e l’altro reparto. Vi sono qui numerosissime le cio-
tole, le scodelle, le pentole eccetera ma, particolarmente belli, sono i
vari recipienti per l’acqua come le baccaredde, provenienti da santo
Stefano di Camastra; i bu74/4 provenienti da Collesano; i ‘’agiri pro-
venienti da Marsala e da Sciacca; i quartara provenienti da Marsala;
i bucali di Licata e di Gela eccetera. Passando alla ceramica,
sempre a colori vivaci e soprattutto tendente al verde al rosso o al
giallo, sono particolarmente notevoli quelle borracce di forma circo-



nella prima foto: tipica cintura, in questo caso in argento
sbalzato, portata dalle donne di Piana degli Albanesi coi
costumi della festa.

nella seconda: un classico pupo del “teatrino”. Armato da
capo a piedi con la luccicante armatura di latta, si tratta
questa volta di un guerriero saraceno.

lare dette darracceddi, i vari tipi di lucerne, particolarmente quelle a
molte fiammelle dette /uzeri granni. Molto importanti come è noto
sono le lucerne a figura umana provenienti da Caltagirone, i vasi con
teste umane, e le-cosiddette grasfe rappresentanti sembianze umane
che in sostanza non erano altro che vasi da fiori. Una vera specialità
dell’arte della ceramica siciliana è costituita dalle figure dei presepi
che sono qui rappresentate a centinaia. Esse sono sempre toccanti e
precise, anche se di valore diverso. Primeggiano fra tutte quelle create
da un vero artista quale Francesco Matera, nato a Trapani e che mo-
rì in Palermo nel 1718. Basterà dire che quando Ludovico di Baviera
allora principe ereditario compì il suo viaggio in Sicilia fu colpito da
queste figure e ne acquistò un buon numero, che ora si trovano al
Bayeriche Nationalmuseum. Il nostro museo comunque custodisce
oltre quattrocento figurine prodotte dal Matera,

Altro ampio settore del museo è riservato naturalmente a quella
realtà siciliana che è giunta fino a noi e che costituisce il cosiddetto
teatro dei pupi. È noto come in Sicilia vi fosse una vera arte dei pu
para, che erano numerosissimi e giravano tutta l’isola. Oggi ne è ri-
masto uno a Palermo, uno a Catania e forse qualcuno nell’interno.
L’opra dei pupi racconta le vicende dei paladini di Francia che han-
no la loro origine dal Pulci, dal Boiardo, dall’Ariosto, ma anche dalle
leggende dei reali di Francia. Sul teatrino, con i suoi ricchi fondali,
le sue tele, le sue quinte appaiono, stretti nella loro armatura di lat-
ta, precisi in ogni particolare, i famosi paladini tesi a combattere l’in-
fedele, a sollevare i deboli, ad uccidere i giganti, a cacciare i saraceni,
e nell’azione essi sono manovrati con tale perizia che il realismo è
veramente incredibile. Il popolo partecipa, con le sue passioni e le
sue simpatie: Rinaldo è il grande eroe da tutti amato, Orlando è con-
siderato forte ma pazzariello, Astolfo, Olivero e gli altri paladini sono
tutti riguardati come uomini d’onore, mentre disprezzato è Gano di
Maganza il traditore. La rotta di Roncisvalle e la morte dei paladini
portano nel pubblico una tristezza vera, mitigata soltanto dalla terri-
bile vendetta esercitata su Gano squartato vivo da quattro cavalli. I
paladini sono tutti riconoscibili dai loro pennacchi e soprattutto dal
loro scudo: ecco Rinaldo col leone rampante su striscia d’oro, Orlando
con la croce, Angelica col giglio su striscia d’oro, Morgante con la
mezzaluna eccetera. I pupi di Palermo sono alti circa settanta centi-
metri, mentre quelli di Catania arrivano ad un metro e forse più. Qui
al museo esistono i cosiddetti #/7 che sono le tele dipinte con le
scene che si rappresenteranno durante tutta la settimana. Questi Y/zi
sono dipinti a mano, seguendo un’antica tradizione che si tramanda di
padre in figlio, dal pyparo stesso, che è anche l’arteficie dei suoi pupi
e delle loro brillanti corazze che ricava da fogli di banda stagnata o
di ottone. Nel museo è riprodotto tale e quale un vero teatrino, con
tutte le sue scene e con tutti i suoi paladini in primo piano. Posso poi
aggiungere che chi vuole assistere ad una vera rappresentazione del
teatro dei pupi può ancora farlo, come l’ho fatto io stesso, in Palermo,
recandosi in via del Pappagallo presso la piazza Marina.

Un’altra sala, che io descrivo per ultima ma che non è certo la
meno importante, è tutta dedicata al carretto siciliano. Il carretto,
come si sa, può considerarsi una vera opera d’arte alla quale parteci-
pano diversi artefici. Il carradore, che costruisce le parti in legno del
carro; il fabbro che costruisce quelle in ferro; l’incisore che lavora ad
intaglio tutte le parti in legno ricavandone sculture bellissime e di-
versissime; il pittore che provvede a dipingere la cassa, il timone, e
soprattutto le fiancate del carretto. I colori come è noto sono vivacis-
simi e le scene movimentate e ardite. Di solito si tratta delle stesse
scene dell’opera dei pupi, scontri di cavalieri cristiani e musulmani,
fatti d’arme dei paladini di Francia, Carlo Magno eccetera. Ma qualche
volta vi sono anche scene diverse prese ad esempio dal teatro lirico
oppure dalla storia vera. Vi sono infatti fiancate che riproducono la
cacciata dei francesi durante il vespro siciliano, come ve ne sono altre
che riproducono l’entrata di Garibaldi a Palermo. Completano il car-
retto le ricche bardature del cavallo, dal sellino al pettorale alla testiera
e al sottopancia.

Ecco così in un museo tanto importante e completo quanto scar-
samente conosciuto, rappresentata tutta la vita e il lavoro di un po-
polo capace di esprimere una profonda quanto istintiva e irruenta
personalità.

45

NASCITA DEL TEATRO MODERNO

di Luciano Lucignani

5. BECKETT E BRECHT

1. La crisi della civiltà, di Huizinga è del 1935, l’anno delle leggi raz-
ziali di Norimberga; l’anno dopo, 1936, muore Pirandello e scompaio-
no, prime vittime dell’imminente bufera, in modo tragicamente ambi-
guo per entrambi, Garcìa Lorca in Spagna e Gorkij in Russia. Poi,
ancòra una brevissima stagione d’illusioni, un ultimo residuo di “belle
époque”, quindi le nubi che da oltre vent’anni si stavano addensando
sui cieli d’Europa si aprono e la bufera spazza il mondo. Pirandello
scriveva quando ancòra la terra non aveva tremato, Beckett dopo,
quando ormai tutto è finito. Il sereno è tornato, ma intanto, chi potrà
dimenticarlo?, c'è stata Hiroshima. Il paesaggio che si presenta agli
occhi dei personaggi di Beckett è, appunto, quello di “dopo” (dopo
la guerra atomica, dopo il diluvio, dopo l’apocalisse?): un pallido sole
illumina tutto ciò che rimane della terra e della vita, un albero schele-
trico, una distesa d’erba inaridita, un mare deserto color del piombo
fuso. L’assurdo, in questo quadro che sarebbe da ottimisti definire deso-
lato, è che vi appaiano delle figure umane: come Vladimiro ed Estra-
gone i due vagabondi (tali sembrano, almeno) che passano il tempo,
come dice il titolo della più famosa “commedia” di Beckett, Aspe-
tando Godot. Chi è Godot? Può essere Dio, ma può essere anche molte
altre cose: ciò che conta è il fatto di essere continuamente atteso e di
rinviare sempre il proprio arrivo. Perché, allora, Vladimiro ed Estra-
gone non se ne vanno? Perché, come dice la prima battuta della com-
media, essi non hanno « niente da fare », anzi perché non c’è « niente
da fare ». È come l’introduzione del tema d’una sinfonia, questo « nien-
te da fare »: essi più che attendere sono condannati all’attesa. Pareva
difficile che si potesse andare oltre, dopo l’attesa del signor K, nel
Processo di Kafka: ma Beckett è andato più in là, i suoi personaggi
non hanno alcuna curiosità, non sperano nulla, non credono in nulla,
attendono e basta, attendono perché non c’è « niente da fare », esi-
stere (non “vivere”) e basta. Così anche Hamm e Clov i due gioca-
tori dell’agghiacciante Finale di partita: l’interminabile chiacchierìo
del primo e l’ostinato andirivieni del secondo sono entrambi gratuiti,
Senza scopo. I personaggi di Beckett non hanno né avvenire né pas-
sato, e il tempo non è per essi una dimensione spirituale: anche il pre-

Lo scrittore e drammaturgo! irlan-
dese Samuel Beckett.



sente è fatto di « attimi nulli » come dice Hamm, « sempre nulli, ma che
fanno che il conto torni, che la storia si chiuda » (questo, sia detto per
inciso, è uno dei fondamentali capovolgimenti attuati da Beckett ri-
spetto ai drammaturghi che lo hanno preceduto, rispetto a Cechov,
per esempio). Perché dunque prender partito, impegnarsi, decidere,
dal momento che nulla cambierà mai? L’uomo agisce solo in vista
d’un fine sia pure minimo, illusorio, utopistico, d’un sia pur improba-
bile futuro; ma. ciò implica, direbbe Beckett, appunto i concetti di
“fine” e di “futuro”, mancando i quali l’azione diventa gratuita, per
niente (un libro suo s'intitola proprio Novelle e testi per niente). Ecco
l’ultima scena di Aspettando Godot:

Silenzio. Vladimiro fa un balzo improvviso in avanti, il ragazzo scappa come una
freccia. Silenzio. Il sole tramonta, sorge la luna. Vladimiro rimane immobile. Estragone
si sveglia, si toglie le scarpe, si alza con le scarpe in mano, le posa davanti alla ribalta,
si avvicina a Vladimiro e lo guarda.

EsrraGoNE — Che hai?

VLapimiro — Niente.

EsrraGONE — Io me ne vado.

VLapiMmIiro — Anch'io. (Silenzio)

EsrrAaGoNE — È da tanto che dormivo?
VLapimiro — Non so. (Silenzio)

EsrRAGONE — Dove andiamo?

VLapIMIRO — Non lontano.

EsrrAGONE — No, no, andiamocene lontano di qui!
VLAapIMIRO — Non si può.

EsrraGONE — Perché?

VLApIMIRO — Bisogna tornare domani.

EsrraGoNnE — A far che?

VLapIMIRO — Ad aspettare Godot.

EsrragoneE - Già, è vero. (Pausa) Non è venuto?
VLapimiro — No.

Esrragone — E ormai è troppo tardi.

VLapIiMmiRo — Si è notte.

EsrragoNE — E se lo lasciassimo perdere? (Pausa) Se lo lasciassimo perdere?
VLapIMIRO — Ci punirebbe. (Silenzio. Guarda l’albero) Soltanto l’albero vive.
EsrRAGONE — (guardando l'albero) Che cos'è?
VLapimiro — È l’albero.

EsrraconE — Volevo dire di che genere?



sopra: due scene di “Madre Coraggio e i suoi figli” di Bertolt Brecht, messo in scena
dallo stesso Brecht ai kammerspiele di Monaco.

sotto: una scena di “Finale di partita” di Samuel Beckett, messo in seena da Dado Trion-
fo alla Borsa di Arlecchino di Genova.



VLADIMIRO — Non lo so. Un salice.

EsrrAGONE — Andiamo a vedere. (Trascina Wladimiro verso l’albero. Lo guardano
immobili. Silenzio). E se c’impiccassimo?

VLapiMiro — Che cosa?

EsrRAGONE — Non ce l’hai un pezzo di corda?

VLapIMIRO — No.

EsrrAGONE — Allora non si può.

VLADIMIRO — Andiamocene.

EsrrAGONE — Aspetta, c’è la mia cintola.

VLADIMIRO — È troppo corta.

EsrraconE — Mi tirerai per le gambe.

VLapIMIRO — E chi tirerà le mie?

EsrRAGONE — È vero.

VLapIMIRO — Fa vedere lo stesso. (Estragone si slaccia la corda che gli regge i panta-
loni. Questi che sono larghissimi, gli si afffosciano sulle caviglie. Tutti e due guardano
la corda). In teoria dovrebbe bastare. Ma sarà solida?

EsrRAGONE — Adesso vediamo. Tieni.

Ciascuno dei due prende un capo della corda e tira. La corda si rompe facendoli quasi
cadere.

VLapIMIRO — Non val niente. (Si/enzio)

EsrragGoNnE — Dicevi che dobbiamo tornare domani?

VLADIMIRO — SÌ,

EsrRAGONE — Allora ci procureremo una buona corda.

VLapIMIRO — Giusto. (Silenzio)

EstRAGONE — Didi.

VLaADIMIRO — Sì.

EsrraGoNE — Non posso più andare avanti così.

VLADIMIRO — Sono cose che si dicono.

EsrRAGONE — Se provassimo a lasciarci? Forse le cose andrebbero meglio.

VLapiMIRO — C’impiccheremo domani. (Pausa) A meno che Godot non venga.

EsrRAGONE — E se viene?

VLaDpIMIRO — Saremo salvati. (V/adizziro si toglie il cappello — che è quello di Lucky —
ci guarda dentro, ci passa la mano, lo scuote, lo rimette in testa).

EsrrAGONE — Allora andiamo?

VLapIMIRO — I pantaloni.

EsrRAGONE — Come?

VLapIMIRO — I pantaloni.

EsrRAGONE — Vuoi i miei pantaloni?

VLaDIMIRO — Tirati su i pantaloni.

EsrtRAGONE — Già è vero. (Si tira su i pantaloni. Silenzio)

VLapIMIRO — Allora andiamo?

EsrRAGONE — Andiamo,

Non si muovono.

Il paradosso, in tutto ciò, è che Beckett riesca in questa specie di
indiretta “prova del dramma”. Nulla infatti sembrerebbe più lontano
da qualsiasi possibile idea del teatro che un’azione senza significato
evidente o delle parole che non ambiscono a esprimere nulla oltre ciò
di cui palesemente trattano. Beckett invece fornisce la testimonianza
del contrario: questa azione e queste parole, alla lettura o sul palcosce-
nico, ci incuriosiscono a tal punto da indurci a cercare almeno un senso,
una possibile, inevitabile, diremmo, partecipazione. Malgrado tutto,
si constata che c’è ancora soltanto una maniera per distruggere il teatro,
per annullare il suo valore di imitazione simbolica, ed è quella di non
farlo, di non scriverlo, cioè, e di non rappresentarlo. È anche questo
che Beckett, volente o no, riesce a provarci.

2. Nelle poesie postume di Bertolt Brecht ce n’è una che s'intitola
Ferro e dice:

In sogno stanotte

ho visto una grande tempesta.

S’aggrappava alle impalcature,

e strappava i ponteggi

che erano di ferro.

Ciò che era di legno, invece,

si piegava e restava.

Il senso di questa allegoria è fin troppo evidente, ma merita una
considerazione particolare perché rappresenta una costante dell’ispi-
razione drammatica di Brecht. Almeno due dei suoi drammi maggiori,
Madre Coraggio e î suoi figli e Vita di Galileo sono ispirati in modo di-
retto da questo atteggiamento. Tutte o quasi le maggiori opere di
Brecht furono scritte nei quattordici anni d’esilio, che furono anche
anni di persecuzione, di guerra, d’oscurità; anni, però, nei quali egli
accrebbe anche la sua esperienza dell’arte e della vita. Come scrive
uno dei suoi più intelligenti biografi, John Willett, Brecht rappresenta
da un certo punto di vista un caso assai curioso: sospetto per le sue
opinioni politiche, ma apprezzato per la sua originalità letteraria in
occidente, e discusso per le sue posizioni estetiche ma rispettato per



la reputazione politica in oriente, l’indiscutibile coerenza ideologica
non andò mai disgiunta, in lui, da una innegabile astuzia. Non esitò
un momento a trasferirsi dalla Svizzera, dopo il ritorno in Europa, a
Berlino est, ma dopo aver rinnovato il proprio contratto con un edi-
tore della Germania occidentale. Nel saggio diffuso clandestinamente
nella Germania di Hitler nel 1934 e intitolato Cinque difficoltà per chi
scrive la verità (un titolo che ricorda Lutero), sosteneva appunto che
« chi intenda ai nostri giorni combattere la menzogna e l’ignoranza e
dire la verità» ha bisogno, fra l’altro, di astuzia per divulgarla. Brecht
citava in proposito molti esempi, presi da Confucio e da Shakespeare,
da Swift, da Voltaire e da Lenin; ma le sue argomentazioni, lucide e
persuasive, erano di carattere generale e quindi applicabili a qualsiasi
situazione analoga, anche alla Russia di Stalin, per esempio. Del resto
Brecht, benché fosse l’unico grande scrittore marxista dopo Gorkij,
è stato praticamente ignorato nell’Unione Sovietica, fino al XX con-
gresso del Pcus e al successivo “disgelo”. Sul piano teorico era facile
rendersi conto dei contrasti fra la politica artistica sovietica, basata sul
concetto della direzione ideologica del partito comunista e le conce-
zioni brechtiane del teatro epico, dell’effetto di estraniazione e del
rifiuto di ogni naturalismo (compreso quello di Stanislavskij e del
suo metodo, che in quegli anni era stato assunto a modello ufficiale
del teatro sovietico). Ma sul piano pratico tutto questo era meno evi-
dente: pure, i sovietici rimproveravano a Brecht di aver scelto la Ca-
lifornia come sede del suo esilio, criticavano la mancanza, nei suoi
drammi, d’un “eroe positivo”, e soprattutto si rendevano conto che
il suo “formalismo” (tutto ciò che non era “realismo socialista” era,
per i discepoli di Zdanov, ‘formalismo’’) somigliava moltissimo a
quello che nell’Urss era stato lo stile degli spettacoli di Mejerchold
(allora deportato in Siberia e depennato, perciò, da qualsiasi “storia”
del teatro russo). Quando a Berlino est fu rappresentata Madre Coraggio
e i suoi figli, unanimemente ritenuta una delle opere più belle di Brecht,
i “critici di partito” fecero critiche severissime tanto al dramma in sé
quanto alle concezioni da cui era dettato. Ciò che veniva soprattutto
rimproverato a Brecht era la scarsa coscienza politica della sua prota-
gonista, la vivandiera Anna Fierling; essa infatti alla fine del dramma,
benché la guerra le abbia portato via tutti e tre i figli, insegue ancòra
gli eserciti in marcia, per poter continuare a vendere ai soldati la sua
acquavite e le sue cianfrusaglie. Brecht rispose alle critiche augurandosi
che gli spettatori avessero quella coscienza che faceva difetto alla sua
protagonista; ma l’atteggiamento dei suoi critici non mutò. Anche
Galileo è tutt’altro che un personaggio “positivo”; Brecht cominciò
a pensare al dramma nel 1937, mentre era in Danimarca, e lo rappre-
sentò a Hollywood nel 1947 (l’edizione europea, del 1943, fu data a
Zurigo dal regista Leopold Lindberg, quasi all’insaputa dell’autore).
Solo al momento di metterlo in scena a Berlino est, nel 1956, Brecht
pubblicò alcune zofe che avevano lo scopo di chiarire la sua personale
posizione rispetto a Galileo: in esse più volte è detto che la « colpa di
Galileo » va considerata come «il peccato originale delle scienze empi-
riche moderne ». Pur non dubitando della sincerità di Brecht non si
può fare a meno di constatare che il dramma letto attentamente, senza
spirito di parte, è in contraddizione con questa interpretazione. Troppo
rispettoso della verità storica Brecht non poteva ignorare che, dopo
l’abiura e malgrado le gravi difficoltà opposte dall’Inquisizione, Galileo
continuò a lavorare occupandosi del metodo di determiriazione delle
longitudinali e preparando l’edizione veneziana dei suoi Discorsi che
uscirono quattro anni prima della sua morte, cioè nel 1638. Certo, se
Galileo non avesse pronunciato l’abiura noi oggi avremmo un martire
di più, un eroe del pensiero: ma è questo quello che importa? Brecht
mette un’invocazione in bocca ad Andrea Sarti, il discepolo di Galileo
(quadro XIII): « Sventurata la terra che non produce eroi! » grida Sarti.
E Galileo risponde: « No. Sventurata la terra che ha bisogno d’eroi! ».
Dov'è la saggezza, dov’è la consapevolezza, l’umanità, il realismo po-
litico? Il 1937, l’anno in cui Brecht formulò l’idea di scrivere un dram-
ma su Galileo è anche l’anno dei grandi processi di Mosca, l’anno in
cui una nuova Inquisizione approntava i suoi tribunali, pronunciava
le sue condanne, eseguiva le sue sentenze, ma soprattutto pretendeva
le sue abiure. È il caso di domandarsi: Brecht, che ne sapeva? Negli
anni seguenti fu la volta di Trotzkij, di Mejerchold, colpevole di cre-
dere non già che la terra girasse e il sole fosse il centro del mondo, ma

ua

47

Il drammaturgo e poeta
tedesco Bertolt Brecht.



di preferire il “formalismo” al “realismo socialista”; è il caso di doman-
darsi, ancòra: Brecht, che ne sapeva? Coloro che gli chiedevano il
“personaggio positivo” dovevano sapere come la sua opinione non
fosse troppo addomesticata, se, in definitiva, lo lasciarono lavorare
con una certa tranquillità. Morì nell’agosto del 1956, mentre stava
portando a termine le prove della Vita di Galileo. Il mondo era ancòra
sotto l’impressione del rapporto Kruscev, e in quell’autunno gli
studenti di Budapest scesero nelle vie; i carri armati sovietici avevano
già messo tutto a tacere quando a Parigi uscì il numero speciale della
rivista di Sartre, Les femps modernes contenente la famosa antologìa
degli scrittori ungheresi: fra l’altro, conteneva l’ultima scena d’un
dramma fino allora censurato da Rakosi, il capo dell’Inquisizione unghe-
rese. L’autore si chiamava Laszlo Nemeth e il dramma s’intitolava,
semplicemente, Galilei: un personaggio questo Galilei, ancòra attuale
a tre secoli e più di distanza.

3. Beckett e Brecht concludono il nostro rapido panorama lungo
un secolo e mezzo di storia del dramma e del teatro. Oggi nuovi nomi
di autori, nuovi titoli di opere appaiono sui manifesti di Broadway,
degli Champs-Elysées, della Kurfustendamm, del West End, nuovi
personaggi salgono alla ribalta per imitare nella loro azione fantastica
e simbolica le nostre azioni reali, chiarirle, spiegarle; ma non ci sono
per ora indicazioni così diverse da quelle con le quali abbiamo termi-
nato il nostro racconto, siamo ancòra nello spazio limitato, da una
parte dal « niente da fare » di Beckett e dall’altra dal « procedi con
astuzia » di Brecht. Viviamo, del resto, in tempi nei quali i doveri e
i còmpiti appaiono oscuri, e chi non vuole ripeterci vecchie (e ormai
inutili) verità, non può dirci parole che vincano la nostra perplessità
e il nostro timore. Siamo in una fase di transizione del dramma, perché
siamo in una fase di transizione della moralità: il mondo non offre
una scelta plausibile fra modi d’essere esemplari, e perciò la scena è
vuota, e i riflettori illuminano il silenzio. Solo gli ottimisti e gli ingenui
possono ancòra credere che sia soltanto questione di una crisi del
dramma e del teatro.

48

ANTONIO ERNESTO ROSSI, UNA VITA AL SERVIZIO DELLA |
SIDERURGIA ITALIANA



Si è spento il 18 marzo a Genova, all’età di settantanove anni, il ca-
valiere del lavoro dottor Antonio Ernesto Rossi, che fu presidente della
Finsider e dell’Italsider. Il suo nome resterà iscritto per sempre nella storia
dell’industria siderurgica italiana, di cui egli è stato per un lunghissimo
periodo di tempo una delle figure più rappresentative e prestigiose. A capo
alternativamente delle due più grandi aziende siderurgiche italiane, Ilva
e la Cornigliano, e della finanziaria capogruppo Finsider, egli ha parte-
cipato attivamente, con l'apporto della sua grande competenza tecnica e
della sua capacità organizzativa, a quella imponente opera di rico-
struzione prima, e poi di sviluppo e di potenziamento, che ha portato
la siderurgia italiana ad uno dei primi posti nella scala dei valori europei e
mondiali.

All’industria dell’acciaio Antonio Ernesto Rossi ha dedicato tutta la
sua vita : una vita intensa d’attività e feconda di risultati. Nato a Sarzana
il 24 aprile del 1886, si laureò a soli vent'anni in chimica presso l’univer-
sità di Genova e iniziò la sua carriera nel 1907 în quello stabilimento di
Savona della Società Siderurgica Savona che doveva più tardi entrare a
far parte del complesso Ilva. Passò un anno più tardi a Portoferraio quale
assistente tecnico presso l’acciaieria Bessemer, avendo sùbito modo di porsi
in luce per le sue notevolissime capacità.

Nel settembre del 1909 passò a Bagnoli come capo dei laboratori del
nuovissimo stabilimento Ilva. Tre anni più tardi lo troviamo nello stabili-
mento Ilva di Pra, di cui fu dapprima capo servizio dell’acciaieria, poi

vice direttore e infine, nel 1920, direttore. Pochi anni più tardi l’Ilva lo
chiamò presso la propria direzione generale come capo dei servizi tecnici
e successivamente come direttore centrale con l’incarico di dirigere i nuovi
impianti della società, incarico che egli assolse brillantemente.

Nominato direttore generale della Finsider nel febbraio del 1940, nel
1945 assunse la direzione generale dell’Ilva che aveva visto quasi intera-
mente distrutti dai bombardamenti i suoi stabilimenti a ciclo integrale e
gravemente danneggiati gli altri, e che doveva ora affrontare il duro, spi-
noso cammino della ricostruzione e della riorganizzazione. Antonio Ernesto
Rossi dedicò a quest'opera le sue migliori energie.

Nel 1948 fu nominato presidente dell’Ilva e, insieme, della nuova società
che si accingeva a ricostruire, con nuovissimi concetti, lo stabilimento a
ciclo integrale di Cornigliano.

Ritornò alla Finsider, come presidente, nel 1953 e vi rimase per cinque
anni, mantenendo nel frattempo la presidenza della società Cornigliano.
Lasciata nel 1958 la presidenza della Finsider, fu rieletto nel maggio del *61
presidente dell’Ilva, e sùbito dopo dell’Italsider, nata în quell’anno dalla
fusione dell’Ilva con la Cornigliano.

Nel maggio del 1962 rinunciò al gravoso incarico. Ma l’età avanzata
non gli impedì di offrire ancòra alla siderurgia italiana il prezioso apporto
della sua esperienza e della sua attività. Fino all’ultimo giorno della sua
vita è rimasto consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo
dell’Italsider e della Finsider.



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2 1965 Cp

RIVISTA ITALSIDER

la copertina: Marino Di Teana “La torre
moderna” - metri 0,45 x 1,80 - scultura in
acciaio e metallo - per concessione della
galleria Denise René di Parigi.

2° e 3° di copertina: la presenza del centro si-
derurgico Italsider a Taranto.

$° di copertina: parte componente il circuito
di un calcolatore elettronico impiegato a
Taranto.

RIVISTA ITALSIDER

bimestrale d’informazione aziendale per il
personale dell’ Italsider - anno VI - n. 2 -
marzo-aprile 1965

comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Luciano
Rebuffo

direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi

segreteria di redazione: ufficio pubbliche re-
lazioni Italsider - via Corsica 4 - Genova -
telefono 5999

in questo numero fotografie di:

K. Blum, Berna - Civilini, Piombino -
De Vincentis, Taranto - Keystone, Parigi -
F. Leoni, Genova - P. Monti, Milano -
Publifoto, Genova Milano Palermo.

La riproduzione è subordinata alla citazione
della fonte.

Autorizzazione del tribunale di Genova
n. 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV

Stampa: AGIS-Stringa - Genova

Clichés: Ceriale - Genova; Denz - Berna

Carta Solex-Burgo.

Marino Di Teana è nato nel 1900 a Teana, in provincia di Potenza. A sedici anni è partito per l’Argen-
tina dove ha seguito i corsi del “circolo di belle arti” e quindi ha frequentato la scuela superiore di belle arti
ottenendo nel 1950 un primo premio: premio di “fine di corso” col titolo di professore superiore. È tor-
nato in Europa nel 1952 stabilendosi a Parigi. Dopo varie esposizioni nazionali e internazionali nella capitale
francese, presenta le sue sculture a Denise René: a partire da allora (1957) egli è rappresentato in permanenza
dalla galleria omonima.

