Rivista Italsider, n. 4, 1963
Contenuto
- Tipologia
- Periodico a stampa
- Descrizione
-
In copertina: "Linee-luce" - opera moltiplicata - acciaio 56 x 56 - di Getulio.
Seconda di copertina: lattina per olio litografata.
Terza di copertina: vecchio barattolo di latta per il tè giapponese.
Quarta di copertina: cappello da jolly. Insegna di un negozio di Londra in lamiera di ferro.
Immagini in evidenza:
- Un'immagine di Piombino oggi. Il centro siderurgico dispone attualmente di tre altiforni capaci di produrre complessivamente oltre un milione di tonnellate di ghisa (p. 7)
- La prima fase di laminazione a caldo ha luogo sotto i potentissimi cilindri del treno blooming sbozzatore che può trasformare in bramme lingotti fino a 30 tonnellate di peso (p. 10)
- Una tipica lattina litografata di gusto liberty (p. 12)
- Lattina dell'olio con sopra la sofisticata "bella" di moda fra il 1920 e il 1930 (p. 14)
- La nave a vapore, simbolo del progresso che non poteva non trovare posto nella iconografia delle lattine d'olio (p. 15)
- Ciò che resta di un affresco di squisita bellezza, che in parte ha conservato gli smaglianti colori originali, la cui iconografia ci indica l'arcangelo Raffaele mentre riconduce a casa Tobia (p. 18)
- Un tornio settecentesco per la lavorazione delle lenti (p. 23)
- La grande sfera armillare dorata, o planetario tolemaico, costruita da Antonio Santucci di Pomarance dal 1588 al 1593 (p. 26)
Sommario:
- La tradizione di Piombino, p. 3
- Come nasce un nastro di acciaio, p. 8
- A colori sulla banda stagnata, p. 12
- Cento anni di acciaio Martin, p. 16
- Affreschi sotto una fabbrica, p. 18
- Che cos'è la sicurezza sociale, p. 20
- Un magnifico museo fiorentino, p. 23
- L'automazione dei dati aziendali, p. 27
- I gerghi tecnici, p. 34 - Data testuale
- 1963 agosto- settembre
- Consistenza
- pp. 36
- Stato di conservazione
- Buono
- Soggetto produttore
-
Ilva - Italsider (1897 - 1986)
- Identificativo
- PER.000354/17
- Archivio, fondo o serie di appartenenza
-
PERIODICIVedi tutti i contenuti con questo valore
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RIVISTA ITALSIDERVedi tutti i contenuti con questo valore
- Collocazione
- Emeroteca
- contenuto
-
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la copertina: “linee-luce 4t A” - opera molti-
plicata - acciaio 56x56 - di Getulio.
2° di copertina: lattina per olio litografata.
Come si vede dallo stile del disegno, fu pro-
dotta intorno agli “anni venti” e si trova
tuttora nell’ archivio della ditta Renzetti di
Oneglia, alla quale è dedicato un articolo in
questo numero.
3° di copertina: vecchio barattolo di latta per
il tè giapponese, tuttora in uso presso la
confetteria Pietro Romanengo di Genova.
4° di copertina: cappello da jolly. Insegna di
un negozio di Londra in lamiera di ferro. La
fotografia è stata eseguita dal dottor Filippo
Martino, dell’Italsider di "Taranto.
RIVISTA ITALSIDER bimestrale d’informa-
zione aziendale per il personale dell’Italsider
Anno IV - n. 4 - agosto - settembre
comitato di direzione : Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese
direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del ‘Tribunale di Genova
n° 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV
SOMMARIO
La tradizione di Piombino pag. 3
Come nasce un nastro di acciaio »
A colori sulla banda stagnata » 12
Cento anni di acciaio Martin » 16
Affreschi sotto una fabbrica » 18
Che cos'è la sicurezza sociale » 20
Un magnifico museo fiorentino » 23
L’automazione dei dati aziendali » 27
I gerghi tecnici » 34
Getulio è nato nel 1939 ad Udine. Dal 1960 si interessa a problemi di arte visuale e svolge attività grafica. Le
sue opere, basate su lince-luce, sono state esposte in importanti mostre personali da Lubiana ad Amsterdam,
da Zagabria ad Ulm, da Klagenfurt a Trieste ed in numerose mostre di gruppo tenute tra l’altro a Rotterdam,
Amsterdam, Berlino, Francoforte, Formosa e Zagabria. Ha partecipato anche alle mostre di arte program-
mata tenute a Venezia, Roma, Trieste e Diisseldorf. La nostra copertina è costituita da quattro fotografie della
stessa opera, prese da punti diversi. Si tratta infatti di una superficie di acciaio sulla quale si muovono delle
linee-luce a seconda della posizione che assume lo spettatore. Getulio stesso scrive delle proprie opere: « linee
- luce = avvenimento visuale. Avvenimento visuale che si identifica attraverso matrici metalliche, ognuna
delle quali è completamente autonoma. Gli oggetti potrebbero essere uno, cento, fossero mille vorrebbe dire
che potrebbero essere tutti insieme a disposizione contemporaneamente di mille spettatori ognuno dei quali
ne avrebbe uno da esplorare; e tutti questi potrebbero essere uguali che ognuno vedrebbe senz’altro differenti
immagini luce. La superficie muta continuamente a seconda della posizione degli angoli visuali e genera
immagini sempre diverse; l’oggetto non è inerte e rifiuta la contemplazione, è anzi qualche cosa che supera
lo stesso spettatore sfuggendo ai suoi tentativi di composizione ordinaria, e cambia fisicamente, anzi è insita
in esso questa molteplicità fisica ». A proposito di queste opere, il critico Apollonio ha scritto: « le prove del-
l’arte cinetica, dell’arte in movimento, dell’arte programmata, sono il risultato di lavori di gruppo o di equipe
dove la tecnica si trasforma in sostanza fantastica, né automatismo né casualità di sorta vi sono ammessi, né
alcuna maniera mimetica ». Quello che ci preme rilevare è che con superfici metalliche Getulio ottiene ri-
sultati artistici giocando esclusivamente sulla rifrazione della luce e sullo spostamento dello spettatore. Rea-
lizza così una perfetta fusione fra arte e tecnica, fra artista e spettatore, trasformando delle componenti tecniche
in risultati artistici.
Un convegno C.E.C.A.
sulla zona di Piombino
L’attuale situazione economico-sociale della zona di Piombino e l’individuazione delle sue
prospettive di sviluppo hanno costituito il tema di un convegno di studio che si è tenuto a Punta
Ala, nei giorni 16 e 17 settembre, per iniziativa dell'alta autorità della Comunità Europea del
Carbone e dell’ Acciaio.
Il governo italiano era rappresentato dal ministro per l’industria ed il commercio on. Togni,
la C.E.C.A. dal signor Roger Reynaud, membro dell’alta autorità e dal direttore per î problemi
del lavoro e della riconversione, signor Vinck.
Erano inoltre presenti esponenti di numerosi enti ed organismi interessati alla zona di Piom-
bino, tra cui il presidente della camera di commercio di Livorno, comm. Ardisson, il dr. Bobba,
direttore generale dell'ufficio economico della C.E.E., l’avv. Morlino, presidente dell'Ente Ma-
remma, l'ing. Gurgian, amministratore delegato della Magona d’Italia, e il sindaco di Piombino,
signor Giovannelli. Erano pure presenti i rappresentanti delle organizzazioni sindacali CISL,
CGIL, UIL.
Per la Finsider ha partecipato ai lavori il vice presidente conte Carafa d’ Andria.
Da parte sua l’Italsider non poteva mancare di portare al raduno il proprio contributo, non
soltanto per l'interesse che essa logicamente nutre verso i problemi di una città a cui è legata
da oltre mezzo secolo, ma anche perché, come vedremo, la particolare posizione che lo stabi-
limento Italsider occupa a Piombino, e il carattere mono-industriale della città che ne con-
segue, hanno costituito il punto centrale del dibattito.
Per la nostra società erano presenti l'amministratore delegato, dr. Redaelli, il direttore gene-
rale dr. Osti, il direttore centrale avv. Einaudi, il vice direttore centrale dr. Genuardi e il diret-
tore dello stabilimento di Piombino, ing. Adani, che ha svolto la relazione Italsider.
Nel porgere il saluto ai convenuti, il rappresentante della Finsider ha sottolineato l'interesse
che la capogruppo per le aziende siderurgiche I.R.I. porta all'esame di ogni problema di svi-
luppo delle zone in cui operano le unità produttive che al Gruppo fanno capo. È un interesse
che dimostra come la Finsider non si preoccupi esclusivamente di produzioni ma anche in pari
grado di vedere ogni espansione produttiva nel quadro più ampio di un armonico sviluppo dal
punto di vista economico e sociale delle aree sedi di propri impianti siderurgici.
Da parte sua il dr. Redaelli ha espresso l'augurio che i lavori del convegno non costituissero
soltanto un contributo a chiarire î problemi che si presentano a Piombino in questo momento di
particolare importanza per il suo sviluppo ma fornisse anche utili direttive e concrete prospet-
tive per i vari enti pubblici e privati che operano in tale zona.
Il ministro Togni, portando il saluto del governo, ha inquadrato il programma di sviluppo di
tutta la provincia di Livorno sottolineando la necessità che l'espansione industriale risolva anche
altri problemi tra cui quello agricolo e dell’istruzione.
Monsieur Reynaud ha messo in rilievo l’inte-
resse della C.E.C.A. per l'iniziativa di riunire i
dati di base sui quali potrà proseguire lo sviluppo
della regione piombinese. Egli ha aggiunto che per
Piombino non si tratta di porre rimedio alle con-
seguenze di una evoluzione economica sfavore-
vole, ma di preparare, in uno spirito di colla-
borazione di tutti gli enti e le categorie interes-
sate, un avvenire ancora più prospero su sane
basi economiche.
Tema dei lavori era lo studio sulla zona di
Piombino, elaborato dalla Somea di Milano
(Società per la Matematica e l'Economia Appli-
cate) per incarico della C.E.C.A.
L'interesse dell’incontro era accentuato dal
fatto che l’alta autorità della C.E.C.A. — che
già tanti contributi ha portato alla conoscenza
dei problemi dello sviluppo regionale e della
riconversione — si sforzava di trasferire la
sua azione dal piano teorico e conoscitivo a
quello operativo.
Altro, e forse maggiore, motivo d’interesse
era costituito dalla particolare situazione della
zona piombinese : la sua economia, in primo luogo,
come giustamente era posto in rilievo nello studio
della Somea, è tipicamente mono-industriale, es-
sendo caratterizzata în modo principalissimo dalla
presenza del grande complesso siderurgico del-
l’Italsider ; inoltre, al momento attuale, non
sono constatabili elementi di crisi — come di
solito avviene nei casi în cui si pone il problema
dello sviluppo regionale — ma, semmai, il pro-
blema appare rovesciato, per l’importanza che
assume l’ampliamento in corso del centro side-
rurgico e per il connesso sviluppo della comunità
e delle sue strutture che esso implica. Queste
circostanze hanno pertanto fatto assumere un
rilievo preminente alla questione fondamentale
se un grande complesso industriale sia capace
di costituire da solo il catalizzatore delle po-
tenziali capacità economiche di una regione,
permettendo l'insorgere di un meccanismo auto-
nomo di sviluppo. La risposta negativa a tale
quesito, come vedremo, ha a sua volta posto
il problema degli interventi complementari ne-
cessari per il raggiungimento dello sviluppo
equilibrato nella prosperità. Sono state soprat-
tutto le due relazioni del signor Vinck e del di-
rettore del nostro stabilimento di Piombino,
ing. Adani, — la prima mantenuta su un piano
maggiormente teorico, la seconda arricchita dai
richiami concreti di programmi dell’Italsider a
Piombino ed ai problemi che essa incontra nella
sua azione — che hanno permesso di centrare i
termini del problema.
Sono indubbi i benefici implicati dalla pre-
senza di un grande complesso industriale come
quello dell’Italsider : l'afflusso di una grande
massa salariale e l'espansione dei consumi che
ne consegue, lo sviluppo della già esistente men-
talità industriale verso tecniche organizzative
e di relazioni umane sempre più moderne, le
possibilità di sviluppo offerte ad iniziative col-
legate alla produzione e all’utilizzazione di
prodotti dello stabilimento.
Tuttavia sarebbe un errore contare unica-
mente sulla grande industria come unica fonte
costante di vita economica della zona. Entrambi
i relatori hanno al contrario insistito sul fatto,
dimostrabile in linea teorica e confermato sul
piano dell’esperienza, che la presenza di una gran-
de industria, se gli effetti automatici indotti non
sono integrati da altri accorgimenti, non è in gra-
do di porre in moto un meccanismo moltiplicatore.
D'altra parte, il ricordato carattere mono-
industriale dell'economia piombinese comporta
anche alcune difficoltà e alcuni elementi sfavo-
revoli. Un primo è costituito dall’eccessivo le-
game di tutta l’economia della regione alla vita
dell’impresa principale.
Inoltre la particolare struttura dell’occupa-
sione implicata da un centro siderurgico può
provocare distorsioni e squilibri sul mercato del
lavoro, quali la difficoltà di assicurare un’occu-
pazione adeguata per tutte le specializzazioni e
qualifiche esistenti, mentre al tempo stesso può
essere richiesta l'immigrazione di alcune cate-
gorie di lavoratori ad alta qualificazione.
Se si aggiunge a tutto questo la considerazione
che una grande industria come l’Italsider, in-
serita com'è in una situazione altamente compe-
titiva, deve necessariamente obbedire ad una
sua esigenza di sempre maggiore razionalizza-
zione tecnologica e produttiva, che può eviden-
temente comportare modifiche rilevanti nella
struttura e nel livello dell’occupazione, si può
constatare quanto sarebbe errato un atteggia-
mento psicologico che porti a fondare sull’impresa
tutte le aspettative.
A questo punto era inevitabilmente chiamata
in causa la comunità, in quanto è risultato evi-
dente che solo la collaborazione delle comunità
locali e delle forze imprenditoriali o economiche
già esistenti o latenti può offrire una adeguata
risposta al problema dello sviluppo equilibrato
di Piombino, mediante una politica di incentivi
che, creando una situazione favorevole a nuovi
insediamenti industriali, consenta di diversificare
l’economia della zona. E va detto che tutti gli
intervenuti hanno mostrato di aver chiara co-
scienza del problema e delle loro rispettive re-
sponsabilità: dal sindaco di Piombino, che ha
illustrato i progetti, le speranze e le difficoltà
dell’amministrazione comunale impegnata nel
difficile sforzo di adeguare le strutture cittadine
al processo di sviluppo in corso, al presidente
della camera di commercio di Livorno, che ha
posto l’accento sull’opportunità di tenere pre-
senti tutte le interconnessioni fra la zona di
Piombino e quelle circostanti, al dr. Osti, che
ha ribadito la ferma volontà dell’Italsider di
continuare a far fronte alle responsabilità de-
rivanti dall’importanza che essa presenta per
l'economia piombinese, cooperando lealmente con
tutti gli enti interessati.
La comunanza di propositi che si è così ma-
nifestata ha trovato la propria espressione nella
decisione, proposta dai rappresentanti dell’alta
autorità e caldeggiata dal ministro on. Togni,
di costituire un comitato di tecnici ed esperti
che dovrà studiare a fondo le condizioni e i
mezzi che potranno consentire la diversifica-
zione dell'economia della zona e la realizzazione
delle infrastrutture indispensabili per un pro-
cesso di sviluppo.
Il tavolo della presidenza del convegno su Piombino: (da sinistra) il segretario dr. Massacesi, il sig.
Vinek, il conte Carafa d’Andria, l'on. Togni, m. Reynaud, il dr. Redaelli Spreafico, il sig. Giovannelli.
La tradizione
di
iombino
« Qui il ferro è tradizione: operai con padre e nonno
che hanno lavorato qui dentro per tutta la vita. Qui
c'è tutta la bravura tramandata di padre in figlio, tutta
una mentalità e l'orgoglio di essere di Piombino »
(« Ricordo d'infanzia » di Franco Minei).
È uscita recentemente la nuova monogra-
fia dedicata al centro siderurgico di Piombino,
nel quadro della serie di pubblicazioni sui
nostri stabilimenti. Come per tutte le mono-
grafie degli stabilimenti principali, a Piom-
bino abbiamo mandato uno scrittore ed uno
studioso di aspetti socio-economici affinché
puntualizzassero, ciascuno dal proprio an-
golo visuale, gli aspetti ed i problemi di
questo centro produttivo ed i rapporti con
la comunità in cui esso opera.
Lo scrittore è Domenico Rea. L’autore di
“Gesù fate luce” e di “Una vampata di ros-
sore”, sempre preoccupato di « concentrare
il suo lavoro su uomini, cose e fatti di tipo
universale », ha cercato a Piombino, nella
particolare atmosfera di una città singola-
rissima, i segni di ciò che resta e di ciò che
muta in uomini di antica tradizione industria-
le. Era facile, nel dedicare un saggio a Piom-
bino, abbandonarsi al fascino della presenza
ancora viva di un passato che sconfina nella
leggenda, cercare patenti di nobiltà nella si-
derurgia etrusca o motivi di richiamo turi-
stico nelle rare vestigia della Populonia di
ventisei secoli orsono. Più semplicemente
Rea, nelle tracce lasciate da quegli antichi
maestri del ferro, ha sentito giungere sino a
noi, attraverso i millenni, il segno dell’ope-
rosità e dell’ingegnosità umana. Perché Piom-
bino è una di quelle terre dove l’uomo, da
sempre, ha potuto e saputo trovare un’alter-
nativa al lavoro dei campi. È soprattutto in
questo senso, ci sembra, che ha importanza
parlare di una tradizione di Piombino.
Lo studioso di aspetti socio-economici è
il professor Pierfrancesco Bandettini, titolare
della cattedra di demografia all’Università di
Firenze. Autorevole studioso di problemi
econometrici, demografici e statistici sulla
popolazione della Toscana, il prof. Bandettini
ha compiuto per nostro conto un’indagine
sull’area di influenza economica di Piombino.
Si tratta certamente dello studio più appro-
fondito sinora effettuato su questa zona dal
punto di vista dell’evoluzione demografica.
Da questo saggio emerge una considerazione
che ci sembra del massimo interesse: che il
potenziamento industriale di Piombino, con
l'espansione del centro siderurgico dell’Ital-
sider, è destinato a portare benefica influenza
non solo sulla città ma anche su un’area più
vasta. L'alternativa di lavoro che l’industria
dell’acciaio può offrire qui, si allarga sempre
più: come tutte le tradizioni autentiche, an-
che quella di Piombino si dimostra capace
di produrre, al pari di una terra ben coltivata,
frutti sempre più abbondanti, da cui molti,
padri e figli, trarranno sicurezza e benessere.
Pubblichiamo qui il testo di Domenico Rea.
Approfondire un tema come può essere quello
del rapporto esistente tra operaio e fabbrica,
fabbrica e città, maestranze e dirigenti di Piom-
bino è piuttosto impervio, e il tentativo può ri-
solversi in un buon numero di errori. Piombino
e il suo retroterra, fitto di paesi î cui abitanti
guardano all’ Italsider come al loro destino
naturale, non si prestano ad analisi che non
siano strettamente collegate ai rapporti su
accennati.
Non vi sono nel piombinese le singolari condi-
sioni dell’Italsider di Bagnoli, un’isola di sicu-
rezza in un deserto pieno di sabbie mobili, né
quelle eccezionali del nuovo centro siderurgico
di Taranto in cui l’Italsider è venuta a confi-
gurarsi come una gigantesca macchina destinata
ad inserire gli uomini di questa parte del Sud
in un diverso sistema di lavoro e d’intendimento
dei rapporti sociali.
A Piombino l’Italsider è il frutto dell’Ilva e
l’Ilva l'eredità di una storia secolare che risale
alle prime civiltà italiche e che, al solo tratteg-
giarla, rivela nitida e netta una tendenza, una
predestinazione al ferro delle popolazioni marem-
mane dirimpetto all’Elba, delimitate dai giaci-
menti ferriferi del massetano, da quelli calcarei
di monte Rombolo, dai banchi lignitiferi del
grossetano.
In questa parte d’Italia il ferro è ciò che altrove
sono î limoni o î pomodori, il grano o gli ulivi,
Questa è l'eccezionale fotografia di uno dei bombardamenti subiti da Piom
corso dell'ultima guerra. Viene pubblicata per la prima volta in Italia. La foto
è stata eseguita da uno degli aerei partecipanti all’azione. L'hanno trovata il dr. Re-
sfogliando vecchi ritagli di pubblicazioni ame-
nato Quilici e il fotografo Lando C
con la notevole differenza dovuta all'importanza
del ferro nella storia e nella fatica dell’uomo.
I piombinesi sono poco inclini a ogni forma,
per così dire, illustrativa del loro carattere.
Sono persone attaccate alla terra nativa peraltro
sconosciuta nei suoi segreti alla maggioranza
degli italiani.
Cosa rappresenta Piombino per gl’Italiani?
Un paese come un altro, una cittadina a mezza
strada tra Grosseto e Livorno senza alcun parti-
colare interesse. Molti ignorano la sua vicinanza
a un'ora e mezzo di vaporetto, all’Elba e c
a dire ignorano quel rapporto fondamentale sen-
a il quale Piombino effettivamente sarebbe una
cittadina della Maremma, adatta ad esser la
sede di una malinconica guarnigione militare, 0
una base aerea sperimentale o un porticciolo
ameno, una antica e romantica stampa gremita
di velieri e alberature. Forse una minoranza nella
parola “piombino” intuisce una qualche strava-
gante relazione col “piombo”, giammai col ferro
e vimmagina una tradizione artigianale di spe-
no nel ricane. Piombi
ciali imballaggi, di sigilli eccetera, e se va con
la mente all’Elba, questa è incommensurabilmente
più nota per essere stata l’avventurosa terra della
prigionia di Napoleone che per i suoi giacimenti
di minerale di ferro. Ma sono pochissimi coloro,
e salva la gente locale, a sapere che Piombino è
uno dei più grandi centri della siderurgia della
penisola e lo è per una discendenza e quasi per
un diritto naturale.
Ignoranza imperdonabile di connazionali, d’ac-
cordo, dovuta però in gran parte alla ritrosia
dei piombinesi e delle popolazioni limitrofe.
Nell'elenco delle bellezze e rovine d’Italia, chi
ha mai sentito parlare di Baratti e Populonia?
Non c'è una targhetta, una scritta, una freccia
in quel punto dell’ Aurelia a indicare al viaggia-
“a destra” (o nell'altro senso di marcia)
pulonia.
Bisogna recarsi a Piombino, risieder
si e alla fine si troverà qualcuno
i che, poi, alle spalle del vostro albergo,
a una decina di chilometri verso l'interno, po-
i, inte-
na
subì tra il settembre del 1943 ed il maggio del 1944 una sessantina
di bombardamenti aerei: al term
nell’ambito dello stabilimento; gli impianti furono danneggiati in modo grav
ma già il 2 gennaio 1946 si incominciò a laminare,
ne della guerra si contarono 996 crateri di bombe
tete avere il piacere di ammirare le palpitanti
testimonianze di una civiltà intensa, misteriosa
e severa come fu quella etrusca. Non vi sono
templi, anfiteatri, case, busti, iscrizioni, corpi
bruciati e pietrificati, a Baratti, sigillata da un
silenzio di mito quotidiano e contadinesco, oltre
ad alcune tombe in perfetto stato di conservazione.
Tuttavia il contatto a cui si perviene col mondo
antico in quel luogo è incommensurabilmente più
intenso e immediato che a Siracusa, Pompei 0
Atene. Né si tratta di un’iperbole! Basta af-
fondare una mano nella sabbia 0 nel terreno per
avere la prova, oltre che della presenza di un
popolo, della sua calda fatica. Regna l auten-
ticità, la corrispondenza col passato a uno stadio
attivo. Dal pugno di sabbia 0 di terra emergono
scorie di ferro, pezzi di metallo szigrinato con
una freschezza che conserva il segno di un la-
voro recente. ? sono così numerose, insieme
con le bruciacchiature degli orifizi dei forni e
la presenza dei tiraggi, così ancora in atto e
all'opera, che il visitatore è un po’ crucciato
St a
d’esser giunto, e di poco, în ritardo. Un'ora 0
alcuni minuti prima e avrebbe potuto vedere gli
Etruschi al lavoro. Si ha l'impressione a studiare
quel terreno ricco di piste di una carovana di
zingari che lo abbia appena lasciato în cerca di
uno nuovo e più promettente. D' attorno si rin-
corrono colline, ahimè, con i contrassegni degli
sbancamenti e delle escavazioni. Sono montagne
di scorie ferrose. L’Ilva dal 1920 al 1940 ne
vagliò molte tonnellate con un ricavato di circa
il venticinque per cento di minerale di ferro :
in realtà proveniente da una società del 650 a.C.
A quest'epoca bisogna far risalire la tendenza
a lavorare î minerali elbani delle popolazioni
dell’alto Tirreno. Populonia, l’antica Pupluna,
invidiata dai paesi del Mediterraneo e dai
Greci in particolare, distrutta dai Romani, do-
mina la costa sottostante, da Follonica, altro
punto nevralgico della storia del ferro, a San
Vincenzo.
La sua presenza testimonia la fatalità di un
ambiente geografico, un destino insito nelle cose ed
ereditato dagli uomini; per cui non ci sembra
azzardato stimare il grande arco storico, dagli
Etruschi a noi, come un susseguirsi di genera-
zioni aggirantisi unicamente e sempre intorno a
uno stesso tema, a una medesima cultura, quella
del ferro.
In ciò va anche posta la differenza tra gli
altiforni e le acciaierie di Piombino con quelli
di altre città, fuori come sono queste ultime da
una costante ineluttabile. Le altre fonderie pote-
vano essere installate anche in luoghi diversi
da quelli attuali; ma Piombino doveva sorgere
a Piombino ; salvo a voler trascurare una fonte
di materie prime, quelle elbane e quelle del re-
troterra piombinese, il che sarebbe come dire che
i siciliani per secoli avessero mancato di cogliere
i limoni dagli agrumeti. Di conseguenza e per
ragioni che senza questa premessa apparirebbero
incomprensibili, a Piombino e non altrove, o non
con una così determinante vocazione, doveva
formarsi uno specialissimo tipo di operaio che
nella siderurgia vede, oltre che un’ovvia ragione
di sistemazione quotidiana, il compiersi di un
destino e anche, come vedremo, l’esaurirsi in una
sola direzione delle sue capacità.
Che cosa è îl lavoro della terra nella zona di
Piombino? Un'opera secondaria. Ci troviamo di
fronte a un contadino vittima di un complesso
di inferiorità verso il compagno ammesso ai
misteri del ferro, del fuoco e dell'acciaio. Quello
del ferro è il lavoro per eccellenza. Ne scaturi-
scono dignità e compiutezza virile. Il rapporto
ferro-uomo in questa parte d’Italia non viene
mai meno. Decade sotto î Romani, risorge con
i nuovi sistemi di lavorazione. L’uomo non per-
derà di vista i giacimenti di ferro, li studia,
li interroga. Sa che da essi dipende la vita e
l'avvenire e attraverso i secoli gli si forma ciò
che riteniamo giusto e proprio definire una ten-
denza innata.
Il ferro avrà sviluppi anche în altre regioni,
per esempio, in Lombardia e si scopriranno nuovi
sistemi di lavorazione. Questi sistemi saranno
anzi determinanti in questo o in quell'ambiente
dell'industria ferrifera, decideranno il decadere
o il prevalere dell'uno o dell'altro. Influiranno
persino condizioni climatiche e di salubrità e le
paludi della Maremma nel caso di Piombino
getteranno un’ombra sinistra sulla fortuna di
avere a portata di mano l'isola d'Elba.
Ma dopo il rinnovamento avvenuto con gli
impianti costruiti nella seconda metà del *500,
i produttori toscani si attennero agli stessi siste-
mi senza alcuna variazione. Il minerale dell’ Elba
era sempre la fonte di gran lunga principale ed
i cespiti che venivano ricavati dal suo commercio
favorivano l'indirizzo speculativo a danno di
quello industriale. Se non fosse stata la povertà
di corsi d’acqua e di legname forse qualche ini-
ziativa sarebbe sorta in loco. Queste stesse sfavo-
revoli condizioni furono causa dell’abbandono
del progetto di impianto di un altoforno e relativa
ferriera a Rio Marina, vagheggiato da Napo-
leone nel 1814, poco dopo il suo arrivo all’Elba.
L’interessamento da lui posto a riguardo si
estese fino a considerare l’eventualità di fabbri-
care ghisa con carbon fossile, eventualità subito
scartata sia per la poca conoscenza del processo
— segretamente custodito dagli inglesi — sia
per l'impossibilità di assicurare un regolare rifor-
nimento di carbone agli impianti. Più tardi e
precisamente nel 1836 si attuò una nuova orga-
nizzazione ad opera di Leopoldo II, granduca
di Toscana, il quale sciolse la vecchia ammini-
strazione della Magona e ne creò una nuova
dalla quale dipendevano le ferriere di Valpiana
e Cecina e il centro di Follonica da lui stesso
creato. La siderurgia toscana ricevette così una
vigorosa spinta, sempre ad opera governativa e
non privata e vide applicati nella produzione
del ferro nuovi metodi.
Siamo giunti al periodo dell’unificazione della
penisola. La rada di Portovecchio venne subito
ritenuta il luogo ideale per le ragioni suddette,
l’Elba eccetera, per l'installazione di impianti
siderurgici. Tra il 1860 e il 1870 si ebbero a
Piombino due centri, quello della Magona, sorto
per iniziativa del genovese Alfredo Novello, dove
fu impiantato il primo convertitore Bessemer, e
la ferriera di Piombino, installata dove una
volta vi era la cappella detta di Faliegi e dove
fu fatto funzionare il primo forno per acciaio
tipo Martin a ricuperatori Siemens per iniziativa
dell'ingegnere Dainelli, a cui si deve peraltro un
grande apporto di idee e di iniziative che lasce-
ranno îl loro segno sino alla fondazione della
Altiforni e Fonderia di Piombino, società che
cominciò il suo lavoro con la costruzione di un
altoforno a carbone di legna da venticinque ton-
nellate e con l'annessione di una fonderia per tubi.
Si doveva aspettare il nuovo secolo per affron-
tare il problema della costruzione di un impianto
siderurgico moderno. Nel 1905 si costruisce la
prima batteria di forni a coke, tipo Linard e
un altoforno a coke di settanta tonnellate. Nei
quattro anni successivi entrano in funzione una
nuova batteria di forni a coke, un secondo
altoforno da cento tonnellate, un’acciaieria con
tre forni Martin-Siemens, un reparto laminatoi
comprendente un blooming da 1000 millimetri
di diametro, tre treni rispettivamente da 850,
600 e 300 millimetri. Nello stesso periodo viene
annessa allo stabilimento una fabbrica di cemento
per l'utilizzazione delle loppe di altoforno.
La produzione dello stabilimento cominciò
così ad estendersi dalla ghisa ai prodotti laminati,
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tra i quali assunsero ben presto a importanza fon-
damentale le rotaie e il materiale di armamento
per le ferrovie dello stato.
Da questo periodo le tappe dell'Ilva sono note
come i capitoli fondamentali della storia del-
l'industria siderurgica italiana. Nel 1937 l’Ilva
entra a far parte del gruppo Finsider. Poi è
dappertutto la guerra, a Bagnoli, a Cornigliano,
a Piombino che subisce distruzioni pari al 77
per cento degli impianti. Sullo stabilimento
esplodono novecentonovantasei bombe : una per
ogni quadrato di venticinque metri di lato. Re-
stano danneggiati il pontile, la darsena, gl’im-
pianti di scarico e di trasporto, la coheria, l’im-
pianto di agglomerazione, gli altiforni, le ac-
ciaierie, i treni; senza dire delle rapine perpe-
trate dagli occupanti : motori elettrici, le mac-
chine della centrale, i forni oscillanti delle acciaie-
rie e il mescolatore, la batteria dei forni a cohe,
il blooming e il treno 850.
La fabbrica è un ammasso di macerie. Ma già
nell’ottobre del 1944 ha inizio il lavoro di sgom-
bero e il 2 gennaio del 1946 s'effettua la prima
laminazione e prende il via il treno 850, il forno
Martin e poco dopo gli altri due e in settembre
si dà inizio alla laminazione al treno 320. Era
la ripresa. Nel 1900 Piombino aveva settemila-
seicentonovantasei abitanti e duecentocinquanta
operai ; nel 1913 ventunmilatrentacinque abitanti
e duemilaquattrocento operai ; nel 1962 si giun-
geva a circa trentaseimila abitanti di cui cin-
quemila impegnati nel lavoro dell’Italsider, ormai
unico grande protagonista della zona. A questa
avanzata în ogni dimensione non corrispondeva
un adeguato sviluppo topografico della cittadina
anzi vi difettava tutta quella serie di infrastrut-
ture e di attività secondarie e collaterali che
avrebbero potuto trasformare Piombino in una
città organicamente perfetta e, ci sia concesso
dirlo, al limite ideale di una funzionale modernità.
