Rivista Italsider, n. 1, 1965

Contenuto

Rivista Italsider, n. 1, 1965
Tipologia
Periodico a stampa
Descrizione
In copertina: Enzo Mari "struttura n. 382" - 1958.
Seconda di copertina: cancello in ferro battuto nell'antica chiesa di san Colombano a Bobbio.
Terza di copertina: un modernissimo cancello in ferro, realizzato da Carlo Scarpa per il negozio Olivetti a Venezia.
Quarta di copertina: antica insegna dell'albergo "alla bella Venezia" dipinta a colori su ferro.

Immagini in evidenza:
- Una veduta generale del treno riduttore (p. 10)
- Un eloquente esempio dell'efficienza dei guardrails (p. 17)
- Un oggetto interamente in ferro: un serpente (p. 29)
- Museo di Castelvecchio in Verona: l'ardita sistemazione della statua di Cangrande della Scala (p. 32)
- Un bozzetto teatrale del pittore e scenografo italiano Enrico Prampolini (1925) (p. 34)

Sommario:
- Un'inchiesta sull'Europa di fronte ai paesi in vi di sviluppo, p. 2
- Il nuovo impianto di Piombino per tubi saldati di piccolo diametro, p. 9
- Necessità di un centro di documentazione, p. 11
- Guardrails = via sicura, p. 16
- Libri per il personale: un'importante iniziativa culturale dell'Italsider, p. 18
- Problemi e struttura dell'industria in uno studio di Pasquale Saraceno, p. 22
- Il professor Silvio Golzio nuovo direttore generale dell'IRI, p. 25
- La sedia carolingia ritrovata a Genova, p. 26
- Gli ultimi artigiani del ferro, p. 28
- Ferro in città, p. 30
- La produzione di Carlo Scarpa, p. 31
- Nascita del teatro moderno - 4, p. 34
- La formazione del personale nelle aziende industriali, p. 39
Data testuale
1965 gennaio- febbraio
Consistenza
pp. 40
Stato di conservazione
Buono
Soggetto produttore
Ilva - Italsider (1897 - 1986)
Identificativo
PER.000354/25
Collocazione
Emeroteca
contenuto
RIVISTA ITALSIDER











CR dai
la copertina: Enzo Mari “struttura n. 382”

- 1958 - cm. 32x32x16 - acciaio e laminato
plastico.

2° di copertina: cancello in ferro battuto nel-
l’antica chiesa di san Colombano a Bobbio
(Piacenza).

3° di copertina: un modernissimo cancello in
ferro, realizzato da Carlo Scarpa per il negozio
Olivetti a Venezia.

4° di copertina: antica insegna dell’ albergo
“alla bella Venezia” dipinta a colori su ferro.
Museo di Treviso.

RIVISTA ITALSIDER

bimestrale d’informazione aziendale per il
personale dell’ Italsider - Anno VI - n. 1 -
gennaio-febbraio 1965

comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Luciano
Rebuffo

direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi

segreteria di redazione: ufficio pubbliche rela-
zioni Italsider - via Corsica 4 - Genova -
telefono 5999

in questo numero fotografie di: Ansa - Fotostudio
Cantera, Roma - E. Carmi, Genova - Civilini,
Piombino - P. Gloriani, Roma - F. Leoni,
Genova - E. Mari, Milano - P. Monti,
Milano - U. Mulas, Milano - Publifoto,
Genova e Milano - Publifoto-Keystone, Roma
- Seifert, Stoccarda - A. F. Suriano, Roma.

La riproduzione è subordinata alla citazione
della fonte.

Autorizzazione del tribunale di Genova n. 516
in data 28 dicembre 1960 - Spedizione in
abbonamento postale - gruppo IV

Stampa AGIS-Stringa - Genova -
Clichés: Ceriale - Genova; Denz - Berna

Carta: Solex-Burgo.



Enzo Mari, nato nel 1932, vive e lavora a Milano dove, oltre alla ricerca pura, si occupa di design.
Nel 1952 ha iniziato una serie di ricerche sui rapporti fra colore e volume, sulla cinematica
e sulle variazioni tematiche a tre dimensioni in rapporto al movimento e al tempo,
anticipando l’interesse attuale per questo genere di ricerche. Nel 1964 ha esposto alla
Biennale di Venezia, alla mostra “Nuova tendenza” presso il museo del Louvre a Parigi,
alla mostra “Arte programmata” presso la New York University. Quest'anno espone
alla mostra “The responsive eye” presso il Museum of Modern Art di New York.
Coordinatore del movimento “Nuova tendenza”, sta organizzando per Zagabria la terza

manifestazione.

IN QUESTO NUMERO

Un’inchiesta sull’Europa di fronte ai paesi in via di sviluppo di Francesco Cesare Rossi

Pubblichiamo la prima parte di un’inchiesta comprendente le interviste con il ministro presidente
del comitato dei ministri per il Mezzogiorno Giulio Pastore e con il sottosegretario agli affari
esteri onorevole Mario Zagari; con il professor Giuseppe Petrilli presidente dell’Iri, con il
professor Ernesto Manuelli presidente della Finsider, e con il giornalista professor Francesco Forte
docente di scienza delle finanze all’università di Torino.

Il nuovo impianto di Piombino per tubi saldati di piccolo diametro

È entrato da poco in funzione a Piombino, presso il centro Italsider, il tubificio per tubi saldati
di piccolo diametro, primo dei nuovi impianti in corso di realizzazione nella zona di ampliamento
del centro stesso.

di Silvio Ceccato

Silvio Ceccato, studioso e realizzatore di apparecchiature cibernetiche noto in tutto il mondo,
sostiene in questo articolo la necessità di un centro di documentazione, anche per coloro che
recalcitrano ad essere informati.

Necessità di un centro di documentazione

Guardrails = via sicura

3u di Aldo Castellana
Un documentatissimo esame dei vantaggi forniti, alla luce delle statistiche, dai guardrails. per
limitare gli incidenti automobilistici.

Libri per il personale: un’importante iniziativa culturale dell’Italsider

Una seconda illustrazione dell’iniziativa editoriale intrapresa dall’Italsider e un resoconto del convegno
degli editori da essa promosso.

Problemi e struttura dell’industria in uno studio di Pasquale Saraceno di Sergio Vaccà

Una sintetica recensione a cura del professor Sergio Vaccà, direttore dell’istituto ligure di
ricerche economiche e sociali, e un capitolo da “La produzione industriale” di Pasquale Saraceno,
dedicato alla congiuntura.

Il professor Silvio Golzio nuovo direttore generale dell’IRI

La sedia carolingia ritrovata a Genova di Adriano Peroni

Nel greto del Bisagno è stata ritrovata la “sella plicatilis”, un capolavoro in ferro ageminato
dell’alto Medioevo, scomparsa nel settembre scorso dai musei civici di Pavia.

Gli ultimi artigiani del ferro di Luciano Rebuffo
Una visita ad Acqui nell’officina di due artigiani del ferro che lavorano come si lavorava nel
Rinascimento.

Ferro in città

La produzione di Carlo Scarpa di Vincenzo Lacorazza

Presentazione di un costruttore ed allestitore italiano ben noto per le sue opere di estremo rigore
ed eleganza.

Nascita del teatro moderno - 4 di Luciano Lucignani

Il prologo del caos: da Ibsen a Pirandello.
La formazione del personale nelle aziende industriali

Una sintesi degli interventi alla tavola rotonda indetta dall’Iri per la presentazione di una raccolta
di saggi di eminenti studiosi dei problemi della formazione professionale.

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UNA INCHIESTA SULL'EUROPA DI FRONTE AI PAESI

IN VIA DI SVILUPPO

a cura di Francesco Cesare Rossi

1. @Quali sono le idee-forza che l'Europa può trasmettere ai paesi in via di sviluppo,
nello spirito delle tradizioni politiche e culturali del nostro continente?

2. AI delle ideologi iche tradizionali e dell’ spirito mercanti-
listico e colonialistico, qual è la migliore politica d’investimenti nei paesi in via
di sviluppo?

3. Nei confronti della Comunità Economica Europea, qual è la più realistica politica
d’intervento da suggerire ai paesi europei?
Esiste, a Suo avviso, una politica comune verso i paesi in via di sviluppo e, se mai,
quale potrebbe essere?

Queste sono le domande che abbiamo posto a quattordici per-
sonalità francesi e italiane. Perché abbiamo scelto la Francia e l’Italia?
La prima è stata una delle ultime potenze europee ad esercitare un
controllo politico ed economico in paesi in via di sviluppo e a risen-
tire maggiormente i contraccolpi politici derivanti principalmente dal-
l'abbandono di tale ingerenza diretta; la seconda, pur dovendo risol-
vere un problema secolare interno di sottosviluppo economico e so-
ciale, partecipa attivamente — soprattutto con investimenti provenienti
dal settore pubblico dell'economia industriale — allo sviluppo di
alcuni paesi africani e dell’ America latina.

Le dimensioni del problema dell’assistenza ai paesi in via di svi-
luppo hanno assunto, negli ambienti democratici europei, proporzioni
che vanno al di là della tradizionale simpatia verso il cosiddetto “Terzo
Mondo”: non soltanto l’acquisizione di muovi mercati per investi-

menti diretti, ma la consapevolezza che l’Europa, nella complessità
delle sue esperienze politiche e culturali, si trova di fronte a scelte
unitarie per un fondamentale motivo di responsabilità comune.

AI di fuori della contingente politica dei governi europei, e so-
prattutto di quello francese, l’aspetto dell’aiuto ‘multilaterale’ ai
paesi in via di sviluppo si riveste — come testimoniano le risposte
alla nostra inchiesta — di una forte carica ideale. A noi sembra, cioè,
di riscoprire un mondo democratico europeo che s’interessa con con-
sapevolezza delle nuove vie per dar respiro al vecchio continente: s’in-
travede l’intuizione di una prospettiva europea nuova nella quale
l'influenza della tecnologia, della sociologia e delle lotte politiche de-
mocratiche, assumono un valore esemplare.

Se volessimo passare in rassegna le teorie economiche di marca
europea e nordamericana sui problemi del sottosviluppo, ci accorge-
remmo che un saggio introduttivo non basterebbe: in questo momento
contano soprattutto, se si vuol capire il nuovo spirito europeistico —
dopo quello barricadero degli anni Cinquanta — le opinioni degli
uomini politici. Si tratta di capire dov'è il “ponte” democratico euro-
peo verso i paesi in via di sviluppo. La scelta dei modi di intervento è
essenziale per stabilire la futura strategia politica comune che, in Francia
e in Italia, saranno le circostanze politiche a determinare. Ma, a nostro
avviso, questa introduzione alla scelta comune d’intervento dovrebbe
essere preliminare: le scelte economiche, infatti, debbono essere sor-
rette da una ferma volontà politica che tenga conto anche delle più
valide esperienze culturali e imprenditoriali europee di questi anni.









Mi preme accennare che senza politica comune i singoli paesi europei potranno otte-
nere vantaggi limitati nel tempo, ma non riusciranno a promuovere un vero sviluppo
delle zone arretrate e quindi su scala mondiale.

Per rispondere compiutamente alla prima domanda mi pare necessario
prendere le mosse da quelle che possono essere considerate le caratteristiche
qualificanti l'atteggiamento culturale, o meglio, ‘lo spirito” europeo che,
attraverso un lungo processo di maturazione storica, ha teso piuttosto
ad omogeneizzarsi che non a frammentarizzarsi. Si tratta di un problema
complesso le cui implicanze si proiettano in sede storica, filosofica, eco-
nomica e sociologica. Di ciò si ebbe conferma già nel 1946, quando a Gi-
nevra, nella serie delle ‘‘Rencontres internationales” si dibattè il tema
dello ‘spirito europeo”. Il dibattito fu ampio e le tesi sostenute assai ete-
rogenee ciononostante, proprio la diversità delle idee che allora e più tardi
vennero a delinerarsi, ritengo possa fornire la chiave di volta per indivi-
duare l’essenza del patrimonio culturale dell'Europa. A ben considerare,
infatti, è proprio la capacità di dialogare e, quindi, di convivere rispet-
tando democraticamente le idee altrui, che costituisce l'intimo sostrato
dello ‘spirito europeo”.

A questo spirito si richiamavano i primi pensatori e le città-stato elle-
nici e poi, per indicare solo alcuni nomi, Rousseau, Mazzini e, appena
ieri, Giovanni XXIII ; în questo spirito, tollerante e privo di preconcetti,
si inquadra la migliore tradizione politica del nostro continente. Sul piano
morale ciò equivale a puntualizzare l'esigenza, fatta valere da papa Ron-
calli, di «non confondere l’errore con l’errante », salvaguardando i valori
ideali propri senza far forza su quelli altrui ; sul piano politico significa
porre in primo piano l'istanza sociale di cui sono inderogabili presupposti
la giustizia e la libertà.

Se questa è la caratteristica peculiare del comune patrimonio culturale
dell’ Europa moderna, non si deve dimenticare l’altro aspetto, ad essa com-
plementare, che si manifesta nella ‘‘coscienza storica” delle proprie tradi-
zioni, consapevolmente accettate in una prospettiva democratica volta a
coglierne i motivi più validi senza precludersi l’accesso a prospettive ideali
nuove ed originali.

I paesi dell’ Asia, dell’ Africa e dell’ America latina, pur nella diversità
dei regimi politici che li governano, non possono non tenere conto dell’am-
plissimo patrimonio culturale che l'Europa può trasmettere loro ; è chiaro,
peraltro, che non deve trattarsi di una pura e semplice trasmissione di
contenuti ideologici : ciò risulterebbe non solo antistorico ma anche contro-
producente. È necessario, viceversa, favorire una maggiore presa di coscienza
dei valori della civiltà europea da parte dei paesi in via di sviluppo, sicché
essi possano trarne le tendenzialità più feconde ed idonee a venire inserite
nei singoli tessuti culturali e tradizionali, Tale funzione può essere util-
mente assolta a condizione di tenere presente la genuina connotazione
democratica, nel senso che ho cercato di delineare, dello “spirito europeo”.

Il capitalismo di rapina, con investimenti privati volti ad ottenere il
massimo profitto, preferibilmente nel breve periodo, si è rivelato disastroso

GIULIO PASTORE

È nato nel 1902. Operaio tessile fino a diciassette anni, organizzatore
sindacale e direttore del “Cittadino” di Monza. Partecipò alla lotta
di liberazione; fu consultore nazionale ed è deputato dal ’46; fondò
la CISL nel 1948. È ministro presidente del comitato dei ministri per
il Mezzogiorno dal 1958, autore di numerosi articoli i più significa-
tivi dei quali sono stati raccolti recentemente dall’editore Vallecchi
con il titolo “I lavoratori e lo stato”.

per lo sviluppo dei paesi cosiddetti arretrati, suscitatore di tensioni spesso
intollerabili, incapace di promuovere un graduale processo espansivo. Fra
l’altro, in una situazione in cui questi investimenti non possono essere pro-
tetti dalla potenza militare e dalla pressione politica delle nazioni domi-
nanti essi, alla lunga e, salvo casi eccezionali, si rivelano nocivi anche
per gli stessi paesi che ne traggono beneficio immediato.

D'altro canto, non pare, salvo alcuni casi resi possibili da costi umani,
civili, e politici esorbitanti (URSS e Cina), che ci si possa ancora illudere
sulla possibilità di ottenere uno sviluppo adeguato, in un periodo di tempo
ragionevole, con le sole risorse interne dei paesi in via di sviluppo.

È quindi importante stabilire una distinzione fra l’aspetto arcaico degli
investimenti capitalistici, che deve essere condannato recisamente, e la
obiettiva esigenza di un ricorso alle risorse esterne.

Gli aspetti fondamentali da sottolineare, che esigono, però, ancora
molti approfondimenti, mi sembrano i seguenti :

a) l’unico àmbito dal quale possono essere prelevate risorse presumibilmente
adeguate ai bisogni dei paesi in via di sviluppo è — almeno nel breve pe-
riodo — quello del cosiddetto mondo occidentale, nei suoi due grandi poli
e submercati : gli USA e la Comunità Europea. L'Unione Sovietica e
le nazioni dell’Europa orientale ad essa collegate hanno dimostrato, negli
ultimi anni, la loro inadeguatezza a reggere il peso quantitativo anche di
una parte soltanto dei paesi in via di sviluppo ; i loro interventi si sono
dimostrati insoddisfacenti, anche per il metodo usato, e contro producenti
dal punto di vista commerciale ;

b) una corretta politica di sviluppo esige la stabilità interna dei paesi in-
teressati e stabilità internazionale. Le componenti di questo equilibrio so-
no innumerevoli ma basterà accennare alla necessità di garantire un’uni-
formità di comportamenti a lungo periodo, che elimini i rischi politici per
gli investimenti (nazionalizzazioni confiscatorie, eversioni interne, muta-
menti radicali nelle alleanze) ; all’eliminazione 0, almeno, al congelamento,
delle controversie che contrappongono i paesi in via di sviluppo fra loro,
inducendoli a sforzi militari eccessivi (la giusta e mai sufficientemente
adeguata polemica contro lo spreco di risorse per scopi militari da parte
dei paesi sviluppati non mette sufficientemente in luce il fenomeno, più
ridotto quantitativamente ma altrettanto se non più nocivo, dello spreco
di risorse interne dei paesi in via di sviluppo per gli armamenti); alla
necessità di una pianificazione economica, non frammentata per singoli
paesi, ma possibilmente articolata per grandi insiemi ;

c) un'efficace politica di sviluppo esige un rilevante impegno sul piano
delle infrastrutture, un’armonica compenetrazione di investimenti pubblici
e privati, una partecipazione dignitosa e responsabile degli interessi ;

d) l’evoluzione più recente, e, per quanto attiene specificamente alla recente
esperienza italiana, l’azione svolta nel nostro Mezzogiorno, hanno dimo-





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strato che lo sviluppo dipende essenzialmente dall’industrializzazione, le
cui iniziative presuppongono numerosi antefatti, î quali però, da soli, non
determinano automaticamente il sorgere delle stesse nuove iniziative indu-
striali. Inoltre il livello tecnologico del resto del mondo non può essere
ignorato : anche nelle zone in via di sviluppo le nuove iniziative industriali
sono competitive solo quando adottano procedimenti tecnici avanzati, che
richiedono cospicui investimenti ;

e) un’organizzazione internazionale appare indispensabile per creare il
luogo di elaborazione della politica comune, per la composizione degli
interessi contrastanti, per l’orientamento del flusso crescente di iniziative
e di operazioni.

In conclusione si può rilevare che i paesi già sviluppati hanno interesse
a promuovere lo sviluppo del resto del mondo, anche în senso egoistico,
perché vedranno accrescersi la loro prosperità, e che le sole risorse dei paesi
“nuovi” sono insufficienti ad assicurarne lo sviluppo. Se queste considera-
zioni sono esatte non si tratta di un salasso dei paesi ricchi a beneficio dei
paesi poveri, bensì della correzione, a beneficio di ambedue, del processo
di accumulazione dei paesi ricchi il quale oggi rischia di orientarsi sponta-
neamente verso lo spreco organizzato e cosciente e che, invece, deve dive-
nire il motore di una più vasta prosperità.

Il ruolo della Comunità Europea mi sembra già delineato nella risposta
al punto precedente.

Mi preme solo accennare che senza politica comune i singoli paesi euro-
pei potranno ottenere vantaggi limitati nel tempo, ma non riusciranno a
promuovere un vero sviluppo delle zone arretrate e quindi su scala mon-
diale.

Va detto per inciso che anche per questa azione non avrebbe senso una
Comunità europea solo economica e non politica, una Comunità europea
senza l’Inghilterra ed i paesi scandinavi, una Comunità europea infine
ostile agli Stati Uniti.

Come queste esigenze razionali possano emergere dal contesto della
situazione attuale e se ciò sia addirittura possibile non è certo possibile
enunciarlo in questa sede.

Tuttavia, almeno per tre punti, si può dire qualcosa di più : se è esatto
il quadro precedentemente delineato, due politiche, contrastanti o anche
semplicemente non coordinate, degli investimenti, americani ed europei,
cozzano col più elementare buon senso ed i primi a farne le spese sareb-
bero î paesi in via di sviluppo ; in subordine, bisogna guardare con diffi-
denza a tutte le pretese, palesi od occulte, che si nascondano in tante ma-
novre, dai disegni gollisti alle enunciazioni del genere « l’ Africa è il mezzo-
giorno dell’Europa » ; solo l'accordo tra Europa occidentale e Stati Uniti
potrà, a mio avviso, assolvere compiutamente al compito storico dello svi-
luppo complessivo delle zone arretrate, sia pure a prezzo di cospicui sforzi
e sacrifici che è bene fin d’ora cominciare a calcolare ; infine, il metodo di
integrazione comunitaria può suggerire spunti interessanti alle azioni di
sviluppo negli altri continenti ; non si tratta tanto del modello da imitare;
in quanto esso è valido perché il mercato effettivamente esiste, perché i
membri della CEE hanno superato la fase del decollo e perché gli scambi
commerciali sono cospicui ; si tratta piuttosto di utilizzare, ad altri scopi,
quel sapiente, ed empirico dosaggio, di meccanismi, di automatismi, di
scadenze, di trattative eccetera che hanno fatto del Mercato Comune un
fenomeno irreversibile.





Allo sforzo costruttivo da parte dei paesi occidentali deve corrispondere, da parte dei
governi afro-asiatici e latino-americani, un analogo, energico proposito tendente al-
l’adozione di veri e propri piani di sviluppo economico e sociale,

Mi permetta di dire che la prima domanda è estremamente impegnativa
in quanto se ad essa si vuole fornire una risposta non superficiale e non
retorica sarebbe indispensabile in via preliminare ricercare quello che di
veramente utile e positivo l'Europa può trasmettere sul piano culturale,
ideologico e politico ai paesi in via di sviluppo.

L'adozione di un simile criterio selettivo e prioritario, che sembrerebbe
male addirsi al campo delle idee e delle tradizioni, trova tuttavia una
profonda giustificazione se si considera il dato caratteristico che distingue
il rapporto Europa-paesi in via di sviluppo sul piano delle realtà economi-
che, sociali e storiche : il ritardo potenzialmente destinato a divenire in-
colmabile, che il Terzo Mondo accusa nei confronti dell’ Europa nelle strut-
ture e nelle tecniche economico-produttive esige, sul piano di quella che oserei
definire l’esportazione della civiltà, ovvero il trasferimento degli strumenti
socio-istituzionali, uno sforzo di adeguamento tempestivo alla dinamica
ed al ritmo di situazioni sottoposte ad un accelerato processo evolutivo,
sforzo di adeguamento che si sostanzia anzitutto nella capacità di ricono-

MARIO ZAGARI

È nato a Milano nel 1913. Nel 1936 è stato assistente di economia
politica all’università di Milano; partecipò attivamente alla lotta di
liberazione. Giornalista, fu deputato alla costituente e per la prima
legislatura. Iscritto al PSI è rieletto nel 1963. È attualmente sottose-
gretario agli affari esteri. Dirige, inoltre, la rivista “Sinistra Europea”.

scere l'essenziale e l’accessorio.

Questo discorso va principalmente inserito nella tematica concernente
le forme di democrazia politica nei paesi în questione.

In Europa lo sviluppo delle idee e delle istituzioni negli ultimi cinque
secoli fornisce il panorama di un progressivo graduale passaggio da forme
autocratiche di esercizio del potere e di sfruttamento sociale, quindi antide-
mocratiche nei mezzi come nei fini, a strutture di democrazia formale
che sotto la spinta di aree sempre più vaste della società, tendono a realiz-
zare, almeno potenzialmente, modelli di democrazia sostanziale ove fina-
lità volte al raggiungimento del bene comune e quindi di contenuto demo-
cratico, vengono perseguite con strumenti che attraverso la partecipazione
attiva e responsabile di tutti i nuclei sociali, presentano le caratteristiche
della rappresentatività e delle classiche libertà politiche.

Il ritardo cui accennavo in precedenza, ritardo nelle strutture econo-
miche e sociali, rende inapplicabile la linea evolutiva della democrazia
politica in Europa quale si è potuta gradualmente plasmare nell’arco di



cinquecento anni, e sposta radicalmente l’obiettivo delle terapie e delle
soluzioni sul piano delle tecniche produttive ed educative, riducendo il
problema, attraverso un procedimento di sintesi, a un discorso în termini
di sviluppo economico e di adeguato rilancio culturale. Entro certi limiti
potremmo affermare che î paesi in via di sviluppo assumono quale punto
di partenza quello che per l'Europa è considerato un punto di arrivo, se
si tiene presente che l’accento sull’esigenza dell’espansione dei livelli di
produzione e di reddito dell'Europa stessa è stato posto con vigore e de-
cisione soltanto negli ultimi decenni. L’inapplicabilità dei modelli tradizio-
nali della democrazia parlamentare alle realtà dei paesi in via di sviluppo,
e le conseguenze di carattere istituzionale che ciò comporta — regimi a
partito unico o formule di larga unione nazionale — sono legittime ed
auspicabili, in nome dell’efficienza operativa ed in considerazione dell’ar-
caico livello culturale, sociale e politico dei popoli afro-asiatici e latino-
americani, soltanto nei limiti entro i quali la programmazione dello svi-
luppo economico si riveli rivolta al fine della massimizzazione degli inve-
stimenti produttivi e della distribuzione quanto più equa possibile degli in-
crementi di reddito così ottenuti : in altri termini verso finalità di democra-
zia sostanziale e di evoluzione sociale e culturale, anche se perseguite at-
traverso schemi che comportano il sacrificio momentaneo di formule rap-
presentative parlamentari, come si è visto, inattuabili per la carenza del
sostrato umano. È quindi attraverso un’opera di tempestiva ed articolata
trasformazione del proprio patrimonio politico e culturale che l’ Europa
può efficacemente ed in senso veramente moderno influenzare anche sul
piano ideologico l’evoluzione dei paesi in via di sviluppo e mettere il proprio
passato ed il proprio presente al servizio del comune futuro.

Osserverò in primo luogo che è forse prematuro ed azzardato parlare
di tramonto dello spirito mercantilistico e colonialistico in un momento in
cui le molteplici forme di intervento, nelle quali si manifesta la presenza
finanziaria e commerciale dei paesi industrialmente evoluti nel Terzo Mon-
do, sono caratterizzate ancora, nella larga maggioranza, da spinte verso
la ricerca di accelerati saggi di ammortamento e di profitto, ovvero verso
l’acquisizione od il mantenimento di influenze politiche ed ideologiche,
che nel primo come nel secondo caso ben poco hanno a vedere con lo svilup-
po produttivo, tecnico, sociale e culturale delle aree di intervento.

L’utilità di questa premessa risiede nella capacità di illustrare in modo
alquanto realistico la dinamica degli investimenti europei nei paesi in via
di sviluppo, quale essa ha continuato a manifestarsi durante questi ultimi
anni : ricorderò appena come sia ancora frequente nell’ America latina
ed in taluni paesi afro-asiatici, il caso di finanziamenti puramente specu-
lativi che, impiegati ad un elevatissimo saggio di ammortamento, esauri-
scono la loro funzione strumentale in vista della realizzazione di profitti
finanziari senza apportare alcun vantaggio di natura strutturale ed eco-
nomica ai paesi nei quali essi vengono effettuati. In tali casi, purtroppo
frequenti, la libertà di movimento dei capitali viene utilizzata con criteri
la cui disorganicità e frammentarietà producono effetti irrilevanti o addi-
rittura controproducenti nel processo di sviluppo dei paesi in questione ;
analoghi rilievi possono essere rivolti alle prassi ed alle politiche relative
a massiccie esportazioni di utili degli investimenti considerati.

La strada lungo la quale è indispensabile muoversi per eliminare od
almeno ridurre la stagnazione delle economie sottosviluppate è quella di
un coordinamento strutturale ed organico tra queste ultime e le strutture
produttive e finanziarie dei paesi industrializzati ; tanto sul piano bila-
terale che su quello multilaterale tale impegno potrebbe assumere un aspetto
sia quantitativo che qualitativo. In effetti, tenuti presenti, sulla base delle
statistiche e delle previsioni più attendibili, i “trends comparati” della
dinamica evolutiva dei due gruppi di paesi, è noto come la prospettata e
per il momento ineluttabile accentuazione del divario, sia imputabile, se
non sul piano delle cause almeno su quello degli effetti, alla sensibile diffe-
renza dei tassi di aumento del reddito nazionale, ed in considerazione dei
rispettivi ritmi di sviluppo demografico, dei tassi di aumento del reddito
pro capite.

Da questo deriva la necessità di un’armonizzazione tra questi valori
destinati a divergere sempre più, armonizzazione ottenibile soltanto attra-
verso una più equa distribuzione degli investimenti. Ciò non significa,
come sostengono taluni, che in tal modo il tasso di aumento del reddito
dei paesi industrializzati sia destinato ad annullarsi, o che addirittura
tali paesi debbano subire una perdita secca nei loro livelli di produzione
e di reddito ; ciò significa soltanto che tra un tasso di incremento del reddito

del 6 o del 7 per cento ed uno dell’1 o del 2 per cento, è possibile, attraverso
un trasferimento di capitali, raggiungere equilibrati e generalizzati livelli
intermedi.

Premesso che tale efficace ed ovviamente graduale ‘politica di trasferi-
mento” presupponga un’orbita multilaterale, nei limiti del possibile, mondiale,
appare evidente che ad un simile sforzo costruttivo da parte dei paesi
occidentali debba corrispondere, da parte dei governi afro-asiatici e latino-
americani, un analogo, energico proposito tendente all'adozione di veri e
propri piani di sviluppo economico e sociale nell’ambito dei quali i finan-
ziamenti e le forme di cooperazione economica e tecnica trovino posto
non più in via frammentaria, speculativa o comunque disorganica, bensì
quali aspetti di un’autentica politica economica internazionale.

È evidente che le linee d’azione accennate sono atte ad urtare suscetti-
bilità ed interessi tanto in un campo come nell’altro; ma è altrettanto
evidente come problemi di tale mole sotto il profilo storico, sociale ed eco-
nomico richiedano soluzioni adeguate sul piano della dinamica e dell’im-
pegno : almeno per quanto concerne quella che oserei definire una prospet-
tiva politica d’insieme.

In questa cornice numerosi sono gli strumenti offerti ai nostri impren-
ditori, pubblici o privati, per inserirsi validamente in un processo di pro-
duzione e di scambi con durature prospettive di costruttiva evoluzione.
Mi limiterò a ricordare le possibilità offerte dalla formula dell'impresa a
partecipazione mista, dell’abbinamento degli investimenti con la ricerca
delle possibilità di assorbimento, almeno parziale, dei semilavorati e dei
manufatti sul mercato dei paesi investitori : soluzione di indubbia efficacia
în vista della continuità del rapporto così stabilito. Vorrei ricordare un
altro punto per quanto riguarda le specifiche posizioni dei nostri interessi
dinanzi a questo problema e cioè la definizione di aree prioritarie di in-
tervento verso le quali i capitali italiani si muovono in modo coordinato
tra loro e con le molteplici altre forme di cooperazione tecnica, commer-
ciale, finanziaria che gli organi governativi — primo fra tutti il ministero
degli affari esteri — intendono predisporre o potenziare. Tale imprescin-
dibile necessità è sempre più avvertita fra tutti coloro, nel campo nazionale
ed in quello internazionale, interessati ai problemi del settore sul piano
economico-politico, professionale e scientifico, ed aderisce all’esigenza ormai
generalizzata di programmi con efficacia dispositiva poggianti su un’ap-
profondita conoscenza dei temi e delle prospettive.

Nella risposta fornita al quesito precedente non ho potuto prescindere
da una valutazione mondiale o meglio globale dei lineamenti di una politica
finanziaria internazionale, e ciò in considerazione del fatto che un'efficace
rimozione del ritardo dei paesi in via di sviluppo presuppone un impegno
senz'altro qualitativo ma anche quantitativo.

La convenzione di Yaounde e tutta la politica comunitaria nei confronti
dei S.A.M.A. presuppone e considera, almeno in linea teorica, quelle
esigenze di coordinamento organico e capillare fra i paesi industrializzati
ed il Terzo Mondo cui accennavo in precedenza ; ma una visione ampia
della situazione generale ci impedisce di considerare — anche e soprattutto
sul piano teorico — in tal modo esaurite le possibilità di attuazione e di
evoluzione dell'impegno europeo. La politica di associazione incontra un
limite nel fenomeno della compartimentazione dell’Africa in sfere di in-
fluenza, fenomeno che negli ultimi tempi vediamo sempre più osteggiato
in maniera diversa e sfumata, da tutti î paesi africani, sotto la spinta di
una presa di coscienza unitaria della globalità dei problemi economici del
continente.

Analoghe considerazioni si impongono all’attenzione dei paesi europei
attualmente riuniti nei noti raggruppamenti e proprio all’interno dell’ Eu-
ropa ed all’interno della Comunità stessa che il problema del coordinamento
dello sforzo si avverte con maggiore intensità : il contrasto fra l’esigenza
di una presenza accentuata nel Terzo Mondo e quello del potenziamento
delle strutture competitive all’interno dei singoli paesi europei presenta
attualmente le caratteristiche della insolubilità : il circolo vizioso così sta-
bilito può essere rotto soltanto attraverso un riavvicinamento tra CEE
ed EFTA sulla creazione di strutture miranti ad avviare una collabo-
razione operativa non soltanto nel campo commerciale e tariffario ma
anche nella strategia finanziaria ed economica euro-africana.

Paradossalmente penso di poter affermare che almeno sul piano obiet-
tivo questa spinta verso l’unità economica europea prende origine dall’ana-
logo impulso che la forza dei fatti e delle situazioni imprime alla dinamica
della realtà africana.





È comunque confortante che si avverta oggi sempre più chiaramente la necessità di
creare nei paesi in via di sviluppo mercati sempre più ampi — quantitativamente e qua-
litativamente — per i beni di consumo e per i beni strumentali.

La prima domanda richiede a mio giudizio un chiarimento preliminare.
È infatti indispensabile precisare se, parlando di idee-forza, ci si voglia
riferire ad un “corpus” di tesi filosofico-politiche concluso una volta per
tutte, al modo delle grandi costruzioni ideologiche del secolo scorso. Se
così fosse, infatti, non vi sarebbe risposta al quesito proposto, non potendo
ragionevolmente presumersi che ai problemi posti dalla multiforme e spesso
imprevedibile realtà dei paesi in via di sviluppo possano darsi soluzioni
desunte da schemi intellettuali maturati in contesto storico del tutto diverso.
Occorre perciò superare proprio l’idea di una cultura egemone universal-
mente valida, che è al fondo della nostra tradizione occidentale, e sulla
quale si fonda una sorta di pervicace imperialismo intellettuale.

Altro è il discorso qualora per idee-forza si intendano — più corretta-
mente a mio parere — alcuni valori universalmente umani emergenti dal-
l’esperienza storica della civiltà europea e suscettibili, come tali, di essere
accolti in forma nuova anche nell'àmbito di sintesi culturali diverse. Può
infatti stabilirsi a questo riguardo una feconda dialettica tra il substrato
storico dei singoli paesi e l’esperienza di quelle regioni che, come l’ Europa,
hanno vissuto per prime il travaglio economico, sociale e culturale connesso
all’affermarsi della civiltà industriale moderna. Il reperimento di questi
valori universalmente umani richiede peraltro un atteggiamento critico
nei confronti della nostra stessa tradizione e una vigile attenzione ai cosid-
detti “segni del tempo”.

Per fare qui qualche concreto esempio, mi riferirò alla consapevolezza
acquisita dall'uomo europeo della sua progrediente capacità di modellare
l’ambiente naturale, in funzione dei propri bisogni, e alla sua persuasione
che ogni ulteriore acquisizione storica sia ormai indivisibile. La crescente
fiducia nella possibilità e nella necessità della pace tra i popoli, che si fonda
su tali valori, può costituire la premessa per l’acquisizione di un più maturo
senso della solidarietà umana, attraverso il superamento del pregiudizio
etnico e del fanatismo ideologico 0 pseudo-religioso. Più generalmente, può
dirsi a mio parere che l’esperienza storica della civiltà occidentale di ma-
trice europea ha condotto a porre il rapporto persona-società in termini
sempre più universali, ove la crescita della coscienza personale si accom-
pagna ad un progressivo dilatarsi dell'orizzonte della società civile, tendendo
quest’ultima ad identificarsi con l’umanità stessa.

Se la nozione di una oggettiva solidarietà esistente nel lungo periodo
tra gli interessi dei diversi gruppi di paesi comincia ormai a farsi strada
nelle coscienze e si accresce il numero di coloro che considerano il problema,
posto dall’aggravarsi degli squilibri nella distribuzione del reddito a livello
internazionale, come il banco di prova decisivo della civiltà contemporanea,
vi è purtroppo assai minore concordia intorno alle terapie da porre in atto

GIUSEPPE PETRILLI

È nato nel 1913. Incaricato di scienze delle assicurazioni nell’univer-
sità di Perugia, presidente dell’ INAM e deli’ ENSISS, dal 1958 al
1960 è stato rappresentante dell’Italia presso la CEE e presidente del

Fondo Sociale Europeo. Dal 1960 è presidente dell’ IRI e membro
del CNEL.

per superare le presenti difficoltà del commercio internazionale. Infatti,
mentre taluni propongono, con scarso realismo, la pura e semplice rimo-
zione delle restrizioni esistenti, altri ha lamentato, con accenti più felici,
come non si sia giunti finora ad applicare agli scambi tra le nazioni inter-
venti analoghi a quelli che — sulla scorta dell’insegnamento del Keynes
— hanno consentito in epoca recente di controllare all’interno dei sin-
goli paesi le oscillazioni congiunturali e di attenuarne sensibilmente gli
effetti.

È comunque confortante che si avverta oggi sempre più chiaramente
la necessità di creare nei paesi in via di sviluppo mercati sempre più ampi
— quantitativamente e qualitativamente — per i beni di consumo e per
i beni strumentali, pagando a tal fine uno scotto inevitabile in termini di
trasformazioni strutturali da operarsi nelle stesse economie più evolute.
Condivido l'opinione di quanti ritengono si debba pensare — nel quadro
della collaborazione economica tra paesi industriali e paesi in via di svi-
luppo — ad una certa divisione del lavoro, sul piano internazionale; al
fine di permettere ai paesi economicamente più giovani di inserirsi gradual-
mente nei settori dell’industria di base. Pur non potendosi ignorare la gra-
vità dei problemi che una evoluzione di questo tipo pone ai paesi di più
matura economia industriale, non credo possibile evitare di giungere a
questa soluzione in avvenire, ove si vogliano davvero creare le premesse
per un nuovo equilibrio degli scambi, che offra ai paesi in via di sviluppo
congrue prospettive di assorbimento dei loro semilavorati e dei loro manu-
fatti sul mercato internazionale. In mancanza di un orientamento del
genere, gli investimenti nei paesi in via di sviluppo continuerebbero infatti
ad avere carattere sostanzialmente colonialistico, contribuendo a perpe-
tuare legami di dipendenza economica che sono appunto retaggio del
passato coloniale.

Il tentativo di definire progressivamente una politica comune dei paesi
della CEE nei confronti dei paesi în via di sviluppo, ha sempre dovuto te-
nere conto dell’esistenza di una contrapposizione di fondo tra due diverse
concezioni dell’integrazione economica, che si affrontarono fin dagli anni
ormai lontani del piano Marshall e di cui il trattato di Roma ha costi-
tuito in certo modo la sintesi. La prima di queste concezioni ravvisa nel
progressivo smantellamento degli ostacoli alla libera circolazione dei fat-
tori produttivi, nell'àmbito di un’area economica integrata, l'elemento
sostanziale dell’integrazione medesima e concepisce le unioni regionali da
promuoversi nelle principali aree geografiche mondiali come uno strumento
per giungere, almeno in linea tendenziale, al ristabilimento della piena
libertà degli scambi internazionali. L’altra concezione, a mio giudizio più
realistica, prende invece atto delle sostanziali trasformazioni indotte dallo





stesso progresso tecnologico nel funzionamento dell’economia di mercato e
del complesso delle politiche economiche poste in atto nei diversi paesi dalle
autorità di governo al fine precipuo di garantire l’avvio, la continuità e
l'equilibrio dello sviluppo economico. Coerentemente con questa premessa,
questa concezione ritiene che un durevole incremento degli scambi mondiali
debba essere ormai perseguito attraverso l’avvio di forme sempre più mature
di collaborazione economica in un quadro istituzionale ben definito.

Se è vero che dietro queste posizioni di principio sono facilmente rico-
noscibili gli opposti interessi dei principali paesi della Comunità — a se-
conda che le rispettive preoccupazioni vadano in misura prevalente al-
l'allargamento della propria sfera di influenza commerciale ovvero al man-
terimento di preesistenti vincoli preferenziali — non è meno vero che la

>

tendenziale preminenza del settore pubblico nelle economie dei paesi in
via di sviluppo e le stesse condizioni generali richieste dall'avvio di un pro-
cesso di industrializzazione esigono comunque una organica collocazione
dell’aiuto esterno entro piani di sviluppo, per quanto possibile integrati
nell’ambito delle principali regioni geoeconomiche. In quest'ordine di idee,
mi sembra particolarmente positiva l'impostazione che si è data alla con-
venzione tra la CEE e gli stati africano e malgascio associati. Questa
convenzione ha infatti tendenzialmente spostato il centro di gravità della
preesistente associazione dal piano del regime preferenziale degli scambi
a quello dell'aiuto finanziario e tecnico, ponendo l’accento sulla prospettiva
dinamica della diversificazione delle strutture anziché su quella statica
delle garanzie di sbocco accordate a talune produzioni tradizionali.





Resta sempre auspicabile una comune intesa fra tutte le nazioni in grado di “dare”
per stabilire i ruoli e le spettanze di ciascuna in un’azione che accorciando le differenze
tra i popoli non può essere che apportatrice di benessere e pace.

La problematica vigorosamente adombrata nelle domande sotto la de-
nominazione “Tradizioni, valori dell’ Europa ed i paesi in via di sviluppo”,
spazia nella filosofia della storia, ma vorrebbe centrare obbiettivi concreti
di assai ardua individuazione.

Per rispondere subito ad uno dei quesiti posti, escludo che l'industria
europea, a prescindere dalla concretezza di un’ Europa unita, sia in grado
di configurare a qualsiasi livello una politica comune in materia di assi-
stenza ai paesi sottosviluppati.

Del resto, la storia si ripete, ma non identicamente ; e non molto è
da trarre dagli esempi millenari di molteplici flussi e riflussi delle espan-
sioni politico-culturali religioso-economiche eccetera per estrapopolazioni
giovevoli ad orientare le egemonie ideologiche in atto, di cui il post-colonia-
lismo o lo sviluppo economico non sono che strumenti, se non talvolta
pretesti.

Aree oggi identificabili per lingua comune, confederazionismo o unio-
nismo politico, magistero tecnologico, integrazione economica e finanziaria,
selezione dei valori ideologici, sono in gara costruttiva, non senza continui
ridimensionamenti e riadattamenti. La storia ha visto aurore e tramonti
di tante civiltà, da lasciare adito ad ogni sorpresa quanto ai nuovi modelli
che usciranno dagli attuali crogiuoli intercomunicanti a raggio continentale
e mondiale.

Non resta che fidare nella virtù centripeta dei modelli della nostra ci-
viltà occidentale e cristiana, da rendere accetti con la forza dell'esempio
e della collaborazione. Mai come oggi le espansioni di civiltà debbono riu-
scire spontanee e la bontà del metodo è confortata dai tanti casi in cui,
non i vincitori, ma i più progrediti, anche se vinti, caratterizzeranno a

ERNESTO MANUELLI

È nato nel 1906. Partecipò al lavoro di riorganizzazione industriale
del gruppo Italgas e fu segretario generale della Società Finanziaria
Industriale di Milano. Nel 1935 venne chiamato alla soprintendenza
agli Scambi e alle valute di cui ne fu ispettore generale nel 1940. Nel
1945 fu commissario unico all’ “Ansaldo”. Dal 1946 fa parte della

Finsider di cui attualmente è presidente e amministratore delegato.

lungo andare la nuova storia, in una solidarietà maturata dalla realtà
obiettiva e non dalle sovrapposizioni impositive.

Deduttivamente consegue che i paesi europei più qualificati di alta
industrializzazione, per un progrediente amalgama con î numerosi paesi
d’ Africa, Asia ed America in ansiosa ricerca di sviluppo economico, devono
rafforzare in loro stessi ed irradiare con l’esempio operante, in un clima
politico di libertà, democrazia, benessere, le soluzioni economiche di mas-
sima produttività, le soluzioni sociali di elevamento di tutti î ceti verso una
più sentita solidarietà in un più perequato tenore di vita. Di riflesso î loro
finanziamenti degli investimenti, la loro assistenza tecnica, la loro colla-
borazione culturale, lungi dal pesare gerarchicamente, segneranno dislivelli
decrescenti, la cui graduale colmatura significherà la conquista di una ci-
viltà mondiale più progredita, più omogenea e più ispirata a selezione
continua dei valori di più larga e spontanea accettazione, ossia sarà il
prezzo inestimabile del tanto ambìto alto grado di pacificazione generale.

Come conclusione e per rispondere all’altro quesito, non credo si possa
parlare — allo stato dei fatti — dî-una comune configurazione delle po-
litiche dei singoli governi per realizzare una nuova politica economica di
sistematica e fruttifera assistenza.

Per il momento converrà attenersi alla pratica dei princìpi generali
sopraccennati che dovrebbero almeno preservare da una maggiore divisione
del mondo in blocchi non comunicanti o, peggio ancora, avversi.

Peraltro, resta sempre auspicabile una comune intesa fra tutte le na-
zioni in grado di “dare” per stabilire i ruoli e le spettanze di ciascuna
in un’azione che accorciando le differenze fra î popoli non può essere che
apportatrice di benessere e pace.





Bisogna considerare come un caso, in un certo senso speciale, quei paesi in via di svi»
luppo che, per ragioni geografiche e anche per ragioni storiche, sono particolarmente
vicini a noi che ci troviamo in Europa.

Penso che l'Europa possa e debba trasmettere ai paesi in via di svi-
luppo sostanzialmente due idee-forza : l’idea democratica e lo spirito in-
dustriale. Entrambe queste idee hanno una radice europea e sono alla ba-
se dell’attuale civiltà europea, anche se in alcuni casi ben noti sono state
calpestate o duramente negate proprio in Europa.

I paesi in via di sviluppo, naturalmente, non sono una unità, se non
negativamente, ché in effetti abbiamo mondi diversi in Africa in Asia, e,
rispettivamente, nel sud America. In questo ultimo continente l'influenza
della tradizione europea è forse maggiore che negli altri due.

Tuttavia, purtroppo, quel tanto di influenza europea che vi è nel sud
America è probabilmente più negativo che positivo, poiché si ricollega a
concezioni e a tradizioni che, proprio in Europa, in definitiva, sono state
superate o che, anche in Europa, costituiscono una barriera al progresso
economico e sociale.

In molti casi, cioè, nel sud America di europeo vi è una tradizione, in
sostanza, di feudalesimo politico ed economico. Sarebbe dovere dell’ Europa,
viceversa, presentarsi nel sud America con la sua realtà attuale o poten-
ziale, di tipo democratico, con gli sviluppi moderni dello spirito e della
cultura europea. Proprio per cancellare quell'immagine passata, anch'essa
figlia dell'Europa; ma oramai inattuale. È necessario, poi, utilmente di-
stinguere î vari paesi in via di sviluppo.

Innanzitutto, penso, bisogna considerare come un caso, in un certo senso
speciale, quei paesi in via di sviluppo che, per ragioni geografiche e anche per
ragioni storiche, sono particolarmente vicini a noi che ci troviamo in Europa.

Voglio riferirmi ai paesi dell’Africa settentrionale. Nel caso di questi
paesi la politica di investimenti migliore consiste in una attività di colla-
borazione che si può configurare in modo molto simile a quel tipo di sviluppo
economico che noi riteniamo adatto a risolvere i problemi del mezzogiorno
d’Italia. In altri termini si tratta di concepire questi paesi come il prolun-
gamento, dal punto di vista economico e sociologico, del grande mercato e
del sistema sociale che vi è in Europa e quindi di prendere le iniziative
sempre più a sud per includere il bacino del Mediterraneo, anche nella parte
africana, nel “comprensorio europeo”.

Naturalmente ciò comporta politiche di investimenti concepite nel
quadro di imprese che abbiano un mercato unitario per quanto riguarda
non soltanto quei paesi în via di sviluppo, ma anche i paesi vicini.

Vi è un problema di barriere doganali, che peraltro si può risolvere
abbastanza facilmente, poiché una parte di questi paesi africani viene ad
essere associata al mercato comune e un’altra parte, che comunque, è già
in stretti rapporti economici ed anche politici con l'Europa occidentale e
può quindi facilmente integrare i propri mercati con quello europeo.

Vero è che questa integrazione non può essere fatta in modo automa-
tico o drastico perché ciò comporterebbe ritardi e ostacoli allo sviluppo
dell’industrializzazione in quelle aree.