Le sue esposizioni personali o di gruppo nei vari paesi europei non si contano. Numerose sono le sue realiz-
zazioni in acciaio inossidabile o altri metalli, esposte alla fiera di Parigi, a Saint-Gobain, a Vaucluse, a Leverkusen
(Germania). Tra le opere permanenti possiamo citare la decorazione della cappella Saint Clément alla Garde
Freinet, una scultura per una coreografia a Montréal nel Canada, e un’altra scultura in acciaio inossidabile,
alta tredici metri, collocata a Rantigny. Ha costruito una scultura-fontana luminosa per una piazza di Choisy
le Roi. Attualmente ha in preparazione un lavoro per partecipare al concorso internazionale per la sistema-
zione della piazza del centro civico a San Francisco.

Si tratta dunque di un artista europeo di primo piano, di provenienza dall’Italia meridionale, che ha saputo
affermarsi in tutto il mondo soprattutto grazie alle sue moderne sculture in acciaio.

IN QUESTO NUMERO

Il centro siderurgico di Taranto nel piano di potenziamento della Finsider
di Ernesto Mannelli 2

Un intervento del presidente della Finsider a proposito del nuovo, grandioso impianto di Taranto.

Taranto rivisitata di Mario Pomilio, Domenico Rea, Francesco Rosso, Giovanni Russo 4

Quattro scrittori italiani sono tornati a Taranto e ci forniscono le loro impressioni sulla nuova realtà
locale, come risulta dopo l’insediamento del centro siderurgico Italsider.

di Alberto Mondini 14

L’autore esamina in questo articolo l’importanza e la funzione dei modernissimi mezzi elettronici
automatizzati entrati in funzione nello stabilimento.

Automazione a Taranto

Quindicimila tubi Italsider da Pico Truncado a Buenos Aires di Nelio Ferrando 18

Il nostro inviato Nelio Ferrando racconta in questo articolo le impressioni del suo viaggio in Argentina
dove, con tubi Italsider di Taranto, è stato costruito un grandioso gasdotto.

Taranto vista dai tarantini di Giovanni Acquaviva, Domenico Casulli,
Beppe Cavallaro, Umberto Mairota 22
Quattro giornalisti di ‘Taranto esaminano vari aspetti dell’insediamento dell’Italsider nella loro città: i

problemi edilizi e urbanistici, e l’addestramento del personale; l’insediamento dei genovesi a Taranto,
e il significato di questa nuova realtà industriale.

Un’inchiesta sull’ Europa di fronte ai paesi in via di sviluppo - 2
a cura di Francesco Cesare Rossi 31

Pubblichiamo la seconda parte di un’inchiesta comprendente le interviste con il ministro italiano per

le partecipazioni statali Giorgio Bo, e con personalità francesi come Paul Reynaud, André Philip,
Maurice Faure, Pierre Pflimlin e Alfred Sauvy.

Il museo Pitrè: viva rassegna della civiltà siciliana di Luciano Rebuffo 39

Una visita ad un museo etnografico di Palermo che costituisce, con la ricchezza del suo materiale, una
vera e viva rassegna della civiltà siciliana più recente. Si tratta di un museo tanto importante quanto
scarsamente conosciuto,

Nascita del teatro moderno - 5 di Luciano Lucignani 45

Ultima puntata di una storia del teatro: Beckett e Brecht.

Antonio Ernesto Rossi, una vita al servizio della siderurgia italiana ; 48



IL CENTRO SIDERURGICO DI TARANTO NEL PIANO
DI POTENZIAMENTO DELLA FINSIDER

di Ernesto Manuelli

Il centro siderurgico Italsider di Taranto è completato ; nel 1965 si
è quindi realizzata la mèta fondamentale dell’imponente sforzo organiz-
zativo, tecnico e finanziario intrapreso dall’ IRI e dalla Finsider per ade-
guare la struttura produttiva della siderurgia italiana alle nuove ed aumen-
tate esigenze della nostra economia.

Questo avvenimento, solennizzato dalla visita con la quale il capo
dello stato, onorevole Giuseppe Saragat, ha onorato il nostro stabilimento,
conclude un lungo periodo di intenso lavoro di valutazione programmati-
ca, prima, di scelta di alternative e di progettazione esecutiva, poi, ed
infine di rapida e pianificata realizzazione, che ha visto impegnati tutti
i tecnici del Gruppo, oltre quattrocento ditte appaltatrici e fino a quattor-
dicimila lavoratori.

Fare la storia ed illustrare le prospettive del centro di Taranto, è un
po’ come guardare al passato ed al futuro di tutta la siderurgia italiana,
una volta handicappata sul piano tecnico rispetto alle grandi siderurgie
estere, e successivamente portata a giocare un ruolo via via più impor-
tante nella scala della produzione mondiale.

Per ricordare l’ormai vastamente conosciuto piano Sinigaglia, che è
anche il primo piano di sviluppo IRI-Finsider, bastano alcuni cenni. Esso
era imperniato sullo sviluppo della produzione a ciclo integrale negli sta-
bilimenti costieri, economicamente approvvigionabili con materie prime
provenienti d’oltremare, sulla costruzione di un nuovo grande centro si-
derurgico a Cornigliano e sulla specializzazione della produzione negli
stabilimenti esistenti.

Con l’attuazione di tale piano, la Finsider contribuì in misura deter-
minante a far sì che la siderurgia italiana entrasse, con successo, nella
Ceca, in competizione diretta con le possenti siderurgie europee e raggiun-
gesse, a partire dal 1958, per tonnellate prodotte, l’ottava posizione nella
scala siderurgica mondiale. In quell’anno, la produzione del gruppo Finsider,
accentrata soprattutto nei centri a ciclo integrale di Cornigliano, Piombino
e Bagnoli, e negli stabilimenti della Dalmine e della Terni, superò i 3,3
milioni di tonnellate di acciaio.

Tale risultato fu dall’ IRI e dalla Finsider considerato non un punto di
arrivo ma di partenza ed un incentivo per più ambiziosi e sostanziali risultati.

Se il piano Sinigaglia, infatti, dette all’Italia una siderurgia capace
di sostenere il confronto internazionale, il secondo piano IRI-Finsider si
propose di potenziare questa giovane siderurgia, di consolidarne definiti-
vamente la competitività, sul piano dei costi e della qualità, di aumentarne
la capacità produttiva, fino a renderla sufficiente a garantire la copertura
del fabbisogno nazionale, come condizione dello sviluppo industriale ed
economico del paese.

È ormai dimostrato che il consumo di acciaio è indice dello stadio di
evoluzione di una economia industriale. Il rapido sviluppo, nel dopoguerra,
della industrializzazione e — conseguentemente — del reddito nazionale

del nostro paese, ha richiesto, sinora, acciaio in quantità superiore alla
nostra capacità di offerta, sebbene la produzione nazionale siderurgica
sia passata dalle 400.000 tonnellate di acciaio del 1945 ai 3,5 milioni
del 1952, ai 10,2 del 1963.

Per coprire il consumo interno, l’Italia ha dovuto quindi ricorrere a
forti importazioni, che hanno raggiunto nel 1963 i cinque milioni di ton-
nellate di acciaio, con un salto fra importazioni ed esportazioni di 3,8
milioni di tonnellate che, da sole, senza considerare cioè l'importazione
delle materie prime, hanno comportato un esborso di valuta estera per
200 miliardi di lire. La eliminazione del conseguente squilibrio della bi-
lancia commerciale siderurgica italiana (già nel 1964 sceso a 1,7 milioni
di tonnellate di importazioni nette), sarà uno dei fondamentali risultati
del secondo piano IRI-Finsider, i cui princìpi generali consistono nella
accentuazione della formula del ciclo integrale, negli stabilimenti costieri,
nella applicazione dei più moderni macchinari e delle tecniche più avanzate,
nello sviluppo della produzione di laminati a caldo ed a freddo, nella spe-
cializzazione degli stabilimenti non a ciclo integrale in produzioni di alta
qualità.

Taranto — la cui realizzazione ha comportato investimenti per oltre
350 miliardi di lire — è il cardine di tale programma, sebbene di notevole
importanza siano anche le altre mète fissate, tra le quali il potenziamento
della capacità produttiva dei centri siderurgici di Cornigliano e di Bagnoli
(rispettivamente 2 e 2,5 milioni di tonnellate all’anno di acciaio), di Piom-
bino (1,5 milioni) e l’ulteriore specializzazione e miglioramento qualitativo
delle produzioni della Dalmine, della Terni e della Breda Siderurgica.

La produzione annua del centro di Taranto sarà inizialmente di oltre
2,4 milioni di tonneliate di ghisa e di oltre 2,7 milioni di tonnellate di acciaio,
trasformati in laminati piani a caldo (coils e lamiere) ed in tubi saldati.

Tale capacità produttiva potrà essere spinta, se le esigenze del mercato
lo richiederanno, con adeguati e previsti ampliamenti, fino a sei milioni
di tonnellate all’anno di acciaio.

Con il completamento del centro siderurgico di Taranto, quindi, un
decisivo passo è stato compiuto verso l’ obiettivo finale del secondo piano
IRI-Finsider, per il quale sono stati programmati investimenti dell’ordine
di 1.100 miliardi di lire. Tale obiettivo è una produzione di Gruppo,
per il 1967-1968, di oltre 10 milioni di tonnellate all’anno di acciaio, pari
a circa i due terzi della produzione nazionale prevedibile per quel periodo.

Con Taranto, quindi, siamo prossimi ad una nuova, differente prospet-
tiva per la siderurgia e per l’economia italiana, caratterizzata da un po-
sitivo equilibrio tra un fabbisogno nazionale sempre crescente ed una ade-
guata offerta di acciaio di ottima qualità a prezzi competitivi.

Dall’attuale livello italiano del consumo annuo di acciaio pro capite
(230 chilogrammi), ai valori medi europei (370 chilogrammi), vi è ancòra
una notevole distanza.

en

Con un’adeguata produzione nazionale, e con tale margine di consumo
potenziale, sarà còmpito della siderurgia italiana e delle aziende Finsider
in particolare, far sì che l'acciaio diventi elemento propulsore del nostro
sviluppo economico, presente nelle più moderne ed economiche soluzioni
dei problemi di tutti i settori consumatori.

A questa nuova esigenza il gruppo Finsider si è da tempo preparato,
non solo organizzando una moderna ed efficiente struttura commerciale
delle aziende ma anche costituendo una serie di società non di siderurgia
primaria, che oltre a perseguire un proprio scopo industriale e commerciale,
hanno anche quello di essere all’avanguardia nell’applicazione dell'acciaio
in campi nuovi per l’Italia ma ormai consueti in molti paesi, migliorandone
ed intensificandone l’uso nei settori tradizionali. Ad un livello scientifico,
tale funzione verrà svolta dal Centro Sperimentale Metallurgico, recen-
temente costituito, che metterà a disposizione del progresso tecnologico-
industriale i risultati della ricerca scientifica pura.

illustrazioni di Flavio Costantini

Il centro siderurgico di Taranto è completato ; vada il nostro ringra-
ziamento a tutti coloro che ne hanno voluto e resa possibile la realizzazione,
dai ministri delle partecipazioni statali S.E. Ferrari Aggradi e S.E. Bo,
a S. E. Pastore ministro per lo sviluppo del Mezzogiorno, al presidente
ed agli alti dirigenti dell’ IRI ed a tutti i lavoratori e dirigenti dell’ Italsider
e della Cosider, sotto la guida dell’ingegner Marchesi, che a questa sua
opera ha dedicato cinque anni di appassionato lavoro.

Infine vada la nostra memore gratitudine a coloro cui il destino non
ha consentito di vedere completato il centro siderurgico di Taranto alla
cui realizzazione hanno collaborato ; mi è qui grato pensare al cavaliere
del lavoro Salvino Sernesi, cui lo stabilimento è stato dedicato, insieme
ai trentacinque lavoratori che in questa opera hanno immolato la vita.
Sia il loro ricordo per sempre legato a questa realizzazione dalla quale
il Mezzogiorno, e l’intera nazione, si attendono l’impulso per il consegui-
mento di nuovi traguardi di prosperità.



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TARANTO RIVISITATA

QUATTRO SCRITTORI ITALIANI SONO RITORNATI NELLA TARANTO DI OGGI -

Mario Pomilio

M°ero recato a Taranto l’ultima volta nell’ottobre del ’61, quando
venne ufficialmente inaugurato il tubificio, il primo dei reparti del
nuovo complesso dell’Italsider. Era, ricordo, una giornata ventosa,
con un cielo attraversato da lunghi drappi di nuvole bianchicce. Il
sole appariva a tratti e lasciava spiovere una luce scarna, singolar-
mente adatta ai toni freddi della facciata del tubificio, la quale a quel
tempo, non ancòra verniciata in verde, era d’un chiarissimo, inverosi-
mile color argento. Su di essa il sole suscitava un riverbero netto e
spoglio, che la faceva sembrare ancor più lunga di quanto fosse vera-
mente. Lo sguardo vi si fissava, lasciandosene abbagliare. E tali mi
sembravano le sue proporzioni, che pur conoscendo programmi e
dati relativi agli impianti che dovevano ancòra sorgere, facevo fatica
a pensare che il tubificio era appena un inizio, la minima parte d’un
progetto ben più ampio e ambizioso.

A cerimonia finita, però, prima di decidermi a tornare in città,
mi lasciai attirare dalla bella strada, segreta e quasi campestre, che
corre lungo l’antico acquedotto e sale verso nord. Dopo un chilo-
metro e forse meno ero già in piena campagna. Di lì era visibile solo
la tettoia dello stabilimento, appena emergente su un mare d’olivi dalle
chiome larghe e folte. E mi bastò quella nuova prospettiva perché
tutto per me cambiasse, e il tubificio, che pure poco fa mera sem-
brato così imponente, m’apparisse isolato, come spaesato, un innesto
forzoso o un'ipotesi sperimentale piovuta chi sa in che modo nel cuore
dell’antica campagna pugliese.

Tanto più impreviste sono perciò le mie impressioni di oggi: im-
previste e, debbo dirlo, curiosamente rovesciate. Il complesso side-
rurgico, adesso ch’è ultimato, s’inserisce con violenza tra città e cam-
pagna e le separa, i rossi e verdi capannoni dell’Italsider sono distesi
per chilometri su una spianata amplissima e improvvisamente fatta
brulla, sotto un cielo coperto, vagamente nordico, verso il quale si
sparpagliano senza fretta le fumate; e il tubificio, ora che finalmente
sono riuscito a riconoscerlo, mi pare di nuovo stranamente isolato e
spaesato, benché in maniera assai diversa da prima, relegato com'è
all'estremo margine della spianata, e perfino minuscolo se confrontato
con gli edifici cresciutigli accanto nel frattempo. È anzi esso a darmi
sensibilmente l'effettiva misura della nuova realtà che ho sotto gli
occhi, a permettermi di valutarne la vastità e l’imponenza. Addirittura,
soltanto dopo averlo scoperto, distante forse due chilometri dall’in-
gresso principale, sento d’uscire finalmente dall’inerzia che durava in
me dall’inizio della visita — l'inerzia che sempre si prova nel vederci
traditi nella memoria — e posso addizionare allo stupore provato cin-
que anni fa nel visitare questa Taranto molteplice, e talmente varia e
diversa a seconda che la si osservi dall’uno o dall’altro dei suoi due

mari o che ci si rechi presso uno dei suoi tre porti o in uno dei tre
nuclei urbani di cui si compone, l’altro stupore di vederle cresciuta
accanto in così breve tempo non tanto uno stabilimento o un gruppo
di stabilimenti, quanto qualcosa come un’altra città.

Per l’appunto: se si eccettua la zona degli altiforni, col suo nero
intrico di tubi ancorati sul cielo, il complesso tarantino dell’Italsider
non ha nulla dell’implacabile grigiore ferroso, integrale e senza scam-
po, di quelli, poniamo, di Bagnoli e Piombino; assomiglia piuttosto
a una città. E per essa ci si muove come attraverso una città: ordinata
tuttavia e silenziosa, e con rare presenze umane. Proprio anzi questa
del silenzio è la sorpresa più forte che la visita mi riserba: come d’un’aria
dilatata in cui i suoni si dissolvano, e anche qualche improvviso stri-
dore, anche l’urlo d’una sirena, sùbito s’attenua e si disperde. Bisogna
lasciare l’esterno, penetrare in un reparto, per essere avvinghiati o
frustati bruscamente dalle impennate di suoni tipiche d’uno stabili-
mento siderurgico,

Eppure anche fuori ogni cosa è in piena attività: ci sono treni che
vanno e vengono, carri siluro che trasportano ghisa fusa, di continuo
i nastri trasportatori accumulano nere montagne di carbone trascinan-
dole direttamente dalle navi alla fonda nel porto per lunghi ponti aerei
profilati contro il cielo; attorno alla cokeria si muovono gru e mac-
chine enormi, e così inusitate, da rendere inerte ogni metafora, le
cosiddette teste di cavallo vuotano le celle della cokeria e rovesciano
tonnellate di carbone rovente in grandi vasche d’acciaio che sùbito
lo portano a spegnersi sotto una doccia tra uno sfriggio violento di
vapori. E tutto ciò senza che nulla m’inviti a quella prosopopea del
fuoco che è parsa sempre un tema obbligato da quando esiste un’in-
dustria siderurgica. A frenarmi non è certo l’assenza di pretesti, ma
piuttosto il diffuso senso d’un dominio e d’una razionalità, l’impres-
sione rassicurante che a ogni evento presieda un ordine che discipli-
na perfettamente anche le forze naturali.

Quanto agli uomini, più che lavorare, sembrano limitarsi ad asse-
condare l’opera: con calma e, si direbbe, perfino con lentezza. Ed
è più che comprensibile: in un organismo dove tutto pare farsi da sé
e la fatica manuale è in massima parte abolita, essi agiscono non tanto
schiacciati dalla dismisura ed estraneità di questi macchinari, e ancor
meno, come invece si potrebbe credere, ridotti a passivi automi, quan-
to piuttosto compresi delle responsabilità derivanti dal loro potere di
dominarli. E dal momento che il loro lavoro è quasi ovunque ridotto
all’esercizio d’un controllo, diventa inevitabile che ogni minimo gesto
venga misurato in vista delle energie che può mettere in funzione e
dell’entità degli errori che possono derivarne, e che ciò implichi, nel



74
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comportamento degli operai, quell’attitudine riflessa alla vigilanza e
quella sorta d’astratta concentrazione la quale è forse la caratteristica
più evidente di tutti coloro che ho veduti al lavoro.

Più che mai, poi, è avvertibile tutto ciò nei reparti dove l’automa-
zione è totale, come ad esempio la centrale termoelettrica, in cui l’uo-
mo è davvero pura e semplice intelligenza direzionale, che si limita
a impartire ordini sotto forma d’impulsi o addirittura monta di guardia
pei soli casi d'emergenza. E se è vero che qui si tocca il grado estremo
dell’astrazione e che i pulpiti (come si chiamano le sale di comando
da dove un gruppo di tecnici regola l’attività d’un’infinita serie di
macchinari) sembrano, con le loro pareti a pannelli bianchi e azzurri
decorati di mille bottoni luminosi, segnare l’incontrastato trionfo del
gestaltismo, è anche vero che l’individuo non ne è affatto soffocato e
snaturato, e che anzi, nella misura stessa in cui si esalta il suo potere
di decisione, viene più compiutamente fuori la sua personalità.

Nemmeno l’acciaieria, del resto, o i laminatoi o il tubificio, qui
a Taranto hanno nulla dell’antro oscuro, d’ottocentesca memoria,
che in altri opifici sa talmente d’assoggettamento e di fatica fisica.
Gli interni sono ariosi, la luce vi è abbondante, macchinari e pareti
metalliche sfumano ovunque nell’azzurrino, nastri e lamiere sfreccia-
no rapidi, con un rumore quasi festoso. Gli uomini, dall’alto delle ca-
bine di controllo, li seguono con gli occhi, valutano, dispongono.
Intelligenza e prontezza di riflessi sono il massimo che da essi si ri-
chieda. Un’occhiata al quadro di controllo deve bastare a giudicare
d’una situazione, a scoprire € rimediare a un errore. Quanto al resto,
basta un dito per regolare la pressione e decidere dello spessore che
avrà il nastro, il quale, sempre rovente e via via più lungo e svelto,
passa dall’una all’altra pressa. La trasformazione dell’operaio in tec-
nico, per l’appunto, è completa: con quel tanto di non mortificato,
d’autodisciplinato, che ne deriva. Anni fa mi domandavo se una nuo-
va pianta umana sarebbe potuta sorgere sul terreno minato dell’in-
dividualismo meridionale; e mi chiedevo anche se in una società eco-
nomicamente arretrata l'avvento d’una rivoluzione industriale non
sarebbe stato comunque un fatto potentemente liberatore e non sa-
rebbe servito a sprigionare valori umani umiliati da secoli di lavoro
asservito e di fame inappagata. La mia risposta d’oggi è già di fatto
positiva, anche se mi sembra ancòra troppo presto per prevedere fino
in fondo che cosa possa comportare una simile novità in un ambiente
particolare, storicamente così inedito, qual è quello di Taranto.

In qual misura, d’altronde, la presenza dell’Italsider stia operando
all’interno d’una società come questa, in piena febbre di crescenza, è
ciò che mi riesce più difficile dire. So solo che molte, perfino troppe
cose, in questi cinque anni mi son parse mutate, e non solo nell’aspet-

to esterno. Intanto è rimasto il solo centro storico, l’isolotto che fu



già il nucleo della città greca e oggi conserva le poche tracce del pas-
sato di Taranto, e soprattutto i residui dei costumi e modi di vita di
quando essa era ridotta a un piccolo centro di pescatori. Ma anche
questa è in fondo un’apparenza: e benché i barconi da pesca siano tut-
tora là, ciondolanti sul Mar Piccolo a fare colore e decorare le sue
pigre acque verdastre, e benché i vicoli accolgano ancora quel bruli-
care d’umanità popolare che per secoli dovette segnare l’esistenza della
città, si sente che tutto ciò si va riducendo a puro folclore, sopravvi-
vente, in buona parte almeno, in vista dei turisti amanti di trattorie
e posti tipici. E in ogni caso, tutto il resto appare in pieno movimen-
to, a cominciare dalla zona residenziale che s’allarga febbrilmente a
macchia d’olio verso sud-est, in direzione di Lecce, e che, da nuova e
moderna che era (non aveva più di cinquant’anni), sembra essersi
proposta di diventare a ogni costo “più moderna” e “più nuova”.

Ahimé, non sempre bene: la mania del grattacielo soppianta con
violenza l’edificio a tre piani, la città si serra, si fa stretta e affollata,
aspira alle strutture e al rango della metropoli, le strade, le lunghe e
dritte strade di ‘Taranto, un tempo così adatte all’agio del passeggio,
diventano parcheggi e corsie per le automobili, una sorta di diffusa
presunzione del benessere moltiplica le macchine di marca straniera
e diffonde il gusto dei sorpassi ringhiosi, i negozi si fanno vistosi d’este-
riore americanismo, e insomma tutto quanto poteva fino a qualche
anno fa giovare a Taranto, a cominciare dal suo attivismo di città ri-
nata ieri, rischia d’imbruttirla e farla scadere nell’anonimato.

Non vorrei tuttavia che la mia venisse scambiata per elegia di ma-
niera: so bene, al contrario, che fatti di questo genere sono piuttosto
generali e sono comunque, almeno nel Sud, la fatale contropartita
della rapida rottura del vecchio immobilismo. Tanto meno vorrei che tut-
to quanto di negativo m'è stato dato di riscontrare nell’odierna situazio-
ne di Taranto venisse direttamente messo in conto all’Italsider, proprio
qui dove l’urbanesimo è fenomeno in atto da almeno sessant’anni, e
dove semmai il furore edilizio, coi suoi interventi indiscriminati, si
riconnette abbastanza puntualmente ad una diffusa mentalità che non
ama i programmi a lunga scadenza, e preferisce il facile e il provvi-
sorio dell’investimento edilizio o la sicurezza del conto in banca. E va
detto insomma in tutta franchezza che al massiccio sbarco dell’Italsider
il capitale locale ha saputo reagire, in massima parte almeno, solo co-
struendo case, quasi si trattasse unicamente di dare a Taranto una
facciata da città del Duemila, degnamente gareggiante coi modelli
architettonici proposti dall’Italsider.

Il più grosso dei problemi oggi sul tappeto mi sembra appunto
questo: il problema, dico, dello sviluppo d’un entroterra economico
che in qualche modo assecondi i presupposti meridionalistici che por-
tarono alla scelta di "Taranto quale sede del quarto centro siderurgico
dell’ Italsider.



Domenico Rea

Non è facile dire che cosa è cambiato e come è cambiata Taranto.
Le impressioni sono molteplici e contraddittorie, ma la prima, evi-
dentissima, è data dall’inserimento dell’Italsider nell'ambiente circo-
stante. Alla sua fondazione sembrava una mastodontica scheggia di
un pianeta caduto a caso in mezzo ad una foresta di olivi. Poteva ca-
dere altrove. Vi erano ancòra i segni del darzo prodotto. Gli olivi di-
velti e scapitozzati; i giganteschi volumi del materiale di risulta; la
città lontana e come ignara di quanto era accaduto.

Fu allora una impressione legittima. Nessuno del resto poteva
ignorare che la fondazione dell’acciaieria in quel punto preciso era
soltanto il risultato di una scelta politica e sociale piovuta dall’alto,
una prova, un esperimento. Dopo si sarebbero dovuti fare i conti
con gli uomini abituati a una tradizione agli antipodi di quella dell’in-
dustria pesante; tanto più che non mancavano esempi di fallimenti
di altre industrie impiantate nel Sud e rimaste isolate, fini a se stesse,
con lievi mutamenti negli uomini e nelle cose.

La tradizione pastorale-contadina aveva sì subìto un trauma, ma
la sua condizione continuava a essere presente, a svolgersi lentamente
con i suoi pesi e a provocare ondate di emigrazioni al Nord. Le poche

scarse industrie, fondate sul versante tirrenico tra Campania, Calabria
e Basilicata, costituiscono ancòra la parte negativa di queste prove.

L’impegno della Finsider nell’installare uno stabilimento — oggi
il più grande d’Europa — puntava a un ben diverso risultato. Doveva
per così dire costituire la prova generale della trasformazione del
mondo agrario-pastorale del Mezzogiorno, e rispondere a una
missione storica, a un impegno che poneva in ballo l’ avvenire
stesso del Sud.

Oggi, a poco più di quattro anni, il risultato è tale da lasciare il
dubbio che Taranto, oltre ad avere in sé una predestinazione all’acciaio
come a Piombino, non abbia mai conosciuto una condizione diversa
da quella attuale. Per dirne una, che può sembrare perfino banale: se
prima l’Italsider appariva come un pianeta caduto nella campagna, oggi
si presenta come la logica continuazione di una città, più che ricca, irta
di traffici; per cui è lecito presumere che in periferia essa debba avere
un’intensa zona industriale, che a sua volta spiega, appoggia e solle-
cita le iniziative e gli sviluppi della città propriamente detta.

Cerco di essere più chiaro. Il ritmo all’interno urbano di Taranto
comincia a essere all’altezza e all’unisono di quello dell’Italsider. La





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grande fabbrica non è dunque rimasta estranea e fine a se stessa; ma
ottenendo quanto si era proposto: risvegliare l’ambiente, avviandolo
e con speditezza verso un’altra concezione della vita. Questi segni sono
fin troppo presenti ed evidenti in tutta la zona. A uno scrittore saltano
sùbito agli occhi e gli dicono assai più dei dati e delle cifre della pro-
duzione raggiunta e in continuo aumento.

Arrivare a Taranto una volta voleva dire andare a vedere espres-
samente il ponte girevole; farsi una passeggiata nella carrozzella chiu-
sa — simbolo aderente a un’altra età — come in un qualsiasi altro
paese della Puglia.

Dall’artigianato alla vita contadina, dalla tradizione marinara a
quella di stanche categorie statali, non si sfuggiva. Oggi di tutto questo
mondo esistono avanzi, campioni e anche questi continuamente ma-
cinati ed eliminati. La parte vecchia con tutto il carico delle sue tradi-
zioni bisogna andarla a cercare, carte turistiche alla mano. Ma sono
sicuro che un emigrante di ritorno in patria dopo appena quindici
anni non riconoscerebbe la “posizione” della sua città nativa. Non
ritroverebbe la passeggiata lungo il mare “dai riflessi rosei”; e prima
che da ogni altro elemento sarebbe fermato dalla lunga catena di in-
dustrie che hanno riempito il vuoto fino all’altro ieri ancòra visibile,
tra la città e l’area occupata dall’Italsider.