Ritornando al discorso principale, la guerra e
la sua sanguinosa lezione, nei limiti costanti di
fame e di morte, e il risorgere della libertà e dei
liberi sindacati promuovevano una leva di operai
di un vigore combattivo insuperato. Da questo
momento il lavoro procederà in modo piuttosto
drammatico. La violenza, în particolari occa-
sioni, si farà sentire e creerà diffidenza, durezze,
incomprensioni, atti di sfiducia. Spesso si scon-
fina in una lotta di classe in cui gli operai rap-
presentano tutta intera la buona coscienza e i
dirigenti tutta intera la cattiva.
Gli operai di Piombino nel dopoguerra saranno
indicati come la punta avanzata del sistema pro-
letario italiano. Ma col passare degli anni,
l’intransigenza programmatica sarà superata da
eventi e modificazioni nell’ambito stesso della
concezione del lavoro. Si dovrà però giungere a
una nuova direzione aziendale, a una nuova or-
ganizzazione del personale, a nuove programma-
zioni, al capovolgimento del rapporto dirigenza-
maestranze per l’instaurazione di una normalità
attiva e vantaggiosa per tutti ; e ciò grazie alle
capacità dimostrate dalla nuova classe dirigente
di proporre nuove alternative e al credito riscosso
presso le nuove leve di operai, più problematici
e restii a buttarsi a capofitto in polemiche scadute.
Era necessario tratteggiare la storia psicolo-
gica occorsa dalla fine della guerra all’altro ieri,
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dando a ciascuno la parte avuta nella realizza-
zione della grande impresa che oggi si chiama
“lItalsider di Piombino”. Negli stessi anni si
era maturata e sviluppata un’altra rivoluzione
di capitale interesse. Si è visto come Piombino
sia il frutto di una tradizione secolare e în ciò
va ricercata anche la sua diversità dagli altri
centri siderurgici, ma essa vale come termine di
raffronto per stabilire altresì il contrasto tra due
tipi di siderurgia e, in una parola, tra passato e
presente.
Il vecchio operaio piombinese si recava alla
fabbrica con la mentalità del meccanico di una
piccola officina. Il figlio e il nipote si recano al-
l’Italsider con la coscienza di far parte di una
azienda î cui prodotti partecipano ad una com-
petizione mondiale. La materia prima, particolare
da non trascurare, fino alla fine della guerra
proveniva, sia pure non già più in grande e de-
terminante parte, ancora dall’Elba. Oggi le ri-
messe dell’isola sono insignificanti e tendono a
diminuire, sostituite da materie prime d’oltre-
mare più vantaggiose e ricche di minerale di ferro.
Sul vecchio operaio questo spostamento di va-
lori e di interessi ha influito in modo sensibile.
Sui giovani ha avuto un risultato inverso e
positivo. Li abbiamo visti al lavoro in fabbrica.
Nulla in essi denuncia la classica condizione
d’inferiorità dell’operaio del periodo ottocentesco
anzi è notevole la loro riservatezza, che sfiora
l'indifferenza e lo stile di stare sul lavoro con la
rattenuta dignità di chi si sente necessario quanto
un altoforno.
Del resto da una fabbrica dalle dimensioni
abnormi e in cui tutto arriva e si deposita e si
trasforma per quantità immense, impensabili da
menti comuni e riprende il ciclo sotto altri nomi,
qualità, peso, utilità (minerale che diventa ghisa,
acciaio, attraverso un agente misterioso come il
fuoco), da questa serie gigantesca di cause e di
effetti e di operazioni concomitanti, il prodotto,
una rotaia di 36 metri o un profilato 0 un ferro
ad U o un ferro a doppio T, deve rispettare regole
e sistemi da orologeria. Un millimetro in più
o in meno può determinare il fallimento di una
partita. L’operaio sa di collaborare a un’opera
in cui la tecnica può essere dominata solo se è
tenuta a freno da una vigile preparazione. Si
tratta di veri e propri edifici mobili, come le gru
a carroponte, di congegni come i blooming, che
hanno bracci e manipolatori sensibilissimi e per
oggetto un materiale al limite di fusione e deli-
cato, nel prendere questa 0 quella forma, come
i pètali di un fiore. Le vie a rulli, che portano le
barre o le bramme, l’acciaio liquido e incande-
scente, che si riversa nelle siviere e si deposita
nelle lingottiere, sono parti di un dramma della
natura e delle sue modificazioni per cui non basta
essere un qualsiasi operaio ma si rende necessaria
una partecipazione e quasi una sorta di fede in
quel che si fa.
Anche per questi motivi noi non saremo mai
capaci di avvicinarci paternalisticamente allo
spirito e al cuore dell’operaio. Egli fu e sarà
sempre un essere în lotta e all’erta per difendere
il proprio particolare. Ma è un fatto incontrastato
il fascino che la fabbrica di Piombino esercita
sull'uomo di Piombino e quello che il giovane
operaio esercita sugli adolescenti. In una con-
giuntura economica come quella attuale, piena
di ricchi mercati di manodopera all’interno e
all’estero, qualsiasi persona potrebbe cercare un
lavoro altrettanto ben retribuito altrove. Gli
operai specializzati — come quasi tutti quelli
di Piombino — si trovano poi nella condizione
di dover solo decidere. Ma essi, già come î padri
e i nonni, sebbene costoro con limitate possibilità
di scelta, decidono sempre e in blocco di restare
a Piombino, nell’Ilva fino a ieri e, a maggior
ragione, nell’Italsider oggi.
In un certo senso l’operaio dell’Italsider per
gli altri rappresenta, oltre che un uomo di sicuro
avvenire, una sorta di “eroe del quotidiano”.
Voi ritenete che un giovanetto sia contento del
suo lavoro di cameriere di albergo, di commesso
di negozio, di battilamiera di automobili. Il ca-
meriere, nonostante percepisca una paga rispet-
tabile, considerando anche la minor fatica del
suo compito, ha un solo desiderio : entrare nel-
l’Italsider. Il commesso di negozio fa lo stesso
ragionamento. Ne abbiamo interrogato qualcuno.
Si sente solo durante il giorno, legato alla stessa
sorte delle casalinghe di Piombino. Si sente un
uomo a metà e per sentirsi intero sa che prima
0 poi, se riuscirà ad entrarvi potrà completare
la sua persona nella grande fabbrica. Lì è la sua
anima, lì potrà trovare la dignità dell’ uomo
della siderurgia, chiave di volta per intendere
l’animo dell’ operaio di Piombino.
I maestri artigiani fondano il loro lavoro sul
caso. Una bella mattina può sempre capitar loro
di svegliarsi senza dipendenti. Guadagnava una
buona giornata il capogiovane, ma preferì en-
trare nell’Italsider. Gli stessi operai delle imprese
che lavorano all’interno dello stabilimento per le
costruzioni edili, i rifacimenti, le opere murarie,
la carpenteria, si sentono menomati. Godono di
un lavoro garantito e continuo, di un salario
adeguato ma il desiderio è sempre lo stesso :
stare all’erta per entrare nella fabbrica per anto-
nomasia. Come si vede c'è qualcosa in giuoco che
solo a prima vista può far pensare alla sicurezza
economica e all'avvenire. Siamo nel flusso di
una vocazione, di una predestinazione, di un
qualcosa di incontrollabile e di viscerale, causa
del bene e del male che si configurano in due
esempi: la forza e la vastità funzionale del-
l’Italsider e all'opposto, la modestia e la cattiva
crescita della cittadina che non riesce e non sa
contenere più la prima.
Quando al mattino dalla stazione ferroviaria
escono operai e tecnici provenienti da Cecina,
Bibbona, Castagneto, Sassetta, San Vincenzo,
Campiglia, Massa Marittima, Follonica, Ga-
vorrano, Scarlino, quando suona la sirena del-
l’Italsider e gli uomini scompaiono come in una
macchina magica, Piombino, vivace e cicalante
di sera di un passeggiare da provincia toscana,
si spopola e resta in mano alle donne. E” noto,
Piombino è un centro in cui sono rimasti intatti
alcuni intensi caratteri della società ottocentesca.
Ogni operaio — padre, marito, fratello, fidan-
sato — lascia a casa una casalinga. Salvo cento-
trenta donne direttamente occupate nello stabi-
limento ed una sessantina nella ditta incaricata
della pulizia degli uffici, la maggioranza resta
a casa. Poche conoscono il posto e il tipo di lavoro
del familiare maschio, un’ignoranza che può
avere tanto un aspetto positivo quanto negativo.
Su questa situazione una signora ha scritto
alcuni versi, pubblicati dal giornale aziendale
“Piombino notizie”, in cui è il delicato e amaro
sentimento di una condizione anacronistica, che
preoccupa non poco anche la direzione dell’Ital-
sider.
Se le attività secondarie e terziarie non avranno
uno sviluppo, Piombino nel 1966 sarà sì la sede
del più grande stabilimento dell’Italsider e uno
dei più grandi d'Europa, porterà la produzione
di acciaio a due milioni di tonnellate, aumenterà
sensibilmente il numero attuale dei dipendenti,
realizzerà nuovi impianti come un laminatoio
blooming, un treno per billette, un treno per
nastri stretti e uno per profilati piccoli,
continuerà a spedire rotaie in ogni parte del
mondo, ma potrebbe restare schiacciata dal suo
medesimo sviluppo e trasformarsi in una città
dormitorio.
Il tempo libero potrebbe diventare per tutti la
morte civile, nonostante l’attività veramente in-
solita del Circolo Italsider, comune per gli im-
piegati e gli operai, in grado oggi e meglio ancora
in futuro di offrire spettacoli che, in qualsiasi
altro luogo, comporterebbero una spesa elevata.
Contemporaneamente all'ampliamento del cen-
tro siderurgico, si prevede la costruzione di un
centro residenziale, con palazzine ciascuna distac-
cata dall’altra da ampi spazi, ad aiuole o giar-
dini, e ciò per combattere il sinistro aspetto degli
assembramenti edilizi a carattere popolare. Ma
secondo noi è proprio in questo vasto programma
espansionistico, che già occupa una base di un
milione e cinquecentomila metri quadrati, il limite
di Piombino. Potrebbe effettivamente diventare
una città modello, come si diceva avanti, se si
riuscisse però a frantumare quel catenaccio su
cui è scritto : “Chi è dentro (la fabbrica) è salvo,
chi è fuori è perduto”. E se non fosse già un
enorme richiamo per tutti gli uomini del piombi-
nese l’attuale consistenza dell’Italsider, l’im-
ponenza dei lavori in corso, la vastità degli
sbancamenti in atto, il lavorare dei bulldozer
ovunque, dalla fitta campagna al mare, per pre-
parare la base di un più grande centro a ciclo
integrale, difficilmente invoglierà chi è oggi fuori
— e vi resterà anche dopo l'assunzione delle nuove
migliaia di addetti — a scegliere un’altra strada.
Si è detto avanti che il limite dell’uomo di
Piombino risiede nel sentirsi destinato a un solo
tipo di lavoro perché in esso soltanto trova un
senso di compiutezza.
Fosse soltanto sfiorato da tendenze levantine,
valorizzerebbe Baratti e Populonia, in grado di
attirare carovane di turisti; s'inserirebbe nel
traffico per lo sfruttamento turistico dell’isola
d’Elba ; potrebbe fare di Piombino una testa di
ponte obbligata come Napoli nei riguardi di
Capri ; allineerebbe al fianco dell’Italsider una
città di mare, destinandola all'industria balneare
che in altre coste costituisce una fonte di vita di
prim'ordine sebbene prive di dintorni paragona-
bili a quelli della Maremma.
Si provi a chiedere ai ragazzi che affollano
la scuola statale di siderurgia, sorta per iniziativa
dell’Italsider e da questa arredata e corredata
di attrezzature tecniche imponenti, qualcosa sul
loro avvenire. Nessuno pensa di andare via dalla
città. Emigrare è una voce esclusa dal dizionario.
Hanno la mira di conquistare posti importanti,
ma dove? All’Italsider. È sempre la solita solfa,
ovunque. Anche i ragazzi avviati alle tecniche,
ai licei, classico e scientifico (e spesso si tratta di
figli di operai: a Piombino è in atto !’ inseri-
mento di una generazione che arrecherà notevoli
miglioramenti sociali in ciascun gruppo familiare
con l’accedere ad istituti fino a poco tempo fa
irraggiungibili), non intendono rinnegare o mo-
dificare il corso della tradizione siderurgica ma
soltanto elevarne le sorti nell’ambito stesso del-
la grande azienda, fine e principio di Piombino.
Del resto perché andar via da Piombino?
Una vita fondata su solidi princìpi, la possibilità
di un’economia di piccolo centro, una fonte di
lavoro sicura, una direzione aziendale all’avan-
guardia in Italia, consigliano e invitano alla per-
manenza. La necessità inderogabile insita nella
richiesta di operai che abbiano capacità alta-
mente tecniche, costituisce infine un'attrazione
e non un motivo di repulsione per i giovani ;
ed è in effetti una promozione psicologica e
sociale.
Del resto proprio il superamento della condi-
zione operaia dà il tono aperto, antigerarchico e
a livello di collaborazione allo stabilimento del-
l’Italsider e si deve a questo risultato la sua as-
sidua attrazione. La nuova atmosfera diffusa
dall’Italsider ha reso più concreti e più chiari
i rapporti all’interno e all’esterno della fabbrica.
Molti dirigenti abitano nelle stesse palazzine e
nello stesso tipo di case abitate da molti dipen-
denti e grazie a ciò molti capi di accusa si sono
smussati.
A curiosare per le vie di Piombino si riporta
una singolare e straordinaria impressione. Si
assiste allo strano fenomeno di vedere una città
senza contrasti di classe o meglio le lotte che qui
raggiunsero forme tremende nel dopoguerra si
sono adagiate in un costume comune a tutti. Un
unico stesso livello di sale cinematografiche, di
locali, di trattorie, di negozi.
I colori, i suoni, le forme, gli usi vistosi e in-
sopportabili creati dal clima del miracolo eco-
nomico così evidenti e mostruosi a Foggia, ad
esempio, o a Napoli o a Milano, qui non hanno
avuto seguito e imitatori. Sarà dovuto alla
forza determinante di un'unica fonte di lavoro ;
all’emancipazione delle nuove leve operaie, vero
è però che Piombino nella sua uniforme discre-
sione può ben definirsi una città proletaria ad
alto livello rivelatore della sperequazione esi-
stente altrove. Del resto e in ossequio a una
vecchia abitudine noi non ci siamo accontentati
di avvicinare un determinato tipo di persone,
trascurandone altre. Abbiamo interrogato operai,
cittadini, giovanotti, tecnici, dirigenti, persone
che aspettano di entrare nella grande fabbrica
comune e le risposte di coloro che erano “dentro”
e più ancora quelle di coloro che erano “fuori”
sono state precise. Non vi sono più a Piombino
avite ragioni di contrasto. In questi ultimi anni
si sono incontrate due classi, quella degli operai
e quella dei dirigenti. Gli operai sono tesi verso
una evoluzione e î dirigenti la esigono. La riten-
gono una chiave di volta per l’ ulteriore grande
passo in avanti. Più cervelli insieme possono
elaborare una società migliore.
si
Un'immagine di Piombino oggi. Il centro siderurgico
dispone attualmente di tre altiforni capaci di produrre
complessivamente oltre un milione di tonnellate di ghisa.
Come nasce
un nastro
di acciaio
Nello scorso numero della rivista abbiamo trac-
ciato una breve storia dell’evoluzione della tec-
nica di produzione dei laminati piani. In questo
numero ci occupiamo invece di come vengono
attualmente prodotti i laminati piani in un
grande stabilimento siderurgico a ciclo integrale,
con laminatoi continui altamente automatizzati.
La descrizione che segue si riferisce al laminatoio
a caldo del centro siderurgico “Oscar Sinigaglia”,
ma potrebbe essere, con poche modifiche, la descri-
zione del processo di laminazione di un qualsiasi
altro moderno laminatoio continuo negli Stati
Uniti, in Giappone, in Francia, in Germania e
così via. La moderna tecnologia tende, dunque,
a uniformare i sistemi produttivi, secondo metodi
sempre più efficienti. Probabilmente, se in queste
pagine noi pubblicassimo, anziché fotografie del
laminatoio a caldo di Cornigliano, quelle di un
analogo laminatoio continuo giapponese, sarebbe
difficile distinguere le une dalle altre, se non da
qualche dettaglio rilevabile soltanto dai tecnici.
Prima di parlare della laminazione è neces-
sario premettere qualche informazione sui tipi
di acciai che vengono prodotti dal centro
siderurgico ‘Oscar Sinigaglia” di Cornigliano.
Dobbiamo quindi fare una rapida regressione
in acciaieria.
Dato il tipo di impiego, quali lamiere da
stampaggio, banda stagnata, lamiere zincate,
gli acciai prodotti dal centro siderurgico di
Cornigliano sono cosiddetti ‘a basso tenore
di carbonio e manganese”.
I forni usati per la fabbricazione di tali ac-
ciai sono del tipo Martin basico; in essi si
attua un processo di ossidazione ad alta tem-
peratura (affinazione) mediante il quale si ri-
duce l’eccesso di carbonio e si eliminano le
impurezze presenti nella carica facendo com-
binare tali elementi con l’ossigeno.
Infatti l’insolubilità di questi ossidi nell’ac-
ciaio fuso e il loro peso specifico fanno sì che,
appena formati, essi affiorino sulla superficie
del bagno e possano essere allontanati con
l’aggiunta di scorificanti.
La carica solida dei forni Martin è costi-
tuita da rottame, scorificanti e minerali di
ferro. Allorché il rottame è semifuso viene
aggiunta nel forno la ghisa liquida in una
percentuale che va dal 60 al 65 per cento
della carica.
Tre sono i tipi “standard” di acciaio pro-
dotti nei forni Martin a Cornigliano. Vi sono
gli acciai “‘effervescenti”’, così chiamati per la
caratteristica ebollizione nella fase di solidifi-
cazione nelle lingottiere, provocata dall’ossi-
geno che, combinandosi col carbonio, ‘‘scap-
pa” sotto forma di ossido di carbonio. Sono
acciai che accoppiano il vantaggio di una su-
perficie molto pura a quello di una grande
plasticità. Servono per produrre lamiere medie
e sottili a caldo, lamierini e nastro a freddo,
latta e zincati. La maggior quantità di
lamierino prodotta dall’ “Oscar Sinigaglia” è
del ‘tipo effervescente (nel 1962 è stata di
circa l’80%).
Vi sono poi gli acciai ‘“calmati’’, che cioè
non ribollono nelle lingottiere, essendo stato
aggiunto un elemento facilmente ossidabile,
come ad esempio l’alluminio, per cui si ha
la formazione di un ossido che viene assor-
bito dalla scoria. In questi acciai “tranquilli”
non conta tanto la purezza della superficie
quanto la costanza delle caratteristiche in ogni
punto e nel tempo. Servono per produrre la-
mierini a freddo per stampaggi extra speciali
grande macchina sviluppa complessivamente una potenza di 33,500 cavalli. Sotto la pressione progressiva dei
o che può raggiungere la lunghezza di 500 metri. (foto
sei gabbie nasce ogni 85 secondi un nastro di ac
e lamiere per bombole, per le quali occorre
un materiale con caratteristiche uguali in tutti
i punti e direzioni, e permanenti con il tra-
scorrere del tempo. Sono, in definitiva, acciai
che non “‘invecchiano”.
Infine, il centro siderurgico di Cornigliano
produce acciai per lamiere
grosse e medie, ad esempio per tubi, per i
“c
semicalmati”
quali occorrono particolari caratteristiche mec-
caniche.
I tre tipi descritti si dividono in vari sotto-
tipi, pure “standard”. Sono sfumature di quali-
tà, derivanti da una controllata selezione della
produzione, intesa a far conver i prodotti
migliori verso gli impieghi più difficili.
Nella fase di affinazione si regolano lo stato
di ossidazione del bagno e la sua temperatura
per arrivare al momento della colata con
T=—xrrcrree
da
inigaglia” visto dalla cabina di comando. Questa
finale dei vari elementi (carbonio,
anese) nelle percentuali volute.
Quando l’acciaio è pronto viene spillato in
una grande secchia, detta siviera, con la quale
si procede subito dopo al riempimento delle
ngole lingottiere, cioè degli stampi nei quali,
raffreddandosi il metallo, si formeranno i lin-
gotti.
Questa operazione richiede molta atte
zione poiché il getto di metallo deve essere
centrato esattamente sulle lingottiere per tutta
la durata della colata. L’acciaio liquido non
deve sbattere contro le pareti della lingottier
per evitare di produrre incrostazioni sulla
superficie del lingotto con la conseguente
formazione di difetti superficiali detti ‘“‘paglie”
ottili strisce di acciaio come schegge) che por-
terebbero ad inconvenienti durante la succes-
l’analisi
zolfo,
cilindri delle
Ugo Mulas)
siva laminazione.ESempre allo scopo di evitare
la formazione di difetti superficiali, l'interno
delle lingottiere ' vie preparato
accurata spazzolatura.
I lingotti, dopo la solidificazione, devono
essere sbozzati, mediante laminazione al treno
“blooming” per assumere la forma di
atti” rettangolari, cioè le “bramme”.
Gli scopi della laminazione al blooming
sono parecchi. Innanzitutto, con le elevate
pressioni esercitate dai cilindri sul metallo ad
alta temperatura, essa serve ad eliminare la
struttura cristallina grossolana del lingotto ed
a saldare certe cavità interne (soffiature e coni
di ritiro) che si possono essere formate sui
lingotti durante la fase di solidificazione nelle
lingottiere. La sbozzatura serve ancora a mi-
gliorare le caratteristiche meccaniche del me-
con una
‘grossi
IO
La prima fase di laminazione a caldo ha luogo sotto i potentissimi ci-
lindri del treno blooming sbozzatore che può trasformare in bramme
lingotti fino a 30 tonnellate di peso. Il 60% della produzione nazionale
di laminati piani a caldo passa sotto i due cilindri di questa “gabbia”.
tallo, oltre, naturalmente, a conferirgli la for-
ma desiderata.
Il fattore che più influisce sul buon rendi-
mento delle operazioni al blooming è senz’al-
tro la temperatura dei lingotti al momento
della laminazione, sia come valore assoluto
sia come distribuzione all’interno della massa
metallica.
Gli inconvenienti di una temperatura troppo
bassa sono vari: una parziale saldatura delle
cavità interne, una anormale ricristallizzazione,
una superficie irregolare (rilassature); un ec-
cessivo assorbimento di energia di laminazione,
il pericolo di rottura dei cilindri; d’altro canto,
una temperatura eccessiva porta a rotture
superficiali (cricche), ad ingrossamento del
“grano” e ad una rapida usura dei cilindri di
laminazione.
È quindi necessario far precedere la lami-
nazione da un trattamento di riscaldo control-
lato dei lingotti per portarli alle condizioni
termiche desiderate.
Questa operazione viene fatta nei ‘forni a
pozzo” che sono costituiti da celle a sezione
rettangolare rivestite di mattoni refrattari e
riscaldate con miscela di gas d’altoforno e gas
di cokeria o nafta.
Quando la temperatura della cella raggiunge
un valore prossimo a quello fissato (1350
gradi centigradi), automaticamente diminuisce
l'erogazione di gas fino a giungere ad un va-
lore minimo costante; da questo momento
inizia il periodo di “soaking” (sosta o regime)
che ha lo scopo di assicurare una buona dif-
fusione del calore verso l’interno del lingotto
e di uniformarne la temperatura.
Completato il periodo di soaking viene
eseguita la laminazione al blooming, che è la
prima operazione di riduzione a caldo.
Il blooming, o sbozzatore, è costituito da
una “gabbia” entro cui trovano sede due ci-
lindri, uno superiore ed uno inferiore, che sono
collegati mediante allunghe a due motori da
6.000 cavalli di potenza. L’alzata del cilindro
superiore, ottenuta da un sistema idraulico,
è regolata da due vitoni.
Il lingotto subisce due passaggi di costa
per eliminare la scaglia, quindi viene laminato
di piatto e in vari passaggi, sia di costa che
di piatto, è portato alla forma di bramma con
spessore e larghezza richiesti.
La temperatura media di fine laminazione
deve essere di 1110 gradi centigradi. All’uscita
dal blooming la bramma subisce una “pela-
tura,, mediante getti di ossigeno onde elimi-
nare i difetti superficiali che causerebbero
scarti nel prodotto finito. La bramma viene poi
intestata e spuntata a caldo ad una lunghezza
di 5 metri e mezzo, con una cesoia idraulica
da 1900 tonnellate e quindi inviata ai ban-
chi di raffreddamento.
Quando è fredda viene ispezionata e sfiam-
mata con cannelli a gas, per asportare dalle
superfici gli eventuali difetti residui. Quindi le
bramme, a seconda del programma di lami-
nazione, vengono caricate nei forni a spinta
dove sono portate alla temperatura di 1250
gradi per poter essere laminate al treno semi-
continuo.
All’uscita dai forni a spinta la bramma è
ricoperta da una sottile scaglia di ossido for-
matosi durante il riscaldo. È necessaria una
operazione di discagliatura, che viene effet-
tuata mediante potenti getti d’acqua a 8o atmo-
sfere, preceduta da un passaggio attraverso
una coppia di cilindri verticali detti “‘orlatori’
che danno alla bramma la larghezza voluta.
.
Si ha quindi una prima riduzione tra i due
cilindri della gabbia rompiscaglie seguita da
cinque passaggi attraverso la gabbia “quarta”
reversibile sbozzatrice, anch’essa preceduta da
due cilindri orlatori (il termine “
gnifica che la gabbia è composta da due cilindri
di lavoro e da due di appoggio, la cui funzione
è di sopportare il carico, cioè la forte pres-
sione che viene esercitata sulla bramma per
ridurne lo spessore).
quarta” si-
Ora la bramma si è trasformata in una
“barra” spessa 23 millimetri, lunga circa 40
metri e della larghezza desiderata (da 62 cen-
timetri a metri 1,84). Nei pochi metri tra i cilin-
dri della discagliatrice e quelli del reversibile,
sulla superficie della bramma ancora rovente
si è formata altra scaglia di ossido che è ne-
cessario rimuovere con un nuovo getto d’ac-
qua a 80 atmosfere.
La barra passa ad una cesoia rotante per
l’ “intestatura”, e successivamente ad un’al-
tra gabbia rompiscaglie (che frantuma lo
strato di ossido formatosi per la terza volta
tra il reversibile e la cesoia). Un nuovo getto
d’acqua per la discagliatura e quindi la barra
arriva al treno finitore dove, con opportune
riduzioni distribuite tra le sei gabbie, può
essere portata ad uno spessore variabile da
1,5 a 8 millimetri.
Poiché la barra si trova contemporanea-
mente laminata sotto i cilindri del rompisca-
glie e di tutte le sei gabbie finitrici, la velocità
e le riduzioni di ogni gabbia sono strettamente
legate a quelle diverse delle gabbie contigue,
attraverso un complesso sistema di controlli
automatici, per evitare che la lamiera formi
anse tra una gabbia e l’altra, 0 sia sottoposta
a tensioni eccessive che potrebbero strap-
parla.
All’uscita della sesta gabbia la barra, ormai
ridotta a forma di nastro, viene raffreddata
da una doccia d’acqua fino a circa 600 gradi
e quindi va ad imboccare, ad una velocità di
35 chilometri all’ora, uno dei tre aspi avvolgi-
tori.
Il procedimento di laminazione continua a
caldo si conclude a questo punto. I rotoli po-
tranno essere venduti direttamente ai clienti
oppure rilaminati a freddo, per essere trasfor-
mati in lamierini a freddo, banda stagnata ©
lamiere zincate.
Della laminazione a freddo però e dei mo-
derni procedimenti di rivestimento ci occu-
peremo un’altra volta. Per quanto riguarda
in particolare la laminazione a freddo, riman-
diamo i nostri lettori anche all’articolo che
abbiamo pubblicato nel numero 2 di quest’an-
no della rivista nel quale abbiamo ampiamente
illustrato le lavorazioni che vengono effet-
tuate nel nuovo centro di laminazione di Novi
Ligure.
EI
Dall’aspo avvolgitore esce il prodotto finito del laminatoio
a caldo del centro siderurgico di Cornigliano: ciascuno di
questi grandi rotoli di nastro di acciaio può pesare fino
a 11 tonnellate. (foto Ugo Mulas)
12
A colori
sulla banda
stagnata
É
a
bel
5
RI
di
Una tipica lattina litografata di gusto liberty. Lo stile floreale, già padrone di ceramiche, gioielli, ferri battuti, stoffe, vetri e
pizzi, aveva conquistato anche la banda stagnata.
Sulla scia della massiccia emigrazione italiana
nel nord e nel sud America, passarono l’ Atlan-
tico migliaia di lattine litografate contenenti
olio d’oliva della Liguria. Buona parte dei
contenitori veniva prodotta e stampata nello
stabilimento cromolitografico di Oneglia fondato
nel Igro dal ‘cav. uff. Domenico Renzetti.
Dall’archivio di questa ditta abbiamo appunto
tratto le illustrazioni per questo articolo di
Massimo Alberini. Come si vede, inquadrati
fra svolazzi, cartigli, foglie di ippocastano e
fiori d’ireos, fra rami di olivo, sfilano come in
passerella, secondo il più netto stile floreale i
personaggi cari a quegli emigranti del primo ’900.
Oggi la ditta Renzetti è gestita da tre figli del
fondatore: Guido, Osvaldo e Dario. Ha cen-
tocinquanta operai ed otto impiegati. Allo
scatolame per usi oleari si sono aggiunte molte
altre produzioni che hanno compensato la di-
minuita esportazione all’estero di olio italiano.
Nei tempi d’oro degli oleari liguri il prodotto
degli olivi si esportava, oltre che in tutta
l'America, anche in moltissime altre parti del
mondo.
Nell’armadio di ogni brava massaia italiana
c'è sempre una scatola di latta litografata.
Una bella scatola, dai colori vivacissimi, con
fiori, attraenti visi di fanciulle, paesaggi alpestri
o cavalieri in giubba rossa, sfrenati in corsa
dietro alla muta dei cani e alla volpe o al
cervo: scatole di buona misura, in forma di
parallelepipedo a base rettangolare o poliedri-
ca, con le cerniere ancora attive e l’interno
dorato. Scatole che arrivarono in casa, quale
dono dello zio o dell'amico di famiglia che
voleva sdebitarsi, colme di biscotti assortiti,
oppure — e in tal caso la decorazione si vale
di renne, candele, stelle, rami di pino e nastri
rossi — con il panettone ‘con contorno” di
torrone, cioccolata e caramelle, il tutto in
veste di omaggio natalizio. Sia pure ammini-
strato con oculatezza, il contenuto è finito
alla svelta: ma la bella scatola (la pubblicità la
definiva anzi ‘cofanetto artisticamente deco-
rato”) è rimasta, simbolo e ricordo di un
momento gradevole, e la madre di famiglia,
che pure si era tirata indietro al momento del
consumo, l’ha pretesa per sé, quale scatola di
lavoro o per custodire, ben piegate, protette
dalle palline di naftalina, maglie, magliette e
scarpe. Le mamme che conoscono ancora la
ricetta del budino di cioccolata, fatto da loro
e non ordinato per telefono, le vecchie zie
refrattarie al giuoco in borsa e al totocalcio,
continuano a conservare le scatole di latta, pur
sapendo come negli appartamenti in condo-
minio sia difficile trovare posto per esse.
Tramontate le coltivazioni casalinghe di basi-
lico e geranei nelle “boatte” tubolari di ‘“con-
centrato triplo”, ammesso, sia pure con ram-
marico, che i cofanetti metallici del tè, i bus-
solotti col coperchio incastrato per il caffè
in grani e la farina lattea, ormai bisogna eli-
minarli per forza, le brave signore non desi-
stono dalla loro simpatia protettiva, almeno
per le scatole maggiori, quelle con il samber-
nardo del cacao o la suora del cioccolato in
polvere sul coperchio. È, la loro, l’ultima difesa
di un conservatorismo che vide nella banda
stagnata (è il nome ufficiale) il segno di una
nuova ricchezza, o addirittura di un lusso in-
solito per il tran-tran economico di una volta.
Tutto cominciò, sul finire del Settecento,
per merito di monsieur Nicolas Appert e dei
suoi cibi conservati, previa bollitura, in bot-
tiglie e barattoli di vetro, efficienti in teoria,
fragilissimi in pratica. L’inglese Peter Durand
studiò la trasformazione dell’involucro: ferro
stagnato, robustissimo e sterilizzabile quanto
e meglio del vetro. Le provviste militari pre-
sero il nome di “razioni di ferro”, entrarono
negli zaini con i pali da tenda, le cartucce in
pacchi pesanti, le grosse camicie di tela grezza.
Nel 1817 gli Stati Uniti fabbricavano già cibi
in scatola: la scoperta del latte condensato e
la guerra di secessione estesero possibilità di
produzione e consumo, in campo non solo
militare, ma civile. Il secondo settore, poten-
zialmente e praticamente molto più ampio del
primo, esigeva però non solo il buono, ma il
bello. Nessuno faceva ancora ricerche di
mercato, ma tutti erano d’accordo, specie in
un’epoca nella quale “il bello si vedeva”,
nell’attrarre il consumatore con l’onesto leno-
cinio di un barattolo decorato. Etichette,
certo: ma anche stampare i fogli di lamiera
ricoperti di uno strato argenteo, prima di
tranciarli e saldarli, non era impossibile. I tor-
chi, come si diceva allora, gemettero anche
per la banda stagnata.