FRANCESCO FORTE

È nato nel 1929. Docente di scienza delle finanze nell’università di
Torino, collabora a “Il Giorno” ed ha pubblicato numerosi saggi su
riviste italiane e straniere. Sta attualmente preparando un volume
sulla teoria della spesa pubblica.

Ma si tratta allora di trovare tipi di soluzione, appunto, simili a quelli
che attualmente noi immaginiamo per lo sviluppo del nostro mezzogiorno
d’Italia, cioè soluzioni che, nello stesso tempo, facilitino l’industrializza-
zione di quelle aree e non segreghino tali aree dal più vasto mercato europeo,
al quale, in definitiva, devono ricollegarsi, in un quadro unitario.

Im altro problema, assai importante, che viceversa non si pone (0 si
pone comunque in misura o con caratteri assai differenti) per l’Italia me-
ridionale, e che sussiste per l’ Africa, è il problema dei residui di colonia-
lismo europeo e quindi il problema dei rapporti di tipo nazionalistico.

È chiaro che investendo in Africa gli europei debbano tenere presente
la giustificata e tradizionale diffidenza degli africani per imprese che pos-
sono comportare sfruttamento e posizioni di potere socio-politico nei loro
riguardi, possono risolversi in nuove barriere allo sviluppo sociale locale,
e possono favorire un sistema basato su rigide distinzioni di classe, contrario
alle esigenze di allargamento della base sociale e di sviluppo culturale che
sono così drammatiche per il continente africano.

Anche in relazione a questo problema sembra importante adottare for-
mule di collaborazione — per intenderci del tipo che escogitò Enrico Mattei
nel settore petrolifero — le quali formule, più che su una intrinseca ragione
economica immediata, riposano su una esigenza di tipo psicologico e su
una valutazione economica di lungo periodo. Associando, cioè, le forze
locali a queste grandi iniziative, si fa in modo di avvicinare il più possibile
tali forze ai processi di imprenditorialità e alle tecniche direzionali proprie
della grande impresa moderna europea : si cerca cioè di porre a contatto
quelle forze locali, direttamente, con î modelli che sono rilevanti affinché
esse possano progredire e raggiungere, si spera, anche, la possibilità di
agire, in modo autonomo, autosufficiente, avvalendosi di capitali altrui
ed anche di forze imprenditoriali esclusivamente proprie.

L'obiettivo di una imprenditorialità locale completamente autonoma,
soprattutto per le grandi iniziative, anche a causa della carenza di quadri
tecnici, è evidentemente ancora lontano ; tuttavia proprio în vista di questo
obiettivo di fondo, il raggiungimento del quale è l’unico modo per garantire
la possibilità di una economia di mercato non colonialistica ai paesi in via
di sviluppo, e quindi per garantire una conciliazione tra democrazia ed
economia di mercato per quei paesi, dicevo, quella prospettiva anche se
lontana è una prospettiva che va continuamente perseguita.

Ecco perché la differenza fondamentale che vi può essere tra le politi-
che di investimento come si possono pensare nei riguardi di una regione
quale il mezzogiorno d’Italia e le politiche di investimento che si possono
concepire per i paesi africani consiste în questa “necessità” di chiamare
alla collaborazione, nelle iniziative, anche al di là delle esigenze economico-
tecniche immediate, le forze locali ; per fare sì che questo spirito di colla-
borazione e questa concreta cooperazione possano cancellare, man mano,
con il loro profondo significato, i ricordi e gli effetti del colonialismo.



IL NUOVO IMPIANTO DI PIOMBINO PER

DI PICCOLO DIAMETRO

È entrato da poco in funzione a Piombino il tubificio per tubi saldati
di piccolo diametro, primo dei nuovi impianti in corso di realizzazione
nella zona di ampliamento del centro siderurgico. Realizzato in poco più
di un anno di lavoro, l’impianto è senza dubbio tra î primi del mondo per
modernità di concezione e per velocità produttiva. Può produrre circa
150 000 tonnellate all'anno di tubo nero 0 zincato da tre ottavi di pollice
a due pollici e mezzo di diametro, e di lunghezza da quattro a sei metri,
dei tipi normalmente impiegati per condutture idrauliche di gas, per im-
pianti di riscaldamento e in carpenteria.

La materia prima fondamentale per il funzionamento del tubificio
sono i rotoli di lamiera d’acciaio. La lavorazione presenta aspetti assai

Linea di laminazione del tubificio di Piombino: sullo sfondo il forno, il treno formatore
e il treno riduttore. In primissimo piano il taglio e il piano di raffreddamento.

TUBI SALDATI

interessanti, sia dal punto di vista tecnico sia da quello spettacolare. Il
nastro viene riscaldato a 1350 gradi in un grande forno lungo oltre cinquanta
metri. Un getto d’aria soffiato sui bordi consente di elevare in questo punto
la temperatura ad oltre 1450 gradi, per facilitare la saldatura per “bolli-
tura” che è la caratteristica particolare di questa produzione. I bordi del
nastro non sono congiunti con un cordone di saldatura, ma avvicinati e
uniti con un originale procedimento, quello appunto che consente la grande
velocità produttiva.

Il nastro incandescente entra nelle sei gabbie di un treno formatore,
dove i bordi vengono progressivamente avvicinati e compressi fortemente
l’uno contro l’altro, fino a saldarsi in modo definitivo. Anche qui l’aria

Il treno formatore visto dalla cabina di comando. Questo treno è dotato di sei gabbie.
Quando il nastro incandescente entra nelle sei gabbie, i bordi vengono progressiva»
mente avvicinati e compressi fortemente l’uno contro l’altro fino a saldarsi in mo-
do definitivo.





IO

sopra: un altro aspetto del treno formatore visto in primissimo piano. Sullo sfondo
il forno di riscaldo.
sotto: le seghe del piano di raffreddamento tubi in azione.

giuoca un ruolo importante : prima di entrare nella seconda delle sei gabbie
un violento soffio porta î bordi quasi alla temperatura di fusione. Segue
un treno riduttore, costituito da ben venti gabbie finitrici, ognuna delle quali
dotata di tre cilindri angolati a 120 gradi. Qui il diametro del tubo, che
all’uscita dal treno formatore era di sette centimetri e mezzo circa, viene pro-
gressivamente ridotto, con un processo di “stiramento”. Alla fine del ciclo il
tubo può risultare ridotto fino a un centimetro e sette millimetri di diametro.

St possono naturalmente ottenere misure intermedie escludendo un certo
numero di gabbie, in relazione al diametro che si desidera.

Il tubo perfettamente calibrato esce dai cilindri del riduttore senza in-
terruzione, come una inesauribile biscia che scorre alla velocità di 600
metri al minuto. Tagliato, va infine alle operazioni di finitura e al col-





sopra: una veduta generale del treno riduttore: al centro, sulla destra, la linea by-pass.
sotto: una fase del processo di finitura prima dell’avvio al magazzino.

laudo, effettuato immettendo în ogni tubo acqua a 50 atmosfere. Il dispo-
sitivo è in grado di controllare dieci tubi per volta e di scartare automati-
camente quelli difettosi. Filettati e provvisti, sempre automaticamente, di
manicotti avvitati, i tubi ben oleati si avviano così al magazzino, uno per
ogni secondo. Tra breve entrerà în funzione anche l'impianto di decapaggio
e di zincatura dei tubi.

Il tubificio di Piombino ha richiesto personale particolarmente prepa-
rato. Gli uomini addetti all’esercizio e alla manutenzione hanno seguìto uno
speciale tirocinio. Parecchi di loro hanno trascorso impegnativi periodi
di addestramento negli Stati Uniti, in Germania e în Francia. In parte
gli addetti al tubificio provengono dalla locale scuola siderurgica. Un
particolare significativo, crediamo.



II

NECESSITÀ DI UN CENTRO DI DOCUMENTAZIONE

di Silvio Ceccato

illustrazioni di Eugenio Carmi

STATO D'ANIMO

Signore, lei vuole essere documentato, informato, crediamo? E
certamente sosterrà anche la nostra iniziativa, di dar vita ad un cen-
tto di documentazione, naturalmente meccanica, con relativi studi
preliminari. Se saranno lunghi e costosi? Le basti dire che toccheremo
l’ingegneria elettronica, la linguistica, la filosofia, la psicologia, la
tassometria eccetera; ma forieri di grandi benefìci. Pensi: circa cen-
tomila riviste di cultura, quattrocentomila volumi l’anno, il tutto che
in un paio di lustri sarà quasi raddoppiato, e scritto in tante lingue
come il russo ed il cinese, che lei, pur essendo uomo di cultura, scusi,
sa, ma forse non conosce. Dunque, la traduzione ed il riassunto e la
classificazione meccanici dei testi, ed ancor prima la biblioteca elet-
tronica, si impongono. Perché, entro questa montagna di carta, c’è
sicuramente il pezzo prezioso di informazione per la sua attività, c’è
il Gran Mogol; ma per scoprirlo bisognerebbe scavare tutta la monta-
gna, anzi, in questo caso, tutte le montagne del mondo. E così va
perduto. Altro che gli episodi del caffè bruciato nelle locomotive!
Quello almeno lo producevano le piante. Ma qui va perduto il meglio
dell’umanità, le sue fatiche più nobili, i più preziosi prodotti del suo
intelletto.

Non vorrà essere fra quelli che ogni altro giorno inventano la
ruota o l’ombrello, perché non lo sapevano. E i brevetti? Trovarsi
già stracoperta da brevetti la nostra conquista; o peggio, aver dedi-
cato tempo e denaro alla ricerca di ciò che già è stato dimostrato im-
possibile o comunque non conveniente? |



.» “centomila riviste di cultura, quattrocentomila volumi l’anno”...

Ma lasciamo pure l’industria ed il commercio. Pensiamo ai nostri
figli, che nell’anno parzialmente concesso a preparare la tesi di laurea,
impiegano otto mesi a procurarsi la bibliografia, a scorrere volumi
e riviste. Quanto tempo rimane loro per riflettere, per affilare il pen-
siero in questo primo e magari unico loro parto intellettuale?

Ebbene, c’è stato un tempo, del resto non più di qualche anno fa,
in cui andavo anch’io raccontando queste cose, nei pubblici dibattiti,
alla radio, in articoletti. Ero anche convinto, come tutti i pionieri,
che il passo più difficile è quello dell’uscio; che, ottenuti con le mac-
chine i primi successi, si dovesse procedere poi senza inciampi, soprat-
tutto se la strada imbroccata è buona, ed in quanto la strada era la mia,
non poteva che essere buona.

Poi, un certo giorno mi sono stancato. Non ricreduto, forse; ma
stancato, sgonfiato. Perché si tratta di attività fra le più difficili ese-
guite dall'uomo, tradurre rapidi e bene, riassumere, classificare pre-
vedendo gli svariatissimi interessi degli utenti eccetera. Ciò che l’uo-
mo fa, sapendo come lo fa, si può certo in linea di principio mecca-
nizzare; ma quando l’uomo opera sul piano linguistico, e mette in
giuoco l’intero suo pensiero e cultura, tutta la sua mente, l’impresa
si prospetta veramente immensa. Immensa in due sensi. Per le idee
nuove, antitradizionali, limpide, che bisogna essersi fatte; ma a que-
sto proposito qualche idea la si può anche avere, o credere di averla.
E per gli uomini ordinati ed intelligenti e pazienti che bisogna rac-
cogliere in gran numero, e fare lavorare concordi, i certosini della
linguistica applicata: ed a questo proposito dopo qualche anno di
esperienze si diventa pessimisti, sfiduciati.



I2



tipo A - « Ecco il tipo A, che è contro il centro di documentazione perché ritiene tutto
il suo lavoro molto nobile, riservato e di alta responsabilità ».

Di fronte all’immensità dell’impresa, naturalmente, avviene che
molto se ne parli, e, poco facendo, si ripetano sempre le stesse cose,
«centomila riviste di cultura, quattrocentomila volumi l’anno, il
tutto che fra un paio di lustri ... ». Così, chi ascolta manifesta la sua
scettica sazietà con un sorriso ed uno scuotimento di testa. Ma chi
intrattiene sa che bisogna creare la sensibilità documentalistica; altri-
menti ben difficilmente salteranno fuori i finanziamenti con cui con-
durre i lavori. Nel recentissimo incontro per la linguistica applicata
che si è tenuto a Nancy, i linguisti-linguisti non intervenuti avevano
inviato al posto loro una definizione di linguistica applicata: la lingui-
stica con in più dei soldi. Ma posso assicurare che, se i soldi assegnati
per questi intenti sono quasi sempre eccessivi in rapporto alle capacità
dei singoli che li ricevono, sono tuttavia in quantità del tutto irri-
soria a condurre una ricerca i cui risultati possono avere un qualsiasi
interesse economico-pratico.

IL PERSUASORE

In questo mio stato d’animo qualche mese fa mi si chiese di pren-
dere parte ad un incontro, a Milano, sul tema “La documentazione
oggi condiziona il profitto dell’azienda”’; forse perché un cibernetico
dà sempre tono. Ma che avrei detto di persuasivo? Vediamo un po’
perché gli altri resistono alla documentazione, mi sono chiesto, e
mostriamo come in fondo abbiano torto.

Diedi intanto come intestazione al mio pezzo una bella frase di
Jean Rostand: « L’ignoranza — che non sempre è feconda - non può

OBOMOMOBOBOMORORO

tipo B - « È certo impossibile avere insieme tutta la scrittura con tutta la lettura ».

che essere vantaggiosa in un dominio ove dagli altri non si ricevereb-
bero se non errori». Poi entrai nel vivo della questione.

Mi si lasci dire: la maggiore resistenza psicologica ad un centro
di documentazione è che questo centro non c’è, o c'è soltanto a metà,
ad un quarto, ad un ottavo. Se il centro esistesse, documentatissimo,
sensibile ad ogni esigenza, pronto, economico, qualcuno vi resiste-
rebbe forse ancora, giustamente, e vedremo il perché, ma questo
qualcuno andrebbe cercato allora più fra gli artisti che fra i tecnici;
tutti gli altri ne sarebbero stati conquistati.

Proprio però perché il centro non c'è come lo vorremmo, si tratta
di mettersi insieme, e dargli sin d’ora il nostro appoggio affinché lo
diventi, avendo presenti le molte strade dalle quali l’informazione si
riceve e verso le quali viene avviata, la natura diversa dei domini
per i quali deve valere, ciò che potrà essere compiuto sùbito, o prima,
e ciò che richiederà più fatica, ciò che per ora si farà a mano e ciò in
cui già è di aiuto il calcolatore, ciò che può essere offerto come sicuro,
e ciò che sicuro non è e non sarà, ciò che verrà a costare molto e ciò
che verrà a costare poco, e tante altre cose, che è bene tener sùbito
presenti per non andare incontro a sorprese e disillusioni.

Di tutto questo, nel presente consesso, non sono io che devo
occuparmi. I temi sono in buone mani. I competenti in documen-
talistica sanno raccontare come la documentazione si confezioni e di-
stribuisca, quanto costa, e quale ne sia la situazione in America, in
Russia, od altrove. E del resto, la situazione si è ormai fatta abba-
stanza chiara, e alcune distinzioni sono oggi più o meno accettate da tutti.



13



tipo € - « Metta lui, comunque, sulla bilancia, ciò che il centro di documentazione gli
toglie e ciò che potrebbe dargli ».

Sappiamo per esempio che è opportuno tener separate una docu-
mentazione a vita lunga ed una documentazione a vita breve. Tipico
della prima l’archivio per l’informazione legislativa o comunque sto-
rica; tipica della seconda l’informazione economica; ed in mezzo l’in-
formazione tecnologica. È opportuno tenere separate una documen-
tazione prevalentemente localizzante ed una documentazione preva-
lentemente condensante: la prima che rimandi direttamente al docu-
mento ed eventualmente al suo contesto, la seconda che lo riassuma.
E opportuno tenere separate una documentazione a confini nettamente
delimitabili, perché il campo gode di una forte autonomia; ed una
documentazione coprente vari campi, perché interconnessi. È oppor-
tuno tenere separate anche una documentazione di interesse contin-
gente, per esempio solo in guerra o solo in pace, ed una documenta-
zione di validità generale. E così via.

A me è riservato invece il còmpito di tener d’occhio gli utenti, i
clienti, i beneficiari della documentazione. Non dirò di studiarli, ché
sarebbe parola troppo grossa; ma, così, di raccogliere le esperienze
avute trovandomi a parlare di queste cose. Un giorno bisognerà bene
istituire una scuola per utenti di documentazione; ed allora le cose
saranno fatte in grande.

In breve, bisogna ammettere, ed era da aspettarselo, che il fatto
nuovo della documentazione, o meglio del centro di documentazione,
magari della documentazione meccanica, sollevasse, assieme ad entu-
siasmi, non poche resistenze, dubbi, diffidenze.

. Sotto sotto ci sta che chi intende, anzi pretende di informarci,
in qualche modo violenta la nostra personalità, quel sapere che ab-

tipo D - « Aggiunge la grande sicurezza di sé, sotto la quale si nasconde spesso una
grande insicurezza »,

biamo presupposto da noi quando ci siamo messi a fare un mestiere.
La nostra personalità sta certo evolvendo, ma forse non è del tutto
uscita da una sua infanzia provinciale e moschettiera, romantica e da
mano fatata; non fosse che perché sinora è andata bene anche così,
o è andata bene soltanto così.

Soltanto, sarà difficile che le cose continuino ad andare proprio
così. Con l’abbassarsi delle frontiere, con i mezzi di trasporto più
rapidi ed economici, sarebbe sbagliato contare ancora su qualche
privilegio politico o geografico, che spesso conteneva la spiegazione
vera di tanto infelice intuito industriale. Nella produzione, bontà e
costi, la corsa si è fatta a ruota, e la tecnica ha sempre più bisogno
della scienza, chi decide deve tener conto di un numero sempre mag-
giore di dati. Il singolo non riuscirà certo più a procurarsi con le sue
sole letture di contributi originali tante cognizioni tecniche, econo-
miche, amministrative. Potrà dispiegare il suo ‘genio decisorio”
soltanto quando nuovi mezzi di raccolta e di diffusione glielo mette-
ranno a disposizione.

Né la situazione è molto diversa anche in certi campi non dell’in-
dustria. Basterà ricordare quello cui si accennò, dell’informazione
legislativa, che soltanto se sarà meccanizzato renderà lo strumento
linguistico della legge rapido ed economico.

Ma allora basterà la sola ragione per vincere ogni resistenza, ogni
riserva romantica! Beh, io sono convinto che o prima o poi a questo
si addiverrà. Tuttavia se nella seguente tipologia qualcuno si rico-
noscerà, si rispecchierà, questo forse accelererà i tempi.

14



tipo E - « Non approva il centro di documentazione, che permetterebbe, per esempio,
al laureando di distribuire diversamente i mesi dedicati a preparare la sua tesi, meno
alla raccolta del materiale, e più al suo ripensamento... ».

Ecco il tipo A, che è contro il centro di documentazione perché
ritiene tutto il suo lavoro molto nobile, riservato e di alta responsabilità.
La mediazione documentalistica dell’anonimo, o peggio, della macchi-
na, non svilirà tanti valori? Chi spesso mi ha rivolta, in forma più,
o meno esplicita, questa obiezione è stato il giurista. Ed io voglio
ricordargli alcune cose. La prima è che nel diritto vi è un aspetto crea-
tivo ed ideologico, che in nessun modo viene intaccato, perché ciò
che si meccanizza è soltanto lo strumento linguistico del diritto, non
la responsabilità che lo conia e lo applica. La seconda è che per questo
spoglio anche oggi egli c'eve ormai ricorrere al prontuario semiano-
nimo. Una terza è che il sapere di poter contare su questa meccaniz-
zazione permetterà al legislatore di spiegare una ricchezza sino ad oggi
impensabile. Ed almeno una quarta, del più alto valore sociale, perché
l’opera del giudice sarà in questo modo resa tanto più sicura, rapida
ed economica.

Il tipo B è contrario perché non crede che altri possa trarre dai
documenti quello che è in grado di trarre lui, cioè teme che ne vada
perduta una intima essenza. Ciò è almeno in parte giusto: una inter-
pretazione ed ancor più una elaborazione originale è suggerita talvolta
dal più incompiuto e marginale aspetto del lavoro altrui. Ma è da
notare che la documentazione non annulla mai il documento originale,
bensì ci aiuta a trovarlo, a venirne in possesso, ed opera così come un
primo filtro. È certo impossibile avere insieme (mi sia lecito proporre
il nuovo proverbio in ricordo di quello della botte piena e della mo-
glie ubriaca) tutta la scrittura con tutta la lettura.

Il tipo C è mosso da una certa furbizia di vecchio stampo. Che





tipo F - « Contro il centro di documentazione sono coloro che approfittano delle diffi-
coltà altrui per mancanza di documentazione... ».

valore può avere, egli si chiede, il segreto di Pulcinella? Come avvan-
taggerà il singolo il patrimonio divenuto comune? Non potrà più
servirsene da solo, magari appropriandosene di nascosto. Quindi,
niente centro di documentazione. A questo proposito forse non ba-
sterà richiamare il tipo C ad una certa asocialità, e persino illegalità
del suo comportamento, ai pericoli cui va incontro. Metta lui comun-
que sulla bilancia, ciò che il centro di documentazione gli toglie e
ciò che potrebbe dargli.

Il tipo D raccoglie gli scettici su ciò che fanno gli altri, e si chiede
se un vantaggio incerto giustifichi un sacrificio certo, di tempo e de-
naro. Aggiunge la grande sicurezza di sé, sotto la quale si nasconde
spesso una grande insicurezza.

Abbiamo anche un moralista, il tipo E, che però appartiene più
alla scienza pura ed alle humanities, che non alla scienza applicata
ed alla tecnica. Non approva il centro di documentazione, che per-
metterebbe, per esempio, al laureando di distribuire diversamente i
mesi dedicati a preparare la sua tesi, meno alla raccolta del materiale,
e più al suo ripensamento, perché «non bisogna rendere le cose
troppo facili». A suo tempo, lui ha sudato, e tutti sudino ancora.
Certo, anche cercare i documenti è una scuola, ci si fanno gli occhi,
la mano, il naso, non si sa bene che cosa; e se è una fatica è anche
una gioia. Ma spesso il tempo che si può dedicare ad un lavoro è
quello, e soltanto quello. Che cosa varrà di più? Quella sensibilità,
che forse ben poco servirà ancora nella vita, o quel ripensamento,
quella maturazione, che ci seguirà ed aiuterà poi sempre?

Contro il centro di documentazione sono coloro, raggruppiamoli





tipo G - « Il tipo G è un ricco, un forte, un potente che, per quello che gli serve, la do-
cumentazione se la sta facendo tutta lui... Certo gli costa di più che non il centro di
tutti e con tutti. Ma finché questi non riuniscono le deboli disperse forze, egli troneggia ».

nel tipo F, che approfittano delle difficoltà altrui per mancanza di
documentazione, per esempio quando questa mancanza renda lenti
e costosi certi servizi, difficoltà che non sono loro, perché dispongono
più degli altri di tempo e denaro. « Sì, io ho ragione ed il torto è suo »,
dirà il povero diavolo, «ma come potrei attaccare quel signore, con
tutti i suoi avvocati, i suoi consulenti, e fra me e lui, tutti quei bu-
rocrati e quelle carte bollate? A proteggere il signore una volta c’e-
rano i bravi e i tromboni ma oggi, non basta un bravo avvocato? ».

Finalmente, eccoci al nemico del centro di documentazione per
amore. Il tipo G è un ricco, un forte, un potente che, per quello che
gli serve, la documentazione se la sta facendo tutta lui. La grossa
società, l’industria dai trenta mila, dai settanta mila, dai cento mila
dipendenti, ha i suoi uffici di documentazione. Certo gli costa di più
che non il centro di tutti e con tutti. Ma finché questi non riuniscono
le deboli disperse forze, egli troneggia.

Chiudo la piccola rassegna con chi la citazione di Rostand do-
vrebbe giustificare: l’ignorante. Ma quale è il dominio in cui non si
riceverebbero che errori? Se supponiamo, così per giuoco, che questo
sia la filosofia, temo ancora che bisognerà documentarsi. Perché al-
trimenti, vedete, questi errori, c'è il pericolo di ripeterli tutti.

OTTIMISMO TELEOLOGICO

Adesso devo trovarmi un posto anche per me. Con lo cherzze che
mi si attribuisce credo. di aver incontrato il consenso di molti
dei presenti all'incontro; anche perché le parti avverse in sala

non le porta nessuno, stanno a casa. Ma io, che cosa ne penso?

Ecco lo spettacolo della natura che si propaga, che si moltiplica,
mi tranquillizza. Nella natura lo spreco, ma è poi spreco?, è enorme.
Il seme che vaga disperso, e poi quella lotta per l’esistenza, con la
darwiniana sopravvivenza del più forte. Perché non dovrebbe avve-
nire lo stesso con i prodotti intellettuali dell’uomo? È vero che la
moneta cattiva scaccia quella buona, e che a proliferare sono le razze
inferiori, per ripetere due vecchie leggi di economia e di sociologia.
Ma io non credo che chi pensa qualcosa di importante voglia tenerlo
per sé, e nel suo pensiero non trovi anche la strada per farlo conoscere,
e non credo che ciò che non serve passi di bocca in bocca, di foglio
in foglio. Cioè, l’informazione buona scaccia quella cattiva, e solo
la buona viene ripetuta.

Mi pare fosse Massimo Bontempelli a suggerire che la pubblica-
zione di ogni parto dell’intelletto avvenisse su di un materiale che
si polverizzasse entro i trent’anni; sicché, o qualcuno lo riteneva
degno di essere ripubblicato, entro quegli anni, su di un materiale
più duraturo, o sarebbe sparito per sempre. Ma alludeva ad una pro-
duzione lontana dalle aziende e dai profitti, produzione tutta di con-
cetto o d’arte.

Infine, un ex-presidente del consiglio nazionale delle ricerche
francese mi raccontava un giorno di avere conosciuto tanta gente
che scrive libri, e tanta gente che legge libri, ma mai nessuno che in-
sieme li scriva e li legga.

Per tutto questo, con o senza il centro di documentazione mec-
canica, io, almeno per quanto mi importa, mi sento tranquillo.



16

GUARDRAILS = VIA SICURA

di Aldo Castellana



Un punto dell’autostrada del sole allo svincolo anulare di Roma, protetto da guardrails
e spartitraffico.

Si può dire che ogni giorno ci capiti di vedere immagini racca-
priccianti di incidenti stradali: automezzi urtatisi frontalmente e pres-
soché demoliti; altri finiti fuori strada, contro qualche muro o giù
da qualche scarpata, ridotti ad un ammasso di lamiere contorte...
Sono immagini usuali, consuete, ma sempre nuove, per le sensazioni
che ogni volta rinnovano dentro di noi, di pietà e di spavento; e l’in-
quietudine che ci assale nel constatare l’aumento ed il continuo per-
fezionarsi di veicoli sempre più veloci, è tutt'uno con il desiderio che
ogni sforzo venga fatto per renderne più sicura la circolazione. In
realtà, molto è stato attuato a questo scopo, anche se non di pari passo
con il perfezionamento dei veicoli. E, pure in questo settore, l’acciaio
riveste un ruolo preminente, impiegato com’è nella costruzione di
colonnine di guida, cartelli indicatori, sostegni per impianti di illumi-
nazione, schermi di varia natura (contro l’abbagliamento, contro il
vento, la neve eccetera), e di guardrails. Proprio su questi ultimi desi-
deriamo soffermarci, dato che — come si vedrà — arrecano un contri-
buto non indifferente alla sicurezza stradale.

I guardrails in acciaio, sebbene in Italia li vediamo installati da
non molti anni, non sono un’invenzione recente: risalgono al 1933,

e furono impiegati per la prima volta negli Stati Uniti, precisamente
nel Missouri. Già allora vennero preferiti ad altre protezioni, costruite
con materiali diversi; preferenza suffragata e consolidata dalle nume-
rose prove pratiche cui furono sottoposti, frequentemente, negli anni
successivi. Nel 1959, ad esempio, in California, vennero effettuate
trentadue prove su quindici diversi tipi di barriere protettive, per
stabilire quale spartitraffico fosse più adatto ad ostacolare lo sconfina-
mento del veicolo nella carreggiata opposta: e ne risultò che la barriera
in acciaio era la più rispondente ai requisiti richiesti. Uno studio ancor
più recente (1962) promosso dal ministero delle comunicazioni tedesco
confermò l’esperienza americana: macchine di normale produzione e
di pesi diversi, sino a 1400 chilogrammi, ed autocarri zavorrati fino a
raggiungere il peso lordo di 10 tonnellate, vennero lanciati per mezzo
di un razzo, alla velocità rispettivamente di 100 e 75 chilometri all’ora,
contro barriere stradali disposte secondo angoli di 5, 20, 30 gradi.
Gli elementi raccolti da svariati apparecchi di misurazione e da otto
cineprese che riprendevano l’urto e la deformazione del guardrail e
dei veicoli alla velocità di 500 fotogrammi al secondo, permisero di
assodare la superiorità dei guardrails in acciaio, gli unici capaci di



impedire, anche negli urti con il massimo angolo pratico di 30 gradi,

l’irruzione nella carreggiata opposta.

Quali sono i requisiti che determinano la superiorità del guardrail
in acciaio? Innanzitutto esso è sufficientemente elastico, così da poter
assorbire urti di leggera entità; in occasione di urti più forti, peraltro,
la sua capacità di deformarsi plasticamente gli permette di assorbire
parte dell’energia del veicolo in movimento, che evita perciò di bloc-
carsi bruscamente e, nello stesso tempo, di rimbalzare sulla carreggiata;
e, anzi, la deformazione stessa serve di guida al veicolo, instradandolo
nuovamente nella direzione di marcia. Oltre a ciò trasforma in calore,
per attrito, parte dell’energia del veicolo in movimento; trasmette,
attraverso i paletti, parte dell’energia d’urto al suolo e, trattandosi
praticamente di una fascia continua, formato com’è da elementi per-
fettamente congiunti uno all’altro, ripartisce l’urto fra più elementi,
facendolo assorbire anche da quelli non direttamente colpiti. Non va
dimenticato, poi, che per la sua forma e per il modo con cui viene
collocato rappresenta una efficace guida ottica per l’automobilista.

I profili del guardrail, sino a qualche tempo fa svariatissimi, vanno
ora uniformandosi: due sono, attualmente, i tipi fondamentali sui
quali s’è orientata la produzione. Così dicasi per gli spessori della la-
miera con la quale sono costruiti, che si vanno unificando tutti verso
i 3 millimetri. Sono evidentemente i requisiti che, assieme al tipo di
acciaio impiegato, permettono di ottenere le migliori prestazioni. A
tale scopo si rendono necessari, naturalmente, anche determinati cri-
teri di installazione: estrema saldezza dei giunti, che faccia loro trasmet-
tere, senza cedere, le forze d’urto; bordo inferiore a 20-25 centimetri
sopra il piano stradale, per assorbire la pressione laterale dei veicoli
che slittano tangenzialmente; bordo superiore a 55-65 centimetri dal
piano stradale, cioè non troppo più in basso di quella che è l’altezza
media del centro di gravità dei veicoli, per evitare il ribaltamento di
questi ultimi; paletti di sostegno distanziati non più di 4 metri nei
tratti in rettilineo, non più di 2 metri in curva, ed infissi a sufficiente
profondità, poiché la loro resistenza aumenta con la lunghezza della
parte interrata; e, infine, impiego di elementi terminali arrotondati, o
ripiegati verso l’esterno della carreggiata o, ancora, come si sta attual-
mente sperimentando, gradualmente abbassati fine al terreno, onde
evitare l’ “infilzamento” dei veicoli.

Il guardrail si dimostra di estrema efficacia in ogni tratto di strada
dove esista il pericolo di una deviazione dell’automezzo: lungo i bordi
esterni delle curve, poiché è in curva che la forza centrifuga provoca
innumerevoli incidenti per fuoruscita dalla carreggiata; lungo le scar-
pate, dove un ribaltamento, anche a moderata velocità, può avere gravi
conseguenze; sulle strade che fiancheggiano fiumi e canali, sulle quali
esiste l’eventualità che i veicoli precipitino nell’acqua; e poi sui ponti,
ai nodi stradali (dove esercita altresì la funzione di guida ottica),
e a protezione dei cartelli di segnalazione, visto che la sua installazione
costa meno del riallestimento dei cartelli abbattuti.

Del grande apporto alla sicurezza stradale dato dal guardrail instal-
lato sugli spartitraffico vogliamo accennare a parte. Abbiamo sott’oc-
chio una recente statistica, compilata in Germania, e riguardante due-
mila casi di veicoli venuti in contatto con il guardrail, in seguito ad
invasione dello spartitraffico. La trascriviamo:

a - dal guardrail sono stati trattenuti: il 97 per cento delle autovetture
e il go per cento degli autocarri;

b - l’ 1,2 per cento delle autovetture ed il 5,7 per cento degli autocarri
hanno superato, spezzandolo, il guardrail, ma si sono arrestati
sullo spartitraffico;

c - l’ 1,7 per cento degli autoveicoli ed il 4,2 per cento degli autocarri
hanno, spezzato il guardrail, invaso la carreggiata opposta.
Queste cifre, già di per sé indicative, lo diventano maggiormente

confrontate con le seguenti, rilevate quando le stesse autostrade erano

prive di guardrail:

a - veicoli rimasti sullo spartitraffico: il 44 per cento;

b - veicoli passati nella carreggiata opposta: il 56 per cento.

«Le cifre parlano da sole »: è un po” una frase fatta. Ma speriamo
che ci venga perdonata, dal momento che qui le cifre indicano vera-
mente e con chiarezza non solo un progresso nella sicurezza stradale
(con tutte le positive conseguenze di carattere generale facilmente in-
tuibili), ma starfno anche e soprattutto a significare vite umane salvate.

17



Un eloquente esempio dell’ efficienza dei guardrails: nonostante la velocità e le di-
mensioni, questo enorme camion non ha oltrepassato lo spartitraffico.

Il ministero delle icazioni ted ha pr un esperimento per dimostrare
l’utilità dei guardrails: una vettura lanciata da un razzo a cento chilometri all’ ora
viene spinta contro uno sbarramento di guardrails. Nella prima foto, la vettura spinta
dal razzo si sta dirigendo contro il guardrail che sarà urtato dopo tre secondi. Nella
seconda foto, la vettura e il guardrail come si presentano dopo l’urto. (foto Seifert-
Stoccarda)







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LIBRI PER IL PERSONALE: UN'IMPORTANTE INIZIATIVA

CULTURALE DELL'ITALSIDER

Nel 1961 uscì in Italia un volume in cui erano raccolte dodici le-
zioni tenute a Parigi per gli studenti della Sorbona da un professore
di storia moderna dell’università di Roma. Il professore era morto
un anno prima, a soli cinquantanove anni, e la sua immatura scom-
parsa aveva rappresentato per la cultura una grave perdita. Nelle sue
dodici lezioni alla Sorbona il professore (che portava come tanti
valdostani un cognome alla francese, Chabod, Federico Chabod, ma
era italianissimo), aveva saputo riassumere, con rara capacità di sintesi,
di chiarezza e di obiettività, la storia del nostro paese dalla prima
guerra mondiale al 1948.

Il libro ebbe un notevole successo (ne sono uscite — presso Einaudi
— sette edizioni), la critica ne parlò diffusamente e assai favorevol-
mente. Lo studioso, il politico o anche chi si occupasse della cosa
pubblica solo da spettatore ben informato non poteva ignorare (e
difatti non ignorò) le “lezioni’’ di Chabod.

Ma quanti sono in Italia coloro che seguono la vita pubblica con
lo scrupolo e il piacere di essere informati? Qualche decina di migliaia
di cittadini su più di cinquanta milioni.

La ristampa della “Storia contemporanea” di Chabod in apertura
della “collana Italsider” di libri economici per il personale ha costi-
tuito così per moltissimi una sorpresa. Lieta sorpresa che vi fosse un
libro che parlava con chiarezza di problemi e di fatti che l’uomo della
strada riesce di solito ad intravedere appena dietro le fumose cortine
delle parole e dei concetti difficili riservati a pochi specialisti e quindi
vietati ai “non addetti ai lavori”.

Ci sembra che questo sia il lato più interessante dell’iniziativa presa
dall’Italsider: dare in primo luogo a molti che con la lettura hanno
meno dimestichezza il piacere di scoprire che esistono libri in cui cose
difficili o presunte tali sono raccontate e spiegate in modo semplice

e chiaro; contribuire inoltre alla preparazione di altri libri il più pos-
sibile semplici e chiari su alcuni problemi e aspetti significativi del
nostro tempo.

È stato questo appunto il tema di fondo della riunione svoltasi a
Genova il 14 gennaio, che ha visto raccolti nei locali del nuovo cir-
colo della sede, per la presentazione ufficiale della collana, autorità
cittadine, rappresentanti dei lavoratori e un gruppo qualificato di
editori italiani, tra i quali erano Valentino Bompiani, Paolo Boringhieri
e Vito Laterza. Mondadori era rappresentato dall’amministratore edi-
toriale dottor Giorgio Franchi, Rigzolî dal capo redattore editoriale
dottor Gianfranco Dossena, Zarichelli dal consulente editoriale dottor
Alberto Gozzi, Wa/lecchi dal direttore editoriale dottor Alfredo Righi,
Garzanti dal procuratore generale dottor Mario Candiani. Per la edi-
trice La Nuova Italia era presente il consulente editoriale professor Raf-
faele La Porta, per le Edizioni Scientifiche Italiane il direttore dottor
Atanasio Mozzillo, per la Etas-Kompas il direttore della divisione
libri dottor Nino Damascelli. Einaudi, editore del volume di Chabod
che ha aperto la collana Italsider, era rappresentato dal consulente
editoriale dottor Paolo Terni. Presente anche il dottor Umberto Eco,
consulente editoriale di Bompiani.

Al convegno sono intervenuti anche alcuni esperti di problemi edu-
cativi e del lavoro, tra cui la dottoressa Maria Calogero, direttrice
del centro di addestramento professionale per assistenti sociali, il
dottor Mario Melino, direttore della Società Umanitaria, e il dottor
Agostino Paci, del servizio problemi del lavoro dell’ IRI. Per £din-
dustria, la casa editrice del Gruppo che cura l’edizione della collana,
era presente l’amministratore delegato, dottor Francesco d’Arcais,
direttore di “Civiltà delle Macchine”.

« Un uomo che legge e che sa trarre dalle sue letture una lezione



TO



Nel mese di gennaio, nei nuovi locali del circolo aziendale della sede, si è avuta la pre-
sentazione ufficiale della nuova collana di libri Italsider, alla presenza di autorità ed
editori. Nella foto, la riunione degli editori: un momento dei lavori. Del comitato di
direzione della collana fanno parte anche tre rappresentanti dei lavoratori: Luciano
Balestrieri, Francesco De Martini, Luciano Vinazza.

di vita — ha detto il dottor Redaelli, amministratore delegato della
società, nell’aprire la riunione — è un uomo completo, più utile a sé,
alla sua famiglia e al consorzio civile. Come dirigente industriale, devo
dire che è anche più utile ad una azienda moderna, alla quale egli può
dare in molti modi un contributo più intelligente e consapevole. Ma
soprattutto chi legge lavora per sé, per la parte migliore di sé. Per
queste ragioni io mi auguro che l’iniziativa abbia un pieno successo
(e del resto già i primi risultati ce ne dànno conferma) e possa contri-
buire in modo concreto “ad estendere le frontiere del pubblico che
legge”, come è detto appunto nella presentazione del primo volume
della collana.

«Noi siamo soliti dire — ha concluso il dottor Redaelli — che
caratteristica delle civiltà più moderne e progredite è l’alto indice
della produzione industriale e in particolare di quella dell’acciaio; ma
occorre dire anche che una diffusa abitudine di lettura è il segno di
una maturità sociale e individuale propria delle grandi civiltà, ed è
a questo che noi dobbiamo tendere con tutti i nostri sforzi ».

La storia il contenuto e l’articolazione del progetto editoriale del-
l’Italsider (che abbiamo ampiamente illustrato nello scorso numero
della rivista), nato dall’esigenza sentita ad un certo punto di dare un
carattere continuo ed organico alla precedente iniziativa dei “libri
strenna”’ annuali, sono stati delineati dal dottor Osti nella sua qualità
di presidente dei circoli, e dai membri del comitato di direzione del-
la collana.

Che questo progetto risponda a un’esigenza diffusa è stato dimo-
strato dall’esito dell’inchiesta condotta durante l’estate attraverso i
circoli Italsider, inchiesta che ha dato una amplissima maggioranza
a “più libri a un costo molto basso” in alternativa alla possibilità di
continuare a ricevere un libro all'anno gratuitamente.

Qui sopra, al tavolo della presidenza, il dottor Enrico Redaelli amministratore delegato
dell’Italsider; il professor Francesco d’Arcais amministratore delegato di Edindustria
e direttore di “Civiltà delle Macchine”; l'avvocato Mario Einaudi vice direttore gene-
rale dell’Italsider.

L’iniziativa, che ha fini esclusivamente sociali, non si propone né
di competere né di interferire in alcun modo con la normale attività
editoriale, ma soltanto di offrire ad un nuovo largo pubblico poten-
ziale l’opportunità di avvicinarsi al libro. Come facilita l'accostamento
allo sport, al turismo, alla caccia, agli spettacoli, l'azienda deve faci-
litare anche e promuovere l’accostamento alla cultura. Offrire un li-
bro all'anno in omaggio a tutti indistintamente poteva suonare pa-
ternalistico. Non così appare la possibilità, per chi lo desideri, di ab-
bonarsi a un prezzo particolarmente basso a una serie di libri che usci-
ranno periodicamente.

Per questa via l’ Italsider spera anche di stimolare la produzione
di libri che non siano soltanto economici ma ‘veramente popolari”,
per la loro capacità di trattare in forma semplice e non tecnica pro-
blemi e argomenti essenziali per la comprensione del mondo in cui
viviamo. In Italia, anche se esistono esempi positivi come è appunto
il libro dello Chabod, è necessario ancora molto cammino su questa
strada per raggiungere quel costume di divulgazione intelligente che
nei paesi più progrediti ha eliminato la profonda frattura che da noi
divide il cittadino medio dal mondo della cultura. Appunto questa
frattura fa sì che molte espressioni culturali restino da noi disancorate
proprio dagli strati che più ne sentono la necessità.

Caratteristica dell’iniziativa dell’ Italsider è anche il fatto che del
comitato di direzione della collana fanno parte tre rappresentanti dei
lavoratori, operai e impiegati, provenienti dalle tre massime organiz-
zazioni sindacali, i quali potranno portare sia nel lavoro di scelta degli
argomenti e degli autori sia nella stessa fase di preparazione di quei
libri che dovranno essere scritti appositamente per i lettori dell’Ital-
sider, il contributo della loro diversa esperienza e un più ricco apporto
di idee.



20



Nel corso del dibattito pubblico prende la parola l’editore Bompiani.

È seguito un dibattito nel corso del quale vari intervenuti hanno
richiesto chiarimenti sulle finalità che la nuova iniziativa si propone
e sugli sviluppi che essa potrà assumere in futuro.

In particolare il dottor Bompiani, in rappresentanza degli editori,
e il dottor Di Stefano, a nome dei librai, hanno riconosciuto che l’ini-
ziativa non soltanto non nuoce ai loro interessi ma può aprire al libro
“normale” un mercato nuovo e vastissimo, quello dei dipendenti
delle grandi aziende che, sollecitati all'amore per la lettura da libri
ben scelti e a basso prezzo (un prezzo ovviamente inferiore al costo
reale, che viene coperto dalla società), saranno poi pian piano invo-
gliati a completare le loro piccole biblioteche.

Il discorso si è quindi allargato al problema della diffusione del
libro in Italia e alle difficoltà non solo economiche ma anche psicolo-
giche che essa presenta. Esistono infatti oggi sul mercato ottime col-
lane di libri a basso prezzo, che tuttavia si affermano ancora lenta-
mente in certi strati della popolazione, ad esempio tra i ceti operai.

A questo proposito il dottor Terni, della editrice Einaudi, ha for-
mulato alcune critiche all’organizzazione delle biblioteche popolari
rionali, che non dispongono, se non in casi eccezionali, di libri freschi
di stampa, quelli sui quali si accende la discussione dell’opinione pub-
blica e che sono di solito i più richiesti. A_ questo proposito l’avvo-
cato Einaudi, vice direttore generale dell’ Italsider, ha rilevato come
uno dei motivi che spiegano il successo dell’iniziativa sia proprio
di ordine psicologico: il fatto che la collana sia nata nella comunità
aziendale, già sensibilizzata ai problemi culturali da un’azione svolta
in varie direzioni da parecchi anni, è stato certamente decisivo. L’of-
ferta dei libri è venuta dal mondo ormai familiare dell’azienda, che ha
facilitato al massimo al lavoratore le operazioni di prenotazione e di
pagamento. Ciò dimostra come esista un pubblico che può essere fa-

Il tavolo degli editori, in un altro momento della riunione.

cilmente sollecitato alla lettura ma che trova ancora molte difficoltà
psicologiche ad entrare in una libreria, in un ambiente cioè dove il
problema della scelta implica già una confidenza con il libro che po-
chissimi hanno.

Questa condizione di inferiorità di molti lettori potenziali è ag-
gravata dal fatto che in periferia i rivenditori di libri molto spesso non
sono all'altezza di esercitare sui clienti un’azione di educazione alla
scelta, azione che viene invece svolta dai buoni librai del centro
cittadino che hanno alle spalle una solida tradizione umanistica
borghese.

L’avvocato Einaudi ha poi ricordato l’esperienza fatta con i cir-
coli per avvicinare al teatro un pubblico nuovo. L’impostazione seguìta
in quel campo è analoga a quella adottata per la diffusione di un’abi-
tudine di lettura: in un primo tempo si è portato il teatro in fabbrica
e si sono organizzati spettacoli gratuiti. Ciò ha permesso in séguito
di dare spettacoli a pagamento e di facilitare l’adesione spontanea dei
lavoratori alle normali iniziative teatrali cittadine, adesione che è oggi
rilevantissima. Cosa questa che sarebbe stata impossibile senza le
esperienze precedenti.

Il tema dell'importanza della comunità aziendale è stato ripreso
dal dottor D’Arcais. Il rapporto industria-cultura, come quelli indu-
stria-ricerca scientifica e industria-formazione culturale del personale
è argomento largamente dibattuto, soprattutto da quando le aziende
hanno instaurato canali di comunicazione diretta con i propri dipen-
denti. Tutti sono concordi nell’affermare che ciò può presentare dei
pericoli per l'autonomia del ricercatore scientifico e del lavoratore,
ma è indubbio, e molti lo hanno rilevato, che vi è oggi una necessità
assoluta di un rapporto tra industria, ricerca e cultura. Questo rap-
porto è destinato a dare tanto più frutti positivi quanto più sarà fon-



2I







CIRCOLI DIRIGENTI IMPIEGATI — CATEGORIA SPECIALE OPERAI TOTALI
BAGNOLI II 586 192 2.841 3.630
CORNIGLIANO 13 805 226 3.206 4.250
LOVERE 12 290 62 1.102 1.466
MARGHERA $ 193 —_ 855 1.053
NOVI LIGURE 198 85 841 T-:127
PIOMBINO 10 PIT 199 2.434 3.220
SAN GIOVANNI VALDARNO 2 64 31 395 492
SAVONA 144 37 574 764
SEDE 117 940 7 70 1.134
SIAC 3 525 9I 1.652 2.271
TARANTO 7 554 25 2.517 3.103
TRIESTE AE 155 39 441 640

197 5.031 994 16.928 23.150
Nella tabella, suddivisi per i vari stabilimenti e categorie, gli abb i alla coll di libri Italsider.

dato su un equilibrato e sereno confronto di idee e scambio di espe-
rienze. i

Prima del dibattito pubblico, nella stessa sede del circolo si era
svolto un incontro ristretto, diretto ad informare gli editori interve-
nuti e i responsabili degli enti che si occupano di educazione degli
adulti sull’iniziativa della collana Italsider, nella prospettiva di stabi-
lire rapporti di collaborazione e permanenti tramiti di informazione.
“. Dopo il chiarimento del significato dell’iniziativa, si è passati ad
un confronto di esperienze e di giudizi che ha avuto come protagonisti
gli stessi editori.

Valentino Bompiani, espresso il consenso degli editori presenti
alla nuova iniziativa dell’ Italsider, ha rilevato che il suo interesse
maggiore non consiste tanto nella possibilità di accordi specifici per
la pubblicazione nella nuova collana di singole edizioni di cui questo
0 quell’editore detenga i diritti, ma nell’allargamento del pubblico dei
lettori, nel “contagio” dell’amore per la lettura che può derivare da
un contatto straordinariamente semplificato del potenziale lettore
con l’opera da leggere.