Del resto, non c’è bisogno di ricorrere all’esempio dell’emigrante.
Uno stesso effetto si è prodotto su di me e credo che uno stesso effetto
si produrrà tra due o tre anni. A Taranto si cammina in una città in
costruzione e in espansione la cui sistemazione stabile per ora non è
prevedibile. E non è una sensazione, né una sollecitazione dettata dalla
furia con cui si fa avanti l’edilizia a ogni piè sospinto. Se si dovesse
far capo soltanto a questo punto, la vitalità di Taranto sarebbe comune
a tante altre città. Dove non si costruisce oggi? Taranto offre uno spet-
tacolo veramente diverso e di una qualità da ricercare nell'ambiente
umano. Questo è il punto.

Si provi a scendere in uno dei nuovi alberghi — e la costruzione
di nuovi grandi alberghi è indicativa — viene naturale dare un’occhiata
alle targhe delle automobili. Ebbene, quelle di tutte le province pu-

gliesi si alternano a quelle di altre città d’Italia e dell’estero: e si sa
bene quanto questi segni e queste sigle automobilistiche, quando non
denunciano una condizione meramente turistica, siano sintomatici e
cosa comportino. Costituiscono un elemento di progresso, vorrei dire,
anche dal punto di vista dello stile.

Una riprova la si ha all’interno dell’Italsider e, secondo me, deve
esser considerata come la più importante e proprio ai fini dell’evolu-
zione sociale del Mezzogiorno e in ultima analisi della produzione.
Entrati che si è nell’Italsider di Taranto ci si trova di fronte ad una
classe di operai di cui sarebbe ozioso e inutile andare a rintracciare
l’origine e l’estrazione più recente. Essi rappresentano solo e soltanto
la punta avanzata della specializzazione operaia di una grande acciaie-
ria e potrebbero lavorare a Taranto come a Manchester.

Il nuovo tipo di lavoro, di orari, l'impegno, la durezza stessa dei
còmpiti non li ha cambiati: li ha trasformati. Capitato in una cabina
di comando dei laminatoi, davanti a uno speeder, ho dovuto chiedere
ai tre tecnici la loro provenienza. Uno era di Pescara, l’altro di Napoli,
il terzo — quello al comando della macchina — tarantino: ma per me
erano tre italiani e basta; e non perché tali erano effettivamente, ma
perché dimostravano di non avere più alle spalle una episodica storia
regionale. Persino le diverse cadenze dialettali erano andate perdute.

Che ciò possa essere un bene o un male, che ciò sia la riprova del
potere livellatore dell’industra è uno dei problemi di fondo di un di-
verso e drammatico discorso; ma limitato al nostro caso è il risultato
estremamente positivo di una nuova condizione e sfata d’un colpo i
miti dell’avversione e della incapacità a inserirsi nella società contem-
poranea delle popolazioni del Sud. Per me era importante rilevare
che il laminatoio di Taranto condotto da un tarantino lavorasse allo
stesso efficiente ritmo del laminatoio di Piombino condotto da un
piombinese. I giganteschi colpi di coda, da leviatano melvilliano,
della bramma sotto le presse e le infernali docce d’acqua di raffredda-
mento anche a Taranto sono diventati un fatto normale, un momento
della produzione, un passaggio obbligato, frutto di quella trasforma-
zione tecnica e di mentalità su cui si era puntato.



Francesco Rosso

« Laboratorio sperimentale », leggo da qualche parte. Sto cercan-
do una definizione per Taranto, e questa non mi piace. Lo sperimen-
talismo è una fase preparatoria, ed il quarto centro siderurgico Italsider
è una vistosa realtà produttiva nel tessuto di Taranto. « Acciaio fra
gli ulivi», leggo ancòra. Letteraria, ma definizione già più aderente
a questo mondo agreste su cui, con violenza traumatizzante, si è in-
nestata la civiltà tecnologica. Però vorrei qualcosa che dia con imme-
diatezza la sensazione del rapido trapasso dal precedente stato d’iner-
zia all’attuale dinamismo, e penso a Lazzaro. Che c’entra il nome
evangelico con la città jonica? Ecco: Lazzaro come Taranto, come
Resurrezione. Nell’avventura di Taranto, tutto parla di resurrezione,
anche con gli aspetti negativi, perché non è facile, dopo aver detto:
«sorgi e cammina », fissare con esattezza la fisionomia della creatura
del prodigio, che non è più quella di prima e non è ancòra interamente
quella di dopo. Inoltre, dei resuscitati si ha rispetto, ma anche
sgomento e paura, e si cerca, guardandoli con spietata severità,
di coglierli in fallo, per potergli dire che stavano meglio nella
tomba, che la loro presenza innaturale, oltre che fastidiosa, reca
danno agli altri.

Storia vecchia quella di Lazzaro, di oggi quella di Taranto risorta
dal sonno mortale, ma anche per la città jonica sono già incominciati
i se, i ma, i perché. « Non parliamo di miracoli, dicono i saccenti;
tutto è accaduto per una decisione politica presa a Roma. E se il com-
plesso, il quarto centro Italsider, fosse stato impiantato altrove,
anziché a ‘Taranto? ». Intanto, il quarto centro siderurgico è qui,
non altrove, e sarebbe meglio lasciar perdere le supposizioni.
È stata una decisione politica ad attribuire questo gigantesco
complesso industriale a Taranto, d’accordo, ma a ragion veduta;
non si decreta la resurrezione di una città per il gusto di dire
che si è in grado di farlo, salvo poi a lasciarla ripiombare nella

sua catalessi perché non si è in grado di alimentare il prodigio. Visto
che da questo lato c’era il pericolo di spennatsi, i critici solerti hanno
cercato altre strade. Non che gli manchino gli argomenti, intendiamoci,
ma ho l’impressione che essi cerchino esclusivamente quelli negativi,
perché criticare è facile, soprattutto se non si tien conto delle cause
che possono determinare gli aspetti negativi di un’impresa come quel-
la dell’ Italsider.

«Il quarto centro siderurgico doveva incentivare l’impresa privata
tarantina, generare altre attività industriali » si dice con parecchio
semplicismo. Ma come si può pretendere che in quattro anni (tanti
sono trascorsi dalla resurrezione) il contadino si trasformi in impren-
ditore, cancelli le sue millenarie diffidenze e inclinazioni alla parsimo-
nia? Diamogli il tempo per imparare a camminare più spedito dopo
aver fatto i primi passi, che già non sono incerti come quelli del neo-
nato, ma hanno le titubanze di chi è stato a lungo immobile (un son-
no che pareva simile alla morte) e torna a muoversi con le proprie
gambe. Per parlare di ‘Taranto e della sua resurrezione bisogna aver
conosciuto la città jonica nel suo aspetto letargico ed averla poi rive-
duta in preda alla febbre di riguadagnare il tempo perduto. Tutto me-
rito del quarto centro siderurgico Italsider? Esclusivamente. Senza
questo ciclope che vomita acciaio, non sarebbe accaduto il miracolo
di una città che muta volto e temperamento nel volgere brevissimo di
quattro anni.

Prendo, come misura, l’anno 1960, un anno limite, una data che
poteva segnare la fine irrimediabile e che, invece, fu di rinascita. Per
Taranto, il 1960 non era diverso dai precedenti, a incominciare dal
1943; una pigrizia mortale in tutte le vie ancòra squarciate dai bombar-
damenti bellici; Mar Piccolo e Mar Grande, due specchi d’acqua un
po’ rotondi, uniti dalla strozzatura dove ruota il ponte girevole, una
sorta di otto liquido e azzurro in cui si riflettono i tramonti più accesi







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del Mediterraneo. Sul lungomare, gli ufficiali di marina a passeggio e
i gruppi di marinai, i “gessetti” come li chiamano qui, che sfilano tra
ali taciturne di operai disoccupati, un proletariato industriale decaduto
per la crisi dei cantieri navali, e la piccola. borghesia che viveva sullo
sviluppo dell’industria navale, tramontata con la fine della guerra, im-
mersa nel dissesto economico. Ecco, Taranto dava davvero la sensazione
di una città morta e sepolta, come le navi che aveva costruito per la
guerra perduta e disseminate un po’ ovunque in fondo al mare.

Ricordo quegli anni tetri; allora il ponte girevole era quasi sempre
immobile e le scarse automobili transitavano velocemente nelle vie
prive di traffico. Uscivo da Taranto e andavo sulla litoranea jonica,
verso la piana di Metaponto non ancòra trasformata dalla riforma
agraria. Uomini derelitti facevano cenno al passaggio; avevano impa-
rato l’autostop per andare a cercar lavoro ovunque (non si erano an-
còra aperte le porte dell’emigrazione a nord e all’estero). Quale lavoro?
Non importa, manovale in un piccolo cantiere edile, o nei campi.
«Sono tornitore; sono fresatore; sono saldatore » dicevano, ma si
adattavano a tutto per guadagnare qualche lira. È triste vedere una
città morta, sentire la morte che alita dagli uomini e dalle cose, che pu-
re sembrano vivi. E non sarebbe servito il grande esodo, l’emigra-
zione massiccia verso le città settentrionali e forestiere, come non è
servito a Lecce, che ha mandato per il mondo quasi metà della sua
popolazione e continua a sonnecchiare nel suo sogno arcadico.

Poi giunse il 1960, e tutto è cambiato, da oggi a domani, proprio
come un morto che torna a vivere; un momento prima era immobi-
le ed il momento dopo, ecco, cammina. Proprio il caso di Taranto,
quando lo stato decise che il quarto centro siderurgico sarebbe sorto
a Taranto, e non altrove, perché qui esistevano le premesse necessa-
rie ad alimentare il miracolo; maestranze specializzate in buon nu-
mero, e tutto un entroterra da attivizzare col polo di sviluppo tarantino.
Nel silenzio arcadico degli olivi echeggiarono gli strazianti rumori
odierni; perforatrici e bulldozers, con un corteo di cinquemila ope-
rai, infransero il lungo sonno. I tarantini non partirono più a cercar
lavoro lontano; ora lo avevano alla porta di casa, anzi, non bastavano,
e bisognava chiamarne dalle regioni prossime, soprattutto dalla Ba-
silicata, un fenomeno che mai si era verificato nel Meridione, dove
le braccia sopravanzavano sempre di gran lunga i posti-lavoro.

Tutto questo perché il quarto centro siderurgico Italsider inco-
minciava a gettare le fondamenta del ciclopico complesso: Taranto
risorta cambiava pelle, diventava una città nuova, che conservava ben
poco dello spirito primitivo. Soltanto nel 1961 furono costruiti sedi-
cimila appartamenti, ed il ritmo continuò convulso, fino a toccare i
diciannovemila nel 1963; le automobili, che erano alla targa tredici-
mila nel 1960, erano già a quarantaquattromila alla fine del 1964, e
continuavano ad aumentare, fino a rendere convulso il traffico, a ren-
dere impossibile il passaggio sul ponte girevole. Cinquemila operai
che lavoravano alla costruzione del quarto centro; poi divennero sei
mila, dieci, dodici mila. Taranto cresceva a vista d’occhio, e, con gli
abitanti, crescevano i consumi; case, automobili, motociclette, elettro-
domestici si accatastavano nei negozi e si volatilizzavano mezz’ora dopo,

per la richiesta sempre crescente dei consumatori. Non dico che tutto sia
avvenuto secondo le classiche regole di un mercato equilibrato, ci so-
no stati errori, soprattutto nell’edilizia, che pur di tirar su case ha finito
per uccidere il mare di ‘Taranto lungo il viale Virgilio, mezzo sepolto
fra palazzotti che lo pretendono a grattacieli tronchi.

Anche in questo settore l’Italsider ha agito come polo positivo
di sviluppo, orientando la costruzione di un villaggio satellite
a ridosso del Mar Piccolo. Che si vuole di più da una città
che ha ripreso a camminare soltanto da quattro anni? Ci
sono tornato ancòra recentemente, per vedere questa Taranto
trasformata. Niente passeggiate oziose sul lungomare, già deserto
nelle prime ore della sera, perché i tarantini hanno imparato
a coricarsi presto per essere in fabbrica all’ora stabilita. E sulla
strada jonica per Metaponto, non ho più incontrato gli auto-
stoppisti che andavano a cercare lavoro nella lunga pianura avviata
alla riforma agricola; se mai ne incontravo al ritorno, che veni-
vano a cercar lavoro a Taranto, al “quarto centro” o nelle altre
industrie che sono sorte attorno al complesso Italsider come
satelliti della nuova costellazione industriale che ha trasformato
Taranto e, lentamente, sta trasformando le regioni accosto, soprat-
tutto le province pugliesi.

Si parla di miracolo a Taranto, e con ragione. Non fosse che la
rapidità con cui è stato costruito il “quarto centro”, accennare al pro-
digio non sarebbe già più esagerazione. Quattro anni di lavoro (get-
tate le fondamenta il 9 luglio 1960) ed il complesso Italsider, una co-
struzione avveniristica, siderale nel mondo pastorale degli uliveti, è
già in piena funzione, destinata a produrre due milioni e mezzo di
tonnellate di acciaio l’anno, e con oltre quattromila operai occupati
permanentemente. Poi, come conseguenza dei previsti sviluppi, le rea-
zioni provocate dal quarto centro Italsider, il germogliare delle altre
industrie, la Shell con una raffineria, la Cementir con il cemento, la
Dreher con la birra, la Sanac con i refrattari, la Lamel con la metal-
meccanica leggera. Imprese che significano investimenti per centinaia
di milioni, lavoro e reddito.

Sinceramente, chi ha veduto Taranto prima del 1960 non la rico-
noscerebbe. Nella pace agreste degli olivi sono germogliati gli alti-
forni della Italsider; la raffinata, classica Magna Grecia è stata violen-
tata dalla civiltà tecnologica, fenomeni che non possono avvenire
senza mutare radicalmente anche il temperamento dei tarantini. Oggi
i tarantini hanno mutato carattere, la trasformazione sociale è stata
troppo profonda, persin violenta. Oggi, a Taranto, si respira aria indu-
striale, come a Genova, Torino e Milano, anzi, poiché qui tutto è nuo-
vissimo, direi che quest’aria ha qualcosa di più limpido che non nelle
vecchie città con lunga tradizione industriale, una limpidezza fattiva,
come può nascere da un prodigio; appunto quello della resurrezione,
operato dal quarto centro siderurgico Italsider con un’esatta valuta-
zione delle condizioni ambientali ed una realistica visione di quello
che sarebbe avvenuto dopo, cioè delle possibilità di alimentare e ren-
dere durevole sviluppo economico e sociale ciò che in partenza era
prodigio.



Giovanni Russo

Nell’aereo che mi porta da Roma a Taranto sono seduto accanto
a un signore con gli occhiali che tiene sulle ginocchia una borsa di
pelle nera e che si rivolge in francese alla hostess. Altri passeggeri
sono americani, tedeschi o italiani del Nord. Si capisce che sono uo-
mini di affari, alti funzionari di grosse industrie, tecnici. Volano verso
l’acciaio di ‘Taranto.

Ripenso alle volte che, in questi ultimi anni, sono stato anch'io
a Taranto per lo stesso motivo. Nel luglio del 1960 avevo assistito
alla cerimonia della posa della prima pietra del centro siderurgico. Le
ruspe stavano ancòra spianando il terreno dal quale erano state sra-
dicate ventimila piante di olivo. Al loro posto sarebbero sorti gli al-
tiforni, l’acciaieria, i laminatoi, la cokeria, il tubificio. ‘L'ingegnere
che dirigeva i lavori aveva la faccia tesa. Disse solo che avrebbe fatto
il suo dovere, avrebbe costruito il centro siderurgico entro i termini

stabiliti, entro quattro anni, un tempo da record. Un anno dopo fu
inaugurata la fabbrica di tubi. Vidi i primi giovani tarantini, che ado-
peravano le macchine modernissime con disinvolta perizia. Erano
solo l’avanguardia degli oltre quattromila dipendenti che lavorano oggi
nel centro siderurgico. Due anni dopo trovai quel paesaggio rivolu-
zionato da maestosi castelli di acciaio. Duecentocinquanta gru semo-
venti, milletrecento automezzi, trecentocinquanta vagoni percorre-
vano ogni giorno i quaranta chilometri di strade e i trentacinque di
ferrovia che attraversavano i seicento ettari di terreno (una superficie
doppia di quella di Taranto) dove il complesso degli stabilimenti stava
sorgendo. La città visse il più grande “boom” della sua storia. Quat-
trocento imprese specializzate italiane e straniere impiegavano’ nel
momento di massimo lavoro quasi quattordicimila uomini. Questi i
ricordi.





il, IRAN n)

NAT po LÌ a AI DA I

|



Tz:

Ma la hostess mi risveglia da tali pensieri: ‘ci avverte di allac-
ciare le cinture di sicurezza. Tra pochi minuti atterreremo. Si scorgo-
no, dal finestrino, le luci viola della città; poi brilla nella notte un lam-
po, sùbito soffocato da una fiammata: la vampa di una colata di acciaio.

La mattina, dal balcone del mio albergo, contemplo i palazzi nuovi
di Taranto, sviluppatasi in questi anni caoticamente. Passo in auto-
mobile per le sue strade piene di traffico, supero il ponte girevole,
sfioro le case della città vecchia, diretto al porto, all’ampio molo co-
struito appositamente per l’Italsider. Qui vi sono alcune delle tante
braccia di questo Briareo della tecnica moderna. Da una parte sono
le gru che caricano le lamiere e i coils, il prodotto finito, nelle navi di-
rette in tutto il mondo. Dall'altra parte si scarica la materia prima
dalle navi che arrivano da Goa, dalla Mauritania, dal Venezuela, dal
nord Africa con i minerali di ferro o dal nord America con un car-
bone molto ricco, quello della west Virginia. Ogni anno attracche-
ranno a questo molo quattrocentocinquanta navi per il carico o lo
scarico. Oggi sono ormeggiati due piroscafi. Un’enorme benna scende
dal ponte scaricatore fin nel loro ventre, ne trae il carbone e lo
rovescia in una specie di imbuto d’acciaio che lo versa sul traspor-
tatore a nastro. Mi avvicino a osservare il nastro: è una fascia di gom-
ma nera che si alza e si abbassa come la lingua di un formichiere, pal-
pitando sui rulli. È la lingua vorace del centro siderurgico che inghiot-
te il cibo che diventerà acciaio; ma è anche l’intestino che nutre questo
gigantesco corpo meccanico perché tutto ciò che inghiotte circola at-
traverso ventuno chilometri di nastri trasportatori fino alla bocca degli
altiforni. Mentre vado verso gli impianti del centro siderurgico vedo
questi intestini che superano i campi, si intersecano, comunicando
l’uno con l’altro e convergono verso i punti iniziali del ciclo di pro-
duzione: i parchi delle materie prime, gli impianti di preparazione,
la cokeria.

Uno di questi intestini riversa il fossile e il minerale nel parco. Due
colossali macchine gialle e nere dominano i cumuli bruni del fossile.
Una lo scarica ma l’altra lo riprende con una ruota a pale, simile a quel-
la di una colossale giostra, e lo rimette nell’intestino del nastro che,
velocemente, lo porta agli impianti dove viene vagliato, preparato,
misurato. Il cibo è pronto per essere inviato alla cottura, alla maestosa
cucina della cokeria.

La cokeria sembra, con le sue celle numerate, una monumentale
cassaforte. Salgo con una scaletta su di essa. Due operai misurano la
temperatura delle celle dove il carbone è trasformato in coke. Alzano
a uno a uno i coperchi dei piedritti e io mi sporgo con loro e vedo
le pareti incandescenti delle celle. Sotto le suole delle mie scarpe
un po’ di quel calore mi raggiunge. Gli operai sono giovani:
uno ha ventinove anni l’altro trenta; uno era meccanico, l’altro auti-
sta. Mi dice l’ex autista: « Bisogna mettercela tutta qui. Una volta
avevo il tempo per passare la sera con gli amici. Adesso la vita è cam-
biata. Sono operaio ».

Fra pochi minuti vi sarà una colata all’altoforno numero 3. Corriamo
con l'automobile per arrivare in tempo e incrociamo un autobus pieno
di ragazzi. Sono studenti di un istituto scolastico di Potenza che stanno
visitando gli impianti. Da tutte le città del Sud, almeno cinque volte
alla settimana, si succedono visite scolastiche. I ragazzi meridionali
hanno ‘qui il primo emozionante incontro con la grande industria
moderna. Anche questo è un importante aspetto della nuova realtà.
È il segno che sta crescendo una generazione che porterà nell’anima e
nella mente un’idea concreta del progresso. Quando noi eravamo ra-
gazzi, nelle scuole del Sud, potevamo solo immaginarci dalle pagine
dei libri le industrie. L'autobus passa accanto a una specie di mostro,
munito di ruote: è un carro che regge un enorme contenitore dalla
forma allungata. È uno dei carri siluro che va verso il grande stomaco
del centro siderurgico, l’altoforno, per ricevere la colata di ghisa.

L’altoforno con le sue torti metalliche e cilindriche sembta una
di quelle fortezze medievali in cui ci si rinchiudeva per l’ultima di-
fesa. Queste torri sono i cowpers che riscaldano l’aria e mandano
nel forno un vento caldissimo che soffia fino a duecentonovantamila
Nme all’ora. Salgo sul piano di colata all’altezza del crogiuolo

dell’altoforno le cui pareti sono percorse dalle fiammelle a gas. Qui è
come ritornare indietro di millenni, all’epoca del ferro. Il letto è,
infatti, coperto di sabbia gialla e i colatori, con le loro tute
sporche, preparano delle canalette dove dovrà scorrere la ghisa liqui-
da: sicché questa scena non è diversa da quella della mitologia
anche se, dietro di essa, vi è tutta la scienza moderna. Il capo-
colatore è un operaio di Cerignola. Fino a due anni fa lavorava
in una fonderia francese. Ora è potuto ritornare al suo paese. Co-
manda lui le leve della perforatrice ad aria compressa che penetra
con la sua punta di acciaio nel forno finché dal foro non esce
una tempesta di stelle rosse e una fiammata. Ma dopo questo pulvi-
scolo stellato il foro emette solo del fumo. Non si vede ancòra la ghisa
liquida. I colatori prendono un’asta di ferro, la spingono con forza
nel foro per allargarlo. Si dànno la voce come vogatori. La punta del-
l’asta diventa incandescente, si contorce. È inutilizzabile. Corrono a
sostituirla con un’altra e ancòra con un’altra. Bisogna cambiarla altre
volte perché tutte le aste si contorcono e si fondono. Finalmente,
dopo dieci minuti di fatica, il liquido incandescente della ghisa inonda
le canalette e scende verso la bocca arroventata del carro siluro.

Gli operai sono sudati, stanchi, ma contenti. Uno di essi, un ta-
rantino, mi dice sorridendo: « Ce l’abbiamo fatta. Sembra che l’uomo
non c'entri in questo complesso di grandi macchine automatiche ma
alla fine, ecco, è sempre l’uomo che deve intervenire ». Gli chiedo
quale fosse la sua condizione prima di diventare un colatore. Mi ri-
sponde: « Ero studente, sa, ma poi ho preferito venire a lavorare al
centro. Adesso mi debbo sposare. E sa con chi? Con una studentessa
in lettere di Napoli ». Scendendo dall’altoforno penso alla confidenza
che mi ha fatto quell’operaio. Con la ghisa, nell’altoforno di Taranto,
s'è fuso anche qualche pregiudizio di casta.

Seguiamo il carro siluro verso l’acciaieria. Il grande edificio, di
cui avevo visto un anno fa lo scheletro di acciaio, è ora coperto di
mattoni refrattari dipinti di rosso vinaccia. Qui dentro si perde quel-
la proporzione umana tra operaio e macchina che si conservava ancòra
nell’altoforno o nella cokeria. Gli operai sono rinchiusi nelle cabine
dei ponti mobili che agganciano con i loro staffoni le gigantesche ca-
raffe di acciaio che sono le siviere dove il carro siluro ha riversato fino
a trecento tonnellate di ghisa ardente. La siviera è sollevata in alto
e poi rovesciata verso il crogiuolo, dove si forma l’acciaio.

Nell’immenso laminatoio non osservo più le macchine complicate
e solenni. Mentre i lingotti di trenta tonnellate corrono sul treno slab-
bing per essere schiacciati, trasformati in bramme (e poi le bramme
diventano lamiere o coils) risento le parole degli operai che ho incon-
trato durante la mia visita. Uno di essi, che comandava l’azione di sei
enormi finitrici, sotto le quali la striscia di fuoco della bramma si al-
lungava e si allargava, mi aveva spiegato il ciclo di lavorazione, la
funzione di queste macchine a me sconosciute, con preciso linguag-
gio. Parlava di cesoie a caldo, di spianatrici, di sbozzatori, di rompi-
scaglie, di finitrici, di bobinatrici. Non capivo gran che ma lo ascoltavo
con ammirazione. Guardavo la sua faccia di ragazzo pensando che,
forse, soltanto pochi anni fa, egli avrebbe parlato in dialetto e io avrei
fatto con lui la parte del borghese umanista. Il ragazzo mi aveva di-
chiarato con orgoglio: « Oggi è andato tutto benissimo, non c’è stata
nemmeno una fermata». Poi si era rimesso davanti al quadro dei comandi
delle macchine.

Prima di lasciare il centro siderurgico il capo del personale e il capo
dell’ufficio delle relazioni pubbliche mi hanno rifornito di molti grafici,
mi hanno riferito molti dati spettacolari.

Sono cifre di milioni, di miliardi. Ma il dato più spettacolare per
me è proprio quel piccolo pugliese bruno che comandava la macchina
con cui si schiaccia la bramma incandescente.

Il centro siderurgico è stato completato appena due mesi fa. Oggi può
già produrre oltre due milioni di tonnellate di ghisa e oltre due milioni
e mezzo di tonnellate di acciaio. Uno dei dirigenti del centro siderurgico,
salutandomi, mi ha detto: « Senza la eccezionale capacità lavorativa di
questi giovani operai pugliesi non avremmo potuto avere questa par-
tenza rapidissima, in tempi così veloci che i tecnici di tutto il mondo
ne sono stati meravigliati ».



14

AUTOMAZIONE A TARANTO

di Alberto Mondini

L’arrivo dei grandi calcolatori nell’industria pone dei rapporti
fra ideazione e strumento non dissimili fra quelli che intercorrono
nella musica. Questo pensiero mi giunge in pieno stabilimento side-
rurgico di Taranto; non avevo mai pensato che il passeggiare in uno
stabilimento siderurgico portasse alla meditazione. Invece l'impossibilità
di parlare, per l’altissimo livello di rumore nei reparti e insieme la
quantità e l’intensità delle impressioni che si ricevono, porta il cervello
verso un elevato regime di giri, e le immagini si inseguono rapide.

Camminando lungo i treni di laminazione, in acciaieria, o passeg-
giando presso gli altiforni, o aggirandosi negli spiazzi immensi corsi
da trasportatori meccanici, il complesso dei messaggi che riceviamo rap-
presenta molto più che un semplice “vedere”; c’è il rumore assordan-
te, che non percuote solo l’orecchio ma tutto il nostro corpo, ci sono
le vampate di caldo, e il vento che sembra freddo a paragone del caldo;
c'è l'ampiezza dei capannoni che ci fa volgere in alto il capo per ap-
prezzare quanto sia distante il soffitto, movimento identico a quello
che nelle cattedrali ci riempie di religioso stupore. C’è il terrore di
questa violenza che si sprigiona a comando, in funzione costruttiva,
ma di cui le nostre fibre stesse non possono sottovalutare neppure
per un attimo l’immane potenza distruggitrice; l’acciaio, questo me-
tallo che simboleggia nelle nostre logore immagini letterarie ciò che
vi è di più forte, viene piegato, schiacciato, martoriato dalle macchine
elefantesche e atroci nei preordinati tormenti.

Su questo fondo, comune alla siderurgia, si inserisce lo strumento
di calcolo elettronico; con un passaggio di elettroni invisibile, e di
cui i nostri sensi notano solo manifestazioni secondarie, come il balu-
ginare di lampadine, il va e vieni dei nastri, il ticchettìo di una tele-
scrivente, lo sfogliamento rapidissimo delle schede fatto da macchine
che avvilirebbero i più incalliti giocatori di carte, i congegni elettro-
nici fanno i conti, ci aiutano a preparare i programmi, regolano la
marcia dei “treni” di stabilimento e dei nastri trasportatori.