Cominciò una specie di saga popolaresca,
ingenua, ricca di idee e di fervore, pronta agli
otto-dieci ‘passaggi in macchina” per otte-
nere tinte smaglianti e vive. Il floreale, già
padrone di ceramiche, gioielli, ferri battuti,
stoffe, cuoi lavorati al bulino, vetri opalescenti
o tersi, cromolitografie e pizzi, conquistò
anche la banda stagnata. Non firme illustri
(benché qualche artista di vaglia si sia impe-
gnato, celandosi dietro all'’anonimo) ma bravi
artigiani, maestri del disegno ornamentale,
pronti anche a valersi del “pezzo” celebre —
Dante e Beatrice vicini al ponte, // bacio di
Hayez, persino la Gioconda — da inquadrare
fra svolazzi, cartigli, foglie d’ippocastano e
fiori d’ireos. Si lavora direttamente sulla pietra
litografica, come, del resto, fanno, negli stessi
anni, Toulouse-Lautrec e Chèret per realiz-
zare i loro manifesti. La scatola di latta porta
vivacità, fulgore di rossi gialli e azzurri nelle
amorfe botteghe di periferia. L’imballaggio
diviene argomento di vendita.
Un particolare settore acquista fisionomia
ropria: quello delle lattine per l’olio d’oliva.
l’Italia a cominciare, si creano le marche,
i simboli, le decorazioni tipiche (qualcuna
resiste tuttora). Con la grande avventura del-
l’emigrazione a nord e a sud del Plata, il job
conosce un impensato sviluppo.
Bastimenti completi: prima gli stupendi —
e scomodi — tre alberi dei grandi armatori
genovesi, poi le “città galleggianti” con fu-
maioli altissimi e i ‘camerotti” dove zappa-
terra pugliesi e veneti, pastori e cafoni di
Calabria e “basilischi”, si accumulano, con
le donne, i guaglioni e la roba loro. Il paese,
fra le Ande e la costa, o nell’entroterra texano,
è severo ma ostile, potrebbe essere una patria,
se la nostalgia alimentare non covasse nel-
l'animo: vino rosso, spaghetti, salsa di po-
modoro, olio d’oliva. Dall'Italia, venga al-
meno quello. Alla Bovery, a Boca, nelle
Little Italy del Nuovo Mondo, si aprono gli
stores che importano e vendono. È il primo
atto: poi gli oriundi trovano più comodo fab-
bricare i maccheroni negli Stati, in California
vite e pomodori prosperano. Resta l’olio.
Quello, nessuno può ottenerlo alla svelta,
occorrono decenni perché un olivo produca e
renda. L’olio viene dall’Italia, bisogna impor-
tarlo, oggi come ieri.
Molti ex bottegai hanno fatto strada, portano
il gilè a quadri attraversato dalla catena d’oro,
fumano il sigaro tutti i giorni, non solo la
domenica, hanno il nome sulla porta e sul car.
Perché rinunziare a questa affermazione a
favore di una ditta straniera? Sarebbe meglio
avere una lattina propria, arricchita magari da
un bel disegno. Si scrive in Italia, ci si accorda.
Affare fatto.
C'è a Oneglia una litografia per stampa su
banda stagnata, specializzatasi nel rifornire i
produttori italiani, quella dei fratelli Renzetti.
Giungono le prime richieste d’oltre Oceano, i
disegnatori lavorano su indicazioni esatte o
meno, per i nuovi committenti. Le lattine
piacciono, altri chiedono la loro. Nasce così,
in qualche decennio, una specie di straordi-
naria galleria (circa tremila bozzetti) dedicata
a una Italia così come appare nel rimpianto di
chi è lontano.
Si è cominciato col poco: fronde d’olivo,
raccoglitrici, paesaggi “di genere”, figure sim-
boliche. Ma presto, di là dal mare si diviene
più esigenti, in Liguria si cerca di acconten-
tarli. Allegorie: la Gloria agita non fronde
d’alloro (e chi ci fa l’olio, con quello?) ma di
olivo, la Flora si vale di beanfies liberty,
l’ Oliva Gentile è raffigurata da un’altra bel-
la donna. Poi viene il ricordo di /i, l’ispiratrice,
sposa, fidanzata o sorella lontana, ad influen-
zare l’impaccatore: ed ecco le diverse Annun-
ziata, Carmela, Laura e Rosina brand, dedicate,
lo si intuisce, a quante al cuore parlano (in
fondo, poeti e scrittori hanno fatto di peggio).
Accanto all’amata, il paese: a centinaia le lat-
tine illustrano l’Italia maggiore e minore,
Cefalù brand e Sorrento fatata, il Vesuvio col
pennacchio e il pino, Bologna e il Gigante,
marca Lanterna di Genova, Mole Antonelliana,
Patria nostra, Sole mio, Canicatti, Conca d’oro,
Carretto siciliano, Gondola brand, Leone di
San Marco (invece del libro, regge fra le
zampe lo scudo della Sausage Manufacture).
La lontananza dà luce di paradiso a tutto il
mondo lasciato da bambini. O% talia, nel-
l’ardor che mi divora — sorge un canto più fresco
del mattino — mentre di te l'esilio si colora scriveva,
del resto in quegli anni, Gabriele, ridottosi,
per motivi finanziari, ad allevare levrieri nella
landa di Arcachon. Dell’Imaginifico, gli espor-
tatori d’olio non si dimenticano affatto. Come
farlo del resto, se Gabriele è una gloria na-
zionale, uno di quegli elementi da mettere sotto
il naso agli stranieri, per ricordare a loro cosa
sappiamo fare? Eccolo D’ Annunzio, sulla lattina
da un gallone: ha il pizzetto, la calvizie e il
solino rigido dei bei giorni delle Laudi e della
Capponcina, è il poeta che scandalizza, ma fa
dire ai poveri connazionali: compà, quello
con le donne ci sa fare. Più smorti, nel ricordo,
gli altri vati delle lattine: Tasso, Ariosto,
Carducci, e, non poeti ma geni egualmente,
Giotto, Galileo, Leonardo, Marco Polo,
Raffaello, Alessandro Volta. Sono stati celebri,
occorre ricordarli.
Anche la musica, soprattutto il melodramma,
onorano l’Italia. Rossini e Verdi, sul cartel-
Gabriele D'Annunzio, sulla lattina da un gallone: ha il
pizzetto, la calvizie e il solino rigido dei bei giorni delle
Laudi e della Capponcina.
lone del Metropolitan o del Colon, ripagano
gli emigranti di molte umiliazioni subite, ed
è giusto che le lattine lo tengano presente.
Eccolo, il teatro lirico: Aida, Radames,
Otello, Tosca, Santuzza, Rigoletto appaiono
ognuno sul proprio recipiente, vicino ai can-
tanti: la Melba, già celebre per le pesche,
Tamagno e, immancabile, Caruso (la stessa
immagine che contraddistingue, negli Stati
Uniti, gli spaghetti omonimi).
Impaludato e solenne, fra il clangore delle
trombe e l’ondeggiare dei vessilli, ecco avanza
infine il vero e proprio corteo della storia.
Lo aprono, prosperose e discinte nel peplo,
le figure allegoriche, dalle forme statuarie:
Concordia, Democrazia, Gloria, Pace e, in
coppia, Zrabajo e Costanza: poi è un plotone
di Italie, con le torri in testa, il bianco rosso
e verde e lo stellone. “La patria nostra più
grande e più temuta”, dice, su una lattina,
una signora in abito da visita 1915, mentre
un bersagliere pianta il tricolore su Trieste:
ed è, certo, lo sfogo di un poveretto stanco
di sentirsi trattare da gringo, dego e simili.
Seguono gli eroi e gli eventi, chiare testimo-
nianze delle passioni del secolo. Cesare dagli
occhi grifagni guarda da un bussolotto e
Cleopatra, vestita di blu, risponde da un altro;
Marco Aurelio è a cavallo mentre il Medio Evo
si annunzia, per merito di una ditta di Valpa-
raiso, con una fila di personaggi sabaudi: il
Conte Rosso, il Conte Verde, Umberto Bian-
camano, memorie storiche o ricordi di naviga-
zione è difficile dirlo. Cristoforo Colombo
domina: cinque marche a nome suo, più una
dedicata al Desewbarco de Colon. Pietro Micca
ha trovato un amatore, e diversi Napoleone
il Grande. Ecco il Risorgimento: vi è un
L’evoluzione dell'immagine femminile nel gusto
dei disegnatori di lattine d’olio. Dalla «bella
I grandi personaggi sono rappresentati larga-
mente sulle lattine d'olio. Napoleone e Garibaldi
Tan x
(}S ONE GALLON
VIFGIN
\CKEDIN TTDASVEORT È
MAX BLAU |)- =-
doc rrtmr-Éi
ne
Rosina” di stampo tipicamente popolano-folelo-
ristico, si passa alla sofisticata «bella” di moda
sono raffigurati molte volte in diversi atteggia-
menti. AI’ «Ariosto brand” si aggiungono l’olio
UNICO IMPORTADOR E :
DEPOSITARIO PA O BRASIL
Pe 72 ca
fra il 1920 e il 1930. Con la proclamazione
dell'impero. viene di moda “faccetta nera’.
«Silvio Pellico”, “Giuseppe Verdi”, “Giacomo
Puccini” e quello intitolato al grande Caruso.
aci lie Pi
bt To DUI
Le illustrazioni 4 si erano as- h i S TO) B Ti Il jul E a LIA 4
|
Il dirigibile di Nobi-
le, la nave a vapore,
la locomotiva: tre
simboli del progresso
che non potevano non
trovare posto nella
iconografia delle lat-
tine d'olio.
pr OLIVA
[XTRAFINO 9
IMPORTADO PORALA
Un segno dei tempi: l'olio “duce”.
16
solo Mazzini, ma ben cinque Garibaldi. Il
tema più caro a questi commercianti-storici
era la famigilia reale: Umberto I apre la serie,
coi baffoni a punta e le medaglie sul petto della
giubba nera, Vittorio Emanuele III figura gio-
vane e da solo, poi, in medaglione, appare
con la regina (lui in uniforme nera, lei col
diadema, come nelle litografie degli uffici
statali): ancora più vecchio il re è in grigio-
verde. E/ena brand e Regina mostrano la so-
vrana; la principessa Iolanda è in due ritratti,
uno ancor bambina coi capelli sciolti e il
nastrino di velluto, l’altro da damigella; il
principe Umberto appare in una immagine,
con gli alamari da granatiere.
Se qualcuno vuol avere la riprova della
popolarità delle nostre campagne d’Africa,
osservi le molte lattine su quel tema: s’apre,
il gruppo, con un “ten. col. Galliano, difen-
sore di Macallè”, che sembra uscito da una
litografia da appendersi in una mescita di vini,
e prosegue fra Adua, Tripoli, Vittoria in Cire-
naica, ‘Tripolitania (un bersagliere sventola il
tricolore dal terrazzino del minareto), Tripoli
bel suol d’amore ecc., per concludersi con
una non meno popolaresca Faccetta nera.
La storia procede, e le lattine registrano:
marca Fascio, marca Duce (è la California
Importing Co. che ha scelto il tema, vestendo
da romano antico Mussolini); con un dirigi-
bile Italia simile a quelli fabbricati in casa ri-
vestendo di stoffa una lampadina, la marca
Nobile ricorda lo sfortunato viaggio polare.
Poi, la cavalcata si chiude: mutano i gusti
e i sistemi d’importazione, la pubblicità mette
in risalto le grandi marche, appoggiate da
supermarkets e drug-stores. Intanto, anche la
tecnica ha fatto molti e notevoli passi avanti:
le pietre litografiche sono scomparse, sosti-
tuite dalla fotolito, con la realtà viva del
fotocolor riprodotto come sulla pagina
di una rivista. Alla banda stagnata per im-
mersione si affianca quella prodotta con de-
posizione elettrolitica. Tutto il mondo divora
più “scatolame”: in Italia, nel decennio
1952-1962, il consumo di banda stagnata co-
nosce un aumento di oltre il 300%, favorito,
in gran misura, dalla produzione elettro-
litica del “Sinigaglia” della Italsider. Ma il
pubblico, per essere attratto e convinto, chiede
qualcosa di ben diverso dai ritratti di Napoleo-
ne e Caruso eseguiti a mano: vuole, reali e
ancor più appetitosi di quanto non lo saranno
nel piatto, le immagini dei cibi, le ‘situazioni
di consumo”: una fotografia — insalata, pizza,
pollo alla diavola — lo convincono di più
di Rosina brand. Ben stampate, attraenti, leg-
gere e solide, le nuove confezioni entrano
nelle case, dominano in credenze e — olio
escluso — nei frigoriferi. L’era di Caruso e di
Silvio Pellico (anche lui aveva il suo olio) è
conclusa.
Ma non finisce, negli armadi del ceto medio,
il gradevole dominio delle scatole di latta
“importanti”, quelle che contennero biscotti
e panettoni. Banda stagnata si limitano a
chiamarla gli specialisti: ma, per le felici pro-
prietarie, la bella scatola resta ancora un tesoro
da non gettar via.
Cento
anni
di acciaio
Martin
Il forno Martin ha cento anni. Questo nome
è ormai entrato nella terminologia tecnica di
ogni giorno: diciamo “forno Martin” e
“acciaio Martin” un po’ come se parlassimo
di una pianta o di una qualità di legno che
sono sempre esistite, come se non fossero una
creazione dell’uomo.
Ma che cosa significhi questo nome, quale
somma di avvenimenti, di travagli e di tenta-
tivi vi stia dietro, non ce lo chiediamo mai.
E soprattutto non ci chiediamo mai chi sia
stato quel signor Martin che, si può ben dire,
ha dato il nome ad un’epoca: l’epoca dell’ac-
ciaio di buona qualità e in grande quantità
a basso prezzo per fare arditissimi ponti lunghi
chilometri, reti ferroviarie che hanno coperto
il mondo come una ragnatela, navi grandi
come città galleggianti, palazzi alti fino alle
nuvole.
Pierre Emile Martin, questo protagonista
di una civiltà di titani, era un bell’uomo,
grande, slanciato, con il volto ornato da mo-
numentali baffi e barba che gli davano un
aspetto molto serio ed autorevole. La sua
sola civetteria era forse quella di sottolineare
la sua somiglianza a Francesco Giuseppe
d’Austria, civetteria d’altronde molto diffusa
in quei tempi di splendore della casa
d’Absburgo.
L’importanza dell’innovazione tecnica di
Pierre Emile Martin è presto detta se si pensa
a come avveniva la produzione dell’acciaio
fino alla metà del secolo scorso. Il sistema più
efficiente che si conoscesse era quello ideato
nel 1784 dall’inglese Cort che aveva applicato
il forno a riverbero al riscaldamento della
ghisa con aggiunta di minerali. In questo tipo
di forno si riusciva ad ottenere un prodotto
di alta qualità ma con un’operazione estrema-
mente lunga e faticosa: il “puddellaggio”.
Questo termine, derivato dall’inglese #0 puddle,
(rimescolare), indicava appunto che il metallo
in fase di affinazione doveva essere continua-
mente rimescolato affinché le trasformazioni
avvenissero uniformemente in tutta la massa.
È comprensibile quindi la fatica e la lentezza
in cui tutta l’operazione veniva eseguita.
Nel 1855 l’inglese Bessemer aveva scoperto
un nuovo metodo di produzione dell’acciaio
che rappresentava una vera rivoluzione per
l’industria siderurgica. Come è noto, il pro-
cesso consisteva nell’iniettare attraverso la
ghisa liquida contenuta in un recipiente alto
e stretto, a forma di pera, dell’aria che pro-
vocava la combustione del carbone. Il processo
Bessemer in pochi anni fc introdotto in un
certo numero di acciaierie con risultati soddi-
sfacenti. Più tardi sarebbe stato in grado di
competere con gli altri metodi di produzione,
specialmente a seguito delle modifiche ap-
portate, dopo il 1878, dagli inglesi Thomas e
Gilchrist, modifiche che rendevano possibile
il trattamento delle ghise fosforose.
Ma verso il 1860 l’apparecchio Bessemer
appariva come uno strumento che non con-
sentiva di ottenere degli acciai speciali di qualità
e delle composizioni molto esatte. In più il
Bessemer rendeva necessari grandi mezzi di
produzione della ghisa liquida. Il problema
alla cui soluzione si applicò Pierre Emile
Martin, appoggiato dal padre Emile, era ap-
punto quello di trovare il sistema per produrre
acciaio di qualità ed a costi economici, ope-
rando direttamente senza produzioni interme-
die, e usando in parte ghisa e in parte rottami
di ferro.
La grande esperienza decisiva fu eseguita
da Pierre Emile Martin il 23 aprile 1863 nelle
fonderie di Sireuil, lungo la Charente, a una
quindicina di chilometri da Angoulème.
In tale occasione furono caricati seicento
chilogrammi di barre di ferro cementato: tre
ore dopo, dal foro di colata usciva un fiotto
di acciaio liquido. La forma del forno era così
razionale che, salvo le dimensioni, non è
stata molto modificata fino ai giorni nostri.
Ma come aveva potuto Pierre Emile Martin
giungere al grande esperimento? Prima di
tutto perché egli apparteneva ad una famiglia
di studiosi e di siderurgici. I nonni erano stati
tra i primi allievi della scuola politecnica e così
pure il padre Emile, fondatore della società
ferroviaria P.L.M.
Fra stato appunto il padre a creare la fon-
deria di Fourchambault, uno dei più grandi
stabilimenti siderurgici francesi e in seguito
gli altiforni di Blizy, Imphy e Alais. Emile
Martin affidò al proprio figlio maggiore Gior-
gio la costruzione di ponti sospesi e al figlio
minore, Pierre Emile, che era stato allievo
dell’Ecole des Mines, le costruzioni metalliche.
Emile Martin aveva due obiettivi: produrre
dell’acciaio francese di qualità per fare fronte
alla minaccia dell’industria inglese, e pro-
durlo più economicamente dei concorrenti per
poterli battere sul loro terreno.
Occorreva per questo un laboratorio di studio
che fu appunto creato a Sireuil ed affidato a
Pierre Emile.
Pierre Emile, allora trentenne, si rivelò
un ricercatore ostinato, un coraggioso, un
organizzatore di prim’ordine e soprattutto
un grande capo e un notevole studioso.
Le ricerche che durarono molti anni volge-
vano verso due obiettivi: studiare tutti i mi-
nerali possibili e stabilire il prezzo di costo
minimo per le migliori qualità di acciaio, e
mettere in seguito a punto un procedimento
nuovo e più economico per ottenere diretta-
mente l’acciaio partendo dalla ghisa.
Il primo progetto fu realizzato nel 1861 quan-
do l'acciaio di Sireuil fu venduto a prezzi di
concorrenza in Inghilterra, persino a Sheffield.
Il secondo fu appunto raggiunto con la grande
scoperta del forno rivoluzionario che, con
una fiamma ad altissima temperatura, consen-
tiva di fondere i rottami e mantenere liquido
e caldo il metallo. Premessa importante a tale
realizzazione era stato il brevetto di Siemens
del 1856. Il tedesco Siemens aveva infatti
costruito un forno nel quale i prodotti della
combustione erano utilizzati per riscaldare
l’aria comburente che permetteva di raggiun-
gere temperature di fiamma assai alte.
Nel 1861 Pierre Emile Martin aveva preso
una licenza del processo Siemens che egli per-
fezionò ed adottò poi al forno di sua conce-
zione.
Il primo brevetto fu registrato nel luglio
del 1865 e ad esso seguirono altre undici mo-
difiche fino al maggio 1867. Occorreva dimo-
strare la possibilità di un funzionamento con-
tinuo ed economico e di una produzione di
qualità. Qualità e basso prezzo furono con-
fermati da prove eseguite negli arsenali di
Cherbourg e Rochefort e l’acciaio Martin fu
scelto per gli impieghi della marina. Nume-
rose ditte francesi e straniere inviarono propri
tecnici a studiare il procedimento a Sireuil,
tanto che forni Martin furono installati in
Inghilterra nel 1867, ‘in Svezia e negli Stati
Uniti nel 1868, in Germania e in Russia nel
1869 e in Italia nel 1870.
A Pierre Emile Martin, come a tutti i
grandi inventori ed anticipatori, non fu ri-
sparmiata l’ingiustizia e la misconoscenza dei
contemporanei. Nel 1867, all'Esposizione Uni-
versale, la giuria decideva di conferirgli la
grande medaglia d’oro, ma fu stesa un’accusa
di contraffazione, ragion per cui il Martin fu
escluso dalla lista dei premiati.
L’ingiustizia fu riparata soltanto tre anni
dopo, ma Martin non ottenne alcun risar-
cimento. In seguito altre personalità negarono
a Pierre Emile Martin una parte qualsiasi nel-
l’invenzione.
Ditte francesi e straniere si equipaggiarono
del suo forno senza pagare i diritti di brevetto
della sua scoperta; nella Charente stessa (nes-
suno è profeta in patria), una guerra sorniona
finì per avere ragione del grande lottatore che
le difficoltà finanziarie avevano condotto alla
rovina.
Come spesso avviene, il riconoscimento me-
ritato venne solo più tardi, quando il nostro
secolo era già bene inoltrato.
Oggi naturalmente, in occasione del cen-
tenario, tutto il mondo ricorda con ricono-
scenza il grande inventore la cui scoperta se-
gnò una tappa fondamentale nella produzione
dell’acciaio.
17
Pierre Emile Martin
Lo spaccato del forno Martin:
1) Laboratorio - 2) muri e piedritti del laboratorio - 3) volta - 3 ++ 4) volta sospesa - 4) cuffie - 5) canali e raccordi alla camera
a scorie - 6) camera scorie, pareti e volta - 7) impilaggio - 8) ricuperatori.
Un’importante scoperta a Savona
Affreschi
sotto
una fabbrica
Per più di mezzo secolo l’ Ilva di Savona,
oggi Italsider, con le sue ciminiere fumanti
ai piedi dell’antichissima rocca del Priamar,
ha custodito un appassionante segreto di ar-
cheologia, rivelato soltanto durante alcuni
lavori disposti dall’amministrazione comu-
nale per la sistemazione di una parte del-
l’area lasciata libera dal complesso industriale.
Abbiamo pregato il dr. Renzo Aiolfi, di-
rettore del museo civico di Savona, cui si
deve l’importante ritrovamento, di farne un
resoconto per la nostra rivista. Gli affreschi
riprodotti in queste pagine sono pubblicati
per la prima volta in ltalia.
L’8 dicembre 196I, alle ore 15 circa, una
macchina escavatrice portava casualmente alla
luce un masso affrescato raffigurante San Gior-
gio nel tradizionale atteggiamento guerresco : un
dipinto di pregevole fattura, attribuibile ad un
ignoto maestro di scuola lombarda della seconda
metà del Quattrocento. La scoperta legittimava
e giustificava sistematiche ricerche, iniziate e di-
rette da chi scrive per l'esplorazione del sottosuolo;
infatti, nei giorni successivi, alla profondità di
m. 1,20 dal livello del piazzale, vennero in luce
due tombe rettangolari in mattoni e calce graf-
fita, racchiudenti due scheletri perfettamente
conservati. Il tipo e il materiale di una tomba,
insieme ad una moneta d’argento rinvenuta nel-
l’interno, permettevano di datare l’ epoca del-
l’inumazione nella seconda metà del Quattrocento.
Il raro reperto — trattasi di un carlino coniato
dalla zecca di Avignone — porta nel dritto la
figura, seduta di fronte, di Innocenzo VIII,
papa dal 1484 al 1492, della nobile famiglia
genovese dei Cibo, il quale prima di salire al
pontificato fu vescovo di Savona dal 1467 al
nella pagina accanto: ciò che resta di un affresco di squisita bellezza, che
in parte ha conservato gli smaglianti colori originali, la cui iconografia
ci indica l’arcangelo Raffaele mentre riconduce a casa Tobia. L’arcangelo
Raffaele era stato scelto anticamente come protettore di Savona,
1472, e, nel rovescio, una lunga croce accanto-
nata da chiavette decussate.
Nel corso di ulteriori lavori di scavo nell’area
già occupata da capannoni dello stabilimento, fino
a pochi anni or sono sempre pieni di frastuono
assordante e di bagliori accecanti, venivano rin-
venuti frammenti di altri affreschi, piastrelle di
ceramica, una colonnina di marmo con capitello
ed alcuni reperti di limitato interesse. Pareva
che le fondate speranze di un ritrovamento, im-
portante per la migliore conoscenza dell’antica
città, andassero deluse, confermando lo scetticismo
di molti, quando, col procedere dei lavori di ri-
mozione del terriccio, quasi premio alla fiducia
ed alla passione del ricercatore, venne in luce
un lungo tratto del muro perimetrale di una
grande costruzione, sepolta e dimenticata da
lunghissimo tempo sotto cumuli di materiale di
riempimento, usato dai Genovesi nel secolo XVI
per la costruzione sul Priamar dî quell’imponente
e cupa fortezza che per centinaia di anni era stata
testimonianza indistruttibile del loro dominio
incontrastato sulla ribelle e sconfitta Savona.
Sotto i colpi del piccone indagatore, le antiche
vestigia riaffioravano poco per volta dal terreno
sconvolto e con esse quasi tornavano a vivere i
drammatici eventi di quel passato così lontano e
doloroso, quando Savona perse l'indipendenza e
si trovò alla mercé dei suoi implacabili vincitori.
Fra le altre costruzioni allora distrutte c’era,
sulla destra della rampa che saliva al Priamar,
il convento di San Domenico. Il vasto fabbricato,
comprendente la chiesa con un bel campanile, il
monastero, due chiostri e il dormitorio, era uno
degli edifici più notevoli di Savona antica.
Della magnifica costruzione non restarono che
sopra: (a sinistra) affresco raffigurante gli apostoli
Giovanni, Giacomo e Pietro addormentati nell’orto
degli ulivi durante l'agonia di Gesù. Lo strappo, il tra-
sporto su tela ed il restauro dei tre affreschi è stato
eseguito da Luciano Arrigoni, a cura della soprinten-
denza alle gallerie della Liguria. Quanto prima le opere
saranno sistemate nella pinacoteca civica di Savona.
(a destra) affresco raffigurante San Giorgio nel tradi-
zionale atteggiamento guerresco, rinvenuto fra le ma-
cerie dell’antica chiesa di San Domenico il Veechio,
la cui ubi era finora iuta., I ca-
da riferirsi
ratteri della pregevole composizione sono
tradieebbi, ad 2 1
un ig o bardo del
Quattrocento, autore anche degli altri due dipinti sco-
perti. In quel secolo la Liguria, come dice il Longhi,
era considerata «terra di conquista » per i pittori Lombardi,
le macerie : a poco a poco si formò su quegli
squallidi avanzi un alto strato di terriccio e di
erbacce che fece dimenticare anche il luogo esatto
dove sorgeva un tempo l’antico convento.
In mancanza di indicazioni precise pro-
venienti da documenti del tempo, si poteva
solo presumere ma non stabilire con certezza che
le vestigia affioranti in seguito agli scavi in corso
fossero appunto quelle della chiesa di San Do-
menico il Vecchio, data anche la vicinanza del
tuttora esistente vicolo omonimo e la vastità
dell’area perimetrale che si andava delineando.
Nel frattempo, continuando l'esplorazione siste-
matica della zona, furono trovate due preziose
monete d’argento (una coniata per Luigi XVI
re di Francia e signore di Savona dal 1507 al
1510 e l’altra per Francesco I re di Francia e
signore di Savona dal 1515 al 1522) e fu pos-
sibile rimuovere un grande e pesantissimo masso
facente già parte delle mura perimetrali, conte-
nente un affresco di notevole valore artistico,
>)
raffigurante l’arcangelo Raffaele mentre riconduce
a casa Tobia, affresco che, per le affinità col
precedente, fu giudicato anch'esso opera di un
ignoto maestro lombardo del Quattrocento.
Questi dipinti, con la figura ricorrente di
San Giorgio (l’arcangelo Raffaele prima del re-
stauro era stato scambiato per San Giorgio che
riconsegna ai genitori la principessa liberata dal
Drago), fecero nascere qualche dubbio circa l’in-
titolazione della chiesa (ritenuta erroneamente
da alcuni come quella di San Giorgio) di cui,
intanto, venivano scoperti basamenti di colonne,
muri, voltine, fondazioni, elementi vari di strut-
ture, e un altro pregevole affresco raffigurante
gli apostoli addormentati nell’orto degli ulivi.
Alla fine del gennaio 1962 veniva alla luce
un tratto della strada pubblica (sulla cui destra,
per testimonianza di antichi cronisti, sorgeva
appunto il monastero) che andava ad innestarsi
nella via Chiappinata, oltre l'abside, per iner-
picarsi sul Priamar sino al piazzale antistante
la cattedrale. Il solco aperto nella topografia
della città vecchia col ritrovamento della seco-
lare via di mattoni a lisca di pesce, ottimamente
conservata anche nelle cunette per il deflusso
delle acque, mi permetteva un più sicuro orien-
tamento negli scavi successivi, intralciati non
poco, purtroppo, dalla presenza di una rampa
di accesso al ponte San Giorgio, costruita in
epoca assai più tarda per ragioni militari e sotto
la quale giace ancora molta parte degli avanzi
della chiesa. Proseguendo gli scavi al di là di
essa onde rintracciare l'ingresso del tempio, un
importante elemento di riferimento dissipava i
residui dubbi sulla sua intitolazione : veniva alla
luce tutto il lato della facciata ed il sagrato,
Il complesso del Priamar visto da un aereo. A sinistra,
in alto e in basso, alcuni capannoni dell’Italsider, Al cen-
tro, da sinistra a destra, le varie parti della fortezza:
il cellulario di San Bernardo, gli edifici del Maschio col
piazzale di San Carlo, il cortile di Sant'Anna, il palazzo
della Sibilla, il piazzale della Cittadella con i ruderi del-
l’antica cattedrale, il fossato maggiore, la polveriera
e il piazzale di Santa Caterina, In basso, al centro, il
pontile di San Giorgio, prospiciente corso Mazzini, nei cui
pressi sono stati rimessi in luce gli avanzi della chiesa di
San Domenico il Vecchio, costruita nel 1306. I Geno.
vesi, giudicando l’edificio di impedimento alla costruenda
fortezza, lo demolirono nel 1544. Il cerchio bianco indica
il punto in cui sorgeva la chiesa di San Domenico
il Vecchio della quale qui a fianco pubblichiamo la
ricostruzione planimetrica eseguita da Enrico Giusto.
costituito da un bellissimo mattonato a lisca di
pesce, da cui si dipartiva la strada che conduceva
alla chiesetta di N. S. dell’Olmo, presso la porta
della Foce, demolita nel 1624 per l'ampliamento
delle opere esterne della fortezza. A poco a poco
si poteva ricostruire la pianta della chiesa, libe-
randone parte dell’area sino al primitivo pavi-
mento di cui si rinvennero lastre d’ardesia, mat-
toni e piccole piastrelle quadrangolari policrome
(bianche, verdi, azzurre). Scrostando un vec-
chio muro del chiostro, sotto l’intonaco più re-
cente, emerse un bel pannello trecentesco raffi-
gurante una decorazione araldica a losanghe
bianche, rosse e nere, nelle quali si notano alcune
aquile imperiali ad ali spiegate.
Il complesso delle strutture che si conserva per
breve tratto al di sopra delle fondazioni consente
finalmente una esatta conoscenza della configu-
razione della chiesa e di alcuni ambienti del
monastero, che mantengono in situ le soglie,
tracce della primitiva pavimentazione, fram-
menti architettonici e decorativi, degni d’essere
conservati. Purtroppo una parte notevole del-
l’area della chiesa giace tuttora, come s'è detto,
sotto la rampa per cui si accede al ponte San
Giorgio, rampa che risulta priva di qualsiasi
valore storico ed archeologico.
Con tutta probabilità essa nasconde altri af-
freschi e reperti di notevole interesse e sarebbe
estremamente auspicabile abbatterla onde per-
mettere la prosecuzione di fruttuosi scavi e con-
sentire la fusione in una sola piazza delle due
aree ora divise dalla rampa anzidetta, lasciando
ancor più aperta la visione di tutto il maestoso
baluardo che sovrasta l’Italsider ed il porto sot-
tostanti. Tutto il materiale trasferibile, di inte-
resse artistico, archeologico e storico è stato
raccolto nel museo civico, per uno studio più
accurato in previsione di una confacente siste-
mazione. Per i tre affreschi invece, avvenuto
felicemente lo “strappo” dopo aver atteso per
molto tempo che sparisse ogni traccia di umidità,
si è proceduto al trasporto su tela e al relativo
restauro a cura della soprintendenza alle gallerie
della Liguria. Le monete andranno ad arricchire
la già cospicua collezione numismatica comunale.
Gli scavi hanno destato notevole interesse negli
ambienti culturali, anche al di là degli stretti
limiti regionali.