Vito Laterza ha sottolineato l’urgenza di creare nuovi canali di
diffusione dell’editoria capaci di destare un interesse critico in quegli
strati sociali che dimostrano di rispondere più prontamente alle solle-
citazioni che in tal senso ricevono. A questo proposito il dottor Terni
ha da un lato richiamato l’interesse dei presenti sul progressivo aumen-
to dei lettori della biblioteca creata dalla casa Einaudi a Dogliani,
dall’altro sulla funzione insostituibile e primarta che l’editoria normale
deve avere nella diffusione del libro.

._ Paolo Boringhieri ha ribadito l’importanza dell’informazione scien-
tifica per la sua capacità di predisporre a una visione del mondo cri-
tica e oggettiva.

La dottoressa Maria Calogero ha suggerito di corredare ogni vo-
lume di una breve bibliografia ragionata così da fare di ogni libro
l'occasione e il punto di partenza per leggerne altri (un suggerimento,
come altri formulati nel corso dell’incontro, che è stato già posto
in atto).

Il dottor Melino ha sottolineato l’interesse dell’iniziativa Italsider
dal punto di vista dell’educazione popolare, e l’importanza di pro-
cedere ad una costante capillare verifica degli interessi e delle ricetti-
vità dei lettori.

Dall’epoca dell’incontro con gli editori al momento in cui esce
questo numero della rivista, l’iniziativa ha confermato il suo pieno suc-
cesso, al di là delle stesse previsioni. Oltre ventitrémila dipendenti,
pari al sessanta per cento della forza complessiva, hanno dato la loro
adesione alla collana di cui anche la stampa nazionale, la radio e la
televisione si sono largamente occupate, suscitando un vastissimo in-
teressamento dell’opinione pubblica. Ne fanno testimonianza le nu-
merose lettere pervenute con richieste di informazioni. Molti hanno
addirittura scritto per chiedere di abbonarsi alla collana: è evidente
che ciò non è possibile.

L’iniziativa non può che rimanere circoscritta, in questa prima fase
di esperienza, al personale dell’Italsider. Alcuni dei libri inseriti nella
collana, come il volume di Chabod, sono d’altra parte in vendita sul
normale mercato librario, mentre non è escluso, ed anzi è auspicabile,
che alcuni dei volumi realizzati appositamente per la collana vengano
successivamente ristampati per il pubblico normale, da normali editori.
Questo, in definitiva, è uno dei fini che la collana si propone di rag-
giungere: dar vita a libri fatti sulla misura di un pubblico nuovo,
sulla base di nuove e originali esperienze, decisi attorno ad un tavolo con
l’attiva partecipazione dei rappresentanti dei lettori ai quali sono diretti.



22

PROBLEMI E STRUTTURA DELL'INDUSTRIA IN UNO
STUDIO DI PASQUALE SARACENO

di Sergio Vaccà

È uscita la seconda edizione di un ampio studio che il professor Pas-
quale Saraceno, uno dei più noti ed apprezzati studiosi di economia e
tecnica dell'industria, ha dedicato ai principali problemi connessi con la
moderna produzione industriale.

“La produzione industriale” (Libreria Universitaria, Venezia) è
appunto il titolo dell’opera, che pur non essendo rivolta al grosso pubblico,
ma piuttosto agli studiosi della materia (si tratta infatti di una raccolta
di lezioni universitarie), ha il pregio di presentare l’argomento con singo-
lare chiarezza di impostazione e di esposizione.

Abbiamo chiesto al professor Sergio Vaccà, direttore dell’istituto ligure di
ricerche economiche e sociali, una breve introduzione all’opera. Egli si sofferma
a esaminare îl problema dei rapporti tra produzione e consumo, problema
che è, în definitiva, alla base di particolari fasi economiche quali quelle
che vanno sotto il nome di ‘‘congiuntura”. È questo un vocabolo che è en-
trato ormai nel linguaggio comune, dove ha assunto un significato negativo,
di sinistro spettro munito di falce e apportatore di calamità. Con il termine
“congiuntura” siamo soliti ormai giustificare e spiegare tutte le difficoltà
del momento.

Che cosa sia in realtà la ‘‘congiuntura’’ è spiegato in modo esem-
plarmente chiaro in un capitolo di questo libro del professor Saraceno,
che riproduciamo per gentile concessione dell’autore.

LA PRODUZIONE INDUSTRIALE DI PASQUALE SARACENO

I principali problemi connessi con la moderna produzione indu-
striale sono esaminati in questa opera del professor Pasquale Saraceno,
uno dei più noti ed apprezzati studiosi di economia e tecnica industriale.

In questa breve nota non possiamo posare la nostra attenzione su
tutti i temi toccati con rara competenza e originalità d’impostazione
dall’autore, (organizzazione del lavoro, finanziamento dell’impresa,
determinazione del salario, calcoli di convenienza, determinazione del
prezzo dei prodotti eccetera) pertanto, ci limiteremo a richiamare il
pensiero del Saraceno e a svolgere alcune nostre osservazioni su un
aspetto che ci sembra di essenziale momento, e sul quale è ormai d’ob-
bligo soffermarsi ogniqualvolta si riflette sul funzionamento del
nostro sistema economico: i rapporti fra sviluppo della produzione
industriale e quello dei consumi.

I rapporti fra produzione industriale e consumi si sono radicalmente
modificati in questi ultimi decenni in seguito all’avvento da un lato
della produzione di massa e dall’altro dei consumi di massa.

Lo sviluppo dei consumi di massa rappresenta, infatti, un nuovo
ed “rico” fenomeno della storia umana in quanto segna il passaggio
da una economia della povertà o rarità a quella dell'abbondanza. At-

traverso il corso della storia la povertà è stata la regola, l'abbondanza
e la ricchezza l’eccezione; le società furono chiamate “ricche”, “pro-
spere” quando le classi dominanti vivevano nell’abbondanza e nel
lusso; infatti nel passato, anche nei paesi più ricchi, la grande maggio-
ranza del popolo lottava per la sopravvivenza. Oggi, nelle economie
capitalistiche più progredite un minimo di nutrizione, una abitazione,
il vestiario, sono assicurati, se non a tutti, alla maggioranza: l'aumento
sostanziale del reddito medio per famiglia, unitamente ad un grande
cambiamento nella distribuzione del reddito, hanno determinato una
capacità di consumo da parte dei singoli individui, che si caratterizza
per la sua discrezionalità, in quanto utilizzabile da parte del singolo
consumatore nel modo che preferisce. In questo senso si può affer-
mare che, nell’èra dell’abbondanza, la libertà di scelta del consumatore
ha un’importanza che non aveva quando le esigenze elementari o
minime vitali dell’esistenza costringevano i singoli a spendere tutto
il loro reddito per consumi necessari ed indilazionabili, come quelli
della nutrizione, del vestiario, abitazione eccetera.

Va ancora sottolineato che con l'aumento del potere di acquisto
discrezionale dei consumatori, ovvero con l’aumento ed il moltipli-
carsi dei consumi, la stessa produzione industriale si è trovata ad af-
frontare problemi completamente nuovi, in quanto finché i consumi
erano modesti e del tutto determinati da esigenze necessarie o vitali,
non avevano sostanzialmente ragion d'essere le politiche delle aziende
produttrici intese ad influire sul comportamento, ovvero sulle scelte
dei consumatori (politiche pubblicitarie, politiche di differenziazione
dei prodotti eccetera). Come ha osservato il Galbraith «... un uomo
che ha fame non ha bisogno che gli altri (cioè i produttori) gli dicano
che gli occorre del cibo. Se egli è sotto lo stimolo dell’appetito si
cura ben poco di quel che dicono i produttori. Questi hanno un’in-
fluenza soltanto su coloro che sono talmente lontani dal bisogno fisico,
che non sanno neppure cosa vogliono... ».

Orbene, sul potere dei produttori di “indurre” i consumi, cioè
di condizionare o determinare le scelte dei consumatori, si è discusso
con particolare fervore in questi ultimi anni e in genere si è manife-
stata una certa convergenza nel senso di sottolineare che i produttori
sono sempre più in grado di imporre le loro produzioni. Su questo
primo aspetto dei rapporti fra produzione e consumi la posizione del
Saraceno — che sostanzialmente condividiamo (1) — ci sembra estre-
mamente più cauta e, aggiungiamo, più consapevole dei risultati delle
ricerche condotte in questi ultimi tempi specie da parte dei sociologi (2).

Osserva infatti il Saraceno che « con l’aumentare delle risorse dispo-
nibili per i consumi, accade che i bisogni che il consumatore esprime
in modo più spontaneo ed immediato possano essere in gran parte
soddisfatti. Dopo di ché i consumi addizionali che l’aumento del
reddito rende disponibili sono determinati da scelte che il consumatore
effettua sotto la pressione, spesso molto rilevante, di sollecitazioni
provenienti dal mondo della produzione. / processi mentali che dànno
luogo a tali scelte sono tutt'altro che chiari e pur quando fossero meglio noti,
ognuno vede la difficoltà di chiarire quali delle scelte fatte dal consumatore sono
prevalentemente autonome, quali sono determinate in modo decisivo dalle pres-
sioni dei produttori e quali, tra queste ultime, sono in contrasto con l’interesse
del consumatore ».

Esiste però un altro aspetto dei rapporti produzione industriale-con-
sumi, che assume un’importanza ancor più rilevante e sul quale anche
il Saraceno richiama l’attenzione. Con l’aumento dei consumi di mas-
sa, nei paesi ad alto reddito «il meccanismo di mercato tende infatti
a produrre una struttura dei consumi squilibrata nel senso che non
sono soddisfatti bisogni co/leftivi che nella situazione storica data tutti
giudicano essenziali (istruzione, abitazione, assistenza ospitaliera,
convivenza urbana ordinata eccetera) mentre quote ingenti del reddito
nazionale sono destinate a tipi di consumi che, pure per comune ri-
conoscimento, si vorrebbero posposti ai consumi pubblici non sod-
disfatti » (Saraceno, opera citata - pagina 47).

Vale senz’altro la pena di fare qualche rapida osservazione su questo
problema ‘di fondo dell'economia capitalistica)

In effetti, in un ordinamento di mercato, cioè in una economia
caratterizzata dal decentramento delle decisioni e quindi dalla preva-
lenza delle scelte dei singoli individui (siano essi imprenditori o con-
Sumatori) è inevitabile che i consumi individuali o privati finiscano

23

per essere più facilmente soddisfatti. Per evitare la prevalenza dei con-
sumi individuali a danno di quelli collettivi occorre un intervento da
parte dell’iniziativa pubblica, intervento che può garantire lo sviluppo dei
consumi collettivi, in quanto utilizza una quota del reddito nazionale dispo-
nibile sottratta alla discrezione dei singoli, mediante l’impostao ilprestito.

Con altre parole: le risorse esistenti in una data società non sem-
brano storicamente tali da garantire un equilibrio fra consumi indivi-
duali e collettivi, per cui insorge un conflitto che richiede, fra l’altro,
di definire quanta parte del reddito nazionale può e deve essere la-
sciata ai singoli e quanta invece trasferita allo stato.

Ora, per quanto neltempo si manifesti un progressivo aumento della
quota di reddito nazionale riservata o trasferita agli organi pubblici, rima-
ne il fatto che — come si è detto più sopra -- i consumi collettivi risul-
tano senza alcun dubbio sacrificati rispetto a quelli privati o individuali.

Come può essere spiegato questo fatto?

Secondo alcuni studiosi l’insoddisfacente sviluppo dei consumi
pubblici in una economia di mercato non sarebbe tanto dovuto al-
l'inadeguatezza del prelievo di reddito nazionale da parte dello stato,
ovvero all’eccessivo o comunque abbondante soddisfacimento di con-
sumi individuali, quanto al rifzz0 troppo modesto di sviluppo del sistema
economico (cioè al saggio insufficiente di crescita del reddito nazio-
nale). Secondo altri studiosi la ragione fondamentale dello squilibrio
fra consumi privati e collettivi andrebbe invece ricercata nell’elevato
e crescente consumo di reddito nazionale per scopi difensivi, da parte
dello stato. Infine, altri ancora osservano che non poco giuoca anche
il fatto che l’identificazione dei bisogni collettivi e più ancora delle
modalità per un loro adeguato soddisfacimento presenta difficoltà
obiettive, spesso insuperabili (si pensi, ad esempio, ai bisogni collet-
tivi che derivano dallo sviluppo dell’urbanesimo).

Ora, delle tre ragioni avanzate, l’ultima è senz’altro valida — anche
se non sufficiente —a spiegare l’insoddisfacente sviluppo dei consumi
collettivi.

La seconda ragione vale soprattutto con riferimento ad una eco-
nomia come quella statunitense in quanto — come ricordava di recente
il senatore democratico William Fulbright (3) — «il vero significato
della guerra fredda sta nell’inversione delle priorità, che fa sì che l’Ame-
rica si veda costretta a distogliere, a favore della difesa militare, enormi
ricchezze ed energie che potrebbero servire per costruire scuole, case
ed ospedali, per eliminare lo squallore che sta invadendo come una
lebbra città e strade, per combattere la povertà senza speranza che
affligge un quinto della popolazione in una società per altri versi opu-
lenta. La felicità pubblica è diventata così un lusso da rinviare al gior-
no remoto in cui saranno scomparsi i pericoli che oggi ci angustiano ».

A questo punto l’osservatore attento potrebbe porsi un altro in-
terrogativo: in assenza di questa distorsione per scopi militari, le ri-
sorse disponibili sarebbero effettivamente usate per soddisfare in più
larga misura i consumi collettivi? Interrogativo tutt’altro che trascu-
rabile e che a sua volta richiama il problema della funzione assolta
dalle spese militari o difensive per favorire e consentire lo sviluppo
dell'economia capitalistica.

Per quanto concerne infine la prima ragione addotta a giustifica-
zione dello squilibrio consumi privati-consumi collettivi, ci sembra
che essa offra il fianco a non poche riserve in quanto non tiene conto
che qualunque sia il saggio di crescita del reddito nazionale, l’economia
di mercato, se lasciata operare spontaneamente, cioè senza alcun in-
tervento correttivo di carattere pubblico, presenterà pur sempre —
come dimostrano anche le più recenti ricerche di sociologia e psico-
logia dei consumi — una dilatazione dei consumi individuali oltre un
certo limite incompatibile con l’impressionante sviluppo di quei bi-
sogni o esigenze che non possono essere soddisfatti se non in modo
collettivo o pubblico. Questa è in fondo “la sfida” che deve inevita-
bilmente accettare l’economia di mercato: se ad essa non si saprà ri-
spondere in modo soddisfacente l’avvenire dei sistemi occidentali si
presenterà quanto mai incerto.

1. Si veda îl quarto capitolo “ Pubblicità e struttura dei consumi’ del volume “I
rapporti industria-distribuzione nei mercati dei beni di consumo’ - Milano, 1963.
2. F. Alberoni: “Società dei consumi’ - Bologna, 1964.

3.J. W. Fulbright: “ Vecchi miti e nuove realtà’ - Milano, 1964.

24

LA CONGIUNTURA

Caratteristiche essenziali dell’ordinamento economico nel quale opera
l'azienda industriale di cui qui ci occupiamo, sono la proprietà privata
dei mezzi di produzione e l’impiego del lavoro mediante il contratto d’im-
piego. In questo ordinamento, è dei privati il controllo dei fondi investibili ;
da essi, infatti, sono di norma decisi e portati ad effetto gli atti economici
attraverso cui si attua l’azienda industriale, atti la cui convenienza è
determinata dal mercato, attraverso le variazioni, effettive 0 previste,
dei prezzi.

Alla base dell’ordinamento nel quale opera la nostra azienda vi è poi,
oltre all’appropriazione privata del profitto, la situazione di concorrenza
in cui essa deve operare, situazione che subordina il mantenimento e l’au-
mento del profitto ad un continuo incremento della produttività.

La necessità di continuamente mantenere l’impresa in una posizione
di concorrenzialità rispetto ad una folla di altre imprese libere di operare
nello stesso quadro, conferì un carattere di automaticità alla nuova fase
di sviluppo economica e sociale che si apre con l’avvento dell'industria e
fu lo strumento potente che, stimolando il progresso tecnico e sfruttandone
prontamente ogni possibilità, cambiò, a partire dalla seconda parte del
XVIII secolo, la faccia di una parte del mondo (che era però ben lontana
dall’esserne la parte maggiore) mentre pose la parte restante in un sistema
di rapporti e di fronte a problemi del tutto nuovi.

Nel corso della storia, tuttavia, questo tipo di meccanismo di sviluppo
non manifestò quel grado di automaticità che în astratto gli si poteva at-
tribuire ed anzi diede luogo a disfunzioni crescenti dimostrandosi sempre
meno capace, nella sua struttura originaria, di utilizzare prontamente,
in un processo di crescita equilibrata, tutti i fattori disponibili ;
orbene, questa continua riduzione nel grado di automaticità del meccanismo
di sviluppo in gran parte non è che il riflesso di quel progresso tecnico i
cui effetti abbiamo ora esaminato nei riguardi del comportamento del-
l’impresa industriale.

Per rendersi conto dei mutamenti determinati nel meccanismo di mer-
cato dall’avvento della macchina, basti ricordare che nell'economia prein-
dustriale, nella quale la produzione ha per oggetto quasi esclusivamente
beni di diretto consumo e si svolge in genere per soddisfare principalmente
bisogni dello stesso produttore o di ristrette cerchie sociali ricadenti nel
suo ambito, la vita economica, pur non potendo mai essere assolutamente
statica, si svolge molto lentamente ; gravi rotture di equilibrio, cioè delle
crisi, sî producono solo in relazione a specifici fatti esterni che, quali defi-
cienze di raccolti, guerre, epidemie, lotte politiche, invenzioni, scoperte di
nuove terre eccetera, intervengono ad alterare repentinamente l’esistente si-
stema di rapporti sociali ed economici ; alle crisi succedeva poi un pro-
cesso di assestamento, mediante il quale, con maggiori o con minori dif-
ficoltà, si ricostruiva una nuova situazione che non impropriamente si
poteva definire di normalità.

Con la rivoluzione industriale questo quadro cambia profondamente ;
specializzazione e meccanizzazione della produzione orientano l’attività
delle unità produttive prevalentemente verso lo scambio, con mercati spesso
lontani ; e ciò in primo luogo perché la produzione ha per oggetto per una
parte sempre più rilevante non più beni di consumo, ma beni strumentali,
oppure prodotti intermedi e semilavorati occorrenti per ottenere nel modo
più economico i beni di consumo richiesti ; în secondo luogo perché la ca-
pacità di produzione delle singole unità produttive diviene così rilevante,
anche in fatto di beni di consumo, da dover essere destinata al mercato
e spesso ad un vastissimo mercato e non più in prevalenza al soddisfaci-
mento dei bisogni dei produttori stessi o di comunità ricadenti nel loro
stretto ambito.

La struttura economica si fa quindi più complessa ; fatto questo che
non poteva restare senza conseguenze in un sistema economico nel quale
l’aggiustamento dell’offerta al consumo si effettua ad opera di una folla
di iniziative assunte in vista di un guadagno : il raggiungimento di un
equilibrio tra domanda di beni di consumo ed offerta dei beni stessi non
appare più come una semplice reazione svolgentesi tra due poli — consumo
da un lato e produzione di beni di consumo dall’altro — bensì come una serie
di reazioni che, in tempi successivi, si manifestano in due ordini di decisioni :

a) da un lato le decisioni di produrre, prese dai produttori di beni di
consumo e via via le decisioni conseguentemente prese dai produttori di
beni intermedi, di materie prime e di beni strumentali, produttori che devono
fornire i beni necessari per eseguire i processi ;



b) dall’altro le decisioni di consumo e di risparmio via via adottate
dai diversi gruppi di consumatori appartenenti ai singoli settori messi în
movimento dalle decisioni di cui al punto a).

Del fenomeno, molto complesso, basato su intricati movimenti di prezzi
e su delicati fenomenà monetari e bancari, si sono date e si dànno diverse
descrizioni e interpretazioni, le quali tutte in genere partono dalla consi-
derazione che investimenti e consumi tendono a svilupparsi e a deprimersi
secondo andamenti paralleli ; quando si consuma di più, si creano incentivi
a investire di più. Se invece i consumi diminuiscono, non solo diminuiscono
e anche cessano gli investimenti, ma addirittura si ritardano e si sospendono
i rinnovi degli impianti esistenti ; aumenti e riduzioni nel flusso degli inve-
stimenti a loro volta eccitano 0 deprimono i consumi dei ceti interessati
nella produzione dei beni strumentali con nuovi effetti sugli investimenti.

Si mettono così in movimento, sia in un senso che nell'altro delle forze
che allontanano anziché avvicinare ad una posizione di equilibrio, cioè
ad una posizione nella quale tutti i fattori disponibili sono occupati e i
prezzi sono stabili ; si ha così, ove si prescinda dagli altri elementi che pure
incidono sul procedere dell’economia, un alternarsi di spinte verso l’infla-
zione — cioè verso un eccesso di domanda rispetto ai fattori disponibili —
e verso la deflazione — cioè verso situazioni in cui crescenti aggregati di
fattori disponibili restano inutilizzati —; spinte che agiscono nello stesso
senso sul volume della produzione e sul livello dei prezzi, accentuandosi
per così dire da se stesse ; a motivo del modo di essere dell’apparato produt-
tivo e prescindendo da altri fatti influenti sull'andamento dell’economia,
viene così a determinarsi nella vita economica una successione di fasi al-
terne, un cero e proprio ritmo.

Se non vi fossero altri fenomeni, prezzi, profitti, produzione ed occu-
pazione tenderebbero quindi a percorrere insieme un ciclo passando per
fasi caratteristiche : prosperità, recessione, depressione, ripresa.

La depressione non appare quindi più, come la crisi di altri tempi,
un fatto straordinario, una deviazione della vita economica dalla norma-
lità ; nella età delle macchine e in un mondo economico governato dalla
libera iniziativa che persegue il profitto ed è mossa dal meccanismo dei
prezzi, la depressione si presenta come un fenomeno ricorrente e inevitabile
della vita economica.

Si potrebbe quindi essere indotti a pensare che l’idea di normalità
della vita economica vada respinta se intesa come uniformità del suo pro-
cedere, ma che possa essere accettata se intesa come una ritmica successione
di posizioni alterne attraverso cui il sistema tende continuamente verso
situazioni di equilibrio senza mai soffermarvisi ; in altri termini, la vita
economica presenterebbe un ritmo dotato di una sua periodicità e regolato
da proprie leggi così come accade ad esempio per le stagioni dell’anno e
per altri cicli naturali.

Il graduale emergere nel pensiero politico ed economico degli scorsi
decenni di una tale interpretazione della vita economica, l’òvvia deside-
rabilità di evitare una simile variabilità di situazioni, la constatazione
che gli strumenti tradizionali della politica economica non erano sufficienti
per conseguire un tale fine, tutto ciò diede luogo ad un fercido movimento
di elaborazione di nuovi tipi di politica economica intesi a prevenire e a
reprimere i fenomeni di instabilità ; dopo la depressione devastatrice degli
anni 1929 e seguenti, i paesi industrializzati, resisi conto del rischio cui
erano esposti di vedere inutilizzate ingenti forze di lavoro e larghe por-
zioni di capitale accumulato, si orientarono verso politiche intese a dare
stabilità al procedere della vita economica, sollecitando un aumento di
consumi e un rallentamento nella accumulazione di capitale în caso di
depressione e andamenti opposti nelle situazioni in cui la domanda ecceda
i fattori disponibili.

È questo il campo della politica cosiddetta congiunturale, cioè della
politica intesa a neutralizzare i fattori di instabilità che incessantemente
operano nel sistema economico e, per tal via, garantire il mantenimento di
situazioni di pieno impiego e di stabilità di prezzi.

Sennonché l’ormai pacifica acquisizione di nuovi strumenti di politica
economica non sta affatto a significare che la ciclicità è il modo di essere,
in questo nostro tempo, della normalità della vita economica ; naturalmente
se per ciclicità s'intende l’esistenza di un ritmo determinato dalle forze
espresse dallo stesso sistema, ritmo che la politica economica tenderebbe
poi ad impedire o almeno ad attenuare.
© Bisogna infatti risalire al periodo anteriore al 1929 per ritrovare an-
damenti ciclici che abbiano avuto modo di svolgersi compiutamente nelle



successive ed alterne fasi attraverso le quali il ciclo viene solitamente rap-
presentato ; proprio la crisi del 1929 si manifestò infatti con tale violenza
da legittimare il convincimento che il sistema economico, se lasciato a se
stesso, non troverebbe più, in caso di depressione, gli impulsi riequilibratori
necessari per invertire la tendenza depressiva e dar luogo ad un movimen-
to di ripresa.

Si deve invero osservare, in fatto di ciclicità, che se l'andamento ciclico
riflette i comportamenti delle imprese sul mercato e, a loro volta, questi
comportamenti mutano con il progredire delle tecniche, l'evolversi delle
strutture produttive determinato dal progresso tecnologico dà luogo a mu-
tamenti nelle caratteristiche di ciascun ciclo rispetto alle caratteristiche
del ciclo precedente ; ed în particolare, l’accentuarsi della meccanizzazione
e della specializzazione dell'apparato industriale, si riflette, a parità di
condizioni, in una maggiore violenza delle fluttuazioni.

È quindi possibile che, proprio quando negli anni successivi al 1929,
il pensiero politico ed economico, sulla base delle passate esperienze, andò
organizzandosi intorno al concetto di ciclicità della vita economica, questa
ciclicità fosse ormai superata, nel senso che il sistema, se investito da un
movimento di depressione, non sarebbe più in grado di riequilibrarsi per
forza propria ; ciò tanto più che dopo il 1929 il progresso tecnico si è ancor
più accelerato, le strutture produttive sono diventate ancor più rigide ;
e sono quindi ancor più mutati sia il comportamento degli operatori, sia,
in conseguenza, la natura del mercato. Sennonché, pecca ormai di eccessiva
astrattezza domandarsi che cosa sarebbe un mercato oggi, se ad esso par-
tecipassero soltanto, o in grande prevalenza, i normali operatori; dopo
il 1929, fenomeni di grande portata sono venuti ad inserirsi in questo mer-
cato : la preparazione della scorsa guerra, la guerra, la ricostruzione,
l’aiuto ai paesi sottosviluppati, la spesa pubblica per il riarmo, una potente
ondata di innovazioni tecnologiche ed organizzative.

Per effetto di tutto ciò sono divenute piuttosto oscure le determinanti
dell'andamento di fondo dei mercati attuali della produzione industriale.
Ritorneremo tra breve su questo argomento ; per ora, in fatto di fluttuazioni,
basti concludere che la vita economica presenta a volte delle situazioni
in cui i fattori disponibili risultano in parte inutilizzati, altra volta ap-
paiono scarsi rispetto alla domanda che se ne fa; ma sembra piuttosto
azzardato ritenere che tutto ciò sia la manifestazione di un'alternanza
di situazioni dotate di quel tanto di regolarità da legittimare la denomina-
zione di ciclo.

Questo sopravvenire, nel sistema economico, talvolta di mancamenti,
talvolta di accelerazioni eccessive rispetto ai fattori disponibili costituisce
la vicenda congiunturale ; ed apposite politiche, dette appunto congiuntu-
rali, hanno l’ufficio di prevenire o almeno di contrastare tali fenomeni.

La vita economica si presenta quindi come una successione tutt'altro
che ciclica di situazioni in cui sono în atto politiche tendenti a contenere spinte
inflazionistiche e situazioni in cui sono in atto politiche dirette a contrastare
tendenze deflazionistiche ; nell’un caso e nell’altro con vario successo.

Quanto alla natura sia delle variazioni congiunturali, sia delle poli-
tiehe che vorrebbero annullarle, va anche ricordato che non siamo in pre-
senza di mercati nazionali chiusi ; ogni mercato ha un certo grado di in-
serimento nell’economia internazionale ; e in questo nostro tempo, a dif-
ferenza di quanto accadde tra le due guerre, questo grado di inserimento
non fa che aumentare. L'andamento di ciascun mercato nazionale riflet-
terà quindi due ordini di fenomeni : quelli che trovano origine nel proprio
sistema produttivo e quelli invece che riflettono variazioni che avvengono
nel complesso dei mercati esteri con î quali un dato mercato nazionale è
in rapporto. E quanto più profondo è l'inserimento di una data economia
nel mercato internazionale, tanto più rilevante sarà il contraccolpo prodotto
dalle congiunture altrui ; e parimenti essa risentirà gli effetti delle politiche
congiunturali svolte dai paesi con î quali è in rapporto. E notisi che, a
seconda delle misure prese da un dato paese e della struttura dei rapporti
internazionali, la politica congiunturale di un paese talvolta attenua,
altra volta esalta le variazioni congiunturali dei paesi con i quali è eco-
nomicamente connesso. E ovviamente sarà dai paesi economicamente po-
tenti che si propagheranno gli effetti sia delle variazioni congiunturali,
sta delle misure che tendono a contrastarle ; e, in generale, per concludere
su questo aspetto internazionale del fenomeno congiunturale, avverrà che
quanto più grande è il rapporto tra volume del commercio internazionale
e volume complessivo della produzione e tanto più le variazioni congiun-
turali si presenteranno come fatto comune ad una molteplicità di paesi.



25

IL PROFESSOR SILVIO GOLZIO
NUOVO DIRETTORE GENERALE
DELL'IRI



Il professor Silvio Golzio è stato nominato direttore generale dell’ Istituto
per la Ricostruzione Industriale, con decreto del ministro per le parteci-
pazioni statali, su proposta del presidente dell’ IRI, sentito il consiglio di
amministrazione dell’ istituto.

Il nuovo direttore generale dell’ IRI proviene dalla STET, che è
la prima in ordine di tempo delle società finanziarie, costituita nell’ambito
dell'Istituto per la Ricostruzione Industriale per il settore telefonico. Alla
STET, di cui è stato presidente e amministratore delegato, Golzio ha re-
cato il contributo di una lunga esperienza di docente universitario e di
una intensa attività amministrativa svolta presso altre società del Gruppo :
dalla SIP (di cui è stato prima sindaco effettivo, poi consigliere di ammi-
nistrazione e successivamente condirettore generale, direttore generale e
presidente) alla Vizzola, del cui consiglio di amministrazione ha fatto
parte dall’esercizio 1954, alla ILTE, che ha presieduto dalla fondazione.

Silvio Golzio, nato a Torino nel 1909, è laureato in giurisprudenza e
în scienze politico-amministrative. Libero docente in statistica economica
nel 1933, fu poi incaricato di statistica delle aziende e degli affari presso
l'istituto superiore ‘Cesare Alfieri” di Firenze e, successivamente, di sta-
tistica metodologica nella facoltà di economia e commercio dell’università
di Torino. Presso la facoltà di agraria della stessa università fu incarica-
to di princìpi di economia e statistica.

Dall’anno accademico 1937-38 ad oggi (salvo l'interruzione della guerra
alla quale prese parte, fino alla deportazione in Germania, come capitano
di complemento di artiglieria) è incaricato di statistica nella facoltà di
giurisprudenza della stessa università di Torino, dove ha ricoperto anche
gli incarichi di insegnante di storia delle dottrine economiche e di scienza
delle finanze.

Tornato dalla deportazione in Germania, Silvio Golzio fu consigliere
comunale e assessore provinciale a Torino, nella giunta del CLN.

Rientrano nella sua intensa attività professionale la permanenza al
CIR (Comitato Interministeriale per la Ricostruzione) come capo del ser-
vizio studi dal 1947 al 1950 e l’apporto dato al consiglio superiore di sta-
tistica di cui è stato membro per un biennio.

AI professor Golzio, che da molti anni, come presidente dell’A.S.A.I.,
dedica il suo appassionato interesse ai probleni e allo sviluppo della
stampa aziendale italiana, la Rivista Italsider invia le felicitazioni più
vive e il più fervido augurio.

26

LA SEDIA CAROLINGIA

di Adriano Peroni



Le pagine dei giornali, proprio quelle dedicate alla cronaca nera,
hanno dato popolarità ad un singolare oggetto prima noto solo agli
studiosi: una sedia pieghevole (in latino “sella plicatilis”) di ferro la-
vorato con decorazioni ad agemina, attribuita all’età carolingia.

Essa era esposta in una sala dei musei civici nel Castello Visconteo
di Pavia, fino alla notte tra il 26 e il 27 settembre scorso, quando ignoti
ladri, scalata dal fossato una finestra, l'avevano portata via senza la-
sciar traccia.

Avventuroso e misterioso il ricupero avvenuto a Genova, dove
la questura riusciva a rimettere le mani sulla preziosa sedia, abban-
donata da sconosciuti nel torrente Bisagno, dopo che un premio di
quattro milioni era stato offerto dal comune di Pavia a chi avesse
dato notizie utili a rientrarne in possesso.

Avventuroso era stato a suo tempo anche il primo ritrovamento.

Si scavava nel 1950 sul fondo del Ticino per la costruzione del
nuovo ponte coperto di Pavia, in sostituzione dell’antico in parte
distrutto dalla guerra. In una sacca argillosa, formata probabilmente
da gorghi d’acqua di remota origine, gli operai rinvennero monete
d’oro e di bronzo, monili e frammenti metallici lavorati. Mentre molti
oggetti preziosi appena venuti alla luce sparivano, come purtroppo
suole accadere in simili casi, nessuno diede importanza ad alcuni ferri
rugginosi, che furono consegnati alla direzione dei musei civici. Qui
si riconobbe e si ricompose la sedia, che, quanto alla struttura, è in
tutto simile alle sedie pieghevoli tuttora in commercio, ma con ac-
corgimenti e sottigliezze degne del più moderno “industrial design”,

RITROVATA A GENOVA

Un particolare dello snodo della “sella plicatilis”, dove si rileva
nella struttura razionale e nell’elegante ageminatura l’opera di
un artigianato raffinato,

mentre il restauro, condotto a cura della soprintendenza alle antichità
di Milano, svelava tutto un mondo di motivi decorativi: intrecci,
elementi stilizzati vegetali e zoomorfi, che ricoprivano tutte le super-
fici metalliche, salvo naturalmente le lacune dovute allo stato di ossi-
dazione dei materiali.

Il tipo della lavorazione è quello comunemente designato come
“agemina”, che consiste in una specie di intarsio — qui ricavato nel
ferro — mediante fili d’argento e d’oro, in modo da rendere vivace
lo stacco dei metalli più preziosi e lucenti sul fondo più scuro. Il vero
pregio è dunque nella lavorazione e nella qualità artistica, e non nei
materiali, come forse credevano gli autori del furto.

Nelle parti meglio conservate della sedia gli effetti di arabesco si
sviluppano su schemi geometrizzanti, ma senza pedanteria, anzi in
taluni punti con curiose anomalie. Abbiamo semplici quadrettature,
girali con foglie stilizzate, intrecci a nodi di varia forma, sottolineati
da tratteggio: motivi tutti che dal patrimonio ornamentale dell’arte
tardoantica erano passati nella ricca produzione orafa dei popoli bar-
barici, e poi in quella carolingia, dove pullulano nelle miniature dei
codici. Né mancano motivi di origine orientale, come quello dei due
animali fantastici araldicamente affrontati ai lati di un fiore.

Su questo complesso di spunti si sono basati gli studiosi per inse-
rire nella storia l’eccezionale reperto. Troppo scarsi sono infatti i
confronti diretti di cui disponiamo. Una rarissima “sella plicatilis”
militare romana, di cui abbiamo conoscenza solo attraverso vecchie
riproduzioni, e di cui non si sa l’attuale ubicazione, fu ritrovata vari





sopra: la sedia ritrovata nel Bisagno, qui nei locali della
questura di Genova. A sinistra, il professor Adriano Peroni,
direttore dei musei civici di Pavia.

a fianco: la “sella plicatilis” di Pavia, richiusa, vista lateral-
mente. Le bande di cuoio sono opera di restauro.

all’estrema destra: lo snodo centrale della sedia, visto la-
teralmente, con il prezioso lavoro di agemina.

decenni fa in Inghilterra. Giudicata con buon fondamento dell’epoca
di Nerone, essa ci fornisce un semplice ma convincente prototipo, a
corredo della ricca esemplificazione conservataci nelle figurazioni dei
rilievi e delle monete. Altri pochi esemplari, però assai semplici, e non
tutti in buone condizioni, si ritrovarono nella necropoli longobarda
di Nocera Umbra, e si trovano ora al museo nazionale dell’alto Medio-
evo a Roma. Il loro apparato ornamentale è più povero che nella
sedia di Pavia, ma tuttavia ricavato dallo stesso repertorio; né vi manca
un’iscrizione augurale in latino. L’unico seggio pieghevole compara-
bile per bontà di conservazione a quello pavese si trova al Victoria
and Albert Museum di Londra, ma anch’esso è più povero e mono-
tono nella decorazione, e di origine non ben chiarita.

Mentre dunque la “sella plicatilis” di Pavia si colloca nella tradi-
zione dei seggi dei magistrati civili e militari romani, tradizione conti-
nuata in Italia sicuramente anche presso i dominatori longobardi, la
decorazione sembra, per la complessità e la qualità dei motivi, meglio
ambientata verso la fine del dominio longobardo, o all’inizio di quello
carolingio. Non vi compaiono del resto temi di univoca importazione
germanica, mentre la stessa definizione di “carolingia” va intesa nel
giusto senso, piuttosto di indicazione cronologica che non di riferi-
mento alle più dirette manifestazioni della fforitura artistica che fa
capo alla corte di Carlo Magno.

Ma, se la figura quasi mitica dell’imperatore non può essere chia-
Mata in causa, come hanno fatto certi giornali, un po’ romanzesca-
mente, la suggestione del luogo del ritrovamento rimane viva, e non



27



del tutto a torto. Proprio a Pavia cadeva, nel 775, in circostanze dram-
matiche che ha reso famose il manzoniano “Adelchi”, il regno fondato
dai longobardi. La città rimaneva un centro importante come capi-
tale amministrativa, dove gli imperatori cingevano, in san Michele
Maggiore, la corona del regno italico. Così non è avventato pensare
che la “sella plicatilis”” di Pavia sia stata un seggio principesco, non
si sa se di un dignitario ecclesiastico, o di un’autorità civile. Per la
sua alta qualità uno studioso tedesco, Percy E. Schramm, trattando
delle insegne del potere imperiale, ha ampiamente parlato della sedia
di Pavia, accostandola al seggio in bronzo cosiddetto di Dagoberto,
che si trova al museo di Cluny a Parigi.

AI di là delle suggestioni pur valide della storia, e di quelle più
modeste e oggi più pungenti della cronaca (il nostro oggetto è uno
tra i più importanti tra le centinaia sparite per furto dai nostri musei
in questi ultimi anni; e anche sotto questo profilo è giusto sottolineare
il buon fine della vicenda), la sedia carolingia, quando potrà essere
riesposta in rinnovate condizioni di sicurezza nei musei pavesi, con-
tinuerà ad esercitare il suo fascino, e a sorprendere i visitatori. Così
vorremmo che tornasse ad essere guardata, nella sua giusta luce, come
opera di un artigianato raffinato, che perseguiva con pari impegno
l'ideale di una struttura semplice e razionale, riducendo le articola-
zioni in un unico snodo e collegandole in un insieme agevolmente
componibile, e, insieme, l’ esigenza di un fasto principesco, pur
lavorando su un materiale di fondo non facile, né di per se stesso
prezioso.

28

GLI ULTIMI

ARTIGIANI DEL

di Luciano Rebuffo



L’industria ha ucciso l’artigianato. Nella civiltà delle macchine il
vecchio artigiano, il vecchio “maestro” non esiste più. Le macchine
hanno sostituito le mani degli artigiani col loro lento lavoro di pa-
zienza, di forza, di precisione, di specializzazione, di capacità artistica.

L’artigiano di un tempo antico, fiero del suo lavoro, unico esecu-
tore del “pezzo” è scomparso. Tutto questo si va dicendo, a volte
con nostalgia, a volte con fierezza osservando che in una società di
consumi sviluppata come l’attuale soltanto la produzione in serie as-
sicurata dalle macchine può far fronte alle esigenze. E anche questo
è vero.

Ciò non diminuisce la nostra nostalgia, forse un po’ romantica,
verso l’antico artigianato, così come l'automobile non ha cancellato
la nostra nostalgia verso il landeau e i tiri a quattro.

A cercar bene in alcuni angoli di provincia, come del resto in al-
cuni centri popolari di vecchie città (due esempi per tutti: Trastevere
a Roma e il quartiere Ballarò a Palermo), si può ritrovare qualche ar-
tigiano che ha ancòra l’amore per il suo lavoro, fatto a mano e in pezzi
unici, ma si tratta di lavori di pratica utilità che hanno perduto ogni
valore artistico. Vi è ad esempio il falegname che costruisce con la
sega, la pialla, la colla, l’impiallacciatura qualche mobile falso-antico;
vi è ancòra il maniscalco che ferra gli ultimi cavalli; vi è ancòra il ra-
maio che aggiusta le ultime pentole di metalio. Per quanto riguarda
il ferro ormai gli artigiani si limitano a lavori di serramenta o di
infissi. C'è quello che ripara una serratura, quello che costruisce una
chiave, quello che fa dei càrdini per le finestre eccetera; per quanto
tutto questo possa essere fornito anche dall’industria, cioè eseguito
in serie.

Quello che proprio si stenta a credere è che possano esistere dei
fabbri all’antica, cioè dei veri “magister fabrorum” che abbiano fatto
del ferro il proprio magistero e che lo lavorino come se fossimo an-
còra nell’epoca carolingia, con lo stesso amore, con gli stessi mezzi
tecnici, con gli stessi risultati. Eppure io ho trovato in un lembo di
provincia italiana due fabbri, padre e figlio, che potrebbero benissimo
aver lavorato, tali e quali, alla corte di Carlo Magno o presso un qual-
siasi signore feudale o, meglio ancora, presso una corte del Rinasci-
mento.

Le loro opere fanno pensare infatti a quei capolavori che ormai
si ammirano soltanto nei musei: serrature complicatissime come ordi-

FERRO

all'estrema sinistra: un portagioielli in ferro, ageminato in oro. È alto
dodici centimetri e largo otto. Pesa duecentocinquanta grammi, dei
quali cento sono di oro.

a fianco: l’artigiano-artista Mario Ferrari, nella sua bottega, mentre
sta lavorando ad una ringhiera per la villa Ottolenghi.

gni magici, oggetti lavorati con minuzia orientale, chiavi di tipo gotico,
oggetti ornamentali, anche piccolissimi, lavorati con la perizia del-
l’orafo.

Si tratta di Ernesto e Mario Ferrari, « specialisti nei ferri d’arte »
che abitano a Monterosso, una frazione di Acqui.

È tanto vero che essi sono antichi maestri-fabbri che hanno avuto
bisogno del loro mecenate, in questo caso il conte Ottolenghi il quale,
essendo nato qui a Monterosso, ha voluto tornarvi per costruire una
sua grande villa-museo e un mausoleo per i suoi maggiori e per sé.
È infatti dal lontano 1934 che il conte Ottolenghi ha iniziato i lavori
(vi è nella villa un bel balcone in bronzo realizzato da Toth, vi sono
opere scultoree di Martini) e ha assunto i suoi artisti del ferro cioè
i Ferrari.

Il padre, Ernesto Ferrari, nominato cavaliere al merito della re-
pubblica proprio per la sua abilità artistica e professionale, ha sempre
vissuto tra il ferro. È stato apprendista ad Alessandria, poi fabbro
scelto nelle migliori officine alessandrine, e quindi in guerra. Ma anche
qui ha avuto a che fare col suo lavoro. Infatti durante la prima guerra
mondiale fu capo-operaio nell’artiglieria alpina sul Cadore e sul Carso.
Nell’immediato dopoguerra fu fucinatore scelto nelle officine ferro-
viarie di Savigliano. Ma il suo amore per il ferro, per le possibilità
di questo umile e pur magnifico materiale, la sua smania di trarne
risultati di valore, lo condussero ben presto a rifiutare i lavori correnti
(quelli che rendono di più perché hanno un mercato) per dedicarsi
interamente all’arte fabbrile. Fu così che aprì una bottega d’arte in
ferro a Borgoratto ove fu realizzata una cancellata in ferro fucinato
che, nel 1940, fu risparmiata dalla raccolta obbligatoria di ferro per
espresso intervento dell’intendenza regionale alle belle arti.

Con il contratto con il conte Ottolenghi inizia per i Ferrari una
nuova attività: il padre è il maestro; il figlio, Mario, nato nel 1925,
lo segue dappresso, da prima con un severo apprendistato e poi con
una fattiva collaborazione.

Ernesto Ferrari è ora un uomo di canuto pelo, ma si presenta di-
ritto come un pioppo, sorridente, com'è tipico di questa dura razza
piemontese. Il figlio direi che ha un’aria più umile, più modesta. Ep-
pure i loro lavori nella tenuta Ottolenghi sono veramente di grandis-
simo rilievo. I Ferrari, come del resto gli antichi fabbri ai quali si ri-
chiamano con ingenuo e commovente amore (hanno dei libri illustrati



qui a fianco: una maniglia di ferro, agemina-
ta in argento, destinata alle porte di casa
Ottolenghi.

all’estrema destra: un oggetto interamente
in ferro: un serpente. Da notare l’accuratis-
simo lavoro di riproduzione della pelle, ese-
guito totalmente a mano e a caldo.



riguardanti l’arte ferrile nel Medioevo e nel Rinascimento e ad essi
si ispirano), hanno anche un simbolo proprio, che incidono a bulino
sul proprio lavoro. Si tratta di due rami di alloro che incorniciano
un’incudine, sovrastata da una croce e da alcune scintille. Essi mi
spiegano: «la croce è la fede nel lavoro, l’incudine è il simbolo del
mestiere, le scintille sono l'impegno e l’amore del fabbro, i rami di
alloro sono la gloria che verrà ».

Quando parlano del ferro (mi scusi la giovane moglie di Mario
Ferrari), pare che parlino di un amore: esaltati, commossi, felici, par-
lano del ferro che è un metallo « forte come noi » che scaldato alla
fiamma diventa malleabile ai colpi di martello e tornato freddo di-
venta inattaccabile. Parlano, gesticolando con la mano, della sensibi-
lità della martellata, del pezzo unico tirato a mano, della forma che
il duro metallo prende sotto i colpi del martello, della sua docilità nel
lavoro a bulino, della sua preziosità nel lavoro di intarsio che in questo
caso si chiama di ‘‘agemina”. Qui, nella loro officina, non ci sono
‘macchine ma soltanto una fucina, un’incudine, un tavolo da lavoro,
martelli, tenaglie, bulino; il processo di lavoro infatti si svolge tutto
a mano. Il ferro, arrivato qui in barre, subisce il lavoro del fuoco,
del martello, del bulino, dell’agemina. Tutto come un tempo, tutto
come all’epoca carolingia.

Per la villa essi hanno già realizzato opere grandiose, che purtroppo
non possiamo riprodurre in fotografia. Tutte le cancellate e i cancelli
di ingresso della villa sono stati costruiti pezzo per pezzo a mano,
da questi due artigiani; la grande porta in legno e ferro del garage,
con serrature e borchie multiple, di eccezionale bellezza fabbrile,
pesa due tonnellate. Così come i due portali destinati alla grande can-
tina privata della tenuta, tutti in ferro e legno con borchie di ferro,
del peso complessivo di tre tonnellate. A ciò va aggiunto un bellis-
simo tripode per pozzo (come usava in antico e si chiamava ‘ferro
da pozzo”), che sta nel parco-giardino della villa. Ma quello che è
incredibile, quello che oggi si stenterebbe a credere vero, è il grande
ed eccezionale portale del mausoleo, in ferro rame e nichel, che ha
richiesto ai due Ferrari il lavoro di cinque angi. Il portale pesa oltre
due tonnellate, è provvisto di sette chiusure, più alcuni dispositivi di
Sicurezza magistralmente nascosti nelle decorazioni. Si pensi per questi
a quei grandi meccanismi di chiusura dei castelli o delle cattedrali
tomaniche e gotiche che si trovano ormai di rado sul posto ma sol-

29





tanto in qualcuno dei più importanti musei del mondo. Il meccanismo
(i nostri lo chiamano giustamente ‘meccanismo leonardesco”) è
enorme e si muove con la precisione di un congegno ma è tutto
istoriato e lavorato alla maniera antica, con simboli geometrici,
animali, stemmi, il simbolo dei Ferrari naturalmente, eccetera. Le
borchie sono ben trecento, tutte cesellate a mano e tutte e quante
diverse l’una dall’altra. Oltre all’abilità del lavoro occorre anche una
bella fantasia.

Le due porte non poggiano su cuscinetti a sfere (ohibò!) ma, come
in antico, ruotano su càrdini di ferro esattamente calibrati nella loro
apposita base circolare. È tale la precisione del lavoro che il battente
si può aprire con la leggera spinta di un dito.

Oltre a questi lavori maggiori, naturalmente, i nostri artigiani
fanno anche piccolissimi lavori quasi in miniatura che dànno vita ad
oggetti ornamentali di una notevole bellezza, come ad esempio can-
delabri ageminati in oro, portagioie egualmente ageminate in oro, me-
daglie, scudi, bracciali sempre ageminati in oro o in argento. Il pro-
cesso seguito è esattamente quello che si osservava per la agemina delle
armature dal Quattrocento al Seicento.