Quando abbiamo intuito, e poi assimilato e fatto nostro tutto que-
sto, non abbiamo ancòra compreso il rapporto fra la macchina, o le
macchine elettroniche, e uno stabilimento a ciclo integrale come questo.
E secondo me ci sono due modi di comprenderlo, che poi sono quelli
antichissimi dell’analisi e della sintesi, gli strumenti con cui l’uomo
affronta dai tempi degli antichi greci il problema del conoscere. L’ana-
lisi in questo caso è lo studio di ogni operazione e del modo in cui
viene programmata, di ciò che il calcolo può fare e di ciò che potrà
fare per noi; la sintesi ci porta all’esame di un trinomio nuovo, e quin-
di strano, fatto di 7re e/ezzenti e dei loro reciproci rapporti: #/ complesso
produttivo nella sua immensità, con le sue ferree leggi, il suo moto inar-
restabile, la sua logica precostruitavi dentro all’atto della progetta-
zione e della costruzione; #/ meggo elettronico, che all’origine sa fare
solo le addizioni in aritmetica binaria, e che facendo queste addizioni
ad una velocità paragonabile a quella della luce, apre le porte del mon-
do matematico, con tutte le sue meravigliose implicazione e conse-
guenze, così come nelle regge di un tempo l’apertura di una porta
svelava una fuga di sale, ciascuna con una porta aperta che adduceva
alle successive, in un vertiginoso effetto prospettico; /’uozzo con de sue
capacità di valutazione e di decisione, che deve far rendere al meglio il
complesso produttivo valendosi anche del mezzo elettronico, e pie-
gando l’uno e l’altro ai suoi fini.

E qui viene bene il paragone musicale; tutti sanno che il clavicem-
balo, il clavicordio, e via via gli altri strumenti solisti, da camera, da
orchestra nel loro progresso tecnologico hanno influenzato la musica,





Un nuovo strumento, la scheda perforata dal calcolatore elettronico, entra
nella cabina del laminatore: l’operaio addetto alla conduzione del treno
adempie anche alla funzione di raccolta delle informazioni elementari che
verranno successivamente elaborate per i dati di gestione dello stabilimento.



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e generato forme nuove di musica; Lewis Mumford dice giustamente
che l'orchestra sinfonica è un capolavoro di ingegneria. Le sinfonie
non esisterebbero senza l’orchestra, e l’orchestra non avrebbe la for-
ma che ha assunto senza un certo sviluppo storico della sinfonia.

Il rapporto fra uomo e strumento è a ciclo chiuso, è continuo, è
impostato su un feed back rapidissimo e permanente; ecco perché man
mano che questo rapporto si approfondisce, l’uso che l’uomo fa dello
strumento è più ampio, più completo, più ricco di risultati. L'uomo,
questo facitore di strumenti (Mar is a tool-making animal, disse Benja-
min Franklin), si trova oggi davanti a strumenti le cui possibilità di
impiego sono limitate solo dalla creatività della sua fantasia.

CROCE E DELIZIA

Per questo l’introduzione di un complesso elettronico in uno
stabilimento siderurgico è un avvenimento. Ma non è necessaria-
mente un sollievo, come un meccanismo semplice, come ad esempio
il servo-sterzo su un autocarro. È croce e delizia insieme; per
molti, oggi, è principalmente una croce. L’ingegner Antonio Gam-
bino, capo-programmazione e controllo della produzione, dice che
alle volte c'è da impazzire. In principio la presenza dell’elaboratore
elettronico rende il lavoro più arduo, tutti i piccoli inconve-
nienti vengono esaltati dalla presenza di questa macchina che non ha
certo il cervello di un uomo, soprattutto non ne ha l’elasticità mentale.
« Ma bisogna ricordarsi — dice l’ingegner Gambino serio in volto —
che siamo partiti da appena sei mesi. Il calcolatore è come un campo
da seminare; la macchina vorace adesso mangia la nostra fatica, ma
presto ce la renderà, nel senso che una volta avviati i vari processi su
una base rosfinaria (gli ingegneri usano terribili neologismi), verranno
i vantaggi previsti, in economia di lavoro e quindi di denaro ».

II quadro generale della situazione, invece, lo abbiamo dal direttore,
ingegner De Franceschini. Egli vede l'automazione innanzitutto come
una elaborazione centrale di tutti i dati che interessano lo stabilimento,
e come un deflusso a questo centro di elaborazione di tutti gli elementi
necessari ai capi operativi per decidere e intervenire tempestivamente
dov’è necessario. Ma l’automazione ha anche un’altra faccia; considerata
al livello dei vari processi, essa porta ad un miglioramento della qualità
dei prodotti, della produttività oraria, e ad un miglior controllo di ogni
singolo processo produttivo, cioè ad una sensibile diminuzione dei costi.

La presenza dei calcolatori ha esercitato un benefico effetto prima
ancòra che essi entrassero in funzione; questa osservazione è del vice
direttore ingegnere Massobrio. Egli poi chiarisce questo concetto nel
modo seguente: «La presenza dei calcolatori impone una ricerca per



istra e nella prima foto della pagina accanto: veduta delle mac-
chine per la rilevazione e la trasmissione dei dati installate nell’area
della laminazione.

nella pagina accanto, all'estrema destra: il calcolatore di processo
destinato al controllo del treno lamiere.

stabilire delle equazioni che descrivano matematicamente i processi, ciò
che porta ad una conoscenza più approfondita dei processi stessi ».

SULLE LINEE DI PRODUZIONE

I grandi calcolatori del centro sono simili a tutti i loro fratelli
che abbiamo visto sparsi per il mondo: armadi pieni di congegni elet-
tronici, calcoli che si tramutano in colonne di cifre stampate a velo-
cità vertiginosa dalla stampatrice rapida.

Andiamo piuttosto sulle linee di produzione, a vedere cosa fanno
le schede perforate e simili magie per la produzione dell’acciaio; degli
altiforni e dei trasportatori ci parla l'ingegner Mantegazza. Dal porto
agli altiforni il minerale viaggia sui trasportatori. Al centro dove si
comanda il movimento dei nastri, che hanno uno sviluppo di ben
ventun chilometri, un quadro sinottico riproduce tutta la rete di
questi trasporti, e varie luci di segnalazione avvertono l’operatore di
eventuali anomalie. Tutto lo sviluppo dei nastri è comandabile dalla
cabina e dal quadro sinottico, senza che sia necessario alcun inter-
vento lungo la linea.

Per portare un carico di minerale dal porto ad un altoforno basta
indicare l’indirizzo su una scheda perforata; l'operatore introduce la
scheda nel “sinottico” e i nastri relativi si mettono automaticamente in
moto. Anche in altoforno c'è un quadro sinottico che permette di
guidarlo in modo sempre più automatizzato.

Passiamo ora nel pulpito del treno del laminatoio; davanti a noi
c'è il treno che muove i lingotti di acciaio al calor rosso. L’ingegner
Fabbri, capo dell’organizzazione, ci spiega che dal forno a pozzo è stato
or ora sfornato un lingotto per portarlo alla laminazione, cioè verso
il treno sbozzatore per laminarlo in bramme. Le dimensioni di bramma
sono state programmate proprio tramite questo sistema di elabora-
zione e trasmissione dei dati; ogni bramma sarà poi a sua volta Jaminata
in nastri o lamiere, Settimanalmente, a seconda degli ordini trasmessi
al centro di elaborazione dei dati dall’ufficio programmazione, vengono
inviate dal calcolatore centrale a questo pulpito delle schede che ver-
ranno usate per creare i programmi di laminazione dello s/abbing, cioè
del treno sbozzatore che trasforma il lingotto in bramma. Queste
schede sono divise per tipo di lingottiera e per qualità di acciaio;
l'ingegnere Fabbri ci mostra una di queste schede, che porta i dati
preperforati e prestampati, che sono proprio il tipo della lingottiera,
e le dimensioni delle bramme che si vogliono ottenere, in funzione
dell'ordine cui sono state assegnate.

Le bramme costituiranno nel prosieguo del ciclo di lavorazione
“la carica” del treno lamiere e del treno nastri. Gli unici dati che man-





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cano a questo punto sono il numero di colata e la cella in cui verranno
infornati i lingotti; quindi al momento in cui viene fatta una colata,
tramite quella telescrivente che è qui nel pulpito, si ricevono dall’ac-
ciaieria i dati relativi alla colata, e il numero dei lingotti che arrive-
ranno. Il numero di colata è indispensabile perché dice la qualità
dell’acciaio e quindi la destinazione delle bramme.

« Quando arriva il treno dei lingotti e viene infornato in una cella
— conclude l’ingegnere Fabbri — l’operatore prende le schede-pro-
gramma e, dopo aver impostato sulla tastiera il mumero di colata
trasmessogli dalla telescrivente, le alimenta ad una ad una in questo
lettore di scheda creando sulle due stampatrici che sono lungo la
linea, esattamente al pulpito dello s/abbing e al pulpito della cesoia,
il programma di laminazione. Ad esempio, quello che vediamo qui
ci dice che questo lingotto di questa qualità e di questa dimensione
deve essere laminato nello spessore di 235 e nella larghezza di 1000,
e poi bisogna farne un taglio da 9000 millimetri. In questo caso facciamo
una bramma sola da unlingotto, ma i tagli possono essere anche di più».

Contemporaneamente si ha una trasmissione verso il centro ela-
borazione dati, che viene informato di tutto l'andamento della lavora-
zione. I lingotti corrono sulla via a rulli, vengono laminati e tagliati;
contemporaneamente i dati corrono anch'essi, li precedono: i rulli
passano e ripassano il lingotto, fino a che diviene bramma. La cesoia
taglia con un taglio possente, la bramma è pronta per passare alle la-
vorazioni successive, o per andare ad attendere nel grande cortile.
Questi dati servono anche per il controllo di qualità.

Gli operatori, che fino a qualche mese fa erano semplici contadini,
lavorano con colonne di numeri davanti, seguendo le direttive della
programmazione; a volte l'addestramento non è stato facile. I risul-
tati però hanno compensato ogni fatica.

AL TRENO LAMIERE

Al treno lamiere l’ingegner Gino Zacchei ci accoglie con l’elmetto
in testa, com'è prescritto, e come d’altronde hanno imposto di portare
anche a noi. Il treno lamiere prende le bramme, le riscalda nei forni
a spinta, poi le trasforma in lamiere di vario spessore, a seconda della
richiesta del cliente. Il passaggio della bramma e successivamente delle
lamiere sui rulli è accompagnato da un rumore altissimo. Anche qui
c'è un pulpito, cioè una gabbia di vetro in cui si può parlare, se non
in silenzio, almeno con un rumore sopportabile.

L’ingegnere Zacchei crede fermamente nell’automazione. «Eravamo
arrivati — egli dice — ad un limite che le sole forze dell’uomo non
potevano sorpassare e pertanto ci siamo dovuti rivolgere a un cal-

colatore elettronico. Noi forniamo al calcolatore le dimensioni della
lamiera che vogliamo ottenere e quelle della bramma da cui ottenere
quella lamiera. Il calcolatore, nella cui memoria abbiamo introdotto
il modello matematico del processo, compie i suoi calcoli e posi-
ziona le macchine in base ad essi. Durante la laminazione il calco-
latore tiene sempre la lamiera sotto controllo e, qualora sia neces-
sario, si autocorregge. In ultima analisi il calcolatore dà una serie di
ordini, controlla l'esecuzione di ciascun ordine ed eventualmente
corregge l’ordine successivo a quello che al controllo non ha dato
risultati soddisfacenti».

L’operatore non viene degradato, ma promosso; invece di posi-
zionare a mano i cilindri si limita ad osservare il buon andamento
della laminazione, e ad intervenire in casi di anomalie; rilevando i
dati dal programma, gli operai li “‘impostano”’ sugli apparecchi appo-
siti, ai quali spetta poi di eseguire. L’operaio è quindi promosso sor-
vegliante e comandante; ai servi meccanici ed elettromeccanici, con
un semplice tocco della mano, dà l’ordine o la correzione perché la
produzione fluisca nel modo prescritto.

Questa è, applicata in un esempio di vastità inusitata, quella che
alcuni chiamano la seconda (o la terza secondo altri) rivoluzione in-
dustriale. Se il progresso meccanico fin qui ha tolto la fatica musco-
lare più grezza, e ci ha dato le macchine possenti, la rivoluzione pre-
sente ci dà delle macchine che non sono in stretto senso “intelligenti”,
ma elaborano, trasmettono, registrano l’informazione. Solo oggi si
comincia a capire cosa sia l’informazione, quanto essa debba essere
presente in ogni luogo; non l’informazione generica, intendiamoci:
la distanza fra i cilindri del laminatoio per un certo tipo di bramma,
il taglio esatto della cesoia, questa è l’informazione, strettamente quan-
titativa, che ci serve. Macchinette di raccolta dati, collegate da una
parte al bilico pesa-bramme e dall’altra ad una stampigliatrice, sono
l’esempio tangibile della raccolta d’informazioni che serve alla base.

Poi, in alto, somme vertiginose, divisioni sottili per categorie di
peso, dimensioni, qualità, permettono il nuovo tipo di gestione azien-
dale, che si distacca da quello antico quanto la guida di un quadrireat-
tore in volo strumentale si distacca dalla navigazione a vela. Occorre
molta informazione, elaborata bene, presentata bene, e al momento
giusto. Dietro le favolose conquiste dell’astronautica c’è il calcolo
elettronico di tutta la sua potenza, che permette di seguire i fenomeni
in real time, cioè in tempo reale, di apprezzarli quantitativamente men-
tre avvengono. È quindi giusto che sistemi d’informazione di questa
potenza vengano applicati anche per migliorare la produzione e quindi
il tenore di vita su questa terra, che dopo tutto fra i pianeti, almeno
per ora, è indiscutibilmente quello di maggiore interesse.

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QUINDICIMILA TUBI ITALSIDER

A BUENOS AIRES

di Nelio Ferrando



Tubificio Italsider di Taranto: saldatura interna dei tubi.

Da Pico Truncado, nella Patagonia, provincia di Santa Cruz, a
Buenos Aires un consorzio italiano — Eni (Snam e Snam-Saipem, Nuo-
vo Pignone, Pignone Sud), Finsider (Siderexport, Italsider, Dalmine),
Fiat-Grandi Motori, Marelli Lenkurt, Ercole Marelli — ha costruito
un gasdotto della lunghezza di 1.690 chilometri: « Obra de jerarchia
mundial y el màs importante de los realizados hasta ahora en Argen-
tina », e cioè il terzo del mondo, essendo preceduto da quello del
Trans-Canada e da quello che dall’ Alberta porta il gas a San Franci-
sco. L’Italsider (come Siderexport) ha fornito 240 mila tonnellate di
tubi (30 pollici di diametro, 8,74 millimetri di spessore, 12 metri di
lunghezza), trasportati con oltre cento navi, in gran parte ad opera
della Sidermar.

Il tubo Italsider fabbricato a Taranto è dunque lungo 12 metri,
questa è la misura internazionale. Da Pico Truncado a Buenos Aires
ci sono allora 14.830 tubi. Ogni tubo deve essere interrato ad una
profondità di metri 1,70; per questo è stato necessario scavare innan-
zitutto una trincea. Ma la terra di Patagonia riservava una sgradita sor-
presa: a un metro c’è roccia. Se la roccia è dura si può vincerla con
la dinamite, ed è relativamente semplice. Se invece è molle si può

DA PICO TRUNCADO

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Imbarco dei tubi “tarantini” destinati al grande gasdotto argentino.

frantumarla con il rostro unghiato dei giganteschi trattori da 45 ton-
nellate, ed è ancora più semplice. Ma se la roccia non è né dura né
molle sono guai: non si può farla saltare con la dinamite, non si può
inciderla con il rostro. Ci vuole un po’ dell’una e un po’ dell’altro e
bisogna anche ricorrere a varie soluzioni che richiedono più tempo
e più manodopera. La roccia patagonese è proprio di quest’ultimo
indesiderabile tipo. Comunque la trincea è stata scavata dagli operai
del consorzio che sono argentini, boliviani, cileni; gli italiani in tutta
l’opera hanno avuto solo posti di responsabilità; il grado minore è
quello di autista o di operaio specializzato.

I favolosi trattori trasportavano due tubi già saldati l’uno all’altro
e li calavano nella trincea. Ogni ventiquattro metri una squadra di salda-
tori (italiani e argentini) univa i due tubi agli altri due e così via, per
giorni per mesi per anni sino a che i tubi sono diventati un solo serpente
che ha la testa a Pico Truncado e la coda a Buenos Aires. Il lavoro s'è
svolto sotto il sole, sotto il gelo, che d’inverno scende a meno venti,
sotto il vento che c’è sempre: arriva direttamente dal Polo Sud dopo
aver spazzato la Terra del Fuoco, dopo aver attraversato Magellano;
corre su quest'immensa distesa di pietra pomice appena ravvivata da

19



Veduta aerea della sistemazione dei tubi in una zona paludosa.

gialli cespugli simili a spugne, che esprimono con infinita sofferenza
un’intenzione di verde, e le pecore ‘“merinos” si pascono, vivendo a
brado, di quel barlume di verde e pare che le nutra visto che si molti-
plicano. Il vento corre su questa pomice, su questi cespugli senza in-
contrare sbarramenti, va con un suono disteso e continuo come quel-
lo del treno in galleria, investe Comodoro Rivadavia, sfiora (sorvola?)
Buenos Aires, si impadronisce della pampa, si infrange sulle Ande;
come il fuoco dell’inferno che si crea da se stesso, risorgendo dalle
sue fiamme, immortale infinito, così questo vento.

L’impresa ebbe l’avvio da una gara d’appalto indetta il 4 novem-
bre 1960. Il problema era quello di utilizzare il gas che usciva dai pozzi
di petrolio in funzione nella Patagonia. Si poteva seguire una delle
tre vie classiche: o costruire impianti di produzione petrolchimica, o
bruciare il gas per ottenere energia elettrica, o trasportarlo ai centri
urbani. Venne scelta la terza soluzione. A quel tempo esisteva solo il
gasdotto del Nord che portava a Buenos Aires il gas prodotto a Salta,
ai confini con la Bolivia. Il governo argentino indisse l’appalto che
fu vinto da un consorzio italiano nel quale si trovarono ad operare
insieme, forse per la prima volta in proporzioni così grandiose, imprese

Il difficile lavoro di sistemazione delle tubazioni in una zona fluviale.

a partecipazione statale e imprese private. Il rapporto fra le varie ditte
del consorzio, che assunse il nome di Saipem-Siderexport, e che ini-
ziò i lavori nel 1961, venne così fissato: l’Eni prese la direzione del-
l’iniziativa curando la progettazione e il controllo dell’opera. In per-
centuale il suo contributo, comprese le forniture, sarà, quando nel-
l’aprile del 1967 l’opera sarà completamente finita — e cioè il gasdotto
funzionerà a piena portata — del 46 per cento. Il gruppo Iri-Finsider
è intervenuto per circa un terzo del valore.

La grande festa per l’inaugurazione si svolse ai primi di marzo in
due tempi. L’uno a Buenos Aires, presenti il capo dello stato Arturo
Illia, l'ambasciatore d’Italia Tassoni Estense, l’ingegner Raffaele Girotti
direttore dell’Eni, l’ingegner Emilio Caccialupi e l'ingegner Luigi Rivara
rispettivamente presidente e direttore generale della Siderexport, il
presidente del gas del estado Esteban Perez. In una limpida giornata
estiva lo schieramento dei mezzi meccanizzati del consorzio assume-
va nella grande piana che prelude alla pampa il tono d’una testimo-
nianza italiana completa e prestigiosa. Simbolicamente due tubi sal-
dati rappresentavano su un’impalcatura un tratto del gasdotto, e anelli
con i colori argentini e italiani ne fasciavano le estremità. Oltre le

20



della “tri dei tubi.

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Preparazione nella per la

cose che ho già detto, ne furono rilevate altre di notevole interesse
ma un po’ secondarie per noi di fronte al fatto preminente che qui
l’Italia era in veste di protagonista; in un campo tecnico, sicuro, e
che il riconoscimento era completo e vi aggiungeva valore il vanto
argentino di aver collaborato al compimento dell’opera. Questo sen-
timento è stato espresso anche in un messaggio del ministro delle
partecipazioni statali onorevole Giorgio Bo, dicendo che « nel grande im-
pegno che attende l’ Argentina nell’attuazione del suo piano di sviluppo
noi riscontriamo un altro motivo di affinità e di comunanza di obiettivi.
A questo sforzo non mancherà l’aiuto e l’apporto dell’Italia, così co-
me non mancarono nella prima edificazione dello stato argentino ».

Nella prima tappa, che è quella appena conclusa, saranno traspor-
tati cinque milioni di metri cubi di gas al giorno, che si eleveranno a
sette milioni alla fine dell’anno e a dieci milioni a metà del 1967. (Estro-
samente il giornale “Clarin” aveva scritto che le 290 mila tonnellate di
acciaio che compongono il gasdotto consentirebbero di avvolgere
un cavo di 25 millimetri di diametro per tre volte attorno al nostro
pianeta. E che la potenza delle macchine basterebbe a fornire di elet-

A mezzo di grandi veicoli i tubi vengono trasportati a piè d’opera.

tricità una città come Rosario). Per trasportare l’intero sistema di te-
lecomunicazioni e telecontrollo fu necessario istituire un ponte aereo
fra l’Italia e Comodoro Rivadavia. Centocinquanta autocarri hanno
trasportato 40 mila tonnellate di carico. Ogni autocarro ha percorso
200 mila chilometri, le ore lavorative sono state 20 milioni e le unità
operaie impiegate circa tremila.

La seconda cerimonia, privata, s'è svolta a Pico Truncado. Lì il
petrolio esce dal ventre della terra ed una sua molecola di gas impiega
quattro giorni per arrivare a Buenos Aires; la pressione iniziale è di
60 atmosfere, quella finale è di 24. Stazioni intermedie di utenza e di
mantenimento della pressione sono a Bahia Blanca, Barker e Tandil.
I pozzi hanno una profondità media di 1.700 metri. La prima opera-
zione consiste nel separare il petrolio dal gas che viene captato e av-
viato con una rete sotterranea di 400 chilometri di tubi alla stazione
di compressione, agli impianti di disidratazione e di decarbonizzazio-
ne e infine immesso nella condotta.

Qui c’è un campo per i lavoratori. Gli italiani sono centosessanta, di-
rigenti, operai specializzati: si tratta infatti d’una “esportazione di cer-

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it UNITI



I tubi, saldati a due a due, vengono calati nella “trincea”.

velli”. La loro situazione è questa, così riassunta da uno di loro: « Siamo
all’estero in posizione di prestigio, guadagnamo bene, facciamo una
vita serena: che altro si può desiderare? ». Un campo stupendo nel
quale abitano gli scapoli che sono stati assunti con un contratto di
due anni; ogni anno godono di un periodo di ferie d’un mese in Italia,
il viaggio è pagato. I lavoratori sposati abitano un po’ prima di Pico
Truncado e cioè a Cafiadon Seco, dove c’è un villaggio prefabbricato,
ci sono quaranta case e quaranta famiglie. Le case vengono conse-
gnate alle famiglie complete di tutto: frigo, lavatrice, lucidatrice, e
naturalmente mobili e biancheria. Il riscaldamento ad aria viene for-
nito da un impianto centrale. Ogni due anni, lavoratore e famiglia
hanno due mesi di vacanza in Italia, per tutti il viaggio è pagato dal
datore di lavoro. Per i bambini funziona una scuoletta.

. Vivono felici, pieni di dignità e di reciproca comprensione. Ogni
Vita ha il suo fascino, anche questa ha il suo; a saperla prendere. Qual-
che volta in questo incredibile paese si godono dei meravigliosi com-
pensi: il sentimento per esempio di essere dei pionieri, la coscienza
di fare davvero qualche cosa di grande, le spedizioni di fine settimana

Pico Truncado: accampamento Perro Negro. Gli alloggiamenti del personale.

allo stretto di Magellano, alla Terra del Fuoco, alle Ande, alla riserva
degli Indios sopravvissuti al grande eccidio. E la vita esprime sempre
qualche cosa di stupefacente a chi sa coglierla. Il più bel tramonto che
abbia mai visto si è acceso alla mia partenza da Pico Truncado. Costrui-
va all’orizzonte un fantastico arcipelago. C'erano vascelli in fiamme e
tuttavia continuavano a navigare in un mare sanguigno, sovrastato
da corruschi castelli, mutilati frastagliati. Un gruppo di isole nere
bordate di fuoco. In alto una solida nube, come di coke incandescente,
gettava un’ombra cupa su quel mare di fuoco, ribollente 0 steso come
una lamina che esca dalla fonditrice. Intorno, all’infinito, la pianura
bianca e marrone.

Il petrolio sgorgò nel 1907 a Comodoro Rivadavia ad opera del-
l’italiano Pietro Belli; i pionieri cercavano acqua e trovarono petrolio.
Ora la produzione è di due milioni 800 mila metri cubi all'anno. Con
le pecore ‘“‘merinos” e il petrolio la Patagonia tragica ha trovato un
suo avvenire. È tuttavia ancòra, e lo sarà per largo tempo, luogo di
pionieri; l’antica vocazione italiana vi ha trovato un pieno impiego,
ma si tratta di moderni pionieri: operai specializzati, tecnici, ingegneri.

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TARANTO VISTA DAI TARANTINI

GIOVANNI ACQUAVIVA: NON STAREMO ALLA FINESTRA A GUARDARE

Ai primi di luglio del 1960 il ministro Colombo presenziò all’ini-
zio dei lavori per la costruzione del quarto centro siderurgico di Taranto.

Già il giorno dopo, all’osservatore attento non sfuggì che Taranto
aveva cambiato volto, era un’altra: i tarantini avevano capìto che fi-
nalmente si faceva sul serio, si eran rimboccate le maniche e si eran
posti al lavoro. Che cosa si dovesse fare, ancòra precisamente nessuno
sapeva, ma tutti sentivano che la lunga vigilia era finita e che era ar-
rivato il momento di lavorare. I commercianti si posero sùbito ad
ammodernare i loro negozi e ad ordinare merce nuova, i costruttori
posero mano a preparar progetti per costruir case nuove, chi aveva
deciso di emigrare, come tanti avevano già fatto, sospese le pratiche
perché senza dubbio il lavoro sarebbe invece arrivato per tutti, le
banche registrarono immediatamente un movimento nuovo ed inso-
lito; chi non aveva denaro, firmava fiducioso effetti, nella certezza di
poter mantenere onorata la firma; qualcuno pensò che era giunto
il momento di costruire muovi alberghi e pensioni, di aprire
ristoranti e bar.

Non è una storia romanzata, questa. Se le cifre hanno un signifi-
cato, ricorderemo in questa sede non solo che il reddito netto per
abitante a Taranto era di 218.465 nel 1961, di 250.887 nel ’62 e di
319.671 nel ’63, ma che i depositi fiduciari a risparmio di privati nelle
aziende di credito salirono dagli scarsi 16 miliardi nel 1958 ai 30
miliardi nel ’62, e ai circa 37 miliardi nel ’63; che i conti correnti di
privati sono balzati dai 6 miliardi del 1958 ai 13 del ’62, ai 16 del ’63;
che i depositi a risparmio presso le poste sono passati da 1 miliardo
e 400 milioni nel 1958, a 3 miliardi e 357 milioni nel ’62, a 4 miliardi
e 655 milioni nel ’63; i buoni fruttiferi postali, dai 7 miliardi nel ’58
agli 11 miliardi nel ’62, ai 12 miliardi e 855 milioni nell’anno successivo.

Che dire del “boom” edilizio? Nel 1951 vi erano a Taranto capo-
luogo 30.952 abitazioni con 68.216 stanze (esclusi gli accessori); nel
61: 46.653 abitazioni con 131.619 stanze, cioè le abitazioni erano au-
mentate in dieci anni del 50 per cento, le stanze del go per cento. Nel
1962 nella città di Taranto furono costruiti 1.868 appartamenti con
7.611 stanze, nel 1963 gli appartamenti costruiti furono 1.894 con
7.503 stanze, con un ritmo, cioè, di 160 al mese, vale a dire più di
cinque al giorno. Nel 1964, nonostante la congiuntura, i dati sono
stati: 1.286 appartamenti con 10.200 stanze.