Il legittimo desiderio di chiarire, attraverso
testimonianze archeologiche, quanto ancora di
ipotetico e incerto si sa dell’antica Savona, le
circostanze favorevoli ad una indagine estesa e
programmatica in seguito al ridimensionamento
dell’Italsider che ha lasciato libere vaste aree, fanno
auspicare che, superando le barriere costituite
dalle consuete difficoltà burocratiche e finanziarie,
si riesca a trovare la via che consenta di ripren-
dere e di estendere î lavori, sospesi il 30 aprile
1962, con mezzi più adeguati all’utilità e alla
portata delle ricerche, il cui interesse va certo
al di là delle vestigia del monastero di San Do-
menico il Vecchio, testé riportate alla luce, per
inserirsi nel quadro ancor lacunoso dei problemi
interessanti l'urbanistica e l’architettura del
Priamar.
Che cos è
la
sicurezza
sociale
Su questo argomento che interessa ciascuno di
noi, pubblichiamo un articolo del nostro colla-
boratore professor Mattia Persiani a comple-
tamento di quanto da lui detto nel numero I
di quest'anno della rivista.
Quando si parla, come oggi accade spesso,
della riforma della previdenza sociale è ora-
mai di uso comune fare ricorso al concetto di
sicurezza sociale. Il significato però di questa
espressione, che è la traduzione di un termine
anglosassone, è presso di noi assai poco chia-
ro di modo che, come vedremo, il suo uso si
presta facilmente a generare equivoci.
Di sicurezza sociale (socia/ security) si parlò
la prima volta nel programma politico enun-
ciato nella Carta Atlantica (14 agosto 1941).
Successivamente, il termine sicurezza sociale
è stato accolto in tutte le principali dichiara-
zioni politiche del dopoguerra emesse in sede
internazionale e la realizzazione dei principi
che ne costituiscono il fondamento rappre-
senta attualmente uno degli obiettivi più im-
portanti dell’attività della Organizzazione
Internazionale del Lavoro.
Il principio che è alla base della sicurezza
sociale e alla stregua del quale va colto il
significato di questo termine nella sua acce-
zione originaria, è quello della libertà o libe-
razione dal bisogno, libertà che deve essere
realizzata dallo stato garantendo a tutti i cit-
tadini, attraverso una adeguata organizzazio-
ne di mezzi, un minimo di benessere indivi-
duale. Così intesa la concezione della sicurez-
za sociale si pone in funzione critica alle in-
sufficienze del sistema delle assicurazioni so-
ciali, tradizionalmente limitato ad alcuni rischi
ed ai soli lavoratori subordinati, ed alla assi-
stenza pubblica intesa come attività graziosa
dello stato, come beneficenza legale.
Tutti i cittadini che si trovino in situazione
di bisogno dovrebbero aver diritto ai mezzi
necessari a garantire la loro esistenza. La rea-
lizzazione di questa tutela non è, però, com-
pito dei singoli gruppi o categorie interessati,
ma di tutta la collettività organizzata e costitui-
pane —
di
LIL K] Di
sce, quindi, un fine dello stato da raggiun-
gersi mediante il ricorso alla solidarietà di
tutti i cittadini.
Questa corrente di idee si è largamente dif-
fusa trovando la giustificazione anche nel mu-
tamento delle condizioni economiche e socia-
li prodotto dalla guerra, ed i principi che ne
costituiscono il fondamento sono stati ora-
mai recipiti nell'ordinamento giuridico di
quasi tutti i paesi molti dei quali, in conse-
guenza, hanno attuato negli ultimi decenni
una completa riforma della legislazione in ma-
teria. Queste riforme, condizionate necessa-
riamente dalle situazioni ambientali e dal di-
verso grado di evoluzione che era stato rag-
giunto, hanno dato luogo a realizzazioni per
molti aspetti diverse. Tuttavia nella varietà
dei modi di attuazione si possono individuare
due princìpi o criteri fondamentali che nella
tendenza costante ed uniforme ben possono
rappresentare gli elementi caratteristici deter-
minanti dell'evoluzione dei sistemi giuridici
previdenziali in relazione alla sicurezza sociale.
Il più intenso intervento dello stato, che as-
sume oramai tra i suoi fini direttamente la
realizzazione della tutela previdenziale e l’esten-
dersi di questa a coprire nuove situazioni di
bisogno e nuove categorie di soggetti, oltre il
limite tradizionale del lavoro subordinato.
I principi della sicurezza sociale così intesa
sono stati accolti anche in Italia. L’articolo 38
della costituzione, in relazione ad altre disposi-
zioni e specialmente all’articolo 32, da un lato,
pone a carico dello stato la realizzazione della
libertà dal bisogno di tutti i cittadini e della
tutela della loro salute e, dall’altro, estende la
protezione oltre i limiti del lavoro subordi-
nato. ‘Tuttavia tanto i costituenti quanto suc-
cessivamente il legislatore ordinario non hanno
mai usato l’espressione sicurezza sociale.
‘Tale termine non è stato recipito dall’ ordi-
namento italiano se non indirettamente attra-
verso i trattati e le convenzioni internazionali
tra cui assume particolare importanza il trat-
tato istitutivo della Comunità Economica
Europea, i quali, in virtù delle singole leggi
che ne hanno autorizzato la ratifica, fanno
parte dell'ordinamento giuridico interno. In
questi atti, però, il termine sicurezza sociale
assume un significato convenzionalmente di-
verso da quello prima esposto e corrisponde a
quello tradizionale di previdenza sociale. In
queste convenzioni, infatti, si fa riferimento
solo alle assicurazioni sociali limitate per lo
più ai lavoratori subordinati.
Da tutto ciò deriva, come già dicevamo, che
il significato da dare al termine sicurezza so-
ciale, in mancanza di un inequivoco uso di es-
so da parte del legislatore, è presso di noi
ambiguo nel senso che ad esso possono es-
sere attribuiti significati diversi.
Tale ambiguità ha finito per trasformare
l'equivoco terminologico in un equivoco di so-
stanza. Si è ritenuto, infatti, e anche da parte
di autori qualificati, che l’obiettivo da rag-
giungere con la riforma che si annuncia sia la
sicurezza sociale intesa come un sistema inte-
grale destinato a proteggere tutta la popola-
zione, senza distinzioni, da tutti i rischi, e
a carico esclusivo dello stato. Poste queste
premesse, è evidente che l’attuale sistema della
previdenza sociale e dell’assistenza sociale sia
qualcosa di talmente diverso dalla sicurezza
sociale da porre l’esigenza di radicali trasfor-
mazioni da attuarsi mediante una riforma
integrale. In questa prospettiva è naturale
anche acquistino notevole risalto le obiezioni
che possono essere formulate contro la ten-
denza dell’evoluzione che la riforma non
potrà non seguire.
Tali obiezioni riguardano l’ eliminazione
di alcuni principi ai quali si pretende
sia ancorato tradizionalmente il sistema
della previdenza sociale, come ad esempio
quello di una certa corrispondenza fra la tu-
tela prevista e lo svolgimento di un’attività
lavorativa in posizione subordinata, corrispon-
denza che si verificherebbe anche sotto il pro-
filo della sopportazione dell’onere che deriva
dalla realizzazione della tutela previdenziale
da parte degli stessi soggetti interessati: la-
voratori e, particolarmente, datori di lavoro.
Si ritiene che questi princìpi trovino il loro
fondamento in motivazioni etiche tuttora ac-
“La casa sulle dune”. Questa casa per persone anziane
si trova a Zandvoort sulla costa olandese del mare del
nord. Fu costruita con un sussidio governativo nel 1955
ed è ora mantenuta con sussidi privati, Il corpo mag-
giore della costruzione contiene 164 camere singole e
16 doppie; 48 cottages sono raggruppati intorno alla
costruzione maggiore per ospitare coloro che preferi-
scono combinare la vita di gruppo con una certa in-
dipendenza personale.
colte nel nostro ordinamento e si nega non
solo l’esigenza di una loro revisione ma an-
che l’esistenza dei presupposti costituzionali
che la giustificherebbero. D'altra parte dando
all'obiettivo della sicurezza sociale un conte-
nuto così ampio, si finisce per farne qualcosa
alla quale si aspira ma che, in relazione alle
esigenze imprescindibili della situazione eco-
nomica nazionale, non può in effetti essere
realizzato.
Questo equivoco, per le conseguenze che
se ne fanno derivare, favorisce, in definitiva,
la conservazione del sistema attuale, epperò
deve essere superato tenendo presente che la
realizzazione della sicurezza sociale non con-
siste nella estensione della tutela realizzata,
ma piuttosto nell’affermazione delle conce-
zioni che ne sono alla base.
Evidentemente l’estensione quantitativa e
qualitativa della tutela realizzata è legata ad
una serie di fattori sociali ed economici quali
il reddito nazionale, le strutture sociali esi-
stenti, il livello dei salari e tutti quei fattori
che in ogni caso influiscono sulla ridistribu-
zione della ricchezza. Parlare, quindi, di sicu-
rezza sociale soltanto con riferimento alla
estensione e generalizzazione della tutela a
tutti i rischi e a tutti i soggetti, significa limi-
tarsi alla superficie del fenomeno dimentican-
done la sostanza. Come si è visto, nella sua
accezione originaria, la sicurezza sociale è
un’idea che può ritenersi realizzata in quanto
si abbia un atteggiamento dello stato diverso
dall’atteggiamento tradizionalmente tenuto in
relazione ai problemi della protezione dei cit-
tadini dal bisogno.
La tutela dal bisogno dei lavoratori, e in
genere dei cittadini, si è storicamente svilup-
pata attraverso l’iniziativa degli stessi interes-
sati e per lungo tempo lo stato è rimasto sol-
tanto spettatore di questo movimento. In un
secondo tempo lo stato si è preoccupato sol-
tanto di incoraggiare questa tendenza e, in-
fine, e questa è la fase caratterizzata dall’idea
della sicurezza sociale, lo stato si propone
come fine proprio quello di realizzare la tu-
tela dei cittadini dal bisogno. Siamo alle fun-
zioni sociali dello stato moderno.
Quando lo stato assume questo atteggia-
mento si può dire che siamo in presenza di
un sistema di sicurezza sociale e il problema
della intensità della tutela realizzata è un pro-
blema che riguarda soltanto le possibilità di
un ulteriore completamento ma non la quali-
ficazione del sistema.
Ora se si considera quella che è l’attuale
situazione italiana si deve senz’altro ammet-
tere che già ci troviamo in presenza di un
sistema di sicurezza sociale. Nella carta co-
stituzionale, come si è visto, è solennemente
affermato il principio per cui la realizzazione
della tutela per i cittadini che si trovino in
situazione di bisogno è compito specifico dello
stato. Il quarto comma dell’articolo 38 della
costituzione dispone, infatti, che alla realizza-
zione dei compiti previsti nello stesso arti-
colo « provvedono organi ed istituti predi-
sposti o integrati dallo stato ». In pratica,
poi, lo stato interviene in modo massiccio
al finanziamento degli enti gestori delle as-
sicurazioni sociali.
Anche il finanziamento della tutela previ-
denziale realizzata attraverso la contribuzione
imposta ai datori di lavoro ed ai lavoratori
obbedisce oramai a criteri di solidarietà na-
zionale e non più a criteri di mutualità tra i
Un banco di montaggio
di serrature in una casa
di lavoro per operai an-
Secondo una legge
municipale olandese, que-
ste case si trovano un po’
ovunque e provvedono a
consentire ai lavoratori
anziani di svolgere piccoli
lavori in condizioni parti»
colari, Case di questo ge-
nere si trovano anche in
molti altri paesi.
soggetti interessati. Basterebbe ricordare al-
cune leggi recentissime.
La legge che ha perfezionato la tutela delle
lavoratrici madri per coprire l’onere derivante
dall’erogazione delle indennità, ha imposto un
contributo ai datori di lavoro per tutti i la-
voratori occupati indipendentemente dal sesso,
mentre è evidente che la tutela è predisposta
soltanto per le lavoratrici. Quindi, anche un
datore di lavoro che impieghi soltanto mano-
dopera maschile è chiamato ugualmente a so-
stenere l’onere per la realizzazione della tu-
tela di lavoratrici che sono impiegate da altre
imprese.
Un’altra legge, poi, in considerazione della
precaria situazione economica esistente nel
settore agricolo, al fine di realizzare ugualmen-
te un perfezionamento della assistenza di ma-
lattia dei lavoratori occupati in quel settore,
ha imposto un contributo di solidarietà ai
datori di lavoro degli altri settori della produ-
zione e cioè a quelli dell’industria e a quelli
del commercio.
La conclusione che deve essere tratta dalla
considerazione di queste disposizioni di legge,
che abbiamo qui ricordato a titolo di esempio,
è che la realizzazione della tutela previdenziale
anche nell’ordinamento italiano attuale non si
basa più sui princìpi tradizionali dell’assicura-
zione e della mutualità ma su princìpi diversi
e, cioè, sui moderni princìpi della sicurezza
sociale. La tutela dei soggetti che si trovano
in situazioni di bisogno costituisce un fine
pubblico, di tutta la collettività organizzata
nello stato, e viene realizzata mediante la
imposizione di contributi che si giustifica solo
in considerazione del perseguimento del fine
pubblico attraverso la solidarietà.
Tutto questo significa, allora, che, in defi-
nitiva, in occasione della riforma non si tratta
tanto di modificare i fondamenti del sistema
attuale. In effetti questa modificazione è già
avvenuta per effetto della Costituzione, e at-
traverso l’introduzione di muovi princìpi ad
opera della legislazione ordinaria. Va appena
ricordato, sempre a titolo di esempio, come
nell’ultimo dopoguerra si sia avuta una no-
tevole e costante estensione della tutela previ-
denziale ai lavoratori non subordinati. Sotto
questo profilo si può dire oramai che oltre
agli artigiani, ai coltivatori diretti, ai piccoli
commercianti, tutti i liberi professionisti go-
dono di una tutela più o meno ampia realiz-
zata attraverso forme di previdenza sociale.
Tale modificazione, inoltre, è avvenuta per ef-
fetto del graduale mutamento dei metodi di
finanziamento delle assicurazioni sociali, do-
vuto sia alla necessità di ovviare le conseguenze
della svalutazione monetaria sia alla necessità
di far fronte ad esigenze sociali imprescindi-
bili anche quando, come per i lavoratori auto-
nomi, non si poteva ricorrere ai sistemi tra-
dizionali che vedevano l’onere contributivo
posto prevalentemente a carico dei datori di
lavoro.
È pur vero, però, che tutte queste modifica-
zioni non sono avvenute in modo organico,
con la conseguenza che accanto all’afferma-
zione dei nuovi princìpi continuano a sussiste-
re istituti ancora improntati ai vecchi. È solo
nel senso di operare un’armonica sistemazione
che si pone, quindi, l’esigenza di una riforma.
Parlare di riforma della previdenza sociale,
pertanto, non significa postulare la radicale
trasformazione del sistema in atto, la trasfor-
mazione cioè della previdenza in sicurezza so-
ciale. Significa piuttosto modificare gli istituti
esistenti in relazione ai princìpi della sicurezza
sociale che, giova ripeterlo, già sono accolti
nel nostro ordinamento e in parte già sono
realizzati.
Uno dei punti sui quali l’esigenza dell’ope-
ra del riformatore è più avvertita è quello
della distribuzione dell’onere finanzia-
mento. Se la realizzazione della tutela previ-
denziale è oramai, come si è detto, un fine
dello stato,
come la legge ha disposto in alcuni casi espres-
samente, mediante il ricorso alla solidarietà
di tutti i cittadini, è oramai veramente ingiusto
che l’onere relativo gravi esclusivamente sui
lavoratori ed i datori di lavoro. È ingiusto
che gravi sui lavoratori in quanto tali, proprio
perché vivendo essi del proprio lavoro non si
può pretendere che specialmente loro colla-
borino alla realizzazione del fine pubblico
(che consiste nella eliminazione delle loro
situazioni di bisogno). È anche ingiusto, in
definitiva, che tale onere sia sopportato per
la maggior parte dai datori di lavoro perché
essi già collaborano al benessere della collet-
tività, quali protagonisti della produzione,
mentre altre categorie di cittadini restano
esonerate dai doveri di solidarietà. Tale onere
dovrebbe essere sostenuto da tutti i cittadini
in proporzione delle loro sostanze e dei loro
redditi.
del
se essa deve essere realizzata,
Un magnifico
museo
fiorentino
Vi è in Firenze un magnifico museo che il
grande pubblico non conosce e che pure meri-
terebbe di essere visitato e valorizzato perché
contiene materiale di inestimabile valore. Si tratta
naturalmente di un museo che per essere pie-
namente apprezzato richiede almeno una gene-
rica preparazione tecnico-scientifica. Ma anche
allo spettatore più sprovveduto esso potrà sem-
pre insegnare qualche cosa. Luciano Rebuffo ce
ne parla in questo articolo che vuole essere il
primo di una serie dedicata ai vari musei della
tecnica e della scienza.
Tutti conoscono la città del giglio, la culla
del Rinascimento, la capitale medicea, la signo-
ra dell'Arno, insomma la nostra bella Firenze.
Così tutti conoscono Palazzo Vecchio, e
piazza della Signoria, Santa Maria Novella, la
cupola del Brunelleschi e il campanile di Giotto,
ed ancora Santa Croce e Orsanmichele.
Quanto ai musei, chi non conosce gli
“Uffizi” e “Pitti?”.
Ma vi è in Firenze un museo che il grande
pubblico non conosce, e che pur meriterebbe di
essere apprezzato e valorizzato, perché contiene
materiale di inestimabile valore, anche se si trat-
ta di un settore che richiede almeno una gene-
rica preparazione tecnico-scientifica, o anche
soltanto storica, per essere pienamente apprez-
zato. Intendiamo alludere al “Museo di Storia
della Scienza”, che si trova nell’antico palazzo
Castellani in piazza dei Giudici, alle spalle degli
“Uffizi” e, per così dire, lungo l’Arno.
Per comprendere meglio l’esistenza di detto
museo bisogna inoltre tener presente che
Firenze non fu solo la patria di Dante, di
Giotto, di Masaccio e del Botticelli, ma anche
di Leonardo (vero genio anticipatore di mille
23
conquiste tecniche), di Amerigo Vespucci, dei
principali discepoli del grande Galileo. E la
corte dei Medici non chiamò attorno a sé
soltanto letterati e pittori, ma anche fisici e
scienziati, come fecero Cosimo I e Ferdinando
II, e come fecero poi anche i Lorena, special-
mente il granduca Leopoldo che si dilettava
egli stesso di esperienze chimiche.
La professoressa Maria Luisa Bonelli, di-
rettrice del museo, osserva giustamente che
fare la storia di questa istituzione significhe-
rebbe, specie per il periodo settecentesco, fare
la storia della scienza tutta in Italia. Ma ella
stessa, in un articolo apparso alcuni anni fa
su “Civiltà delle Macchine” riuscì mirabil-
mente a sintetizzare almeno un albero genea-
logico del museo, in un brano che riportiamo
integralmente:
«Quel movimento scientifico che era nato
fin dal ’300 in Toscana ed aveva raggiunto il
suo culmine con Galileo Galilei, trovò in
seguito i più grandi assertori in Evangelista
Torricelli, Vincenzo Renieri, Bonaventura
Cavalieri, Vincenzo figlio di Galileo, ed infine
Vincenzo Viviani che, seppure ancora giovane
alla morte del Maestro, preparò tuttavia quel
terreno sul quale, con l’aiuto e la munificenza
del granduca Ferdinando II e del serenis-
simo cardinale Leopoldo de’ Medici, sorse
nel 1657 l'Accademia del Cimento”. ‘Tale
accademia, cenacolo dei cultori di filosofia
sperimentale, in cui pare avessero inizio le
esperienze fin dal 1651, aveva per soci in-
signi scienziati fra i quali ricorderemo Vincenzo
Viviani, Alfonso Borrelli, Carlo Rinaldi, Fran-
cesco Redi e Carlo Dati. Questo profondo
culto verso le scienze naturali, fisiche e ma-
tematiche aveva portato inoltre a raccogliere
nei palazzi granducali gran quantità di stru-
menti che, radunati fin dal periodo di Cosimo I,
passarono poi con la morte di Gian Gastone,
nel 1737, alla casa di Lorena. Dei primi due
granduchi lorenesi, Francesco e Leopoldo,
che grande importanza dettero alle collezioni,
il secondo di essi — consigliato anche dalla
madre Maria Teresa d’Austria — chiamò
presso di sé l’abate Felice Fontana e poté da
quest’ultimo far ampliare il già esistente mu-
seo di scienze naturali, cui annesse pure una
ben arredata officina dove lavorarono artefici
di grande rinomanza. Da questa deriva anzi
buona parte degli strumenti e dei modelli per la
meccanica e la fisica che ancor oggi si conser-
vano presso il museo di storia della scienza.
Il principe Leopoldo medesimo “per siste-
mare un ricco e ben inteso museo” comperò
dai Torrigiani anche le case dei Bini vicine
Un tornio settecentesco per la lavorazione delle lenti
conservato al museo di storia della scienza di Firenze.
Notare l’aria *classica” della macchina, con le sue co-
lonnine marmoree dai capitelli dorici e gli utensili con
ghirigori e ricami di ogni genere.
24
Termometro a spirale appartenuto all’ accademia del
cimento. Numerosi sono i termometri, della stessa pro-
venienza, custoditi in questo museo. Vi sono anche
quelli cinquantigradi e quelli +infingardi” a sferettine
galleggianti.
a palazzo Pitti allora “Reale Palazzo” e così,
nel 1775, il museo fu aperto al pubblico. Ne
fu direttore Felice Fontana, coadiuvato nella
sua opera dal professore di meccanica Giuseppe
Pigri e dai meccanici Gori. Molti furono gli
strumenti comperati e fatti costruire dal Fon-
tana in questo periodo. Di quelli già esistenti
nelle due sale e sei stanze del museo, egli ci
dà notizia nel suo “Saggio del R. Gabinetto
di Fisica e di Storia Naturale di Firenze” del
1775. È ancora da aggiungere il corredo di
cimeli medicei che allora formavano una col-
lezione nella galleria degli Uffizi e fra questi
è opportuno ricordare i pregevoli strumenti
di Ignazio Danti e quelli portati dalla Germa-
nia dal principe Mattias. Un periodo vera-
mente aureo, dunque, e dopo quarant’anni di
lavoro “il Fontana poteva dare con soddisfa-
zione ed orgoglio uno sguardo retrospettivo
al museo, sicuro che tale istituto sarebbe un
giorno diventato di somma utilità e lustro
al paese”. Alla direzione del Fontana succes-
sero quelle del Fabbroni, del conte Girola-
mo Bardi e di Vincenzo Antinori (1829-1859).
A quest’ultimo si deve l’edizione del 1841
dei “Saggi di Naturali Esperienze” degli
accademici del cimento ed il merito di aver
chiamato a Firenze Leopoldo Nobili per
l'insegnamento della fisica, l’Amici per l’in-
segnamento dell’astronomia e quello di aver
preparati i primi congressi scientifici italiani
che si tennero rispettivamente in Pisa (1839)
ed in Firenze (1841). In tale occasione sempre
l’Antinori ordinò l’erezione della tribuna ga-
lileiana presso la specola di Firenze. All’Antino-
ri successe poi Cosimo Ridolfi che mantenne
ancora attiva e produttiva la vita del museo ».
Abbiamo riportato integralmente questo
pezzo perché ci sembra la miglior sintesi della
preistoria del museo.
Nel tardo Ottocento vi fu, disgraziatamente,
un certo calo di interesse per l’istituzione, ma
nel 1929, dopo l’esposizione di storia della
scienza tenutasi in Firenze, si organizzò il
museo pressappoco nelle dimensioni odierne,
arricchito poi da varie donazioni, specie del
prof. Andrea Corsini che ne fu anche direttore.
Durante l’ultima guerra il palazzo subì
notevoli distruzioni, delle quali risente ancora
adesso, in certi locali e in certe sistemazioni
provvisorie.
Ma il materiale, come dicevamo all’inizio,
è di importanza rilevante e tale da compensare
il visitatore della pazienza che dovrà impiegare
per andarne alla ricerca, sui tavoli, negli ar-
madi, nelle bacheche.
Tra gli strumenti ottici, meritano parti-
colare menzione gli antichi microscopi deri-
vati dall’occhialetto di Galileo, ed i microscopi
settecenteschi del Brander, del Patrono e del
Levy. Importante è una grande collezione di
prismi montati per esperienze su banco di
ottica. Poi si ha una serie di microscopi che
testimoniano l’evoluzione di questo stru-
mento nei secoli XVII e XVIII sotto l’impulso
della scuola inglese: Adams, Dollond, Cuff,
Ayscough, Pritchard, Baker, West.
Importante poi il microscopio solare di
Isidoro Gaspare Bazzanti (1760) e il micro-
scopio solare di Amici (primi dell’Ottocento).
Nel mezzo di una sala fa bella mostra di
sé la grande lente ustoria di Benedetto Bre-
gans di Dresda (1690) donata a Cosimo III:
nel 1710 questo strumento servì all’Averani
e al Targioni per le esperienze sulla combu-
stione delle pietre preziose mediante l’azione
dei raggi solari. Ancora un secolo dopo si
servirono di questa lente il Davy e il Farady
quando vennero a Firenze per le ricerche
sulla natura chimica del diamante.
Stupefacenti sono poi, su un altro tavolino,
i due giuochi ottici del Niceron: uno di essi
compone, da uno sfondo con tante teste di
turchi, un unico ritratto di Ferdinando II de’
Medici, a-mezzo di una lente poliedrica rac-
chiusa in un cannocchialetto; l’altro, per rifles-
sione di un altro disegno, trasforma un ri-
tratto di Carlo III di Lorena in quello di Cri-
stina di Lorena.
Nutrita è la raccolta di strumenti matemati-
ci, tra i quali quelli portati dalla Germania dal
principe Mattias fratello del granduca Ferdi-
nando I, e quelli prodotti da Lorenzo, Eufro-
simo, Camillo e Girolamo della Volpaia, che
ne eseguirono di pregiatissimi, richiesti in
Italia e all’estero.
Si trovano poi varie calcolatrici secentesche,
di Samuel Morland e di Giovanni Marke.
Numerosi gli orologi, quelli notturni di Eufro-
simo della Volpaia (1520), Lorenzo della
Volpaia (1511), Girolamo della Volpaia (1568);
orologio lunare e solare su quadrante in legno
di Don Stefano Buonsignore; quadrante gotico
secondo il Profacio (fine del secolo XIII).
Tra l’altro si ha anche un astuccio di com-
passi appartenuti a Michelangelo Buonarroti.
Notevole il quadrante universale di Tobia
Volkmero (1608) con bussola ed orologio
diurno e notturno; interessante l’odometro o
contapassi, appartenuto agli accademici del
cimento e probabilmente costruito dallo
Schissler (secolo XVI).
Numerosi ancora i compassi, i grafometri,
i quadranti nautici.
Ed ecco una pesante e complicata macchina:
a che cosa sarà servita mai? È una ‘macchina
per dividere i cerchi”, costruita nel 1762 se-
condo i principi del duca di Chaulnes, e accanto
vi sono altre macchine per dividere le rette.
Molto importante e fascinosa è la sala di
astronomia e cosmografia, il cui materiale
proviene in gran parte dalle collezioni medicee
o dagli acquisti lorenesi. Al centro troneggia,
tutta dorata, la grande sfera armillare, o pla-
netario tolemaico, costruita da Antonio San-
tucci di Pomarance dal 1588 al 1593. Vi sono
poi numerosi globi terrestri e celesti, pa-
recchi di mano del celebre Coronelli. Qui vi
è anche una carta nautica del portoghese
Homem (1554).
Numerosi e bellissimi sono i vari astrolabi,
da quelli arabi (che sono i prototipi) a quelli
europei ed italiani del ’500 e del ’600.
Veramente unica al mondo è la raccolta di
materiale che illustra l’attività della scuola
galileiana; qui vi sono i due soli cannocchiali
galileiani che, dei tanti costruiti dal Maestro,
ci sono pervenuti; qui vi è la lente obiettiva
con la quale il Maestro rilevò i satelliti di
Giove; qui vi è una calamita naturale armata
da Galileo. Numerosi i termometri, col fa-
scino delle loro delicate spirali, e molti hanno
appartenuto all'accademia del cimento. Ecco
i termometri chiamati “infingardi”, a sferet-
tine galleggianti; i termometri a spirale; i
termometri cinquantigradi, che erano usati
anche per osservazioni meteorologiche; due
termometri clinici (essi pure a sferettine) a for-
ma di rana, per misurare la febbre.
Tra i cannocchiali e le lenti, ve ne sono
inoltre del Torricelli, del Divini, del Campani.
Particolarmente suggestivo un tornio per la
lavorazione delle lenti, con la sua aria ‘‘clas-
sica”, dove i montanti sono colonnine mar-
moree con capitelli dorici, e le aste e gli uten-
sili hanno ghirigori di ogni genere.
Numerosi i telescopi, tra i quali segnaliamo
quello del vallombrosiano padre Leto Guidi
(1711-1777); quello newtoniano ottagonale di
metri 2,20 (secolo XVIII); quello gregoriano
di 1,75 metri (secolo XVIII); quello equato-
riale di James Short di Londra (secolo XIX);
quello newtoniano del Gonnella di 3,25 metri
(1841).
Numerosi sono poi gli strumenti di mecca-
nica ed i modelli provenienti, come si è detto,
dall’officina costruita nel 1765 ed annessa al
museo. Segnaliamo un apparecchio in ottone
del Robervald per le forze parallele; un mo-
dello dimostrativo del meccanismo per at-
tingere acqua da quattro pozzi mediante due
cavalli; una macchina per la forza centrifuga
con cinque castelletti di ricambio.
Emozionante, anche se ci fa un po’ sorri-
dere in questi nostri anni di cibernetica elet-
tronica, l’automata scrivente di Federico
Knauss (secolo XVIII) che per mezzo di un
congegno ad orologeria fa sì che la piccola
mano che regge la penna si muova «per pren-
dere inchiostro e poi scriva il seguente elogio
cortigiano (anche gli automati, dunque, sape-
vano essere cortigiani!) della casa dei Medici:
“Hic Domui Deus nec meta rerum nec tem-
pora ponat”.
Oltre a macchine elettriche, bilance, stru-
menti di medicina e chirurgia, vi sono ancora
numerosi strumenti di chimica e farmacia, ed
il banco chimico di Pietro Leopoldo granduca
di Toscana.
Il segno dell’arrivo dei tempi moderni è
dato, quasi all’uscîta, da qualche apparato
elettrico, da apparecchiature radio e da un
fonografo originale Edison.
Poi, consci di quanto lavoro, di quanta
tenacia, di quanta intelligenza e di quanto
studio abbia sempre richiesto il lento e tor-
tuoso progredire del sapere umano, si esce
sulla strada, inondata di rombanti automobili,
si guarda il cielo solcato da potenti reattori,
si scorgono dalla vetrina di un bar le magiche
ombre di uno schermo televisivo, in rapido
movimento.
Ci si rende conto cioè di essere nel bel
mezzo dell’èra atomica. Ma proprio per questo
si è tentati di tornare a visitare questo magni-
fico museo fiorentino, tanto importante quanto
trascurato dai turisti.
25
a sinistra: grande lente ustoria di Benedetto
Bregans di Dresda (1690) che fu donata a
Cosimo III Nel 1710 questo strumento servì
all’Averani e al Targioni per le esperienze
sulla combustione delle pietre preziose me-
diante l’azione dei raggi solari. Ancora un
secolo dopo il Davy e il Farady si servirono
di questa lente per le ricerche. sulla natura
chimica del diamante.
sotto: particolare di un astrolabio italiano
del 1501.
DL
NITVBVM OPTICVM VIDES GALILARIÙ INVENTVM.ET OPVSCO SOS MACVLAS
(MET EXTIMOS IVNAP MONTES.ET 10VIS SATBLLITES.ET NOVAM QXASI
RERVM VNFVERSITATE PRIMVS DISPEXITAMDCIR.
sopra: due ca echiali galileiani. Sono i soli cannocchiali appartenenti al
Maestro che siano perven i giorni nostri. Con essi Galileo rilevò
i satelliti di Giove, le montagr e le macchie solari.
in alto a destra: la grande sfera armillare dorata, o planetario tolemaico,
costruita da Antonio Santucci di Pomarance dal 1588 al 1593. Sono inoltre
visibili alcuni globi terrestri e celesti opera del celebre abate Coronelli.
a fianco: la eolipila costruita secondo il principio di Erone, Essa costituisce
un’antica dimostrazione del principio sul quale sono basati, oggi, i motori
a reazione.
L’automazione
dei dati
aziendali
U
centri di [_]eeione
TAN
QUO
centri di impiego
centri di elaborazione
centri di rilevazione
OOO
centr di controllo
U
e di codifica
figura 1
RILEVAZIONE, TRASMISSIONE, CONTROLLO, ELABORAZIONE E DISTRIBU.
ZIONE DELLE INFORMAZIONI
La circolazione di informazioni (cioè di dati adeguatamente elaborati) è di fonda-
mentale importanza nella vita di un'azienda. Ecco lo sch di un flusso di
informazioni.
27
Uno degli obiettivi più importanti dell’organizzazione aziendale è
quello di garantire un flusso delle informazioni ed una loro elaborazione
rapidi, razionali ed efficienti. In questo articolo illustreremo i mezzi
che la tecnologia moderna offre per risolvere il problema.