Enumerare i premi ottenuti da questi maestri artigiani sarebbe
troppo lungo: vanno dalla mostra internazionale dell’artigianato a Fi-
renze alla mostra selettiva d’arte dell’ Angelicum di Milano. I diplomi,
i riconoscimenti, le medaglie sono tutti esposti al muro in questa
casa artigiana che contiene anche le opere di scultura in ferro eseguite
dai due Ferrari. Ricordiamo anche che tre crocifissi interamente in
ferro eseguiti in questa officina sono stati donati rispettivamente al
papa Pio XII, all’allora presidente della repubblica Luigi Einaudi e
all’allora presidente del consiglio Alcide De Gasperi. Nel cimitero di
Alessandria, nella cappella del commendator Volante, si trova un
grande Cristo in ferro opera appunto del cavalier Ernesto Ferrari.

Nell’officina dei Ferrari, piazzata in mezzo a queste dolci colline
piemontesi, ricoperte di vigne, pare di vivere veramente in un’altra
dimensione, in altri secoli, in altri tempi ormai lontani da noi, ormai
dimenticati dai contemporanei chiusi in quelle scatole moderne di
oggi che sono le automobili. Così con una certa emozione abbiamo
lasciato i nostri due artigiani che, con fede ferma e forse un po? inge-
nua, proseguono nei tempi dei missili e delle astronavi l’arte dei fab-
bri del Medioevo e del Rinascimento.

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FERRO IN CITTA

Siamo în un’epoca di rapidi consumi e di scarsi sentimentalismi. Le
cose, di cellofane, di plastica, di cartone, di latta sono fatte per durare
poco, un giorno, un'ora e poi si buttano via.

Tutto cambia rapidamente, il colore di un muro dura una stagione.
Certe opere d’arte sono fatte anch'esse per il rapido consumo : il materiale
è mobile, ed è tale che durerà un anno, forse due, forse tre. Poi si vedrà.

Le piccole, umili cose ci sfuggono : passiamo impazienti e veloci, con
l’automobile, e vediamo appena i cartelli indicatori.

Per colpirci l’occhio ci vuole il grattacielo Pirelli, o una grande scritta
al neon: Ma se riprendessimo l’abitudine di passeggiare lentamente per
vecchie stradine, dove ci sono ancora, e osservare attentamente con l’oc-
chio, vedremmo che molte cose durano e acquistano il fascino del tempo
passato, del tempo perduto.

Un mattone sbrecciato, un cuore inciso nel muro, un fiore che si è fatto
strada fra i mattoni. E altro ancora.



Ecco appunto un vecchio tombino di Boccadasse, a Genova. Si trova
lungo una ‘‘crosa” fatta di rossi mattoni, con un muricciuolo sbrecciato ;
sotto ruggisce, da sempre, il mare.

Quante persone saranno passate di qui, vicino al vecchio tombino :
pescatori con la cesta del pesce, donne forse ancora in costume; coppie
di innamorati ; e quante cose saranno finite nel vecchio tombino : pacchetti
di sigarette, scatole di cerini, lettere d’amore lacerate (chissà ?), un fiore
avvizzito nel calore della mano, e l’acqua che tutto trascina giù, l’acqua
di mille piogge, di cento temporali. Ma il vecchio tombino è rimasto, a
ricordarci la durata del materiale antico : è rimasto come un simbolo del
tempo perduto, col fascino del suo colore arrugginito, della ghisa corrosa
dal salino.

Sembra un Colla, o una composizione ‘‘pop’: è soltanto un vecchio
tombino di ghisa della vecchia Boccadasse.



LA PRODUZIONE

di Vincenzo Lacorazza



Museo di Castelvecchio in Verona, Una antica statua di mad
tua, come del resto tutto l’arredamento del museo, è stato curato dal professor Carlo Scarpa.

Carlo Scarpa vive adesso ad Asolo e si trova alle prese col
problema dell’arredamento del teatro Carlo Felice di Genova. Ho
chiesto notizie a Brombin, che lavora nella stessa mia ditta, e che è
stato un allievo del corso di ‘elementi della visione” tenuto da Scarpa
a Venezia. Sta facendo probabilmente i disegni del proscenio, quelli
della platea, quelli delle poltrone, quelli delle luci. Deve vedere se
questi disegni si intonano con l’ambiente e con quello che uno si aspet-
ta da un teatro di vecchia tradizione e di recente ristrutturazione.
Deve in altre parole cercare di armonizzare le esigenze di funzionalità
della rinnovata sala con quelle di rappresentanza. Se da una parte si
richiedono pareti che diano una buona acustica) e quindi il più possi-
bile sgombere, dall’altra bisognerà pure tener conto del “decoro” e
del prestigio di una sede come questa, che è difficile se non impos-
sibile arredare senza calcare un po’ la mano. Non sappiamo cosa farà,
certo che è una bella gatta da pelare. È da credere che non si accon-

3I

DI CARLO SCARPA



bino. Il to di

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col b sta»

tenterà del velluto rosso, mettiamo. Vorrà un colore papavero, con
qualche sfumatura di giallo e un pizzico di bordeaux, come non se
ne fa più. Vorrà anzi senz’altro un colore che non si è mai fabbricato,
che non esiste neppure in natura, il colore ‘del cane che corre”, come
si dice. Avrà pensato di commissionarlo, di farlo fare da qualche spe-
rimentatore questo colore introvabile. Non c’è nessun gusto a pren-
dere le cose che si trovano già fatte, meno che mai in questo caso. Se
la buona società genovese scoprisse per ipotesi che il velluto rosso
del suo teatro è quello che si vende nel tale negozio e che costa tot al
metro, sarebbe un disastro, come quella volta che le due presidentesse
scoprirono di avere lo stesso cappello, con le stesse piume, dello stes-
so colore. Ci farebbe una figura barbina lui e ci farebbe una brutta
figura il teatro. Dopo averci pensato bene, dopo aver studiato la si-
tuazione, dopo aver provato e riprovato, avrà così deciso di non met-
tere affatto il velluto, né rosso né giallo. Chi sa, avrà chiesto un altro

32

RIRININIO

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Negozio Olivetti di Venezia, eseguito dal professor Carlo Scarpa. Sullo sfondo il can-
cello in ferro, a destra una scultura metallica di Viani.

po’ di tempo per pensarci su. La responsabilità è grande e i buoni
elettricisti sotto traccia, decoratori, tappezzieri che vuole lui si fanno
sempre più rari. Anche se ci sono, costano un occhio della testa. Am-
messo che ci siano non è detto che si trasferiscano volentieri a Ge-
nova. I buoni artigiani, come il buon vino, vanno presi dove nascono.
Non si possono mica portare a destra e a sinistra, sbattere qua e là
come la Coca-Cola, senza alterare il loro micro-clima, il livello di ren-
dimento. « Prendi quelli di Genova, allora » gli avranno detto. Sì,
glie ne avranno anche fatto conoscere qualcuno a Boccadasse. Non
possiamo a questo punto che interrompere le nostre supposizioni. È
certo comunque che avrà deciso di accettare questo incarico quando
s'era ormai fatto un quadro preciso, riempiendo il suo taccuino di
appunti. Il teatro Carlo Felice sarà forse sgombero come una cantina
all’interno 0, se non proprio come una cantina, trasparente come un
moderno ed efficiente museo. Vedremo. Scarpa i suoi capolavori li
fa sempre dopo un lungo studio. Ho raccontato questa storia per dire
che non vuole impegni, vuole essere libero, non di fare quello che

gli pare e piace — perché sarebbe un irresponsabile e invece è un
uomo serissimo, come il lettore può ben capire — ma di fare « quello

che gli ditta dentro », ben sapendo che non sempre gli impegni vanno
di pari passo con l’ispirazione.

Si comincia così a intravedere uno degli aspetti della sua perso-
nalità. Scarpa è più noto in un certo senso per quello che non ha fatto
che per quello che ha fatto. Mi spiego subito. Oggi si usa aprire gal-
lerie d’arte un po’ dappertutto, negli androni, nelle trattorie, nei cortili,
lasciando, se è possibile, un tronco d’albero in mezzo 0, come si vede
a Roma nella galleria ‘“Odyssia”, dei rami nella stanza. Si mette una
vetrata di un sol pezzo, si dà una bella passata di calce, si montano
delle luci trasportabili, si apprestano altri materiali di emergenza, come
stuoie, tubi, cementi a pronta presa, chiodi a espansione, di quelli
che usa Bonatti per scalare la Grande Jorasse, e la galleria è pronta
per tutte le tempeste.

Museo di Castelvecchio in Verona: l’ardita sistemazione della statua di Cangrande della
Scala.

A volte si ha l’impressione di trovarsi in una grotta di pescatori,
con le ragnatele e le nasse che l’artista ha dipinto nei quadri, a volte
sembra di essere nel fondo di una camera di decompressione, tanti
sono i treppiedi e le bombole che lo scultore ha piantato a terra. Sem-
pre queste gallerie promettono meno di quello che poi dànno, proprio
come le celle dei conventi. In realtà la regola di neutralizzare l’ambiente
che ospita il quadro o la scultura o l’oggetto ritrovato, si deve a Scar-
pa. Forse si usava già nelle anticamere, nelle sale d’aspetto, negli am-
bulatori. Scarpa l’ha portata però, sfruttando una certa atmosfera cli-
nica del dopoguerra, a un alto livello tecnico. I profilati e i giunti
in acciaio, ad esempio, impiegati come supporti o come “cornici” gli
hanno suggerito soluzioni dove chiaramente la mano artigiana si
sposa con l’esattezza del prodotto fatto a macchina. Si racconta che
all'occorrenza egli stesso si fa fabbro e saldatore per il piacere di ve-
dere uno spigolo netto come una scure o un segmento che splende
come un lingotto d’oro.

AI pari di tutti i grandi cesellatori Scarpa sa essere del resto anche
un guastatore, di quelli che all’occorrenza fanno tabula rasa non solo
del superfluo ma pure del contorno. Va ricordato qui il grande pan-
nello di ritagli di ferro, spezzato, contorto, acuminato, che si poteva
vedere nel padiglione del Veneto alla mostra delle regioni di «Italia 61».

Quando nel ’54 allestì la mostra di Mondrian nella galleria nazio-
nale d’arte moderna di Roma, avrebbe potuto strafare, essere tentato
dall’avvenimento davvero eccezionale, escogitare una qualche trovata
o messa in scena o spettacolo in concomitanza con l’architettura del-
l’edificio, che com’è noto rassomiglia più a uno stabilimento termale
che a un palazzo di esposizioni. Ci si poteva aspettare insomma che
cadesse in qualche “superba frascheria”, per dirla col suo conterraneo
Ippolito Nievo. Invece niente. Il fantasma tecnologico gli suggerì
ancora una volta di non ornare, di spogliare, di sgomberare il campo.
C'è di più. La data dell’inaugurazione era stata fissata, allorché si ap-
prese che i Mondrian sarebbero stati trattenuti in dogana per qualche





Palazzo Querini Stampalia di Venezia: un particolare della scala esterna.

altro giorno e che sarebbero attivati a Roma, a conti fatti, all’ultimo
momento. Come fare, come non fare? Occorreva almeno un quadro
per poter accertare ‘de visu” la bontà dell’idea di lasciare alla sala
quell’atmosfera di “lavori in corso” cara a Scarpa. Una mattina egli
arriva trafelato e indaffarato con una grande tela sotto il braccio, la
toglie dal giornale e la appende di fronte alla porta d’ingresso. Entra
la dottoressa Bucarelli, soprintendente alla galleria, scorge questa tela
e, esultante per l’anticipato arrivo, contrariata per non essere stata
avvertita, esclama:

« Ma bene, benissimo, veramente perfetto. Lo sa, professore, che ero
preoccupata? Dove sono gli altri quadri e quando sono arrivati? Avreste
dovuto immaginare la mia ansia ».

«Immaginar mi posso ben — risponde Scarpa. Ma non ho vi-
sto arrivare niente ancora ».
«E questo allora — fa la dottoressa. Non è un Mondrian? ».

« Signora no, è una tela che ho fatto io per vedere l’effetto. Mi pare
che va bene neh? ».

Mondrian sta bene dappertutto, mi direte. Però non è questo il
punto. Scarpa ha indicato in questa e in altre più impegnative
prove, come nel caso dei riordinamenti del civico museo Correr e
della biblioteca Querini Stampalia di Venezia, degli Uffizi di Firenze,
del museo nazionale palazzo Abbatellis di Palermo, del museo Poldi
Pezzoli di Milano, come andavano isolati certi capolavori e in che con-
testo architettonico-sociale andavano intesi. Gli ‘oggetti da museo”
hanno perduto qualche privilegio, i “capolavori” ne hanno acquistato
altri. È stato fatto qualche taglio, qualche “pezzo” è stato relegato
in cantina; ma altri “pezzi” sono stati riportati alla luce — secondo gli
interessi critici e la fortuna attuale dei loro autori naturalmente — sono
saliti sul piedistallo, hanno avuto l’aureola che mancava. Questa dei
musei è una materia piena di trabocchetti. Scarpa si è mosso in codesta
foresta di cornici, bassorilievi, predelle, olii, sanguigne, terrecotte,
marmi, con la delicatezza di un trovarobe e l’autorità di ùno stregone,





fat TRIS a sE Eu a i

Un'altra sala del museo di Castelvecchio in Verona.

Marco Polo novello, che un giorno compra la seta, un altro scopre
l’avorio, un terzo gusta le porcellane, e soldato della Serenissima in-
sieme, che sa in breve che un museo è un luogo irripetibile e che co-
me tale richiede “luci e suoni” eccezionali, festa e fatica, pizzichi e baci.

Così nel museo di Castelvecchio a Verona, dove la sistemazione
è ottenuta con supporti o altre costruzioni in ferro, nero, pulito, a
cominciare dalla scala d’ingresso.

Importante ricordare l’allestimento del negozio Olivetti in piazza
san Marco a Venezia, con l’originale portone tutto in strisce di ferro.

Scarpa ha fatto qualche mobile, alcuni soprammobili, ma poi ha
lasciato dissodare il campo dal figlio Tobia, limitandosi a firmare
qualche prototipo.

Vedo ogni giorno da un po’ di tempo una sedia disegnata da lui
per la società Mim di Roma. È una sedia molto solida, con le gambe
quadrate, come le gambe dei mobili di ferro che sostengono le grosse
macchine calcolatrici, ha sei chiodi che sembrano sei bottoni, tre da
un lato e tre dall’altro. Un oggetto fin troppo severo per i tempi che
corrono, non certo smontabile, quasi monastico, vagamente ortope-
dico. Dovrebbe costare centomila lire, se fosse messo in vendita, per-
ché ha richiesto un legno stagionatissimo, uno schienale curvato, una
inchiodatura speciale, un incastro laborioso e numerose altre rifiniture.
Una sedia che piace agli architetti e agli ingegneri, perché ricorda ai
primi il disegno fatto bene e ai secondi il manifesto apporto dell’offi-
cina.

Scarpa, come s’è accennato, non ama strafare, fa uno o due lavori
all'anno, preferibilmente dalle sue parti. Ha le lettere di Wright, il
grande architetto americano, di quando si doveva fare sul Canal Grande
il palazzetto di vetro. Wright volle conoscerlo, visitò il suo studio di
Rio Marin, vide un “vetro” di Murano fatto da Scarpa, gli piacque
tanto, lo prese con sé, finché tornato in America volle ricambiare
l'omaggio con un suo tavolo di. marmo durissimo, accompagnato
dalla dedica « A C.S., il più grande architetto italiano, il suo F.L.W. ».

34

NASCITA DEL TEATRO MODERNO

di Luciano Lucignani



Un bozzetto teatrale del pittore e scenografo italiano Enrico Prampolini (1925).

4. IL:..PROLOGO DEL CAOS: DA IBSEN A PIRANDELLO

1. Cechov non aveva simpatia per Ibsen; alle prove de L’anitra
selvatica lo scrittore russo s’annoiava, lo racconta Stanislavskij nella
sua autobiografia. « Ibsen non conosce la vita » diceva Cechov « nella
vita non succede così ». Quando l’attore Orlenev andò a Jalta a reci-
tare Speztri, Cechov lo vide e ne scrisse alla moglie in questi termini:
« Ho visto Orlenev negli Speztri di Ibsen. Lavoro scadente, recitazione
mediocre, da filibustiere ». Probabilmente sull’atteggiamento di Cechov
influirono le rappresentazioni ibseniane date dal teatro d’arte di Mosca
che non dovevano essere un modello di interpretazione; Stanislavskij
confessa che il simbolismo teatrale di Ibsen non fu mai uno dei punti
di forza del repertorio del teatro d’arte. Mejerchold afferma che la
messinscena dei drammi di Ibsen incoraggiava, in quel teatro, « certi
esperimenti », i quali poi consistevano nel cercare di ravvivare i « dia-
loghi noiosi » con alcune azioni, come il fare i pasti, pulire le stanze,
preparare le valigie eccetera. All’ inizio di Hedda Gabler, per esempio,
durante la scena fra ‘Tesman e sua zia, dice Mejerchold, veniva servita
la colazione, e ciò che rimase più impresso nella mente del regista russo
fu l’abilità dell’attore che, mangiando, riusciva a recitare, ma non riuscì
a seguire bene l’azione e l’esposizione del dramma. Questi effetti natu-
ralistici davano molto fastidio a Cechov perché sembra che soprattutto
al teatro d’arte usassero seminarne dovunque nelle sue commedie:
rumori di campagna, gracidio di rane, abbaiare di cani, frinire di cica-
le eccetera; il Gabbiano, per esempio, ne era zeppo, ed è noto che Cechov
se ne indignò: « Che succederebbe » rispose ad un attore che ingenua-
mente era andato a confidargli alcuni particolari della messinscena « se
in un quadro nel quale sono raffigurati dei volti si tagliasse il naso a
uno di questi, sostituendolo con un naso vero? Il nase sarebbe natu-
ralistico, ma il quadro risulterebbe rovinato ». Esiste però un’altra

ragione, assai più motivata, dell’incomprensione di Cechov per Ibsen,
ed è questa: tecnicamente, l’uno è l’opposto dell’altro, impressionistico
Cechov, tendente, se mai, all’espressionismo il secondo; la pièce-bien-
faite, della quale Ibsen si servì, utilizzandone la struttura per la maggior
parte dei suoi grandi drammi, ebbe da Cechov proprio il suo colpo
mortale. Noi possiamo dire, ancora oggi, che con Ibsen inizia il teatro
moderno, perché il suo tema, la crisi dell’individuo nella società bor-
ghese, è ancora il nostro; ma non per questo dobbiamo tacere il debito
che, anche da un punto di vista formale (ma certo non solo da quello),
abbiamo nei confronti di Cechov. Fu lui ad inaugurare il racconto
« senza principio né fine » e, nel dramma, a sperimentare quella « forma
aperta » di cui attualmente tanto si discute; il suo teatro trionfa delle
più solide convenzioni, e proprio usando i procedimenti più antisce-
nici che (apparentemente) sia dato immaginare. La concentrazione li-
rica che, la si chiami « atmosfera » o « stato d’animo », resta la nota
più originale del teatro di Cechov, è un risultato che lo scrittore rag-
giunge indirettamente, non tanto attraverso le azioni e le parole dei
personaggi, quanto, si direbbe, attraverso l’eco che di quelle parole
e di quelle azioni ci giunge. In Ibsen sembra che il conflitto sia resti-
tuito nei termini classici della lotta dell’eroe con le forze misteriose e
inafferrabili alle quali egli dovrà infine soggiacere: ma un esame più
attento ci rivelerà che il dramma non consiste tanto nella rappresen-
tazione di questa collisione e della sua motivazione, ma piuttosto nella
rivelazione, tragica perché senza possibilità di salvezza, d’una colpa
già passata in giudicato. Più che d’un processo, insomma, si tratta di
una sentenza già emessa e della quale tuttavia vengono chiariti all’im-
putato (ché tale è l’eroe ibseniano, fin dalla prima scena), tutti i parti-
colari. Un ulteriore sviluppo di questa rivelazione tragica è quella,



Il drammaturgo russo Konstantin S. Stanislavskij nel 1888. —Cechov legge “Il gabbiano” agli attori

ancora più enigmatica fino a sembrare assurda, che Kafka illustra nel
suo romanzo // processo. Anche per Cechov il conflitto risulta prece-
dente al dramma, ma con questa differenza: che i suoi personaggi
sembrano non averne coscienza, se non a tratti; essi sono come dei
prigionieri, la loro stessa nozione del tempo è quella tipica di coloro
per i quali appunto il presente non ha alcun senso, è solamente il logico,

o meglio il naturale intermezzo fra un passato che si può anche rimpian-

gere e un futuro sul quale è forse possibile ancora illudersi. La vita,

insomma, non è azione, ma memoria e speranza di azioni, passate e

future; il presente esiste solo come posto d'osservazione di questi due

momenti, e ciò affiora, di tanto in tanto, alla coscienza dei personaggi.

Ecco la reciproca confessione di Vanja e di Astrov, nell’ultimo atto

di Zio Vanja:

VANJA — Dammi qualche cosa. Dio mio, ho compiuto quarantasette anni. Se vivrò
fino ai sessanta mi restano altri tredici anni. Che farò? Come li colmerò? Ah,
cerca di capirmi (stringe convulsamente la mano di Astrov). Cerca di capirmi. Se
questi anni che mi rimangono io li potessi vivere in un modo diverso nuovo;
se mi potessi svegliare in una mattina chiara, tranquilla, e sentire che ho co-

minciato una nuova vita, che tutto il passato si è dissolto come fumo. (Piange)
Cominciare una vita nuova; dimmi, dimmi, come potrò ricominciarla?

Asrrov — (con rabbia) Smettila! Che vita nuova vuoi cercare? La nostra sorte, la
tua, come la mia, è senza speranza.

VANJA — Sì?

Asrrov - Ne sono più che convinto!

7 . . . .

VANJA - Dammi qualche cosa. (Si mette /a mano sul cuore) Qui brucia!

Asrrov — (Quasi gridando) Finiscila. (Poî, con tono più dolce) Quelli che verranno
dopo di noi, fra cento, duecento anni, e che ci disprezzeranno, perché abbiamo
condotto una vita senza senso e senza gusto, quelli forse sapranno essere felici,
Ma noi... noi non abbiamo che una sola speranza: che quando saremo nella
nostra tomba ci vengano a visitare delle visioni, piacevoli magari... (sospira)



35



del teatro d’arte di Mosca, Alla sua destra, è Stanislavskij.

SÌ, amico mio, in questa nostra provincia vi erano due soli uomini intelligenti
e per bene; eravamo tu ed io; ma in soli dieci anni questa gretta vita provinciale
ci ha rovinati, ci ha avvelenato il sangue. Così siamo diventati degli esseri vol-
gari, come tutti gli altri.

Proiettati nel futuro o nel passato gli eroi di Cechov trascorrono
il presente a contemplarsi, a giustificare o esaltare il loro destino, a
entusiasmarsi o a compiangersi, ma ciò a cui più tengono è che il
mondo, un giorno, abbia di loro un’immagine nobile, li riconosca,
se non quali furono, quali almeno avrebbero potuto essere. Ecco come
termina Tre sorelle:

(Le tre sorelle sono în piedi, strette l’una all'altra)

Mascia — Senti la banda, come suona! Ci lasciano, uno se n’è andato davvero, per
sempre, noi restiamo sole, a ricominciare la vita... Bisogna vivere... Bisogna
vivere...

Irina — (i/ capo poggiato al seno di Olga) Si saprà un giorno, il perché di tutto questo;
il perché di tante sofferenze. Non ci saranno più misteri, un giorno, ma intanto,
bisogna vivere... lavorare, e poi lavorare! Domani me ne andrò via sola, andrò
in una scuola a insegnare, e dedicherò la mia vita a chi forse ne ha bisogno...
Adesso è autunno, fra poco verrà l’inverno, coprirà tutto di neve, ma io lavo-
rerò, lavorerò...

OLGA — (abbraccia le altre due sorelle) Com'è allegra, vivace, la musica, e come si ha
voglia di vivere! Dio mio! Un giorno ce ne andremo anche noi, per sempre,
ci dimenticheranno, dimenticheranno come eravamo fatte, le nostre vci, quan-
te eravamo, ma le nostre sofferenze prepareranno la gioia di quelli che verranno,
la felicità e la pace regneranno sul mondo, e i vivi di allora ci saranno grati,
rivolgeranno un pensiero ai vivi di oggi. Oh, sorelle care, non è finita, la nostra
vita! Vivremo! La banda suona allegra festosa e sembra che da un momento
all’altro sapremo perché viviamo, perché soffriamo... Poterlo sapere, poterlo
sapere:

Un americano, Francis Fergusson, ha avvicinato la poesia dram-
matica di Cechov a quella del Purgatorio di Dante (il paragone è fatto

36



Il grande letterato russo Maksim Gorkij.

con l’ultimo dramma cechoviano, // giardino dei ciliegi, ma è chiaro che
tocca l’intera sua opera); tema comune ai due autori sarebbe, per Fer-
gusson, la «sofferenza del mutamento », che si esprime in accenti
d’una nostalgica, ma serena, disperazione, in quella poesia del tramonto
che Dante raccoglie nell'immagine leopardiana con cui s’apre l'VIII
canto del Purgatorio (e che Fergusson cita):

« Era già l’ora che volge il desio... ».

2. L’arte del Novecento è caratterizzata dal rifiuto della realtà feno-
menica e storica, e, al tempo stesso, dal tentativo di recuperarla ed
esprimerla attraverso la sua consapevole deformazione. La crisi del
romanzo psicologico è l’aspetto più evidente di questo nuovo corso
dell’arte: da Stendhal a Tolstoi la psicologia era stato il tramite che
aveva legato in un rapporto antitetico soggetto e oggetto, individuo
e società, intimità e mondo esterno, io e non-io (per esempio, // sosia
di Dostojevskij). Ma con Proust questo rapporto risulta già modifi
cato radicalmente, nel senso che il mondo esterno acquista significato
solo nell’esperienza psichica e quindi la realtà diventa contenuto della
coscienza. Joyce acutizza ancora il processo: al posto del fluire degli
eventi viene messo il fluire dei pensieri, delle associazioni di idee: nel-
I’ Ulisse che, come si sa, racconta le peregrinazioni di Leopold Bloom
per le strade e i locali di Dublino, per un intero giorno, dal mattino
fino a notte inoltrata, il vero eroe del romanzo è appunto questo giorno
della vita d’una metropoli. Abolita insomma la trama, il romanzo ora
fa a meno anche del protagonista: il concetto del tempo introdotto
dalla filosofia di Bergson, che Proust interpreta come “durata” degli
stati psichici, per cui il presente contiene il passato ed è, al tempo
stesso, partecipe del futuro, è spinto da Joyce fino all’estrema relati-

Il famoso poeta russo Vladimir V. Majakovskij (il terzo da sinistra) insieme ad alcuni amici nel 1930.

vità di spazio e di tempo, alla simultaneità dei contenuti della coscienza.
Perciò, da un punto di vista formale, il suo romanzo si presenta come
un continuo monologo interiore, un’opera in formazione: l’ultimo ca-
pitolo dell’ Ulisse rinuncia anche ai segni di interpunzione. Dissolu-
zione del mondo e dissoluzione dell’uomo sono, del resto, i temi di
tutti i maggiori romanzi della prima metà del nostro sccolo: A//a ricer-
ca del tempo perduto e Ulisse sono stati composti quasi nello stesso pe-
riodo, fra il 1913 e il 22; La coscienza di Zeno, di Svevo è del 23, La
montagna incantata di Mann e // processo di Kafka sono del 24, / falsari
di Gide è del 25 e la prima parte de L'uomo senza qualità di Musil del
31. Né questa liquidazione della realtà è una prerogativa del romanzo:
la lotta contro i mezzi espressivi convenzionali si manifesta in pittura
con il rifiuto, cosciente e premeditato, della figura (Picasso), e nella
musica con la soppressione della melodia e della tonalità (Strawinskij,
Schénberg); in poesia vengono abbandonati sia il sentimento che la
perfezione dell'immagine (Rimbaud, T. S. Eliot). La reazione all’og-
gettività naturalistica si manifesta in una serie di scuole e tendenze che
usiamo indicare, nel loro complesso, con il termine di “avanguardia”
(costruttivismo, cubismo, dadaismo, espressionismo, futurismo, sur-
realismo) e malgrado alcune diversità di indirizzo e le relative polemi-
che, esse affondano tutte le radici nell’inconscio, nell’irrazionale, nel-
nell’automatismo e nel sogno. A teatro queste esperienze acquistano
a volte una minore evidenza, per la natura stessa della tecnica del dram-
ma, fondata sull’azione e sulla parola; ma i kazmzzerspiele (drammi da
camera) di Strindberg, per esempio, che in apparenza sono il maximum
del naturalismo, sono invece già un modo di portare in scena un mon-
do allucinato, una visione metafisica che poi costituiranno il modello
della drammaturgia espressionista. Gli eroi di Strindberg sono fantasmi





Il regista russo Vsèvolod Mejerchold (a destra) insieme a Aleksandr Golovin.

(uno di questi kazzerspiele s'intitola appunto La sonata dei fantasmi,
ed è un capolavoro del teatro moderno), simboli che si agitano nevro-
ticamente davanti a uno scenario il cui aspetto esterio:e è quello d’un
luogo reale una casa una strada un giardino, mentre il clima che vi si
respira appare quello dell’incubo, della follia, dell’oltretomba, e i per-
sonaggi rivelano la loro essenza simbolica fin nei nomi che li distin-
guono, la Donna, il Vecchio, lo Straniero, la Signora in nero, il Morto
eccetera. Questo caos apocalittico annunciato da Strindberg diviene, con
gli espressionisti, l’atmosfera naturale del dramma: nella Germania
della disfatta, pittori, poeti e drammaturghi innalzano la bandiera di
questo nuovo St und Drang: Strindberg e Wedekind, come Do-
stojevskij e Buchner sono i loro profeti, il loro “messaggio” è l’inci-
tamento ad uno stato programmatico di rivolta, la loro tecnica è l’anar-
chia stilistica, riflesso di quella spirituale. Il protagonista dell’ Zucendio
al teatro dell’opera di Kaiser (1919) è un certo Signor X, in Uozzo massa
di Toller (1919) appaiono, accanto ai personaggi veri e propri, « figure
della visione », e, dice l’autore, alcuni quadri sono avvolti «in un’ir-
reale atmosfera di sogno »; Karl Kraus, infine, con G%i wltizi giorni
dell’umanità inaugura addirittura una specie di tragedia da science-fiction,
che si conclude con il totale dissolvimento del mondo da parte dei
marziani. Da questo diluvio espressionista non si salva apparentemente
nulla, almeno sulla scena; nella realtà che gli espressionisti avevano
rifiutato e schetnito, si salvarono invece Hitler e la borghesia degli
Junkers, e l’incitamento allo stato di rivolta programmatico si conclude
con la vittoria dell’ordine celebrata con i sinistri bagliori delle fiamme
nelle quali bruciano le opere dei nuovi eretici. In Germania, come in
Russia, l'avanguardia ha affrontato la prova del fuoco; la violenza del-
la lotta politica e sociale l’ha obbligata ad assumere una posizione, e

Il poeta e drammaturgo spagnuolo Garcia Lorca.

bisogna riconoscere che, salvo rari casi, essa non ha esitato nella sua
scelta. Ma il suo impegno non le evita una sconfitta clamorosa e bru-
ciante, e il paradosso (ma fino a un certo punto) è che essa sia avvenuta
per ragioni apparentemente opposte: in Germania perché l’espressio-
nismo era considerato un movimento rivoluzionario, in Russia perché
futurismo, cubismo e costruttivismo furono giudicati controrivoluzio-
nari. Da Berlino fuggono Brecht e Piscator, Toller e Kaiser; da Mosca
giunge la notizia che Majakovskij si è suicidato e che Mejerchold è
stato deportato in Siberia. Nel resto d’Europa l’ordine appare assai
meno in pericolo e la borghesia lascia che i propri intellettuali giochino
con le parole e con le idee (ma al momento opportuno, o li recupera,
come è accaduto a Cocteau, finito accademico, o li esclude definitiva-
mente, come è stato per Artaud, chiuso in manicomio). L’avanguardia,
ha scritto Roland Barthes, non è altro che un modo di cantare la morte
borghese, ma non può spingersi tanto avanti da concepire la parola
funebre che esprima il passaggio da una società chiusa ad una società
aperta.

Il teatro nasce in Pirandello spontaneamente: il suo mondo, ancor
prima di esplicarsi sul palcoscenico ha già il carattere d’una « rappre-
sentazione » accentrata intorno ad un insanabile conflitto. I suoi eroi,
siano dei drammi che delle novelle o dei romanzi, sono tutti dei “pupi”,
come è detto nel Berretto a sonagli, e se ne vanno in giro a “recitare la
loro parte”, accettano una finzione tanto per essere “qualcuno”, per
avere uno stato civile; e portano con loro la condanna a vedersi vivere,
pubblicamente, davanti a tutti, denudati fino all’intimità (questo tema
della ‘nudità’ torna continuamente in Pirandello, anche nei titoli
delle sue opere, La via nuda, Vestire gli ignudi, Maschere nude eccetera).

38



Il celebre serittore e drammaturgo italiano Luigi
Pirandello.

Per quesio il dramma che più compiutamente ci dà l’immagine di
Pirandello è quello dove il teatro è, al tempo stesso, tema e allegoria:
Sei personaggi în cerca d’autore. Qui l’idealismo di Pirandello raggiunge
la sua espressione più coerente: contro una realtà così ambigua da
poter essere continuamente messa in discussione (come egli stesso aveva
detto in Così è se vi pare), pone la concreta certezza della verità arti-
stica, del prodotto della fantasìa, sottratto a tutie le leggi del vivere
quotidiano, vivo, perciò, immutabile ed eterno. L'opposizione fra
mondo reale e mondo fantastico si ripete in Ewrico ZV, dove al mondo
dell’arte si sostituisce quello, altrettanto fisso, della storia. Anche in
Enrico IV c’è rappresentazione e messinscena (la regalità, la sala del
trono, i valletti, il saio da penitente), e anche qui il conflitto s’accende
tra finzione e realtà quotidiana. Il futuro nel quale cercano di prender
vita i sei personaggi equivale al passato nel quale si rifugia Enrico IV,
alla realtà della fantasìa si sostituisce la realtà della storia, due modi
per evadere dal presente, da quella che per Pirandello è la « volubile
esistenza » di tutti i giorni, per rifiutarsi di credere (è ancora Piran-
dello a dichiararlo, nella prefazione ai Sei personaggi) « che l’unica ra-
gione della nostra vita sia tutta in un tormento che ci pare ingiusto e
inesplicabile ». Ciò che siamo per noi, e ciò che sembriamo per gli
altri, ecco il fondamentale contrasto espresso da Pirandello: da questa
lacerazione dell’essere umano, la necessità di riconoscersi una masche-
ra, di assumere un abito convenzionale, un segno perenne, e di accet-
tare una finzione come comportamento ufficiale riconoscibile e palese,
strumento della sola possibile ‘comunicazione’ con gli altri. Questa
necessità è così violentemente sentita da Pirandello che i suoi perso-

Una scena di “Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello, nell’edizione curata a Parigi

da Pitoeff nel 1923.



Il profilo di Erwin Piscator proiettato sulla scena di “Hopplà, noi viviamo!” di Toller (1927).

naggi non solo accettano questa maschera che altri hanno deciso per
loro ma paradossalmente finiscono per pretenderla, nell’illusione (che
l’autore vede come tale) di mutare così la loro sconfitta in vittoria,
di distinguersi in qualche modo nell’universo burocratico nel quale
paiono confinati.

4. Ibsen, Cechov, Strindberg, gli espressionisti, Pirandello: ecco i
testimoni venuti a deporre tra la fine del secolo scorso e i primi de-
cenni del nostro, sulla scena, intorno a quella che il filosofo Huizinga
ha chiamato la « crisi della civiltà »: non sono testimonianze decisive,
circostanziate e illuminanti quali avremmo desiderato che fossero; ma
non dobbiamo incolparne il teatro, esso non è uno specchio fuori
del mondo, estraneo alla società, ma un suo prodotto e come tale
non può non riflettere in modo parziale, allusivo, frammentario e
tendenzioso una realtà così complessa da lasciare perplessi non solo
gli scrittori, ma anche i filosofi e i sociologhi, gli scienziati e i ministri
del culto. Non «crisi del teatro » dunque, ma piuttosto « teatro della
crisi ». In questo senso Pirandello è un autore, oggi, estremamente
attuale, e tutto ciò che è stato detto dopo di lui è in lui già implicito,
previsto o intuito; sulla sua strada, s'intende, che è quella della deca-
denza (la drammaturgia epica, dialettica di Brecht, checché se ne dica,
gli è estranea): e tanto l’inferno esistenzialista di Sartre (A porze chiuse),
quanto il mondo assurdo e grottesco della seconda avanguardia (Ione-
sco, Adamov, Genet, ma soprattutto Beckett), sono compresi nell’al-
lucinato, disperato e tragicomico carnevale composto dalle sue ‘“ma-
schere nude”.



LA FORMAZIONE
INDUSTRIALI

Alcuni saggi sulla formazione del personale nelle aziende industriali,
raccolti a cura dell’ IRI in un volume pubblicato dall'editore Vallecchi,
sono stati presentati il 18 febbraio a Roma durante una ‘‘tavola rotonda”
alla quale hanno partecipato il presidente dell’ IRI professor Giuseppe
Petrilli, il direttore centrale dell’ istituto preposto al servizio problemi
del lavoro e amministratore delegato dell’ IFAP (IRI - Formazione Ad-
destramento Professionale) dottor Giuseppe Glisenti, il professor Aldo
Visalberghi, titolare della cattedra di pedagogia nell’università di Roma,
il professor Bertrand Schwartz, direttore in Francia dell’ “Ecole nationale
superieure de la metallurgie et des industries de mines”. Petrilli ha scritto
la prefazione al volume e Glisenti l'introduzione generale ; un saggio di
Visalberghi è pubblicato nella seconda parte del volume dedicato ai pro-
blemi della formazione professionale, mentre Schwartz, che è anche di-
rettore in Francia del centro universitario di cooperazione economica e
sociale e dell’istituto nazionale per la formazione degli adulti, illustra,
nella terza parte del libro, l’esperienza francese in materia di formazione
professionale nelle aziende industriali. Il volume comprende anche saggi
di Pasquale Saraceno, Piero Bontadini, Giuseppe di Rita, Gino Marti-
noli, Matteo Vita e l’illustrazione di esperienze fatte, oltre che in Francia,
in Inghilterra e in Svizzera.

Alla presentazione dell’opera hanno assistito dirigenti delle finanziarie
e delle società a partecipazione diretta del gruppo IRI, oltre a un folto
gruppo di rappresentanti della stampa quotidiana, periodica e sindacale.

L'iniziativa di raccogliere in volume gli scritti di eminenti studiosi
dei problemi della formazione professionale conferma l’interesse dell’ IRI
per questi problemi, interesse già provato dall’attività svolta per formare

39

DEL PERSONALE NELLE AZIENDE



A Roma il 18 febbraio, alla tavola rotonda sul tema “La formazione del personale
nelle aziende”, sono intervenuti (nella foto da sinistra): il dottor Giuseppe Glisenti,

il professor Silvio Golzio, il professor Gi

e il professor Aldo Visalberghi.

Petrilli, il professor Bertrand Schwartz

PP

giovani lavoratori, riqualificare adulti, preparare tecnici e dirigenti.
Ecco qui una sintesi dei vari interventi degli oratori che hanno preso
la parola per presentare il libro.
Prof. Giuseppe Petrilli: ha affermato che nel campo della formazione
professionale «si giuoca in larga misura il nostro avvenire». Egli ha poi
ricordato gli obiettivi fissati dal progetto di programmazione nel campo
della occupazione, il quale prevede che la occupazione del personale gene-
rico diminuirà entro il 1981 del 70 per cento mentre aumenterà del 90
per cento il personale qualificato, del 130 per cento il personale intermedio
inferiore, del 130 per cento il personale intermedio superiore e del 115
per cento il numero dei dirigenti e dei quadri superiori. Per realizzare
la parte di questi obiettivi di competenza del prossimo quinquennio si deve
ipotizzare il reclutamento aggiuntivo di 118 000 docenti, dei quali 70 000
laureati e 10 000 fra professori e assistenti universitari. Ciò significa al-
l’incirca il raddoppio nei posti in organico per professori e assistenti univer-
sitari per ogni grado. Se si tiene conto — ha aggiunto Petrilli — che l’in-
dustria recluta il personale destinato alle carriere direttive press'a poco
nello stesso àmbito in cui l'università recluta i propri assistenti si intra-
vede il rischio di una concorrenza dannosa fra università e industria,
a meno che non intervengano mezzi e forze in supplenza dei fattori carenti.
In questa situazione, mentre la scuola sta già predisponendo il proprio
programma di emergenza (“piano Gui”), l'industria deve supplire alle
temporanee deficienze della scuola con programmi flessibili in modo da
poter abbandonare e trasformare questi programmi quando la scuola ab-
bia pronti gli strumenti normali di intervento. L'industria deve anche
sperimentare metodi e contenuti di formazione adatti alle esigenze della

40

moderna economia e offrire alla scuola questa esperienza per i suoi pro-
grammi futuri ; nello stesso tempo deve controllare l’adeguatezza dei con-
tenuti formativi della scuola rispetto alle esigenze della vita economica.
D'altra parte una trasformazione strutturale della occupazione quale
quella ipotizzata dal ‘piano di programmazione economica nazionale”
non si opera solo attraverso la scuola : la “‘riqualificazione’’ del personale
non qualificato e la “promozione” del personale già qualificato verso man-
sioni superiori, la formazione di dirigenti necessitano di un enorme sforzo
interno alle attività industriali, una vera e propria riconversione del fattore
umano, che s'accompagna alla riconversione tecnica e organizzativa delle
aziende. "i

Successivamente, Petrilli ha detto che “l’integrazione” fra scuola e
industria deve diventare un modo permanente di operare della società
italiana come lo è per le società economicamente progredite. Perciò sup-
plenza, sperimentazione e controllo sui mezzi e contenuti educativi di-
ventano funzioni permanenti dell’attività industriale moderna.

«Se non ci fosse già oggi — ha concluso il presidente dell’ IRI — una

attività di supplenza dell’industria di fronte allo squilibrio tra immediate
esigenze della economia produttiva e lacune quantitative del sistema sco-
lastico ; se non ci sarà fin dai prossimi anni un impegno di collaborazione
permanente fra industria e scuola nel senso indicato non si potranno in
alcun modo attingere gli obiettivi indicati nel progetto di programmazione
economica nazionale, come il progetto stesso riconosce. Questo giustifica
l’impegno dell’ IRI, ente di diritto pubblico, e delle sue aziende in questo
campo ».
Prof. Aldo Visalberghi: l'azienda industriale non può sostituirsi alla
scuola per fornire ai giovani la formazione di base, deve riconoscere come
propri in modo tassativo ed inequivoco compiti di qualificazione e riqua-
lificazione specifica alle diverse mansioni e di promozione interna del
lavoro. In questo campo — ha aggiunto — moltissimo c’è da fare in Italia,
particolarmente nel momento in cui ci si appresta a riorganizzare l’intero
settore scolastico tecnico professionale. Comunque ciò non significa che
le aziende non debbano e non possano offrire opportunità varie di forma-
zione culturale più ampia ai propri dipendenti, in tutte quelle forme di
impiego del tempo libero e di organizzazione di centri culturali che le
più progredite tra esse hanno già cominciato da tempo. L’azienda può
promuovere, inoltre, istituzioni scolastiche parificate, non come scuole
di fabbrica in senso stretto, ma come istituti che forniscono titolo e qua-
lificazione valida su scala nazionale. L’ Italsider a Genova-Cornigliano
ha creato ad esempio un istituto professionale - sezione siderurgica.

Il professor Visalberghi ha anche parlato di altre forme di azione

culturale e formativa aggiungendo che molte di esse sono state adottate
e sperimentate dall’ IRI (attività dell’ IFAP per la formazione e l’adde-
stramento professionale e progetto Iard-Sud promosso a Taranto per in-
dividuare i giovani più dotati e poi assisterli durante tutta la carriera
scolastica). In questi casi — ha concluso l’oratore — l’azienda non pre-
tende di essere essa stessa un fattore in formazione, ma si pone su di un
piano pubblicistico e mette la sua esperienza e le sue capacità organizza-
tive al servizio della collettività.
Prof. Bertrand Schwartz: ha illustrato le esperienze francesi nel campo
della formazione degli adulti. Dopo aver ricordato le origini delle inizia-
tive intese a facilitare la promozione sociale, che rientrano in Francia
nella tradizione, in quanto i primi corsi del ‘‘Conservatoire national des
arts et métiers” risalgono agli inizi dell'Ottocento, ha accennato ai vari
provvedimenti legislativi che regolano la materia nel suo paese.



Il comitato direttivo e i collaboratori della Rivista
Italsider esprimono al dottor Gian Lupo Osti, che ha
lasciato la nostra società per assumere la direzione
generale della Terni, il loro ringraziamento per il
contributo da lui dato a questa pubblicazione e l’au-
gurio più fervido di buon lavoro nel nuovo incarico.











La legge del 31 luglio 1959 sulla promozione sociale ha stabilito i
limiti in cui vanno sviluppate le iniziative di promozione in quanto pro-
mozione professionale e promozione superiore. Essa prevede una serie di
provvedimenti che incoraggiano queste promozioni e costituito, presso la
presidenza del consiglio, un comitato di coordinamento della promozione
sociale nel quale sono rappresentati i ministeri interessati e le organizza-
zioni sindacali, padronali, agricole e artigianali. Una legge del 28 dicem-
bre 1959 la integra nel senso che mira a favorire la formazione economica
e sociale dei lavoratori che svolgono attività sindacali (promozione
collettiva).

L'applicazione di questi testi è resa possibile dal decreto del 29 maggio
1961 che istituisce un ‘Fondo nazionale della promozione sociale’ col
proposito di incoraggiare iniziative sperimentali e di studio; un altro
decreto, che reca la stessa data, istituisce presso la presidenza del consiglio
un delegato generale per la promozione sociale. Il comitato di coordina-
mento e la delegazione generale sono in condizione, grazie alla dotazione
del fondo, di svolgere la loro funzione di stimolo e di collegamento.

Infine, come previsto dalla legge del 31 luglio 1959, le iniziative locali
sono decentrate e coordinate dai vari ‘‘comitati dipartimentali e regionali
di coordinamento della promozione sociale”.

Questi diversi provvedimenti legislativi si inquadrano in un complesso
di disposizioni mirante a far sì che tutti possano servirsi dei mezzi di pro-
mozione e accedere alle diverse forme di istruzione. \

Descritti i vari tipi di formazione prevalentemente professionale, 0
tecnica oppure basata sulla cultura generale, l’oratore ha concluso sotto-
lineando l’importanza che oggi si annette in Francia all’aspetto “globale”
della formazione.

La formazione degli adulti deve poter assolvere alle esigenze delle pro-
fessioni (non solo di quelle di oggi ma anche di quelle future) e alle esigenze

di cultura degli adulti. Per rispondere a questi imperativi, bisogna che

diventi continua e sistematica : di qui la necessità di nuove strutture, alle
quali in Francia si sta lavorando.

Il dottor Giuseppe Glisenti ha illustrato l’azione del gruppo IRI nel
campo della formazione professionale, azione caratterizzata dall’impegno

finanziario (undici miliardi di investimenti al 31 dicembre 1964 e due ‘

miliardi annui per spese di gestione), dalla costituzione di una unità or-

ganizzativa per la programmazione dell'attività di formazione di operai,

tecnici, quadri superiori e dirigenti e dalla strettissima collaborazione
delle aziende nella formazione e adattamento continuo dei programmi
di formazione.

L'attività dell’ IRI per la formazione professionale — ha proseguito
il dottor Glisenti — si articola in corsi per operai, în corsi per tecnici in-
termedi e tecnici superiori, in attività per i dirigenti. Con i corsi per gli
operai che si svolgono nei centri IFAP (tre funzionanti in edifici apposi-
tamente costruiti, due funzionanti in sedi provvisorie ed uno in costruzione)
vengono preparati nei mestieri dei settori meccanico, siderurgico, cantieri-
stico, chimico, elettrico, telefonico ed armatoriale circa I 200 giovani
in corsi di durata biennale e circa 3 500-4 000 adulti in corsi accelerati
di durata semestrale. Per i tecnici intermedi l’ IRI ha in programma l’or-

ganizzazione di corsi che cominceranno quest'anno, mentre per i tecnici.

superiori si svolgono già appositi corsi a Milano, Napoli, Genova e Ta-
ranto. Nel quadriennio 1965-68 si prevede la formazione complessiva di
350 tecnici superiori neo-diplomati.