La polemica ad ogni costo condotta da chi avrebbe voluto regi-
strare le fasi della evoluzione economico-sociale di ‘Taranto come una
sorta di sinfonia beethoveniana, in cui ogni nota sta al suo posto pre-
ciso e viene suonata all’istante adatto, sì che il fiume musicale giunge
graditissimo all’orecchio del più fine intenditore, offende non i ta-
rantini, ma chi la provoca e chi ci soffia sopra. Processi di crescita e
di evoluzione delle proporzioni di quello tarantino non possono es-
sere valutati che nelle grandi linee e per grandi dimensioni: è infantile
attardarsi sul “particulare’’ per affermare con imperdonabile sempli-
cismo che la reazione di Taranto alla fase di industrializzazione è stata
negativa o passiva o sia pure lenta. Certo, uscivamo da una fase estre-
mamente pesante: la guerra e il dopoguerra avevano inciso profon-
damente nelle carni di questo popolo che moriva d’inedia e che vedeva
ogni giorno di più assottigliarsi le sue risorse di lavoro e diminuire
fino a scomparire le prospettive di un domani migliore.

Dopo quella famosa “prima pietra” si ebbe un vero e proprio choc,
fisiologicamente inevitabile, ma appena superata quella fase, si è pas-
sati ad operare seriamente, con obiettivi ben precisi, nell’intento di
inserirsi concretamente nel processo di industrializzazione e di par-
tecipare attivamente allo sforzo che lo stato, attraverso l’ IRI, com-
piva nei confronti di questa zona del Mezzogiorno che per troppo
tempo era rimasta avulsa dallo sviluppo economico del paese. Sforzo
mastodontico, se si pensa al costo del centro Italsider e alle sue di-
mensioni. Questa fase di inserimento è ancòra in atto, ma non vi è
dubbio che essa sarà conclusa nel migliore dei modi e con la parte-
cipazione costante di tutte le forze attive di Taranto. Nessuno tema
o si illuda che staremo alla finestra a guardare. Vogliamo essere attori e
protagonisti della nuova storia del Mezzogiorno.

DOMENICO CASULLI: NELL’ ORBITA DELL’ ACCIAIO

Chi sono, come sono state scelte ed addestrate le quasi quattromi-
lacinquecento persone cui è stato affidato il centro siderurgico di
Taranto ?

I quadri dello stabilimento presentano, dal punto di vista della
provenienza, le seguenti caratteristiche: un ristrettissimo numero di
capi ad alto livello (due per cento) provenienti da altri stabilimenti
dell’ Italsider o da altre aziende; un nucleo di neo laureati e neo
diplomati (sette per cento), destinati attualmente a posti di respon-
sabilità, senza precedente esperienza siderurgica di lavoro all’atto
dell’assunzione; un nucleo di personale qualificato o specializzato
(ventiquattro per cento) proveniente da altri stabilimenti sociali o
da altre aziende; una massa di personale locale (oltre il settanta per
cento) di cui il sessantasette per cento scarsamente qualificato o
addirittura non qualificato all’atto dell’assunzione.

Quella dell’acciaio è un’industria primaria: per ogni “uomo side-
rurgico” ne lavorano altri otto, sparsi in un raggio di qualche centi-
naio di metri o di centinaia di chilometri. Se il moderno ‘faber fer-
rarius”’ dovesse fermarsi, prima o poi, inevitabilmente, incrocerebbero
le braccia minatori e camionisti, marittimi e portuali, addetti all’indu-
stria delle macchine utensili e degli elettrodomestici, e tutti quanti
hanno da fare per l’acciaio e con l’acciaio. Il ‘faber ferrarius” degli
anni sessanta è la guida che conduce una cordata di otto scalatori.
Come tutte le guide deve essere uno specialista del suo mondo, che è
il mondo del lavoro.

Le cifre che abbiamo su riportato indicano il peso degli uomini
del centro siderurgico, e non spiegano il processo attraverso il quale
il “personale scarsamente qualificato o addirittura non qualificato”
ha raggiunto la maturità e l’autorità della manodopera d’avanguardia.
Chiediamo, perciò, soccorso ancora ai numeri.

Le assunzioni sono scaturite da dodicimile “interviste’’ condotte
secondo i collaudatissimi schemi delle prove attitudinali. La scolarità
media degli elementi assunti corrisponde alla frequenza del secondo
avviamento. Il settantasette per cento del personale del centro side-
rurgico di Taranto ha seguìto corsi di addestramento, e il trentasei



per cento ha effettuato periodi di “training” in Italia o all’estero.

Un migliaio di persone ha partecipato complessivamente a corsi
organizzati presso gli stabilimenti Italsider di Cornigliano (Genova)
e di Piombino, e ai periodi di “training” di specializzazione in
alcuni paesi europei (Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda)
e negli Stati Uniti.

Inoltre, duemiladuecentoquarantotto operai sono stati preparati
presso lo stesso stabilimento di Taranto con corsi precedenti o suc-
cessivi all’assunzione. In maggioranza, tali corsi hanno interessato
operai destinati ai servizi di manutenzione degli impianti. In Francia
sono andati i conduttori del treno lamiere; in Germania gli elettro-
nici; in Austria gli acciaieri e gli elettronici; in Svizzera gli strumen-
tisti; in Olanda gli addetti ai forni di calce. Negli Stati Uniti (a Cle-
veland, a Pittsburgh, a Buffalo, a Salt Lake City) sono andati i tecnici
e gli operai del tubificio, del treno lamiere, degli altiforni, del
“controllo qualità’ dei prodotti.

All’industria siderurgica tarantina si sono ancorate le speranze di
giovani al primo impiego e le esperienze di uomini che hanno operato
una scelta. Eccone un campionario.

Ubaldo Di Giuseppe, tarantino (classe 1941), diplomato dell’isti-
tuto nautico. Gli sarebbe piaciuto navigare; la madre presentò a sua
insaputa la domanda di assunzione all’Italsider. Non ha mai messo
piede su una nave. Dopo un corso di diciotto mesi a Cornigliano, è
capoturno dei servizi ausiliari dello stabilimento. Il lavoro lo soddisfa,
ha dimenticato i sogni fatti studiando sui banchi di scuola, le rotte
equatoriali.

Andrea Altobelli (classe 1939, due mesi di addestramento a Dun-
kerque) e Mario Caporaso (classe 1937) erano sottufficiali della marina
militare. Sono di origine campana. Dopo aver vissuto per sei anni,
su corvette e sommergibili, i turni di guardia in divisa, hanno scelto
la disciplina imposta dal funzionamento del treno lamiere e del nastro
trasportatore. Non se ne pentono.

Antonio Suma (classe 1940) e Fernando Marti (classe 1940) pro-
vengono dalla provincia pugliese. Hanno entrambi la licenza di scuola
media ed una breve esperienza di lavoro in un’altra industria. Sono
arrivati al quarto centro siderurgico attratti da un salario migliore di
quello che percepivano.

Lucio Nardini (classe 1925), di La Spezia, ha lavorato due anni in
Francia, cinque anni in Australia e con la Nato in Italia. Assunto dal-
l’Italsider, ha seguìto un corso di quattro mesi a Salt Lake City, negli
USA. È capoturno del tubificio; ha deciso di finirla con la sua vita
di tecnico-nomade.

Anche il tarantino Ernani Bondi (classe 1933) ha concluso al si-
derurgico, ma con una punta di rimpianto, la sua vita di giramondo.
Era ufficiale della marina mercantile. Il matrimonio lo ha riportato a
terra. Dopo un corso di nove mesi a Cornigliano è diventato capotur-
no dei servizi ausiliari dell’acciaieria.

Di questo stampo sono i soldati dell’esercito raccolto ed adde-
strato, in soli tre anni, per combattere, con le macchine più moderne
di un’industria moderna, contro i tempi sempre più brevi imposti dal-
l’economicità della produzione. Il centro siderurgico di Taranto, prima
d’essere un simbolo della nuova civiltà del Mezzogiorno, è un docu-
mento delle capacità dell’uomo. Dell’uomo della strada: del bracciante,
del marinaio, dello studente; del disoccupato, dell’operaio scarsamente
qualificato che in pochi mesi ha saputo trasformarsi nell’anima polie-
drica dello stabilimento. Una corsa ed un corso a Cleveland o a Dussel-
dorf, a Linz o a Dunkerque, in Svizzera o a Cornigliano sono bastati
a lanciare nell’orbita dell’acciaio gente che dell’acciaio conosceva sì e
no la composizione. L’aspetto più importante della rivoluzione indu-
striale iniziata nel Sud è forse proprio in questa immediata adesione
dell’individuo al gruppo ed alla macchina. L’addestramento (che con-
tinua con i corsi di riqualificazione e con l’esperimento dei corsi cul-
turali anche in collaborazione con il locale centro Ifap dell’Iri, inte-
ressando circa tremilanovecento persone a vari livelli) ha attutito se
non eliminato i traumi che comporta lo scontro della personalità
umana con il mondo dell’automatismo ed ha creato la spirale del-
l’emulazione. I primi sono stati legati agli ultimi dalle responsabilità
di lavoro conquistate; gli ultimi ai primi da una scala di valori che
Può essere percorsa da tutti con la volontà e con l’intelligenza.



Acciaieria di Taranto: uno dei due convertitori LD in funzione.

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z)



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BEPPE CAVALLARO: GENOVESI A TARANTO

Parlare di genovesi a Taranto, è come parlare di napoletani a Mi-
lano, Torino o Genova, nel senso lato che questi aggettivi acquistano
nel contesto della trasmigrazione interna. Ma bisogna sùbito aggiun-
gere che la regola non è valida per gli altri centri del Meridione, dove,
come è noto, i settentrionali sono tutti ‘milanesi”.

Un motivo per questa differenziazione ci deve essere e si pensa
che tragga origine dai primi tempi dell’unità d’Italia, allorquando
Taranto, scelta come base della nostra marina militare “importò”
molti genovesi tra ufficiali, sottufficiali e tecnici dell’arsenale; poi
venne il cantiere Tosi ed altri genovesi si aggiunsero a quelli che sta-
vano o che, andandosene, si portavano appresso le mogli e i figli nati
sulle sponde dei due mari. Tutti, comunque, hanno lasciato buon
ricordo di sé. Ed esempi di vita attiva esistono tuttora nel settore
del commercio, come quello dei fratelli Giacinto e Adriano Repetto
che conducono un’azienda vinicola modello, e quello soprattutto di
Enrico Sardi, il quale, dopo avere scritto una pagina tra le più
esaltanti nella storia dello sport italiano, si è affermato proprio a
Taranto come attivo esercente, dando, con i suoi sani scrupoli e con
le sue intransigenze di bilancio tipicamente genovesi, un valido con-
tributo all’ammodernamento delle strutture commerciali della città.
Tutti, a Taranto, lo stimano e lo ammirano, e gli perdonano volen-
tieri il fatto di non avere dimenticato, dopo quarant’anni circa di

residenza in questa città, il dialetto genovese. Dirò, anzi, che questo
suo vezzo lo rafforza sul piedistallo di.una simpatica istituzione.

Mai come oggi, però, il nome di Genova è stato sulla bocca dei
tarantini. Vi è in atto una simbiosi, di cui ancòra non si possono va-
lutare i risultati, ma i cui termini sono ben precisi e si possono rile-
vare, sia dalle schede degli alberghi, sia dai contratti di fitto registrati.
Si calcolano, comunque, ad oltre un migliaio i liguri che hanno pian-
tato le tende sulle rive dei due mari: e molti di essi sono destinati a
piantarci le radici.

Ben a diritto, quindi, il termine di “genovese” è rimasto per in-
dicare tutti coloro che, con l’inizio dei lavori per il siderurgico ven-
nero a Taranto per conto della ‘“Cosider” anche perché, se non man-
cavano toscani e piemontesi, i liguri erano in maggioranza, con par-
ticolare riguardo ai quadri direttivi.

I toscani, specialmente, hanno tentato di affermare, con l’accen-
tuazione del loro idioma e delle loro risorse salaci, il diritto alla di-
stinzione, spesso inalberandosi, come fanno i siciliani a Milano quan-
do li chiamano “napoli”. ente da fare: a Taranto i settentrionali
sono tutti genovesi. E bisogna capirli i tarantini: non si tratta, in que-
sto caso, di fare di tutta l’erba un fascio, ma di una abitudine incar-
nata, che affonda le radici in un sentimento che va anche oltre i legami
familiari che si sono intrecciati in circa un secolo di rapporti ravvi-











cinati e che si sono consolidati nel periodo tra le due guerre, quando
la marina tenne gran parte della flotta nella base di Mar Piccolo. Così
i destini di Taranto erano rimasti indissolubilmente legati a esigenze
di carattere strategico. Il che, se da alcuni punti di vista fu un fatto
indubbiamente positivo, costrinse peraltro la città a basare la sua
economia su situazioni militari. E quando l’otto settembre 1943 i
tarantini si guardarono attorno, la tragedia apparve loro in tutta la
sua interezza. La guerra perduta incideva in maniera rilevante sulla
vita cittadina: il trattato di pace aveva ridotto di due terzi gli effettivi
della marina; anche l’arsenale, di conseguenza, licenziava le maestran-
ze, e i cantieri Tosi portavano da 5 mila a 1.600 le unità lavorative,
con crisi ricorrenti e minacce di chiusura. Si vissero ore terribili, il
cui ricordo, ancora vivo e bruciante, è senza dubbio di stimolo ai
tarantini in questa gigantesca opera di ricostruzione economica e di
rinnovamento sociale.

Il meridionale, si sa, è scontroso per natura, ed il tragico abban-
dono in cui è stato lasciato per lunghi anni lo ha reso anche diffidente,
Ma della gratitudine egli conserva ancòra il concetto antico; e quando
questo sentimento può trovare radici sul terreno della concretezza egli
lo coltiva con appassionata dedizione, anche perché lo aiuta a liberarsi
dagli atavici complessi d’inferiorità.

E i tarantini sono grati ai genovesi, non solo per l’apporto pura-

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mente tecnico che questi ultimi hanno dato al processo d’industria-
lizzazione della città, ma anche e soprattutto per l'esempio di vita da
essi ricevuto nel contesto di una convivenza che ha fatto piazza pu-
lita di tutti i luoghi comuni e di tutte le prevenzioni che ancòra oggi
rendono difficili i rapporti tra le genti del sud e quelle del nord.

L’inserimento di mille e più genovesi nella vita cittadina si è avuto
senza scosse; il loro innato senso di discrezione, la loro evidente pre-
parazione alla delicata operazione hanno fatto sì che i rapporti si an-
nodassero sùbito all’insegna della più schietta cordialità, della reci-
proca comprensione, del senso preciso delle rispettive responsabilità.
C'è vasta materia di insegnamento per tutti gli italiani in questa felice
osmosi, che non si rispecchia solamente nel rispetto dei tempi per
la costruzione e per il funzionamento del quarto centro siderurgico.

È indubbio anche che i liguri hanno avuto una parte determi-
nante nella spinta culturale che la città ha ricevuto in questi anni,
parallelamente alla sua espansione industriale. Intendiamoci: Taranto
vantava già la sua gloria culturale legata ai fasti della Magna Grecia
e all’umanesimo di una classe forense che ebbe espressioni nobilissime
in Criscuolo e Perrone; ma gli effetti di una guerra disastrosa intera-
mente sofferti per lo sconvolgimento delle strutture economiche e
sociali basate su situazioni militari, le avevano fatto perdere preziose
battute sulla nuova strada della civiltà degli scambi.

L'insediamento dell’Italsider, e quindi dei dirigenti e dei tecnici
“genovesi”, non ha mancato di trasferire a Taranto le spinte della
cosiddetta “medicult”’ che, attraverso l’intelligente impiego del tempo
libero, dovrebbe servire da piattaforma al rinnovamento culturale del-
la città sulle vie del moderno sentire.

Le iniziative, in questo senso, sono state numerose, di sicura per-
tinenza e di notevole interesse. Attorno al circolo dell’Italsider, che di
recente è stato dotato di una nuova, ampia e confortevole sede, si sono
create valide premesse per un rilancio che, bruciando i tempi, possa
riportare il livello culturale di Taranto all’altezza dei còmpiti che le
sono stati affidati nel processo evolutivo in cui è impegnato tutto il
Meridione. Anche in questo campo (un campo minatissimo) i “geno-
vesi” hanno operato con tatto e discrezione, senza assumere atteggia-
menti spocchiosi, agendo per linee interne e richiamando l'interesse
della città con manifestazioni esplicitamente dedicate ai soci del cir-
colo e tuttavia aperte a tutti coloro che hanno orecchie per intendere.

Un contributo certamente decisivo all’ansia di rinnovamento che
pervade tutta la città che, da parte sua, potrà vantare il merito di aver
saputo — con dignità e sensibilità — accogliere nell’humus della sua
antica civiltà questi nuovi fermenti di vita.

UMBERTO MAIROTA: COMPLETIAMO LE INFRASTRUTTURE

La « Rolls Royce di tutte le acciaierie del mondo »: così è stato de-
finito dal noto settimanale americano Newsweek, in una recente cor-
rispondenza dall’Italia, lo stabilimento siderurgico che l’Italsider ha
realizzato a Taranto.

È una definizione d’ effetto, indubbiamente, ma che non può
stupire quanti seguono da vicino i progressi della tecnica side-
rurgica. Perché, essendo lo stabilimento di Taranto l’ultimo in
ordine di tempo costruito nel mondo, è evidente che non poteva
non essere il più automatizzato, il più rifinito nei dettagli, il più
efficiente. Non poteva non essere, cioè, la « Ro//s Royce di tutte le
acciaieria del mondo ».

La definizione del settimanale americano, tuttavia, induce ad al-
cune considerazioni. Una Ro//s Royce non è un’automobile qualunque.
È piuttosto un simbolo. Il simbolo di una situazione economica
eccellente, di un livello sociale molto elevato, di un tenore di
vita decisamente superiore alla media. La Ro//s Royce, cioè, non
è un’automobile che possa essere guidata da chiunque o che
possa essere parcheggiata in una qualunque autorimessa: ha bisogno
di tutto un ambiente particolare, della “sua” cornice, per poter
veramente rifulgere.

Ora, quando si dice che lo stabilimento Italsider di ‘Taranto
sta alle altre acciaierie di tutto il mondo così come la R0/fs Royce

28



sta alle altre automobili, viene spontaneo confrontare la cornice
tipica della Ro//s Royce con la cornice in cui si inquadra lo stabi-
limento siderurgico di Taranto. Ed a questo punto, purtroppo,
ci si accorge che la definizione del settimanale americano non è
del tutto calzante. Perché la situazione della città di Taranto —
sotto il profilo urbanistico come sotto il profilo infrastrutturale,
sotto l’aspetto socio-economico come sotto l’aspetto scolastico e
sanitario — certamente non è ancòra all’altezza del più moderno
stabilimento siderurgico del mondo.

Per continuare a riferirci alla definizione di Newsweek, si deve con-
venire che non si può regalare una Ro//s Royce ad un tizio che ha una
casa malandata, un conto in banca scoperto e dei proventi inadeguati
a sostenere il costo di esercizio di una così prestigiosa automobile.
Se si vuole regalargliela, bisogna anche mettergli a disposizione una
casa lussuosamente arredata, un capitale liquido di un certo rilievo
ed un autista-meccanico capace di guidare l’automobile e tenerla sem-
pre in perfetta efficienza. Altrimenti la Ro//s Royce finisce col costi-
tuire un problema per chi l’ha ricevuta e rischia addirittura di diven-
tare un peso anziché un motivo d’orgoglio.

Cos’è successo, invece, per lo stabilimento siderurgico di Taranto?
Il paese ha voluto realizzare a Taranto una grande acciaieria con lo
scopo di creare un centro industriale capace di determinare un rivo-
luzionario processo di sviluppo economico, i cui effetti siano avvertiti
in tutta l’area meridionale. Ma se si vuole effettivamente che questo
obiettivo venga raggiunto, è necessario fare di più. Bisogna comple-
tare le infrastrutture industriali, cioè il porto (con la massima urgenza),
il raddoppio delle strade per Bari, per Brindisi e per la val Basento,
la rete ferroviaria, la rete idrica, e così via.

Ma non sarà ancora sufficiente, perché sarà come aver donato un
bel garage oltre alla Ro//s Royce. Bisognerà dotare questo garage dell’at-
trezzatura necessaria, cioè, fuor di metafora, si dovrà promuovere la
realizzazione delle industrie complementari e collaterali che possono
svilupparsi intorno ad un centro siderurgico. Il che si può fare sol-
tanto tornando a concedere i crediti agevolati a quegli operatori —
e non sono pochi — che hanno concretamente mostrato la loro vo-
lontà di aprire nuovi opifici.

Inoltre bisognerà costruire “la casa” adeguata alla Ro//s Royce.
Cioè bisognerà realizzare nuove abitazioni, nuove scuole, nuovi mer-
cati, nuovi ospedali, e così via. Chi deve farlo? Dovrebbe essere la
stessa Taranto, ma non può perché il bilancio comunale è fortemente
deficitario: né poteva certo ritrovarsi in condizioni diverse una città
per la quale la fine della guerra ha significato l’inizio di una crisi econo-
mica spaventosa. Può farlo la stessa Taranto, quindi, ma a condizione
che le si apra un adeguato conto in banca: anche gli enti locali, quindi,
non solo gli operatori privati, hanno bisogno di finanziamenti age-
volati.

Si deve fare tutto questo se si vogliono cogliere, sul piano nazio-
nale, i frutti, tutti i frutti, di questo colossale impegno delle parteci-
pazioni statali. Taranto oggi sta facendo del suo meglio per tenere
il passo. Ha già fornito migliaia di operai, ha progettato una città
nuova, vuole contribuire a creare le nuove industrie. Lo ha fatto per-
ché crede nella funzione che lo stabilimento siderurgico dell’Italsider
può svolgere nel Meridione. E per questo ha anche già pagato il prez-
zo che era prevedibile avrebbe dovuto pagare: il costo della vita
è aumentato vertiginosamente, soprattutto per le abitazioni e l’ali-
mentazione; nelle scuole si è giunti a fare addirittura tre turni di le-
zioni; nelle strade si circola male perché il traffico è esuberante rispetto
alla rete viaria, e così via.

Ne deriva un duplice impegno. Per il paese, mettere a disposizione
della comunità tarantina i mezzi per realizzare quanto è necessario
perché lo stabilimento siderurgico produca tutti i suoi effetti. Per
Taranto, impegnare tutti i propri mezzi per corrispondere allo sforzo
che il paese ha compiuto.

Altrimenti si rischia di compromettere seriamente il processo di
sviluppo delle regioni meridionali al quale, con lo stabilimento side-
rurgico di Taranto, si è voluta dare una forte spinta. Come dire che
si rischia di dover malinconicamente rinchiudere la Ro//s Royce in uno
sconquassato e polveroso garage.









































































































































3I

UNA INCHIESTA SULL’ EUROPA DI FRONTE AI PAESI

IN VIA DI SVILUPPO

a cura di Francesco Cesare Rossi

Pubblichiamo la seconda puntata di un’inchiesta compiuta per la
nostra rivista attraverso interviste con eminenti uomini politici,
economisti e giornalisti italiani e stranieri.

Questa volta cominciamo con il senatore Giorgio Bo, ministro per
le partecipazioni statali, per continuare con alcune personalità fran-
cesi.

Le domande, come si ricorderà, erano le seguenti:

1. Quali sono le idee-forza che l'Europa può trasmettere ai paesi in via di sviluppo,
nello spirito delle tradizioni politiche e culturali del nostro continente?

2. Alt delle ideologie e iche tradi: li e dell’antico spirito mercanti-
listico e colonialistico, qual è la migliore politica d’investimenti nei paesi in via
di sviluppo?

3. Nei confronti della Comunità Economica Europea, qual è la più realistica politica
d’intervento da suggerire ai paesi europei? Esiste, a Suo avviso, una politica
comune verso i paesi in via di sviluppo e, se mai, quale potrebbe essere?





Qual è lo spazio che all'Europa è rimasto e si può individuare? La propria consapevole
unità, innanzitutto, e quindi il senso di una missione ch’essa sola, proprio per l’uni-
versalità dei motivi che la sua tradizione e civiltà comportano, può svolgere presso i
paesi nuovi.

Idee-forza : l’espressione mi sembra adatta per abbracciare e intendere
quel complesso di lavori e motivi che hanno fatto dell’ Europa îl terreno
fertile, perennemente lievitante, della nostra comune civiltà. Civiltà culturale,
innanzitutto — che si esprime nei cardini essenziali dei movimenti reli-
giosi e filosofici — e quindi civiltà economica e sociale.

Le stesse vicende storiche che hanno caratterizzato la vita dell’antico
continente nei secoli, si sono espresse anche nello scontro d’ideologie e di
sistemi, di classi e di dottrine: da questa contrapposizione vien fuori,
ogni volta, un fermento nuovo, che fecondamente s'innesta nel corso della
storia. Ecco dunque un punto concorde e fermo : la storia della civiltà,
che ha avuto nell'Europa del passato l’espressione più ricca e viva, più
profonda ed intensa. Ma quale significato riveste la nostra presenza di
europei, oggi, nel mondo contemporaneo? Qual è lo spazio — in rapporto
proprio a quei valori che abbiamo riconosciuto costanti della nostra civiltà
— che all’Europa, stretta tra due blocchi d’immensa potenza economica
e politica, è rimasto e si può individuare?

La propria consapevole unità, innanzitutto, e quindi il senso di una
missione ch'essa sola, proprio per l'universalità dei motivi che la sua tra-
dizione e civiltà comportano, può svolgere presso i paesi nuovi, presso quegli
stessi paesi, cioè, che — svincolatisi dalla soggezione colonialista — oggi
st affacciano con prorompente vitalità sulla scena del mondo. Direi, dunque,
che v'è un tipo di civiltà — non retorica, non contraffatta, non intessuta

GIORGIO BO

È nato nel 1905. Professore nelle università di Modena e di Fer-
rara, dal 1935 è ordinario di diritto civile nell'università di Genova.
Dopo il 25 luglio 1943 partecipò alla lotta partigiana e fu membro
del CLN. Nel 1946-°48 membro del consiglio nazionale e della dire-
zione centrale della DC. Dal 1948 è inoltre senatore per la Liguria,
Vice presidente del senato dal giugno 1953 e ministro per le parteci-
pazioni statali nel gabinetto Zoli nel 1957. Ministro dell’industria e
commercio nel secondo gabinetto Fanfani (1958) e ministro per la
riforma della pubblica amministrazione nel secondo gabinetto Segni
(1959). Riconfermato ministro nel gabinetto Tambroni si dimise suc-
cessivamente dalla carica per dissensi politici. È ministro per le par-
tecipazioni statali dal 1960. Autore di numerosi saggi e articoli.

di riserve mentali o di anacronistici complessi di superiorità — che l’ Europa
contemporanea può trasmettere ai popoli nuovi : ed è la civiltà nata dalle
stesse crude esperienze delle sue discordie e delle guerre, fondata sulla
libertà e sulla giustizia sociale, sui diritti inalienabili della persona, sul
rispetto delle tradizioni, sulla validità dell’autodeterminazione come espres-
sione della sovranità dei popoli e come mezzo di scelte politiche.

Una politica d’investimenti nei paesi in via di sviluppo non può non
essere sostanzialmente diversa dal passato, allorché i criteri di condotta
— quando si presentavano come esclusivamente ancorati alla ricerca del
profitto — erano ispirati dalla preoccupazione di creare un rapporto di
integrazione, cioè di subordinazione, con l'economia del paese fornitore di
capitali. Una politica nuova d’investimenti non può infatti partire che
da presupposti diversi : e innanzitutto dall'obiettivo di promuovere, nella
più ampia misura possibile, lo sviluppo economico e sociale dei paesi ad
economia arretrata. Un siffatto indirizzo non può naturalmente essere il
risultato automatico dell'iniziativa privata. Anzi le incerte, fluide condi-
zioni politiche che spesso hanno sostituito î regimi coloniali costituiscono
fattori che spingono l’operatore privato straniero a limitarsi ad investi-
menti altamente speculativi. Di qui la necessità di una precisa volontà
politica capace di esprimersi con mezzi adeguati d’intervento.

Ma veniamo ai tipi e alle caratteristiche di questo intervento : un’im-
postazione nuova non deve necessariamente significare che l'apporto di

32

capitali debba concentrarsi nello sforzo, per esempio, di dotare il paese
assistito di una industria pesante. È, questa, la condizione che riflette più
una posizione ideologica — per altro oggi vivamente discussa anche nel-
l’àmbito politico in cui si è affermata — che non la tematica di una politica
di sviluppo economico. Nella maggior parte degli stessi paesi in via di svi-
luppo, dopo gli originari entusiasmi suscitati dalla mitologia dell'industria
pesante, si tende ora, tenuto conto anche di certe negative esperienze, a
considerare con maggior spirito critico la priorità delle proprie esigenze
di sviluppo. Una politica di investimenti, pertanto, deve sì proporsi di faci-
litare una sollecita evoluzione dell’apparato produttivo del paese verso
standards industriali avanzati, ma di fare ciò nel quadro di uno sviluppo
equilibrato e il più possibile aderente all'esigenza di realizzare l’impiego più
razionale delle risorse locali. In ogni caso l'istanza prioritaria è quella di
sviluppare, nella più rapida ed ampia misura possibile, l’istruzione pubblica
e la qualificazione tecnico-professionale, promuovendo in particolare la
formazione di tecnici ed esperti ad ogni livello.