1. Il flusso delle informazioni
Esaminiamo, innanzi tutto, lo schema generale del flusso delle
informazioni (figura 1) e definiamo alcuni termini:
centri di rilevazione: sono i luoghi ove si origina un certo fatto produt-
tivo, commerciale, amministrativo, che comporta la registrazione ori-
ginaria di un dato. (Saranno ad esempio centri di rilevazione i reparti
produttivi ove si registrano i consuntivi della produzione, gli uffici
di vendita ove nascono gli ordini dei clienti, la ricevitoria materiali
dove si originano le note di entrata materiali eccetera).
centri di controllo e di codifica: sono i luoghi ove i documenti originali
vengono completati di alcuni riferimenti (esempio: codici, prezzi) e
controllati in alcuni aspetti (esempio: si esamina che siano completati
in tutte le parti, si contano, si totalizzano eccetera).
centri di elaborazione: sono i luoghi dove, a prescindere dai mezzi a
disposizione, si elaborano le informazioni originali.
centri di decisione: sono gli enti che interpretano i risultati delle elabo-
razioni e, ove si riveli necessario, intervengono decidendo la modifica
da apportare ad alcune situazioni.
centri di impiego: sono gli enti che utilizzano i prospetti emessi dai
centri di elaborazione e possono in alcuni casi coincidere con i centri
di rilevazione (per esempio: un reparto produttivo oltre che rilevare i
consumi e le produzioni riceve gli elaborati che mettono in evidenza
i costi di lavorazione del reparto).
I dati nascono in un centro di rilevazione da dove, opportunamente
registrati, vengono normalmente inviati ad un centro di controllo
e di codifica.
Da qui vengono trasmessi al centro di elaborazione ed i vari
elementi vengono trattati per fornire prospetti di vario tipo (fatture,
cedolini paghe, conti di magazzino, conti di contabilità, analisi costi,
statistiche ecc.) che, a seconda della loro natura, verranno inviati ai
centri di impiego ed ai centri di decisione. Qui gli elementi forniti
dal centro di elaborazione vengono esaminati, confrontati, interpretati
e possono mettere in evidenza le necessità di modificare alcune situa-
zioni (esempio: modificare alcune pratiche operative, o adottare nuove
politiche di vendita, o modificare alcune strutture organizzative o più
semplicemente togliere il fido ad un cliente o diminuire le scorte di
un materiale).
In questo caso dal centro di decisione verranno emessi degli ordini
(decisioni) che possono essere indirizzati sia ai centri di rilevazione,
sia ai centri di impiego, sia ai centri di elaborazione (a questi ultimi
per esempio può essere richiesto di fornire con maggiore dettaglio e
frequenza i dati relativi a quei materiali per i quali si è decisa una ri-
duzione delle scorte).
Dall’esame di questo schema risulta che gli aspetti fondamentali
di un flusso informativo aziendale possono così riassumersi:
A - rilevazione dei dati
B - trasmissione dei dati
C - elaborazione dei dati
D - interpretazione dei risultati elaborati.
Noi non ci occuperemo del. punto D, e limiteremo l’esposizione ai
primi tre punti, ma li esamineremo a rovescio, cominciando dal terzo,
poiché il tipo di rilevazione e trasmissione dipende, come vedremo,
dal tipo di tecnica usata per l’elaborazione.
2. Elaborazione dei dati
Nella figura 2 abbiamo schematizzato una struttura logica di una
elaborazione, valida qualunque siano i mezzi a disposizione.
La funzione di coordinare l’esecuzione di varie fasi di lavoro sa-
rà svolta da un erfe (uomo o macchina) che dovrà ricevere i dati, ela-
28
programma
figura 2
STRUTTURA LOGICA DI UNA ELABORAZIONE
È lo schema generale al quale facciamo riferimento in ogni parte di questo articolo
per chiarire le funzioni svolte dalle macchine nei vari stadi di meccanizzazione ed
calcolatrice da tavolo
entrata
uscita
documenti
documenti
macchina contabile
figura 3
ELABORAZIONI AZIENDALI DEI DATI
PRIMO LIVELLO: MACCHINE DA TAVOLO E MACCHINE CONTABILI
Su questo livello tutte le fasi di elaborazione delle informazioni sono svolte manual-
mente dall’uomo, Si può definire una fase ‘’artigianale’’.
documenti
[ed
documenti
I
MD 0
E selezionatrici n ù
i e PS)
Pil resi inseritrici
tabulati CAI macchine ausiliarie I}
TA CECA 1 Da
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tabulatrici
figura 4
ELABORAZIONI DEI DATI AZIENDALI
SECONDO LIVELLO: CENTRI MECCANOGRAFICI - ELABORAZIONE IN SERIE
DEI DATI
Con le macchine a sehede perforate passiamo alla fase della “elaborazione in serie”
delle informazioni. Per ogni operazione successiva c'è una macchina specializzata.
5
IL SUPPORTO DELLE INFORMAZIONI: LA SCHEDA Licrnanni
a) perforata, elemento base di ogni centro
viene dl facendola scorrere su un rullo metallico. A Ta
p lino chiud letirico. Nelle hine più veloci allo spazzo»
si sostituisce un Guasco di luce.
documenti
I procedure di
perforazione
N!
i
VA
TG
CJ
perforatrici e verificatrici
figura 6
ELABORAZIONI MECCANOGRAFICHE
OPERAZIONI DI PERFORAZIONE E VERIFICA
borarli secondo uno schema prefissato (procedure di lavoro 0 program-
ma) che normalmente prevede la necessità di: memorizzare risultati par-
ziali o finali (annotandoli su pezzi di carta, registrandoli su schedari
ecc.), sviluppare certi calcoli ed emettere prospetti contenenti i risul-
tati delle elaborazioni.
A questo schema generale faremo riferimento nei paragrafi seguenti per
chiarire le funzioni svolte dalle macchine nei vari stadi di meccanizzazione e
automazione delle elaborazioni aziendali.
3. Primo livello: macchine da tavolo
e macchine contabili (figura 3)
Le macchine calcolatrici da tavolo si limitano ad aiutare l’uomo
nell’effettuazione dei calcoli di una procedura.
Uno stadio più avanzato è quello delle macchine contabili che
possono svolgere contemporaneamente le operazioni di calcolo e di
registrazione dei prospetti finali, e in alcuni modelli più evoluti pos-
sono lavorare sotto il controllo di un programma memorizzato che
rende automatiche alcune funzioni della macchina (esempio: il salto
del carrello da una zona di scrittura alla successiva, lo svolgimento di
operazioni aritmetiche secondo sequenze prestabilite).
È chiaro comunque che in questo primo livello elaborativo l’uomo
ha una funzione determinante: il coordinamento esecutivo, la ricezione
dei dati in entrata, l’interpretazione delle procedure di lavoro, l’immis-
sione dei dati nelle macchine da calcolo o contabili, il controllo dei
risultati, l’inoltro dei prospetti finali, sono tutte fasi svolte dall’uomo
e la presenza delle macchine non influisce sostanzialmente sulle proce-
dure di lavoro e non crea modifiche strutturali od organizzative nel-
l'azienda.
4. Secondo livello: centri meccanografici
Elaborazione in serie dei dati (figura 4)
Con l’aumento del volume dei dati da elaborare, il sistema di ela-
borazione manuale, sia pure agevolato dall’uso di macchine contabili,
non riesce a soddisfare alle esigenze di esattezza, tempestività, econo-
micità richieste dalle moderne strutture organizzative aziendali.
‘Tale sistema, infatti, non possiede l’elasticità necessaria per soddi-
sfare nuove richieste di informazioni, né la potenzialità sufficiente a
29
I ont
a 4 \\ Mn
TI I
j selozionatriei
U
moi
E
figura 7
ELABORAZIONI MECCANOGRAFICHE
OPERAZIONI DI ORDINAMENTO
sopportare punte di lavoro (consuntivi di fine mese, incrementi di
lavoro stagionali, bilanci annuali ecc.) con la conseguenza di costrin-
gere gli uffici ad effettuare orari straordinari con costi antieconomici,
e di accumulare ritardi che spesso divengono cronici nella consegna
delle varie situazioni aziendali.
Il problema di trovare strumenti più efficienti per la elaborazione
dei dati nacque quando la rivoluzione industriale portò le aziende a
dimensioni notevoli.
Per meglio spiegare la genesi del nuovo sistema è opportuno fare
un paragone con la tecnologia industriale. Il livello manuale di elabo-
razione, precedentemente esaminato, può paragonarsi ad una lavora-
zione di tipo artigianale, dove un operaio lavora su di un pezzo e lo
completa prima di passare al successivo, compiendo tutte le operazio-
ni necessarie per portare il pezzo alla sua forma definitiva, con l’uso
di strumenti quali la forgia, l’incudine, il martello, la sega, la lima ec-
cetera che lo aiutano nelle singole fasi di lavoro.
In maniera analoga un impiegato che, per esempio, è destinato
alla liquidazione delle paghe, elabora un cedolino alla volta com-
piendo tutte le operazioni necessarie quali: intestazione, descrizione delle
voci di competenza e ritenuta, calcoli degli imponibili e delle ritenute
di legge eccetera, aiutandosi con matita e fogli per appunti o con
macchine da tavolo (da scrivere o da calcolo) o con macchine contabili.
Nel caso delle lavorazioni meccaniche, la risposta al problema di
aumentare la produttività con l’aumentare della produzione fu offerta
dal sistema di lavorazione in serie, nel quale ogni fase di lavoro è
affidata ad un operaio dotato di macchine o strumenti specializzati per
l’operazione affidatagli, e in cui quindi il pezzo risulta terminato dopo
aver sostato successivamente dinanzi a tutte le stazioni di lavoro pre-
viste dal suo ciclo tecnologico.
Analogamente, nel trattamento delle informazioni aziendali una
evoluzione nella tecnica di elaborazione dei dati fu offerta dalla e/abo-
razione in serie.
Questa è stata resa possibile con l’impiego di due elementi base:
— un supporto che permette la registrazione delle informazioni in
un linguaggio intelleggibile alle macchine;
— macchine idonee a svolgere le singole fasi elaborative che costitui-
scono una procedura aziendale.
30
La scheda perforata
Il supporto delle informazioni è costituito da un cartoncino dielettrico
(scheda) sul quale le informazioni vengono registrate mediante per-
forazioni.
La scheda IBM è per esempio divisa in 80 colonne (verticali) ed
in 12 righe (orizzontali) (figura sA). Ogni colonna offre la possibilità
di registrare un numero o una lettera alfabetica o un carattere speciale
(. , # eccetera). La registrazione di un numero su una colonna avviene
facendo un foro nella corrispondente riga (foro nella riga o = 0;
foro nella riga 5 = 5).
La registrazione di una lettera alfabetica avviene mediante due
perforazioni sulla stessa colonna (esempio: perforazione sulla riga 12
e sulla riga 1 = A). La registrazione di un simbolo speciale avviene
mediante tre perforazioni sulla stessa colonna.
Le macchine sono tutte basate sul principio che la presenza dei fori sulla
scheda fa chiudere dei circuiti elettrici rendendo disponibili degli impulsi di
corrente che possono essere utilizzati per azionare certi organi della macchina.
La “lettura” della scheda da parte della macchina è normalmente
ottenuta facendo scorrere la scheda su un rullo metallico sul quale sono
a contatto degli spazzolini metallici (uno per colonna) (figura 55).
Il cartoncino rompe il contatto tra rullo e spazzolino, contatto che
però viene ripristinato se esiste un foro sulla scheda. Mentre la scheda
avanza sul rullo le varie righe della scheda vengono esplorate dagli
spazzolini; potremo dire che al tempo 1 gli spazzolini leggono la riga
1, al tempo 2 la riga 2 e così via. Pertanto, se lo spazzolino 15 va a con-
tatto con il rullo al tempo 5 rendendo disponibile un impulso elettrico
ai terminali del circuito, la macchina ha letto un 5 a colonna 15.
Con il sistema rullo-spazzolino si può arrivare ad una velocità di
lettura di 1000 schede al minuto. Per ottenere velocità maggiori (fino
a 2000 schede al minuto) si usano sistemi di lettura foto-elettrica (in
cui allo spazzolino si sostituisce un pennello di luce) che peraltro con-
cettualmente non differiscono dal sistema descritto.
Visto quindi quale è il supporto delle informazioni e il principio
su cui si basano le macchine, passiamo ora in rassegna le varie fasi di
una elaborazione in serie o elaborazione meccanografica, e le macchine
adibite a svolgere le singole fasi elaborative.
Operazioni di perforazione e verifica (figura 6)
La prima fase di lavoro di una procedura meccanografica è quella
che permette la registrazione sulla scheda dei dati da elaborare. Questa
operazione è effettuata con macchine perforatrici analoghe alle mac-
chine da scrivere. La battuta di un tasto provoca l’abbassamento di
un punzone che crea il foro sulla scheda. L’eiezione di una scheda,
l'alimentazione della successiva, il salto delle zone della scheda da non
perforare, avvengono automaticamente.
Poiché questa operazione è tipicamente manuale e quindi soggetta
ad errori, per evitare di inserire nella elaborazione dati errati, le schede
perforate vengono sottoposte ad una operazione di verifica che consiste
nel ripetere la battitura dei dati su macchine (verificatrici) funzional-
mente identiche alle precedenti, nelle quali però la battuta di un tasto
provoca l’ abbassamento di uno spazzolino che esplora la perforazione
precedentemente effettuata per controllarne l’esattezza.
Operazioni di ordinamento (figura 7)
Una importante fase di lavoro, sempre ricorrente nelle procedure
meccanografiche, è quella dell’ordinamento o selezione delle schede
secondo sequenze prefissate.
Se ad esempio si deve ottenere un giornale cronologico le schede
dovranno essere selezionate per data; se si desidera un inventario di
magazzino si dovranno selezionare per ordine crescente del codice di
materiale, e così via.
Questa operazione viene effettuata da macchine selezionatrici costi-
tuite da una stazione di lettura delle schede e da 13 caselle di smista-
mento delle schede lette; 12 di queste caselle corrispondono alle 12
righe della scheda, la tredicesima serve a ricevere le schede che non
hanno nessuna perforazione.
L’ordinamento avviene esplorando la zona delle schede in cui è
perforato il codice sul quale desideriamo ordinare le schede (esempio:
il codice prodotto del materiale), una colonna alla volta a partire da
quella delle unità.
Se vogliamo ordinare un pacco di schede secondo un codice di
s cifre (che sarà quindi registrato in una zona della scheda di 5 co-
lonne) dovremo passare il pacco di schede 5 volte nella macchina. Ad
ogni passaggio verrà esplorata da uno spazzolino una colonna: la let-
tura di una perforazione su una riga farà aprire la casella corrispon-
dente dove la scheda andrà a depositarsi. Alla fine del passaggio delle
schede in macchina, se per esempio il codice esaminato è numerico
(qualora fosse alfabetico la cosa è altrettanto semplice ma meno intui-
tiva), le schede si troveranno distribuite nelle caselle da o a 9 a seconda
della perforazione esistente sulla colonna esplorata.
Prelevando le schede dalla casella o sovrapponendovi quelle della
casella 1, poi della 2 e così via avremo il pacco ordinato secondo la
colonna delle unità. Ripassando le schede in macchina facendo esplo-
rare dallo spazzolino la colonna delle decine, poi quella delle centinaia
e così via, otterremo alla fine le schede nella sequenza desiderata.
Le macchine selezionatrici hanno una velocità variabile da 20.000
a 120,000 schede all’ora.
Un’altra operazione di ordinamento è effettuata da macchine inse-
ritrici che possono fondere tra di loro due serie di schede ordinate
secondo lo stesso codice (esempio: accoppiare le schede movimento
di magazzino con le schede saldo del mese precedente) ed effettuare
operazioni di controllo (esempio: controllare l’esatta sequenza nume-
rica di un pacco di schede).
Operazioni di calcolo e tabulazione (figura 8)
Sulle schede contenenti i dati originali è assai spesso necessario
effettuare dei calcoli aritmetici o algebrici.
Se i calcoli sono da effettuare su dati contenuti in ogni singola
scheda (esempio: moltiplicare una quantità per un prezzo per valo-
rizzare ciascun movimento di magazzino) si usano macchine dette ca/-
colatrici. Se i calcoli sono da effettuare su dati provenienti da tutte
le schede del pacco (esempio : sommare tutti i valori registrati sulle
schede saldo di magazzino per avere il valore totale delle giacenze) si
usano macchine dette /aby/atrici. Se poi i dati da elaborare sono con-
tenuti in piccoli gruppi di schede l'operazione può essere effettuata
sia da macchine calcolatrici che da macchine tabulatrici (esempio:
determinare l’imponibile di Ricchezza Mobile di ciascun dipendente
sommando le schede competenze di ciascun cedolino o l’imponibile
IGE di ogni fattura sommando gli importi perforati sulle schede dei
prodotti spediti a ogni cliente). Entrambe le macchine operano con
il solito principio: la lettura avviene attraverso gli impulsi che si ren-
dono disponibili con il contatto rullo-spazzolino.
Tali impulsi affiorano ad un pannello di comando (specie di cen-
tralino telefonico) (figura 9) dove, mediante spine, vengono prelevati e
convogliati attraverso fori del pannello a comandare le varie funzioni della
macchina (fanno girare le ruote dei contatori meccanici o azionare dei
punzoni per effettuare la perforazione dei risultati sulle schede e così via).
La macchina tabulatrice adempie anche alla funzione di stampatrice.
Gli impulsi di corrente che nascono dalla lettura delle schede o che
provengono dai contatori della macchina possono azionare gli organi
di stampa (barre o ruote) per stampare in chiaro i prospetti finali delle
elaborazioni.
Macchine ausiliarie
Le macchine fino a qui descritte sono quelle che corrispondono alle
fasi fondamentali dell’elaborazione in serie dei dati. Numerose altre
ne esistono, normalmente chiamate ausiliarie, che possono svolgere
altre fasi elaborative. Ne accenneremo molto brevemente alcune:
riproduttrici - multiperforatrici: servono a duplicare (riprodurre) in parte
o interamente le schede (esempio: per rinnovare uno schedario o per
riportare automaticamente la descrizione di un prodotto dallo sche-
dario anagrafico alle schede movimento di magazzino) o a perforare
automaticamente (multiperforazione) su tutte le schede di un pacco
dei dati costanti (esempio: la data su tutti i movimenti di un giorno).
interpreti: servono per stampare in chiaro sul bordo di una scheda i
dati in essa perforati per renderne facilmente leggibile il contenuto.
riepilogative: vengono collegate mediante un cavo alla macchina tabu-
latrice per poter prelevare i dati registrati nei contatori della macchina
e perforarli su schede. Se per esempio sulla macchina tabulatrice pas-
sano i saldi di magazzino del mese precedente seguiti dalle entrate ed
uscite del mese, mentre la tabulatrice determina per ciascun prodotto
il nuovo saldo e lo stampa nel prospetto di inventario del magazzino,
la macchina riepilogativa può contemporaneamente e automaticamente
perforare una scheda “nuovo saldo” per ciascun prodotto che servirà
per le elaborazioni del mese successivo.
Come funziona un centro meccanografico
Passate in rassegna macchine di un impianto meccanografico e le
loro funzioni, vediamo come questi mezzi si inseriscono nello schema
generale di una elaborazione. Torniamo quindi ad osservare la figura 2.
entrata: abbiamo visto come l’ingresso dei dati nel sistema meccano-
grafico si attua mediante la perforazione e verifica delle schede con
una operazione simile alla dattiloscrittura e quindi di tipo “manuale”
(figura 6).
programma: consiste nel “ciclo di lavorazione dei dati” o “procedura
meccanografica” (figura 7) che evidenzia schematicamente le fasi di la-
voro che debbono subire i dati e nei pannelli con i quali si devono
attrezzare le macchine in modo da programmare le operazioni elemen-
tari nell’ambito di ciascuna fase (esempio: per far eseguire alle calco-
latrici il calcolo A + B — C oppure il calcolo A -+ B + C e così via).
memoria: mel sistema meccanografico la memoria si identifica con
le schede perforate che costituiscono l’archivio dei dati e sulle quali
sono registrati sia i risultati intermedi delle elaborazioni, sia i dati
finali. La caratteristica essenziale di questo tipo di memoria è che essa
può essere letta direttamente dalle macchine.
calcolo: si identifica con una delle fasi di lavoro della elaborazione
meccanografica che, come abbiamo visto, è svolta automaticamente
dalle macchine calcolatrici e tabulatrici.
uscita: consiste nella stampa dei prospetti finali e nella creazione di
schede che contengono i riepiloghi delle elaborazioni che serviranno
come dati di partenza per le elaborazioni del periodo successivo (esem-
pio: schede con i saldi di magazzino o i saldi dei conti di contabilità
generale eccetera).
Anche queste operazioni si identificano con fasi di lavoro svolte
in maniera automatica dalle macchine.
coordinamento esecutivo: abbiamo visto che fatta esclusione per la fase
di perforazione e verifica delle schede, effettuate manualmente, tutte
le altre fasi di lavoro di una procedura con macchine meccanografi-
che si svolgono automaticamente. Peraltro, affinché una procedura
di lavoro possa svilupparsi è indispensabile e determinante l’inter-
vento dell’uomo al quale è devoluto il coordinamento esecutivo delle
varie fasi di lavoro. È infatti l’operatore che predispone di volta in
volta le macchine inserendo in esse gli opportuni pannelli di comando,
è ancora l’operatore che alimenta le schede perforate nelle singole
macchine, le ripreleva alla fine di ciascuna fase elaborativa e le tra-
sporta alla macchina che deve eseguire la fase successiva.
Possiamo riassumere quanto sopra esposto affermando che con le
macchine a schede perforate si antomatizgano le singole fasi di lavoro
che costituiscono una elaborazione, ma rimane determinante /’inzer-
vento dell’uomo al quale sono affidati due compiti sostanziali:
— quello di impostazione della procedura (stesura della procedura mec-
canografica, composizione dei pannelli di comando delle macchine,
definizione dei moduli eccetera);
— quello di azuazione del coordinamento esecutivo delle procedure (inter-
pretazione della procedura di lavoro, attrezzatura delle macchine,
trasporto delle schede da una macchina alla successiva eccetera).
Vantaggi e limiti del sistema meccanografico
I vantaggi del sistema meccanografico, rispetto a quello manuale,
sono evidenti: il centro di elaborazione dei dati si trasforma in una
officina che, con cadenze prestabilite, emette i vari prospetti contabili,
statistici, tecnici richiesti dall’azienda; le macchine sono in grado di
assorbire, entro limiti ragionevoli, punte di lavoro e di rispondere
tempestivamente a richieste estemporanee (statistiche ed analisi occa-
sionali). All’uomo è affidato un lavoro di qualità e quindi il suo inter-
vento è quantitativamente limitato, ciò che garantisce una economicità
elaborativa.
Tuttavia con il crescere del volume dei dati da elaborare e con
l’aumentare delle esigenze delle aziende, spinte verso forme organiz-
3I
zative sempre più efficienti, cominciarono a rendersi manifeste alcune
limitazioni insite nel sistema di elaborazione in serie dei dati. Le limi-
tazioni più evidenti sono:
discontinnità elaborativa: una elaborazione in serie è economicamente
attuabile solo su un volume di dati abbastanza elevato; basta infatti
pensare che per attrezzare una macchina occorrono alcuni minuti e
questi potrebbero rappresentare una percentuale elevata del tempo
totale di impegno della macchina qualora si alimentassero solo poche
schede (per esempio: 100 schede vengono elaborate su modelli di media
velocità in un minuto da una calcolatrice o da una tabulatrice o da
una riproduttrice, ed in un tempo notevolmente inferiore da una sele-
zionatrice o inseritrice).
Esiste quindi la necessità di dover lavorare su un numero elevato
di dati per renderne economica l’elaborazione, ciò che costringe a
prevedere certi intervalli di tempo tra una elaborazione e la successiva
per ottenere che i dati abbiano raggiunto un volume accettabile (esem-
pio: le procedure di contabilità di magazzino si effettuano normal-
mente con periodicità mensile, quelle di fatturazione con cadenza
settimanale e così via).
È evidente che durante questi intervalli di tempo /e situazioni non
vengono aggiornate. D'altra parte, anche se una elaborazione, per esempio
la fatturazione, ha un volume che consente una procedura giornaliera,
trattandosi di una lavorazione in serie, tutte le fatture iniziano insieme
il loro ciclo di lavorazione, supponiamo alle nove, e tutte insieme lo
terminano, per esempio alle 18. Dalle 9 alle 18 nessun dato relativo
alle fatture in elaborazione è disponibile e quindi la discontinuità elabo-
rativa, se pure in misura ridotta, è sempre presente ed ineliminabile.
Quanto sopra esposto ha come conseguenza /’impossibilità di avere
le situazioni aziendali aggiornate con continuità man mano che si verificano i
fatti contabili ad esse connessi.
Questo aspetto, accettabile in alcune elaborazioni e quando la len-
tezza burocratica aziendale o mezzi inadeguati di trasmissione delle
informazioni comunque creano ritardi nell’inoltro dei dati al centro
di elaborazione, può compromettere la validità del sistema meccano-
grafico in quelle procedure in cui è indispensabile una immediatezza di
risultati (esempio: programmazione e controllo della produzione).
difficoltà nell’organizzazione del centro di elaborazione dati : abbiamo spes-
so assimilato una elaborazione in serie dei dati a una lavorazione in-
dustriale di serie. È preoccupazione costante di un’azienda industriale
riuscire ad effettuare una programmazione efficiente dei reparti per
ottenere una produzione che, realizzando un alto rendimento delle
macchine, garantisca un economico processo produttivo.
Le stesse preoccupazioni esistono in un centro di elaborazione
dei dati dove si tende a ottenere il massimo sfruttamento delle mac-
chine. Tuttavia molto maggiori sono in quest’ultimo caso le difficoltà:
basta pensare che in un centro meccanografico il “programma di
produzione” cambia ogni giorno (un giorno si fanno paghe e fattu-
razione, un secondo magazzini e costi, un terzo stipendi e contabilità
generale, un quarto statistiche e contabilità industriale) e che i “cicli
di lavoro” di ciascuna procedura superano facilmente le cento “fasi”;
inoltre molto frequentemente si inseriscono modifiche alle procedure
e richieste di elaborazioni occasionali.
Tutto ciò ha come conseguenza che una programmazione accu-
rata del lavoro è spesso impossibile e quindi si verificano code di
attesa di varie procedure ad una stessa macchina, mentre altre macchine
rimangono ferme, con una percentuale media di utilizzo che si va facen-
do sempre più bassa man mano che aumentano il numero delle proce-
dure e la loro complessità ed il numero delle macchine dell’impianto.
ridotta capacità di calcolo: le macchine calcolatrici e tabulatrici effet-
tuano operazioni aritmetiche ed algebriche di modesta complessità.
Solo alcune operazioni elementari possono essere sviluppate contem-
poraneamente dalle macchine in un passaggio delle schede. Lo svi-
luppo del calcolo scientifico verificatosi negli ultimi anni ed ormai
non più limitato agli istituti di ricerca, ma divenuto strumento di uso
frequente nelle aziende per i problemi di progettazione e di gestione
scientifica, richiede sempre più frequentemente l’adozione di mac-
chine di diversa concezione che permettano l’effettuazione di calcoli
molto complessi con grande velocità ed esattezza.
32
documenti
‘Stornidà
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perforatrici e verificatrici
xv
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altre riepilogative tabulatrici
figora 8 figura 10
ELABORAZIONI MECCANOGRAFICHE ELABORAZIONI AZIENDALI DEI DATI
OPERAZIONI DI CALCOLO E TABULAZIONE TERZO LIVELLO: SISTEMA ELETTRONICO
Tutte le fasi di lavoro delle informazioni sono svolte contemporaneamente. È una
sorta di ritorno ad un lavoro artigianale come nel primo livello, ma reso enormemente
più rapido ed esatto.
organi di governo
P TO n METTI
lettore perforatore di schede °
figura 11
GLI ELEMENTI DI UN SISTEMA ELETTRONICO
5. Terzo livello: il sistema elettronico
Le limitazioni dell’elaborazione in serie dei dati vengono superate
con l’adozione dei sistemi elettronici (figura 10) che, sviluppatisi ini-
zialmente per risolvere problemi di calcolo scientifico, sono stati
in seguito generalmente utilizzati per la soluzione dei più svariati
problemi aziendali imponendosi come lo strumento più valido per
l’elaborazione automatica dei dati.
Potremmo definire un sistema elettronico come una macchina
complessa, costituita dall'insieme di varie unità tra di loro intercon-
nesse a ciascuna delle quali sono devoluti compiti particolari, capace
di sviluppare contemporaneamente tutte le fasi di lavoro che nel sistema di
elaborazione in serie erano svolte dai vari tipi di macchine meccano-
grafiche.
La possibilità offerta dal sistema elettronico di effettuare contem-
poraneamente su un dato tutte le operazioni ad esso conseguenti
permette di abbandonare il sistema di lavorazione in serie per ritor-
nare a quello artigianale in cui appunto la lavorazione di un pezzo
viene iniziata e portata a termine prima di passare al pezzo successivo.
Vedremo però con quali enormi perfezionamenti riguardo la velocità,
la complessità e l’esattezza elaborativa.
In un centro di elaborazione dei dati munito di un sistema elettro-
nico esistono praticamente due soli tipi di macchine (figura 10); quelle
per la registrazione dei dati su un supporto leggibile dal sistema elet-
tronico, nella generalità dei casi perforatrici e verificatrici di schede,
ed il sistema elettronico che svolge tutte le operazioni necessarie allo
sviluppo di una procedura; quest’ultimo può essere dimensionato in
varie configurazioni che possono prevedere anche più elaboratori
elettronici opportunamente interconnessi.
Generalmente in un sistema elettronico si può schematizzare, come
l’insieme delle seguenti unità: (figura 11).
organi di governo: sono costituiti dai circuiti da cui partono i comandi
per il funzionamento delle altre unità componenti il sistema: attra-
verso tali organi viene comandato per esempio l’inizio della lettura
dei dati contenuti nelle schede, da parte delle unità di lettura schede,
e la stampa dei prospetti finali da parte della stampatrice.
organi di memoria (dinamica) - questo tipo di memoria, detta dina-
mica per distinguerla da quella destinata all’archiviazione dei dati,
detta statica, è adibita a contenere le istruzioni (programma) che ven-
gono fornite al sistema elettronico per metterlo in grado di sviluppare
una certa procedura.
La loro registrazione nella memoria avviene attraverso delle schede
sulle quali vengono perforate le istruzioni relative a ciascuna procedura
(schede programma).
Attraverso l’unità di lettura le schede vengono lette e i dati ven-
gono trasferiti nell’unità di memoria. Gli organi di governo, leggendo
ed interpretando le istruzioni contenute in memoria, saranno così in
grado di comandare e controllare le varie funzioni del sistema elet-
tronico. Al termine di ogni procedura la memoria viene cancellata e
si predispone così a ricevere le istruzioni di un’altra procedura.
organi di calcolo: contengono i circuiti elettronici adibiti allo svilup-
po dei calcoli previsti dall’elaborazione.
lettore - perforatore di schede - sono le unità adibite alla lettura dei dati
contenuti nelle schede o alla perforazione su schede dei risultati di
certe elaborazioni.
stampatrici - sono le unità che effettuano la stampa dei prospetti finali
delle elaborazioni.
nastri magnetici - sono le unità che permettono al sistema elet-
tronico di leggere o scrivere i dati su bobine di nastro magnetico.
Queste ultime, simili a quelle di un comune registratore, costituiscono
le memorie di archiviazione dei dati (memorie statiche). Con questo
tipo di memorie per accedere ad una informazione è necessario far
svolgere la bobina leggendo mediante le testine di lettura tutti i dati
in essa contenuti, fino a quando non si rintraccia l’informazione desi-
derata. Pur essendo la velocità di lettura (e scrittura) di queste me-
morie elevatissima (da 20.000 a 400.000 caratteri al secondo), questa
operazione costringe a tempi di ricerca dell’ordine del minuto che
per un sistema elettronico sono molto elevati.
33
Pertanto con tali memorie si opera con elaborazioni di tipo segnen-
ziale. 1 dati sono cioè registrati sulle bobine, in un certo ordine, che
è lo stesso necessario per la loro elaborazione.
Per esempio, nel caso di una contabilità di magazzino la situazione
dei singoli prodotti viene registrata secondo l’ordine crescente del
codice prodotto. In caso sia richiesta la stampa dell’inventario sarà
possibile leggere sulla bobina magnetica le informazioni una di seguito
all'altra e inviarle alla stampatrice che emetterà il tabulato nel giusto
ordine di presentazione.
Con questo sistema di lavoro viene eliminato il tempo di ricerca
dell’informazione.
Il prerequisito di un sistematico ordinamento dei dati sulle bobine
è assolto dalla possibilità che ha il sistema elettronico di ordinare auto-
maticamente i dati di una bobina nell’ordine richiesto attraverso una
serie di istruzioni (programma di selezione).
dischi o tamburi magnetici - sono unità di archiviazione dei dati caratte-
rizzate dalla accessibilità casuale all’informazione. I dati sono memoriz-
zati magneticamente sulle superfici di dischi o tamburi ruotanti che
vengono letti o scritti da speciali testine che possono spostarsi su co-
mando dell’organo di governo in modo da accedere direttamente ad
ogni zona di lettura o scrittura. La ricerca di una informazione è quindi
velocissima (pochi millesimi di secondo) quando se ne conosca la
zona di registrazione (indirizzo).