Per i quadri dirigenti, l’ IRI organizza corsi di perfezionamento e di
preparazione alle funzioni direttive ai quali hanno partecipato fino ad
oggi 600 dipendenti delle aziende del Gruppo. Corsi particolari di tecniche
speciali della direzione sono organizzati, poi, per funzionari che devono
perfezionarsi soprattutto nella conoscenza di determinate tecniche diret-
tive di settore aziendale.

Infine, illustrando il volume “La formazione del personale nelle azien-
de industriali”, il dottor Glisenti ha detto che altre volte in Italia i pro-
blemi esaminati nell’opera sono stati affrontati e trattati in convegni di
studio, riviste specializzate, dibattiti. Tuttavia — ha aggiunto — è forse
questa la prima volta che studiosi delle diverse discipline interessate allo
studio dei fenomeni dello sviluppo industriale (economisti, pedagogisti,
tecnici dell’organizzazione, sociologi) collaborano insieme ad un’opera
destinata al vasto pubblico e confrontano le loro esperienze intellettuali
con le esperienze operative di coloro che si occupano direttamente di for-
mazione del personale nelle aziende o all’interno di grandi gruppi industriali.

















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RIVISTA ITALSIDER











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la copertina: Enzo Mari “struttura n. 382”

- 1958 - cm. 32x32x16 - acciaio e laminato
plastico.

2° di copertina: cancello in ferro battuto nel-
l’antica chiesa di san Colombano a Bobbio
(Piacenza).

3° di copertina: un modernissimo cancello in
ferro, realizzato da Carlo Scarpa per il negozio
Olivetti a Venezia.

4° di copertina: antica insegna dell’ albergo
“alla bella Venezia” dipinta a colori su ferro.
Museo di Treviso.

RIVISTA ITALSIDER

bimestrale d’informazione aziendale per il
personale dell’ Italsider - Anno VI - n. 1 -
gennaio-febbraio 1965

comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Luciano
Rebuffo

direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi

segreteria di redazione: ufficio pubbliche rela-
zioni Italsider - via Corsica 4 - Genova -
telefono 5999

in questo numero fotografie di: Ansa - Fotostudio
Cantera, Roma - E. Carmi, Genova - Civilini,
Piombino - P. Gloriani, Roma - F. Leoni,
Genova - E. Mari, Milano - P. Monti,
Milano - U. Mulas, Milano - Publifoto,
Genova e Milano - Publifoto-Keystone, Roma
- Seifert, Stoccarda - A. F. Suriano, Roma.

La riproduzione è subordinata alla citazione
della fonte.

Autorizzazione del tribunale di Genova n. 516
in data 28 dicembre 1960 - Spedizione in
abbonamento postale - gruppo IV

Stampa AGIS-Stringa - Genova -
Clichés: Ceriale - Genova; Denz - Berna

Carta: Solex-Burgo.



Enzo Mari, nato nel 1932, vive e lavora a Milano dove, oltre alla ricerca pura, si occupa di design.
Nel 1952 ha iniziato una serie di ricerche sui rapporti fra colore e volume, sulla cinematica
e sulle variazioni tematiche a tre dimensioni in rapporto al movimento e al tempo,
anticipando l’interesse attuale per questo genere di ricerche. Nel 1964 ha esposto alla
Biennale di Venezia, alla mostra “Nuova tendenza” presso il museo del Louvre a Parigi,
alla mostra “Arte programmata” presso la New York University. Quest'anno espone
alla mostra “The responsive eye” presso il Museum of Modern Art di New York.
Coordinatore del movimento “Nuova tendenza”, sta organizzando per Zagabria la terza

manifestazione.

IN QUESTO NUMERO

Un’inchiesta sull’Europa di fronte ai paesi in via di sviluppo di Francesco Cesare Rossi

Pubblichiamo la prima parte di un’inchiesta comprendente le interviste con il ministro presidente
del comitato dei ministri per il Mezzogiorno Giulio Pastore e con il sottosegretario agli affari
esteri onorevole Mario Zagari; con il professor Giuseppe Petrilli presidente dell’Iri, con il
professor Ernesto Manuelli presidente della Finsider, e con il giornalista professor Francesco Forte
docente di scienza delle finanze all’università di Torino.

Il nuovo impianto di Piombino per tubi saldati di piccolo diametro

È entrato da poco in funzione a Piombino, presso il centro Italsider, il tubificio per tubi saldati
di piccolo diametro, primo dei nuovi impianti in corso di realizzazione nella zona di ampliamento
del centro stesso.

di Silvio Ceccato

Silvio Ceccato, studioso e realizzatore di apparecchiature cibernetiche noto in tutto il mondo,
sostiene in questo articolo la necessità di un centro di documentazione, anche per coloro che
recalcitrano ad essere informati.

Necessità di un centro di documentazione

Guardrails = via sicura

3u di Aldo Castellana
Un documentatissimo esame dei vantaggi forniti, alla luce delle statistiche, dai guardrails. per
limitare gli incidenti automobilistici.

Libri per il personale: un’importante iniziativa culturale dell’Italsider

Una seconda illustrazione dell’iniziativa editoriale intrapresa dall’Italsider e un resoconto del convegno
degli editori da essa promosso.

Problemi e struttura dell’industria in uno studio di Pasquale Saraceno di Sergio Vaccà

Una sintetica recensione a cura del professor Sergio Vaccà, direttore dell’istituto ligure di
ricerche economiche e sociali, e un capitolo da “La produzione industriale” di Pasquale Saraceno,
dedicato alla congiuntura.

Il professor Silvio Golzio nuovo direttore generale dell’IRI

La sedia carolingia ritrovata a Genova di Adriano Peroni

Nel greto del Bisagno è stata ritrovata la “sella plicatilis”, un capolavoro in ferro ageminato
dell’alto Medioevo, scomparsa nel settembre scorso dai musei civici di Pavia.

Gli ultimi artigiani del ferro di Luciano Rebuffo
Una visita ad Acqui nell’officina di due artigiani del ferro che lavorano come si lavorava nel
Rinascimento.

Ferro in città

La produzione di Carlo Scarpa di Vincenzo Lacorazza

Presentazione di un costruttore ed allestitore italiano ben noto per le sue opere di estremo rigore
ed eleganza.

Nascita del teatro moderno - 4 di Luciano Lucignani

Il prologo del caos: da Ibsen a Pirandello.
La formazione del personale nelle aziende industriali

Una sintesi degli interventi alla tavola rotonda indetta dall’Iri per la presentazione di una raccolta
di saggi di eminenti studiosi dei problemi della formazione professionale.

II

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UNA INCHIESTA SULL'EUROPA DI FRONTE AI PAESI

IN VIA DI SVILUPPO

a cura di Francesco Cesare Rossi

1. @Quali sono le idee-forza che l'Europa può trasmettere ai paesi in via di sviluppo,
nello spirito delle tradizioni politiche e culturali del nostro continente?

2. AI delle ideologi iche tradizionali e dell’ spirito mercanti-
listico e colonialistico, qual è la migliore politica d’investimenti nei paesi in via
di sviluppo?

3. Nei confronti della Comunità Economica Europea, qual è la più realistica politica
d’intervento da suggerire ai paesi europei?
Esiste, a Suo avviso, una politica comune verso i paesi in via di sviluppo e, se mai,
quale potrebbe essere?

Queste sono le domande che abbiamo posto a quattordici per-
sonalità francesi e italiane. Perché abbiamo scelto la Francia e l’Italia?
La prima è stata una delle ultime potenze europee ad esercitare un
controllo politico ed economico in paesi in via di sviluppo e a risen-
tire maggiormente i contraccolpi politici derivanti principalmente dal-
l'abbandono di tale ingerenza diretta; la seconda, pur dovendo risol-
vere un problema secolare interno di sottosviluppo economico e so-
ciale, partecipa attivamente — soprattutto con investimenti provenienti
dal settore pubblico dell'economia industriale — allo sviluppo di
alcuni paesi africani e dell’ America latina.

Le dimensioni del problema dell’assistenza ai paesi in via di svi-
luppo hanno assunto, negli ambienti democratici europei, proporzioni
che vanno al di là della tradizionale simpatia verso il cosiddetto “Terzo
Mondo”: non soltanto l’acquisizione di muovi mercati per investi-

menti diretti, ma la consapevolezza che l’Europa, nella complessità
delle sue esperienze politiche e culturali, si trova di fronte a scelte
unitarie per un fondamentale motivo di responsabilità comune.

AI di fuori della contingente politica dei governi europei, e so-
prattutto di quello francese, l’aspetto dell’aiuto ‘multilaterale’ ai
paesi in via di sviluppo si riveste — come testimoniano le risposte
alla nostra inchiesta — di una forte carica ideale. A noi sembra, cioè,
di riscoprire un mondo democratico europeo che s’interessa con con-
sapevolezza delle nuove vie per dar respiro al vecchio continente: s’in-
travede l’intuizione di una prospettiva europea nuova nella quale
l'influenza della tecnologia, della sociologia e delle lotte politiche de-
mocratiche, assumono un valore esemplare.

Se volessimo passare in rassegna le teorie economiche di marca
europea e nordamericana sui problemi del sottosviluppo, ci accorge-
remmo che un saggio introduttivo non basterebbe: in questo momento
contano soprattutto, se si vuol capire il nuovo spirito europeistico —
dopo quello barricadero degli anni Cinquanta — le opinioni degli
uomini politici. Si tratta di capire dov'è il “ponte” democratico euro-
peo verso i paesi in via di sviluppo. La scelta dei modi di intervento è
essenziale per stabilire la futura strategia politica comune che, in Francia
e in Italia, saranno le circostanze politiche a determinare. Ma, a nostro
avviso, questa introduzione alla scelta comune d’intervento dovrebbe
essere preliminare: le scelte economiche, infatti, debbono essere sor-
rette da una ferma volontà politica che tenga conto anche delle più
valide esperienze culturali e imprenditoriali europee di questi anni.









Mi preme accennare che senza politica comune i singoli paesi europei potranno otte-
nere vantaggi limitati nel tempo, ma non riusciranno a promuovere un vero sviluppo
delle zone arretrate e quindi su scala mondiale.

Per rispondere compiutamente alla prima domanda mi pare necessario
prendere le mosse da quelle che possono essere considerate le caratteristiche
qualificanti l'atteggiamento culturale, o meglio, ‘lo spirito” europeo che,
attraverso un lungo processo di maturazione storica, ha teso piuttosto
ad omogeneizzarsi che non a frammentarizzarsi. Si tratta di un problema
complesso le cui implicanze si proiettano in sede storica, filosofica, eco-
nomica e sociologica. Di ciò si ebbe conferma già nel 1946, quando a Gi-
nevra, nella serie delle ‘‘Rencontres internationales” si dibattè il tema
dello ‘spirito europeo”. Il dibattito fu ampio e le tesi sostenute assai ete-
rogenee ciononostante, proprio la diversità delle idee che allora e più tardi
vennero a delinerarsi, ritengo possa fornire la chiave di volta per indivi-
duare l’essenza del patrimonio culturale dell'Europa. A ben considerare,
infatti, è proprio la capacità di dialogare e, quindi, di convivere rispet-
tando democraticamente le idee altrui, che costituisce l'intimo sostrato
dello ‘spirito europeo”.

A questo spirito si richiamavano i primi pensatori e le città-stato elle-
nici e poi, per indicare solo alcuni nomi, Rousseau, Mazzini e, appena
ieri, Giovanni XXIII ; în questo spirito, tollerante e privo di preconcetti,
si inquadra la migliore tradizione politica del nostro continente. Sul piano
morale ciò equivale a puntualizzare l'esigenza, fatta valere da papa Ron-
calli, di «non confondere l’errore con l’errante », salvaguardando i valori
ideali propri senza far forza su quelli altrui ; sul piano politico significa
porre in primo piano l'istanza sociale di cui sono inderogabili presupposti
la giustizia e la libertà.

Se questa è la caratteristica peculiare del comune patrimonio culturale
dell’ Europa moderna, non si deve dimenticare l’altro aspetto, ad essa com-
plementare, che si manifesta nella ‘‘coscienza storica” delle proprie tradi-
zioni, consapevolmente accettate in una prospettiva democratica volta a
coglierne i motivi più validi senza precludersi l’accesso a prospettive ideali
nuove ed originali.

I paesi dell’ Asia, dell’ Africa e dell’ America latina, pur nella diversità
dei regimi politici che li governano, non possono non tenere conto dell’am-
plissimo patrimonio culturale che l'Europa può trasmettere loro ; è chiaro,
peraltro, che non deve trattarsi di una pura e semplice trasmissione di
contenuti ideologici : ciò risulterebbe non solo antistorico ma anche contro-
producente. È necessario, viceversa, favorire una maggiore presa di coscienza
dei valori della civiltà europea da parte dei paesi in via di sviluppo, sicché
essi possano trarne le tendenzialità più feconde ed idonee a venire inserite
nei singoli tessuti culturali e tradizionali, Tale funzione può essere util-
mente assolta a condizione di tenere presente la genuina connotazione
democratica, nel senso che ho cercato di delineare, dello “spirito europeo”.

Il capitalismo di rapina, con investimenti privati volti ad ottenere il
massimo profitto, preferibilmente nel breve periodo, si è rivelato disastroso

GIULIO PASTORE

È nato nel 1902. Operaio tessile fino a diciassette anni, organizzatore
sindacale e direttore del “Cittadino” di Monza. Partecipò alla lotta
di liberazione; fu consultore nazionale ed è deputato dal ’46; fondò
la CISL nel 1948. È ministro presidente del comitato dei ministri per
il Mezzogiorno dal 1958, autore di numerosi articoli i più significa-
tivi dei quali sono stati raccolti recentemente dall’editore Vallecchi
con il titolo “I lavoratori e lo stato”.

per lo sviluppo dei paesi cosiddetti arretrati, suscitatore di tensioni spesso
intollerabili, incapace di promuovere un graduale processo espansivo. Fra
l’altro, in una situazione in cui questi investimenti non possono essere pro-
tetti dalla potenza militare e dalla pressione politica delle nazioni domi-
nanti essi, alla lunga e, salvo casi eccezionali, si rivelano nocivi anche
per gli stessi paesi che ne traggono beneficio immediato.

D'altro canto, non pare, salvo alcuni casi resi possibili da costi umani,
civili, e politici esorbitanti (URSS e Cina), che ci si possa ancora illudere
sulla possibilità di ottenere uno sviluppo adeguato, in un periodo di tempo
ragionevole, con le sole risorse interne dei paesi in via di sviluppo.

È quindi importante stabilire una distinzione fra l’aspetto arcaico degli
investimenti capitalistici, che deve essere condannato recisamente, e la
obiettiva esigenza di un ricorso alle risorse esterne.

Gli aspetti fondamentali da sottolineare, che esigono, però, ancora
molti approfondimenti, mi sembrano i seguenti :

a) l’unico àmbito dal quale possono essere prelevate risorse presumibilmente
adeguate ai bisogni dei paesi in via di sviluppo è — almeno nel breve pe-
riodo — quello del cosiddetto mondo occidentale, nei suoi due grandi poli
e submercati : gli USA e la Comunità Europea. L'Unione Sovietica e
le nazioni dell’Europa orientale ad essa collegate hanno dimostrato, negli
ultimi anni, la loro inadeguatezza a reggere il peso quantitativo anche di
una parte soltanto dei paesi in via di sviluppo ; i loro interventi si sono
dimostrati insoddisfacenti, anche per il metodo usato, e contro producenti
dal punto di vista commerciale ;

b) una corretta politica di sviluppo esige la stabilità interna dei paesi in-
teressati e stabilità internazionale. Le componenti di questo equilibrio so-
no innumerevoli ma basterà accennare alla necessità di garantire un’uni-
formità di comportamenti a lungo periodo, che elimini i rischi politici per
gli investimenti (nazionalizzazioni confiscatorie, eversioni interne, muta-
menti radicali nelle alleanze) ; all’eliminazione 0, almeno, al congelamento,
delle controversie che contrappongono i paesi in via di sviluppo fra loro,
inducendoli a sforzi militari eccessivi (la giusta e mai sufficientemente
adeguata polemica contro lo spreco di risorse per scopi militari da parte
dei paesi sviluppati non mette sufficientemente in luce il fenomeno, più
ridotto quantitativamente ma altrettanto se non più nocivo, dello spreco
di risorse interne dei paesi in via di sviluppo per gli armamenti); alla
necessità di una pianificazione economica, non frammentata per singoli
paesi, ma possibilmente articolata per grandi insiemi ;

c) un'efficace politica di sviluppo esige un rilevante impegno sul piano
delle infrastrutture, un’armonica compenetrazione di investimenti pubblici
e privati, una partecipazione dignitosa e responsabile degli interessi ;

d) l’evoluzione più recente, e, per quanto attiene specificamente alla recente
esperienza italiana, l’azione svolta nel nostro Mezzogiorno, hanno dimo-





4

strato che lo sviluppo dipende essenzialmente dall’industrializzazione, le
cui iniziative presuppongono numerosi antefatti, î quali però, da soli, non
determinano automaticamente il sorgere delle stesse nuove iniziative indu-
striali. Inoltre il livello tecnologico del resto del mondo non può essere
ignorato : anche nelle zone in via di sviluppo le nuove iniziative industriali
sono competitive solo quando adottano procedimenti tecnici avanzati, che
richiedono cospicui investimenti ;

e) un’organizzazione internazionale appare indispensabile per creare il
luogo di elaborazione della politica comune, per la composizione degli
interessi contrastanti, per l’orientamento del flusso crescente di iniziative
e di operazioni.

In conclusione si può rilevare che i paesi già sviluppati hanno interesse
a promuovere lo sviluppo del resto del mondo, anche în senso egoistico,
perché vedranno accrescersi la loro prosperità, e che le sole risorse dei paesi
“nuovi” sono insufficienti ad assicurarne lo sviluppo. Se queste considera-
zioni sono esatte non si tratta di un salasso dei paesi ricchi a beneficio dei
paesi poveri, bensì della correzione, a beneficio di ambedue, del processo
di accumulazione dei paesi ricchi il quale oggi rischia di orientarsi sponta-
neamente verso lo spreco organizzato e cosciente e che, invece, deve dive-
nire il motore di una più vasta prosperità.

Il ruolo della Comunità Europea mi sembra già delineato nella risposta
al punto precedente.

Mi preme solo accennare che senza politica comune i singoli paesi euro-
pei potranno ottenere vantaggi limitati nel tempo, ma non riusciranno a
promuovere un vero sviluppo delle zone arretrate e quindi su scala mon-
diale.

Va detto per inciso che anche per questa azione non avrebbe senso una
Comunità europea solo economica e non politica, una Comunità europea
senza l’Inghilterra ed i paesi scandinavi, una Comunità europea infine
ostile agli Stati Uniti.

Come queste esigenze razionali possano emergere dal contesto della
situazione attuale e se ciò sia addirittura possibile non è certo possibile
enunciarlo in questa sede.

Tuttavia, almeno per tre punti, si può dire qualcosa di più : se è esatto
il quadro precedentemente delineato, due politiche, contrastanti o anche
semplicemente non coordinate, degli investimenti, americani ed europei,
cozzano col più elementare buon senso ed i primi a farne le spese sareb-
bero î paesi in via di sviluppo ; in subordine, bisogna guardare con diffi-
denza a tutte le pretese, palesi od occulte, che si nascondano in tante ma-
novre, dai disegni gollisti alle enunciazioni del genere « l’ Africa è il mezzo-
giorno dell’Europa » ; solo l'accordo tra Europa occidentale e Stati Uniti
potrà, a mio avviso, assolvere compiutamente al compito storico dello svi-
luppo complessivo delle zone arretrate, sia pure a prezzo di cospicui sforzi
e sacrifici che è bene fin d’ora cominciare a calcolare ; infine, il metodo di
integrazione comunitaria può suggerire spunti interessanti alle azioni di
sviluppo negli altri continenti ; non si tratta tanto del modello da imitare;
in quanto esso è valido perché il mercato effettivamente esiste, perché i
membri della CEE hanno superato la fase del decollo e perché gli scambi
commerciali sono cospicui ; si tratta piuttosto di utilizzare, ad altri scopi,
quel sapiente, ed empirico dosaggio, di meccanismi, di automatismi, di
scadenze, di trattative eccetera che hanno fatto del Mercato Comune un
fenomeno irreversibile.





Allo sforzo costruttivo da parte dei paesi occidentali deve corrispondere, da parte dei
governi afro-asiatici e latino-americani, un analogo, energico proposito tendente al-
l’adozione di veri e propri piani di sviluppo economico e sociale,

Mi permetta di dire che la prima domanda è estremamente impegnativa
in quanto se ad essa si vuole fornire una risposta non superficiale e non
retorica sarebbe indispensabile in via preliminare ricercare quello che di
veramente utile e positivo l'Europa può trasmettere sul piano culturale,
ideologico e politico ai paesi in via di sviluppo.

L'adozione di un simile criterio selettivo e prioritario, che sembrerebbe
male addirsi al campo delle idee e delle tradizioni, trova tuttavia una
profonda giustificazione se si considera il dato caratteristico che distingue
il rapporto Europa-paesi in via di sviluppo sul piano delle realtà economi-
che, sociali e storiche : il ritardo potenzialmente destinato a divenire in-
colmabile, che il Terzo Mondo accusa nei confronti dell’ Europa nelle strut-
ture e nelle tecniche economico-produttive esige, sul piano di quella che oserei
definire l’esportazione della civiltà, ovvero il trasferimento degli strumenti
socio-istituzionali, uno sforzo di adeguamento tempestivo alla dinamica
ed al ritmo di situazioni sottoposte ad un accelerato processo evolutivo,
sforzo di adeguamento che si sostanzia anzitutto nella capacità di ricono-

MARIO ZAGARI

È nato a Milano nel 1913. Nel 1936 è stato assistente di economia
politica all’università di Milano; partecipò attivamente alla lotta di
liberazione. Giornalista, fu deputato alla costituente e per la prima
legislatura. Iscritto al PSI è rieletto nel 1963. È attualmente sottose-
gretario agli affari esteri. Dirige, inoltre, la rivista “Sinistra Europea”.

scere l'essenziale e l’accessorio.

Questo discorso va principalmente inserito nella tematica concernente
le forme di democrazia politica nei paesi în questione.

In Europa lo sviluppo delle idee e delle istituzioni negli ultimi cinque
secoli fornisce il panorama di un progressivo graduale passaggio da forme
autocratiche di esercizio del potere e di sfruttamento sociale, quindi antide-
mocratiche nei mezzi come nei fini, a strutture di democrazia formale
che sotto la spinta di aree sempre più vaste della società, tendono a realiz-
zare, almeno potenzialmente, modelli di democrazia sostanziale ove fina-
lità volte al raggiungimento del bene comune e quindi di contenuto demo-
cratico, vengono perseguite con strumenti che attraverso la partecipazione
attiva e responsabile di tutti i nuclei sociali, presentano le caratteristiche
della rappresentatività e delle classiche libertà politiche.

Il ritardo cui accennavo in precedenza, ritardo nelle strutture econo-
miche e sociali, rende inapplicabile la linea evolutiva della democrazia
politica in Europa quale si è potuta gradualmente plasmare nell’arco di



cinquecento anni, e sposta radicalmente l’obiettivo delle terapie e delle
soluzioni sul piano delle tecniche produttive ed educative, riducendo il
problema, attraverso un procedimento di sintesi, a un discorso în termini
di sviluppo economico e di adeguato rilancio culturale. Entro certi limiti
potremmo affermare che î paesi in via di sviluppo assumono quale punto
di partenza quello che per l'Europa è considerato un punto di arrivo, se
si tiene presente che l’accento sull’esigenza dell’espansione dei livelli di
produzione e di reddito dell'Europa stessa è stato posto con vigore e de-
cisione soltanto negli ultimi decenni. L’inapplicabilità dei modelli tradizio-
nali della democrazia parlamentare alle realtà dei paesi in via di sviluppo,
e le conseguenze di carattere istituzionale che ciò comporta — regimi a
partito unico o formule di larga unione nazionale — sono legittime ed
auspicabili, in nome dell’efficienza operativa ed in considerazione dell’ar-
caico livello culturale, sociale e politico dei popoli afro-asiatici e latino-
americani, soltanto nei limiti entro i quali la programmazione dello svi-
luppo economico si riveli rivolta al fine della massimizzazione degli inve-
stimenti produttivi e della distribuzione quanto più equa possibile degli in-
crementi di reddito così ottenuti : in altri termini verso finalità di democra-
zia sostanziale e di evoluzione sociale e culturale, anche se perseguite at-
traverso schemi che comportano il sacrificio momentaneo di formule rap-
presentative parlamentari, come si è visto, inattuabili per la carenza del
sostrato umano. È quindi attraverso un’opera di tempestiva ed articolata
trasformazione del proprio patrimonio politico e culturale che l’ Europa
può efficacemente ed in senso veramente moderno influenzare anche sul
piano ideologico l’evoluzione dei paesi in via di sviluppo e mettere il proprio
passato ed il proprio presente al servizio del comune futuro.

Osserverò in primo luogo che è forse prematuro ed azzardato parlare
di tramonto dello spirito mercantilistico e colonialistico in un momento in
cui le molteplici forme di intervento, nelle quali si manifesta la presenza
finanziaria e commerciale dei paesi industrialmente evoluti nel Terzo Mon-
do, sono caratterizzate ancora, nella larga maggioranza, da spinte verso
la ricerca di accelerati saggi di ammortamento e di profitto, ovvero verso
l’acquisizione od il mantenimento di influenze politiche ed ideologiche,
che nel primo come nel secondo caso ben poco hanno a vedere con lo svilup-
po produttivo, tecnico, sociale e culturale delle aree di intervento.

L’utilità di questa premessa risiede nella capacità di illustrare in modo
alquanto realistico la dinamica degli investimenti europei nei paesi in via
di sviluppo, quale essa ha continuato a manifestarsi durante questi ultimi
anni : ricorderò appena come sia ancora frequente nell’ America latina
ed in taluni paesi afro-asiatici, il caso di finanziamenti puramente specu-
lativi che, impiegati ad un elevatissimo saggio di ammortamento, esauri-
scono la loro funzione strumentale in vista della realizzazione di profitti
finanziari senza apportare alcun vantaggio di natura strutturale ed eco-
nomica ai paesi nei quali essi vengono effettuati. In tali casi, purtroppo
frequenti, la libertà di movimento dei capitali viene utilizzata con criteri
la cui disorganicità e frammentarietà producono effetti irrilevanti o addi-
rittura controproducenti nel processo di sviluppo dei paesi in questione ;
analoghi rilievi possono essere rivolti alle prassi ed alle politiche relative
a massiccie esportazioni di utili degli investimenti considerati.

La strada lungo la quale è indispensabile muoversi per eliminare od
almeno ridurre la stagnazione delle economie sottosviluppate è quella di
un coordinamento strutturale ed organico tra queste ultime e le strutture
produttive e finanziarie dei paesi industrializzati ; tanto sul piano bila-
terale che su quello multilaterale tale impegno potrebbe assumere un aspetto
sia quantitativo che qualitativo. In effetti, tenuti presenti, sulla base delle
statistiche e delle previsioni più attendibili, i “trends comparati” della
dinamica evolutiva dei due gruppi di paesi, è noto come la prospettata e
per il momento ineluttabile accentuazione del divario, sia imputabile, se
non sul piano delle cause almeno su quello degli effetti, alla sensibile diffe-
renza dei tassi di aumento del reddito nazionale, ed in considerazione dei
rispettivi ritmi di sviluppo demografico, dei tassi di aumento del reddito
pro capite.

Da questo deriva la necessità di un’armonizzazione tra questi valori
destinati a divergere sempre più, armonizzazione ottenibile soltanto attra-
verso una più equa distribuzione degli investimenti. Ciò non significa,
come sostengono taluni, che in tal modo il tasso di aumento del reddito
dei paesi industrializzati sia destinato ad annullarsi, o che addirittura
tali paesi debbano subire una perdita secca nei loro livelli di produzione
e di reddito ; ciò significa soltanto che tra un tasso di incremento del reddito

del 6 o del 7 per cento ed uno dell’1 o del 2 per cento, è possibile, attraverso
un trasferimento di capitali, raggiungere equilibrati e generalizzati livelli
intermedi.

Premesso che tale efficace ed ovviamente graduale ‘politica di trasferi-
mento” presupponga un’orbita multilaterale, nei limiti del possibile, mondiale,
appare evidente che ad un simile sforzo costruttivo da parte dei paesi
occidentali debba corrispondere, da parte dei governi afro-asiatici e latino-
americani, un analogo, energico proposito tendente all'adozione di veri e
propri piani di sviluppo economico e sociale nell’ambito dei quali i finan-
ziamenti e le forme di cooperazione economica e tecnica trovino posto
non più in via frammentaria, speculativa o comunque disorganica, bensì
quali aspetti di un’autentica politica economica internazionale.

È evidente che le linee d’azione accennate sono atte ad urtare suscetti-
bilità ed interessi tanto in un campo come nell’altro; ma è altrettanto
evidente come problemi di tale mole sotto il profilo storico, sociale ed eco-
nomico richiedano soluzioni adeguate sul piano della dinamica e dell’im-
pegno : almeno per quanto concerne quella che oserei definire una prospet-
tiva politica d’insieme.

In questa cornice numerosi sono gli strumenti offerti ai nostri impren-
ditori, pubblici o privati, per inserirsi validamente in un processo di pro-
duzione e di scambi con durature prospettive di costruttiva evoluzione.
Mi limiterò a ricordare le possibilità offerte dalla formula dell'impresa a
partecipazione mista, dell’abbinamento degli investimenti con la ricerca
delle possibilità di assorbimento, almeno parziale, dei semilavorati e dei
manufatti sul mercato dei paesi investitori : soluzione di indubbia efficacia
în vista della continuità del rapporto così stabilito. Vorrei ricordare un
altro punto per quanto riguarda le specifiche posizioni dei nostri interessi
dinanzi a questo problema e cioè la definizione di aree prioritarie di in-
tervento verso le quali i capitali italiani si muovono in modo coordinato
tra loro e con le molteplici altre forme di cooperazione tecnica, commer-
ciale, finanziaria che gli organi governativi — primo fra tutti il ministero
degli affari esteri — intendono predisporre o potenziare. Tale imprescin-
dibile necessità è sempre più avvertita fra tutti coloro, nel campo nazionale
ed in quello internazionale, interessati ai problemi del settore sul piano
economico-politico, professionale e scientifico, ed aderisce all’esigenza ormai
generalizzata di programmi con efficacia dispositiva poggianti su un’ap-
profondita conoscenza dei temi e delle prospettive.

Nella risposta fornita al quesito precedente non ho potuto prescindere
da una valutazione mondiale o meglio globale dei lineamenti di una politica
finanziaria internazionale, e ciò in considerazione del fatto che un'efficace
rimozione del ritardo dei paesi in via di sviluppo presuppone un impegno
senz'altro qualitativo ma anche quantitativo.

La convenzione di Yaounde e tutta la politica comunitaria nei confronti
dei S.A.M.A. presuppone e considera, almeno in linea teorica, quelle
esigenze di coordinamento organico e capillare fra i paesi industrializzati
ed il Terzo Mondo cui accennavo in precedenza ; ma una visione ampia
della situazione generale ci impedisce di considerare — anche e soprattutto
sul piano teorico — in tal modo esaurite le possibilità di attuazione e di
evoluzione dell'impegno europeo. La politica di associazione incontra un
limite nel fenomeno della compartimentazione dell’Africa in sfere di in-
fluenza, fenomeno che negli ultimi tempi vediamo sempre più osteggiato
in maniera diversa e sfumata, da tutti î paesi africani, sotto la spinta di
una presa di coscienza unitaria della globalità dei problemi economici del
continente.

Analoghe considerazioni si impongono all’attenzione dei paesi europei
attualmente riuniti nei noti raggruppamenti e proprio all’interno dell’ Eu-
ropa ed all’interno della Comunità stessa che il problema del coordinamento
dello sforzo si avverte con maggiore intensità : il contrasto fra l’esigenza
di una presenza accentuata nel Terzo Mondo e quello del potenziamento
delle strutture competitive all’interno dei singoli paesi europei presenta
attualmente le caratteristiche della insolubilità : il circolo vizioso così sta-
bilito può essere rotto soltanto attraverso un riavvicinamento tra CEE
ed EFTA sulla creazione di strutture miranti ad avviare una collabo-
razione operativa non soltanto nel campo commerciale e tariffario ma
anche nella strategia finanziaria ed economica euro-africana.

Paradossalmente penso di poter affermare che almeno sul piano obiet-
tivo questa spinta verso l’unità economica europea prende origine dall’ana-
logo impulso che la forza dei fatti e delle situazioni imprime alla dinamica
della realtà africana.





È comunque confortante che si avverta oggi sempre più chiaramente la necessità di
creare nei paesi in via di sviluppo mercati sempre più ampi — quantitativamente e qua-
litativamente — per i beni di consumo e per i beni strumentali.

La prima domanda richiede a mio giudizio un chiarimento preliminare.
È infatti indispensabile precisare se, parlando di idee-forza, ci si voglia
riferire ad un “corpus” di tesi filosofico-politiche concluso una volta per
tutte, al modo delle grandi costruzioni ideologiche del secolo scorso. Se
così fosse, infatti, non vi sarebbe risposta al quesito proposto, non potendo
ragionevolmente presumersi che ai problemi posti dalla multiforme e spesso
imprevedibile realtà dei paesi in via di sviluppo possano darsi soluzioni
desunte da schemi intellettuali maturati in contesto storico del tutto diverso.
Occorre perciò superare proprio l’idea di una cultura egemone universal-
mente valida, che è al fondo della nostra tradizione occidentale, e sulla
quale si fonda una sorta di pervicace imperialismo intellettuale.

Altro è il discorso qualora per idee-forza si intendano — più corretta-
mente a mio parere — alcuni valori universalmente umani emergenti dal-
l’esperienza storica della civiltà europea e suscettibili, come tali, di essere
accolti in forma nuova anche nell'àmbito di sintesi culturali diverse. Può
infatti stabilirsi a questo riguardo una feconda dialettica tra il substrato
storico dei singoli paesi e l’esperienza di quelle regioni che, come l’ Europa,
hanno vissuto per prime il travaglio economico, sociale e culturale connesso
all’affermarsi della civiltà industriale moderna. Il reperimento di questi
valori universalmente umani richiede peraltro un atteggiamento critico
nei confronti della nostra stessa tradizione e una vigile attenzione ai cosid-
detti “segni del tempo”.

Per fare qui qualche concreto esempio, mi riferirò alla consapevolezza
acquisita dall'uomo europeo della sua progrediente capacità di modellare
l’ambiente naturale, in funzione dei propri bisogni, e alla sua persuasione
che ogni ulteriore acquisizione storica sia ormai indivisibile. La crescente
fiducia nella possibilità e nella necessità della pace tra i popoli, che si fonda
su tali valori, può costituire la premessa per l’acquisizione di un più maturo
senso della solidarietà umana, attraverso il superamento del pregiudizio
etnico e del fanatismo ideologico 0 pseudo-religioso. Più generalmente, può
dirsi a mio parere che l’esperienza storica della civiltà occidentale di ma-
trice europea ha condotto a porre il rapporto persona-società in termini
sempre più universali, ove la crescita della coscienza personale si accom-
pagna ad un progressivo dilatarsi dell'orizzonte della società civile, tendendo
quest’ultima ad identificarsi con l’umanità stessa.

Se la nozione di una oggettiva solidarietà esistente nel lungo periodo
tra gli interessi dei diversi gruppi di paesi comincia ormai a farsi strada
nelle coscienze e si accresce il numero di coloro che considerano il problema,
posto dall’aggravarsi degli squilibri nella distribuzione del reddito a livello
internazionale, come il banco di prova decisivo della civiltà contemporanea,
vi è purtroppo assai minore concordia intorno alle terapie da porre in atto

GIUSEPPE PETRILLI

È nato nel 1913. Incaricato di scienze delle assicurazioni nell’univer-
sità di Perugia, presidente dell’ INAM e deli’ ENSISS, dal 1958 al
1960 è stato rappresentante dell’Italia presso la CEE e presidente del

Fondo Sociale Europeo. Dal 1960 è presidente dell’ IRI e membro
del CNEL.

per superare le presenti difficoltà del commercio internazionale. Infatti,
mentre taluni propongono, con scarso realismo, la pura e semplice rimo-
zione delle restrizioni esistenti, altri ha lamentato, con accenti più felici,
come non si sia giunti finora ad applicare agli scambi tra le nazioni inter-
venti analoghi a quelli che — sulla scorta dell’insegnamento del Keynes
— hanno consentito in epoca recente di controllare all’interno dei sin-
goli paesi le oscillazioni congiunturali e di attenuarne sensibilmente gli
effetti.

È comunque confortante che si avverta oggi sempre più chiaramente
la necessità di creare nei paesi in via di sviluppo mercati sempre più ampi
— quantitativamente e qualitativamente — per i beni di consumo e per
i beni strumentali, pagando a tal fine uno scotto inevitabile in termini di
trasformazioni strutturali da operarsi nelle stesse economie più evolute.
Condivido l'opinione di quanti ritengono si debba pensare — nel quadro
della collaborazione economica tra paesi industriali e paesi in via di svi-
luppo — ad una certa divisione del lavoro, sul piano internazionale; al
fine di permettere ai paesi economicamente più giovani di inserirsi gradual-
mente nei settori dell’industria di base. Pur non potendosi ignorare la gra-
vità dei problemi che una evoluzione di questo tipo pone ai paesi di più
matura economia industriale, non credo possibile evitare di giungere a
questa soluzione in avvenire, ove si vogliano davvero creare le premesse
per un nuovo equilibrio degli scambi, che offra ai paesi in via di sviluppo
congrue prospettive di assorbimento dei loro semilavorati e dei loro manu-
fatti sul mercato internazionale. In mancanza di un orientamento del
genere, gli investimenti nei paesi in via di sviluppo continuerebbero infatti
ad avere carattere sostanzialmente colonialistico, contribuendo a perpe-
tuare legami di dipendenza economica che sono appunto retaggio del
passato coloniale.

Il tentativo di definire progressivamente una politica comune dei paesi
della CEE nei confronti dei paesi în via di sviluppo, ha sempre dovuto te-
nere conto dell’esistenza di una contrapposizione di fondo tra due diverse
concezioni dell’integrazione economica, che si affrontarono fin dagli anni
ormai lontani del piano Marshall e di cui il trattato di Roma ha costi-
tuito in certo modo la sintesi. La prima di queste concezioni ravvisa nel
progressivo smantellamento degli ostacoli alla libera circolazione dei fat-
tori produttivi, nell'àmbito di un’area economica integrata, l'elemento
sostanziale dell’integrazione medesima e concepisce le unioni regionali da
promuoversi nelle principali aree geografiche mondiali come uno strumento
per giungere, almeno in linea tendenziale, al ristabilimento della piena
libertà degli scambi internazionali. L’altra concezione, a mio giudizio più
realistica, prende invece atto delle sostanziali trasformazioni indotte dallo





stesso progresso tecnologico nel funzionamento dell’economia di mercato e
del complesso delle politiche economiche poste in atto nei diversi paesi dalle
autorità di governo al fine precipuo di garantire l’avvio, la continuità e
l'equilibrio dello sviluppo economico. Coerentemente con questa premessa,
questa concezione ritiene che un durevole incremento degli scambi mondiali
debba essere ormai perseguito attraverso l’avvio di forme sempre più mature
di collaborazione economica in un quadro istituzionale ben definito.

Se è vero che dietro queste posizioni di principio sono facilmente rico-
noscibili gli opposti interessi dei principali paesi della Comunità — a se-
conda che le rispettive preoccupazioni vadano in misura prevalente al-
l'allargamento della propria sfera di influenza commerciale ovvero al man-
terimento di preesistenti vincoli preferenziali — non è meno vero che la

>

tendenziale preminenza del settore pubblico nelle economie dei paesi in
via di sviluppo e le stesse condizioni generali richieste dall'avvio di un pro-
cesso di industrializzazione esigono comunque una organica collocazione
dell’aiuto esterno entro piani di sviluppo, per quanto possibile integrati
nell’ambito delle principali regioni geoeconomiche. In quest'ordine di idee,
mi sembra particolarmente positiva l'impostazione che si è data alla con-
venzione tra la CEE e gli stati africano e malgascio associati. Questa
convenzione ha infatti tendenzialmente spostato il centro di gravità della
preesistente associazione dal piano del regime preferenziale degli scambi
a quello dell'aiuto finanziario e tecnico, ponendo l’accento sulla prospettiva
dinamica della diversificazione delle strutture anziché su quella statica
delle garanzie di sbocco accordate a talune produzioni tradizionali.





Resta sempre auspicabile una comune intesa fra tutte le nazioni in grado di “dare”
per stabilire i ruoli e le spettanze di ciascuna in un’azione che accorciando le differenze
tra i popoli non può essere che apportatrice di benessere e pace.

La problematica vigorosamente adombrata nelle domande sotto la de-
nominazione “Tradizioni, valori dell’ Europa ed i paesi in via di sviluppo”,
spazia nella filosofia della storia, ma vorrebbe centrare obbiettivi concreti
di assai ardua individuazione.

Per rispondere subito ad uno dei quesiti posti, escludo che l'industria
europea, a prescindere dalla concretezza di un’ Europa unita, sia in grado
di configurare a qualsiasi livello una politica comune in materia di assi-
stenza ai paesi sottosviluppati.

Del resto, la storia si ripete, ma non identicamente ; e non molto è
da trarre dagli esempi millenari di molteplici flussi e riflussi delle espan-
sioni politico-culturali religioso-economiche eccetera per estrapopolazioni
giovevoli ad orientare le egemonie ideologiche in atto, di cui il post-colonia-
lismo o lo sviluppo economico non sono che strumenti, se non talvolta
pretesti.

Aree oggi identificabili per lingua comune, confederazionismo o unio-
nismo politico, magistero tecnologico, integrazione economica e finanziaria,
selezione dei valori ideologici, sono in gara costruttiva, non senza continui
ridimensionamenti e riadattamenti. La storia ha visto aurore e tramonti
di tante civiltà, da lasciare adito ad ogni sorpresa quanto ai nuovi modelli
che usciranno dagli attuali crogiuoli intercomunicanti a raggio continentale
e mondiale.

Non resta che fidare nella virtù centripeta dei modelli della nostra ci-
viltà occidentale e cristiana, da rendere accetti con la forza dell'esempio
e della collaborazione. Mai come oggi le espansioni di civiltà debbono riu-
scire spontanee e la bontà del metodo è confortata dai tanti casi in cui,
non i vincitori, ma i più progrediti, anche se vinti, caratterizzeranno a

ERNESTO MANUELLI

È nato nel 1906. Partecipò al lavoro di riorganizzazione industriale
del gruppo Italgas e fu segretario generale della Società Finanziaria
Industriale di Milano. Nel 1935 venne chiamato alla soprintendenza
agli Scambi e alle valute di cui ne fu ispettore generale nel 1940. Nel
1945 fu commissario unico all’ “Ansaldo”. Dal 1946 fa parte della

Finsider di cui attualmente è presidente e amministratore delegato.

lungo andare la nuova storia, in una solidarietà maturata dalla realtà
obiettiva e non dalle sovrapposizioni impositive.

Deduttivamente consegue che i paesi europei più qualificati di alta
industrializzazione, per un progrediente amalgama con î numerosi paesi
d’ Africa, Asia ed America in ansiosa ricerca di sviluppo economico, devono
rafforzare in loro stessi ed irradiare con l’esempio operante, in un clima
politico di libertà, democrazia, benessere, le soluzioni economiche di mas-
sima produttività, le soluzioni sociali di elevamento di tutti î ceti verso una
più sentita solidarietà in un più perequato tenore di vita. Di riflesso î loro
finanziamenti degli investimenti, la loro assistenza tecnica, la loro colla-
borazione culturale, lungi dal pesare gerarchicamente, segneranno dislivelli
decrescenti, la cui graduale colmatura significherà la conquista di una ci-
viltà mondiale più progredita, più omogenea e più ispirata a selezione
continua dei valori di più larga e spontanea accettazione, ossia sarà il
prezzo inestimabile del tanto ambìto alto grado di pacificazione generale.

Come conclusione e per rispondere all’altro quesito, non credo si possa
parlare — allo stato dei fatti — dî-una comune configurazione delle po-
litiche dei singoli governi per realizzare una nuova politica economica di
sistematica e fruttifera assistenza.

Per il momento converrà attenersi alla pratica dei princìpi generali
sopraccennati che dovrebbero almeno preservare da una maggiore divisione
del mondo in blocchi non comunicanti o, peggio ancora, avversi.

Peraltro, resta sempre auspicabile una comune intesa fra tutte le na-
zioni in grado di “dare” per stabilire i ruoli e le spettanze di ciascuna
in un’azione che accorciando le differenze fra î popoli non può essere che
apportatrice di benessere e pace.





Bisogna considerare come un caso, in un certo senso speciale, quei paesi in via di svi»
luppo che, per ragioni geografiche e anche per ragioni storiche, sono particolarmente
vicini a noi che ci troviamo in Europa.

Penso che l'Europa possa e debba trasmettere ai paesi in via di svi-
luppo sostanzialmente due idee-forza : l’idea democratica e lo spirito in-
dustriale. Entrambe queste idee hanno una radice europea e sono alla ba-
se dell’attuale civiltà europea, anche se in alcuni casi ben noti sono state
calpestate o duramente negate proprio in Europa.

I paesi in via di sviluppo, naturalmente, non sono una unità, se non
negativamente, ché in effetti abbiamo mondi diversi in Africa in Asia, e,
rispettivamente, nel sud America. In questo ultimo continente l'influenza
della tradizione europea è forse maggiore che negli altri due.

Tuttavia, purtroppo, quel tanto di influenza europea che vi è nel sud
America è probabilmente più negativo che positivo, poiché si ricollega a
concezioni e a tradizioni che, proprio in Europa, in definitiva, sono state
superate o che, anche in Europa, costituiscono una barriera al progresso
economico e sociale.

In molti casi, cioè, nel sud America di europeo vi è una tradizione, in
sostanza, di feudalesimo politico ed economico. Sarebbe dovere dell’ Europa,
viceversa, presentarsi nel sud America con la sua realtà attuale o poten-
ziale, di tipo democratico, con gli sviluppi moderni dello spirito e della
cultura europea. Proprio per cancellare quell'immagine passata, anch'essa
figlia dell'Europa; ma oramai inattuale. È necessario, poi, utilmente di-
stinguere î vari paesi in via di sviluppo.

Innanzitutto, penso, bisogna considerare come un caso, in un certo senso
speciale, quei paesi in via di sviluppo che, per ragioni geografiche e anche per
ragioni storiche, sono particolarmente vicini a noi che ci troviamo in Europa.

Voglio riferirmi ai paesi dell’Africa settentrionale. Nel caso di questi
paesi la politica di investimenti migliore consiste in una attività di colla-
borazione che si può configurare in modo molto simile a quel tipo di sviluppo
economico che noi riteniamo adatto a risolvere i problemi del mezzogiorno
d’Italia. In altri termini si tratta di concepire questi paesi come il prolun-
gamento, dal punto di vista economico e sociologico, del grande mercato e
del sistema sociale che vi è in Europa e quindi di prendere le iniziative
sempre più a sud per includere il bacino del Mediterraneo, anche nella parte
africana, nel “comprensorio europeo”.

Naturalmente ciò comporta politiche di investimenti concepite nel
quadro di imprese che abbiano un mercato unitario per quanto riguarda
non soltanto quei paesi în via di sviluppo, ma anche i paesi vicini.

Vi è un problema di barriere doganali, che peraltro si può risolvere
abbastanza facilmente, poiché una parte di questi paesi africani viene ad
essere associata al mercato comune e un’altra parte, che comunque, è già
in stretti rapporti economici ed anche politici con l'Europa occidentale e
può quindi facilmente integrare i propri mercati con quello europeo.

Vero è che questa integrazione non può essere fatta in modo automa-
tico o drastico perché ciò comporterebbe ritardi e ostacoli allo sviluppo
dell’industrializzazione in quelle aree.

FRANCESCO FORTE

È nato nel 1929. Docente di scienza delle finanze nell’università di
Torino, collabora a “Il Giorno” ed ha pubblicato numerosi saggi su
riviste italiane e straniere. Sta attualmente preparando un volume
sulla teoria della spesa pubblica.

Ma si tratta allora di trovare tipi di soluzione, appunto, simili a quelli
che attualmente noi immaginiamo per lo sviluppo del nostro mezzogiorno
d’Italia, cioè soluzioni che, nello stesso tempo, facilitino l’industrializza-
zione di quelle aree e non segreghino tali aree dal più vasto mercato europeo,
al quale, in definitiva, devono ricollegarsi, in un quadro unitario.

Im altro problema, assai importante, che viceversa non si pone (0 si
pone comunque in misura o con caratteri assai differenti) per l’Italia me-
ridionale, e che sussiste per l’ Africa, è il problema dei residui di colonia-
lismo europeo e quindi il problema dei rapporti di tipo nazionalistico.