Una politica di assistenza è tanto più fruttuosa quanto più ha un ca-
rattere internazionale. E ciò sia perché consente uno sviluppo economico
articolato e, quindi, a parità di mezzi impiegati, maggiori risultati, ma
anche perché urta in minor misura contro le diffidenze dei paesi assistiti.
Pertanto, si deve ritenere che una politica globale della Comunità europea
possa essere più opportuna di una azione frammentaria e concorrenziale
dei singoli paesi. Vi è poi una politica di garanzia dei mercati per le pro-
duzioni dei paesi in via di sviluppo. Un’esigenza base di questi paesi è,
infatti, quella di una integrazione crescente nel commercio internazionale.

Di fronte a questa esigenza, tuttavia, la fiducia liberistica nell’auto-
matismo del funzionamento del mercato, che valga a riequilibrare le bilance
dei pagamenti, si è dimostrata infondata, in quanto le esportazioni di ma-
terie prime e di manufatti a livello artigianale 0 poco superiore, proprie
dei paesi în via di sviluppo, sono sottoposte, oltre che alle barriere doganali
dei paesi avanzati, ad ampie fluttuazioni dei prezzi e, comunque, nel lungo
periodo, ad un crescente svantaggio nei confronti dei manufatti industriali.
Ne risulta non solo una cronica deficienza delle bilance dei pagamenti dei



paesi considerati, ma, alla lunga, una loro incapacità, più o meno radicale,
ad acquistare quei prodotti industriali che sono indispensabili al loro svi-
luppo e insieme sono di vitale importanza per le industrie esportatrici dei
paesi industrializzati.

Di fronte a questa situazione è auspicabile, da parte dei paesi industria-
lizzati, che si raggiunga una stabilizzazione ad alto livello delle importa-
zioni di materie prime, prodotti agricoli e manufatti semiartigianali dei
paesi in via di sviluppo ; mentre, da parte di questi ultimi, si dovrebbe ten-
dere ad una diversificazione del proprio commercio di esportazione, ampliando
la gamma ed elevando la qualità dei prodotti agricoli e manufatturieri
(questi in prevalenza ad alta intensità di lavoro).

L'investimento di capitali stranieri — indispensabile, come è noto,
per i paesi in via di sviluppo — è attualmente preferito sotto la forma di
aiuto pubblico, piuttosto che sotto quella di investimento privato, e ciò
per una serie di ragioni che certo non occorre ripetere. Tuttavia occorre
notare che l’aiuto pubblico assume di solito un aspetto strettamente finan-
ziario, e dà quindi luogo, nel paese beneficiario, ad un’importazione di
singoli beni e servizi, di solito da parte di operatori pubblici.

L'investimento privato, al contrario, assume spesso la veste di impresa
vera e propria, la quale presenta il grande vantaggio di introdurre nel
corpo economico del paese un frammento di ‘‘tessuto economico” già svi-
luppato in termini di personale esperienza tecnica e commerciale eccetera.
Appare pertanto utile l'integrazione delle due vie di investimento, con
l'eventuale collaborazione, nel caso dell’investimento privato, dello stato
di origine dell’imprenditore stesso, nel senso di coprire buona parte dei
rischi connessi alla costituzione dell'impresa.

È su questa strada, a mio avviso, che i paesi della Comunità europea
dovranno avviarsi nel considerare il problema di un loro efficace intervento
in favore delle economie dei nuovi stati, uniformando la propria azione
e soprattutto rifuggendo dalla tentazione delle ‘politiche particolari”, al
fondo delle quali stanno spesso ragioni di espansionismo commerciale non
sempre armonizzabili con le precise esigenze dei paesi in via di sviluppo
e con gli stessi princìpi, politici e morali, della nuova Europa.





Credo che la Francia possa continuare ad imporsi lo sforzo che attualmente compie
per i paesi sottosviluppati ma deve altresì imporsi di rendere questo sforzo più razionale
e, di conseguenza, più efficace.

Per ciò che riguarda la Francia, la situazione è semplice : essa spende
per l'Africa e per il Madagascar una percentuale del suo reddito più
elevata di quella di qualunque altro paese del mondo per i paesi in via
di sviluppo. La Francia compie questo sforzo per un senso di amicizia
per questi popoli che hanno fatto parte di quello che si chiamava una volta
l’impero francese, ed anche, tra l’altro, per il suo interesse di divulgare
l’uso della lingua francese.

Si va verso una razionalizzazione degli sforzi che sono fatti dai vari
paesi capitalisti : le idee-forza possono certamente essere trasmesse : ma
ciò dipende dalle razze, dai costumi, dalle condizioni di esistenza di quei
popoli. Bisogna che l’aiuto sia non uniforme ma che sia adattato a ciascun
paese. Una delle difficoltà risiede nel fatto che questi paesi in via di svi-

PAUL REYNAUD

Paul Reynaud è nato nel 1878. Avvocato, deputato delle Alpi Marit-
time nel 1919, di Parigi dal ’28 al ’48, e del Nord dal 1946 al 1962,
vice-presidente del consiglio dei ministri nel 1932, ha ricoperto la
carica di presidente del consiglio dei ministri in un periodo cruciale
della storia francese, cioè nel giugno 1940. Arrestato dai nazisti è
stato per tre anni in campo di concentramento a Orianenburg, dal
1942 al 1945. Dal 1945, è stato più volte ministro, ricoprendo, inoltre,
altri incarichi parlamentari. È autore di numerosi libri; sono partico-
larmente importanti le sue memorie, poiché egli è stato uno dei mag-
giori protagonisti della storia francese degli ultimi quarant’anni.

luppo non hanno una classe media e che, di conseguenza, non hanno i fun-
zionari adatti alle necessità dei loro stati. Ecco una situazione grave per
la quale dobbiamo avere il massimo interesse. È un problema difficile da
risolvere. Nelle antiche colonie francesi, è stato spesso il prestigio della
Francia e dell’esercito francese a far sì che fosse mantenuto l’ordine fra
questi popoli. Temo che nell’avvenire si assisterà a disordini gravi e di cui
sarà difficile sopprimere la causa profonda che ho ricordato.

Di fronte all’ America latina, per esempio, dobbiamo avviare una
politica europea e non una politica francese, inglese o italiana.

Credo che la Francia possa continuare a imporsi lo sforzo che attual-
mente compie per i paesi sottosviluppati ma deve altresì imporsi di rendere
questo sforzo più razionale e, di conseguenza, più efficace.

Ancòra una volta, occorre studiare la situazione di ciascun paese, fare
giungere l’aiuto nei luoghi e nei momenti giusti. Non bisogna, per esempio,
lasciare comperare automobili lussuose per i capi di stato e farle guidare
dai bianchi. È un lusso che amano ma che non si possono concedere. Bi-
sogna fare cose ragionevoli e devo dire che il lusso eccessivo di alcuni capi

33

di stato nei paesi sottosviluppati, ha per effetto di far nascere invidie e
disordini che finiranno forse un giorno per degenerare in pericoli. Pen-
sando alla maniera in cui alcuni paesi — non tutti — dell’ America latina
si comportano sul piano politico, si deve trarne alcune lezioni che sono da
tener presenti altrove.





Un gran numero di paesi sottosviluppati ha da poco conquistato l'indipendenza: è nor-
male che essi pensino soprattutto ad organizzare i propri stati e, in queste condizioni,
a completare la loro indipendenza politica attraverso l'indipendenza economica.

L’idea-forza che l'Europa può e deve trasmettere ai paesi in via di
sviluppo è la coscienza di una responsabilità comune di tutte le nazioni
per lo sviluppo economico preso nel suo complesso : ciò rappresenta una
svolta considerevole poiché finora sono stati affrontati î problemi interna-
zionali soltanto dal punto di vista del commercio, nel quadro di ciò che si
chiama il mercato internazionale, delle vecchie nozioni di libero-scambio,
di clausole della nazione favorita. Oggi, è lo sviluppo stesso che deve es-
sere direttamente esaminato ; esso implica, non un libero scambio ma una
vera definizione di una politica comune di fronte alla quale tutto il mondo
prenderà impegni comuni. Dobbiamo portare î paesi industrializzati ad
aver coscienza della loro responsabilità. Desidero affermare, dopo la mia
recente esperienza alla conferenza di Ginevra, che dobbiamo aiutare i
paesi sottosviluppati a superare lo stadio nel quale la maggior parte di
essi st è attualmente arrestata. Un gran numero di questi paesi ha da
poco tempo conquistato l'indipendenza ; è normale che pensino soprattutto
a organizzare i propri stati e, in queste condizioni, a completare la loro
indipendenza politica attraverso l'indipendenza economica. Ma questa è
una illusione : la maggior parte di questi piccoli stati non può avere l’indi-
pendenza economica ; occorre superare questa nozione ed affermare quella
di una interdipendenza egualitaria, fra un certo numero di gruppi che
negoziano insieme. E questa nozione di un diritto internazionale dello svi-
luppo delle regole che impongono una disciplina a ciascuno che dobbiamo
affermare per uscire dal vecchio “laissez-faire” da una parte, e dal gretto
nazionalismo dall'altra.

Innanzitutto, se vogliamo aiutare i paesi in via di sviluppo, è neces-
sarto cominciare con non derubarli. Devo dire che, negli ultimi anni, tutto
ciò che la nostra mano sinistra, socialista o cristiana, ha dato a questi paesi
è stato copiosamente ripreso dalla nostra mano destra liberale, e che questi
paesi hanno perso di più dall’abbassamento dei prezzi di ciò che vendevano,
di quanto avevano guadagnato da tutte le forme di aiuto ricevute. La
prima cosa da fare, quindi, è di pagare, a giusto prezzo, e soprattutto
ad un prezzo stabile, ciò che compriamo da essi. È dunque necessario porre
il problema della stabilizzazione internazionale dei prezzi delle materie
prime, in particolare dei prodotti agricoli di origine tropicale. D'altra
parte, per i paesi che cominciano a industrializzarsi, il problema, se si
vuole creare la possibilità di un vero accesso al mercato, non è l’abbassa-
mento generale dei diritti a beneficio dei soli paesi in via di sviluppo poiché
soltanto così essi potranno ottenere qualche vantaggio efficace. Se si trovano,
infatti, in concorrenza con tutti î paesi industrializzati su un mercato
qualunque, non riusciranno a penetrarci.

È

ANDRE PHILIP

André Philip è nato nel 1902. Già professore di economia politica a
Lione nel 1928, deputato del Rodano nel 1936, commissario per
l’interno nel 1942-1944, ministro delle finanze nel 1946-1947, e del-
l'economia nazionale nel 1948, presidente del movimento socialista
per gli stati uniti d'Europa. È attualmente professore di politica so-
ciale comparata all’università di Parigi. È stato, nell’estate del 1964,
presidente delle delegazioni francesi alle conferenze di Ginevra per
gli aiuti ai paesi in via di sviluppo. È autore di numerose pubblica-
zioni di politica economica e sociale.

Che cosa vuol dire avere la coscienza di una responsabilità comune ?
Di fronte ad un aiuto finanziario a questi paesi, abbiamo votato a Ginevra,
pressa poco all'unanimità, salvo i paesi dell’est, l'impegno di devolvere
almeno l’uno per cento del nostro reddito nazionale per l’aiuto globale
ai paesi in via di sviluppo ; è un inizio molto insufficiente. Sarà neces-
sario devolvere l’un per cento per l’aiuto pubblico a questi paesi, e non
per l’aiuto globale che comprenda investimenti privati, come avviene
oggi.

Sarà necessario, molto rapidamente, passare al due 0 al tre per cento.
Abbiamo una responsabilità comune ; dobbiamo pensare progressivamente
alla creazione di una vera imposta mondiale per /o sviluppo.

Credo, inoltre, che l’aiuto essenziale consista nella formazione tecnica
dei quadri medi dei paesi în via di sviluppo ; è ciò che chiamiamo con una
parola poco esatta “assistenza tecnica”, benché, in realtà, si tratti di una
cooperazione dove ciascuno riceve, poiché chi va in questi paesi impara
molto e allarga le sue cognizioni. Questa cooperazione tecnica che inco-
mincia nei quadri nazionali, deve, il più presto possibile, essere allargata
nei quadri regionali e, molto rapidamente, internazionali.

Infine, la maggior parte dei paesi in via di sviluppo, nel loro primo
stadio almeno, si trova nella necessità assoluta di stabilire piani di sviluppo ;
gli investimenti non possono farsi a caso, in qualunque modo. Tuttavia
non bisogna crearsi illusioni : î piani, spesso, non sono molto seri poiché
non disponiamo all’inizio che di pochissime informazioni statistiche e con-
tabili ; però è il mito del piano, d’altra parte, che permette di uscire dal-
l'equilibrio del sottosviluppo suscitando quadri nuovi di giovani e energie
nuove. Del resto, non c’è la necessità di elaborare il piano în un quadro
nazionale, perché la maggior parte di questi paesi si trova ancòra rappre-
sentata în stati troppo piccoli per poter disporre piani seri. D'altra parte,
credo che l’aiuto finanziario debba superare il bilateralismo attuale senza
andar fino ad un universalismo totale, poiché le organizzazioni ammini-
strative internazionali rischiano di essere troppo pesanti ; è piuttosto nel
quadro di accordi di paesi prestatori che una discussione può essere fatta
con uguaglianza sui differenti elementi del piano, avviando il discorso da
parte dei paesi che aiutano, verso questo 0 quell'altro aspetto particolar-
mente importante e oneroso del piano di sviluppo del gruppo di paesi di
cui si parla.

Quale politica di investimenti si delinea attualmente in Europa? Pur-
troppo, nessuna. Se alcuni paesi si sono resi conto della necessità di una
tale disciplina, altri importanti paesi industrializzati agiscono ancòra nel
quadro del libero scambio, e credono che incoraggiando gli investimenti

34

privati dovunque, si assicurerà una espansione economica : senza dubbio
gli investimenti privati possono dare un contributo, ma nel quadro di set-
tori ben determinati del piano, elaborato e scelto in comune. Purtroppo —
e di ciò ci siamo resi conto nella ultima conferenza di Ginevra —, non
abbiamo nessuna unità su questo problema. Siamo riusciti, con molte dif-
ficoltà, a fare alcune proposte comuni che hanno procurato grandi consensi
nell'assemblea ; ma devo dire che ciò che abbiamo fatto e proposto non
rappresentava che il dieci per cento di quello che potevamo fare. Esiste,
nel Terzo Mondo, un'attesa dell'Europa, un’attesa del suo messaggio,
delle sue iniziative, esigendo che, molto rapidamente, si stabilisca în co-
mune, ricorrendo, se sarà necessario, alla creazione di una istituzione spe-
cializzata a tal fine fra i sei paesi, una politica europea, cioè di aiuto
ai paesi del Terzo Mondo.

Per fare un esempio, il rapporto della commissione di governo fran-
cese, presieduta da Fean-Marcel Feanneney, è interessante ; la relazione
propriamente detta è un resoconto abbastanza completo e chiaro delle con-
clusioni alle quali esperti sono giunti in Francia. Però ciò che mi ha inte-
ressato maggiormente è il secondo volume, cioè gli allegati : fra questi,
ci sono studi specializzati su un certo numero di problemi, di cui alcuni
sono veramente notevoli. In complesso, la conclusione della relazione Fean-
neney, è che occorre aumentare l’aiuto, variarlo sempre di più e, progres-
sivamente, abbandonare qualunque contributo al funzionamento dei bilanci
in particolare per i paesi africani ; concentrare l’aiuto sull'educazione e
l'investimento ed accrescere ugualmente a poco a poco la parte regionale
ed internazionale dell'aiuto diminuendo, nel frattempo, l’aiuto puramente
bilaterale.





Non si dovrà vedere l’avvenire in termini statistici e, soprattutto, il pericolo immediato
del loro aspetto concorrenziale; bisognerà cioè vedere un avvenire dinamico perché,
se questi paesi svilupperanno i loro commerci, diventeranno sempre più ricchi e ciò
vorrà dire, per i paesi molto industrializzati, mercati sempre più interessanti.

Si discute molto, nel momento attuale, del contributo europeo ai paesi
in via di sviluppo. Questo contributo può collocarsi su due piani : il piano
dello sviluppo stesso, cioè economico, e quello culturale, essendo, î due
piani, legati in ciò che si potrebbe definire una politica generale dell’avvi-
cinamento del Terzo Mondo.

L’Europa può apportare essenzialmente il prestigio del suo capitale
idi civiltà. L'Europa è la più vecchia regione civilizzata del mondo e il
fatto che la sua civiltà, a titoli diversi, soprattutto nell’èra coloniale, abbia
avuto l’occasione di diffondersi su tutti i continenti, ha lasciato, dopo il
riflusso del colonialismo, alluvioni durature, affinità di pensieri, seduzioni,
infine, che la legavano ancòra a molti di questi paesi. Basta considerare
il prestigio delle sue università e, forse, non è inutile pensare che, in una
certa misura, l’Europa appariva agli occhi di queste nazioni, con la sua
tradizione di tolleranza, di libertà individuale e collettiva, come quella
che corrisponde meglio al genio di cui hanno bisogno.

La seconda domanda în fondo si riferisce soltanto all’aspetto economico
dello sviluppo : due considerazioni distinte, su questo piano, devono essere
sollevate. Per rimanere nello schema, la prima tratta dell’aiuto agli inve-
stimenti. È uno degli aspetti essenziali della politica dello sviluppo di questi
paesi. Sono incapaci, considerando il loro basso livello di vita, di accu-
mulare il capitale necessario all’espansione della loro produzione. Dob-
biamo quindi aiutarli e, su questo piano, sarebbe augurabile che, nel quadro
del’ONU per esempio, tutti î paesi industrializzati avviassero uno
sforzo d’importanza uguale rispetto al loro reddito nazionale, affinché,
sul piano multilaterale, l’aiuto avvenga in funzione dei loro bisogni e non
in funzione di considerazioni politiche nazionali, tanto da parte di chi dà
che da chi riceve. Per altro, sarebbe più facile esigere dai paesi che rice-
vono, l’impiego degli aiuti per investimenti produttivi e sociali, anziché
sperperarli, ogni tanto, in bilanci di gestione per cui questi aiuti servono
soltanto per colmare determinati squilibri.

Il secondo problema è quello del commercio dei paesi sottosviluppati.

MAURICE FAURE

Maurice Faure è nato nel 1922. Deputato del Lòt dal 1951, sottose-
gretario agli esteri dal 1956 al 1958, ministro degli interni e succes-
sivamente per le istituzioni europee nel 1958; è stato più volte rappre-
sentante della Francia nella CEE e all’ ONU; è attualmente presi-
dente del movimento europeo e, all’assemblea nazionale francese,
presidente del Rassemblement Démocratique.

È evidente che, dalla fine dell’ultima guerra, tutto ciò che i paesi industria-
lizzati hanno dato è stato compensato dalla diminuzione delle materie
prime e dei prodotti agricoli di base. E su questo piano — è anche un’ope-
razione a livello ONU — si tratta di un'iniziativa mondiale che do-
vrebbe essere intrapresa per consolidare ad un prezzo stabilito ragionevole
il valore delle materie prime e dei prodotti agricoli cosiddetti tropicali.
Penso che bisogna andare anche più avanti. Supponiamo che questa po-
litica si affermi e che questi paesi si preparino all’industrializzazione >
occorrerà accettare di comperare i loro prodotti e non, a quel momento,
chiudere le nostre porte all'importazione dei loro prodotti, poiché occorrerà
offrire la possibilità di procurarsi divise estere per continuare la loro espan-
sione. Non si dovrà vedere l'avvenire in termini statistici, e, soprattutto,
il pericolo immediato del loro aspetto concorrenziale ; bisognerà, cioè,
vedere un avvenire dinamico perché, se questi paesi svilupperanno i loro
commerci, diventeranno sempre più ricchi e, ciò vorrà dire, per i paesi
molto industrializzati, mercati sempre più interessanti.

Ho parzialmente risposto, infine, alla terza domanda. Gli investi-
menti che dobbiamo incoraggiare ci obbligano, in una certa misura, ad
incoraggiare anche in Europa gli investimenti nei settori industriali mag-
giormente specializzati. Il Terzo Mondo, cioè, incomincerà con le in-
dustrie di base ; passerà dalle industrie di base alle industrie di trasforma-
zione. Dovremmo comperare da loro alcuni di questi prodotti, a questi
diversi stadi della loro produzione e, pertanto, saremmo quasi obbligati a
ricorrere noi stessi alle forme più evolute della tecnologia e dell’industria,
come i settori elettronici e nucleari e tutte le industrie che esigono una grande
conoscenza umana, un personale industriale molto qualificato, di grande
valore professionale, tecnici molto numerosi. Saremo così costretti ad eva-
dere un po’ dall’industria di base che può riposare su strategie economiche
più semplici. Esiste, in ciò, una sorta di divisione internazionale del lavoro,
necessariamente sempre in movimento, che dirigerà, in gran parte, questa
ripartizione dei còmpiti nell’avvenire.



Non vogliamo sembrare, agli occhi dei paesi in via di sviluppo, come maestri di scuola
che insegnano dalla cattedra. Alla conferenza di Basilea si è messa a punto volutamente
la necessità di stabilire con i popoli dell’Africa e dell'Asia un dialogo su un rapporto
di li iché, se abbi da dare, abbi anche da ricevere.

Mi ricordo di una dichiarazione fatta tempo fa a Basilea da Louis
Armand all’inizio della conferenza europea della cultura, da lui presie-
duta. Egli ricordava una verità elementare, che, cioè, la prosperità del-
l'Europa, e pertanto la civilizzazione europea, riposa essenzialmente sulla
perseveranza : si tratta di un lavoro accanito che permetta di rendere
fertili terre difficili da coltivare ; è un costante sforzo creativo che ha con-
dotto l'Europa, durante un certo periodo della storia, a porsi a capo del-
l’umanità. A me sembra che questo senso dello sforzo e del lavoro sia una
delle idee-forza che l’ Europa può comunicare ai paesi în via di sviluppo.
Purtroppo la civilizzazione europea non si presenta più oggi sotto questo
aspetto poiché tende, almeno apparentemente, a sostituire allo sforzo del-
l’uomo le tecniche che lo riducono e lo eliminano : questo fatto potrebbe,
nello spirito dei responsabili dei paesi in via di sviluppo, accreditare l’idea
che essi possono progredire, raggiungere il nostro livello di prosperità evi-
tando lo sforzo di crearsi. È un malinteso che deve essere evitato.

Non vogliamo sembrare, agli occhi dei paesi in via di sviluppo, come
maestri di scuola che insegnano dalla cattedra. Alla conferenza di Basilea,
si è messa a punto volutamente la necessità di stabilire con i popoli del-
l’Africa e dell'Asia un dialogo su un rapporto di uguaglianza poiché, se
abbiamo da dare, abbiamo anche da ricevere. In sostanza, esistono civiltà
astatiche ed africane che hanno la loro importanza. Pertanto credo che
due nozioni fondamentali devono essere comunicate ai paesi che ricercano
esempi da noi. Primo, il rispetto della persona umana. Esistono senza dub-
bio paesi dove questa nozione non è ancora sufficientemente percepita ;
dobbiamo aiutarli ad affrancarsi da un certo numero di pregiudizi che
umiliano alcune classi sociali. In secondo luogo, la nozione del potere pub-
blico. Sono stati necessari molti secoli di cristianesimo perché in Europa
quelli che detengono il potere si rendessero conto che questo non è un fine
a se stesso, in qualche modo un diritto di proprietà, ma un servizio che
non ha valore se non nella salvaguardia e nel miglioramento degli interessi
del popolo. Quindi dobbiamo, di fronte agli interlocutori in via di sviluppo,
proporre noi stessi qualche esempio : in tal modo li aiuteremo a prendere
meglio coscienza della loro missione molto difficile.

Credo, poi, che la migliore politica di assistenza consista essenzial-
mente nel formare uomini. Dobbiamo certamente avviare in qualche modo
una politica economica di aiuti, fare investimenti ; ma qualunque politica
di assistenza che consistesse per gli europei nell’assumere direttamente
còmpiti che devono essere risolti in questi paesi, non sarebbe giovevole.
Il miglior servizio che possiamo rendere ai paesi in via di sviluppo è un
còmpito di educazione e di istruzione. Il mio paese, la Francia, che ha
realizzato la decolonizzazione in condizioni dolorose, può, malgrado tutto,
portare al suo attivo la presenza di migliaia di insegnanti francesi nei
paesi dell’Africa del nord e nei paesi dell’Africa Nera. Qualunque possano
essere le tensioni politiche ed anche le misure di ordine economico prese da
alcuni di essi contro interessi legittimi della Francia o dei francesi, biso-

35

PIERRE PFLIMLIN

Pierre Pflimlin è nato nel 1907. Avvocato, deputato del Basso Reno
dal 1946, ministro dell’agricoltura, delle relazioni economiche con
l'estero, delle terre d’oltremare, delle finanze, ha ricoperto la ca-
rica di presidente del consiglio dei ministri nel 1958, prima dell’av-
vento di De Gaulle e, poi, successivamente, ministro fino al 1959,
quando con altri si dimise per dissenso con la politica europea di De
Gaulle. È stato presidente del movimento repubblicano popolare ed
è il leader riconosciuto di quest’ultimo. Attualmente è, inoltre, presi-
dente dell’assemblea consultiva europea e sindaco di Strasburgo.

gna constatare che non ci sono difficoltà sul piano dell’insegnamento. Questi
paesi hanno pienamente coscienza della necessità del concorso europeo in
questo campo. Così i tre paesi dell’ Africa del nord, già sotto l'autorità
francese — Algeria, Tunisia e Marocco — continuano a chiederci nume-
rosi insegnanti. Non so quanto tempo questo durerà, ma è un fatto veri-
ficabile, soprattutto nell’ Algeria di oggi che ha conquistato la sua indipen-
denza con le armi in mano contro la Francia : questo è indubbiamente un
aspetto positivo.

Gli sforzi devono essere fatti anche sul piano della formazione tecnica.
St può immaginare che i popoli europei accordino il loro aiuto organizzando
nei diversi paesi in via di sviluppo questo insegnamento. Possono anche
accogliere nelle loro scuole giovani alla ricerca di una formazione tecnica,
od organizzare corsi tecnico-pratici. Questa formula è d'altronde già
diffusa. L’idea fondamentale sulla quale vorrei insistere è che la forma-
zione degli uomini finisce per essere il metodo di aiuto più efficace ed il più
economico ; infine, rispetta meglio la dignità dei paesi in via di sviluppo che
aspirano, con unacerta impazienza, a prendere essi stessi inmano il loro destino.

Sono dell’avviso che sarebbe estremamente augurabile che l’aiuto ai
paesi in via di sviluppo non avvenisse sporadicamente da parte di stati
che agiscono isolatamente e forse in modo tale da consentire la nascita di
aspirazioni politiche capaci di neutralizzare l’azione di alcuni concorrenti.
Ritengo che questo concetto puramente nazionale, e si potrebbe quasi dire
nazionalistico, sia dannoso. Prima di tutto, esso sarebbe di natura tale da
aumentare la tensione nel mondo e specialmente all’interno stesso del mondo
libero. Sentivo parlare recentemente di un paese asiatico dove si sono sus-
seguite missioni di aiuto tecnico venendo dal mondo libero, la cui prima
preoccupazione era di criticare i consigli dati prima dagli esperti di un
altro paese : questo atteggiamento ha prodotto una impressione deplorevole.

Dal punto di vista dell’efficacia, è evidente che le forze multilaterali
di aiuto sono molto più producenti, perché consentono minor spreco. In
Francia, il ‘‘cartierismo” è un movimento di opinione che trae origine da
articoli pubblicati da un giornalista di ingegno, Raymond Cartier, sul-
l’aiuto ai paesi in via di sviluppo. Questo movimento impressiona quando
ricorda i casi di sperpero, quale quello del danaro fornito per costruzioni
lussuose. Ma ciò sottolinea fino a che punto bisogna vigilare per un'efficiente
impiego degli investimenti. Questo risultato non può essere raggiunto che
da una pianificazione degli investimenti inserita in un giro d’orizzonte
delle possibilità economiche di questi paesi. Tali possibilità sono spesso
deboli, perché questi paesi sono sottosviluppati più a causa della pover-
tà di risorse naturali che per colpa di alcuni uomini, i quali non sono
stati in grado di realizzare progressi economici.