Questa forma di registrazione è più costosa di quella offerta dai
nastri magnetici ma estremamente più interessante in quanto offre la
possibilità di poter interrogare il sistema elettronico sul valore di
certe situazioni aziendali (giacenze di un materiale, scoperto di un
cliente, fase di lavorazione raggiunta da un prodotto eccetera) e di
riceverne istantaneamente una risposta.
Normalmente si utilizzano i dischi o tamburi magnetici per regi-
strare dati di frequente consultazione ed i nastri magnetici per la re-
gistrazione dei dati storici.
consolle - è l’unità che permette all'operatore di controllare il lavoro
che sta svolgendo la macchina. Nella consolle si trova generalmente
una macchina da scrivere elettrica che, comandata direttamente dagli
organi di governo del sistema elettronico, serve ad evidenziare le si-
tuazioni anomale (esempio, materiale sotto scorta minima) che si
manifestano durante l’elaborazione 0 a stampare le risposte a cer-
te interrogazioni fatte sulle situazioni contenute nelle memorie del-
la macchina.
Esaminate le caratteristiche essenziali di un sistema elettronico
possiamo concludere che questo soddisfa completamente tutte le
esigenze evidenziate nello schema generale di una elaborazione trac-
ciato nella figura 2.
L’unica fase ancora tipo “manuale” è quella di perforazione delle
schede: queste ultime peraltro rappresentano solo il supporto per
l'ingresso dei dati nel calcolatore (entrata). Esse perdono la funzione
di “memoria” ora assolta dai nastri o dischi magnetici.
Il “programma” è rappresentato da una serie di istruzioni che,
attraverso schede, vengono registrate nella memoria dinamica e che
predispongono il sistema elettronico all’esecuzione di ogni singola
procedura.
I calcoli vengono sviluppati elettronicamente da appositi organi
della macchina.
L'uscita dei risultati è ottenuta attraverso le stampatrici diretta-
mente collegate al sistema elettronico.
Anche il coordinamento esecutivo è affidato alla macchina che,
tramite gli organi di governo, coordina il flusso dei dati attraverso
le varie unità del sistema, controllando l’esatta esecuzione di tutte le
istruzioni di lavoro ricevute dall’uomo e registrate nella sua memoria.
A parte quindi la preparazione delle schede, il ciclo elaborativo
risulta completamente automatizzato. Possiamo concludere che si è
eliminato nell’elaborazione dei dati l’intervento dell’uomo? Certa-
mente no. Solo che l’uomo, sollevato dai compiti esecutivi, ha dedi-
cato la sua attività alla impostazione di sempre più razionali proce-
dure aziendali ed alla loro scomposizione in istruzioni elementari da
fornire al sistema elettronico al quale ha affidato i compiti operativi.
34
serghi
tecnici
Poiché i giornali si occupano solo di tanto în
tanto di questioni di lingua e le riviste spe-
cializzate escono dalle letture consuete, resta
agli organi aziendali, sia quelli di fabbrica che
gli altri “di prestigio”, affidato il compito
di seguire l’evoluzione del gergo aziendale, del
linguaggio professionale. Su queste pagine in-
fatti si sono già visti scritti di Pestelli sul-
l'italiano utilizzato negli uffici, e di Cesare
Marchi sull’idioma automatico ; mentre ‘ Esso
rivista” ha pubblicato uno scritto sul linguag-
gio del petrolio ed un altro sul gergo dell’ au-
tomobile, e “Il gatto selvatico” s'è occupato
della lingua degli sportivi (ma anche se ne
sono interessati il “Piccolo” e il ‘ Giornale
d’Italia”, e spesso anche la “Gazzetta dello
sport”); non peserà troppo che si torni in
quest'articolo di Renato Giani sull’ argomento
della lingua d'oggi quale viene spiegata nello
svolgimento della pratica quotidiana dei mestieri,
delle professioni nuove e vecchie, adeguandola
ai tempi.
Si deve spesso al cinema l’introduzione di
un termine gergale restato operante nel ri-
stretto mondo di un mestiere, nel più ampio
ciclo della lingua parlata. Gli apporti del dia-
letto allo svolgimento della storia delle parole
sono noti e studiati. Elio Petri nel suo film
“Le ore contate” fa apparire il ““mazzolatore”,
l’uomo cioè capace di spaccare nettamente
un braccio a chi voglia poi fingere un inci-
dente onde farsi ripagare lautamente per danni
subiti e interessi composti. E il mazzolatore è
entrato nel frasario consueto. Lo ‘“sfasciacar-
rozze” è pure alla moda, messo in voga par-
ticolarmente non tanto da chi debba farsi ri-
parare un guasto all’automobile, quanto da
quei pittori e scultori non figurativi che im-
piegano materie eterogenee nelle loro compo-
sizioni, e in particolare da quegli arredatori
meccanici -
che utilizzano elementi
gli scarti delle trafilerie d’acciaio, per creare
inedite decorazioni.
come
A Roma, la legatoria delle ‘Tre Carrozze,
diretta dallo scrittore pubblico Giobatta Vi-
cari, ha pubblicato tempo addietro un dépliant
pubblicitario quanto mai prezioso, nel quale
sono ricordati quasi tutti i termini d’uso per
indicare il formato dei libri (in folio, quarto,
ottavo, sedicesimo, ventiquattresimo, trenta-
duesimo, microlibri), e le loro diverse dimen-
sioni; inoltre, i tipi di rilegatura (tutta pelle,
tutta carta, mezza pergamena, mezza tela, con
o senza angoli, con o senza nervature, con o
senza fregi sul dorso, doratura del taglio,
rilievi — losanghi o cornici — sul piatto an-
teriore, tasselli sul dorso eccetera); infine i
materiali quali le carte di Varese, le tele (ca-
napa, linetto, calicò, bukram, bavaria, velluto,
dermoidi eccetera) e le diverse pelli impiegate
nella legatoria: bulgaro, marocchino, vitello,
capra, montone, bazzana, spaccata, camoscio
(pare di entrare, a Vigevano, nel magazzino
d’un fornitore di calzolerie di lusso). E dopo
questi dati informativi, il dizionarietto tecni-
co, dall’agata - pietra per lucidare i tagli
dei vollumi, all’unghiatura - sporgenza del car-
tone oltre i limiti del volume.
Dopo aver letto e gustato la terminologia
rituale del legatore, parole come righirolo -
ferro per tracciare solchi sulle pelli a secco -
e fossetta - piccolo canale tra il dorso e il
piatto nella legatura alla romana, oppure ca-
pitello - fettuccia speciale ai due estremi del
dorso, sotto le due cuffie, ovvero l'estremità
della rivestitura del dorso, non appariranno
più parole per iniziati, usciranno dal loro argo-
tismo e diventeranno lingua parlata, dizionario
d’uso sia pure localizzato nella legatoria dei
libri.
La macchina specialmente suggerisce una
ricchezza di immagini e di metafore che ri-
scattano le parole stesse, talvolta incompren-
sibili. Dai falegnami agli orologiai, dai cemen-
tisti ai carpentieri ai marinai specializzati pos-
siamo attingere continuamente. I contributi
alle nuove edizioni dei vari Petrocchi o Rigu-
tini e Fanfani, dei Palazzi e dei Panzini escono
sommamente dal linguaggio tecnico nel suo
sottomettersi alla parlata e al dialetto, e dallo
stesso dialetto sempre ricco di nuovi apporti
cui la lingua scritta spesso dà uno stato civile,
o meglio legittima: e si pensi a Rea, per esem-
pio, a Marotta, a Mario dell’Arco poeta ro-
manesco, a Pasolini, a Gadda.
L’automobile più delle apparecchiature elet-
troniche si presta a una articolazione lingui-
stica che va dalla parodia alla simbologia, alla
metafora più colorita, e questo non solo da
noi ma anche in Francia, in Germania, in
America: macinino, tacot, caffettiera, corbil-
lard, ferraille, bagnole e bagnarola, guem-
barde e poussette, teuff-teuff e concon si
equivalgono, e così carcassa, catorcio, scar-
pavecchia, mula, bidone, casseruola, tegame,
tinozza, in un variare che va dall’espressione
gergale da famiglia a quella della mala più
carica e furbesca, tutta allusiva. Utilitaria o
vetturetta son l’equivalente di topolino, di
cinquecento, di vieux truc, di traction, si
offron senza resistenza al vario giuoco dei si-
nonimi che ricorrono in tutte le lingue e dia-
letti, pressappoco come scassone per parlar di
un aeroplano di seconda mano e un po’ fuori
uso. Il gergo degli sfasciacarrozze a stringere
bene non si rinnova molto.
I nuovi mestieri e in particolare quelli
tecnici (quelli del petrolio per esempio o
dell’acciaio), come hanno adatti strumenti che
via via diventano sempre più familiari, pure
restando ancora spesso simboli silenziosi come
i cartelli del traffico stradale, hanno tutti un
loro linguaggio. Ma anche le professioni mi-
nori vengono incontro: a Parigi fare la balia
non significa solo allattare un fantolino, ma
oggi perlomeno s’intende colui che sposta le
vetture da un posteggio all’altro per conto
di terzi, e poi corre ad avvertire dove ha si-
stemato l’auto, ove il proprietario dovesse
servirsene da un momento all’altro. Linguaggio
parascientifico è quello impiegato dai socio-
loghi che si occupano in prevalenza di rela-
zioni umane all’interno delle aziende. Il re-
cente romanzo di Libero Bigiaretti, “Il con-
gresso”, non potrà ricevere il Premio Rez-
zara proprio perché abilmente lo scrittore
mette qua e là in dubbio, se non in ridicolo,
la validità del frasario deperibilissimo, e che
muta di stagione in stagione. Uno dei rela-
tori di questo “congresso” che parla impie-
gando espressioni di moda sei mesi prima
desta estrema sorpresa, e a confronto degli
altri congressisti fa la figura di un archeologo
che parli unico una lingua morta intradu-
cibile.
Non possiamo trascurare che in fatto di
linguaggio tecnico va tenuto conto dell’am-
biente col quale necessità di lavoro, di pro-
fessione o solo di educazione, portan l’indi-
viduo a elaborare e apprendere e perfezionare
anche l’adatto frasario che l’ambiente stesso
(e cioè l’officina o i campi o la miniera o la
scuola) elabora. La terminologia di questi va-
ri linguaggi è quasi ignota al profano, tant'è
vero che le espressioni specifiche delle varie
professioni o mestieri solitamente vengono
evitate nelle conversazioni con persone che
non appartengono a quella cerchia o di ce-
ramisti o di verniciatori o minatori o calafa-
tori eccetera. « La presenza in una lingua di
molte forme e immagini proprie di lingue
tecniche » dice la Schick «è segno di un li-
vello culturale elevato e di un generale bisogno
di esattezza espressiva», esattezza che fa parte
del mondo morale e della psicologia di chi
lavora.
Anni fa nelle edizioni della RAI venne
pubblicato un curioso libro, fatto di conver-
sazioni per il terzo programma, dedicato alle
arti e ai mestieri.
Dal correttore di bozze al burattinaio, dal
fornaio all’oste all’antiquario, dall’ombrellaio
al cameriere al ferroviere al renaiolo alla leva-
trice di paese, fino al maniscalco - residuo o
meglio reperto d’una tradizione che sta scom-
parendo del tutto - erano esaminati venti e
più mestieri. A ognuno risponde sia pure
per poco un linguaggio, una semantica, una
morfologia sintattica, modi propri espressivi,
come ne hanno i prospettori che cercan l’oro
lungo il Tumat River nel Sudan o lo cercavano
lungo i fiumi della California o nell’Alaska.
Carlo Laurenzi, che si occupa di fatti di
costume, annotatore attento, coltivato - certi
suoi scritti sul linguaggio gergale impiegato
dai cineasti e riproposto come lingua ufficiale
dal cinema romanesco son di un interesse
che va al di là della curiosità filologica - in
un suo scritto del ’59 rilevava che anche la
televisione dopo essere stata una roccaforte
dell’italiano corretto, dopo vari episodi la-
sciava capire che il romanesco, il dialetto, il
gergo, l’assediavano e cominciavano a farvi
brecce. Le ragioni dell'invasione di un lin-
guaggio ancora non purificato, grezzo, spesso
volgare van cercate nel realismo che domina
oggi il giornalismo, parte della letteratura, il
cinema. Non nel gergo dunque dei mestieri
nuovi e vecchi. E’ infine anche colpa della
retorica di far realistico. Ora, annotava giu-
stamente il Laurenzi, il realismo non è cor-
tese. Noi aggiungiamo che nessun gergo
fine a sé è cortese, salvo si tratti di quello
tecnico, localizzato nei luoghi adatti: ufficio
o officina, campi, cantieri. « L’italiano som-
mario della buona gente» (Domenico Rea)
non ha nulla a che fare con quello che viene
imposto dal cinema o dai cinegiornali. Si
reputa anzi che compito primo dell’ufficio
censura cinematografica dovrebbe essere di
obbligare i doppiatori o gli attori (e soprat-
tutto i dialoghisti) a un impiego di termini
meno scortesi. Dal realismo che non è cortese
alla parolaccia, alla volgarità, alla battuta a dop-
pio senso da avanspettacolo, il passo è
breve.
L’importanza del gergo è sottolineata anche
da Carla Schick nel suo libro recente edito
da Einaudi, e ne illustra alcuni aspetti nella
realtà storica del linguaggio. ‘Tuttavia, sep-
pure si usi il termine “gergo” per indicare
modi espressivi dell’argentiere, dello sbalza-
tore, del farmacista, del legatore di libri, del
ribattitore, del tappezziere, del tornitore, del
vetraio eccetera, la parola è impropria. Si
tratta di vero linguaggio, sia pure tecnico,
che non scade negli impulsi delle necessità
espressive dettate da forme di ribellione, di
rivalsa, solidarietà di gruppo (per esempio in
prigionia, o fra i ladri, fra gli ambulanti dei
mercati settimanali, fra gli zingari e i nomadi,
fra i sodali di sette religiose o politiche: qua
il gergo costituisce quasi il simbolo d’una
fuga dalla logica della società per costituire
un vincolo di comuni interessi). Tuttavia si
può parlare di gergo alludendo a certo lin-
guaggio dei seggiolai di Govaldo in provincia
di Belluno o di quelli di Chiavari e Rapallo;
di gergo ancora per i calzolai della Valtellina
e di Vigevano; per i mattonai della Toscana
e del Piemonte che vanno tutt’oggi a lavorare
in Provenza stagionalmente. E di gergo an-
che per un tipo di letteratura poliziesca molto
tradotta (male) in Italia: stazzonato per esem-
pio - invece di spiegazzato, svampito per
svaporato eccetera, fino all’impiego di forme
e cadenze sintattiche tutte inventate.
Un tempo erano di moda i dizionari di
arti e mestieri, tanto, anzi, che la vecchia Son-
zogno di Milano quando ancora era siglata
Edoardo Sonzogno, editore, nella Biblioteca
del Popolo - centesimi 15 il volume, al-
l’insegna Propaganda d'Istruzione, aveva in
catalogo oltre agli elementi di solfeggio o di
Algebra (la maiuscola è del catalogo), ai
Grani d’esperienza, Esercizi di Calligrafia, o
il meccanismo della Pubblica Amministra-
zione spiegato al popolo, nonché i Tre
Veleni - l'abuso del Tabacco, Ubriachezza e
Ignoranza - anche un fascicolo di sessantatré
pagine intitolato Dizionarietto popolare di
Arti e Mestieri, dove per ordine alfabetico
erano esaminati i termini, le parole attinenti ai
mestieri e arti dall’Architetto al Vetrajo,
Specchiaio, Lavoratore in conterie. E, utilità
di queste vecchie e care pubblicazioni, si in-
cominciava dai dati generali precisando il va-
lore di espressioni quali arte in genere, mec-
canica, arnese, strumento, mestiere, profes-
sione, artista e artefice, meccanica, piano in-
clinato, leva, artiere o artigiano, operaio, ma-
nifattura, fabbrica, fattura (« veramente sa-
rebbe cosa operata. In stile commerciale è la
lista delle merci» eccetera), officina, lavora-
torio, bottega, fonderia, avventori (da adve-
niunt), principale, maestro. Parecchi mestieri
hanno mutato non solo di volto ma di nome:
chi ricorda più oggi il magoniere — “il mi-
nistro o il lavorante principale in una mago-
na?” (Magona è quella officina, precisa il
dizionarietto, in cui si dà una prima fusione
alla massa del ferro per cavarne il ferraccio,
il quale si riduce poi in ferro nella ferriera:
e qua troviamo altre parole da magona a fer-
riera del tutto in disuso, e il vellicamento
sottile d’un titolo al quale non si sfugge,
“Il padrone delle ferriere”).
Testi forse a torto dimenticati sono il Nuo-
35
vo vocabolario / italiano / d’arti e mestieri /
Prima edizione milanese / compilata sull’edi-
zione originale / del Professore di Filosofia
{ Giacinto Carena: e sulla quarta edizione na-
poletana arricchita / di nuovi e copiosi arti-
coli con varie appendici / tolti in parte dai vo-
cabolari / di Zanotto, Palma eccetera / nonché
dal grandioso Dizionario francese d’Arti e
Manifatture / e dal Vocabolario Tecnologico
{ di Laboulaye, e di Souviron / eccetera /
per cura del professore / Ernesto Sergent /
e diligentemente riveduta / dal Dottore /
Gemello Gorini — (Milano, Tipografia e li-
breria dell’editore, Francesco Pagnoni, Pre-
miato da S. M. della medaglia d’oro al merito
artistico, e della medaglia d’argento dal quinto
congresso pedagogico, tenutosi in Genova
nell’anno scolastico 1868-69). Tutte le attività
dell’uomo moderno e antico son qua contem-
plate, dal vestire e delle sue accompagnature
all’abitare (la casa e le sue parti, il dormire,
la cantina, la legna e il carbone, la cucina,
la dispensa, la corte e alcuni animali domestici),
fino al cavalcare, il navigare, l’ammalarsi, il
mangiare e bere. Vi ritroviamo tutti i vocaboli
del mestiere di muratore, del carradore, del-
l’arte di illuminare, accendere il fuoco, co-
struire selle, fabbricare chiavi, con utilissimi
indici metodici validi tutt'oggi. Praticamente
questo e il successivo Vocabolario domestico
del Fanfani e Frizzi (Milano, Libreria d’edu-
cazione e d'istruzione, di Paolo Carrara, edi-
tore - 1883), sono anticipazioni dei tanti di-
zionari tecnici successivi, quali per citare il
Dizionario dei termini cinematografici (Ita-
liano-inglese) di Glenn Alvey jr (Casa edi-
trice Mediterranea, Roma 1952), il Primo di-
zionario aereo di F. T. Marinetti e F. Fazari
(Morreale, Milano 1929), o di quei vari pic-
coli vocabolari d’archeologia di moda nel-
l’ultimo ventennio del secolo scorso, e perfin
di quell’ormai rarissimo Dizionario / delle /
cose belle / di / Paolo Mantegazza, apparso
in seconda edizione a Milano dai Fratelli
Treves, editori, nel 1892, e così avanti, fino
ai più recenti e accorti se non monumentali
dizionari scientifici apparsi da Zanichelli e
nelle collezioni del Saggiatore.
In fatto di lingua e della sua struttura, se è
possibile tracciarne un profilo storico e cavarne
una filosofia (come tentò Giambattista Vico;
come han fatto il Devoto, il Migliorini), non è
possibile derivarne conclusioni effettive, in
quanto anche i gerghi professionali, cui qua e
là s’è accennato, son sempre in rapporto con la
capacità di coloro che impiegandoli riescono
a renderli efficaci, espressivi. Potenzialmente
però dall’Italsider o dalla Montecatini, dal-
le manifatture Marzotto o dalla Fiat, dal-
Olivetti come dalle officine degli sfasciacar-
rozze, come dai centri di controllo bancari
(qua troviamo termini ghiottissimi, quali
ghiotta per esempio, o boccaporto — che
non hanno davvero nulla a che dividere con
la gola o la buona cucina né con l’arte del
navigar pittoresco), sta uscendo una lingua
tecnica altamente qualificata, che già trova
oltre al suo impiego anche chi sa apprezzarla
e trascriverla in forme letterarie.
Sedici aziende del gruppo IRI si sono pre-
sentate insieme con una mostra dal suggestivo
titolo “dall’acciaio alla nave” alla prima fiera
internazionale delle comunicazioni tenutasi a
Genova dal 5 al 20 ottobre 1963.
Tema della mostra, come del resto il titolo in-
dicava chiaramente, era di illustrare come nasce
l’acciaio e come dall’acciaio, attraverso la colla-
borazione delle sedici aziende, nasce la nave.
Nell’allestire questa mostra è stata in so-
stanza posta in atto la stessa forma di coordi-
namento che le sedici aziende seguono normal-
mente quando si tratta di realizzare le varie
parti che compongono una nave.
L'esposizione è stata ordinata in un unico pa-
diglione progettato dall’ architetto Angelo
Mangiarotti. Si tratta di una costruzione assai
interessante dal punto di vista architettonico,
caratterizzata dalla ricerca di forme essenziali e
dall'impiego di due soli materiali, di alto li-
vello qualitativo, l’acciaio e la pietra, nella
quale la struttura portante e coprente sono state
il risultato di una calcolazione particolarmente
progredita. Realizzato, per la parte in acciaio,
dalla CMF - Costruzioni Metalliche Finsider,
il padiglione consiste in un tetto biconvesso
di lamiera, sorretto da quattro colonne in ac-
ciaio, sovrastante uno zoccolo rivestito di pie-
tra. Su tale zoccolo sono state collocate sei
vetrine in lamiera e vetro, ispirate all’arreda-
mento navale, contenenti fotografie e scritte
illustrative delle sedici società espositrici. Nel-
le fondazioni è stata ricavata una grande sala
allestita dai grafici Bernazzoli e Veruggio se-
condo un criterio che si potrebbe chiamare
narrativo. Le immagini che si snodavano lungo
le pareti erano concatenate fra loro con per-
fetta coerenza di tempo e di logica: ne risulta-
va una visione graduale, incalzante, completa
della costruzione navale, dal momento fonda-
mentale della fusione dell’acciaio e della sua
laminazione o fucinatura, fino all’attimo trion-
fale in cui la nave, finita, inizia la sua libera vita
sul mare. Alcuni pezzi isolati di particolare ri-
lievo tecnico ed alcuni modelli navali rende-
vano più persuasivo e suggestivo il racconto.
Apriva la rassegna il gruppo Finsider con la
Sanac, la Sidermar, la Cosider e con l’Italsider.
Le immagini mostravano in rapida sintesi co-
me si ricava la ghisa dall’immenso altoforno,
come dalla fusione della ghisa e del rottame
nasce l’acciaio e come poi dall’acciaio si otten-
gono le lamiere navali, i grandi pezzi fusi o
infine i pezzi fucinati che diverranno, come i
rotori e gli assi portaelica, l’anima stessa della
nave. L’Italsider presentava alcuni pezzi par-
ticolari, tra cui un'elica di acciaio a tre pale
di oltre quattro metri e mezzo di diametro e
del peso di 10.700 chilogrammi, un albero a
manovella monoblocco per motore Diesel, un
asse portaclica di oltre 6 tonnellate, tutti
fabbricati nello stabilimento Siac di Campi.
Produzioni Italsider per l’industria navale, e
quindi soltanto uno dei vari angoli visuali dai
quali può essere guardata la nostra società che
produce, come è noto, anche per tutti gli altri
settori di attività industriale.
Al settore siderurgico seguiva il gruppo
Fincantieri con i tre grandi complessi Ansaldo,
Cantieri Riuniti dell’ Adriatico e Navalmecca-
nica di Napoli, e con lo stabilimento di ripa-
razioni navali “Oarn”. Successivamente veniva
illustrato il contributo che il gruppo Finmec-
canica dà alla costruzione di una nave attra-
verso l’Ansaldo San Giorgio, le Officine Elet-
tromeccaniche Triestine, la Termomeccanica, la
Nuova San Giorgio e la Salmoiraghi, che espo-
nevano alcuni esempi della vastissima gamma
di apparecchi di precisione di queste aziende
altamente specializzate, ciascuna a disposizione
della moderna tecnica navale.
La rassegna si concludeva con le società del
gruppo Finmare (Italia, Lloyd Triestino, Adria-
tica e Tirrenia). Erano tra l’altro esposti in
questo settore i modelli di alcune delle più
prestigiose navi da passeggeri di cui oggi si
vanti la nostra flotta mercantile che copre, si
può ben dire, tutte le rotte del mondo. Parti-
colarmente ammirati i modelli della Michelan-
gelo, della Raffaello e della Leonardo da Vinci.
Il padiglione è stato mèta durante la fiera di
migliaia di visitatori, non soltanto curiosi ma an-
che esperti nei vari settori dell’industria navale.
Aggiungeva un’ulteriore suggestione alla co-
struzione in acciaio il fatto di sorgere proprio
sulla riva del mare, dinanzi all'imboccatura del
porto di Genova, a significare come il mare
resti il motivo dominante della vita delle se-
dici aziende rappresentate, e in particolare del-
l’Italsider, che ha proprio sul mare i suoi
grandi centri siderurgici a ciclo integrale e in
riva al mare produrrà, entro il 1966, la quasi
totalità dei 9 milioni di tonnellate di acciaio
previsti dal suo programma di espansione.
RIVISTA ITALSIDER - segreteria di
redazione: ufficio pubbliche relazioni Italsider -
via Corsica 4 - Genova - telefono 5999. La riproduzione è subordinata alla citazione della fonte.
Stampa: AGIS - Stringa - Genova.
Clichés: Ceriale - Genova,
Denz - Berna. Carta Solex Burgo.
italsider
sede e direzione generale
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telex 27039 Italsid
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la copertina: “linee-luce 4t A” - opera molti-
plicata - acciaio 56x56 - di Getulio.
2° di copertina: lattina per olio litografata.
Come si vede dallo stile del disegno, fu pro-
dotta intorno agli “anni venti” e si trova
tuttora nell’ archivio della ditta Renzetti di
Oneglia, alla quale è dedicato un articolo in
questo numero.
3° di copertina: vecchio barattolo di latta per
il tè giapponese, tuttora in uso presso la
confetteria Pietro Romanengo di Genova.
4° di copertina: cappello da jolly. Insegna di
un negozio di Londra in lamiera di ferro. La
fotografia è stata eseguita dal dottor Filippo
Martino, dell’Italsider di "Taranto.
RIVISTA ITALSIDER bimestrale d’informa-
zione aziendale per il personale dell’Italsider
Anno IV - n. 4 - agosto - settembre
comitato di direzione : Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese
direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del ‘Tribunale di Genova
n° 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV
SOMMARIO
La tradizione di Piombino pag. 3
Come nasce un nastro di acciaio »
A colori sulla banda stagnata » 12
Cento anni di acciaio Martin » 16
Affreschi sotto una fabbrica » 18
Che cos'è la sicurezza sociale » 20
Un magnifico museo fiorentino » 23
L’automazione dei dati aziendali » 27
I gerghi tecnici » 34
Getulio è nato nel 1939 ad Udine. Dal 1960 si interessa a problemi di arte visuale e svolge attività grafica. Le
sue opere, basate su lince-luce, sono state esposte in importanti mostre personali da Lubiana ad Amsterdam,
da Zagabria ad Ulm, da Klagenfurt a Trieste ed in numerose mostre di gruppo tenute tra l’altro a Rotterdam,
Amsterdam, Berlino, Francoforte, Formosa e Zagabria. Ha partecipato anche alle mostre di arte program-
mata tenute a Venezia, Roma, Trieste e Diisseldorf. La nostra copertina è costituita da quattro fotografie della
stessa opera, prese da punti diversi. Si tratta infatti di una superficie di acciaio sulla quale si muovono delle
linee-luce a seconda della posizione che assume lo spettatore. Getulio stesso scrive delle proprie opere: « linee
- luce = avvenimento visuale. Avvenimento visuale che si identifica attraverso matrici metalliche, ognuna
delle quali è completamente autonoma. Gli oggetti potrebbero essere uno, cento, fossero mille vorrebbe dire
che potrebbero essere tutti insieme a disposizione contemporaneamente di mille spettatori ognuno dei quali
ne avrebbe uno da esplorare; e tutti questi potrebbero essere uguali che ognuno vedrebbe senz’altro differenti
immagini luce. La superficie muta continuamente a seconda della posizione degli angoli visuali e genera
immagini sempre diverse; l’oggetto non è inerte e rifiuta la contemplazione, è anzi qualche cosa che supera
lo stesso spettatore sfuggendo ai suoi tentativi di composizione ordinaria, e cambia fisicamente, anzi è insita
in esso questa molteplicità fisica ». A proposito di queste opere, il critico Apollonio ha scritto: « le prove del-
l’arte cinetica, dell’arte in movimento, dell’arte programmata, sono il risultato di lavori di gruppo o di equipe
dove la tecnica si trasforma in sostanza fantastica, né automatismo né casualità di sorta vi sono ammessi, né
alcuna maniera mimetica ». Quello che ci preme rilevare è che con superfici metalliche Getulio ottiene ri-
sultati artistici giocando esclusivamente sulla rifrazione della luce e sullo spostamento dello spettatore. Rea-
lizza così una perfetta fusione fra arte e tecnica, fra artista e spettatore, trasformando delle componenti tecniche
in risultati artistici.
Un convegno C.E.C.A.
sulla zona di Piombino
L’attuale situazione economico-sociale della zona di Piombino e l’individuazione delle sue
prospettive di sviluppo hanno costituito il tema di un convegno di studio che si è tenuto a Punta
Ala, nei giorni 16 e 17 settembre, per iniziativa dell'alta autorità della Comunità Europea del
Carbone e dell’ Acciaio.
Il governo italiano era rappresentato dal ministro per l’industria ed il commercio on. Togni,
la C.E.C.A. dal signor Roger Reynaud, membro dell’alta autorità e dal direttore per î problemi
del lavoro e della riconversione, signor Vinck.
Erano inoltre presenti esponenti di numerosi enti ed organismi interessati alla zona di Piom-
bino, tra cui il presidente della camera di commercio di Livorno, comm. Ardisson, il dr. Bobba,
direttore generale dell'ufficio economico della C.E.E., l’avv. Morlino, presidente dell'Ente Ma-
remma, l'ing. Gurgian, amministratore delegato della Magona d’Italia, e il sindaco di Piombino,
signor Giovannelli. Erano pure presenti i rappresentanti delle organizzazioni sindacali CISL,
CGIL, UIL.
Per la Finsider ha partecipato ai lavori il vice presidente conte Carafa d’ Andria.
Da parte sua l’Italsider non poteva mancare di portare al raduno il proprio contributo, non
soltanto per l'interesse che essa logicamente nutre verso i problemi di una città a cui è legata
da oltre mezzo secolo, ma anche perché, come vedremo, la particolare posizione che lo stabi-
limento Italsider occupa a Piombino, e il carattere mono-industriale della città che ne con-
segue, hanno costituito il punto centrale del dibattito.
Per la nostra società erano presenti l'amministratore delegato, dr. Redaelli, il direttore gene-
rale dr. Osti, il direttore centrale avv. Einaudi, il vice direttore centrale dr. Genuardi e il diret-
tore dello stabilimento di Piombino, ing. Adani, che ha svolto la relazione Italsider.
Nel porgere il saluto ai convenuti, il rappresentante della Finsider ha sottolineato l'interesse
che la capogruppo per le aziende siderurgiche I.R.I. porta all'esame di ogni problema di svi-
luppo delle zone in cui operano le unità produttive che al Gruppo fanno capo. È un interesse
che dimostra come la Finsider non si preoccupi esclusivamente di produzioni ma anche in pari
grado di vedere ogni espansione produttiva nel quadro più ampio di un armonico sviluppo dal
punto di vista economico e sociale delle aree sedi di propri impianti siderurgici.
Da parte sua il dr. Redaelli ha espresso l'augurio che i lavori del convegno non costituissero
soltanto un contributo a chiarire î problemi che si presentano a Piombino in questo momento di
particolare importanza per il suo sviluppo ma fornisse anche utili direttive e concrete prospet-
tive per i vari enti pubblici e privati che operano in tale zona.
Il ministro Togni, portando il saluto del governo, ha inquadrato il programma di sviluppo di
tutta la provincia di Livorno sottolineando la necessità che l'espansione industriale risolva anche
altri problemi tra cui quello agricolo e dell’istruzione.
Monsieur Reynaud ha messo in rilievo l’inte-
resse della C.E.C.A. per l'iniziativa di riunire i
dati di base sui quali potrà proseguire lo sviluppo
della regione piombinese. Egli ha aggiunto che per
Piombino non si tratta di porre rimedio alle con-
seguenze di una evoluzione economica sfavore-
vole, ma di preparare, in uno spirito di colla-
borazione di tutti gli enti e le categorie interes-
sate, un avvenire ancora più prospero su sane
basi economiche.
Tema dei lavori era lo studio sulla zona di
Piombino, elaborato dalla Somea di Milano
(Società per la Matematica e l'Economia Appli-
cate) per incarico della C.E.C.A.