È chiaro che investendo in Africa gli europei debbano tenere presente
la giustificata e tradizionale diffidenza degli africani per imprese che pos-
sono comportare sfruttamento e posizioni di potere socio-politico nei loro
riguardi, possono risolversi in nuove barriere allo sviluppo sociale locale,
e possono favorire un sistema basato su rigide distinzioni di classe, contrario
alle esigenze di allargamento della base sociale e di sviluppo culturale che
sono così drammatiche per il continente africano.

Anche in relazione a questo problema sembra importante adottare for-
mule di collaborazione — per intenderci del tipo che escogitò Enrico Mattei
nel settore petrolifero — le quali formule, più che su una intrinseca ragione
economica immediata, riposano su una esigenza di tipo psicologico e su
una valutazione economica di lungo periodo. Associando, cioè, le forze
locali a queste grandi iniziative, si fa in modo di avvicinare il più possibile
tali forze ai processi di imprenditorialità e alle tecniche direzionali proprie
della grande impresa moderna europea : si cerca cioè di porre a contatto
quelle forze locali, direttamente, con î modelli che sono rilevanti affinché
esse possano progredire e raggiungere, si spera, anche, la possibilità di
agire, in modo autonomo, autosufficiente, avvalendosi di capitali altrui
ed anche di forze imprenditoriali esclusivamente proprie.

L'obiettivo di una imprenditorialità locale completamente autonoma,
soprattutto per le grandi iniziative, anche a causa della carenza di quadri
tecnici, è evidentemente ancora lontano ; tuttavia proprio în vista di questo
obiettivo di fondo, il raggiungimento del quale è l’unico modo per garantire
la possibilità di una economia di mercato non colonialistica ai paesi in via
di sviluppo, e quindi per garantire una conciliazione tra democrazia ed
economia di mercato per quei paesi, dicevo, quella prospettiva anche se
lontana è una prospettiva che va continuamente perseguita.

Ecco perché la differenza fondamentale che vi può essere tra le politi-
che di investimento come si possono pensare nei riguardi di una regione
quale il mezzogiorno d’Italia e le politiche di investimento che si possono
concepire per i paesi africani consiste în questa “necessità” di chiamare
alla collaborazione, nelle iniziative, anche al di là delle esigenze economico-
tecniche immediate, le forze locali ; per fare sì che questo spirito di colla-
borazione e questa concreta cooperazione possano cancellare, man mano,
con il loro profondo significato, i ricordi e gli effetti del colonialismo.



IL NUOVO IMPIANTO DI PIOMBINO PER

DI PICCOLO DIAMETRO

È entrato da poco in funzione a Piombino il tubificio per tubi saldati
di piccolo diametro, primo dei nuovi impianti in corso di realizzazione
nella zona di ampliamento del centro siderurgico. Realizzato in poco più
di un anno di lavoro, l’impianto è senza dubbio tra î primi del mondo per
modernità di concezione e per velocità produttiva. Può produrre circa
150 000 tonnellate all'anno di tubo nero 0 zincato da tre ottavi di pollice
a due pollici e mezzo di diametro, e di lunghezza da quattro a sei metri,
dei tipi normalmente impiegati per condutture idrauliche di gas, per im-
pianti di riscaldamento e in carpenteria.

La materia prima fondamentale per il funzionamento del tubificio
sono i rotoli di lamiera d’acciaio. La lavorazione presenta aspetti assai

Linea di laminazione del tubificio di Piombino: sullo sfondo il forno, il treno formatore
e il treno riduttore. In primissimo piano il taglio e il piano di raffreddamento.

TUBI SALDATI

interessanti, sia dal punto di vista tecnico sia da quello spettacolare. Il
nastro viene riscaldato a 1350 gradi in un grande forno lungo oltre cinquanta
metri. Un getto d’aria soffiato sui bordi consente di elevare in questo punto
la temperatura ad oltre 1450 gradi, per facilitare la saldatura per “bolli-
tura” che è la caratteristica particolare di questa produzione. I bordi del
nastro non sono congiunti con un cordone di saldatura, ma avvicinati e
uniti con un originale procedimento, quello appunto che consente la grande
velocità produttiva.

Il nastro incandescente entra nelle sei gabbie di un treno formatore,
dove i bordi vengono progressivamente avvicinati e compressi fortemente
l’uno contro l’altro, fino a saldarsi in modo definitivo. Anche qui l’aria

Il treno formatore visto dalla cabina di comando. Questo treno è dotato di sei gabbie.
Quando il nastro incandescente entra nelle sei gabbie, i bordi vengono progressiva»
mente avvicinati e compressi fortemente l’uno contro l’altro fino a saldarsi in mo-
do definitivo.





IO

sopra: un altro aspetto del treno formatore visto in primissimo piano. Sullo sfondo
il forno di riscaldo.
sotto: le seghe del piano di raffreddamento tubi in azione.

giuoca un ruolo importante : prima di entrare nella seconda delle sei gabbie
un violento soffio porta î bordi quasi alla temperatura di fusione. Segue
un treno riduttore, costituito da ben venti gabbie finitrici, ognuna delle quali
dotata di tre cilindri angolati a 120 gradi. Qui il diametro del tubo, che
all’uscita dal treno formatore era di sette centimetri e mezzo circa, viene pro-
gressivamente ridotto, con un processo di “stiramento”. Alla fine del ciclo il
tubo può risultare ridotto fino a un centimetro e sette millimetri di diametro.

St possono naturalmente ottenere misure intermedie escludendo un certo
numero di gabbie, in relazione al diametro che si desidera.

Il tubo perfettamente calibrato esce dai cilindri del riduttore senza in-
terruzione, come una inesauribile biscia che scorre alla velocità di 600
metri al minuto. Tagliato, va infine alle operazioni di finitura e al col-





sopra: una veduta generale del treno riduttore: al centro, sulla destra, la linea by-pass.
sotto: una fase del processo di finitura prima dell’avvio al magazzino.

laudo, effettuato immettendo în ogni tubo acqua a 50 atmosfere. Il dispo-
sitivo è in grado di controllare dieci tubi per volta e di scartare automati-
camente quelli difettosi. Filettati e provvisti, sempre automaticamente, di
manicotti avvitati, i tubi ben oleati si avviano così al magazzino, uno per
ogni secondo. Tra breve entrerà în funzione anche l'impianto di decapaggio
e di zincatura dei tubi.

Il tubificio di Piombino ha richiesto personale particolarmente prepa-
rato. Gli uomini addetti all’esercizio e alla manutenzione hanno seguìto uno
speciale tirocinio. Parecchi di loro hanno trascorso impegnativi periodi
di addestramento negli Stati Uniti, in Germania e în Francia. In parte
gli addetti al tubificio provengono dalla locale scuola siderurgica. Un
particolare significativo, crediamo.



II

NECESSITÀ DI UN CENTRO DI DOCUMENTAZIONE

di Silvio Ceccato

illustrazioni di Eugenio Carmi

STATO D'ANIMO

Signore, lei vuole essere documentato, informato, crediamo? E
certamente sosterrà anche la nostra iniziativa, di dar vita ad un cen-
tto di documentazione, naturalmente meccanica, con relativi studi
preliminari. Se saranno lunghi e costosi? Le basti dire che toccheremo
l’ingegneria elettronica, la linguistica, la filosofia, la psicologia, la
tassometria eccetera; ma forieri di grandi benefìci. Pensi: circa cen-
tomila riviste di cultura, quattrocentomila volumi l’anno, il tutto che
in un paio di lustri sarà quasi raddoppiato, e scritto in tante lingue
come il russo ed il cinese, che lei, pur essendo uomo di cultura, scusi,
sa, ma forse non conosce. Dunque, la traduzione ed il riassunto e la
classificazione meccanici dei testi, ed ancor prima la biblioteca elet-
tronica, si impongono. Perché, entro questa montagna di carta, c’è
sicuramente il pezzo prezioso di informazione per la sua attività, c’è
il Gran Mogol; ma per scoprirlo bisognerebbe scavare tutta la monta-
gna, anzi, in questo caso, tutte le montagne del mondo. E così va
perduto. Altro che gli episodi del caffè bruciato nelle locomotive!
Quello almeno lo producevano le piante. Ma qui va perduto il meglio
dell’umanità, le sue fatiche più nobili, i più preziosi prodotti del suo
intelletto.

Non vorrà essere fra quelli che ogni altro giorno inventano la
ruota o l’ombrello, perché non lo sapevano. E i brevetti? Trovarsi
già stracoperta da brevetti la nostra conquista; o peggio, aver dedi-
cato tempo e denaro alla ricerca di ciò che già è stato dimostrato im-
possibile o comunque non conveniente? |



.» “centomila riviste di cultura, quattrocentomila volumi l’anno”...

Ma lasciamo pure l’industria ed il commercio. Pensiamo ai nostri
figli, che nell’anno parzialmente concesso a preparare la tesi di laurea,
impiegano otto mesi a procurarsi la bibliografia, a scorrere volumi
e riviste. Quanto tempo rimane loro per riflettere, per affilare il pen-
siero in questo primo e magari unico loro parto intellettuale?

Ebbene, c’è stato un tempo, del resto non più di qualche anno fa,
in cui andavo anch’io raccontando queste cose, nei pubblici dibattiti,
alla radio, in articoletti. Ero anche convinto, come tutti i pionieri,
che il passo più difficile è quello dell’uscio; che, ottenuti con le mac-
chine i primi successi, si dovesse procedere poi senza inciampi, soprat-
tutto se la strada imbroccata è buona, ed in quanto la strada era la mia,
non poteva che essere buona.

Poi, un certo giorno mi sono stancato. Non ricreduto, forse; ma
stancato, sgonfiato. Perché si tratta di attività fra le più difficili ese-
guite dall'uomo, tradurre rapidi e bene, riassumere, classificare pre-
vedendo gli svariatissimi interessi degli utenti eccetera. Ciò che l’uo-
mo fa, sapendo come lo fa, si può certo in linea di principio mecca-
nizzare; ma quando l’uomo opera sul piano linguistico, e mette in
giuoco l’intero suo pensiero e cultura, tutta la sua mente, l’impresa
si prospetta veramente immensa. Immensa in due sensi. Per le idee
nuove, antitradizionali, limpide, che bisogna essersi fatte; ma a que-
sto proposito qualche idea la si può anche avere, o credere di averla.
E per gli uomini ordinati ed intelligenti e pazienti che bisogna rac-
cogliere in gran numero, e fare lavorare concordi, i certosini della
linguistica applicata: ed a questo proposito dopo qualche anno di
esperienze si diventa pessimisti, sfiduciati.



I2



tipo A - « Ecco il tipo A, che è contro il centro di documentazione perché ritiene tutto
il suo lavoro molto nobile, riservato e di alta responsabilità ».

Di fronte all’immensità dell’impresa, naturalmente, avviene che
molto se ne parli, e, poco facendo, si ripetano sempre le stesse cose,
«centomila riviste di cultura, quattrocentomila volumi l’anno, il
tutto che fra un paio di lustri ... ». Così, chi ascolta manifesta la sua
scettica sazietà con un sorriso ed uno scuotimento di testa. Ma chi
intrattiene sa che bisogna creare la sensibilità documentalistica; altri-
menti ben difficilmente salteranno fuori i finanziamenti con cui con-
durre i lavori. Nel recentissimo incontro per la linguistica applicata
che si è tenuto a Nancy, i linguisti-linguisti non intervenuti avevano
inviato al posto loro una definizione di linguistica applicata: la lingui-
stica con in più dei soldi. Ma posso assicurare che, se i soldi assegnati
per questi intenti sono quasi sempre eccessivi in rapporto alle capacità
dei singoli che li ricevono, sono tuttavia in quantità del tutto irri-
soria a condurre una ricerca i cui risultati possono avere un qualsiasi
interesse economico-pratico.

IL PERSUASORE

In questo mio stato d’animo qualche mese fa mi si chiese di pren-
dere parte ad un incontro, a Milano, sul tema “La documentazione
oggi condiziona il profitto dell’azienda”’; forse perché un cibernetico
dà sempre tono. Ma che avrei detto di persuasivo? Vediamo un po’
perché gli altri resistono alla documentazione, mi sono chiesto, e
mostriamo come in fondo abbiano torto.

Diedi intanto come intestazione al mio pezzo una bella frase di
Jean Rostand: « L’ignoranza — che non sempre è feconda - non può

OBOMOMOBOBOMORORO

tipo B - « È certo impossibile avere insieme tutta la scrittura con tutta la lettura ».

che essere vantaggiosa in un dominio ove dagli altri non si ricevereb-
bero se non errori». Poi entrai nel vivo della questione.

Mi si lasci dire: la maggiore resistenza psicologica ad un centro
di documentazione è che questo centro non c’è, o c'è soltanto a metà,
ad un quarto, ad un ottavo. Se il centro esistesse, documentatissimo,
sensibile ad ogni esigenza, pronto, economico, qualcuno vi resiste-
rebbe forse ancora, giustamente, e vedremo il perché, ma questo
qualcuno andrebbe cercato allora più fra gli artisti che fra i tecnici;
tutti gli altri ne sarebbero stati conquistati.

Proprio però perché il centro non c'è come lo vorremmo, si tratta
di mettersi insieme, e dargli sin d’ora il nostro appoggio affinché lo
diventi, avendo presenti le molte strade dalle quali l’informazione si
riceve e verso le quali viene avviata, la natura diversa dei domini
per i quali deve valere, ciò che potrà essere compiuto sùbito, o prima,
e ciò che richiederà più fatica, ciò che per ora si farà a mano e ciò in
cui già è di aiuto il calcolatore, ciò che può essere offerto come sicuro,
e ciò che sicuro non è e non sarà, ciò che verrà a costare molto e ciò
che verrà a costare poco, e tante altre cose, che è bene tener sùbito
presenti per non andare incontro a sorprese e disillusioni.

Di tutto questo, nel presente consesso, non sono io che devo
occuparmi. I temi sono in buone mani. I competenti in documen-
talistica sanno raccontare come la documentazione si confezioni e di-
stribuisca, quanto costa, e quale ne sia la situazione in America, in
Russia, od altrove. E del resto, la situazione si è ormai fatta abba-
stanza chiara, e alcune distinzioni sono oggi più o meno accettate da tutti.



13



tipo € - « Metta lui, comunque, sulla bilancia, ciò che il centro di documentazione gli
toglie e ciò che potrebbe dargli ».

Sappiamo per esempio che è opportuno tener separate una docu-
mentazione a vita lunga ed una documentazione a vita breve. Tipico
della prima l’archivio per l’informazione legislativa o comunque sto-
rica; tipica della seconda l’informazione economica; ed in mezzo l’in-
formazione tecnologica. È opportuno tenere separate una documen-
tazione prevalentemente localizzante ed una documentazione preva-
lentemente condensante: la prima che rimandi direttamente al docu-
mento ed eventualmente al suo contesto, la seconda che lo riassuma.
E opportuno tenere separate una documentazione a confini nettamente
delimitabili, perché il campo gode di una forte autonomia; ed una
documentazione coprente vari campi, perché interconnessi. È oppor-
tuno tenere separate anche una documentazione di interesse contin-
gente, per esempio solo in guerra o solo in pace, ed una documenta-
zione di validità generale. E così via.

A me è riservato invece il còmpito di tener d’occhio gli utenti, i
clienti, i beneficiari della documentazione. Non dirò di studiarli, ché
sarebbe parola troppo grossa; ma, così, di raccogliere le esperienze
avute trovandomi a parlare di queste cose. Un giorno bisognerà bene
istituire una scuola per utenti di documentazione; ed allora le cose
saranno fatte in grande.

In breve, bisogna ammettere, ed era da aspettarselo, che il fatto
nuovo della documentazione, o meglio del centro di documentazione,
magari della documentazione meccanica, sollevasse, assieme ad entu-
siasmi, non poche resistenze, dubbi, diffidenze.

. Sotto sotto ci sta che chi intende, anzi pretende di informarci,
in qualche modo violenta la nostra personalità, quel sapere che ab-

tipo D - « Aggiunge la grande sicurezza di sé, sotto la quale si nasconde spesso una
grande insicurezza »,

biamo presupposto da noi quando ci siamo messi a fare un mestiere.
La nostra personalità sta certo evolvendo, ma forse non è del tutto
uscita da una sua infanzia provinciale e moschettiera, romantica e da
mano fatata; non fosse che perché sinora è andata bene anche così,
o è andata bene soltanto così.

Soltanto, sarà difficile che le cose continuino ad andare proprio
così. Con l’abbassarsi delle frontiere, con i mezzi di trasporto più
rapidi ed economici, sarebbe sbagliato contare ancora su qualche
privilegio politico o geografico, che spesso conteneva la spiegazione
vera di tanto infelice intuito industriale. Nella produzione, bontà e
costi, la corsa si è fatta a ruota, e la tecnica ha sempre più bisogno
della scienza, chi decide deve tener conto di un numero sempre mag-
giore di dati. Il singolo non riuscirà certo più a procurarsi con le sue
sole letture di contributi originali tante cognizioni tecniche, econo-
miche, amministrative. Potrà dispiegare il suo ‘genio decisorio”
soltanto quando nuovi mezzi di raccolta e di diffusione glielo mette-
ranno a disposizione.

Né la situazione è molto diversa anche in certi campi non dell’in-
dustria. Basterà ricordare quello cui si accennò, dell’informazione
legislativa, che soltanto se sarà meccanizzato renderà lo strumento
linguistico della legge rapido ed economico.

Ma allora basterà la sola ragione per vincere ogni resistenza, ogni
riserva romantica! Beh, io sono convinto che o prima o poi a questo
si addiverrà. Tuttavia se nella seguente tipologia qualcuno si rico-
noscerà, si rispecchierà, questo forse accelererà i tempi.

14



tipo E - « Non approva il centro di documentazione, che permetterebbe, per esempio,
al laureando di distribuire diversamente i mesi dedicati a preparare la sua tesi, meno
alla raccolta del materiale, e più al suo ripensamento... ».

Ecco il tipo A, che è contro il centro di documentazione perché
ritiene tutto il suo lavoro molto nobile, riservato e di alta responsabilità.
La mediazione documentalistica dell’anonimo, o peggio, della macchi-
na, non svilirà tanti valori? Chi spesso mi ha rivolta, in forma più,
o meno esplicita, questa obiezione è stato il giurista. Ed io voglio
ricordargli alcune cose. La prima è che nel diritto vi è un aspetto crea-
tivo ed ideologico, che in nessun modo viene intaccato, perché ciò
che si meccanizza è soltanto lo strumento linguistico del diritto, non
la responsabilità che lo conia e lo applica. La seconda è che per questo
spoglio anche oggi egli c'eve ormai ricorrere al prontuario semiano-
nimo. Una terza è che il sapere di poter contare su questa meccaniz-
zazione permetterà al legislatore di spiegare una ricchezza sino ad oggi
impensabile. Ed almeno una quarta, del più alto valore sociale, perché
l’opera del giudice sarà in questo modo resa tanto più sicura, rapida
ed economica.

Il tipo B è contrario perché non crede che altri possa trarre dai
documenti quello che è in grado di trarre lui, cioè teme che ne vada
perduta una intima essenza. Ciò è almeno in parte giusto: una inter-
pretazione ed ancor più una elaborazione originale è suggerita talvolta
dal più incompiuto e marginale aspetto del lavoro altrui. Ma è da
notare che la documentazione non annulla mai il documento originale,
bensì ci aiuta a trovarlo, a venirne in possesso, ed opera così come un
primo filtro. È certo impossibile avere insieme (mi sia lecito proporre
il nuovo proverbio in ricordo di quello della botte piena e della mo-
glie ubriaca) tutta la scrittura con tutta la lettura.

Il tipo C è mosso da una certa furbizia di vecchio stampo. Che





tipo F - « Contro il centro di documentazione sono coloro che approfittano delle diffi-
coltà altrui per mancanza di documentazione... ».

valore può avere, egli si chiede, il segreto di Pulcinella? Come avvan-
taggerà il singolo il patrimonio divenuto comune? Non potrà più
servirsene da solo, magari appropriandosene di nascosto. Quindi,
niente centro di documentazione. A questo proposito forse non ba-
sterà richiamare il tipo C ad una certa asocialità, e persino illegalità
del suo comportamento, ai pericoli cui va incontro. Metta lui comun-
que sulla bilancia, ciò che il centro di documentazione gli toglie e
ciò che potrebbe dargli.

Il tipo D raccoglie gli scettici su ciò che fanno gli altri, e si chiede
se un vantaggio incerto giustifichi un sacrificio certo, di tempo e de-
naro. Aggiunge la grande sicurezza di sé, sotto la quale si nasconde
spesso una grande insicurezza.

Abbiamo anche un moralista, il tipo E, che però appartiene più
alla scienza pura ed alle humanities, che non alla scienza applicata
ed alla tecnica. Non approva il centro di documentazione, che per-
metterebbe, per esempio, al laureando di distribuire diversamente i
mesi dedicati a preparare la sua tesi, meno alla raccolta del materiale,
e più al suo ripensamento, perché «non bisogna rendere le cose
troppo facili». A suo tempo, lui ha sudato, e tutti sudino ancora.
Certo, anche cercare i documenti è una scuola, ci si fanno gli occhi,
la mano, il naso, non si sa bene che cosa; e se è una fatica è anche
una gioia. Ma spesso il tempo che si può dedicare ad un lavoro è
quello, e soltanto quello. Che cosa varrà di più? Quella sensibilità,
che forse ben poco servirà ancora nella vita, o quel ripensamento,
quella maturazione, che ci seguirà ed aiuterà poi sempre?

Contro il centro di documentazione sono coloro, raggruppiamoli





tipo G - « Il tipo G è un ricco, un forte, un potente che, per quello che gli serve, la do-
cumentazione se la sta facendo tutta lui... Certo gli costa di più che non il centro di
tutti e con tutti. Ma finché questi non riuniscono le deboli disperse forze, egli troneggia ».

nel tipo F, che approfittano delle difficoltà altrui per mancanza di
documentazione, per esempio quando questa mancanza renda lenti
e costosi certi servizi, difficoltà che non sono loro, perché dispongono
più degli altri di tempo e denaro. « Sì, io ho ragione ed il torto è suo »,
dirà il povero diavolo, «ma come potrei attaccare quel signore, con
tutti i suoi avvocati, i suoi consulenti, e fra me e lui, tutti quei bu-
rocrati e quelle carte bollate? A proteggere il signore una volta c’e-
rano i bravi e i tromboni ma oggi, non basta un bravo avvocato? ».

Finalmente, eccoci al nemico del centro di documentazione per
amore. Il tipo G è un ricco, un forte, un potente che, per quello che
gli serve, la documentazione se la sta facendo tutta lui. La grossa
società, l’industria dai trenta mila, dai settanta mila, dai cento mila
dipendenti, ha i suoi uffici di documentazione. Certo gli costa di più
che non il centro di tutti e con tutti. Ma finché questi non riuniscono
le deboli disperse forze, egli troneggia.

Chiudo la piccola rassegna con chi la citazione di Rostand do-
vrebbe giustificare: l’ignorante. Ma quale è il dominio in cui non si
riceverebbero che errori? Se supponiamo, così per giuoco, che questo
sia la filosofia, temo ancora che bisognerà documentarsi. Perché al-
trimenti, vedete, questi errori, c'è il pericolo di ripeterli tutti.

OTTIMISMO TELEOLOGICO

Adesso devo trovarmi un posto anche per me. Con lo cherzze che
mi si attribuisce credo. di aver incontrato il consenso di molti
dei presenti all'incontro; anche perché le parti avverse in sala

non le porta nessuno, stanno a casa. Ma io, che cosa ne penso?

Ecco lo spettacolo della natura che si propaga, che si moltiplica,
mi tranquillizza. Nella natura lo spreco, ma è poi spreco?, è enorme.
Il seme che vaga disperso, e poi quella lotta per l’esistenza, con la
darwiniana sopravvivenza del più forte. Perché non dovrebbe avve-
nire lo stesso con i prodotti intellettuali dell’uomo? È vero che la
moneta cattiva scaccia quella buona, e che a proliferare sono le razze
inferiori, per ripetere due vecchie leggi di economia e di sociologia.
Ma io non credo che chi pensa qualcosa di importante voglia tenerlo
per sé, e nel suo pensiero non trovi anche la strada per farlo conoscere,
e non credo che ciò che non serve passi di bocca in bocca, di foglio
in foglio. Cioè, l’informazione buona scaccia quella cattiva, e solo
la buona viene ripetuta.

Mi pare fosse Massimo Bontempelli a suggerire che la pubblica-
zione di ogni parto dell’intelletto avvenisse su di un materiale che
si polverizzasse entro i trent’anni; sicché, o qualcuno lo riteneva
degno di essere ripubblicato, entro quegli anni, su di un materiale
più duraturo, o sarebbe sparito per sempre. Ma alludeva ad una pro-
duzione lontana dalle aziende e dai profitti, produzione tutta di con-
cetto o d’arte.

Infine, un ex-presidente del consiglio nazionale delle ricerche
francese mi raccontava un giorno di avere conosciuto tanta gente
che scrive libri, e tanta gente che legge libri, ma mai nessuno che in-
sieme li scriva e li legga.

Per tutto questo, con o senza il centro di documentazione mec-
canica, io, almeno per quanto mi importa, mi sento tranquillo.



16

GUARDRAILS = VIA SICURA

di Aldo Castellana



Un punto dell’autostrada del sole allo svincolo anulare di Roma, protetto da guardrails
e spartitraffico.

Si può dire che ogni giorno ci capiti di vedere immagini racca-
priccianti di incidenti stradali: automezzi urtatisi frontalmente e pres-
soché demoliti; altri finiti fuori strada, contro qualche muro o giù
da qualche scarpata, ridotti ad un ammasso di lamiere contorte...
Sono immagini usuali, consuete, ma sempre nuove, per le sensazioni
che ogni volta rinnovano dentro di noi, di pietà e di spavento; e l’in-
quietudine che ci assale nel constatare l’aumento ed il continuo per-
fezionarsi di veicoli sempre più veloci, è tutt'uno con il desiderio che
ogni sforzo venga fatto per renderne più sicura la circolazione. In
realtà, molto è stato attuato a questo scopo, anche se non di pari passo
con il perfezionamento dei veicoli. E, pure in questo settore, l’acciaio
riveste un ruolo preminente, impiegato com’è nella costruzione di
colonnine di guida, cartelli indicatori, sostegni per impianti di illumi-
nazione, schermi di varia natura (contro l’abbagliamento, contro il
vento, la neve eccetera), e di guardrails. Proprio su questi ultimi desi-
deriamo soffermarci, dato che — come si vedrà — arrecano un contri-
buto non indifferente alla sicurezza stradale.

I guardrails in acciaio, sebbene in Italia li vediamo installati da
non molti anni, non sono un’invenzione recente: risalgono al 1933,

e furono impiegati per la prima volta negli Stati Uniti, precisamente
nel Missouri. Già allora vennero preferiti ad altre protezioni, costruite
con materiali diversi; preferenza suffragata e consolidata dalle nume-
rose prove pratiche cui furono sottoposti, frequentemente, negli anni
successivi. Nel 1959, ad esempio, in California, vennero effettuate
trentadue prove su quindici diversi tipi di barriere protettive, per
stabilire quale spartitraffico fosse più adatto ad ostacolare lo sconfina-
mento del veicolo nella carreggiata opposta: e ne risultò che la barriera
in acciaio era la più rispondente ai requisiti richiesti. Uno studio ancor
più recente (1962) promosso dal ministero delle comunicazioni tedesco
confermò l’esperienza americana: macchine di normale produzione e
di pesi diversi, sino a 1400 chilogrammi, ed autocarri zavorrati fino a
raggiungere il peso lordo di 10 tonnellate, vennero lanciati per mezzo
di un razzo, alla velocità rispettivamente di 100 e 75 chilometri all’ora,
contro barriere stradali disposte secondo angoli di 5, 20, 30 gradi.
Gli elementi raccolti da svariati apparecchi di misurazione e da otto
cineprese che riprendevano l’urto e la deformazione del guardrail e
dei veicoli alla velocità di 500 fotogrammi al secondo, permisero di
assodare la superiorità dei guardrails in acciaio, gli unici capaci di



impedire, anche negli urti con il massimo angolo pratico di 30 gradi,

l’irruzione nella carreggiata opposta.

Quali sono i requisiti che determinano la superiorità del guardrail
in acciaio? Innanzitutto esso è sufficientemente elastico, così da poter
assorbire urti di leggera entità; in occasione di urti più forti, peraltro,
la sua capacità di deformarsi plasticamente gli permette di assorbire
parte dell’energia del veicolo in movimento, che evita perciò di bloc-
carsi bruscamente e, nello stesso tempo, di rimbalzare sulla carreggiata;
e, anzi, la deformazione stessa serve di guida al veicolo, instradandolo
nuovamente nella direzione di marcia. Oltre a ciò trasforma in calore,
per attrito, parte dell’energia del veicolo in movimento; trasmette,
attraverso i paletti, parte dell’energia d’urto al suolo e, trattandosi
praticamente di una fascia continua, formato com’è da elementi per-
fettamente congiunti uno all’altro, ripartisce l’urto fra più elementi,
facendolo assorbire anche da quelli non direttamente colpiti. Non va
dimenticato, poi, che per la sua forma e per il modo con cui viene
collocato rappresenta una efficace guida ottica per l’automobilista.

I profili del guardrail, sino a qualche tempo fa svariatissimi, vanno
ora uniformandosi: due sono, attualmente, i tipi fondamentali sui
quali s’è orientata la produzione. Così dicasi per gli spessori della la-
miera con la quale sono costruiti, che si vanno unificando tutti verso
i 3 millimetri. Sono evidentemente i requisiti che, assieme al tipo di
acciaio impiegato, permettono di ottenere le migliori prestazioni. A
tale scopo si rendono necessari, naturalmente, anche determinati cri-
teri di installazione: estrema saldezza dei giunti, che faccia loro trasmet-
tere, senza cedere, le forze d’urto; bordo inferiore a 20-25 centimetri
sopra il piano stradale, per assorbire la pressione laterale dei veicoli
che slittano tangenzialmente; bordo superiore a 55-65 centimetri dal
piano stradale, cioè non troppo più in basso di quella che è l’altezza
media del centro di gravità dei veicoli, per evitare il ribaltamento di
questi ultimi; paletti di sostegno distanziati non più di 4 metri nei
tratti in rettilineo, non più di 2 metri in curva, ed infissi a sufficiente
profondità, poiché la loro resistenza aumenta con la lunghezza della
parte interrata; e, infine, impiego di elementi terminali arrotondati, o
ripiegati verso l’esterno della carreggiata o, ancora, come si sta attual-
mente sperimentando, gradualmente abbassati fine al terreno, onde
evitare l’ “infilzamento” dei veicoli.

Il guardrail si dimostra di estrema efficacia in ogni tratto di strada
dove esista il pericolo di una deviazione dell’automezzo: lungo i bordi
esterni delle curve, poiché è in curva che la forza centrifuga provoca
innumerevoli incidenti per fuoruscita dalla carreggiata; lungo le scar-
pate, dove un ribaltamento, anche a moderata velocità, può avere gravi
conseguenze; sulle strade che fiancheggiano fiumi e canali, sulle quali
esiste l’eventualità che i veicoli precipitino nell’acqua; e poi sui ponti,
ai nodi stradali (dove esercita altresì la funzione di guida ottica),
e a protezione dei cartelli di segnalazione, visto che la sua installazione
costa meno del riallestimento dei cartelli abbattuti.

Del grande apporto alla sicurezza stradale dato dal guardrail instal-
lato sugli spartitraffico vogliamo accennare a parte. Abbiamo sott’oc-
chio una recente statistica, compilata in Germania, e riguardante due-
mila casi di veicoli venuti in contatto con il guardrail, in seguito ad
invasione dello spartitraffico. La trascriviamo:

a - dal guardrail sono stati trattenuti: il 97 per cento delle autovetture
e il go per cento degli autocarri;

b - l’ 1,2 per cento delle autovetture ed il 5,7 per cento degli autocarri
hanno superato, spezzandolo, il guardrail, ma si sono arrestati
sullo spartitraffico;

c - l’ 1,7 per cento degli autoveicoli ed il 4,2 per cento degli autocarri
hanno, spezzato il guardrail, invaso la carreggiata opposta.
Queste cifre, già di per sé indicative, lo diventano maggiormente

confrontate con le seguenti, rilevate quando le stesse autostrade erano

prive di guardrail:

a - veicoli rimasti sullo spartitraffico: il 44 per cento;

b - veicoli passati nella carreggiata opposta: il 56 per cento.

«Le cifre parlano da sole »: è un po” una frase fatta. Ma speriamo
che ci venga perdonata, dal momento che qui le cifre indicano vera-
mente e con chiarezza non solo un progresso nella sicurezza stradale
(con tutte le positive conseguenze di carattere generale facilmente in-
tuibili), ma starfno anche e soprattutto a significare vite umane salvate.

17



Un eloquente esempio dell’ efficienza dei guardrails: nonostante la velocità e le di-
mensioni, questo enorme camion non ha oltrepassato lo spartitraffico.

Il ministero delle icazioni ted ha pr un esperimento per dimostrare
l’utilità dei guardrails: una vettura lanciata da un razzo a cento chilometri all’ ora
viene spinta contro uno sbarramento di guardrails. Nella prima foto, la vettura spinta
dal razzo si sta dirigendo contro il guardrail che sarà urtato dopo tre secondi. Nella
seconda foto, la vettura e il guardrail come si presentano dopo l’urto. (foto Seifert-
Stoccarda)







18

LIBRI PER IL PERSONALE: UN'IMPORTANTE INIZIATIVA

CULTURALE DELL'ITALSIDER

Nel 1961 uscì in Italia un volume in cui erano raccolte dodici le-
zioni tenute a Parigi per gli studenti della Sorbona da un professore
di storia moderna dell’università di Roma. Il professore era morto
un anno prima, a soli cinquantanove anni, e la sua immatura scom-
parsa aveva rappresentato per la cultura una grave perdita. Nelle sue
dodici lezioni alla Sorbona il professore (che portava come tanti
valdostani un cognome alla francese, Chabod, Federico Chabod, ma
era italianissimo), aveva saputo riassumere, con rara capacità di sintesi,
di chiarezza e di obiettività, la storia del nostro paese dalla prima
guerra mondiale al 1948.

Il libro ebbe un notevole successo (ne sono uscite — presso Einaudi
— sette edizioni), la critica ne parlò diffusamente e assai favorevol-
mente. Lo studioso, il politico o anche chi si occupasse della cosa
pubblica solo da spettatore ben informato non poteva ignorare (e
difatti non ignorò) le “lezioni’’ di Chabod.

Ma quanti sono in Italia coloro che seguono la vita pubblica con
lo scrupolo e il piacere di essere informati? Qualche decina di migliaia
di cittadini su più di cinquanta milioni.

La ristampa della “Storia contemporanea” di Chabod in apertura
della “collana Italsider” di libri economici per il personale ha costi-
tuito così per moltissimi una sorpresa. Lieta sorpresa che vi fosse un
libro che parlava con chiarezza di problemi e di fatti che l’uomo della
strada riesce di solito ad intravedere appena dietro le fumose cortine
delle parole e dei concetti difficili riservati a pochi specialisti e quindi
vietati ai “non addetti ai lavori”.

Ci sembra che questo sia il lato più interessante dell’iniziativa presa
dall’Italsider: dare in primo luogo a molti che con la lettura hanno
meno dimestichezza il piacere di scoprire che esistono libri in cui cose
difficili o presunte tali sono raccontate e spiegate in modo semplice

e chiaro; contribuire inoltre alla preparazione di altri libri il più pos-
sibile semplici e chiari su alcuni problemi e aspetti significativi del
nostro tempo.

È stato questo appunto il tema di fondo della riunione svoltasi a
Genova il 14 gennaio, che ha visto raccolti nei locali del nuovo cir-
colo della sede, per la presentazione ufficiale della collana, autorità
cittadine, rappresentanti dei lavoratori e un gruppo qualificato di
editori italiani, tra i quali erano Valentino Bompiani, Paolo Boringhieri
e Vito Laterza. Mondadori era rappresentato dall’amministratore edi-
toriale dottor Giorgio Franchi, Rigzolî dal capo redattore editoriale
dottor Gianfranco Dossena, Zarichelli dal consulente editoriale dottor
Alberto Gozzi, Wa/lecchi dal direttore editoriale dottor Alfredo Righi,
Garzanti dal procuratore generale dottor Mario Candiani. Per la edi-
trice La Nuova Italia era presente il consulente editoriale professor Raf-
faele La Porta, per le Edizioni Scientifiche Italiane il direttore dottor
Atanasio Mozzillo, per la Etas-Kompas il direttore della divisione
libri dottor Nino Damascelli. Einaudi, editore del volume di Chabod
che ha aperto la collana Italsider, era rappresentato dal consulente
editoriale dottor Paolo Terni. Presente anche il dottor Umberto Eco,
consulente editoriale di Bompiani.

Al convegno sono intervenuti anche alcuni esperti di problemi edu-
cativi e del lavoro, tra cui la dottoressa Maria Calogero, direttrice
del centro di addestramento professionale per assistenti sociali, il
dottor Mario Melino, direttore della Società Umanitaria, e il dottor
Agostino Paci, del servizio problemi del lavoro dell’ IRI. Per £din-
dustria, la casa editrice del Gruppo che cura l’edizione della collana,
era presente l’amministratore delegato, dottor Francesco d’Arcais,
direttore di “Civiltà delle Macchine”.

« Un uomo che legge e che sa trarre dalle sue letture una lezione



TO



Nel mese di gennaio, nei nuovi locali del circolo aziendale della sede, si è avuta la pre-
sentazione ufficiale della nuova collana di libri Italsider, alla presenza di autorità ed
editori. Nella foto, la riunione degli editori: un momento dei lavori. Del comitato di
direzione della collana fanno parte anche tre rappresentanti dei lavoratori: Luciano
Balestrieri, Francesco De Martini, Luciano Vinazza.

di vita — ha detto il dottor Redaelli, amministratore delegato della
società, nell’aprire la riunione — è un uomo completo, più utile a sé,
alla sua famiglia e al consorzio civile. Come dirigente industriale, devo
dire che è anche più utile ad una azienda moderna, alla quale egli può
dare in molti modi un contributo più intelligente e consapevole. Ma
soprattutto chi legge lavora per sé, per la parte migliore di sé. Per
queste ragioni io mi auguro che l’iniziativa abbia un pieno successo
(e del resto già i primi risultati ce ne dànno conferma) e possa contri-
buire in modo concreto “ad estendere le frontiere del pubblico che
legge”, come è detto appunto nella presentazione del primo volume
della collana.

«Noi siamo soliti dire — ha concluso il dottor Redaelli — che
caratteristica delle civiltà più moderne e progredite è l’alto indice
della produzione industriale e in particolare di quella dell’acciaio; ma
occorre dire anche che una diffusa abitudine di lettura è il segno di
una maturità sociale e individuale propria delle grandi civiltà, ed è
a questo che noi dobbiamo tendere con tutti i nostri sforzi ».

La storia il contenuto e l’articolazione del progetto editoriale del-
l’Italsider (che abbiamo ampiamente illustrato nello scorso numero
della rivista), nato dall’esigenza sentita ad un certo punto di dare un
carattere continuo ed organico alla precedente iniziativa dei “libri
strenna”’ annuali, sono stati delineati dal dottor Osti nella sua qualità
di presidente dei circoli, e dai membri del comitato di direzione del-
la collana.

Che questo progetto risponda a un’esigenza diffusa è stato dimo-
strato dall’esito dell’inchiesta condotta durante l’estate attraverso i
circoli Italsider, inchiesta che ha dato una amplissima maggioranza
a “più libri a un costo molto basso” in alternativa alla possibilità di
continuare a ricevere un libro all'anno gratuitamente.

Qui sopra, al tavolo della presidenza, il dottor Enrico Redaelli amministratore delegato
dell’Italsider; il professor Francesco d’Arcais amministratore delegato di Edindustria
e direttore di “Civiltà delle Macchine”; l'avvocato Mario Einaudi vice direttore gene-
rale dell’Italsider.

L’iniziativa, che ha fini esclusivamente sociali, non si propone né
di competere né di interferire in alcun modo con la normale attività
editoriale, ma soltanto di offrire ad un nuovo largo pubblico poten-
ziale l’opportunità di avvicinarsi al libro. Come facilita l'accostamento
allo sport, al turismo, alla caccia, agli spettacoli, l'azienda deve faci-
litare anche e promuovere l’accostamento alla cultura. Offrire un li-
bro all'anno in omaggio a tutti indistintamente poteva suonare pa-
ternalistico. Non così appare la possibilità, per chi lo desideri, di ab-
bonarsi a un prezzo particolarmente basso a una serie di libri che usci-
ranno periodicamente.

Per questa via l’ Italsider spera anche di stimolare la produzione
di libri che non siano soltanto economici ma ‘veramente popolari”,
per la loro capacità di trattare in forma semplice e non tecnica pro-
blemi e argomenti essenziali per la comprensione del mondo in cui
viviamo. In Italia, anche se esistono esempi positivi come è appunto
il libro dello Chabod, è necessario ancora molto cammino su questa
strada per raggiungere quel costume di divulgazione intelligente che
nei paesi più progrediti ha eliminato la profonda frattura che da noi
divide il cittadino medio dal mondo della cultura. Appunto questa
frattura fa sì che molte espressioni culturali restino da noi disancorate
proprio dagli strati che più ne sentono la necessità.

Caratteristica dell’iniziativa dell’ Italsider è anche il fatto che del
comitato di direzione della collana fanno parte tre rappresentanti dei
lavoratori, operai e impiegati, provenienti dalle tre massime organiz-
zazioni sindacali, i quali potranno portare sia nel lavoro di scelta degli
argomenti e degli autori sia nella stessa fase di preparazione di quei
libri che dovranno essere scritti appositamente per i lettori dell’Ital-
sider, il contributo della loro diversa esperienza e un più ricco apporto
di idee.



20



Nel corso del dibattito pubblico prende la parola l’editore Bompiani.

È seguito un dibattito nel corso del quale vari intervenuti hanno
richiesto chiarimenti sulle finalità che la nuova iniziativa si propone
e sugli sviluppi che essa potrà assumere in futuro.

In particolare il dottor Bompiani, in rappresentanza degli editori,
e il dottor Di Stefano, a nome dei librai, hanno riconosciuto che l’ini-
ziativa non soltanto non nuoce ai loro interessi ma può aprire al libro
“normale” un mercato nuovo e vastissimo, quello dei dipendenti
delle grandi aziende che, sollecitati all'amore per la lettura da libri
ben scelti e a basso prezzo (un prezzo ovviamente inferiore al costo
reale, che viene coperto dalla società), saranno poi pian piano invo-
gliati a completare le loro piccole biblioteche.

Il discorso si è quindi allargato al problema della diffusione del
libro in Italia e alle difficoltà non solo economiche ma anche psicolo-
giche che essa presenta. Esistono infatti oggi sul mercato ottime col-
lane di libri a basso prezzo, che tuttavia si affermano ancora lenta-
mente in certi strati della popolazione, ad esempio tra i ceti operai.

A questo proposito il dottor Terni, della editrice Einaudi, ha for-
mulato alcune critiche all’organizzazione delle biblioteche popolari
rionali, che non dispongono, se non in casi eccezionali, di libri freschi
di stampa, quelli sui quali si accende la discussione dell’opinione pub-
blica e che sono di solito i più richiesti. A_ questo proposito l’avvo-
cato Einaudi, vice direttore generale dell’ Italsider, ha rilevato come
uno dei motivi che spiegano il successo dell’iniziativa sia proprio
di ordine psicologico: il fatto che la collana sia nata nella comunità
aziendale, già sensibilizzata ai problemi culturali da un’azione svolta
in varie direzioni da parecchi anni, è stato certamente decisivo. L’of-
ferta dei libri è venuta dal mondo ormai familiare dell’azienda, che ha
facilitato al massimo al lavoratore le operazioni di prenotazione e di
pagamento. Ciò dimostra come esista un pubblico che può essere fa-

Il tavolo degli editori, in un altro momento della riunione.

cilmente sollecitato alla lettura ma che trova ancora molte difficoltà
psicologiche ad entrare in una libreria, in un ambiente cioè dove il
problema della scelta implica già una confidenza con il libro che po-
chissimi hanno.

Questa condizione di inferiorità di molti lettori potenziali è ag-
gravata dal fatto che in periferia i rivenditori di libri molto spesso non
sono all'altezza di esercitare sui clienti un’azione di educazione alla
scelta, azione che viene invece svolta dai buoni librai del centro
cittadino che hanno alle spalle una solida tradizione umanistica
borghese.

L’avvocato Einaudi ha poi ricordato l’esperienza fatta con i cir-
coli per avvicinare al teatro un pubblico nuovo. L’impostazione seguìta
in quel campo è analoga a quella adottata per la diffusione di un’abi-
tudine di lettura: in un primo tempo si è portato il teatro in fabbrica
e si sono organizzati spettacoli gratuiti. Ciò ha permesso in séguito
di dare spettacoli a pagamento e di facilitare l’adesione spontanea dei
lavoratori alle normali iniziative teatrali cittadine, adesione che è oggi
rilevantissima. Cosa questa che sarebbe stata impossibile senza le
esperienze precedenti.

Il tema dell'importanza della comunità aziendale è stato ripreso
dal dottor D’Arcais. Il rapporto industria-cultura, come quelli indu-
stria-ricerca scientifica e industria-formazione culturale del personale
è argomento largamente dibattuto, soprattutto da quando le aziende
hanno instaurato canali di comunicazione diretta con i propri dipen-
denti. Tutti sono concordi nell’affermare che ciò può presentare dei
pericoli per l'autonomia del ricercatore scientifico e del lavoratore,
ma è indubbio, e molti lo hanno rilevato, che vi è oggi una necessità
assoluta di un rapporto tra industria, ricerca e cultura. Questo rap-
porto è destinato a dare tanto più frutti positivi quanto più sarà fon-



2I







CIRCOLI DIRIGENTI IMPIEGATI — CATEGORIA SPECIALE OPERAI TOTALI
BAGNOLI II 586 192 2.841 3.630
CORNIGLIANO 13 805 226 3.206 4.250
LOVERE 12 290 62 1.102 1.466
MARGHERA $ 193 —_ 855 1.053
NOVI LIGURE 198 85 841 T-:127
PIOMBINO 10 PIT 199 2.434 3.220
SAN GIOVANNI VALDARNO 2 64 31 395 492
SAVONA 144 37 574 764
SEDE 117 940 7 70 1.134
SIAC 3 525 9I 1.652 2.271
TARANTO 7 554 25 2.517 3.103
TRIESTE AE 155 39 441 640

197 5.031 994 16.928 23.150
Nella tabella, suddivisi per i vari stabilimenti e categorie, gli abb i alla coll di libri Italsider.

dato su un equilibrato e sereno confronto di idee e scambio di espe-
rienze. i

Prima del dibattito pubblico, nella stessa sede del circolo si era
svolto un incontro ristretto, diretto ad informare gli editori interve-
nuti e i responsabili degli enti che si occupano di educazione degli
adulti sull’iniziativa della collana Italsider, nella prospettiva di stabi-
lire rapporti di collaborazione e permanenti tramiti di informazione.
“. Dopo il chiarimento del significato dell’iniziativa, si è passati ad
un confronto di esperienze e di giudizi che ha avuto come protagonisti
gli stessi editori.

Valentino Bompiani, espresso il consenso degli editori presenti
alla nuova iniziativa dell’ Italsider, ha rilevato che il suo interesse
maggiore non consiste tanto nella possibilità di accordi specifici per
la pubblicazione nella nuova collana di singole edizioni di cui questo
0 quell’editore detenga i diritti, ma nell’allargamento del pubblico dei
lettori, nel “contagio” dell’amore per la lettura che può derivare da
un contatto straordinariamente semplificato del potenziale lettore
con l’opera da leggere.

Vito Laterza ha sottolineato l’urgenza di creare nuovi canali di
diffusione dell’editoria capaci di destare un interesse critico in quegli
strati sociali che dimostrano di rispondere più prontamente alle solle-
citazioni che in tal senso ricevono. A questo proposito il dottor Terni
ha da un lato richiamato l’interesse dei presenti sul progressivo aumen-
to dei lettori della biblioteca creata dalla casa Einaudi a Dogliani,
dall’altro sulla funzione insostituibile e primarta che l’editoria normale
deve avere nella diffusione del libro.

._ Paolo Boringhieri ha ribadito l’importanza dell’informazione scien-
tifica per la sua capacità di predisporre a una visione del mondo cri-
tica e oggettiva.

La dottoressa Maria Calogero ha suggerito di corredare ogni vo-
lume di una breve bibliografia ragionata così da fare di ogni libro
l'occasione e il punto di partenza per leggerne altri (un suggerimento,
come altri formulati nel corso dell’incontro, che è stato già posto
in atto).

Il dottor Melino ha sottolineato l’interesse dell’iniziativa Italsider
dal punto di vista dell’educazione popolare, e l’importanza di pro-
cedere ad una costante capillare verifica degli interessi e delle ricetti-
vità dei lettori.