È una ragione di più per fare un’inventario molto preciso delle possi-
bilità di sviluppo economico che esistono, e per stabilire un piano di investi-
menti rigorosamente imperniato su obiettivi che è possibile raggiungere. È
necessario un equilibrio ragionevole, per esempio, fra gli investimenti per

36

infrastrutture e quelli che tendono a sviluppare le produzioni. Ho più
volte avuto occasione di visitare paesi dell’ Africa dove erano stati fatti
investimenti importanti per infrastrutture per creare porti moderni, belle
strade, ma senza, purtroppo, aver preso le misure necessarie per svilup-
pare simultaneamente la produzione agricola : in tal modo su queste strade
circolavano poche automobili. Alcuni pretendono che gli investimenti in-
frastrutturali richiamino in qualche maniera automaticamente lo sviluppo
economico, che, cioè, sia sufficiente costruire una strada affinché la vita
economica si sviluppi lungo di essa. Questo è vero se c'è al principio un’eco-
nomia in potenza che tende a svilupparsi. Ma quando bisogna creare ex
novo — per esempio sviluppare la produzione agricola in paesi dove questa
riveste ancora forme primitive — non si può far a meno di produrre, con-
temporaneamente, uno sforzo di assistenza tecnica e di organizzazione del
mondo rurale, forse modesto, ma di tale natura da creare un’approccio
alla produzione. Per l’industrializzazione lo stesso ragionamento s’'impo-
ne : ci vuole equilibrio, armonia fra gli investimenti per infrastrutture e

gli altri. Per esempio non si saprebbe, senza danni, superare lo stadio ele-
mentare dello sviluppo economico ed andare troppo in fretta verso l’indu-
strializzazione, allorché la produzione agricola rimanesse incapace di far
fronte ai bisogni più elementari delle popolazioni. Queste idee dimostrano
che l’aiuto che i paesi dell'Europa libera possono e devono accordare ai
paesi in via di sviluppo — poiché, nello stesso tempo, l’espressione di un
realismo politico intelligente non è che un dovere di solidarietà umana —,
questo aiuto, dicevo, deve, di preferenza, assumere aspetti multilaterali ed
organizzarsi nell’ambito dell'intero mondo libero. Prima di tutto ciò sa-
rebbe un modo per rinforzare la necessaria solidarietà fra i paesi del mondo
libero ; si tratterebbe anche di un mezzo per evitare il rimprovero di neo-
colonialismo che nasce così facilmente nello spirito degli africani e degli
asiatici quando una potenza straniera si occupa di loro. Infine, un sistema
mondiale di aiuto si concluderebbe con l'elaborazione di piani di sviluppo,
opera comune dei dirigenti responsabili dei paesi che si vorrebbero aiutare
e degli organi responsabili del sistema dell'aiuto multilaterale.





L’assistenza tecnica ha segnato un progresso interessante, ma questo semplice passo
è insufficiente, se si impr pli dei tecnici. Q questi t i non
sono sostituiti da quelli del paese assistito non c’è nulla di concreto e di duraturo per
lo sviluppo di quel paese.



Idee-forza che l'Europa può trasmettere ai paesi in via di sviluppo :
ce ne sono molte, ma penso che occorrerebbe portare l’attenzione al mo-
tore essenziale che ha caratterizzato lo sviluppo dell'Europa da tre secoli
a questa parte, cioè il senso della sperimentazione scientifica. Se, dopo tre
secoli di lento progresso, abbiamo conosciuto, poi, in poco tempo, uno svi-
luppo così rapido, è perché, durante questi tre secoli, abbiamo sostituito
all’empirismo, al fatalismo, alla magia, il metodo sperimentale. Lo stesso
spirito di questo metodo, che d’altra parte manca ancòra in molti occiden-
tali, non è sempre tenuto in giusta considerazione fra i popoli dei paesi
in via di sviluppo. Sembra difficile che essi possano far progressi imparando
semplicemente a memoria formule, testi, idee che gli forniamo, ma è essen-
ziale che apprendano lo spirito sperimentale : avranno, in qualche modo,
scoperto da soli molte verità e saranno molto più vicini a imboccare la via
dell’ascesa che noi auspichiamo.

Indubbiamente, poi, occorre abbandonare le vedute diffuse secondo cui
occorre concedere capitali. Questo non vuol dire che non siano necessari
gli aiuti materiali, ma limitarsi ad una visione finanziaria del problema
vuol dire andare incontro ad uno sicuro scacco. Ciò che importa, è che
i paesi în via di sviluppo siano un giorno capaci di sfruttare da soli le loro
risorse naturali, di dominare la natura e, di conseguenza, di acquistare
non soltanto un livello di vita sufficiente ma, nello stesso tempo, una indi-
pendenza che è per ora abbastanza formale, giuridica, ma non reale. In
tal modo, îl miglior servizio che si può fare a questi paesi è di aiutarli a
formare i loro uomini : la loro élite prima di tutto, quindi le masse, affinché
siano capaci di sfruttare le tecniche moderne a loro vantaggio. Molto spesso
fino ad oggi, gli aiuti concessi non hanno tenuto conto di questa necessità.

ALFRED SAUVY

Alfred Sauvy è nato nel 1898. Direttore dell’istituto francese per la
congiuntura dal 37 al ’45, è stato presidente di commissioni interna-
zionali per problemi demografici e sociali; è professore di demografia
sociale al collegio di Francia. Sauvy, che è uno dei migliori studiosi
di problemi demografici, è autore di numerose pubblicazioni e di un
piano di sviluppo democratico dell’economia e della società francese.

L’assistenza tecnica, pertanto, ha segnato un progresso interessante, ma
questo semplice passo è insufficiente se si imprestano semplicemente dei
tecnici. Quando questi tecnici non sono sostituiti da quelli del paese assistito
non c'è nulla di concreto e di duraturo per lo sviluppo di quel paese.

Infine, interessi comunitari, interessi europei, qualunque cosa, cioè, si
faccia quando tracciamo una politica comunitaria, finiamo per farla nel
nostro interesse, che non è necessariamente quello dei paesi in via di svi-
luppo. Siamo, cioè, costantemente presi in questa specie di trappola ; noi
affermiamo che vogliamo aiutare altri paesi, ma quando siamo alle prese
con le nostre difficoltà, andiamo diritto verso la soluzione che conviene
meglio ai nostri interessi. In tal modo non penso che la via dei paesi poco
sviluppati debba essere quella della ricerca della politica degli investimenti
in Europa. Sarà fatalmente egoistica. Occorre che la politica di aiuto ai
paesi in via di sviluppo sia concepita a parte, abbia una propria ragione
d’essere che sia al di sopra anche delle politiche nazionali, che debba bene-
ficiare di una sorta di priorità. Soltanto quando si sarà definita questa
priorità essa si potrà facilmente accettare nei momenti di slancio e di so-
lidarietà mondiale. Vorremmo dire che soltanto în questa direzione si può
concepire l’interesse a lungo termine dei paesi sviluppati. Ma la conside-
razione degli interessi immediati conduce fatalmente a trascurare problemi
più importanti : una volta che la politica d’aiuto sarà stabilita e consoli-
data, potremo pensare ai nostri interessi più propriamente particolaristici.
Confondere le due questioni e dire che faremo iîl nostro piano europeo te-
nendo conto degli interessi dei paesi in via di sviluppo, vuol dire limitarsi
fatalmente soltanto ai propositi e preferire la coscienza tranquilla all’ef-
ficienza.



Gli addetti al treno di laminazione ricevono un programma di lavoro tramite una stampatrice facente
parte del sistema di rilevazione e trasmissione automatica dei dati lungo le linee di lavorazione.

























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IL MUSEO PITRE’: VIVA RASSEGNA DELLA CIVILTA’

SICILIANA

di Luciano Rebuffo



Chi volesse farsi un’idea della vita e delle tradizioni del popolo
siciliano, comprenderne a fondo la mentalità e l’ambiente, pur senza
per questo dover girare per le difficili strade o le lente ferrovie del-
l’isola, dovrebbe fare una visita al museo Pitrè di Palermo che costi-
tuisce una vera rassegna della civiltà siciliana. Esso anzi ci mostra gli
ambienti di vita e di lavoro dei siciliani di ieri e di oggi e nel contem-
po i loro prodotti, cioè quei manufatti che in parte sono scomparsi
dalla circolazione o resistono in numero ormai limitatissimo.

Il professor Giuseppe Pitrè, come è noto, fu il maggiore studioso
di etnografia siciliana: monumentale è la sua opera « La casa la vita e
la famiglia del popolo siciliano ». Cominciò a raccogliere materiale
di ogni genere nel lontano 1881 per esporlo all’esposizione industriale
di Milano, quindi la raccolta fu presentata, e comprendeva già parecchie
migliaia di oggetti, all’esposizione nazionale italiana tenuta a Palermo
nel 1891-°92. Ottenuto in séguito un ambiente per accogliervi il suo
museo, il Pitrè lo battezzò “museo etnografico siciliano” e ne tenne la
direzione fino alla morte, cioè al 1916.

Purtroppo il materiale restò poi abbandonato per quasi venti anni,
dopodiché un altro ben noto studioso del folclore e della vita siciliani,
il professor Giuseppe Cocchiara, riuscì a sistemare il museo degna-
mente, nella sua attuale sede. Il professor Cocchiara, studioso profondo
Quanto preciso, diede ai vari pezzi una sistemazione logica, dividen-
doli secondo il loro carattere e il loro significato e diresse il museo,
che frattanto era stato intitolato al professor Giuseppe Pitrè, nelle

Uno dei migliori esemplari di cassa” del carretto siciliano. Notare l’abile lavoro di
intarsio del legno, e quello del ferro battuto. Il tutto viene poi disegnato a colori viva-
cissimi,

cosiddette palazzine cinesi alla Favorita. Anche il professor Cocchiara
è venuto a mancare pochi mesi orsono, ragione per cui il museo non
ha attualmente un direttore responsabile.

Sarà qui opportuno fare un rilievo: il museo, come si è detto, è
di importanza enorme e raccoglie più di ventimila oggetti provenienti
da tutte le parti dell’isola; è degnamente sistemato nei locali, peraltro
un po’ lontano dal centro, del parco della Favorita, ma esso non è
così conosciuto come meriterebbe, e quindi non è visitato come sa-
rebbe auspicabile. Il comune di Palermo o l’ente regione dovrebbero
valorizzarlo maggiormente, sia attraverso la stampa, sia con mani-
festi, sia con indicazioni stradali che mentre esistono per tutti gli altri
importanti musei e gallerie palermitani non esistono affatto per il
museo Pitrè.

Chi entra nel museo ha immediatamente la sensazione di entrare
nel vivo dell’opera e del lavoro della società siciliana. Si comincia ad-
dirittura dal cortile dove sono sistemate, in proporzioni naturali, ri-
costruzioni precise delle abitazioni del popolo siciliano: ecco una cu-
cinetta rustica della provincia di Palermo; ecco la tipica casa del con-
tadino siciliano, con un’unica stanza che costituisce tutta l’abitazione;
ecco un ulteriore passo avanti, cioè la casa ad ambiente unico ma col
solaio. In tale casa la vita intima della famiglia si svolgeva nel solaio, for-
mato da un impiantito di tavole appoggiate a travi di legno, mentre
il lavoro della giornata (specialmente quello delle donne) si svolgeva
nella parte bassa. Vi è anche una ricostruzione dei pagliai che si riten-

40



Bellissimo esemplare di carretto siciliano: notare le scene dipinte sulla fiancata, il lavoro
di intaglio eseguito sulla ruota e sui raggi, le pitture su tutta la stanga e, esattamente
sopra al mozzo, la “cassa”,

gono all’origine della casa colonica siciliana così come si è venuta
trasformando attraverso i tempi.

In un altro ambiente si trova uno degli ultimi mulini a mano che
furono a lungo in uso in Sicilia; una madia; e il classico forno di for-
ma circolare, coperto da una volta sferica, spesso manifestantesi anche
all’esterno. Nella ricostruzione di ambienti borghesi, ovviamente più
ricchi, troviamo mobili più elaborati e, soprattutto per quanto riguar-
da i secoli sedicesimo e diciassettesimo, qualche letto in ferro la cui
costruzione era allora molto diffusa tanto che i letti in ferro erano detti
appunto ‘alla siciliana”. Molto importanti sono poi le casse, rivestite
in cuoio e gioiosamente dipinte, nelle quali la donna usava tenere il
proprio corredo da sposa.

L’attività del lavoro, in un’isola come questa, riguarda natural-
mente, per epoche più remote la caccia e la pesca e, per epoche più
vicine, l’agricoltura e la pastorizia. Molte sono nel museo le riprodu-
zione di utensili adatti alla caccia che vanno dagli archi primitivi fino
ai fucili, presenti in vari tipi, da quelli a pietra focaia fino a quelli
più recenti. Per la pesca sono presenti alcuni modellini di barche si-
ciliane, dalla lunga pernaccia, e con vari tipi di rete. Fra le reti che i
pescatori adoperano tuttora possiamo citare %' coppu, piccola rete
tenuta da un manico la quale serve per catturare i piccoli pesci; #’ riz-
Zagghiu, rete a forma di ventaglio; 4’ sciabbica, rete a strascico che viene
calata a semicerchio; #’ fartaruni, rete a sacco con due ali. A ciò na-
turalmente va aggiunto quell’attrezzo di pesca che noi chiamiamo pa-
lamite e a Palermo chiamano pa/angara. Il sistema di pesca descritto
da questi modellini è in fondo quello in uso tuttora tra i pescatori
dell’isola, salvo aggiungere le grandi tonnare, con le loro reti-traboc-
chetto e con la camera della morte dove vengono uccisi i tonni nella
famosa “mattanza”, e la pesca, specie nello stretto di Messina, del
pescespada che avviene come è noto su uno speciale tipo di barca,
con un altissimo albero sulla coffa sul quale sta l’avvistatore che grida
«... u viddi, u’ viddi lu masculu ».

Per quanto riguarda l’agricoltura sono presenti qui i vari strumenti,



Esemplare di arte dei pastori: un collare
da mucca pazientemente intagliato col
coltello. Non vi sono colori.

dalla zappa all’aratro che non si differenziano gran che da quelli co-
muni se non per la persistenza dell’aratro in legno. Bellissimi a ve-
dersi gli spaventapasseri: qui si tratta di veri pupazzi, con occhi grandi
e una bocca larga quanto tutto il volto, con lunghe braccia a croce che
finiscono con due tavolette. Basta un vento leggero perché queste
braccia comincino a girare producendo il rumore che allontanerà i
passeri. Per quanto riguarda la mietitura sono presenti tutti gli stru-
menti tradizionali, fino alla trebbiatrice, ma sono rappresentati pure,
benché in uso fino a pochissimo tempo fa, i sistemi di trebbiatura ba-
sati su due o tre muli che girando in tondo sgranavano le spighe. Le
unità di misura del grano erano, come sono tuttora, il tumulo, il mez-
zo tumulo e il quarto di tumulo. Il sistema di contabilità è largamente
illustrato nel museo da una raccolta di ferule (bastoncini di legno duro
divisi in due: un pezzo costituisce la madre, e l’altro la figlia) con in-
cise delle tacche. Tali tacche sono dei segni convenzionali che rappre-
sentano la quantità di raccolto che il contadino dovrà poi dividere con
chi gli ha dato la terra o somministrato la semente. Ciascun segno fatto
sulla tacca è un segno simbolico di misura scambiata o da scambiarsi.
Rimanendo una parte della ferula in mano al proprietario e l’altra parte
in mano al contadino non sono possibili frodi poiché i segni della
ferula congiunta dovranno perfettamente corrispondere. Il sistema del-
le tacche, come è noto, proviene dalle prime forme di scrittura che tro-
viamo in molte società primitive. Con questo sistema nell’interno del-
l’isola si misura ancòra non soltanto il frumento ma anche le botti di
vino e i cantara d’olio. Vi sono pure altri oggetti come frantoi d’olio,
macine e ceste tessute generalmente con giunchi per contenere la pa-
sta, che vengono chiamate e’ coffe. Vi è pure il modello di una seria,
una macchina idraulica composta da una catena alla quale sono attac-
cati dei secchi che si riempiono nel fondo di un serbatoio e si vuotano
uno dopo l’altro in una vasca. ‘Tale macchina è mossa da un asino ben-
dato che gira in cerchio.

Sono presenti anche le cosiddette z7arche per animali, cioè fer-
ri che, arroventati, imprimono sui fianchi degli animali il marchio



4I









Esemplare di “lumera”, una lanterna a decine di becchi,

costruita in terracotta.

del proprietario, spesso consistente nelle sue iniziali chiuse dentro un
cerchio ma qualche volta formate da un segno convenzionale come
una croce, una croce di sant’Andrea eccetera.

Tra le arti e i mestieri quelli che hanno maggiore spazio, in una
regione evidentemente primitiva come è quella siciliana, riguardano
il commercio. Qui è documentato da una parte il commercio
ambulante, che ancòra è dato incontrare in molte parti dell’interno della
Sicilia: l’uomo o la donna, col proprio cesto, 0 con altri recipienti, gira per
le strade urlando quelle tipiche nenie quasi arabe che invitano all’acquisto.

Tra gli oggetti da commercio più diffusi stavano i tessuti che le
donne preparavano pazientemente al telaio. I sistemi di misurazione
dei tessuti, anch’essi documentati nel museo, sono la canna che è di
otto palmi, mentre un palmo è di otto onze e un’onza è di otto linee
o punti. Nell’ 800 il materiale che si vendeva a peso veniva control-
lato attraverso delle pietre che si chiamavano rotolo o mezzo rotolo;
sottomultiplo del rotolo era l’onza. Una figura classica dell’ambulante
siciliano era rappresentata, come è noto, dal venditore d’acqua, con i
suoi bicchieri e le sue bottiglie tra le quali primeggiava quella dell’anice.
Qui al museo esiste ancora uno di questi tavolini che vengono chia-
mati zavulidda. Semplice, esso è colorato di giallo; si distingue perciò
da quei tavolini successivi le cui assicelle erano popolate di figure e
di intagli presi evidentemente dalla tradizione dei carretti siciliani.
Con modellini molto precisi, spesso di cartone, ma più spesso ancòra
di terracotta, sono rappresentati gli altri venditori ambulanti come il
fruttivendolo con i suoi panieri colmi di frutta, il venditore di fragole,
il venditore di fichidindia, e quello di cocomeri con la merce appog-
glata a piccole tavole. Il venditore di zucca, invece, adoperava l’asi-
nello e il carrettino. Vi sono poi i venditori di pesce e i friggitori:
dalle sardine ai polipi e al tonno tutto è venduto per la strada. Queste
tiproduzioni sono impressionanti per il loro verismo. Posso ag-
giungere peraltro che passeggiando per la vuceria o per il quartiere
Ballarò di Palermo, io stesso ho potuto incontrare venditori ambu-
lanti non molto dissimili da quelli qui rappresentati.





Due antiche insegne di negozio. La prima riguarda una
bottega di maniscalco, la seconda un’officina di fabbro.

Per quanto riguarda i mestieri sedentari, cioè svolgentisi in un am-
biente, fosse esso una vera bottega oppure la stessa abitazione del-
l’artigiano, si ricorreva ad un’insegna. Il museo contiene parecchie di
queste belle insegne che facevano la loro mostra all’esterno della bot-
tega. Si tratta di tavolette di legno opera di pittori che seguivano tutti
un certo stile tradizionale senza mai alterare il soggetto che serviva a
distinguere il mestiere dell’artigiano. Così ad esempio nell’insegna di
una taverna dove si vendeva soltanto il vino, si ricorreva ad un barile
o al dio Bacco. Quando invece nella taverna si poteva anche pranzare,
l’insegna presentava una tavola imbandita con attorno i commensali.
Spesso sotto l’insegna vi è una vignetta più piccola, con la figura di
un gallo e la proverbiale frase « quando questo gallo canterà qui cre-
dito si farà». Una bellissima insegna ritrae un elegante signore con
il cappello a cilindro, appoggiato al banco, fra due mazzi di sigari
ed una bottiglia, sulla quale è scritto Rapè fino. Si trattava in questo caso
del disegno che i tabaccai di Messina usavano mettere davanti alla
loro bottega. Abbiamo poi un’insegna di maniscalco dove si vede ap-
punto l’artigiano intento a ferrare un nero e vivace destriero al quale
l’aiutante tiene sollevato un piede; a terra si vedono gli arnesi da la-
voro. Sul muro, insieme alla scritta « maniscalco » sono appesi vari
ferri di cavallo. Un'altra insegna molto interessante è quella di un
fabbro ferraio: arnesi da lavoro, un paio di tenaglie, una falce sono
appesi al muro mentre nella scena il fabbro sta battendo col martello
un ferro caldo sull’incudine; in secondo piano il suo aiutante aziona
il mantice della fucina. Altre curiose insegne sono costituite da quelle
dei barbieri, dove si vede l’artigiano intento a insaponare il viso del
cliente, e quelle delle levatrici dove è rappresentata la sedia sulla quale
di solito veniva posta la partoriente.

I lavori delle donne sono anche qui largamente rappresentati, spe-
cialmente per quanto riguarda la filatura e la tessitura. Moltissimi sono
i fusi e le rocche di varie epoche e di varie zone e così alcuni telai, di
costruzione piuttosto semplice e rozza. Bisogna ricordare che i tessuti
hanno sempre avuto un grande valore, tenendo fede alla loro nobile

42

Fener i 2 ia he Ha rg È
È i fio

Tre notevoli esemplari di “fiaschi”’ siciliani, provenienti dalla zona di Caltagirone.

provenienza: fu infatti nel Ziraz della reggia di Palermo che gli arabi
portarono il segreto delle loro tessiture così piene di luci, di colori e
di fasto. Ecco quindi numerosi di questi tessuti, a strisce orizzontali
blu bianche e rosse, o a quadretti di un bellissimo giallo tenue. Queste
frazzate oggi sono ricercate anche come tappeti. Si capisce benissimo
che il discorso intorno a questo lavoro femminile diverrebbe lungo se
dovesse essere analitico perché qui sono conservati almeno settecento
campioni di tali tessuti. Accanto a tale luccichio di colori la donna si-
ciliana ama anche gli abiti a fondo unito: biancoavorio, grigio scuro, 0
rosso mattone. Il nero è segno di lutto, come è noto, ma di nero sono i
manti delle donne e i cappotti degli uomini. Tra le varietà dei costumi
femminili di Sicilia che sono per i competenti ben identificabili non solo
da provincia a provincia ma addirittura da paese a paese, fa spicco il
costume delle donne albanesi di Sicilia (la zona di Piana degli Albanesi)
dove alla ricchezza del bustino ricamato e delle maniche anch'esse ri-
camate va aggiunta una particolare cintura, il brego, che ha una grossa
fibbia spesso in argento, ma qualche volta in lamiera, con un elabo-
rato lavoro a sbalzo che riproduce quasi sempre san Giorgio che uccide
il drago. Particolarmente interessanti e complicati nei loro diversi
significati simbolici sono gli oggetti, le trine, le cinture, i nastri ecce-
tera che sono legati alle cerimonie di fidanzamento e di nozze. Nume-
rosi poi sono i tipi di culle conservate nel museo tra le quali le più
originali sono di tela rossa a forma di barca.

Oltre alle varie manifestazioni del costume religioso dell’isola, tra
le quali stanno i cosiddetti abifini, cioè sacchetti contenenti reliquie e
immagini sacre, vi sono numerosi ex voto in argento riproducenti la
parte anatomica curata, e numerose tavolette dipinte del diciottesimo
e diciannovesimo secolo.

Numerosi e molto belli sono i pani e i dolci festivi che accompa-
gnano le solennità religiose. Questi pani riproducono a volte qualche
organo della santa o del santo cui il popolo si rivolge per guarire. Co-



sì, ad esempio, gli occhi di santa Lucia i quali preservano dalle malattie
degli occhi e sono generalmente preparati a Siracusa; le minnuzgi di
sant’ Agata provenienti dalla provincia di Catania e destinate a preser-
vare le donne dalle malattie delle mammelle; il camnaruggeddu di san
Brasi (san Blasi), un panino spesso a forma di cerchio che serve a pre-
servare dal male di gola. Nei firruzzi di sant’ Aloi (sant’Eligio) è invece
rappresentato un ferro di cavallo essendo il santo, come è noto, pro-
tettore dei cavalli e dei maniscalchi. I cuddureddi di san Giuvanni di Agri-
gento sono a forma rotonda e vengono mangiati durante la festa di
san Giovanni. Rotondi sono pure i panzgi di san Nicola i quali vengono
mangiati nella festa omonima. Tra i dolci festivi molti riproducono la
figura di santi oppure quella del bambino Gesù. Questi ultimi, con
la scritta viva Gesà, si chiamano wustaggola. Troviamo anche il gallo,
il primo animale che cantò per annunziare la nascita del bambino; la
colomba, simbolo dello spirito santo; il pesce, che come è noto si
identifica con Gesù. Moltissimi sono notoriamente i dolci di Pasqua
alcuni dei quali rappresentano un cuore sul quale figurano sei uova
coperte di fiorellini e sono in tal caso il dono fatto da un fidanzato alla
sua promessa. Vi sono poi i cosiddetti pupi cy l’ova i quali sono formati
ora da un’aquila ora da un cavallo ora da un serpente. Su tutti però
prevale l’agnello; su di esso sta l’uovo il quale molte volte è colorato.

Un’intera sala è dedicata ai giuochi da bambini, i quali come è
logico si somigliano un po’ tutti. Troviamo qui le stesse trottole,
gli stessi oggetti coi quali abbiamo giocato anche noi. Particolar-
mente diffusi però sono certi strumenti musicali come ad esempio il
noto scacciapensieri, i tamburi eccetera. Specifici del luogo sono
invece certi fischietti che rappresentano figurine umane, di terracotta,
lavorate grezzamente ma colorate in modo molto vivace. Molto dif-
fusi certi giocattoli indubbiamente non di piacevole ascolto per i
vicini di casa: uno è la /roccala di canna o di legno alle cui parti
superiori sta una rotella dentata che girando intorno al manubrio urta



43



Il “tiluni” (telone) solitamente esposto fuori del teatrino dei
pupi, rappresenta le scene che si susseguiranno durante tutta
la settimana. È insomma una specie di cartellone del programma,

contro una linguetta e produce un rumore chioccio. Simile alla #roccw/a
è la cicala formata da un bicciolo di canna con pergamena tesa ad un
capo donde parte un doppio filo di pelo di coda di cavallo, girevole
per un nodo scorsoio da una stecca. Vi sono poi i vari tipi di flauti
dai quali il pastore siciliano sapeva trarre motivi particolarmente sug-
gestivi malgrado la semplicità dello strumento costituito spesso da
una sola cannuccia con dei buchi molto rozzi.

Particolarmente toccante per la sua ingenuità e l’immediatezza
espressiva è l’arte dei pastori. Il pastore mentre attende, pazientemente
seduto, al suo gregge usa lavorare con un semplice temperino le sue
ciotole di legno, i suoi cucchiai, o altri oggetti di legno che porterà
come dono nuziale alla propria fidanzata. Molti disegni sono di mo-
tivi geometrici e provengono evidentemente dall’antichità più classi-
ca, altri invece rappresentano figure umane (un contadino, un soldato,
un carabiniere, un bandito eccetera). In uno di essi è addirittura rap-
presentato Garibaldi. Altro oggetto in legno, graffito pazientemente
col temperino, è la stecca da busto che verrà donata alla propria donna
come pegno d’amore. Elemento importante nella vita del pastore,
perché unisce all’utilità un valore simbolico che risale evidentemente
ad antiche superstizioni è il bastone. Esso è pazientemente intagliato
con forme di animali e di uccelli oppure qualche volta con motivi geo-
metrici o teste umane. Al museo tali bastoni sono presenti in numero
considerevole. Altri oggetti in legno lavorati pazientemente dal pastore
sono costituiti dai collari sia delle capre che delle mucche. Qualche
volta è ad essi appesa una campana che secondo le credenze popolari
Serve ad allontanare gli spiriti maligni. Le rappresentazioni incise su
questi collari, però, sono spesso di carattere sacro: la sacra famiglia, la
madonna col bambino, Gesù in croce eccetera. Di .una certa toccante e
istintiva commozione è ad esempio un Cristo col volto ormai reclinato
nella morte. L’arte del pastore comprende in questa rassegna anche la la-
Vorazione del corno. Essa richiede un procedimento più complicato per-

In questi due teloni vediamo alcune scene salienti: Orlando che
arresta Sacripante, Rinaldo che lotta contro Marfisa, il torneo a
cavallo fra Orlando e Rinaldo ed infine Rodomonte battuto da
Orlando.

ché occorre anzitutto ammorbidire il corno nell’acqua bollente, poi lo
si incide a punta di coltello. Con il corno si costruiscono in Sicilia quasi
esclusivamente i go/fî, cioè bicchieri e qualche volta i cucchiai. Nei
bicchieri di corno che il pastore adopera correntemente per bere, sono
incisi animali, uccelli, cuori e molto spesso scene d’amore. Altre inci-
sioni di pastori sono quelle praticate su zucche le quali sono adope-
rate come borracce. Il procedimento è semplice: quando il frutto ha
finito di crescere, lo svuotano mettendolo al sole. Il contenuto secco
viene rimosso attraverso un foro praticato al posto del peduncolo.
Sulla parte esterna queste borracce vengono intagliate dai pastori si-
ciliani con motivi vari di carattere profano o religioso. Le figure non
sono incise soltanto sulle due facce ma anche sulla costa della borraccia
stessa. Quest’arte di pastore, pur avendo tutte le caratteristiche inge-
nue dell’arte dei primitivi, ci fa spesso riflettere sulla capacità inventiva
e manuale di questi uomini.