L'interesse dell’incontro era accentuato dal
fatto che l’alta autorità della C.E.C.A. — che
già tanti contributi ha portato alla conoscenza
dei problemi dello sviluppo regionale e della
riconversione — si sforzava di trasferire la
sua azione dal piano teorico e conoscitivo a
quello operativo.
Altro, e forse maggiore, motivo d’interesse
era costituito dalla particolare situazione della
zona piombinese : la sua economia, in primo luogo,
come giustamente era posto in rilievo nello studio
della Somea, è tipicamente mono-industriale, es-
sendo caratterizzata în modo principalissimo dalla
presenza del grande complesso siderurgico del-
l’Italsider ; inoltre, al momento attuale, non
sono constatabili elementi di crisi — come di
solito avviene nei casi în cui si pone il problema
dello sviluppo regionale — ma, semmai, il pro-
blema appare rovesciato, per l’importanza che
assume l’ampliamento in corso del centro side-
rurgico e per il connesso sviluppo della comunità
e delle sue strutture che esso implica. Queste
circostanze hanno pertanto fatto assumere un
rilievo preminente alla questione fondamentale
se un grande complesso industriale sia capace
di costituire da solo il catalizzatore delle po-
tenziali capacità economiche di una regione,
permettendo l'insorgere di un meccanismo auto-
nomo di sviluppo. La risposta negativa a tale
quesito, come vedremo, ha a sua volta posto
il problema degli interventi complementari ne-
cessari per il raggiungimento dello sviluppo
equilibrato nella prosperità. Sono state soprat-
tutto le due relazioni del signor Vinck e del di-
rettore del nostro stabilimento di Piombino,
ing. Adani, — la prima mantenuta su un piano
maggiormente teorico, la seconda arricchita dai
richiami concreti di programmi dell’Italsider a
Piombino ed ai problemi che essa incontra nella
sua azione — che hanno permesso di centrare i
termini del problema.
Sono indubbi i benefici implicati dalla pre-
senza di un grande complesso industriale come
quello dell’Italsider : l'afflusso di una grande
massa salariale e l'espansione dei consumi che
ne consegue, lo sviluppo della già esistente men-
talità industriale verso tecniche organizzative
e di relazioni umane sempre più moderne, le
possibilità di sviluppo offerte ad iniziative col-
legate alla produzione e all’utilizzazione di
prodotti dello stabilimento.
Tuttavia sarebbe un errore contare unica-
mente sulla grande industria come unica fonte
costante di vita economica della zona. Entrambi
i relatori hanno al contrario insistito sul fatto,
dimostrabile in linea teorica e confermato sul
piano dell’esperienza, che la presenza di una gran-
de industria, se gli effetti automatici indotti non
sono integrati da altri accorgimenti, non è in gra-
do di porre in moto un meccanismo moltiplicatore.
D'altra parte, il ricordato carattere mono-
industriale dell'economia piombinese comporta
anche alcune difficoltà e alcuni elementi sfavo-
revoli. Un primo è costituito dall’eccessivo le-
game di tutta l’economia della regione alla vita
dell’impresa principale.
Inoltre la particolare struttura dell’occupa-
sione implicata da un centro siderurgico può
provocare distorsioni e squilibri sul mercato del
lavoro, quali la difficoltà di assicurare un’occu-
pazione adeguata per tutte le specializzazioni e
qualifiche esistenti, mentre al tempo stesso può
essere richiesta l'immigrazione di alcune cate-
gorie di lavoratori ad alta qualificazione.
Se si aggiunge a tutto questo la considerazione
che una grande industria come l’Italsider, in-
serita com'è in una situazione altamente compe-
titiva, deve necessariamente obbedire ad una
sua esigenza di sempre maggiore razionalizza-
zione tecnologica e produttiva, che può eviden-
temente comportare modifiche rilevanti nella
struttura e nel livello dell’occupazione, si può
constatare quanto sarebbe errato un atteggia-
mento psicologico che porti a fondare sull’impresa
tutte le aspettative.
A questo punto era inevitabilmente chiamata
in causa la comunità, in quanto è risultato evi-
dente che solo la collaborazione delle comunità
locali e delle forze imprenditoriali o economiche
già esistenti o latenti può offrire una adeguata
risposta al problema dello sviluppo equilibrato
di Piombino, mediante una politica di incentivi
che, creando una situazione favorevole a nuovi
insediamenti industriali, consenta di diversificare
l’economia della zona. E va detto che tutti gli
intervenuti hanno mostrato di aver chiara co-
scienza del problema e delle loro rispettive re-
sponsabilità: dal sindaco di Piombino, che ha
illustrato i progetti, le speranze e le difficoltà
dell’amministrazione comunale impegnata nel
difficile sforzo di adeguare le strutture cittadine
al processo di sviluppo in corso, al presidente
della camera di commercio di Livorno, che ha
posto l’accento sull’opportunità di tenere pre-
senti tutte le interconnessioni fra la zona di
Piombino e quelle circostanti, al dr. Osti, che
ha ribadito la ferma volontà dell’Italsider di
continuare a far fronte alle responsabilità de-
rivanti dall’importanza che essa presenta per
l'economia piombinese, cooperando lealmente con
tutti gli enti interessati.
La comunanza di propositi che si è così ma-
nifestata ha trovato la propria espressione nella
decisione, proposta dai rappresentanti dell’alta
autorità e caldeggiata dal ministro on. Togni,
di costituire un comitato di tecnici ed esperti
che dovrà studiare a fondo le condizioni e i
mezzi che potranno consentire la diversifica-
zione dell'economia della zona e la realizzazione
delle infrastrutture indispensabili per un pro-
cesso di sviluppo.
Il tavolo della presidenza del convegno su Piombino: (da sinistra) il segretario dr. Massacesi, il sig.
Vinek, il conte Carafa d’Andria, l'on. Togni, m. Reynaud, il dr. Redaelli Spreafico, il sig. Giovannelli.
La tradizione
di
iombino
« Qui il ferro è tradizione: operai con padre e nonno
che hanno lavorato qui dentro per tutta la vita. Qui
c'è tutta la bravura tramandata di padre in figlio, tutta
una mentalità e l'orgoglio di essere di Piombino »
(« Ricordo d'infanzia » di Franco Minei).
È uscita recentemente la nuova monogra-
fia dedicata al centro siderurgico di Piombino,
nel quadro della serie di pubblicazioni sui
nostri stabilimenti. Come per tutte le mono-
grafie degli stabilimenti principali, a Piom-
bino abbiamo mandato uno scrittore ed uno
studioso di aspetti socio-economici affinché
puntualizzassero, ciascuno dal proprio an-
golo visuale, gli aspetti ed i problemi di
questo centro produttivo ed i rapporti con
la comunità in cui esso opera.
Lo scrittore è Domenico Rea. L’autore di
“Gesù fate luce” e di “Una vampata di ros-
sore”, sempre preoccupato di « concentrare
il suo lavoro su uomini, cose e fatti di tipo
universale », ha cercato a Piombino, nella
particolare atmosfera di una città singola-
rissima, i segni di ciò che resta e di ciò che
muta in uomini di antica tradizione industria-
le. Era facile, nel dedicare un saggio a Piom-
bino, abbandonarsi al fascino della presenza
ancora viva di un passato che sconfina nella
leggenda, cercare patenti di nobiltà nella si-
derurgia etrusca o motivi di richiamo turi-
stico nelle rare vestigia della Populonia di
ventisei secoli orsono. Più semplicemente
Rea, nelle tracce lasciate da quegli antichi
maestri del ferro, ha sentito giungere sino a
noi, attraverso i millenni, il segno dell’ope-
rosità e dell’ingegnosità umana. Perché Piom-
bino è una di quelle terre dove l’uomo, da
sempre, ha potuto e saputo trovare un’alter-
nativa al lavoro dei campi. È soprattutto in
questo senso, ci sembra, che ha importanza
parlare di una tradizione di Piombino.
Lo studioso di aspetti socio-economici è
il professor Pierfrancesco Bandettini, titolare
della cattedra di demografia all’Università di
Firenze. Autorevole studioso di problemi
econometrici, demografici e statistici sulla
popolazione della Toscana, il prof. Bandettini
ha compiuto per nostro conto un’indagine
sull’area di influenza economica di Piombino.
Si tratta certamente dello studio più appro-
fondito sinora effettuato su questa zona dal
punto di vista dell’evoluzione demografica.
Da questo saggio emerge una considerazione
che ci sembra del massimo interesse: che il
potenziamento industriale di Piombino, con
l'espansione del centro siderurgico dell’Ital-
sider, è destinato a portare benefica influenza
non solo sulla città ma anche su un’area più
vasta. L'alternativa di lavoro che l’industria
dell’acciaio può offrire qui, si allarga sempre
più: come tutte le tradizioni autentiche, an-
che quella di Piombino si dimostra capace
di produrre, al pari di una terra ben coltivata,
frutti sempre più abbondanti, da cui molti,
padri e figli, trarranno sicurezza e benessere.
Pubblichiamo qui il testo di Domenico Rea.
Approfondire un tema come può essere quello
del rapporto esistente tra operaio e fabbrica,
fabbrica e città, maestranze e dirigenti di Piom-
bino è piuttosto impervio, e il tentativo può ri-
solversi in un buon numero di errori. Piombino
e il suo retroterra, fitto di paesi î cui abitanti
guardano all’ Italsider come al loro destino
naturale, non si prestano ad analisi che non
siano strettamente collegate ai rapporti su
accennati.
Non vi sono nel piombinese le singolari condi-
sioni dell’Italsider di Bagnoli, un’isola di sicu-
rezza in un deserto pieno di sabbie mobili, né
quelle eccezionali del nuovo centro siderurgico
di Taranto in cui l’Italsider è venuta a confi-
gurarsi come una gigantesca macchina destinata
ad inserire gli uomini di questa parte del Sud
in un diverso sistema di lavoro e d’intendimento
dei rapporti sociali.
A Piombino l’Italsider è il frutto dell’Ilva e
l’Ilva l'eredità di una storia secolare che risale
alle prime civiltà italiche e che, al solo tratteg-
giarla, rivela nitida e netta una tendenza, una
predestinazione al ferro delle popolazioni marem-
mane dirimpetto all’Elba, delimitate dai giaci-
menti ferriferi del massetano, da quelli calcarei
di monte Rombolo, dai banchi lignitiferi del
grossetano.
In questa parte d’Italia il ferro è ciò che altrove
sono î limoni o î pomodori, il grano o gli ulivi,
Questa è l'eccezionale fotografia di uno dei bombardamenti subiti da Piom
corso dell'ultima guerra. Viene pubblicata per la prima volta in Italia. La foto
è stata eseguita da uno degli aerei partecipanti all’azione. L'hanno trovata il dr. Re-
sfogliando vecchi ritagli di pubblicazioni ame-
nato Quilici e il fotografo Lando C
con la notevole differenza dovuta all'importanza
del ferro nella storia e nella fatica dell’uomo.
I piombinesi sono poco inclini a ogni forma,
per così dire, illustrativa del loro carattere.
Sono persone attaccate alla terra nativa peraltro
sconosciuta nei suoi segreti alla maggioranza
degli italiani.
Cosa rappresenta Piombino per gl’Italiani?
Un paese come un altro, una cittadina a mezza
strada tra Grosseto e Livorno senza alcun parti-
colare interesse. Molti ignorano la sua vicinanza
a un'ora e mezzo di vaporetto, all’Elba e c
a dire ignorano quel rapporto fondamentale sen-
a il quale Piombino effettivamente sarebbe una
cittadina della Maremma, adatta ad esser la
sede di una malinconica guarnigione militare, 0
una base aerea sperimentale o un porticciolo
ameno, una antica e romantica stampa gremita
di velieri e alberature. Forse una minoranza nella
parola “piombino” intuisce una qualche strava-
gante relazione col “piombo”, giammai col ferro
e vimmagina una tradizione artigianale di spe-
no nel ricane. Piombi
ciali imballaggi, di sigilli eccetera, e se va con
la mente all’Elba, questa è incommensurabilmente
più nota per essere stata l’avventurosa terra della
prigionia di Napoleone che per i suoi giacimenti
di minerale di ferro. Ma sono pochissimi coloro,
e salva la gente locale, a sapere che Piombino è
uno dei più grandi centri della siderurgia della
penisola e lo è per una discendenza e quasi per
un diritto naturale.
Ignoranza imperdonabile di connazionali, d’ac-
cordo, dovuta però in gran parte alla ritrosia
dei piombinesi e delle popolazioni limitrofe.
Nell'elenco delle bellezze e rovine d’Italia, chi
ha mai sentito parlare di Baratti e Populonia?
Non c'è una targhetta, una scritta, una freccia
in quel punto dell’ Aurelia a indicare al viaggia-
“a destra” (o nell'altro senso di marcia)
pulonia.
Bisogna recarsi a Piombino, risieder
si e alla fine si troverà qualcuno
i che, poi, alle spalle del vostro albergo,
a una decina di chilometri verso l'interno, po-
i, inte-
na
subì tra il settembre del 1943 ed il maggio del 1944 una sessantina
di bombardamenti aerei: al term
nell’ambito dello stabilimento; gli impianti furono danneggiati in modo grav
ma già il 2 gennaio 1946 si incominciò a laminare,
ne della guerra si contarono 996 crateri di bombe
tete avere il piacere di ammirare le palpitanti
testimonianze di una civiltà intensa, misteriosa
e severa come fu quella etrusca. Non vi sono
templi, anfiteatri, case, busti, iscrizioni, corpi
bruciati e pietrificati, a Baratti, sigillata da un
silenzio di mito quotidiano e contadinesco, oltre
ad alcune tombe in perfetto stato di conservazione.
Tuttavia il contatto a cui si perviene col mondo
antico in quel luogo è incommensurabilmente più
intenso e immediato che a Siracusa, Pompei 0
Atene. Né si tratta di un’iperbole! Basta af-
fondare una mano nella sabbia 0 nel terreno per
avere la prova, oltre che della presenza di un
popolo, della sua calda fatica. Regna l auten-
ticità, la corrispondenza col passato a uno stadio
attivo. Dal pugno di sabbia 0 di terra emergono
scorie di ferro, pezzi di metallo szigrinato con
una freschezza che conserva il segno di un la-
voro recente. ? sono così numerose, insieme
con le bruciacchiature degli orifizi dei forni e
la presenza dei tiraggi, così ancora in atto e
all'opera, che il visitatore è un po’ crucciato
St a
d’esser giunto, e di poco, în ritardo. Un'ora 0
alcuni minuti prima e avrebbe potuto vedere gli
Etruschi al lavoro. Si ha l'impressione a studiare
quel terreno ricco di piste di una carovana di
zingari che lo abbia appena lasciato în cerca di
uno nuovo e più promettente. D' attorno si rin-
corrono colline, ahimè, con i contrassegni degli
sbancamenti e delle escavazioni. Sono montagne
di scorie ferrose. L’Ilva dal 1920 al 1940 ne
vagliò molte tonnellate con un ricavato di circa
il venticinque per cento di minerale di ferro :
in realtà proveniente da una società del 650 a.C.
A quest'epoca bisogna far risalire la tendenza
a lavorare î minerali elbani delle popolazioni
dell’alto Tirreno. Populonia, l’antica Pupluna,
invidiata dai paesi del Mediterraneo e dai
Greci in particolare, distrutta dai Romani, do-
mina la costa sottostante, da Follonica, altro
punto nevralgico della storia del ferro, a San
Vincenzo.
La sua presenza testimonia la fatalità di un
ambiente geografico, un destino insito nelle cose ed
ereditato dagli uomini; per cui non ci sembra
azzardato stimare il grande arco storico, dagli
Etruschi a noi, come un susseguirsi di genera-
zioni aggirantisi unicamente e sempre intorno a
uno stesso tema, a una medesima cultura, quella
del ferro.
In ciò va anche posta la differenza tra gli
altiforni e le acciaierie di Piombino con quelli
di altre città, fuori come sono queste ultime da
una costante ineluttabile. Le altre fonderie pote-
vano essere installate anche in luoghi diversi
da quelli attuali; ma Piombino doveva sorgere
a Piombino ; salvo a voler trascurare una fonte
di materie prime, quelle elbane e quelle del re-
troterra piombinese, il che sarebbe come dire che
i siciliani per secoli avessero mancato di cogliere
i limoni dagli agrumeti. Di conseguenza e per
ragioni che senza questa premessa apparirebbero
incomprensibili, a Piombino e non altrove, o non
con una così determinante vocazione, doveva
formarsi uno specialissimo tipo di operaio che
nella siderurgia vede, oltre che un’ovvia ragione
di sistemazione quotidiana, il compiersi di un
destino e anche, come vedremo, l’esaurirsi in una
sola direzione delle sue capacità.
Che cosa è îl lavoro della terra nella zona di
Piombino? Un'opera secondaria. Ci troviamo di
fronte a un contadino vittima di un complesso
di inferiorità verso il compagno ammesso ai
misteri del ferro, del fuoco e dell'acciaio. Quello
del ferro è il lavoro per eccellenza. Ne scaturi-
scono dignità e compiutezza virile. Il rapporto
ferro-uomo in questa parte d’Italia non viene
mai meno. Decade sotto î Romani, risorge con
i nuovi sistemi di lavorazione. L’uomo non per-
derà di vista i giacimenti di ferro, li studia,
li interroga. Sa che da essi dipende la vita e
l'avvenire e attraverso i secoli gli si forma ciò
che riteniamo giusto e proprio definire una ten-
denza innata.
Il ferro avrà sviluppi anche în altre regioni,
per esempio, in Lombardia e si scopriranno nuovi
sistemi di lavorazione. Questi sistemi saranno
anzi determinanti in questo o in quell'ambiente
dell'industria ferrifera, decideranno il decadere
o il prevalere dell'uno o dell'altro. Influiranno
persino condizioni climatiche e di salubrità e le
paludi della Maremma nel caso di Piombino
getteranno un’ombra sinistra sulla fortuna di
avere a portata di mano l'isola d'Elba.
Ma dopo il rinnovamento avvenuto con gli
impianti costruiti nella seconda metà del *500,
i produttori toscani si attennero agli stessi siste-
mi senza alcuna variazione. Il minerale dell’ Elba
era sempre la fonte di gran lunga principale ed
i cespiti che venivano ricavati dal suo commercio
favorivano l'indirizzo speculativo a danno di
quello industriale. Se non fosse stata la povertà
di corsi d’acqua e di legname forse qualche ini-
ziativa sarebbe sorta in loco. Queste stesse sfavo-
revoli condizioni furono causa dell’abbandono
del progetto di impianto di un altoforno e relativa
ferriera a Rio Marina, vagheggiato da Napo-
leone nel 1814, poco dopo il suo arrivo all’Elba.
L’interessamento da lui posto a riguardo si
estese fino a considerare l’eventualità di fabbri-
care ghisa con carbon fossile, eventualità subito
scartata sia per la poca conoscenza del processo
— segretamente custodito dagli inglesi — sia
per l'impossibilità di assicurare un regolare rifor-
nimento di carbone agli impianti. Più tardi e
precisamente nel 1836 si attuò una nuova orga-
nizzazione ad opera di Leopoldo II, granduca
di Toscana, il quale sciolse la vecchia ammini-
strazione della Magona e ne creò una nuova
dalla quale dipendevano le ferriere di Valpiana
e Cecina e il centro di Follonica da lui stesso
creato. La siderurgia toscana ricevette così una
vigorosa spinta, sempre ad opera governativa e
non privata e vide applicati nella produzione
del ferro nuovi metodi.
Siamo giunti al periodo dell’unificazione della
penisola. La rada di Portovecchio venne subito
ritenuta il luogo ideale per le ragioni suddette,
l’Elba eccetera, per l'installazione di impianti
siderurgici. Tra il 1860 e il 1870 si ebbero a
Piombino due centri, quello della Magona, sorto
per iniziativa del genovese Alfredo Novello, dove
fu impiantato il primo convertitore Bessemer, e
la ferriera di Piombino, installata dove una
volta vi era la cappella detta di Faliegi e dove
fu fatto funzionare il primo forno per acciaio
tipo Martin a ricuperatori Siemens per iniziativa
dell'ingegnere Dainelli, a cui si deve peraltro un
grande apporto di idee e di iniziative che lasce-
ranno îl loro segno sino alla fondazione della
Altiforni e Fonderia di Piombino, società che
cominciò il suo lavoro con la costruzione di un
altoforno a carbone di legna da venticinque ton-
nellate e con l'annessione di una fonderia per tubi.
Si doveva aspettare il nuovo secolo per affron-
tare il problema della costruzione di un impianto
siderurgico moderno. Nel 1905 si costruisce la
prima batteria di forni a coke, tipo Linard e
un altoforno a coke di settanta tonnellate. Nei
quattro anni successivi entrano in funzione una
nuova batteria di forni a coke, un secondo
altoforno da cento tonnellate, un’acciaieria con
tre forni Martin-Siemens, un reparto laminatoi
comprendente un blooming da 1000 millimetri
di diametro, tre treni rispettivamente da 850,
600 e 300 millimetri. Nello stesso periodo viene
annessa allo stabilimento una fabbrica di cemento
per l'utilizzazione delle loppe di altoforno.
La produzione dello stabilimento cominciò
così ad estendersi dalla ghisa ai prodotti laminati,
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tra i quali assunsero ben presto a importanza fon-
damentale le rotaie e il materiale di armamento
per le ferrovie dello stato.
Da questo periodo le tappe dell'Ilva sono note
come i capitoli fondamentali della storia del-
l'industria siderurgica italiana. Nel 1937 l’Ilva
entra a far parte del gruppo Finsider. Poi è
dappertutto la guerra, a Bagnoli, a Cornigliano,
a Piombino che subisce distruzioni pari al 77
per cento degli impianti. Sullo stabilimento
esplodono novecentonovantasei bombe : una per
ogni quadrato di venticinque metri di lato. Re-
stano danneggiati il pontile, la darsena, gl’im-
pianti di scarico e di trasporto, la coheria, l’im-
pianto di agglomerazione, gli altiforni, le ac-
ciaierie, i treni; senza dire delle rapine perpe-
trate dagli occupanti : motori elettrici, le mac-
chine della centrale, i forni oscillanti delle acciaie-
rie e il mescolatore, la batteria dei forni a cohe,
il blooming e il treno 850.
La fabbrica è un ammasso di macerie. Ma già
nell’ottobre del 1944 ha inizio il lavoro di sgom-
bero e il 2 gennaio del 1946 s'effettua la prima
laminazione e prende il via il treno 850, il forno
Martin e poco dopo gli altri due e in settembre
si dà inizio alla laminazione al treno 320. Era
la ripresa. Nel 1900 Piombino aveva settemila-
seicentonovantasei abitanti e duecentocinquanta
operai ; nel 1913 ventunmilatrentacinque abitanti
e duemilaquattrocento operai ; nel 1962 si giun-
geva a circa trentaseimila abitanti di cui cin-
quemila impegnati nel lavoro dell’Italsider, ormai
unico grande protagonista della zona. A questa
avanzata în ogni dimensione non corrispondeva
un adeguato sviluppo topografico della cittadina
anzi vi difettava tutta quella serie di infrastrut-
ture e di attività secondarie e collaterali che
avrebbero potuto trasformare Piombino in una
città organicamente perfetta e, ci sia concesso
dirlo, al limite ideale di una funzionale modernità.
Ritornando al discorso principale, la guerra e
la sua sanguinosa lezione, nei limiti costanti di
fame e di morte, e il risorgere della libertà e dei
liberi sindacati promuovevano una leva di operai
di un vigore combattivo insuperato. Da questo
momento il lavoro procederà in modo piuttosto
drammatico. La violenza, în particolari occa-
sioni, si farà sentire e creerà diffidenza, durezze,
incomprensioni, atti di sfiducia. Spesso si scon-
fina in una lotta di classe in cui gli operai rap-
presentano tutta intera la buona coscienza e i
dirigenti tutta intera la cattiva.
Gli operai di Piombino nel dopoguerra saranno
indicati come la punta avanzata del sistema pro-
letario italiano. Ma col passare degli anni,
l’intransigenza programmatica sarà superata da
eventi e modificazioni nell’ambito stesso della
concezione del lavoro. Si dovrà però giungere a
una nuova direzione aziendale, a una nuova or-
ganizzazione del personale, a nuove programma-
zioni, al capovolgimento del rapporto dirigenza-
maestranze per l’instaurazione di una normalità
attiva e vantaggiosa per tutti ; e ciò grazie alle
capacità dimostrate dalla nuova classe dirigente
di proporre nuove alternative e al credito riscosso
presso le nuove leve di operai, più problematici
e restii a buttarsi a capofitto in polemiche scadute.
Era necessario tratteggiare la storia psicolo-
gica occorsa dalla fine della guerra all’altro ieri,
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dando a ciascuno la parte avuta nella realizza-
zione della grande impresa che oggi si chiama
“lItalsider di Piombino”. Negli stessi anni si
era maturata e sviluppata un’altra rivoluzione
di capitale interesse. Si è visto come Piombino
sia il frutto di una tradizione secolare e în ciò
va ricercata anche la sua diversità dagli altri
centri siderurgici, ma essa vale come termine di
raffronto per stabilire altresì il contrasto tra due
tipi di siderurgia e, in una parola, tra passato e
presente.
Il vecchio operaio piombinese si recava alla
fabbrica con la mentalità del meccanico di una
piccola officina. Il figlio e il nipote si recano al-
l’Italsider con la coscienza di far parte di una
azienda î cui prodotti partecipano ad una com-
petizione mondiale. La materia prima, particolare
da non trascurare, fino alla fine della guerra
proveniva, sia pure non già più in grande e de-
terminante parte, ancora dall’Elba. Oggi le ri-
messe dell’isola sono insignificanti e tendono a
diminuire, sostituite da materie prime d’oltre-
mare più vantaggiose e ricche di minerale di ferro.
Sul vecchio operaio questo spostamento di va-
lori e di interessi ha influito in modo sensibile.
Sui giovani ha avuto un risultato inverso e
positivo. Li abbiamo visti al lavoro in fabbrica.
Nulla in essi denuncia la classica condizione
d’inferiorità dell’operaio del periodo ottocentesco
anzi è notevole la loro riservatezza, che sfiora
l'indifferenza e lo stile di stare sul lavoro con la
rattenuta dignità di chi si sente necessario quanto
un altoforno.
Del resto da una fabbrica dalle dimensioni
abnormi e in cui tutto arriva e si deposita e si
trasforma per quantità immense, impensabili da
menti comuni e riprende il ciclo sotto altri nomi,
qualità, peso, utilità (minerale che diventa ghisa,
acciaio, attraverso un agente misterioso come il
fuoco), da questa serie gigantesca di cause e di
effetti e di operazioni concomitanti, il prodotto,
una rotaia di 36 metri o un profilato 0 un ferro
ad U o un ferro a doppio T, deve rispettare regole
e sistemi da orologeria. Un millimetro in più
o in meno può determinare il fallimento di una
partita. L’operaio sa di collaborare a un’opera
in cui la tecnica può essere dominata solo se è
tenuta a freno da una vigile preparazione. Si
tratta di veri e propri edifici mobili, come le gru
a carroponte, di congegni come i blooming, che
hanno bracci e manipolatori sensibilissimi e per
oggetto un materiale al limite di fusione e deli-
cato, nel prendere questa 0 quella forma, come
i pètali di un fiore. Le vie a rulli, che portano le
barre o le bramme, l’acciaio liquido e incande-
scente, che si riversa nelle siviere e si deposita
nelle lingottiere, sono parti di un dramma della
natura e delle sue modificazioni per cui non basta
essere un qualsiasi operaio ma si rende necessaria
una partecipazione e quasi una sorta di fede in
quel che si fa.
Anche per questi motivi noi non saremo mai
capaci di avvicinarci paternalisticamente allo
spirito e al cuore dell’operaio. Egli fu e sarà
sempre un essere în lotta e all’erta per difendere
il proprio particolare. Ma è un fatto incontrastato
il fascino che la fabbrica di Piombino esercita
sull'uomo di Piombino e quello che il giovane
operaio esercita sugli adolescenti. In una con-
giuntura economica come quella attuale, piena
di ricchi mercati di manodopera all’interno e
all’estero, qualsiasi persona potrebbe cercare un
lavoro altrettanto ben retribuito altrove. Gli
operai specializzati — come quasi tutti quelli
di Piombino — si trovano poi nella condizione
di dover solo decidere. Ma essi, già come î padri
e i nonni, sebbene costoro con limitate possibilità
di scelta, decidono sempre e in blocco di restare
a Piombino, nell’Ilva fino a ieri e, a maggior
ragione, nell’Italsider oggi.
In un certo senso l’operaio dell’Italsider per
gli altri rappresenta, oltre che un uomo di sicuro
avvenire, una sorta di “eroe del quotidiano”.
Voi ritenete che un giovanetto sia contento del
suo lavoro di cameriere di albergo, di commesso
di negozio, di battilamiera di automobili. Il ca-
meriere, nonostante percepisca una paga rispet-
tabile, considerando anche la minor fatica del
suo compito, ha un solo desiderio : entrare nel-
l’Italsider. Il commesso di negozio fa lo stesso
ragionamento. Ne abbiamo interrogato qualcuno.
Si sente solo durante il giorno, legato alla stessa
sorte delle casalinghe di Piombino. Si sente un
uomo a metà e per sentirsi intero sa che prima
0 poi, se riuscirà ad entrarvi potrà completare
la sua persona nella grande fabbrica. Lì è la sua
anima, lì potrà trovare la dignità dell’ uomo
della siderurgia, chiave di volta per intendere
l’animo dell’ operaio di Piombino.
I maestri artigiani fondano il loro lavoro sul
caso. Una bella mattina può sempre capitar loro
di svegliarsi senza dipendenti. Guadagnava una
buona giornata il capogiovane, ma preferì en-
trare nell’Italsider. Gli stessi operai delle imprese
che lavorano all’interno dello stabilimento per le
costruzioni edili, i rifacimenti, le opere murarie,
la carpenteria, si sentono menomati. Godono di
un lavoro garantito e continuo, di un salario
adeguato ma il desiderio è sempre lo stesso :
stare all’erta per entrare nella fabbrica per anto-
nomasia. Come si vede c'è qualcosa in giuoco che
solo a prima vista può far pensare alla sicurezza
economica e all'avvenire. Siamo nel flusso di
una vocazione, di una predestinazione, di un
qualcosa di incontrollabile e di viscerale, causa
del bene e del male che si configurano in due
esempi: la forza e la vastità funzionale del-
l’Italsider e all'opposto, la modestia e la cattiva
crescita della cittadina che non riesce e non sa
contenere più la prima.
Quando al mattino dalla stazione ferroviaria
escono operai e tecnici provenienti da Cecina,
Bibbona, Castagneto, Sassetta, San Vincenzo,
Campiglia, Massa Marittima, Follonica, Ga-
vorrano, Scarlino, quando suona la sirena del-
l’Italsider e gli uomini scompaiono come in una
macchina magica, Piombino, vivace e cicalante
di sera di un passeggiare da provincia toscana,
si spopola e resta in mano alle donne. E” noto,
Piombino è un centro in cui sono rimasti intatti
alcuni intensi caratteri della società ottocentesca.
Ogni operaio — padre, marito, fratello, fidan-
sato — lascia a casa una casalinga. Salvo cento-
trenta donne direttamente occupate nello stabi-
limento ed una sessantina nella ditta incaricata
della pulizia degli uffici, la maggioranza resta
a casa. Poche conoscono il posto e il tipo di lavoro
del familiare maschio, un’ignoranza che può
avere tanto un aspetto positivo quanto negativo.
Su questa situazione una signora ha scritto
alcuni versi, pubblicati dal giornale aziendale
“Piombino notizie”, in cui è il delicato e amaro
sentimento di una condizione anacronistica, che
preoccupa non poco anche la direzione dell’Ital-
sider.
Se le attività secondarie e terziarie non avranno
uno sviluppo, Piombino nel 1966 sarà sì la sede
del più grande stabilimento dell’Italsider e uno
dei più grandi d'Europa, porterà la produzione
di acciaio a due milioni di tonnellate, aumenterà
sensibilmente il numero attuale dei dipendenti,
realizzerà nuovi impianti come un laminatoio
blooming, un treno per billette, un treno per
nastri stretti e uno per profilati piccoli,
continuerà a spedire rotaie in ogni parte del
mondo, ma potrebbe restare schiacciata dal suo
medesimo sviluppo e trasformarsi in una città
dormitorio.
Il tempo libero potrebbe diventare per tutti la
morte civile, nonostante l’attività veramente in-
solita del Circolo Italsider, comune per gli im-
piegati e gli operai, in grado oggi e meglio ancora
in futuro di offrire spettacoli che, in qualsiasi
altro luogo, comporterebbero una spesa elevata.