Dall’epoca dell’incontro con gli editori al momento in cui esce
questo numero della rivista, l’iniziativa ha confermato il suo pieno suc-
cesso, al di là delle stesse previsioni. Oltre ventitrémila dipendenti,
pari al sessanta per cento della forza complessiva, hanno dato la loro
adesione alla collana di cui anche la stampa nazionale, la radio e la
televisione si sono largamente occupate, suscitando un vastissimo in-
teressamento dell’opinione pubblica. Ne fanno testimonianza le nu-
merose lettere pervenute con richieste di informazioni. Molti hanno
addirittura scritto per chiedere di abbonarsi alla collana: è evidente
che ciò non è possibile.

L’iniziativa non può che rimanere circoscritta, in questa prima fase
di esperienza, al personale dell’Italsider. Alcuni dei libri inseriti nella
collana, come il volume di Chabod, sono d’altra parte in vendita sul
normale mercato librario, mentre non è escluso, ed anzi è auspicabile,
che alcuni dei volumi realizzati appositamente per la collana vengano
successivamente ristampati per il pubblico normale, da normali editori.
Questo, in definitiva, è uno dei fini che la collana si propone di rag-
giungere: dar vita a libri fatti sulla misura di un pubblico nuovo,
sulla base di nuove e originali esperienze, decisi attorno ad un tavolo con
l’attiva partecipazione dei rappresentanti dei lettori ai quali sono diretti.



22

PROBLEMI E STRUTTURA DELL'INDUSTRIA IN UNO
STUDIO DI PASQUALE SARACENO

di Sergio Vaccà

È uscita la seconda edizione di un ampio studio che il professor Pas-
quale Saraceno, uno dei più noti ed apprezzati studiosi di economia e
tecnica dell'industria, ha dedicato ai principali problemi connessi con la
moderna produzione industriale.

“La produzione industriale” (Libreria Universitaria, Venezia) è
appunto il titolo dell’opera, che pur non essendo rivolta al grosso pubblico,
ma piuttosto agli studiosi della materia (si tratta infatti di una raccolta
di lezioni universitarie), ha il pregio di presentare l’argomento con singo-
lare chiarezza di impostazione e di esposizione.

Abbiamo chiesto al professor Sergio Vaccà, direttore dell’istituto ligure di
ricerche economiche e sociali, una breve introduzione all’opera. Egli si sofferma
a esaminare îl problema dei rapporti tra produzione e consumo, problema
che è, în definitiva, alla base di particolari fasi economiche quali quelle
che vanno sotto il nome di ‘‘congiuntura”. È questo un vocabolo che è en-
trato ormai nel linguaggio comune, dove ha assunto un significato negativo,
di sinistro spettro munito di falce e apportatore di calamità. Con il termine
“congiuntura” siamo soliti ormai giustificare e spiegare tutte le difficoltà
del momento.

Che cosa sia in realtà la ‘‘congiuntura’’ è spiegato in modo esem-
plarmente chiaro in un capitolo di questo libro del professor Saraceno,
che riproduciamo per gentile concessione dell’autore.

LA PRODUZIONE INDUSTRIALE DI PASQUALE SARACENO

I principali problemi connessi con la moderna produzione indu-
striale sono esaminati in questa opera del professor Pasquale Saraceno,
uno dei più noti ed apprezzati studiosi di economia e tecnica industriale.

In questa breve nota non possiamo posare la nostra attenzione su
tutti i temi toccati con rara competenza e originalità d’impostazione
dall’autore, (organizzazione del lavoro, finanziamento dell’impresa,
determinazione del salario, calcoli di convenienza, determinazione del
prezzo dei prodotti eccetera) pertanto, ci limiteremo a richiamare il
pensiero del Saraceno e a svolgere alcune nostre osservazioni su un
aspetto che ci sembra di essenziale momento, e sul quale è ormai d’ob-
bligo soffermarsi ogniqualvolta si riflette sul funzionamento del
nostro sistema economico: i rapporti fra sviluppo della produzione
industriale e quello dei consumi.

I rapporti fra produzione industriale e consumi si sono radicalmente
modificati in questi ultimi decenni in seguito all’avvento da un lato
della produzione di massa e dall’altro dei consumi di massa.

Lo sviluppo dei consumi di massa rappresenta, infatti, un nuovo
ed “rico” fenomeno della storia umana in quanto segna il passaggio
da una economia della povertà o rarità a quella dell'abbondanza. At-

traverso il corso della storia la povertà è stata la regola, l'abbondanza
e la ricchezza l’eccezione; le società furono chiamate “ricche”, “pro-
spere” quando le classi dominanti vivevano nell’abbondanza e nel
lusso; infatti nel passato, anche nei paesi più ricchi, la grande maggio-
ranza del popolo lottava per la sopravvivenza. Oggi, nelle economie
capitalistiche più progredite un minimo di nutrizione, una abitazione,
il vestiario, sono assicurati, se non a tutti, alla maggioranza: l'aumento
sostanziale del reddito medio per famiglia, unitamente ad un grande
cambiamento nella distribuzione del reddito, hanno determinato una
capacità di consumo da parte dei singoli individui, che si caratterizza
per la sua discrezionalità, in quanto utilizzabile da parte del singolo
consumatore nel modo che preferisce. In questo senso si può affer-
mare che, nell’èra dell’abbondanza, la libertà di scelta del consumatore
ha un’importanza che non aveva quando le esigenze elementari o
minime vitali dell’esistenza costringevano i singoli a spendere tutto
il loro reddito per consumi necessari ed indilazionabili, come quelli
della nutrizione, del vestiario, abitazione eccetera.

Va ancora sottolineato che con l'aumento del potere di acquisto
discrezionale dei consumatori, ovvero con l’aumento ed il moltipli-
carsi dei consumi, la stessa produzione industriale si è trovata ad af-
frontare problemi completamente nuovi, in quanto finché i consumi
erano modesti e del tutto determinati da esigenze necessarie o vitali,
non avevano sostanzialmente ragion d'essere le politiche delle aziende
produttrici intese ad influire sul comportamento, ovvero sulle scelte
dei consumatori (politiche pubblicitarie, politiche di differenziazione
dei prodotti eccetera). Come ha osservato il Galbraith «... un uomo
che ha fame non ha bisogno che gli altri (cioè i produttori) gli dicano
che gli occorre del cibo. Se egli è sotto lo stimolo dell’appetito si
cura ben poco di quel che dicono i produttori. Questi hanno un’in-
fluenza soltanto su coloro che sono talmente lontani dal bisogno fisico,
che non sanno neppure cosa vogliono... ».

Orbene, sul potere dei produttori di “indurre” i consumi, cioè
di condizionare o determinare le scelte dei consumatori, si è discusso
con particolare fervore in questi ultimi anni e in genere si è manife-
stata una certa convergenza nel senso di sottolineare che i produttori
sono sempre più in grado di imporre le loro produzioni. Su questo
primo aspetto dei rapporti fra produzione e consumi la posizione del
Saraceno — che sostanzialmente condividiamo (1) — ci sembra estre-
mamente più cauta e, aggiungiamo, più consapevole dei risultati delle
ricerche condotte in questi ultimi tempi specie da parte dei sociologi (2).

Osserva infatti il Saraceno che « con l’aumentare delle risorse dispo-
nibili per i consumi, accade che i bisogni che il consumatore esprime
in modo più spontaneo ed immediato possano essere in gran parte
soddisfatti. Dopo di ché i consumi addizionali che l’aumento del
reddito rende disponibili sono determinati da scelte che il consumatore
effettua sotto la pressione, spesso molto rilevante, di sollecitazioni
provenienti dal mondo della produzione. / processi mentali che dànno
luogo a tali scelte sono tutt'altro che chiari e pur quando fossero meglio noti,
ognuno vede la difficoltà di chiarire quali delle scelte fatte dal consumatore sono
prevalentemente autonome, quali sono determinate in modo decisivo dalle pres-
sioni dei produttori e quali, tra queste ultime, sono in contrasto con l’interesse
del consumatore ».

Esiste però un altro aspetto dei rapporti produzione industriale-con-
sumi, che assume un’importanza ancor più rilevante e sul quale anche
il Saraceno richiama l’attenzione. Con l’aumento dei consumi di mas-
sa, nei paesi ad alto reddito «il meccanismo di mercato tende infatti
a produrre una struttura dei consumi squilibrata nel senso che non
sono soddisfatti bisogni co/leftivi che nella situazione storica data tutti
giudicano essenziali (istruzione, abitazione, assistenza ospitaliera,
convivenza urbana ordinata eccetera) mentre quote ingenti del reddito
nazionale sono destinate a tipi di consumi che, pure per comune ri-
conoscimento, si vorrebbero posposti ai consumi pubblici non sod-
disfatti » (Saraceno, opera citata - pagina 47).

Vale senz’altro la pena di fare qualche rapida osservazione su questo
problema ‘di fondo dell'economia capitalistica)

In effetti, in un ordinamento di mercato, cioè in una economia
caratterizzata dal decentramento delle decisioni e quindi dalla preva-
lenza delle scelte dei singoli individui (siano essi imprenditori o con-
Sumatori) è inevitabile che i consumi individuali o privati finiscano

23

per essere più facilmente soddisfatti. Per evitare la prevalenza dei con-
sumi individuali a danno di quelli collettivi occorre un intervento da
parte dell’iniziativa pubblica, intervento che può garantire lo sviluppo dei
consumi collettivi, in quanto utilizza una quota del reddito nazionale dispo-
nibile sottratta alla discrezione dei singoli, mediante l’impostao ilprestito.

Con altre parole: le risorse esistenti in una data società non sem-
brano storicamente tali da garantire un equilibrio fra consumi indivi-
duali e collettivi, per cui insorge un conflitto che richiede, fra l’altro,
di definire quanta parte del reddito nazionale può e deve essere la-
sciata ai singoli e quanta invece trasferita allo stato.

Ora, per quanto neltempo si manifesti un progressivo aumento della
quota di reddito nazionale riservata o trasferita agli organi pubblici, rima-
ne il fatto che — come si è detto più sopra -- i consumi collettivi risul-
tano senza alcun dubbio sacrificati rispetto a quelli privati o individuali.

Come può essere spiegato questo fatto?

Secondo alcuni studiosi l’insoddisfacente sviluppo dei consumi
pubblici in una economia di mercato non sarebbe tanto dovuto al-
l'inadeguatezza del prelievo di reddito nazionale da parte dello stato,
ovvero all’eccessivo o comunque abbondante soddisfacimento di con-
sumi individuali, quanto al rifzz0 troppo modesto di sviluppo del sistema
economico (cioè al saggio insufficiente di crescita del reddito nazio-
nale). Secondo altri studiosi la ragione fondamentale dello squilibrio
fra consumi privati e collettivi andrebbe invece ricercata nell’elevato
e crescente consumo di reddito nazionale per scopi difensivi, da parte
dello stato. Infine, altri ancora osservano che non poco giuoca anche
il fatto che l’identificazione dei bisogni collettivi e più ancora delle
modalità per un loro adeguato soddisfacimento presenta difficoltà
obiettive, spesso insuperabili (si pensi, ad esempio, ai bisogni collet-
tivi che derivano dallo sviluppo dell’urbanesimo).

Ora, delle tre ragioni avanzate, l’ultima è senz’altro valida — anche
se non sufficiente —a spiegare l’insoddisfacente sviluppo dei consumi
collettivi.

La seconda ragione vale soprattutto con riferimento ad una eco-
nomia come quella statunitense in quanto — come ricordava di recente
il senatore democratico William Fulbright (3) — «il vero significato
della guerra fredda sta nell’inversione delle priorità, che fa sì che l’Ame-
rica si veda costretta a distogliere, a favore della difesa militare, enormi
ricchezze ed energie che potrebbero servire per costruire scuole, case
ed ospedali, per eliminare lo squallore che sta invadendo come una
lebbra città e strade, per combattere la povertà senza speranza che
affligge un quinto della popolazione in una società per altri versi opu-
lenta. La felicità pubblica è diventata così un lusso da rinviare al gior-
no remoto in cui saranno scomparsi i pericoli che oggi ci angustiano ».

A questo punto l’osservatore attento potrebbe porsi un altro in-
terrogativo: in assenza di questa distorsione per scopi militari, le ri-
sorse disponibili sarebbero effettivamente usate per soddisfare in più
larga misura i consumi collettivi? Interrogativo tutt’altro che trascu-
rabile e che a sua volta richiama il problema della funzione assolta
dalle spese militari o difensive per favorire e consentire lo sviluppo
dell'economia capitalistica.

Per quanto concerne infine la prima ragione addotta a giustifica-
zione dello squilibrio consumi privati-consumi collettivi, ci sembra
che essa offra il fianco a non poche riserve in quanto non tiene conto
che qualunque sia il saggio di crescita del reddito nazionale, l’economia
di mercato, se lasciata operare spontaneamente, cioè senza alcun in-
tervento correttivo di carattere pubblico, presenterà pur sempre —
come dimostrano anche le più recenti ricerche di sociologia e psico-
logia dei consumi — una dilatazione dei consumi individuali oltre un
certo limite incompatibile con l’impressionante sviluppo di quei bi-
sogni o esigenze che non possono essere soddisfatti se non in modo
collettivo o pubblico. Questa è in fondo “la sfida” che deve inevita-
bilmente accettare l’economia di mercato: se ad essa non si saprà ri-
spondere in modo soddisfacente l’avvenire dei sistemi occidentali si
presenterà quanto mai incerto.

1. Si veda îl quarto capitolo “ Pubblicità e struttura dei consumi’ del volume “I
rapporti industria-distribuzione nei mercati dei beni di consumo’ - Milano, 1963.
2. F. Alberoni: “Società dei consumi’ - Bologna, 1964.

3.J. W. Fulbright: “ Vecchi miti e nuove realtà’ - Milano, 1964.

24

LA CONGIUNTURA

Caratteristiche essenziali dell’ordinamento economico nel quale opera
l'azienda industriale di cui qui ci occupiamo, sono la proprietà privata
dei mezzi di produzione e l’impiego del lavoro mediante il contratto d’im-
piego. In questo ordinamento, è dei privati il controllo dei fondi investibili ;
da essi, infatti, sono di norma decisi e portati ad effetto gli atti economici
attraverso cui si attua l’azienda industriale, atti la cui convenienza è
determinata dal mercato, attraverso le variazioni, effettive 0 previste,
dei prezzi.

Alla base dell’ordinamento nel quale opera la nostra azienda vi è poi,
oltre all’appropriazione privata del profitto, la situazione di concorrenza
in cui essa deve operare, situazione che subordina il mantenimento e l’au-
mento del profitto ad un continuo incremento della produttività.

La necessità di continuamente mantenere l’impresa in una posizione
di concorrenzialità rispetto ad una folla di altre imprese libere di operare
nello stesso quadro, conferì un carattere di automaticità alla nuova fase
di sviluppo economica e sociale che si apre con l’avvento dell'industria e
fu lo strumento potente che, stimolando il progresso tecnico e sfruttandone
prontamente ogni possibilità, cambiò, a partire dalla seconda parte del
XVIII secolo, la faccia di una parte del mondo (che era però ben lontana
dall’esserne la parte maggiore) mentre pose la parte restante in un sistema
di rapporti e di fronte a problemi del tutto nuovi.

Nel corso della storia, tuttavia, questo tipo di meccanismo di sviluppo
non manifestò quel grado di automaticità che în astratto gli si poteva at-
tribuire ed anzi diede luogo a disfunzioni crescenti dimostrandosi sempre
meno capace, nella sua struttura originaria, di utilizzare prontamente,
in un processo di crescita equilibrata, tutti i fattori disponibili ;
orbene, questa continua riduzione nel grado di automaticità del meccanismo
di sviluppo in gran parte non è che il riflesso di quel progresso tecnico i
cui effetti abbiamo ora esaminato nei riguardi del comportamento del-
l’impresa industriale.

Per rendersi conto dei mutamenti determinati nel meccanismo di mer-
cato dall’avvento della macchina, basti ricordare che nell'economia prein-
dustriale, nella quale la produzione ha per oggetto quasi esclusivamente
beni di diretto consumo e si svolge in genere per soddisfare principalmente
bisogni dello stesso produttore o di ristrette cerchie sociali ricadenti nel
suo ambito, la vita economica, pur non potendo mai essere assolutamente
statica, si svolge molto lentamente ; gravi rotture di equilibrio, cioè delle
crisi, sî producono solo in relazione a specifici fatti esterni che, quali defi-
cienze di raccolti, guerre, epidemie, lotte politiche, invenzioni, scoperte di
nuove terre eccetera, intervengono ad alterare repentinamente l’esistente si-
stema di rapporti sociali ed economici ; alle crisi succedeva poi un pro-
cesso di assestamento, mediante il quale, con maggiori o con minori dif-
ficoltà, si ricostruiva una nuova situazione che non impropriamente si
poteva definire di normalità.

Con la rivoluzione industriale questo quadro cambia profondamente ;
specializzazione e meccanizzazione della produzione orientano l’attività
delle unità produttive prevalentemente verso lo scambio, con mercati spesso
lontani ; e ciò in primo luogo perché la produzione ha per oggetto per una
parte sempre più rilevante non più beni di consumo, ma beni strumentali,
oppure prodotti intermedi e semilavorati occorrenti per ottenere nel modo
più economico i beni di consumo richiesti ; în secondo luogo perché la ca-
pacità di produzione delle singole unità produttive diviene così rilevante,
anche in fatto di beni di consumo, da dover essere destinata al mercato
e spesso ad un vastissimo mercato e non più in prevalenza al soddisfaci-
mento dei bisogni dei produttori stessi o di comunità ricadenti nel loro
stretto ambito.

La struttura economica si fa quindi più complessa ; fatto questo che
non poteva restare senza conseguenze in un sistema economico nel quale
l’aggiustamento dell’offerta al consumo si effettua ad opera di una folla
di iniziative assunte in vista di un guadagno : il raggiungimento di un
equilibrio tra domanda di beni di consumo ed offerta dei beni stessi non
appare più come una semplice reazione svolgentesi tra due poli — consumo
da un lato e produzione di beni di consumo dall’altro — bensì come una serie
di reazioni che, in tempi successivi, si manifestano in due ordini di decisioni :

a) da un lato le decisioni di produrre, prese dai produttori di beni di
consumo e via via le decisioni conseguentemente prese dai produttori di
beni intermedi, di materie prime e di beni strumentali, produttori che devono
fornire i beni necessari per eseguire i processi ;



b) dall’altro le decisioni di consumo e di risparmio via via adottate
dai diversi gruppi di consumatori appartenenti ai singoli settori messi în
movimento dalle decisioni di cui al punto a).

Del fenomeno, molto complesso, basato su intricati movimenti di prezzi
e su delicati fenomenà monetari e bancari, si sono date e si dànno diverse
descrizioni e interpretazioni, le quali tutte in genere partono dalla consi-
derazione che investimenti e consumi tendono a svilupparsi e a deprimersi
secondo andamenti paralleli ; quando si consuma di più, si creano incentivi
a investire di più. Se invece i consumi diminuiscono, non solo diminuiscono
e anche cessano gli investimenti, ma addirittura si ritardano e si sospendono
i rinnovi degli impianti esistenti ; aumenti e riduzioni nel flusso degli inve-
stimenti a loro volta eccitano 0 deprimono i consumi dei ceti interessati
nella produzione dei beni strumentali con nuovi effetti sugli investimenti.

Si mettono così in movimento, sia in un senso che nell'altro delle forze
che allontanano anziché avvicinare ad una posizione di equilibrio, cioè
ad una posizione nella quale tutti i fattori disponibili sono occupati e i
prezzi sono stabili ; si ha così, ove si prescinda dagli altri elementi che pure
incidono sul procedere dell’economia, un alternarsi di spinte verso l’infla-
zione — cioè verso un eccesso di domanda rispetto ai fattori disponibili —
e verso la deflazione — cioè verso situazioni in cui crescenti aggregati di
fattori disponibili restano inutilizzati —; spinte che agiscono nello stesso
senso sul volume della produzione e sul livello dei prezzi, accentuandosi
per così dire da se stesse ; a motivo del modo di essere dell’apparato produt-
tivo e prescindendo da altri fatti influenti sull'andamento dell’economia,
viene così a determinarsi nella vita economica una successione di fasi al-
terne, un cero e proprio ritmo.

Se non vi fossero altri fenomeni, prezzi, profitti, produzione ed occu-
pazione tenderebbero quindi a percorrere insieme un ciclo passando per
fasi caratteristiche : prosperità, recessione, depressione, ripresa.

La depressione non appare quindi più, come la crisi di altri tempi,
un fatto straordinario, una deviazione della vita economica dalla norma-
lità ; nella età delle macchine e in un mondo economico governato dalla
libera iniziativa che persegue il profitto ed è mossa dal meccanismo dei
prezzi, la depressione si presenta come un fenomeno ricorrente e inevitabile
della vita economica.

Si potrebbe quindi essere indotti a pensare che l’idea di normalità
della vita economica vada respinta se intesa come uniformità del suo pro-
cedere, ma che possa essere accettata se intesa come una ritmica successione
di posizioni alterne attraverso cui il sistema tende continuamente verso
situazioni di equilibrio senza mai soffermarvisi ; in altri termini, la vita
economica presenterebbe un ritmo dotato di una sua periodicità e regolato
da proprie leggi così come accade ad esempio per le stagioni dell’anno e
per altri cicli naturali.

Il graduale emergere nel pensiero politico ed economico degli scorsi
decenni di una tale interpretazione della vita economica, l’òvvia deside-
rabilità di evitare una simile variabilità di situazioni, la constatazione
che gli strumenti tradizionali della politica economica non erano sufficienti
per conseguire un tale fine, tutto ciò diede luogo ad un fercido movimento
di elaborazione di nuovi tipi di politica economica intesi a prevenire e a
reprimere i fenomeni di instabilità ; dopo la depressione devastatrice degli
anni 1929 e seguenti, i paesi industrializzati, resisi conto del rischio cui
erano esposti di vedere inutilizzate ingenti forze di lavoro e larghe por-
zioni di capitale accumulato, si orientarono verso politiche intese a dare
stabilità al procedere della vita economica, sollecitando un aumento di
consumi e un rallentamento nella accumulazione di capitale în caso di
depressione e andamenti opposti nelle situazioni in cui la domanda ecceda
i fattori disponibili.

È questo il campo della politica cosiddetta congiunturale, cioè della
politica intesa a neutralizzare i fattori di instabilità che incessantemente
operano nel sistema economico e, per tal via, garantire il mantenimento di
situazioni di pieno impiego e di stabilità di prezzi.

Sennonché l’ormai pacifica acquisizione di nuovi strumenti di politica
economica non sta affatto a significare che la ciclicità è il modo di essere,
in questo nostro tempo, della normalità della vita economica ; naturalmente
se per ciclicità s'intende l’esistenza di un ritmo determinato dalle forze
espresse dallo stesso sistema, ritmo che la politica economica tenderebbe
poi ad impedire o almeno ad attenuare.
© Bisogna infatti risalire al periodo anteriore al 1929 per ritrovare an-
damenti ciclici che abbiano avuto modo di svolgersi compiutamente nelle



successive ed alterne fasi attraverso le quali il ciclo viene solitamente rap-
presentato ; proprio la crisi del 1929 si manifestò infatti con tale violenza
da legittimare il convincimento che il sistema economico, se lasciato a se
stesso, non troverebbe più, in caso di depressione, gli impulsi riequilibratori
necessari per invertire la tendenza depressiva e dar luogo ad un movimen-
to di ripresa.

Si deve invero osservare, in fatto di ciclicità, che se l'andamento ciclico
riflette i comportamenti delle imprese sul mercato e, a loro volta, questi
comportamenti mutano con il progredire delle tecniche, l'evolversi delle
strutture produttive determinato dal progresso tecnologico dà luogo a mu-
tamenti nelle caratteristiche di ciascun ciclo rispetto alle caratteristiche
del ciclo precedente ; ed în particolare, l’accentuarsi della meccanizzazione
e della specializzazione dell'apparato industriale, si riflette, a parità di
condizioni, in una maggiore violenza delle fluttuazioni.

È quindi possibile che, proprio quando negli anni successivi al 1929,
il pensiero politico ed economico, sulla base delle passate esperienze, andò
organizzandosi intorno al concetto di ciclicità della vita economica, questa
ciclicità fosse ormai superata, nel senso che il sistema, se investito da un
movimento di depressione, non sarebbe più in grado di riequilibrarsi per
forza propria ; ciò tanto più che dopo il 1929 il progresso tecnico si è ancor
più accelerato, le strutture produttive sono diventate ancor più rigide ;
e sono quindi ancor più mutati sia il comportamento degli operatori, sia,
in conseguenza, la natura del mercato. Sennonché, pecca ormai di eccessiva
astrattezza domandarsi che cosa sarebbe un mercato oggi, se ad esso par-
tecipassero soltanto, o in grande prevalenza, i normali operatori; dopo
il 1929, fenomeni di grande portata sono venuti ad inserirsi in questo mer-
cato : la preparazione della scorsa guerra, la guerra, la ricostruzione,
l’aiuto ai paesi sottosviluppati, la spesa pubblica per il riarmo, una potente
ondata di innovazioni tecnologiche ed organizzative.

Per effetto di tutto ciò sono divenute piuttosto oscure le determinanti
dell'andamento di fondo dei mercati attuali della produzione industriale.
Ritorneremo tra breve su questo argomento ; per ora, in fatto di fluttuazioni,
basti concludere che la vita economica presenta a volte delle situazioni
in cui i fattori disponibili risultano in parte inutilizzati, altra volta ap-
paiono scarsi rispetto alla domanda che se ne fa; ma sembra piuttosto
azzardato ritenere che tutto ciò sia la manifestazione di un'alternanza
di situazioni dotate di quel tanto di regolarità da legittimare la denomina-
zione di ciclo.

Questo sopravvenire, nel sistema economico, talvolta di mancamenti,
talvolta di accelerazioni eccessive rispetto ai fattori disponibili costituisce
la vicenda congiunturale ; ed apposite politiche, dette appunto congiuntu-
rali, hanno l’ufficio di prevenire o almeno di contrastare tali fenomeni.

La vita economica si presenta quindi come una successione tutt'altro
che ciclica di situazioni in cui sono în atto politiche tendenti a contenere spinte
inflazionistiche e situazioni in cui sono in atto politiche dirette a contrastare
tendenze deflazionistiche ; nell’un caso e nell’altro con vario successo.

Quanto alla natura sia delle variazioni congiunturali, sia delle poli-
tiehe che vorrebbero annullarle, va anche ricordato che non siamo in pre-
senza di mercati nazionali chiusi ; ogni mercato ha un certo grado di in-
serimento nell’economia internazionale ; e in questo nostro tempo, a dif-
ferenza di quanto accadde tra le due guerre, questo grado di inserimento
non fa che aumentare. L'andamento di ciascun mercato nazionale riflet-
terà quindi due ordini di fenomeni : quelli che trovano origine nel proprio
sistema produttivo e quelli invece che riflettono variazioni che avvengono
nel complesso dei mercati esteri con î quali un dato mercato nazionale è
in rapporto. E quanto più profondo è l'inserimento di una data economia
nel mercato internazionale, tanto più rilevante sarà il contraccolpo prodotto
dalle congiunture altrui ; e parimenti essa risentirà gli effetti delle politiche
congiunturali svolte dai paesi con î quali è in rapporto. E notisi che, a
seconda delle misure prese da un dato paese e della struttura dei rapporti
internazionali, la politica congiunturale di un paese talvolta attenua,
altra volta esalta le variazioni congiunturali dei paesi con i quali è eco-
nomicamente connesso. E ovviamente sarà dai paesi economicamente po-
tenti che si propagheranno gli effetti sia delle variazioni congiunturali,
sta delle misure che tendono a contrastarle ; e, in generale, per concludere
su questo aspetto internazionale del fenomeno congiunturale, avverrà che
quanto più grande è il rapporto tra volume del commercio internazionale
e volume complessivo della produzione e tanto più le variazioni congiun-
turali si presenteranno come fatto comune ad una molteplicità di paesi.



25

IL PROFESSOR SILVIO GOLZIO
NUOVO DIRETTORE GENERALE
DELL'IRI



Il professor Silvio Golzio è stato nominato direttore generale dell’ Istituto
per la Ricostruzione Industriale, con decreto del ministro per le parteci-
pazioni statali, su proposta del presidente dell’ IRI, sentito il consiglio di
amministrazione dell’ istituto.

Il nuovo direttore generale dell’ IRI proviene dalla STET, che è
la prima in ordine di tempo delle società finanziarie, costituita nell’ambito
dell'Istituto per la Ricostruzione Industriale per il settore telefonico. Alla
STET, di cui è stato presidente e amministratore delegato, Golzio ha re-
cato il contributo di una lunga esperienza di docente universitario e di
una intensa attività amministrativa svolta presso altre società del Gruppo :
dalla SIP (di cui è stato prima sindaco effettivo, poi consigliere di ammi-
nistrazione e successivamente condirettore generale, direttore generale e
presidente) alla Vizzola, del cui consiglio di amministrazione ha fatto
parte dall’esercizio 1954, alla ILTE, che ha presieduto dalla fondazione.

Silvio Golzio, nato a Torino nel 1909, è laureato in giurisprudenza e
în scienze politico-amministrative. Libero docente in statistica economica
nel 1933, fu poi incaricato di statistica delle aziende e degli affari presso
l'istituto superiore ‘Cesare Alfieri” di Firenze e, successivamente, di sta-
tistica metodologica nella facoltà di economia e commercio dell’università
di Torino. Presso la facoltà di agraria della stessa università fu incarica-
to di princìpi di economia e statistica.

Dall’anno accademico 1937-38 ad oggi (salvo l'interruzione della guerra
alla quale prese parte, fino alla deportazione in Germania, come capitano
di complemento di artiglieria) è incaricato di statistica nella facoltà di
giurisprudenza della stessa università di Torino, dove ha ricoperto anche
gli incarichi di insegnante di storia delle dottrine economiche e di scienza
delle finanze.

Tornato dalla deportazione in Germania, Silvio Golzio fu consigliere
comunale e assessore provinciale a Torino, nella giunta del CLN.

Rientrano nella sua intensa attività professionale la permanenza al
CIR (Comitato Interministeriale per la Ricostruzione) come capo del ser-
vizio studi dal 1947 al 1950 e l’apporto dato al consiglio superiore di sta-
tistica di cui è stato membro per un biennio.

AI professor Golzio, che da molti anni, come presidente dell’A.S.A.I.,
dedica il suo appassionato interesse ai probleni e allo sviluppo della
stampa aziendale italiana, la Rivista Italsider invia le felicitazioni più
vive e il più fervido augurio.

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LA SEDIA CAROLINGIA

di Adriano Peroni



Le pagine dei giornali, proprio quelle dedicate alla cronaca nera,
hanno dato popolarità ad un singolare oggetto prima noto solo agli
studiosi: una sedia pieghevole (in latino “sella plicatilis”) di ferro la-
vorato con decorazioni ad agemina, attribuita all’età carolingia.

Essa era esposta in una sala dei musei civici nel Castello Visconteo
di Pavia, fino alla notte tra il 26 e il 27 settembre scorso, quando ignoti
ladri, scalata dal fossato una finestra, l'avevano portata via senza la-
sciar traccia.

Avventuroso e misterioso il ricupero avvenuto a Genova, dove
la questura riusciva a rimettere le mani sulla preziosa sedia, abban-
donata da sconosciuti nel torrente Bisagno, dopo che un premio di
quattro milioni era stato offerto dal comune di Pavia a chi avesse
dato notizie utili a rientrarne in possesso.

Avventuroso era stato a suo tempo anche il primo ritrovamento.

Si scavava nel 1950 sul fondo del Ticino per la costruzione del
nuovo ponte coperto di Pavia, in sostituzione dell’antico in parte
distrutto dalla guerra. In una sacca argillosa, formata probabilmente
da gorghi d’acqua di remota origine, gli operai rinvennero monete
d’oro e di bronzo, monili e frammenti metallici lavorati. Mentre molti
oggetti preziosi appena venuti alla luce sparivano, come purtroppo
suole accadere in simili casi, nessuno diede importanza ad alcuni ferri
rugginosi, che furono consegnati alla direzione dei musei civici. Qui
si riconobbe e si ricompose la sedia, che, quanto alla struttura, è in
tutto simile alle sedie pieghevoli tuttora in commercio, ma con ac-
corgimenti e sottigliezze degne del più moderno “industrial design”,

RITROVATA A GENOVA

Un particolare dello snodo della “sella plicatilis”, dove si rileva
nella struttura razionale e nell’elegante ageminatura l’opera di
un artigianato raffinato,

mentre il restauro, condotto a cura della soprintendenza alle antichità
di Milano, svelava tutto un mondo di motivi decorativi: intrecci,
elementi stilizzati vegetali e zoomorfi, che ricoprivano tutte le super-
fici metalliche, salvo naturalmente le lacune dovute allo stato di ossi-
dazione dei materiali.

Il tipo della lavorazione è quello comunemente designato come
“agemina”, che consiste in una specie di intarsio — qui ricavato nel
ferro — mediante fili d’argento e d’oro, in modo da rendere vivace
lo stacco dei metalli più preziosi e lucenti sul fondo più scuro. Il vero
pregio è dunque nella lavorazione e nella qualità artistica, e non nei
materiali, come forse credevano gli autori del furto.

Nelle parti meglio conservate della sedia gli effetti di arabesco si
sviluppano su schemi geometrizzanti, ma senza pedanteria, anzi in
taluni punti con curiose anomalie. Abbiamo semplici quadrettature,
girali con foglie stilizzate, intrecci a nodi di varia forma, sottolineati
da tratteggio: motivi tutti che dal patrimonio ornamentale dell’arte
tardoantica erano passati nella ricca produzione orafa dei popoli bar-
barici, e poi in quella carolingia, dove pullulano nelle miniature dei
codici. Né mancano motivi di origine orientale, come quello dei due
animali fantastici araldicamente affrontati ai lati di un fiore.

Su questo complesso di spunti si sono basati gli studiosi per inse-
rire nella storia l’eccezionale reperto. Troppo scarsi sono infatti i
confronti diretti di cui disponiamo. Una rarissima “sella plicatilis”
militare romana, di cui abbiamo conoscenza solo attraverso vecchie
riproduzioni, e di cui non si sa l’attuale ubicazione, fu ritrovata vari





sopra: la sedia ritrovata nel Bisagno, qui nei locali della
questura di Genova. A sinistra, il professor Adriano Peroni,
direttore dei musei civici di Pavia.

a fianco: la “sella plicatilis” di Pavia, richiusa, vista lateral-
mente. Le bande di cuoio sono opera di restauro.

all’estrema destra: lo snodo centrale della sedia, visto la-
teralmente, con il prezioso lavoro di agemina.

decenni fa in Inghilterra. Giudicata con buon fondamento dell’epoca
di Nerone, essa ci fornisce un semplice ma convincente prototipo, a
corredo della ricca esemplificazione conservataci nelle figurazioni dei
rilievi e delle monete. Altri pochi esemplari, però assai semplici, e non
tutti in buone condizioni, si ritrovarono nella necropoli longobarda
di Nocera Umbra, e si trovano ora al museo nazionale dell’alto Medio-
evo a Roma. Il loro apparato ornamentale è più povero che nella
sedia di Pavia, ma tuttavia ricavato dallo stesso repertorio; né vi manca
un’iscrizione augurale in latino. L’unico seggio pieghevole compara-
bile per bontà di conservazione a quello pavese si trova al Victoria
and Albert Museum di Londra, ma anch’esso è più povero e mono-
tono nella decorazione, e di origine non ben chiarita.

Mentre dunque la “sella plicatilis” di Pavia si colloca nella tradi-
zione dei seggi dei magistrati civili e militari romani, tradizione conti-
nuata in Italia sicuramente anche presso i dominatori longobardi, la
decorazione sembra, per la complessità e la qualità dei motivi, meglio
ambientata verso la fine del dominio longobardo, o all’inizio di quello
carolingio. Non vi compaiono del resto temi di univoca importazione
germanica, mentre la stessa definizione di “carolingia” va intesa nel
giusto senso, piuttosto di indicazione cronologica che non di riferi-
mento alle più dirette manifestazioni della fforitura artistica che fa
capo alla corte di Carlo Magno.

Ma, se la figura quasi mitica dell’imperatore non può essere chia-
Mata in causa, come hanno fatto certi giornali, un po’ romanzesca-
mente, la suggestione del luogo del ritrovamento rimane viva, e non



27



del tutto a torto. Proprio a Pavia cadeva, nel 775, in circostanze dram-
matiche che ha reso famose il manzoniano “Adelchi”, il regno fondato
dai longobardi. La città rimaneva un centro importante come capi-
tale amministrativa, dove gli imperatori cingevano, in san Michele
Maggiore, la corona del regno italico. Così non è avventato pensare
che la “sella plicatilis”” di Pavia sia stata un seggio principesco, non
si sa se di un dignitario ecclesiastico, o di un’autorità civile. Per la
sua alta qualità uno studioso tedesco, Percy E. Schramm, trattando
delle insegne del potere imperiale, ha ampiamente parlato della sedia
di Pavia, accostandola al seggio in bronzo cosiddetto di Dagoberto,
che si trova al museo di Cluny a Parigi.

AI di là delle suggestioni pur valide della storia, e di quelle più
modeste e oggi più pungenti della cronaca (il nostro oggetto è uno
tra i più importanti tra le centinaia sparite per furto dai nostri musei
in questi ultimi anni; e anche sotto questo profilo è giusto sottolineare
il buon fine della vicenda), la sedia carolingia, quando potrà essere
riesposta in rinnovate condizioni di sicurezza nei musei pavesi, con-
tinuerà ad esercitare il suo fascino, e a sorprendere i visitatori. Così
vorremmo che tornasse ad essere guardata, nella sua giusta luce, come
opera di un artigianato raffinato, che perseguiva con pari impegno
l'ideale di una struttura semplice e razionale, riducendo le articola-
zioni in un unico snodo e collegandole in un insieme agevolmente
componibile, e, insieme, l’ esigenza di un fasto principesco, pur
lavorando su un materiale di fondo non facile, né di per se stesso
prezioso.

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GLI ULTIMI

ARTIGIANI DEL

di Luciano Rebuffo



L’industria ha ucciso l’artigianato. Nella civiltà delle macchine il
vecchio artigiano, il vecchio “maestro” non esiste più. Le macchine
hanno sostituito le mani degli artigiani col loro lento lavoro di pa-
zienza, di forza, di precisione, di specializzazione, di capacità artistica.

L’artigiano di un tempo antico, fiero del suo lavoro, unico esecu-
tore del “pezzo” è scomparso. Tutto questo si va dicendo, a volte
con nostalgia, a volte con fierezza osservando che in una società di
consumi sviluppata come l’attuale soltanto la produzione in serie as-
sicurata dalle macchine può far fronte alle esigenze. E anche questo
è vero.

Ciò non diminuisce la nostra nostalgia, forse un po’ romantica,
verso l’antico artigianato, così come l'automobile non ha cancellato
la nostra nostalgia verso il landeau e i tiri a quattro.

A cercar bene in alcuni angoli di provincia, come del resto in al-
cuni centri popolari di vecchie città (due esempi per tutti: Trastevere
a Roma e il quartiere Ballarò a Palermo), si può ritrovare qualche ar-
tigiano che ha ancòra l’amore per il suo lavoro, fatto a mano e in pezzi
unici, ma si tratta di lavori di pratica utilità che hanno perduto ogni
valore artistico. Vi è ad esempio il falegname che costruisce con la
sega, la pialla, la colla, l’impiallacciatura qualche mobile falso-antico;
vi è ancòra il maniscalco che ferra gli ultimi cavalli; vi è ancòra il ra-
maio che aggiusta le ultime pentole di metalio. Per quanto riguarda
il ferro ormai gli artigiani si limitano a lavori di serramenta o di
infissi. C'è quello che ripara una serratura, quello che costruisce una
chiave, quello che fa dei càrdini per le finestre eccetera; per quanto
tutto questo possa essere fornito anche dall’industria, cioè eseguito
in serie.

Quello che proprio si stenta a credere è che possano esistere dei
fabbri all’antica, cioè dei veri “magister fabrorum” che abbiano fatto
del ferro il proprio magistero e che lo lavorino come se fossimo an-
còra nell’epoca carolingia, con lo stesso amore, con gli stessi mezzi
tecnici, con gli stessi risultati. Eppure io ho trovato in un lembo di
provincia italiana due fabbri, padre e figlio, che potrebbero benissimo
aver lavorato, tali e quali, alla corte di Carlo Magno o presso un qual-
siasi signore feudale o, meglio ancora, presso una corte del Rinasci-
mento.

Le loro opere fanno pensare infatti a quei capolavori che ormai
si ammirano soltanto nei musei: serrature complicatissime come ordi-

FERRO

all'estrema sinistra: un portagioielli in ferro, ageminato in oro. È alto
dodici centimetri e largo otto. Pesa duecentocinquanta grammi, dei
quali cento sono di oro.

a fianco: l’artigiano-artista Mario Ferrari, nella sua bottega, mentre
sta lavorando ad una ringhiera per la villa Ottolenghi.

gni magici, oggetti lavorati con minuzia orientale, chiavi di tipo gotico,
oggetti ornamentali, anche piccolissimi, lavorati con la perizia del-
l’orafo.

Si tratta di Ernesto e Mario Ferrari, « specialisti nei ferri d’arte »
che abitano a Monterosso, una frazione di Acqui.

È tanto vero che essi sono antichi maestri-fabbri che hanno avuto
bisogno del loro mecenate, in questo caso il conte Ottolenghi il quale,
essendo nato qui a Monterosso, ha voluto tornarvi per costruire una
sua grande villa-museo e un mausoleo per i suoi maggiori e per sé.
È infatti dal lontano 1934 che il conte Ottolenghi ha iniziato i lavori
(vi è nella villa un bel balcone in bronzo realizzato da Toth, vi sono
opere scultoree di Martini) e ha assunto i suoi artisti del ferro cioè
i Ferrari.

Il padre, Ernesto Ferrari, nominato cavaliere al merito della re-
pubblica proprio per la sua abilità artistica e professionale, ha sempre
vissuto tra il ferro. È stato apprendista ad Alessandria, poi fabbro
scelto nelle migliori officine alessandrine, e quindi in guerra. Ma anche
qui ha avuto a che fare col suo lavoro. Infatti durante la prima guerra
mondiale fu capo-operaio nell’artiglieria alpina sul Cadore e sul Carso.
Nell’immediato dopoguerra fu fucinatore scelto nelle officine ferro-
viarie di Savigliano. Ma il suo amore per il ferro, per le possibilità
di questo umile e pur magnifico materiale, la sua smania di trarne
risultati di valore, lo condussero ben presto a rifiutare i lavori correnti
(quelli che rendono di più perché hanno un mercato) per dedicarsi
interamente all’arte fabbrile. Fu così che aprì una bottega d’arte in
ferro a Borgoratto ove fu realizzata una cancellata in ferro fucinato
che, nel 1940, fu risparmiata dalla raccolta obbligatoria di ferro per
espresso intervento dell’intendenza regionale alle belle arti.

Con il contratto con il conte Ottolenghi inizia per i Ferrari una
nuova attività: il padre è il maestro; il figlio, Mario, nato nel 1925,
lo segue dappresso, da prima con un severo apprendistato e poi con
una fattiva collaborazione.

Ernesto Ferrari è ora un uomo di canuto pelo, ma si presenta di-
ritto come un pioppo, sorridente, com'è tipico di questa dura razza
piemontese. Il figlio direi che ha un’aria più umile, più modesta. Ep-
pure i loro lavori nella tenuta Ottolenghi sono veramente di grandis-
simo rilievo. I Ferrari, come del resto gli antichi fabbri ai quali si ri-
chiamano con ingenuo e commovente amore (hanno dei libri illustrati



qui a fianco: una maniglia di ferro, agemina-
ta in argento, destinata alle porte di casa
Ottolenghi.

all’estrema destra: un oggetto interamente
in ferro: un serpente. Da notare l’accuratis-
simo lavoro di riproduzione della pelle, ese-
guito totalmente a mano e a caldo.



riguardanti l’arte ferrile nel Medioevo e nel Rinascimento e ad essi
si ispirano), hanno anche un simbolo proprio, che incidono a bulino
sul proprio lavoro. Si tratta di due rami di alloro che incorniciano
un’incudine, sovrastata da una croce e da alcune scintille. Essi mi
spiegano: «la croce è la fede nel lavoro, l’incudine è il simbolo del
mestiere, le scintille sono l'impegno e l’amore del fabbro, i rami di
alloro sono la gloria che verrà ».

Quando parlano del ferro (mi scusi la giovane moglie di Mario
Ferrari), pare che parlino di un amore: esaltati, commossi, felici, par-
lano del ferro che è un metallo « forte come noi » che scaldato alla
fiamma diventa malleabile ai colpi di martello e tornato freddo di-
venta inattaccabile. Parlano, gesticolando con la mano, della sensibi-
lità della martellata, del pezzo unico tirato a mano, della forma che
il duro metallo prende sotto i colpi del martello, della sua docilità nel
lavoro a bulino, della sua preziosità nel lavoro di intarsio che in questo
caso si chiama di ‘‘agemina”. Qui, nella loro officina, non ci sono
‘macchine ma soltanto una fucina, un’incudine, un tavolo da lavoro,
martelli, tenaglie, bulino; il processo di lavoro infatti si svolge tutto
a mano. Il ferro, arrivato qui in barre, subisce il lavoro del fuoco,
del martello, del bulino, dell’agemina. Tutto come un tempo, tutto
come all’epoca carolingia.

Per la villa essi hanno già realizzato opere grandiose, che purtroppo
non possiamo riprodurre in fotografia. Tutte le cancellate e i cancelli
di ingresso della villa sono stati costruiti pezzo per pezzo a mano,
da questi due artigiani; la grande porta in legno e ferro del garage,
con serrature e borchie multiple, di eccezionale bellezza fabbrile,
pesa due tonnellate. Così come i due portali destinati alla grande can-
tina privata della tenuta, tutti in ferro e legno con borchie di ferro,
del peso complessivo di tre tonnellate. A ciò va aggiunto un bellis-
simo tripode per pozzo (come usava in antico e si chiamava ‘ferro
da pozzo”), che sta nel parco-giardino della villa. Ma quello che è
incredibile, quello che oggi si stenterebbe a credere vero, è il grande
ed eccezionale portale del mausoleo, in ferro rame e nichel, che ha
richiesto ai due Ferrari il lavoro di cinque angi. Il portale pesa oltre
due tonnellate, è provvisto di sette chiusure, più alcuni dispositivi di
Sicurezza magistralmente nascosti nelle decorazioni. Si pensi per questi
a quei grandi meccanismi di chiusura dei castelli o delle cattedrali
tomaniche e gotiche che si trovano ormai di rado sul posto ma sol-

29





tanto in qualcuno dei più importanti musei del mondo. Il meccanismo
(i nostri lo chiamano giustamente ‘meccanismo leonardesco”) è
enorme e si muove con la precisione di un congegno ma è tutto
istoriato e lavorato alla maniera antica, con simboli geometrici,
animali, stemmi, il simbolo dei Ferrari naturalmente, eccetera. Le
borchie sono ben trecento, tutte cesellate a mano e tutte e quante
diverse l’una dall’altra. Oltre all’abilità del lavoro occorre anche una
bella fantasia.

Le due porte non poggiano su cuscinetti a sfere (ohibò!) ma, come
in antico, ruotano su càrdini di ferro esattamente calibrati nella loro
apposita base circolare. È tale la precisione del lavoro che il battente
si può aprire con la leggera spinta di un dito.

Oltre a questi lavori maggiori, naturalmente, i nostri artigiani
fanno anche piccolissimi lavori quasi in miniatura che dànno vita ad
oggetti ornamentali di una notevole bellezza, come ad esempio can-
delabri ageminati in oro, portagioie egualmente ageminate in oro, me-
daglie, scudi, bracciali sempre ageminati in oro o in argento. Il pro-
cesso seguito è esattamente quello che si osservava per la agemina delle
armature dal Quattrocento al Seicento.

Enumerare i premi ottenuti da questi maestri artigiani sarebbe
troppo lungo: vanno dalla mostra internazionale dell’artigianato a Fi-
renze alla mostra selettiva d’arte dell’ Angelicum di Milano. I diplomi,
i riconoscimenti, le medaglie sono tutti esposti al muro in questa
casa artigiana che contiene anche le opere di scultura in ferro eseguite
dai due Ferrari. Ricordiamo anche che tre crocifissi interamente in
ferro eseguiti in questa officina sono stati donati rispettivamente al
papa Pio XII, all’allora presidente della repubblica Luigi Einaudi e
all’allora presidente del consiglio Alcide De Gasperi. Nel cimitero di
Alessandria, nella cappella del commendator Volante, si trova un
grande Cristo in ferro opera appunto del cavalier Ernesto Ferrari.