Largamente rappresentata nel museo è l’arte figulina, quella cioè
che dà vita a quelle terrecotte dal colore rosso-mattone che conosciamo
bene. Lo strumento di produzione è rimasto sempre lo stesso e cioè
una pedana la quale, attraverso un asse disposto verticalmente, impri-
me il movimento a un disco sul quale si pone l’argilla modellata a mano.
Poi vi sono due tipi di fornace, uno di forma cilindrica e per due terzi
dell’altezza infossato nel suolo, l’altro di forma conica e diviso in
tre parti orizzontali con distribuzione di fori per il passaggio delle
fiamme tra l’uno e l’altro reparto. Vi sono qui numerosissime le cio-
tole, le scodelle, le pentole eccetera ma, particolarmente belli, sono i
vari recipienti per l’acqua come le baccaredde, provenienti da santo
Stefano di Camastra; i bu74/4 provenienti da Collesano; i ‘’agiri pro-
venienti da Marsala e da Sciacca; i quartara provenienti da Marsala;
i bucali di Licata e di Gela eccetera. Passando alla ceramica,
sempre a colori vivaci e soprattutto tendente al verde al rosso o al
giallo, sono particolarmente notevoli quelle borracce di forma circo-



nella prima foto: tipica cintura, in questo caso in argento
sbalzato, portata dalle donne di Piana degli Albanesi coi
costumi della festa.

nella seconda: un classico pupo del “teatrino”. Armato da
capo a piedi con la luccicante armatura di latta, si tratta
questa volta di un guerriero saraceno.

lare dette darracceddi, i vari tipi di lucerne, particolarmente quelle a
molte fiammelle dette /uzeri granni. Molto importanti come è noto
sono le lucerne a figura umana provenienti da Caltagirone, i vasi con
teste umane, e le-cosiddette grasfe rappresentanti sembianze umane
che in sostanza non erano altro che vasi da fiori. Una vera specialità
dell’arte della ceramica siciliana è costituita dalle figure dei presepi
che sono qui rappresentate a centinaia. Esse sono sempre toccanti e
precise, anche se di valore diverso. Primeggiano fra tutte quelle create
da un vero artista quale Francesco Matera, nato a Trapani e che mo-
rì in Palermo nel 1718. Basterà dire che quando Ludovico di Baviera
allora principe ereditario compì il suo viaggio in Sicilia fu colpito da
queste figure e ne acquistò un buon numero, che ora si trovano al
Bayeriche Nationalmuseum. Il nostro museo comunque custodisce
oltre quattrocento figurine prodotte dal Matera,

Altro ampio settore del museo è riservato naturalmente a quella
realtà siciliana che è giunta fino a noi e che costituisce il cosiddetto
teatro dei pupi. È noto come in Sicilia vi fosse una vera arte dei pu
para, che erano numerosissimi e giravano tutta l’isola. Oggi ne è ri-
masto uno a Palermo, uno a Catania e forse qualcuno nell’interno.
L’opra dei pupi racconta le vicende dei paladini di Francia che han-
no la loro origine dal Pulci, dal Boiardo, dall’Ariosto, ma anche dalle
leggende dei reali di Francia. Sul teatrino, con i suoi ricchi fondali,
le sue tele, le sue quinte appaiono, stretti nella loro armatura di lat-
ta, precisi in ogni particolare, i famosi paladini tesi a combattere l’in-
fedele, a sollevare i deboli, ad uccidere i giganti, a cacciare i saraceni,
e nell’azione essi sono manovrati con tale perizia che il realismo è
veramente incredibile. Il popolo partecipa, con le sue passioni e le
sue simpatie: Rinaldo è il grande eroe da tutti amato, Orlando è con-
siderato forte ma pazzariello, Astolfo, Olivero e gli altri paladini sono
tutti riguardati come uomini d’onore, mentre disprezzato è Gano di
Maganza il traditore. La rotta di Roncisvalle e la morte dei paladini
portano nel pubblico una tristezza vera, mitigata soltanto dalla terri-
bile vendetta esercitata su Gano squartato vivo da quattro cavalli. I
paladini sono tutti riconoscibili dai loro pennacchi e soprattutto dal
loro scudo: ecco Rinaldo col leone rampante su striscia d’oro, Orlando
con la croce, Angelica col giglio su striscia d’oro, Morgante con la
mezzaluna eccetera. I pupi di Palermo sono alti circa settanta centi-
metri, mentre quelli di Catania arrivano ad un metro e forse più. Qui
al museo esistono i cosiddetti #/7 che sono le tele dipinte con le
scene che si rappresenteranno durante tutta la settimana. Questi Y/zi
sono dipinti a mano, seguendo un’antica tradizione che si tramanda di
padre in figlio, dal pyparo stesso, che è anche l’arteficie dei suoi pupi
e delle loro brillanti corazze che ricava da fogli di banda stagnata o
di ottone. Nel museo è riprodotto tale e quale un vero teatrino, con
tutte le sue scene e con tutti i suoi paladini in primo piano. Posso poi
aggiungere che chi vuole assistere ad una vera rappresentazione del
teatro dei pupi può ancora farlo, come l’ho fatto io stesso, in Palermo,
recandosi in via del Pappagallo presso la piazza Marina.

Un’altra sala, che io descrivo per ultima ma che non è certo la
meno importante, è tutta dedicata al carretto siciliano. Il carretto,
come si sa, può considerarsi una vera opera d’arte alla quale parteci-
pano diversi artefici. Il carradore, che costruisce le parti in legno del
carro; il fabbro che costruisce quelle in ferro; l’incisore che lavora ad
intaglio tutte le parti in legno ricavandone sculture bellissime e di-
versissime; il pittore che provvede a dipingere la cassa, il timone, e
soprattutto le fiancate del carretto. I colori come è noto sono vivacis-
simi e le scene movimentate e ardite. Di solito si tratta delle stesse
scene dell’opera dei pupi, scontri di cavalieri cristiani e musulmani,
fatti d’arme dei paladini di Francia, Carlo Magno eccetera. Ma qualche
volta vi sono anche scene diverse prese ad esempio dal teatro lirico
oppure dalla storia vera. Vi sono infatti fiancate che riproducono la
cacciata dei francesi durante il vespro siciliano, come ve ne sono altre
che riproducono l’entrata di Garibaldi a Palermo. Completano il car-
retto le ricche bardature del cavallo, dal sellino al pettorale alla testiera
e al sottopancia.

Ecco così in un museo tanto importante e completo quanto scar-
samente conosciuto, rappresentata tutta la vita e il lavoro di un po-
polo capace di esprimere una profonda quanto istintiva e irruenta
personalità.

45

NASCITA DEL TEATRO MODERNO

di Luciano Lucignani

5. BECKETT E BRECHT

1. La crisi della civiltà, di Huizinga è del 1935, l’anno delle leggi raz-
ziali di Norimberga; l’anno dopo, 1936, muore Pirandello e scompaio-
no, prime vittime dell’imminente bufera, in modo tragicamente ambi-
guo per entrambi, Garcìa Lorca in Spagna e Gorkij in Russia. Poi,
ancòra una brevissima stagione d’illusioni, un ultimo residuo di “belle
époque”, quindi le nubi che da oltre vent’anni si stavano addensando
sui cieli d’Europa si aprono e la bufera spazza il mondo. Pirandello
scriveva quando ancòra la terra non aveva tremato, Beckett dopo,
quando ormai tutto è finito. Il sereno è tornato, ma intanto, chi potrà
dimenticarlo?, c'è stata Hiroshima. Il paesaggio che si presenta agli
occhi dei personaggi di Beckett è, appunto, quello di “dopo” (dopo
la guerra atomica, dopo il diluvio, dopo l’apocalisse?): un pallido sole
illumina tutto ciò che rimane della terra e della vita, un albero schele-
trico, una distesa d’erba inaridita, un mare deserto color del piombo
fuso. L’assurdo, in questo quadro che sarebbe da ottimisti definire deso-
lato, è che vi appaiano delle figure umane: come Vladimiro ed Estra-
gone i due vagabondi (tali sembrano, almeno) che passano il tempo,
come dice il titolo della più famosa “commedia” di Beckett, Aspe-
tando Godot. Chi è Godot? Può essere Dio, ma può essere anche molte
altre cose: ciò che conta è il fatto di essere continuamente atteso e di
rinviare sempre il proprio arrivo. Perché, allora, Vladimiro ed Estra-
gone non se ne vanno? Perché, come dice la prima battuta della com-
media, essi non hanno « niente da fare », anzi perché non c’è « niente
da fare ». È come l’introduzione del tema d’una sinfonia, questo « nien-
te da fare »: essi più che attendere sono condannati all’attesa. Pareva
difficile che si potesse andare oltre, dopo l’attesa del signor K, nel
Processo di Kafka: ma Beckett è andato più in là, i suoi personaggi
non hanno alcuna curiosità, non sperano nulla, non credono in nulla,
attendono e basta, attendono perché non c’è « niente da fare », esi-
stere (non “vivere”) e basta. Così anche Hamm e Clov i due gioca-
tori dell’agghiacciante Finale di partita: l’interminabile chiacchierìo
del primo e l’ostinato andirivieni del secondo sono entrambi gratuiti,
Senza scopo. I personaggi di Beckett non hanno né avvenire né pas-
sato, e il tempo non è per essi una dimensione spirituale: anche il pre-

Lo scrittore e drammaturgo! irlan-
dese Samuel Beckett.



sente è fatto di « attimi nulli » come dice Hamm, « sempre nulli, ma che
fanno che il conto torni, che la storia si chiuda » (questo, sia detto per
inciso, è uno dei fondamentali capovolgimenti attuati da Beckett ri-
spetto ai drammaturghi che lo hanno preceduto, rispetto a Cechov,
per esempio). Perché dunque prender partito, impegnarsi, decidere,
dal momento che nulla cambierà mai? L’uomo agisce solo in vista
d’un fine sia pure minimo, illusorio, utopistico, d’un sia pur improba-
bile futuro; ma. ciò implica, direbbe Beckett, appunto i concetti di
“fine” e di “futuro”, mancando i quali l’azione diventa gratuita, per
niente (un libro suo s'intitola proprio Novelle e testi per niente). Ecco
l’ultima scena di Aspettando Godot:

Silenzio. Vladimiro fa un balzo improvviso in avanti, il ragazzo scappa come una
freccia. Silenzio. Il sole tramonta, sorge la luna. Vladimiro rimane immobile. Estragone
si sveglia, si toglie le scarpe, si alza con le scarpe in mano, le posa davanti alla ribalta,
si avvicina a Vladimiro e lo guarda.

EsrraGoNE — Che hai?

VLapimiro — Niente.

EsrraGONE — Io me ne vado.

VLapiMmIiro — Anch'io. (Silenzio)

EsrrAaGoNE — È da tanto che dormivo?
VLapimiro — Non so. (Silenzio)

EsrRAGONE — Dove andiamo?

VLapIMIRO — Non lontano.

EsrrAGONE — No, no, andiamocene lontano di qui!
VLAapIMIRO — Non si può.

EsrraGONE — Perché?

VLApIMIRO — Bisogna tornare domani.

EsrraGoNnE — A far che?

VLapIMIRO — Ad aspettare Godot.

EsrragoneE - Già, è vero. (Pausa) Non è venuto?
VLapimiro — No.

Esrragone — E ormai è troppo tardi.

VLapIiMmiRo — Si è notte.

EsrragoNE — E se lo lasciassimo perdere? (Pausa) Se lo lasciassimo perdere?
VLapIMIRO — Ci punirebbe. (Silenzio. Guarda l’albero) Soltanto l’albero vive.
EsrRAGONE — (guardando l'albero) Che cos'è?
VLapimiro — È l’albero.

EsrraconE — Volevo dire di che genere?



sopra: due scene di “Madre Coraggio e i suoi figli” di Bertolt Brecht, messo in scena
dallo stesso Brecht ai kammerspiele di Monaco.

sotto: una scena di “Finale di partita” di Samuel Beckett, messo in seena da Dado Trion-
fo alla Borsa di Arlecchino di Genova.



VLADIMIRO — Non lo so. Un salice.

EsrrAGONE — Andiamo a vedere. (Trascina Wladimiro verso l’albero. Lo guardano
immobili. Silenzio). E se c’impiccassimo?

VLapiMiro — Che cosa?

EsrRAGONE — Non ce l’hai un pezzo di corda?

VLapIMIRO — No.

EsrrAGONE — Allora non si può.

VLADIMIRO — Andiamocene.

EsrrAGONE — Aspetta, c’è la mia cintola.

VLADIMIRO — È troppo corta.

EsrraconE — Mi tirerai per le gambe.

VLapIMIRO — E chi tirerà le mie?

EsrRAGONE — È vero.

VLapIMIRO — Fa vedere lo stesso. (Estragone si slaccia la corda che gli regge i panta-
loni. Questi che sono larghissimi, gli si afffosciano sulle caviglie. Tutti e due guardano
la corda). In teoria dovrebbe bastare. Ma sarà solida?

EsrRAGONE — Adesso vediamo. Tieni.

Ciascuno dei due prende un capo della corda e tira. La corda si rompe facendoli quasi
cadere.

VLapIMIRO — Non val niente. (Si/enzio)

EsrragGoNnE — Dicevi che dobbiamo tornare domani?

VLADIMIRO — SÌ,

EsrRAGONE — Allora ci procureremo una buona corda.

VLapIMIRO — Giusto. (Silenzio)

EstRAGONE — Didi.

VLaADIMIRO — Sì.

EsrraGoNE — Non posso più andare avanti così.

VLADIMIRO — Sono cose che si dicono.

EsrRAGONE — Se provassimo a lasciarci? Forse le cose andrebbero meglio.

VLapiMIRO — C’impiccheremo domani. (Pausa) A meno che Godot non venga.

EsrRAGONE — E se viene?

VLaDpIMIRO — Saremo salvati. (V/adizziro si toglie il cappello — che è quello di Lucky —
ci guarda dentro, ci passa la mano, lo scuote, lo rimette in testa).

EsrrAGONE — Allora andiamo?

VLapIMIRO — I pantaloni.

EsrRAGONE — Come?

VLapIMIRO — I pantaloni.

EsrRAGONE — Vuoi i miei pantaloni?

VLaDIMIRO — Tirati su i pantaloni.

EsrtRAGONE — Già è vero. (Si tira su i pantaloni. Silenzio)

VLapIMIRO — Allora andiamo?

EsrRAGONE — Andiamo,

Non si muovono.

Il paradosso, in tutto ciò, è che Beckett riesca in questa specie di
indiretta “prova del dramma”. Nulla infatti sembrerebbe più lontano
da qualsiasi possibile idea del teatro che un’azione senza significato
evidente o delle parole che non ambiscono a esprimere nulla oltre ciò
di cui palesemente trattano. Beckett invece fornisce la testimonianza
del contrario: questa azione e queste parole, alla lettura o sul palcosce-
nico, ci incuriosiscono a tal punto da indurci a cercare almeno un senso,
una possibile, inevitabile, diremmo, partecipazione. Malgrado tutto,
si constata che c’è ancora soltanto una maniera per distruggere il teatro,
per annullare il suo valore di imitazione simbolica, ed è quella di non
farlo, di non scriverlo, cioè, e di non rappresentarlo. È anche questo
che Beckett, volente o no, riesce a provarci.

2. Nelle poesie postume di Bertolt Brecht ce n’è una che s'intitola
Ferro e dice:

In sogno stanotte

ho visto una grande tempesta.

S’aggrappava alle impalcature,

e strappava i ponteggi

che erano di ferro.

Ciò che era di legno, invece,

si piegava e restava.

Il senso di questa allegoria è fin troppo evidente, ma merita una
considerazione particolare perché rappresenta una costante dell’ispi-
razione drammatica di Brecht. Almeno due dei suoi drammi maggiori,
Madre Coraggio e î suoi figli e Vita di Galileo sono ispirati in modo di-
retto da questo atteggiamento. Tutte o quasi le maggiori opere di
Brecht furono scritte nei quattordici anni d’esilio, che furono anche
anni di persecuzione, di guerra, d’oscurità; anni, però, nei quali egli
accrebbe anche la sua esperienza dell’arte e della vita. Come scrive
uno dei suoi più intelligenti biografi, John Willett, Brecht rappresenta
da un certo punto di vista un caso assai curioso: sospetto per le sue
opinioni politiche, ma apprezzato per la sua originalità letteraria in
occidente, e discusso per le sue posizioni estetiche ma rispettato per



la reputazione politica in oriente, l’indiscutibile coerenza ideologica
non andò mai disgiunta, in lui, da una innegabile astuzia. Non esitò
un momento a trasferirsi dalla Svizzera, dopo il ritorno in Europa, a
Berlino est, ma dopo aver rinnovato il proprio contratto con un edi-
tore della Germania occidentale. Nel saggio diffuso clandestinamente
nella Germania di Hitler nel 1934 e intitolato Cinque difficoltà per chi
scrive la verità (un titolo che ricorda Lutero), sosteneva appunto che
« chi intenda ai nostri giorni combattere la menzogna e l’ignoranza e
dire la verità» ha bisogno, fra l’altro, di astuzia per divulgarla. Brecht
citava in proposito molti esempi, presi da Confucio e da Shakespeare,
da Swift, da Voltaire e da Lenin; ma le sue argomentazioni, lucide e
persuasive, erano di carattere generale e quindi applicabili a qualsiasi
situazione analoga, anche alla Russia di Stalin, per esempio. Del resto
Brecht, benché fosse l’unico grande scrittore marxista dopo Gorkij,
è stato praticamente ignorato nell’Unione Sovietica, fino al XX con-
gresso del Pcus e al successivo “disgelo”. Sul piano teorico era facile
rendersi conto dei contrasti fra la politica artistica sovietica, basata sul
concetto della direzione ideologica del partito comunista e le conce-
zioni brechtiane del teatro epico, dell’effetto di estraniazione e del
rifiuto di ogni naturalismo (compreso quello di Stanislavskij e del
suo metodo, che in quegli anni era stato assunto a modello ufficiale
del teatro sovietico). Ma sul piano pratico tutto questo era meno evi-
dente: pure, i sovietici rimproveravano a Brecht di aver scelto la Ca-
lifornia come sede del suo esilio, criticavano la mancanza, nei suoi
drammi, d’un “eroe positivo”, e soprattutto si rendevano conto che
il suo “formalismo” (tutto ciò che non era “realismo socialista” era,
per i discepoli di Zdanov, ‘formalismo’’) somigliava moltissimo a
quello che nell’Urss era stato lo stile degli spettacoli di Mejerchold
(allora deportato in Siberia e depennato, perciò, da qualsiasi “storia”
del teatro russo). Quando a Berlino est fu rappresentata Madre Coraggio
e i suoi figli, unanimemente ritenuta una delle opere più belle di Brecht,
i “critici di partito” fecero critiche severissime tanto al dramma in sé
quanto alle concezioni da cui era dettato. Ciò che veniva soprattutto
rimproverato a Brecht era la scarsa coscienza politica della sua prota-
gonista, la vivandiera Anna Fierling; essa infatti alla fine del dramma,
benché la guerra le abbia portato via tutti e tre i figli, insegue ancòra
gli eserciti in marcia, per poter continuare a vendere ai soldati la sua
acquavite e le sue cianfrusaglie. Brecht rispose alle critiche augurandosi
che gli spettatori avessero quella coscienza che faceva difetto alla sua
protagonista; ma l’atteggiamento dei suoi critici non mutò. Anche
Galileo è tutt’altro che un personaggio “positivo”; Brecht cominciò
a pensare al dramma nel 1937, mentre era in Danimarca, e lo rappre-
sentò a Hollywood nel 1947 (l’edizione europea, del 1943, fu data a
Zurigo dal regista Leopold Lindberg, quasi all’insaputa dell’autore).
Solo al momento di metterlo in scena a Berlino est, nel 1956, Brecht
pubblicò alcune zofe che avevano lo scopo di chiarire la sua personale
posizione rispetto a Galileo: in esse più volte è detto che la « colpa di
Galileo » va considerata come «il peccato originale delle scienze empi-
riche moderne ». Pur non dubitando della sincerità di Brecht non si
può fare a meno di constatare che il dramma letto attentamente, senza
spirito di parte, è in contraddizione con questa interpretazione. Troppo
rispettoso della verità storica Brecht non poteva ignorare che, dopo
l’abiura e malgrado le gravi difficoltà opposte dall’Inquisizione, Galileo
continuò a lavorare occupandosi del metodo di determiriazione delle
longitudinali e preparando l’edizione veneziana dei suoi Discorsi che
uscirono quattro anni prima della sua morte, cioè nel 1638. Certo, se
Galileo non avesse pronunciato l’abiura noi oggi avremmo un martire
di più, un eroe del pensiero: ma è questo quello che importa? Brecht
mette un’invocazione in bocca ad Andrea Sarti, il discepolo di Galileo
(quadro XIII): « Sventurata la terra che non produce eroi! » grida Sarti.
E Galileo risponde: « No. Sventurata la terra che ha bisogno d’eroi! ».
Dov'è la saggezza, dov’è la consapevolezza, l’umanità, il realismo po-
litico? Il 1937, l’anno in cui Brecht formulò l’idea di scrivere un dram-
ma su Galileo è anche l’anno dei grandi processi di Mosca, l’anno in
cui una nuova Inquisizione approntava i suoi tribunali, pronunciava
le sue condanne, eseguiva le sue sentenze, ma soprattutto pretendeva
le sue abiure. È il caso di domandarsi: Brecht, che ne sapeva? Negli
anni seguenti fu la volta di Trotzkij, di Mejerchold, colpevole di cre-
dere non già che la terra girasse e il sole fosse il centro del mondo, ma

ua

47

Il drammaturgo e poeta
tedesco Bertolt Brecht.



di preferire il “formalismo” al “realismo socialista”; è il caso di doman-
darsi, ancòra: Brecht, che ne sapeva? Coloro che gli chiedevano il
“personaggio positivo” dovevano sapere come la sua opinione non
fosse troppo addomesticata, se, in definitiva, lo lasciarono lavorare
con una certa tranquillità. Morì nell’agosto del 1956, mentre stava
portando a termine le prove della Vita di Galileo. Il mondo era ancòra
sotto l’impressione del rapporto Kruscev, e in quell’autunno gli
studenti di Budapest scesero nelle vie; i carri armati sovietici avevano
già messo tutto a tacere quando a Parigi uscì il numero speciale della
rivista di Sartre, Les femps modernes contenente la famosa antologìa
degli scrittori ungheresi: fra l’altro, conteneva l’ultima scena d’un
dramma fino allora censurato da Rakosi, il capo dell’Inquisizione unghe-
rese. L’autore si chiamava Laszlo Nemeth e il dramma s’intitolava,
semplicemente, Galilei: un personaggio questo Galilei, ancòra attuale
a tre secoli e più di distanza.

3. Beckett e Brecht concludono il nostro rapido panorama lungo
un secolo e mezzo di storia del dramma e del teatro. Oggi nuovi nomi
di autori, nuovi titoli di opere appaiono sui manifesti di Broadway,
degli Champs-Elysées, della Kurfustendamm, del West End, nuovi
personaggi salgono alla ribalta per imitare nella loro azione fantastica
e simbolica le nostre azioni reali, chiarirle, spiegarle; ma non ci sono
per ora indicazioni così diverse da quelle con le quali abbiamo termi-
nato il nostro racconto, siamo ancòra nello spazio limitato, da una
parte dal « niente da fare » di Beckett e dall’altra dal « procedi con
astuzia » di Brecht. Viviamo, del resto, in tempi nei quali i doveri e
i còmpiti appaiono oscuri, e chi non vuole ripeterci vecchie (e ormai
inutili) verità, non può dirci parole che vincano la nostra perplessità
e il nostro timore. Siamo in una fase di transizione del dramma, perché
siamo in una fase di transizione della moralità: il mondo non offre
una scelta plausibile fra modi d’essere esemplari, e perciò la scena è
vuota, e i riflettori illuminano il silenzio. Solo gli ottimisti e gli ingenui
possono ancòra credere che sia soltanto questione di una crisi del
dramma e del teatro.

48

ANTONIO ERNESTO ROSSI, UNA VITA AL SERVIZIO DELLA |
SIDERURGIA ITALIANA



Si è spento il 18 marzo a Genova, all’età di settantanove anni, il ca-
valiere del lavoro dottor Antonio Ernesto Rossi, che fu presidente della
Finsider e dell’Italsider. Il suo nome resterà iscritto per sempre nella storia
dell’industria siderurgica italiana, di cui egli è stato per un lunghissimo
periodo di tempo una delle figure più rappresentative e prestigiose. A capo
alternativamente delle due più grandi aziende siderurgiche italiane, Ilva
e la Cornigliano, e della finanziaria capogruppo Finsider, egli ha parte-
cipato attivamente, con l'apporto della sua grande competenza tecnica e
della sua capacità organizzativa, a quella imponente opera di rico-
struzione prima, e poi di sviluppo e di potenziamento, che ha portato
la siderurgia italiana ad uno dei primi posti nella scala dei valori europei e
mondiali.

All’industria dell’acciaio Antonio Ernesto Rossi ha dedicato tutta la
sua vita : una vita intensa d’attività e feconda di risultati. Nato a Sarzana
il 24 aprile del 1886, si laureò a soli vent'anni in chimica presso l’univer-
sità di Genova e iniziò la sua carriera nel 1907 în quello stabilimento di
Savona della Società Siderurgica Savona che doveva più tardi entrare a
far parte del complesso Ilva. Passò un anno più tardi a Portoferraio quale
assistente tecnico presso l’acciaieria Bessemer, avendo sùbito modo di porsi
in luce per le sue notevolissime capacità.

Nel settembre del 1909 passò a Bagnoli come capo dei laboratori del
nuovissimo stabilimento Ilva. Tre anni più tardi lo troviamo nello stabili-
mento Ilva di Pra, di cui fu dapprima capo servizio dell’acciaieria, poi

vice direttore e infine, nel 1920, direttore. Pochi anni più tardi l’Ilva lo
chiamò presso la propria direzione generale come capo dei servizi tecnici
e successivamente come direttore centrale con l’incarico di dirigere i nuovi
impianti della società, incarico che egli assolse brillantemente.

Nominato direttore generale della Finsider nel febbraio del 1940, nel
1945 assunse la direzione generale dell’Ilva che aveva visto quasi intera-
mente distrutti dai bombardamenti i suoi stabilimenti a ciclo integrale e
gravemente danneggiati gli altri, e che doveva ora affrontare il duro, spi-
noso cammino della ricostruzione e della riorganizzazione. Antonio Ernesto
Rossi dedicò a quest'opera le sue migliori energie.

Nel 1948 fu nominato presidente dell’Ilva e, insieme, della nuova società
che si accingeva a ricostruire, con nuovissimi concetti, lo stabilimento a
ciclo integrale di Cornigliano.

Ritornò alla Finsider, come presidente, nel 1953 e vi rimase per cinque
anni, mantenendo nel frattempo la presidenza della società Cornigliano.
Lasciata nel 1958 la presidenza della Finsider, fu rieletto nel maggio del *61
presidente dell’Ilva, e sùbito dopo dell’Italsider, nata în quell’anno dalla
fusione dell’Ilva con la Cornigliano.

Nel maggio del 1962 rinunciò al gravoso incarico. Ma l’età avanzata
non gli impedì di offrire ancòra alla siderurgia italiana il prezioso apporto
della sua esperienza e della sua attività. Fino all’ultimo giorno della sua
vita è rimasto consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo
dell’Italsider e della Finsider.



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