Nell’officina dei Ferrari, piazzata in mezzo a queste dolci colline
piemontesi, ricoperte di vigne, pare di vivere veramente in un’altra
dimensione, in altri secoli, in altri tempi ormai lontani da noi, ormai
dimenticati dai contemporanei chiusi in quelle scatole moderne di
oggi che sono le automobili. Così con una certa emozione abbiamo
lasciato i nostri due artigiani che, con fede ferma e forse un po? inge-
nua, proseguono nei tempi dei missili e delle astronavi l’arte dei fab-
bri del Medioevo e del Rinascimento.

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FERRO IN CITTA

Siamo în un’epoca di rapidi consumi e di scarsi sentimentalismi. Le
cose, di cellofane, di plastica, di cartone, di latta sono fatte per durare
poco, un giorno, un'ora e poi si buttano via.

Tutto cambia rapidamente, il colore di un muro dura una stagione.
Certe opere d’arte sono fatte anch'esse per il rapido consumo : il materiale
è mobile, ed è tale che durerà un anno, forse due, forse tre. Poi si vedrà.

Le piccole, umili cose ci sfuggono : passiamo impazienti e veloci, con
l’automobile, e vediamo appena i cartelli indicatori.

Per colpirci l’occhio ci vuole il grattacielo Pirelli, o una grande scritta
al neon: Ma se riprendessimo l’abitudine di passeggiare lentamente per
vecchie stradine, dove ci sono ancora, e osservare attentamente con l’oc-
chio, vedremmo che molte cose durano e acquistano il fascino del tempo
passato, del tempo perduto.

Un mattone sbrecciato, un cuore inciso nel muro, un fiore che si è fatto
strada fra i mattoni. E altro ancora.



Ecco appunto un vecchio tombino di Boccadasse, a Genova. Si trova
lungo una ‘‘crosa” fatta di rossi mattoni, con un muricciuolo sbrecciato ;
sotto ruggisce, da sempre, il mare.

Quante persone saranno passate di qui, vicino al vecchio tombino :
pescatori con la cesta del pesce, donne forse ancora in costume; coppie
di innamorati ; e quante cose saranno finite nel vecchio tombino : pacchetti
di sigarette, scatole di cerini, lettere d’amore lacerate (chissà ?), un fiore
avvizzito nel calore della mano, e l’acqua che tutto trascina giù, l’acqua
di mille piogge, di cento temporali. Ma il vecchio tombino è rimasto, a
ricordarci la durata del materiale antico : è rimasto come un simbolo del
tempo perduto, col fascino del suo colore arrugginito, della ghisa corrosa
dal salino.

Sembra un Colla, o una composizione ‘‘pop’: è soltanto un vecchio
tombino di ghisa della vecchia Boccadasse.



LA PRODUZIONE

di Vincenzo Lacorazza



Museo di Castelvecchio in Verona, Una antica statua di mad
tua, come del resto tutto l’arredamento del museo, è stato curato dal professor Carlo Scarpa.

Carlo Scarpa vive adesso ad Asolo e si trova alle prese col
problema dell’arredamento del teatro Carlo Felice di Genova. Ho
chiesto notizie a Brombin, che lavora nella stessa mia ditta, e che è
stato un allievo del corso di ‘elementi della visione” tenuto da Scarpa
a Venezia. Sta facendo probabilmente i disegni del proscenio, quelli
della platea, quelli delle poltrone, quelli delle luci. Deve vedere se
questi disegni si intonano con l’ambiente e con quello che uno si aspet-
ta da un teatro di vecchia tradizione e di recente ristrutturazione.
Deve in altre parole cercare di armonizzare le esigenze di funzionalità
della rinnovata sala con quelle di rappresentanza. Se da una parte si
richiedono pareti che diano una buona acustica) e quindi il più possi-
bile sgombere, dall’altra bisognerà pure tener conto del “decoro” e
del prestigio di una sede come questa, che è difficile se non impos-
sibile arredare senza calcare un po’ la mano. Non sappiamo cosa farà,
certo che è una bella gatta da pelare. È da credere che non si accon-

3I

DI CARLO SCARPA



bino. Il to di

CE A

col b sta»

tenterà del velluto rosso, mettiamo. Vorrà un colore papavero, con
qualche sfumatura di giallo e un pizzico di bordeaux, come non se
ne fa più. Vorrà anzi senz’altro un colore che non si è mai fabbricato,
che non esiste neppure in natura, il colore ‘del cane che corre”, come
si dice. Avrà pensato di commissionarlo, di farlo fare da qualche spe-
rimentatore questo colore introvabile. Non c’è nessun gusto a pren-
dere le cose che si trovano già fatte, meno che mai in questo caso. Se
la buona società genovese scoprisse per ipotesi che il velluto rosso
del suo teatro è quello che si vende nel tale negozio e che costa tot al
metro, sarebbe un disastro, come quella volta che le due presidentesse
scoprirono di avere lo stesso cappello, con le stesse piume, dello stes-
so colore. Ci farebbe una figura barbina lui e ci farebbe una brutta
figura il teatro. Dopo averci pensato bene, dopo aver studiato la si-
tuazione, dopo aver provato e riprovato, avrà così deciso di non met-
tere affatto il velluto, né rosso né giallo. Chi sa, avrà chiesto un altro

32

RIRININIO

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Negozio Olivetti di Venezia, eseguito dal professor Carlo Scarpa. Sullo sfondo il can-
cello in ferro, a destra una scultura metallica di Viani.

po’ di tempo per pensarci su. La responsabilità è grande e i buoni
elettricisti sotto traccia, decoratori, tappezzieri che vuole lui si fanno
sempre più rari. Anche se ci sono, costano un occhio della testa. Am-
messo che ci siano non è detto che si trasferiscano volentieri a Ge-
nova. I buoni artigiani, come il buon vino, vanno presi dove nascono.
Non si possono mica portare a destra e a sinistra, sbattere qua e là
come la Coca-Cola, senza alterare il loro micro-clima, il livello di ren-
dimento. « Prendi quelli di Genova, allora » gli avranno detto. Sì,
glie ne avranno anche fatto conoscere qualcuno a Boccadasse. Non
possiamo a questo punto che interrompere le nostre supposizioni. È
certo comunque che avrà deciso di accettare questo incarico quando
s'era ormai fatto un quadro preciso, riempiendo il suo taccuino di
appunti. Il teatro Carlo Felice sarà forse sgombero come una cantina
all’interno 0, se non proprio come una cantina, trasparente come un
moderno ed efficiente museo. Vedremo. Scarpa i suoi capolavori li
fa sempre dopo un lungo studio. Ho raccontato questa storia per dire
che non vuole impegni, vuole essere libero, non di fare quello che

gli pare e piace — perché sarebbe un irresponsabile e invece è un
uomo serissimo, come il lettore può ben capire — ma di fare « quello

che gli ditta dentro », ben sapendo che non sempre gli impegni vanno
di pari passo con l’ispirazione.

Si comincia così a intravedere uno degli aspetti della sua perso-
nalità. Scarpa è più noto in un certo senso per quello che non ha fatto
che per quello che ha fatto. Mi spiego subito. Oggi si usa aprire gal-
lerie d’arte un po’ dappertutto, negli androni, nelle trattorie, nei cortili,
lasciando, se è possibile, un tronco d’albero in mezzo 0, come si vede
a Roma nella galleria ‘“Odyssia”, dei rami nella stanza. Si mette una
vetrata di un sol pezzo, si dà una bella passata di calce, si montano
delle luci trasportabili, si apprestano altri materiali di emergenza, come
stuoie, tubi, cementi a pronta presa, chiodi a espansione, di quelli
che usa Bonatti per scalare la Grande Jorasse, e la galleria è pronta
per tutte le tempeste.

Museo di Castelvecchio in Verona: l’ardita sistemazione della statua di Cangrande della
Scala.

A volte si ha l’impressione di trovarsi in una grotta di pescatori,
con le ragnatele e le nasse che l’artista ha dipinto nei quadri, a volte
sembra di essere nel fondo di una camera di decompressione, tanti
sono i treppiedi e le bombole che lo scultore ha piantato a terra. Sem-
pre queste gallerie promettono meno di quello che poi dànno, proprio
come le celle dei conventi. In realtà la regola di neutralizzare l’ambiente
che ospita il quadro o la scultura o l’oggetto ritrovato, si deve a Scar-
pa. Forse si usava già nelle anticamere, nelle sale d’aspetto, negli am-
bulatori. Scarpa l’ha portata però, sfruttando una certa atmosfera cli-
nica del dopoguerra, a un alto livello tecnico. I profilati e i giunti
in acciaio, ad esempio, impiegati come supporti o come “cornici” gli
hanno suggerito soluzioni dove chiaramente la mano artigiana si
sposa con l’esattezza del prodotto fatto a macchina. Si racconta che
all'occorrenza egli stesso si fa fabbro e saldatore per il piacere di ve-
dere uno spigolo netto come una scure o un segmento che splende
come un lingotto d’oro.

AI pari di tutti i grandi cesellatori Scarpa sa essere del resto anche
un guastatore, di quelli che all’occorrenza fanno tabula rasa non solo
del superfluo ma pure del contorno. Va ricordato qui il grande pan-
nello di ritagli di ferro, spezzato, contorto, acuminato, che si poteva
vedere nel padiglione del Veneto alla mostra delle regioni di «Italia 61».

Quando nel ’54 allestì la mostra di Mondrian nella galleria nazio-
nale d’arte moderna di Roma, avrebbe potuto strafare, essere tentato
dall’avvenimento davvero eccezionale, escogitare una qualche trovata
o messa in scena o spettacolo in concomitanza con l’architettura del-
l’edificio, che com’è noto rassomiglia più a uno stabilimento termale
che a un palazzo di esposizioni. Ci si poteva aspettare insomma che
cadesse in qualche “superba frascheria”, per dirla col suo conterraneo
Ippolito Nievo. Invece niente. Il fantasma tecnologico gli suggerì
ancora una volta di non ornare, di spogliare, di sgomberare il campo.
C'è di più. La data dell’inaugurazione era stata fissata, allorché si ap-
prese che i Mondrian sarebbero stati trattenuti in dogana per qualche





Palazzo Querini Stampalia di Venezia: un particolare della scala esterna.

altro giorno e che sarebbero attivati a Roma, a conti fatti, all’ultimo
momento. Come fare, come non fare? Occorreva almeno un quadro
per poter accertare ‘de visu” la bontà dell’idea di lasciare alla sala
quell’atmosfera di “lavori in corso” cara a Scarpa. Una mattina egli
arriva trafelato e indaffarato con una grande tela sotto il braccio, la
toglie dal giornale e la appende di fronte alla porta d’ingresso. Entra
la dottoressa Bucarelli, soprintendente alla galleria, scorge questa tela
e, esultante per l’anticipato arrivo, contrariata per non essere stata
avvertita, esclama:

« Ma bene, benissimo, veramente perfetto. Lo sa, professore, che ero
preoccupata? Dove sono gli altri quadri e quando sono arrivati? Avreste
dovuto immaginare la mia ansia ».

«Immaginar mi posso ben — risponde Scarpa. Ma non ho vi-
sto arrivare niente ancora ».
«E questo allora — fa la dottoressa. Non è un Mondrian? ».

« Signora no, è una tela che ho fatto io per vedere l’effetto. Mi pare
che va bene neh? ».

Mondrian sta bene dappertutto, mi direte. Però non è questo il
punto. Scarpa ha indicato in questa e in altre più impegnative
prove, come nel caso dei riordinamenti del civico museo Correr e
della biblioteca Querini Stampalia di Venezia, degli Uffizi di Firenze,
del museo nazionale palazzo Abbatellis di Palermo, del museo Poldi
Pezzoli di Milano, come andavano isolati certi capolavori e in che con-
testo architettonico-sociale andavano intesi. Gli ‘oggetti da museo”
hanno perduto qualche privilegio, i “capolavori” ne hanno acquistato
altri. È stato fatto qualche taglio, qualche “pezzo” è stato relegato
in cantina; ma altri “pezzi” sono stati riportati alla luce — secondo gli
interessi critici e la fortuna attuale dei loro autori naturalmente — sono
saliti sul piedistallo, hanno avuto l’aureola che mancava. Questa dei
musei è una materia piena di trabocchetti. Scarpa si è mosso in codesta
foresta di cornici, bassorilievi, predelle, olii, sanguigne, terrecotte,
marmi, con la delicatezza di un trovarobe e l’autorità di ùno stregone,





fat TRIS a sE Eu a i

Un'altra sala del museo di Castelvecchio in Verona.

Marco Polo novello, che un giorno compra la seta, un altro scopre
l’avorio, un terzo gusta le porcellane, e soldato della Serenissima in-
sieme, che sa in breve che un museo è un luogo irripetibile e che co-
me tale richiede “luci e suoni” eccezionali, festa e fatica, pizzichi e baci.

Così nel museo di Castelvecchio a Verona, dove la sistemazione
è ottenuta con supporti o altre costruzioni in ferro, nero, pulito, a
cominciare dalla scala d’ingresso.

Importante ricordare l’allestimento del negozio Olivetti in piazza
san Marco a Venezia, con l’originale portone tutto in strisce di ferro.

Scarpa ha fatto qualche mobile, alcuni soprammobili, ma poi ha
lasciato dissodare il campo dal figlio Tobia, limitandosi a firmare
qualche prototipo.

Vedo ogni giorno da un po’ di tempo una sedia disegnata da lui
per la società Mim di Roma. È una sedia molto solida, con le gambe
quadrate, come le gambe dei mobili di ferro che sostengono le grosse
macchine calcolatrici, ha sei chiodi che sembrano sei bottoni, tre da
un lato e tre dall’altro. Un oggetto fin troppo severo per i tempi che
corrono, non certo smontabile, quasi monastico, vagamente ortope-
dico. Dovrebbe costare centomila lire, se fosse messo in vendita, per-
ché ha richiesto un legno stagionatissimo, uno schienale curvato, una
inchiodatura speciale, un incastro laborioso e numerose altre rifiniture.
Una sedia che piace agli architetti e agli ingegneri, perché ricorda ai
primi il disegno fatto bene e ai secondi il manifesto apporto dell’offi-
cina.

Scarpa, come s’è accennato, non ama strafare, fa uno o due lavori
all'anno, preferibilmente dalle sue parti. Ha le lettere di Wright, il
grande architetto americano, di quando si doveva fare sul Canal Grande
il palazzetto di vetro. Wright volle conoscerlo, visitò il suo studio di
Rio Marin, vide un “vetro” di Murano fatto da Scarpa, gli piacque
tanto, lo prese con sé, finché tornato in America volle ricambiare
l'omaggio con un suo tavolo di. marmo durissimo, accompagnato
dalla dedica « A C.S., il più grande architetto italiano, il suo F.L.W. ».

34

NASCITA DEL TEATRO MODERNO

di Luciano Lucignani



Un bozzetto teatrale del pittore e scenografo italiano Enrico Prampolini (1925).

4. IL:..PROLOGO DEL CAOS: DA IBSEN A PIRANDELLO

1. Cechov non aveva simpatia per Ibsen; alle prove de L’anitra
selvatica lo scrittore russo s’annoiava, lo racconta Stanislavskij nella
sua autobiografia. « Ibsen non conosce la vita » diceva Cechov « nella
vita non succede così ». Quando l’attore Orlenev andò a Jalta a reci-
tare Speztri, Cechov lo vide e ne scrisse alla moglie in questi termini:
« Ho visto Orlenev negli Speztri di Ibsen. Lavoro scadente, recitazione
mediocre, da filibustiere ». Probabilmente sull’atteggiamento di Cechov
influirono le rappresentazioni ibseniane date dal teatro d’arte di Mosca
che non dovevano essere un modello di interpretazione; Stanislavskij
confessa che il simbolismo teatrale di Ibsen non fu mai uno dei punti
di forza del repertorio del teatro d’arte. Mejerchold afferma che la
messinscena dei drammi di Ibsen incoraggiava, in quel teatro, « certi
esperimenti », i quali poi consistevano nel cercare di ravvivare i « dia-
loghi noiosi » con alcune azioni, come il fare i pasti, pulire le stanze,
preparare le valigie eccetera. All’ inizio di Hedda Gabler, per esempio,
durante la scena fra ‘Tesman e sua zia, dice Mejerchold, veniva servita
la colazione, e ciò che rimase più impresso nella mente del regista russo
fu l’abilità dell’attore che, mangiando, riusciva a recitare, ma non riuscì
a seguire bene l’azione e l’esposizione del dramma. Questi effetti natu-
ralistici davano molto fastidio a Cechov perché sembra che soprattutto
al teatro d’arte usassero seminarne dovunque nelle sue commedie:
rumori di campagna, gracidio di rane, abbaiare di cani, frinire di cica-
le eccetera; il Gabbiano, per esempio, ne era zeppo, ed è noto che Cechov
se ne indignò: « Che succederebbe » rispose ad un attore che ingenua-
mente era andato a confidargli alcuni particolari della messinscena « se
in un quadro nel quale sono raffigurati dei volti si tagliasse il naso a
uno di questi, sostituendolo con un naso vero? Il nase sarebbe natu-
ralistico, ma il quadro risulterebbe rovinato ». Esiste però un’altra

ragione, assai più motivata, dell’incomprensione di Cechov per Ibsen,
ed è questa: tecnicamente, l’uno è l’opposto dell’altro, impressionistico
Cechov, tendente, se mai, all’espressionismo il secondo; la pièce-bien-
faite, della quale Ibsen si servì, utilizzandone la struttura per la maggior
parte dei suoi grandi drammi, ebbe da Cechov proprio il suo colpo
mortale. Noi possiamo dire, ancora oggi, che con Ibsen inizia il teatro
moderno, perché il suo tema, la crisi dell’individuo nella società bor-
ghese, è ancora il nostro; ma non per questo dobbiamo tacere il debito
che, anche da un punto di vista formale (ma certo non solo da quello),
abbiamo nei confronti di Cechov. Fu lui ad inaugurare il racconto
« senza principio né fine » e, nel dramma, a sperimentare quella « forma
aperta » di cui attualmente tanto si discute; il suo teatro trionfa delle
più solide convenzioni, e proprio usando i procedimenti più antisce-
nici che (apparentemente) sia dato immaginare. La concentrazione li-
rica che, la si chiami « atmosfera » o « stato d’animo », resta la nota
più originale del teatro di Cechov, è un risultato che lo scrittore rag-
giunge indirettamente, non tanto attraverso le azioni e le parole dei
personaggi, quanto, si direbbe, attraverso l’eco che di quelle parole
e di quelle azioni ci giunge. In Ibsen sembra che il conflitto sia resti-
tuito nei termini classici della lotta dell’eroe con le forze misteriose e
inafferrabili alle quali egli dovrà infine soggiacere: ma un esame più
attento ci rivelerà che il dramma non consiste tanto nella rappresen-
tazione di questa collisione e della sua motivazione, ma piuttosto nella
rivelazione, tragica perché senza possibilità di salvezza, d’una colpa
già passata in giudicato. Più che d’un processo, insomma, si tratta di
una sentenza già emessa e della quale tuttavia vengono chiariti all’im-
putato (ché tale è l’eroe ibseniano, fin dalla prima scena), tutti i parti-
colari. Un ulteriore sviluppo di questa rivelazione tragica è quella,



Il drammaturgo russo Konstantin S. Stanislavskij nel 1888. —Cechov legge “Il gabbiano” agli attori

ancora più enigmatica fino a sembrare assurda, che Kafka illustra nel
suo romanzo // processo. Anche per Cechov il conflitto risulta prece-
dente al dramma, ma con questa differenza: che i suoi personaggi
sembrano non averne coscienza, se non a tratti; essi sono come dei
prigionieri, la loro stessa nozione del tempo è quella tipica di coloro
per i quali appunto il presente non ha alcun senso, è solamente il logico,

o meglio il naturale intermezzo fra un passato che si può anche rimpian-

gere e un futuro sul quale è forse possibile ancora illudersi. La vita,

insomma, non è azione, ma memoria e speranza di azioni, passate e

future; il presente esiste solo come posto d'osservazione di questi due

momenti, e ciò affiora, di tanto in tanto, alla coscienza dei personaggi.

Ecco la reciproca confessione di Vanja e di Astrov, nell’ultimo atto

di Zio Vanja:

VANJA — Dammi qualche cosa. Dio mio, ho compiuto quarantasette anni. Se vivrò
fino ai sessanta mi restano altri tredici anni. Che farò? Come li colmerò? Ah,
cerca di capirmi (stringe convulsamente la mano di Astrov). Cerca di capirmi. Se
questi anni che mi rimangono io li potessi vivere in un modo diverso nuovo;
se mi potessi svegliare in una mattina chiara, tranquilla, e sentire che ho co-

minciato una nuova vita, che tutto il passato si è dissolto come fumo. (Piange)
Cominciare una vita nuova; dimmi, dimmi, come potrò ricominciarla?

Asrrov — (con rabbia) Smettila! Che vita nuova vuoi cercare? La nostra sorte, la
tua, come la mia, è senza speranza.

VANJA — Sì?

Asrrov - Ne sono più che convinto!

7 . . . .

VANJA - Dammi qualche cosa. (Si mette /a mano sul cuore) Qui brucia!

Asrrov — (Quasi gridando) Finiscila. (Poî, con tono più dolce) Quelli che verranno
dopo di noi, fra cento, duecento anni, e che ci disprezzeranno, perché abbiamo
condotto una vita senza senso e senza gusto, quelli forse sapranno essere felici,
Ma noi... noi non abbiamo che una sola speranza: che quando saremo nella
nostra tomba ci vengano a visitare delle visioni, piacevoli magari... (sospira)



35



del teatro d’arte di Mosca, Alla sua destra, è Stanislavskij.

SÌ, amico mio, in questa nostra provincia vi erano due soli uomini intelligenti
e per bene; eravamo tu ed io; ma in soli dieci anni questa gretta vita provinciale
ci ha rovinati, ci ha avvelenato il sangue. Così siamo diventati degli esseri vol-
gari, come tutti gli altri.

Proiettati nel futuro o nel passato gli eroi di Cechov trascorrono
il presente a contemplarsi, a giustificare o esaltare il loro destino, a
entusiasmarsi o a compiangersi, ma ciò a cui più tengono è che il
mondo, un giorno, abbia di loro un’immagine nobile, li riconosca,
se non quali furono, quali almeno avrebbero potuto essere. Ecco come
termina Tre sorelle:

(Le tre sorelle sono în piedi, strette l’una all'altra)

Mascia — Senti la banda, come suona! Ci lasciano, uno se n’è andato davvero, per
sempre, noi restiamo sole, a ricominciare la vita... Bisogna vivere... Bisogna
vivere...

Irina — (i/ capo poggiato al seno di Olga) Si saprà un giorno, il perché di tutto questo;
il perché di tante sofferenze. Non ci saranno più misteri, un giorno, ma intanto,
bisogna vivere... lavorare, e poi lavorare! Domani me ne andrò via sola, andrò
in una scuola a insegnare, e dedicherò la mia vita a chi forse ne ha bisogno...
Adesso è autunno, fra poco verrà l’inverno, coprirà tutto di neve, ma io lavo-
rerò, lavorerò...

OLGA — (abbraccia le altre due sorelle) Com'è allegra, vivace, la musica, e come si ha
voglia di vivere! Dio mio! Un giorno ce ne andremo anche noi, per sempre,
ci dimenticheranno, dimenticheranno come eravamo fatte, le nostre vci, quan-
te eravamo, ma le nostre sofferenze prepareranno la gioia di quelli che verranno,
la felicità e la pace regneranno sul mondo, e i vivi di allora ci saranno grati,
rivolgeranno un pensiero ai vivi di oggi. Oh, sorelle care, non è finita, la nostra
vita! Vivremo! La banda suona allegra festosa e sembra che da un momento
all’altro sapremo perché viviamo, perché soffriamo... Poterlo sapere, poterlo
sapere:

Un americano, Francis Fergusson, ha avvicinato la poesia dram-
matica di Cechov a quella del Purgatorio di Dante (il paragone è fatto

36



Il grande letterato russo Maksim Gorkij.

con l’ultimo dramma cechoviano, // giardino dei ciliegi, ma è chiaro che
tocca l’intera sua opera); tema comune ai due autori sarebbe, per Fer-
gusson, la «sofferenza del mutamento », che si esprime in accenti
d’una nostalgica, ma serena, disperazione, in quella poesia del tramonto
che Dante raccoglie nell'immagine leopardiana con cui s’apre l'VIII
canto del Purgatorio (e che Fergusson cita):

« Era già l’ora che volge il desio... ».

2. L’arte del Novecento è caratterizzata dal rifiuto della realtà feno-
menica e storica, e, al tempo stesso, dal tentativo di recuperarla ed
esprimerla attraverso la sua consapevole deformazione. La crisi del
romanzo psicologico è l’aspetto più evidente di questo nuovo corso
dell’arte: da Stendhal a Tolstoi la psicologia era stato il tramite che
aveva legato in un rapporto antitetico soggetto e oggetto, individuo
e società, intimità e mondo esterno, io e non-io (per esempio, // sosia
di Dostojevskij). Ma con Proust questo rapporto risulta già modifi
cato radicalmente, nel senso che il mondo esterno acquista significato
solo nell’esperienza psichica e quindi la realtà diventa contenuto della
coscienza. Joyce acutizza ancora il processo: al posto del fluire degli
eventi viene messo il fluire dei pensieri, delle associazioni di idee: nel-
I’ Ulisse che, come si sa, racconta le peregrinazioni di Leopold Bloom
per le strade e i locali di Dublino, per un intero giorno, dal mattino
fino a notte inoltrata, il vero eroe del romanzo è appunto questo giorno
della vita d’una metropoli. Abolita insomma la trama, il romanzo ora
fa a meno anche del protagonista: il concetto del tempo introdotto
dalla filosofia di Bergson, che Proust interpreta come “durata” degli
stati psichici, per cui il presente contiene il passato ed è, al tempo
stesso, partecipe del futuro, è spinto da Joyce fino all’estrema relati-

Il famoso poeta russo Vladimir V. Majakovskij (il terzo da sinistra) insieme ad alcuni amici nel 1930.

vità di spazio e di tempo, alla simultaneità dei contenuti della coscienza.
Perciò, da un punto di vista formale, il suo romanzo si presenta come
un continuo monologo interiore, un’opera in formazione: l’ultimo ca-
pitolo dell’ Ulisse rinuncia anche ai segni di interpunzione. Dissolu-
zione del mondo e dissoluzione dell’uomo sono, del resto, i temi di
tutti i maggiori romanzi della prima metà del nostro sccolo: A//a ricer-
ca del tempo perduto e Ulisse sono stati composti quasi nello stesso pe-
riodo, fra il 1913 e il 22; La coscienza di Zeno, di Svevo è del 23, La
montagna incantata di Mann e // processo di Kafka sono del 24, / falsari
di Gide è del 25 e la prima parte de L'uomo senza qualità di Musil del
31. Né questa liquidazione della realtà è una prerogativa del romanzo:
la lotta contro i mezzi espressivi convenzionali si manifesta in pittura
con il rifiuto, cosciente e premeditato, della figura (Picasso), e nella
musica con la soppressione della melodia e della tonalità (Strawinskij,
Schénberg); in poesia vengono abbandonati sia il sentimento che la
perfezione dell'immagine (Rimbaud, T. S. Eliot). La reazione all’og-
gettività naturalistica si manifesta in una serie di scuole e tendenze che
usiamo indicare, nel loro complesso, con il termine di “avanguardia”
(costruttivismo, cubismo, dadaismo, espressionismo, futurismo, sur-
realismo) e malgrado alcune diversità di indirizzo e le relative polemi-
che, esse affondano tutte le radici nell’inconscio, nell’irrazionale, nel-
nell’automatismo e nel sogno. A teatro queste esperienze acquistano
a volte una minore evidenza, per la natura stessa della tecnica del dram-
ma, fondata sull’azione e sulla parola; ma i kazmzzerspiele (drammi da
camera) di Strindberg, per esempio, che in apparenza sono il maximum
del naturalismo, sono invece già un modo di portare in scena un mon-
do allucinato, una visione metafisica che poi costituiranno il modello
della drammaturgia espressionista. Gli eroi di Strindberg sono fantasmi





Il regista russo Vsèvolod Mejerchold (a destra) insieme a Aleksandr Golovin.

(uno di questi kazzerspiele s'intitola appunto La sonata dei fantasmi,
ed è un capolavoro del teatro moderno), simboli che si agitano nevro-
ticamente davanti a uno scenario il cui aspetto esterio:e è quello d’un
luogo reale una casa una strada un giardino, mentre il clima che vi si
respira appare quello dell’incubo, della follia, dell’oltretomba, e i per-
sonaggi rivelano la loro essenza simbolica fin nei nomi che li distin-
guono, la Donna, il Vecchio, lo Straniero, la Signora in nero, il Morto
eccetera. Questo caos apocalittico annunciato da Strindberg diviene, con
gli espressionisti, l’atmosfera naturale del dramma: nella Germania
della disfatta, pittori, poeti e drammaturghi innalzano la bandiera di
questo nuovo St und Drang: Strindberg e Wedekind, come Do-
stojevskij e Buchner sono i loro profeti, il loro “messaggio” è l’inci-
tamento ad uno stato programmatico di rivolta, la loro tecnica è l’anar-
chia stilistica, riflesso di quella spirituale. Il protagonista dell’ Zucendio
al teatro dell’opera di Kaiser (1919) è un certo Signor X, in Uozzo massa
di Toller (1919) appaiono, accanto ai personaggi veri e propri, « figure
della visione », e, dice l’autore, alcuni quadri sono avvolti «in un’ir-
reale atmosfera di sogno »; Karl Kraus, infine, con G%i wltizi giorni
dell’umanità inaugura addirittura una specie di tragedia da science-fiction,
che si conclude con il totale dissolvimento del mondo da parte dei
marziani. Da questo diluvio espressionista non si salva apparentemente
nulla, almeno sulla scena; nella realtà che gli espressionisti avevano
rifiutato e schetnito, si salvarono invece Hitler e la borghesia degli
Junkers, e l’incitamento allo stato di rivolta programmatico si conclude
con la vittoria dell’ordine celebrata con i sinistri bagliori delle fiamme
nelle quali bruciano le opere dei nuovi eretici. In Germania, come in
Russia, l'avanguardia ha affrontato la prova del fuoco; la violenza del-
la lotta politica e sociale l’ha obbligata ad assumere una posizione, e

Il poeta e drammaturgo spagnuolo Garcia Lorca.

bisogna riconoscere che, salvo rari casi, essa non ha esitato nella sua
scelta. Ma il suo impegno non le evita una sconfitta clamorosa e bru-
ciante, e il paradosso (ma fino a un certo punto) è che essa sia avvenuta
per ragioni apparentemente opposte: in Germania perché l’espressio-
nismo era considerato un movimento rivoluzionario, in Russia perché
futurismo, cubismo e costruttivismo furono giudicati controrivoluzio-
nari. Da Berlino fuggono Brecht e Piscator, Toller e Kaiser; da Mosca
giunge la notizia che Majakovskij si è suicidato e che Mejerchold è
stato deportato in Siberia. Nel resto d’Europa l’ordine appare assai
meno in pericolo e la borghesia lascia che i propri intellettuali giochino
con le parole e con le idee (ma al momento opportuno, o li recupera,
come è accaduto a Cocteau, finito accademico, o li esclude definitiva-
mente, come è stato per Artaud, chiuso in manicomio). L’avanguardia,
ha scritto Roland Barthes, non è altro che un modo di cantare la morte
borghese, ma non può spingersi tanto avanti da concepire la parola
funebre che esprima il passaggio da una società chiusa ad una società
aperta.

Il teatro nasce in Pirandello spontaneamente: il suo mondo, ancor
prima di esplicarsi sul palcoscenico ha già il carattere d’una « rappre-
sentazione » accentrata intorno ad un insanabile conflitto. I suoi eroi,
siano dei drammi che delle novelle o dei romanzi, sono tutti dei “pupi”,
come è detto nel Berretto a sonagli, e se ne vanno in giro a “recitare la
loro parte”, accettano una finzione tanto per essere “qualcuno”, per
avere uno stato civile; e portano con loro la condanna a vedersi vivere,
pubblicamente, davanti a tutti, denudati fino all’intimità (questo tema
della ‘nudità’ torna continuamente in Pirandello, anche nei titoli
delle sue opere, La via nuda, Vestire gli ignudi, Maschere nude eccetera).

38



Il celebre serittore e drammaturgo italiano Luigi
Pirandello.

Per quesio il dramma che più compiutamente ci dà l’immagine di
Pirandello è quello dove il teatro è, al tempo stesso, tema e allegoria:
Sei personaggi în cerca d’autore. Qui l’idealismo di Pirandello raggiunge
la sua espressione più coerente: contro una realtà così ambigua da
poter essere continuamente messa in discussione (come egli stesso aveva
detto in Così è se vi pare), pone la concreta certezza della verità arti-
stica, del prodotto della fantasìa, sottratto a tutie le leggi del vivere
quotidiano, vivo, perciò, immutabile ed eterno. L'opposizione fra
mondo reale e mondo fantastico si ripete in Ewrico ZV, dove al mondo
dell’arte si sostituisce quello, altrettanto fisso, della storia. Anche in
Enrico IV c’è rappresentazione e messinscena (la regalità, la sala del
trono, i valletti, il saio da penitente), e anche qui il conflitto s’accende
tra finzione e realtà quotidiana. Il futuro nel quale cercano di prender
vita i sei personaggi equivale al passato nel quale si rifugia Enrico IV,
alla realtà della fantasìa si sostituisce la realtà della storia, due modi
per evadere dal presente, da quella che per Pirandello è la « volubile
esistenza » di tutti i giorni, per rifiutarsi di credere (è ancora Piran-
dello a dichiararlo, nella prefazione ai Sei personaggi) « che l’unica ra-
gione della nostra vita sia tutta in un tormento che ci pare ingiusto e
inesplicabile ». Ciò che siamo per noi, e ciò che sembriamo per gli
altri, ecco il fondamentale contrasto espresso da Pirandello: da questa
lacerazione dell’essere umano, la necessità di riconoscersi una masche-
ra, di assumere un abito convenzionale, un segno perenne, e di accet-
tare una finzione come comportamento ufficiale riconoscibile e palese,
strumento della sola possibile ‘comunicazione’ con gli altri. Questa
necessità è così violentemente sentita da Pirandello che i suoi perso-

Una scena di “Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello, nell’edizione curata a Parigi

da Pitoeff nel 1923.



Il profilo di Erwin Piscator proiettato sulla scena di “Hopplà, noi viviamo!” di Toller (1927).

naggi non solo accettano questa maschera che altri hanno deciso per
loro ma paradossalmente finiscono per pretenderla, nell’illusione (che
l’autore vede come tale) di mutare così la loro sconfitta in vittoria,
di distinguersi in qualche modo nell’universo burocratico nel quale
paiono confinati.

4. Ibsen, Cechov, Strindberg, gli espressionisti, Pirandello: ecco i
testimoni venuti a deporre tra la fine del secolo scorso e i primi de-
cenni del nostro, sulla scena, intorno a quella che il filosofo Huizinga
ha chiamato la « crisi della civiltà »: non sono testimonianze decisive,
circostanziate e illuminanti quali avremmo desiderato che fossero; ma
non dobbiamo incolparne il teatro, esso non è uno specchio fuori
del mondo, estraneo alla società, ma un suo prodotto e come tale
non può non riflettere in modo parziale, allusivo, frammentario e
tendenzioso una realtà così complessa da lasciare perplessi non solo
gli scrittori, ma anche i filosofi e i sociologhi, gli scienziati e i ministri
del culto. Non «crisi del teatro » dunque, ma piuttosto « teatro della
crisi ». In questo senso Pirandello è un autore, oggi, estremamente
attuale, e tutto ciò che è stato detto dopo di lui è in lui già implicito,
previsto o intuito; sulla sua strada, s'intende, che è quella della deca-
denza (la drammaturgia epica, dialettica di Brecht, checché se ne dica,
gli è estranea): e tanto l’inferno esistenzialista di Sartre (A porze chiuse),
quanto il mondo assurdo e grottesco della seconda avanguardia (Ione-
sco, Adamov, Genet, ma soprattutto Beckett), sono compresi nell’al-
lucinato, disperato e tragicomico carnevale composto dalle sue ‘“ma-
schere nude”.



LA FORMAZIONE
INDUSTRIALI

Alcuni saggi sulla formazione del personale nelle aziende industriali,
raccolti a cura dell’ IRI in un volume pubblicato dall'editore Vallecchi,
sono stati presentati il 18 febbraio a Roma durante una ‘‘tavola rotonda”
alla quale hanno partecipato il presidente dell’ IRI professor Giuseppe
Petrilli, il direttore centrale dell’ istituto preposto al servizio problemi
del lavoro e amministratore delegato dell’ IFAP (IRI - Formazione Ad-
destramento Professionale) dottor Giuseppe Glisenti, il professor Aldo
Visalberghi, titolare della cattedra di pedagogia nell’università di Roma,
il professor Bertrand Schwartz, direttore in Francia dell’ “Ecole nationale
superieure de la metallurgie et des industries de mines”. Petrilli ha scritto
la prefazione al volume e Glisenti l'introduzione generale ; un saggio di
Visalberghi è pubblicato nella seconda parte del volume dedicato ai pro-
blemi della formazione professionale, mentre Schwartz, che è anche di-
rettore in Francia del centro universitario di cooperazione economica e
sociale e dell’istituto nazionale per la formazione degli adulti, illustra,
nella terza parte del libro, l’esperienza francese in materia di formazione
professionale nelle aziende industriali. Il volume comprende anche saggi
di Pasquale Saraceno, Piero Bontadini, Giuseppe di Rita, Gino Marti-
noli, Matteo Vita e l’illustrazione di esperienze fatte, oltre che in Francia,
in Inghilterra e in Svizzera.

Alla presentazione dell’opera hanno assistito dirigenti delle finanziarie
e delle società a partecipazione diretta del gruppo IRI, oltre a un folto
gruppo di rappresentanti della stampa quotidiana, periodica e sindacale.

L'iniziativa di raccogliere in volume gli scritti di eminenti studiosi
dei problemi della formazione professionale conferma l’interesse dell’ IRI
per questi problemi, interesse già provato dall’attività svolta per formare

39

DEL PERSONALE NELLE AZIENDE



A Roma il 18 febbraio, alla tavola rotonda sul tema “La formazione del personale
nelle aziende”, sono intervenuti (nella foto da sinistra): il dottor Giuseppe Glisenti,

il professor Silvio Golzio, il professor Gi

e il professor Aldo Visalberghi.

Petrilli, il professor Bertrand Schwartz

PP

giovani lavoratori, riqualificare adulti, preparare tecnici e dirigenti.
Ecco qui una sintesi dei vari interventi degli oratori che hanno preso
la parola per presentare il libro.
Prof. Giuseppe Petrilli: ha affermato che nel campo della formazione
professionale «si giuoca in larga misura il nostro avvenire». Egli ha poi
ricordato gli obiettivi fissati dal progetto di programmazione nel campo
della occupazione, il quale prevede che la occupazione del personale gene-
rico diminuirà entro il 1981 del 70 per cento mentre aumenterà del 90
per cento il personale qualificato, del 130 per cento il personale intermedio
inferiore, del 130 per cento il personale intermedio superiore e del 115
per cento il numero dei dirigenti e dei quadri superiori. Per realizzare
la parte di questi obiettivi di competenza del prossimo quinquennio si deve
ipotizzare il reclutamento aggiuntivo di 118 000 docenti, dei quali 70 000
laureati e 10 000 fra professori e assistenti universitari. Ciò significa al-
l’incirca il raddoppio nei posti in organico per professori e assistenti univer-
sitari per ogni grado. Se si tiene conto — ha aggiunto Petrilli — che l’in-
dustria recluta il personale destinato alle carriere direttive press'a poco
nello stesso àmbito in cui l'università recluta i propri assistenti si intra-
vede il rischio di una concorrenza dannosa fra università e industria,
a meno che non intervengano mezzi e forze in supplenza dei fattori carenti.
In questa situazione, mentre la scuola sta già predisponendo il proprio
programma di emergenza (“piano Gui”), l'industria deve supplire alle
temporanee deficienze della scuola con programmi flessibili in modo da
poter abbandonare e trasformare questi programmi quando la scuola ab-
bia pronti gli strumenti normali di intervento. L'industria deve anche
sperimentare metodi e contenuti di formazione adatti alle esigenze della

40

moderna economia e offrire alla scuola questa esperienza per i suoi pro-
grammi futuri ; nello stesso tempo deve controllare l’adeguatezza dei con-
tenuti formativi della scuola rispetto alle esigenze della vita economica.
D'altra parte una trasformazione strutturale della occupazione quale
quella ipotizzata dal ‘piano di programmazione economica nazionale”
non si opera solo attraverso la scuola : la “‘riqualificazione’’ del personale
non qualificato e la “promozione” del personale già qualificato verso man-
sioni superiori, la formazione di dirigenti necessitano di un enorme sforzo
interno alle attività industriali, una vera e propria riconversione del fattore
umano, che s'accompagna alla riconversione tecnica e organizzativa delle
aziende. "i

Successivamente, Petrilli ha detto che “l’integrazione” fra scuola e
industria deve diventare un modo permanente di operare della società
italiana come lo è per le società economicamente progredite. Perciò sup-
plenza, sperimentazione e controllo sui mezzi e contenuti educativi di-
ventano funzioni permanenti dell’attività industriale moderna.

«Se non ci fosse già oggi — ha concluso il presidente dell’ IRI — una

attività di supplenza dell’industria di fronte allo squilibrio tra immediate
esigenze della economia produttiva e lacune quantitative del sistema sco-
lastico ; se non ci sarà fin dai prossimi anni un impegno di collaborazione
permanente fra industria e scuola nel senso indicato non si potranno in
alcun modo attingere gli obiettivi indicati nel progetto di programmazione
economica nazionale, come il progetto stesso riconosce. Questo giustifica
l’impegno dell’ IRI, ente di diritto pubblico, e delle sue aziende in questo
campo ».
Prof. Aldo Visalberghi: l'azienda industriale non può sostituirsi alla
scuola per fornire ai giovani la formazione di base, deve riconoscere come
propri in modo tassativo ed inequivoco compiti di qualificazione e riqua-
lificazione specifica alle diverse mansioni e di promozione interna del
lavoro. In questo campo — ha aggiunto — moltissimo c’è da fare in Italia,
particolarmente nel momento in cui ci si appresta a riorganizzare l’intero
settore scolastico tecnico professionale. Comunque ciò non significa che
le aziende non debbano e non possano offrire opportunità varie di forma-
zione culturale più ampia ai propri dipendenti, in tutte quelle forme di
impiego del tempo libero e di organizzazione di centri culturali che le
più progredite tra esse hanno già cominciato da tempo. L’azienda può
promuovere, inoltre, istituzioni scolastiche parificate, non come scuole
di fabbrica in senso stretto, ma come istituti che forniscono titolo e qua-
lificazione valida su scala nazionale. L’ Italsider a Genova-Cornigliano
ha creato ad esempio un istituto professionale - sezione siderurgica.

Il professor Visalberghi ha anche parlato di altre forme di azione

culturale e formativa aggiungendo che molte di esse sono state adottate
e sperimentate dall’ IRI (attività dell’ IFAP per la formazione e l’adde-
stramento professionale e progetto Iard-Sud promosso a Taranto per in-
dividuare i giovani più dotati e poi assisterli durante tutta la carriera
scolastica). In questi casi — ha concluso l’oratore — l’azienda non pre-
tende di essere essa stessa un fattore in formazione, ma si pone su di un
piano pubblicistico e mette la sua esperienza e le sue capacità organizza-
tive al servizio della collettività.
Prof. Bertrand Schwartz: ha illustrato le esperienze francesi nel campo
della formazione degli adulti. Dopo aver ricordato le origini delle inizia-
tive intese a facilitare la promozione sociale, che rientrano in Francia
nella tradizione, in quanto i primi corsi del ‘‘Conservatoire national des
arts et métiers” risalgono agli inizi dell'Ottocento, ha accennato ai vari
provvedimenti legislativi che regolano la materia nel suo paese.



Il comitato direttivo e i collaboratori della Rivista
Italsider esprimono al dottor Gian Lupo Osti, che ha
lasciato la nostra società per assumere la direzione
generale della Terni, il loro ringraziamento per il
contributo da lui dato a questa pubblicazione e l’au-
gurio più fervido di buon lavoro nel nuovo incarico.











La legge del 31 luglio 1959 sulla promozione sociale ha stabilito i
limiti in cui vanno sviluppate le iniziative di promozione in quanto pro-
mozione professionale e promozione superiore. Essa prevede una serie di
provvedimenti che incoraggiano queste promozioni e costituito, presso la
presidenza del consiglio, un comitato di coordinamento della promozione
sociale nel quale sono rappresentati i ministeri interessati e le organizza-
zioni sindacali, padronali, agricole e artigianali. Una legge del 28 dicem-
bre 1959 la integra nel senso che mira a favorire la formazione economica
e sociale dei lavoratori che svolgono attività sindacali (promozione
collettiva).

L'applicazione di questi testi è resa possibile dal decreto del 29 maggio
1961 che istituisce un ‘Fondo nazionale della promozione sociale’ col
proposito di incoraggiare iniziative sperimentali e di studio; un altro
decreto, che reca la stessa data, istituisce presso la presidenza del consiglio
un delegato generale per la promozione sociale. Il comitato di coordina-
mento e la delegazione generale sono in condizione, grazie alla dotazione
del fondo, di svolgere la loro funzione di stimolo e di collegamento.

Infine, come previsto dalla legge del 31 luglio 1959, le iniziative locali
sono decentrate e coordinate dai vari ‘‘comitati dipartimentali e regionali
di coordinamento della promozione sociale”.

Questi diversi provvedimenti legislativi si inquadrano in un complesso
di disposizioni mirante a far sì che tutti possano servirsi dei mezzi di pro-
mozione e accedere alle diverse forme di istruzione. \

Descritti i vari tipi di formazione prevalentemente professionale, 0
tecnica oppure basata sulla cultura generale, l’oratore ha concluso sotto-
lineando l’importanza che oggi si annette in Francia all’aspetto “globale”
della formazione.

La formazione degli adulti deve poter assolvere alle esigenze delle pro-
fessioni (non solo di quelle di oggi ma anche di quelle future) e alle esigenze

di cultura degli adulti. Per rispondere a questi imperativi, bisogna che

diventi continua e sistematica : di qui la necessità di nuove strutture, alle
quali in Francia si sta lavorando.

Il dottor Giuseppe Glisenti ha illustrato l’azione del gruppo IRI nel
campo della formazione professionale, azione caratterizzata dall’impegno

finanziario (undici miliardi di investimenti al 31 dicembre 1964 e due ‘

miliardi annui per spese di gestione), dalla costituzione di una unità or-

ganizzativa per la programmazione dell'attività di formazione di operai,

tecnici, quadri superiori e dirigenti e dalla strettissima collaborazione
delle aziende nella formazione e adattamento continuo dei programmi
di formazione.

L'attività dell’ IRI per la formazione professionale — ha proseguito
il dottor Glisenti — si articola in corsi per operai, în corsi per tecnici in-
termedi e tecnici superiori, in attività per i dirigenti. Con i corsi per gli
operai che si svolgono nei centri IFAP (tre funzionanti in edifici apposi-
tamente costruiti, due funzionanti in sedi provvisorie ed uno in costruzione)
vengono preparati nei mestieri dei settori meccanico, siderurgico, cantieri-
stico, chimico, elettrico, telefonico ed armatoriale circa I 200 giovani
in corsi di durata biennale e circa 3 500-4 000 adulti in corsi accelerati
di durata semestrale. Per i tecnici intermedi l’ IRI ha in programma l’or-

ganizzazione di corsi che cominceranno quest'anno, mentre per i tecnici.

superiori si svolgono già appositi corsi a Milano, Napoli, Genova e Ta-
ranto. Nel quadriennio 1965-68 si prevede la formazione complessiva di
350 tecnici superiori neo-diplomati.

Per i quadri dirigenti, l’ IRI organizza corsi di perfezionamento e di
preparazione alle funzioni direttive ai quali hanno partecipato fino ad
oggi 600 dipendenti delle aziende del Gruppo. Corsi particolari di tecniche
speciali della direzione sono organizzati, poi, per funzionari che devono
perfezionarsi soprattutto nella conoscenza di determinate tecniche diret-
tive di settore aziendale.

Infine, illustrando il volume “La formazione del personale nelle azien-
de industriali”, il dottor Glisenti ha detto che altre volte in Italia i pro-
blemi esaminati nell’opera sono stati affrontati e trattati in convegni di
studio, riviste specializzate, dibattiti. Tuttavia — ha aggiunto — è forse
questa la prima volta che studiosi delle diverse discipline interessate allo
studio dei fenomeni dello sviluppo industriale (economisti, pedagogisti,
tecnici dell’organizzazione, sociologi) collaborano insieme ad un’opera
destinata al vasto pubblico e confrontano le loro esperienze intellettuali
con le esperienze operative di coloro che si occupano direttamente di for-
mazione del personale nelle aziende o all’interno di grandi gruppi industriali.

















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