Contemporaneamente all'ampliamento del cen-
tro siderurgico, si prevede la costruzione di un
centro residenziale, con palazzine ciascuna distac-
cata dall’altra da ampi spazi, ad aiuole o giar-
dini, e ciò per combattere il sinistro aspetto degli
assembramenti edilizi a carattere popolare. Ma
secondo noi è proprio in questo vasto programma
espansionistico, che già occupa una base di un
milione e cinquecentomila metri quadrati, il limite
di Piombino. Potrebbe effettivamente diventare
una città modello, come si diceva avanti, se si
riuscisse però a frantumare quel catenaccio su
cui è scritto : “Chi è dentro (la fabbrica) è salvo,
chi è fuori è perduto”. E se non fosse già un
enorme richiamo per tutti gli uomini del piombi-
nese l’attuale consistenza dell’Italsider, l’im-
ponenza dei lavori in corso, la vastità degli
sbancamenti in atto, il lavorare dei bulldozer
ovunque, dalla fitta campagna al mare, per pre-
parare la base di un più grande centro a ciclo
integrale, difficilmente invoglierà chi è oggi fuori
— e vi resterà anche dopo l'assunzione delle nuove
migliaia di addetti — a scegliere un’altra strada.
Si è detto avanti che il limite dell’uomo di
Piombino risiede nel sentirsi destinato a un solo
tipo di lavoro perché in esso soltanto trova un
senso di compiutezza.
Fosse soltanto sfiorato da tendenze levantine,
valorizzerebbe Baratti e Populonia, in grado di
attirare carovane di turisti; s'inserirebbe nel
traffico per lo sfruttamento turistico dell’isola
d’Elba ; potrebbe fare di Piombino una testa di
ponte obbligata come Napoli nei riguardi di
Capri ; allineerebbe al fianco dell’Italsider una
città di mare, destinandola all'industria balneare
che in altre coste costituisce una fonte di vita di
prim'ordine sebbene prive di dintorni paragona-
bili a quelli della Maremma.
Si provi a chiedere ai ragazzi che affollano
la scuola statale di siderurgia, sorta per iniziativa
dell’Italsider e da questa arredata e corredata
di attrezzature tecniche imponenti, qualcosa sul
loro avvenire. Nessuno pensa di andare via dalla
città. Emigrare è una voce esclusa dal dizionario.
Hanno la mira di conquistare posti importanti,
ma dove? All’Italsider. È sempre la solita solfa,
ovunque. Anche i ragazzi avviati alle tecniche,
ai licei, classico e scientifico (e spesso si tratta di
figli di operai: a Piombino è in atto !’ inseri-
mento di una generazione che arrecherà notevoli
miglioramenti sociali in ciascun gruppo familiare
con l’accedere ad istituti fino a poco tempo fa
irraggiungibili), non intendono rinnegare o mo-
dificare il corso della tradizione siderurgica ma
soltanto elevarne le sorti nell’ambito stesso del-
la grande azienda, fine e principio di Piombino.
Del resto perché andar via da Piombino?
Una vita fondata su solidi princìpi, la possibilità
di un’economia di piccolo centro, una fonte di
lavoro sicura, una direzione aziendale all’avan-
guardia in Italia, consigliano e invitano alla per-
manenza. La necessità inderogabile insita nella
richiesta di operai che abbiano capacità alta-
mente tecniche, costituisce infine un'attrazione
e non un motivo di repulsione per i giovani ;
ed è in effetti una promozione psicologica e
sociale.
Del resto proprio il superamento della condi-
zione operaia dà il tono aperto, antigerarchico e
a livello di collaborazione allo stabilimento del-
l’Italsider e si deve a questo risultato la sua as-
sidua attrazione. La nuova atmosfera diffusa
dall’Italsider ha reso più concreti e più chiari
i rapporti all’interno e all’esterno della fabbrica.
Molti dirigenti abitano nelle stesse palazzine e
nello stesso tipo di case abitate da molti dipen-
denti e grazie a ciò molti capi di accusa si sono
smussati.
A curiosare per le vie di Piombino si riporta
una singolare e straordinaria impressione. Si
assiste allo strano fenomeno di vedere una città
senza contrasti di classe o meglio le lotte che qui
raggiunsero forme tremende nel dopoguerra si
sono adagiate in un costume comune a tutti. Un
unico stesso livello di sale cinematografiche, di
locali, di trattorie, di negozi.
I colori, i suoni, le forme, gli usi vistosi e in-
sopportabili creati dal clima del miracolo eco-
nomico così evidenti e mostruosi a Foggia, ad
esempio, o a Napoli o a Milano, qui non hanno
avuto seguito e imitatori. Sarà dovuto alla
forza determinante di un'unica fonte di lavoro ;
all’emancipazione delle nuove leve operaie, vero
è però che Piombino nella sua uniforme discre-
sione può ben definirsi una città proletaria ad
alto livello rivelatore della sperequazione esi-
stente altrove. Del resto e in ossequio a una
vecchia abitudine noi non ci siamo accontentati
di avvicinare un determinato tipo di persone,
trascurandone altre. Abbiamo interrogato operai,
cittadini, giovanotti, tecnici, dirigenti, persone
che aspettano di entrare nella grande fabbrica
comune e le risposte di coloro che erano “dentro”
e più ancora quelle di coloro che erano “fuori”
sono state precise. Non vi sono più a Piombino
avite ragioni di contrasto. In questi ultimi anni
si sono incontrate due classi, quella degli operai
e quella dei dirigenti. Gli operai sono tesi verso
una evoluzione e î dirigenti la esigono. La riten-
gono una chiave di volta per l’ ulteriore grande
passo in avanti. Più cervelli insieme possono
elaborare una società migliore.
si
Un'immagine di Piombino oggi. Il centro siderurgico
dispone attualmente di tre altiforni capaci di produrre
complessivamente oltre un milione di tonnellate di ghisa.
Come nasce
un nastro
di acciaio
Nello scorso numero della rivista abbiamo trac-
ciato una breve storia dell’evoluzione della tec-
nica di produzione dei laminati piani. In questo
numero ci occupiamo invece di come vengono
attualmente prodotti i laminati piani in un
grande stabilimento siderurgico a ciclo integrale,
con laminatoi continui altamente automatizzati.
La descrizione che segue si riferisce al laminatoio
a caldo del centro siderurgico “Oscar Sinigaglia”,
ma potrebbe essere, con poche modifiche, la descri-
zione del processo di laminazione di un qualsiasi
altro moderno laminatoio continuo negli Stati
Uniti, in Giappone, in Francia, in Germania e
così via. La moderna tecnologia tende, dunque,
a uniformare i sistemi produttivi, secondo metodi
sempre più efficienti. Probabilmente, se in queste
pagine noi pubblicassimo, anziché fotografie del
laminatoio a caldo di Cornigliano, quelle di un
analogo laminatoio continuo giapponese, sarebbe
difficile distinguere le une dalle altre, se non da
qualche dettaglio rilevabile soltanto dai tecnici.
Prima di parlare della laminazione è neces-
sario premettere qualche informazione sui tipi
di acciai che vengono prodotti dal centro
siderurgico ‘Oscar Sinigaglia” di Cornigliano.
Dobbiamo quindi fare una rapida regressione
in acciaieria.
Dato il tipo di impiego, quali lamiere da
stampaggio, banda stagnata, lamiere zincate,
gli acciai prodotti dal centro siderurgico di
Cornigliano sono cosiddetti ‘a basso tenore
di carbonio e manganese”.
I forni usati per la fabbricazione di tali ac-
ciai sono del tipo Martin basico; in essi si
attua un processo di ossidazione ad alta tem-
peratura (affinazione) mediante il quale si ri-
duce l’eccesso di carbonio e si eliminano le
impurezze presenti nella carica facendo com-
binare tali elementi con l’ossigeno.
Infatti l’insolubilità di questi ossidi nell’ac-
ciaio fuso e il loro peso specifico fanno sì che,
appena formati, essi affiorino sulla superficie
del bagno e possano essere allontanati con
l’aggiunta di scorificanti.
La carica solida dei forni Martin è costi-
tuita da rottame, scorificanti e minerali di
ferro. Allorché il rottame è semifuso viene
aggiunta nel forno la ghisa liquida in una
percentuale che va dal 60 al 65 per cento
della carica.
Tre sono i tipi “standard” di acciaio pro-
dotti nei forni Martin a Cornigliano. Vi sono
gli acciai “‘effervescenti”’, così chiamati per la
caratteristica ebollizione nella fase di solidifi-
cazione nelle lingottiere, provocata dall’ossi-
geno che, combinandosi col carbonio, ‘‘scap-
pa” sotto forma di ossido di carbonio. Sono
acciai che accoppiano il vantaggio di una su-
perficie molto pura a quello di una grande
plasticità. Servono per produrre lamiere medie
e sottili a caldo, lamierini e nastro a freddo,
latta e zincati. La maggior quantità di
lamierino prodotta dall’ “Oscar Sinigaglia” è
del ‘tipo effervescente (nel 1962 è stata di
circa l’80%).
Vi sono poi gli acciai ‘“calmati’’, che cioè
non ribollono nelle lingottiere, essendo stato
aggiunto un elemento facilmente ossidabile,
come ad esempio l’alluminio, per cui si ha
la formazione di un ossido che viene assor-
bito dalla scoria. In questi acciai “tranquilli”
non conta tanto la purezza della superficie
quanto la costanza delle caratteristiche in ogni
punto e nel tempo. Servono per produrre la-
mierini a freddo per stampaggi extra speciali
grande macchina sviluppa complessivamente una potenza di 33,500 cavalli. Sotto la pressione progressiva dei
o che può raggiungere la lunghezza di 500 metri. (foto
sei gabbie nasce ogni 85 secondi un nastro di ac
e lamiere per bombole, per le quali occorre
un materiale con caratteristiche uguali in tutti
i punti e direzioni, e permanenti con il tra-
scorrere del tempo. Sono, in definitiva, acciai
che non “‘invecchiano”.
Infine, il centro siderurgico di Cornigliano
produce acciai per lamiere
grosse e medie, ad esempio per tubi, per i
“c
semicalmati”
quali occorrono particolari caratteristiche mec-
caniche.
I tre tipi descritti si dividono in vari sotto-
tipi, pure “standard”. Sono sfumature di quali-
tà, derivanti da una controllata selezione della
produzione, intesa a far conver i prodotti
migliori verso gli impieghi più difficili.
Nella fase di affinazione si regolano lo stato
di ossidazione del bagno e la sua temperatura
per arrivare al momento della colata con
T=—xrrcrree
da
inigaglia” visto dalla cabina di comando. Questa
finale dei vari elementi (carbonio,
anese) nelle percentuali volute.
Quando l’acciaio è pronto viene spillato in
una grande secchia, detta siviera, con la quale
si procede subito dopo al riempimento delle
ngole lingottiere, cioè degli stampi nei quali,
raffreddandosi il metallo, si formeranno i lin-
gotti.
Questa operazione richiede molta atte
zione poiché il getto di metallo deve essere
centrato esattamente sulle lingottiere per tutta
la durata della colata. L’acciaio liquido non
deve sbattere contro le pareti della lingottier
per evitare di produrre incrostazioni sulla
superficie del lingotto con la conseguente
formazione di difetti superficiali detti ‘“‘paglie”
ottili strisce di acciaio come schegge) che por-
terebbero ad inconvenienti durante la succes-
l’analisi
zolfo,
cilindri delle
Ugo Mulas)
siva laminazione.ESempre allo scopo di evitare
la formazione di difetti superficiali, l'interno
delle lingottiere ' vie preparato
accurata spazzolatura.
I lingotti, dopo la solidificazione, devono
essere sbozzati, mediante laminazione al treno
“blooming” per assumere la forma di
atti” rettangolari, cioè le “bramme”.
Gli scopi della laminazione al blooming
sono parecchi. Innanzitutto, con le elevate
pressioni esercitate dai cilindri sul metallo ad
alta temperatura, essa serve ad eliminare la
struttura cristallina grossolana del lingotto ed
a saldare certe cavità interne (soffiature e coni
di ritiro) che si possono essere formate sui
lingotti durante la fase di solidificazione nelle
lingottiere. La sbozzatura serve ancora a mi-
gliorare le caratteristiche meccaniche del me-
con una
‘grossi
IO
La prima fase di laminazione a caldo ha luogo sotto i potentissimi ci-
lindri del treno blooming sbozzatore che può trasformare in bramme
lingotti fino a 30 tonnellate di peso. Il 60% della produzione nazionale
di laminati piani a caldo passa sotto i due cilindri di questa “gabbia”.
tallo, oltre, naturalmente, a conferirgli la for-
ma desiderata.
Il fattore che più influisce sul buon rendi-
mento delle operazioni al blooming è senz’al-
tro la temperatura dei lingotti al momento
della laminazione, sia come valore assoluto
sia come distribuzione all’interno della massa
metallica.
Gli inconvenienti di una temperatura troppo
bassa sono vari: una parziale saldatura delle
cavità interne, una anormale ricristallizzazione,
una superficie irregolare (rilassature); un ec-
cessivo assorbimento di energia di laminazione,
il pericolo di rottura dei cilindri; d’altro canto,
una temperatura eccessiva porta a rotture
superficiali (cricche), ad ingrossamento del
“grano” e ad una rapida usura dei cilindri di
laminazione.
È quindi necessario far precedere la lami-
nazione da un trattamento di riscaldo control-
lato dei lingotti per portarli alle condizioni
termiche desiderate.
Questa operazione viene fatta nei ‘forni a
pozzo” che sono costituiti da celle a sezione
rettangolare rivestite di mattoni refrattari e
riscaldate con miscela di gas d’altoforno e gas
di cokeria o nafta.
Quando la temperatura della cella raggiunge
un valore prossimo a quello fissato (1350
gradi centigradi), automaticamente diminuisce
l'erogazione di gas fino a giungere ad un va-
lore minimo costante; da questo momento
inizia il periodo di “soaking” (sosta o regime)
che ha lo scopo di assicurare una buona dif-
fusione del calore verso l’interno del lingotto
e di uniformarne la temperatura.
Completato il periodo di soaking viene
eseguita la laminazione al blooming, che è la
prima operazione di riduzione a caldo.
Il blooming, o sbozzatore, è costituito da
una “gabbia” entro cui trovano sede due ci-
lindri, uno superiore ed uno inferiore, che sono
collegati mediante allunghe a due motori da
6.000 cavalli di potenza. L’alzata del cilindro
superiore, ottenuta da un sistema idraulico,
è regolata da due vitoni.
Il lingotto subisce due passaggi di costa
per eliminare la scaglia, quindi viene laminato
di piatto e in vari passaggi, sia di costa che
di piatto, è portato alla forma di bramma con
spessore e larghezza richiesti.
La temperatura media di fine laminazione
deve essere di 1110 gradi centigradi. All’uscita
dal blooming la bramma subisce una “pela-
tura,, mediante getti di ossigeno onde elimi-
nare i difetti superficiali che causerebbero
scarti nel prodotto finito. La bramma viene poi
intestata e spuntata a caldo ad una lunghezza
di 5 metri e mezzo, con una cesoia idraulica
da 1900 tonnellate e quindi inviata ai ban-
chi di raffreddamento.
Quando è fredda viene ispezionata e sfiam-
mata con cannelli a gas, per asportare dalle
superfici gli eventuali difetti residui. Quindi le
bramme, a seconda del programma di lami-
nazione, vengono caricate nei forni a spinta
dove sono portate alla temperatura di 1250
gradi per poter essere laminate al treno semi-
continuo.
All’uscita dai forni a spinta la bramma è
ricoperta da una sottile scaglia di ossido for-
matosi durante il riscaldo. È necessaria una
operazione di discagliatura, che viene effet-
tuata mediante potenti getti d’acqua a 8o atmo-
sfere, preceduta da un passaggio attraverso
una coppia di cilindri verticali detti “‘orlatori’
che danno alla bramma la larghezza voluta.
.
Si ha quindi una prima riduzione tra i due
cilindri della gabbia rompiscaglie seguita da
cinque passaggi attraverso la gabbia “quarta”
reversibile sbozzatrice, anch’essa preceduta da
due cilindri orlatori (il termine “
gnifica che la gabbia è composta da due cilindri
di lavoro e da due di appoggio, la cui funzione
è di sopportare il carico, cioè la forte pres-
sione che viene esercitata sulla bramma per
ridurne lo spessore).
quarta” si-
Ora la bramma si è trasformata in una
“barra” spessa 23 millimetri, lunga circa 40
metri e della larghezza desiderata (da 62 cen-
timetri a metri 1,84). Nei pochi metri tra i cilin-
dri della discagliatrice e quelli del reversibile,
sulla superficie della bramma ancora rovente
si è formata altra scaglia di ossido che è ne-
cessario rimuovere con un nuovo getto d’ac-
qua a 80 atmosfere.
La barra passa ad una cesoia rotante per
l’ “intestatura”, e successivamente ad un’al-
tra gabbia rompiscaglie (che frantuma lo
strato di ossido formatosi per la terza volta
tra il reversibile e la cesoia). Un nuovo getto
d’acqua per la discagliatura e quindi la barra
arriva al treno finitore dove, con opportune
riduzioni distribuite tra le sei gabbie, può
essere portata ad uno spessore variabile da
1,5 a 8 millimetri.
Poiché la barra si trova contemporanea-
mente laminata sotto i cilindri del rompisca-
glie e di tutte le sei gabbie finitrici, la velocità
e le riduzioni di ogni gabbia sono strettamente
legate a quelle diverse delle gabbie contigue,
attraverso un complesso sistema di controlli
automatici, per evitare che la lamiera formi
anse tra una gabbia e l’altra, 0 sia sottoposta
a tensioni eccessive che potrebbero strap-
parla.
All’uscita della sesta gabbia la barra, ormai
ridotta a forma di nastro, viene raffreddata
da una doccia d’acqua fino a circa 600 gradi
e quindi va ad imboccare, ad una velocità di
35 chilometri all’ora, uno dei tre aspi avvolgi-
tori.
Il procedimento di laminazione continua a
caldo si conclude a questo punto. I rotoli po-
tranno essere venduti direttamente ai clienti
oppure rilaminati a freddo, per essere trasfor-
mati in lamierini a freddo, banda stagnata ©
lamiere zincate.
Della laminazione a freddo però e dei mo-
derni procedimenti di rivestimento ci occu-
peremo un’altra volta. Per quanto riguarda
in particolare la laminazione a freddo, riman-
diamo i nostri lettori anche all’articolo che
abbiamo pubblicato nel numero 2 di quest’an-
no della rivista nel quale abbiamo ampiamente
illustrato le lavorazioni che vengono effet-
tuate nel nuovo centro di laminazione di Novi
Ligure.
EI
Dall’aspo avvolgitore esce il prodotto finito del laminatoio
a caldo del centro siderurgico di Cornigliano: ciascuno di
questi grandi rotoli di nastro di acciaio può pesare fino
a 11 tonnellate. (foto Ugo Mulas)
12
A colori
sulla banda
stagnata
É
a
bel
5
RI
di
Una tipica lattina litografata di gusto liberty. Lo stile floreale, già padrone di ceramiche, gioielli, ferri battuti, stoffe, vetri e
pizzi, aveva conquistato anche la banda stagnata.
Sulla scia della massiccia emigrazione italiana
nel nord e nel sud America, passarono l’ Atlan-
tico migliaia di lattine litografate contenenti
olio d’oliva della Liguria. Buona parte dei
contenitori veniva prodotta e stampata nello
stabilimento cromolitografico di Oneglia fondato
nel Igro dal ‘cav. uff. Domenico Renzetti.
Dall’archivio di questa ditta abbiamo appunto
tratto le illustrazioni per questo articolo di
Massimo Alberini. Come si vede, inquadrati
fra svolazzi, cartigli, foglie di ippocastano e
fiori d’ireos, fra rami di olivo, sfilano come in
passerella, secondo il più netto stile floreale i
personaggi cari a quegli emigranti del primo ’900.
Oggi la ditta Renzetti è gestita da tre figli del
fondatore: Guido, Osvaldo e Dario. Ha cen-
tocinquanta operai ed otto impiegati. Allo
scatolame per usi oleari si sono aggiunte molte
altre produzioni che hanno compensato la di-
minuita esportazione all’estero di olio italiano.
Nei tempi d’oro degli oleari liguri il prodotto
degli olivi si esportava, oltre che in tutta
l'America, anche in moltissime altre parti del
mondo.
Nell’armadio di ogni brava massaia italiana
c'è sempre una scatola di latta litografata.
Una bella scatola, dai colori vivacissimi, con
fiori, attraenti visi di fanciulle, paesaggi alpestri
o cavalieri in giubba rossa, sfrenati in corsa
dietro alla muta dei cani e alla volpe o al
cervo: scatole di buona misura, in forma di
parallelepipedo a base rettangolare o poliedri-
ca, con le cerniere ancora attive e l’interno
dorato. Scatole che arrivarono in casa, quale
dono dello zio o dell'amico di famiglia che
voleva sdebitarsi, colme di biscotti assortiti,
oppure — e in tal caso la decorazione si vale
di renne, candele, stelle, rami di pino e nastri
rossi — con il panettone ‘con contorno” di
torrone, cioccolata e caramelle, il tutto in
veste di omaggio natalizio. Sia pure ammini-
strato con oculatezza, il contenuto è finito
alla svelta: ma la bella scatola (la pubblicità la
definiva anzi ‘cofanetto artisticamente deco-
rato”) è rimasta, simbolo e ricordo di un
momento gradevole, e la madre di famiglia,
che pure si era tirata indietro al momento del
consumo, l’ha pretesa per sé, quale scatola di
lavoro o per custodire, ben piegate, protette
dalle palline di naftalina, maglie, magliette e
scarpe. Le mamme che conoscono ancora la
ricetta del budino di cioccolata, fatto da loro
e non ordinato per telefono, le vecchie zie
refrattarie al giuoco in borsa e al totocalcio,
continuano a conservare le scatole di latta, pur
sapendo come negli appartamenti in condo-
minio sia difficile trovare posto per esse.
Tramontate le coltivazioni casalinghe di basi-
lico e geranei nelle “boatte” tubolari di ‘“con-
centrato triplo”, ammesso, sia pure con ram-
marico, che i cofanetti metallici del tè, i bus-
solotti col coperchio incastrato per il caffè
in grani e la farina lattea, ormai bisogna eli-
minarli per forza, le brave signore non desi-
stono dalla loro simpatia protettiva, almeno
per le scatole maggiori, quelle con il samber-
nardo del cacao o la suora del cioccolato in
polvere sul coperchio. È, la loro, l’ultima difesa
di un conservatorismo che vide nella banda
stagnata (è il nome ufficiale) il segno di una
nuova ricchezza, o addirittura di un lusso in-
solito per il tran-tran economico di una volta.
Tutto cominciò, sul finire del Settecento,
per merito di monsieur Nicolas Appert e dei
suoi cibi conservati, previa bollitura, in bot-
tiglie e barattoli di vetro, efficienti in teoria,
fragilissimi in pratica. L’inglese Peter Durand
studiò la trasformazione dell’involucro: ferro
stagnato, robustissimo e sterilizzabile quanto
e meglio del vetro. Le provviste militari pre-
sero il nome di “razioni di ferro”, entrarono
negli zaini con i pali da tenda, le cartucce in
pacchi pesanti, le grosse camicie di tela grezza.
Nel 1817 gli Stati Uniti fabbricavano già cibi
in scatola: la scoperta del latte condensato e
la guerra di secessione estesero possibilità di
produzione e consumo, in campo non solo
militare, ma civile. Il secondo settore, poten-
zialmente e praticamente molto più ampio del
primo, esigeva però non solo il buono, ma il
bello. Nessuno faceva ancora ricerche di
mercato, ma tutti erano d’accordo, specie in
un’epoca nella quale “il bello si vedeva”,
nell’attrarre il consumatore con l’onesto leno-
cinio di un barattolo decorato. Etichette,
certo: ma anche stampare i fogli di lamiera
ricoperti di uno strato argenteo, prima di
tranciarli e saldarli, non era impossibile. I tor-
chi, come si diceva allora, gemettero anche
per la banda stagnata.
Cominciò una specie di saga popolaresca,
ingenua, ricca di idee e di fervore, pronta agli
otto-dieci ‘passaggi in macchina” per otte-
nere tinte smaglianti e vive. Il floreale, già
padrone di ceramiche, gioielli, ferri battuti,
stoffe, cuoi lavorati al bulino, vetri opalescenti
o tersi, cromolitografie e pizzi, conquistò
anche la banda stagnata. Non firme illustri
(benché qualche artista di vaglia si sia impe-
gnato, celandosi dietro all'’anonimo) ma bravi
artigiani, maestri del disegno ornamentale,
pronti anche a valersi del “pezzo” celebre —
Dante e Beatrice vicini al ponte, // bacio di
Hayez, persino la Gioconda — da inquadrare
fra svolazzi, cartigli, foglie d’ippocastano e
fiori d’ireos. Si lavora direttamente sulla pietra
litografica, come, del resto, fanno, negli stessi
anni, Toulouse-Lautrec e Chèret per realiz-
zare i loro manifesti. La scatola di latta porta
vivacità, fulgore di rossi gialli e azzurri nelle
amorfe botteghe di periferia. L’imballaggio
diviene argomento di vendita.
Un particolare settore acquista fisionomia
ropria: quello delle lattine per l’olio d’oliva.
l’Italia a cominciare, si creano le marche,
i simboli, le decorazioni tipiche (qualcuna
resiste tuttora). Con la grande avventura del-
l’emigrazione a nord e a sud del Plata, il job
conosce un impensato sviluppo.
Bastimenti completi: prima gli stupendi —
e scomodi — tre alberi dei grandi armatori
genovesi, poi le “città galleggianti” con fu-
maioli altissimi e i ‘camerotti” dove zappa-
terra pugliesi e veneti, pastori e cafoni di
Calabria e “basilischi”, si accumulano, con
le donne, i guaglioni e la roba loro. Il paese,
fra le Ande e la costa, o nell’entroterra texano,
è severo ma ostile, potrebbe essere una patria,
se la nostalgia alimentare non covasse nel-
l'animo: vino rosso, spaghetti, salsa di po-
modoro, olio d’oliva. Dall'Italia, venga al-
meno quello. Alla Bovery, a Boca, nelle
Little Italy del Nuovo Mondo, si aprono gli
stores che importano e vendono. È il primo
atto: poi gli oriundi trovano più comodo fab-
bricare i maccheroni negli Stati, in California
vite e pomodori prosperano. Resta l’olio.
Quello, nessuno può ottenerlo alla svelta,
occorrono decenni perché un olivo produca e
renda. L’olio viene dall’Italia, bisogna impor-
tarlo, oggi come ieri.
Molti ex bottegai hanno fatto strada, portano
il gilè a quadri attraversato dalla catena d’oro,
fumano il sigaro tutti i giorni, non solo la
domenica, hanno il nome sulla porta e sul car.
Perché rinunziare a questa affermazione a
favore di una ditta straniera? Sarebbe meglio
avere una lattina propria, arricchita magari da
un bel disegno. Si scrive in Italia, ci si accorda.
Affare fatto.
C'è a Oneglia una litografia per stampa su
banda stagnata, specializzatasi nel rifornire i
produttori italiani, quella dei fratelli Renzetti.
Giungono le prime richieste d’oltre Oceano, i
disegnatori lavorano su indicazioni esatte o
meno, per i nuovi committenti. Le lattine
piacciono, altri chiedono la loro. Nasce così,
in qualche decennio, una specie di straordi-
naria galleria (circa tremila bozzetti) dedicata
a una Italia così come appare nel rimpianto di
chi è lontano.
Si è cominciato col poco: fronde d’olivo,
raccoglitrici, paesaggi “di genere”, figure sim-
boliche. Ma presto, di là dal mare si diviene
più esigenti, in Liguria si cerca di acconten-
tarli. Allegorie: la Gloria agita non fronde
d’alloro (e chi ci fa l’olio, con quello?) ma di
olivo, la Flora si vale di beanfies liberty,
l’ Oliva Gentile è raffigurata da un’altra bel-
la donna. Poi viene il ricordo di /i, l’ispiratrice,
sposa, fidanzata o sorella lontana, ad influen-
zare l’impaccatore: ed ecco le diverse Annun-
ziata, Carmela, Laura e Rosina brand, dedicate,
lo si intuisce, a quante al cuore parlano (in
fondo, poeti e scrittori hanno fatto di peggio).
Accanto all’amata, il paese: a centinaia le lat-
tine illustrano l’Italia maggiore e minore,
Cefalù brand e Sorrento fatata, il Vesuvio col
pennacchio e il pino, Bologna e il Gigante,
marca Lanterna di Genova, Mole Antonelliana,
Patria nostra, Sole mio, Canicatti, Conca d’oro,
Carretto siciliano, Gondola brand, Leone di
San Marco (invece del libro, regge fra le
zampe lo scudo della Sausage Manufacture).
La lontananza dà luce di paradiso a tutto il
mondo lasciato da bambini. O% talia, nel-
l’ardor che mi divora — sorge un canto più fresco
del mattino — mentre di te l'esilio si colora scriveva,
del resto in quegli anni, Gabriele, ridottosi,
per motivi finanziari, ad allevare levrieri nella
landa di Arcachon. Dell’Imaginifico, gli espor-
tatori d’olio non si dimenticano affatto. Come
farlo del resto, se Gabriele è una gloria na-
zionale, uno di quegli elementi da mettere sotto
il naso agli stranieri, per ricordare a loro cosa
sappiamo fare? Eccolo D’ Annunzio, sulla lattina
da un gallone: ha il pizzetto, la calvizie e il
solino rigido dei bei giorni delle Laudi e della
Capponcina, è il poeta che scandalizza, ma fa
dire ai poveri connazionali: compà, quello
con le donne ci sa fare. Più smorti, nel ricordo,
gli altri vati delle lattine: Tasso, Ariosto,
Carducci, e, non poeti ma geni egualmente,
Giotto, Galileo, Leonardo, Marco Polo,
Raffaello, Alessandro Volta. Sono stati celebri,
occorre ricordarli.
Anche la musica, soprattutto il melodramma,
onorano l’Italia. Rossini e Verdi, sul cartel-
Gabriele D'Annunzio, sulla lattina da un gallone: ha il
pizzetto, la calvizie e il solino rigido dei bei giorni delle
Laudi e della Capponcina.
lone del Metropolitan o del Colon, ripagano
gli emigranti di molte umiliazioni subite, ed
è giusto che le lattine lo tengano presente.
Eccolo, il teatro lirico: Aida, Radames,
Otello, Tosca, Santuzza, Rigoletto appaiono
ognuno sul proprio recipiente, vicino ai can-
tanti: la Melba, già celebre per le pesche,
Tamagno e, immancabile, Caruso (la stessa
immagine che contraddistingue, negli Stati
Uniti, gli spaghetti omonimi).
Impaludato e solenne, fra il clangore delle
trombe e l’ondeggiare dei vessilli, ecco avanza
infine il vero e proprio corteo della storia.
Lo aprono, prosperose e discinte nel peplo,
le figure allegoriche, dalle forme statuarie:
Concordia, Democrazia, Gloria, Pace e, in
coppia, Zrabajo e Costanza: poi è un plotone
di Italie, con le torri in testa, il bianco rosso
e verde e lo stellone. “La patria nostra più
grande e più temuta”, dice, su una lattina,
una signora in abito da visita 1915, mentre
un bersagliere pianta il tricolore su Trieste:
ed è, certo, lo sfogo di un poveretto stanco
di sentirsi trattare da gringo, dego e simili.
Seguono gli eroi e gli eventi, chiare testimo-
nianze delle passioni del secolo. Cesare dagli
occhi grifagni guarda da un bussolotto e
Cleopatra, vestita di blu, risponde da un altro;
Marco Aurelio è a cavallo mentre il Medio Evo
si annunzia, per merito di una ditta di Valpa-
raiso, con una fila di personaggi sabaudi: il
Conte Rosso, il Conte Verde, Umberto Bian-
camano, memorie storiche o ricordi di naviga-
zione è difficile dirlo. Cristoforo Colombo
domina: cinque marche a nome suo, più una
dedicata al Desewbarco de Colon. Pietro Micca
ha trovato un amatore, e diversi Napoleone
il Grande. Ecco il Risorgimento: vi è un
L’evoluzione dell'immagine femminile nel gusto
dei disegnatori di lattine d’olio. Dalla «bella
I grandi personaggi sono rappresentati larga-
mente sulle lattine d'olio. Napoleone e Garibaldi
Tan x
(}S ONE GALLON
VIFGIN
\CKEDIN TTDASVEORT È
MAX BLAU |)- =-
doc rrtmr-Éi
ne
Rosina” di stampo tipicamente popolano-folelo-
ristico, si passa alla sofisticata «bella” di moda
sono raffigurati molte volte in diversi atteggia-
menti. AI’ «Ariosto brand” si aggiungono l’olio
UNICO IMPORTADOR E :
DEPOSITARIO PA O BRASIL
Pe 72 ca
fra il 1920 e il 1930. Con la proclamazione
dell'impero. viene di moda “faccetta nera’.
«Silvio Pellico”, “Giuseppe Verdi”, “Giacomo
Puccini” e quello intitolato al grande Caruso.
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Le illustrazioni 4 si erano as- h i S TO) B Ti Il jul E a LIA 4
|
Il dirigibile di Nobi-
le, la nave a vapore,
la locomotiva: tre
simboli del progresso
che non potevano non
trovare posto nella
iconografia delle lat-
tine d'olio.
pr OLIVA
[XTRAFINO 9
IMPORTADO PORALA
Un segno dei tempi: l'olio “duce”.
16
solo Mazzini, ma ben cinque Garibaldi. Il
tema più caro a questi commercianti-storici
era la famigilia reale: Umberto I apre la serie,
coi baffoni a punta e le medaglie sul petto della
giubba nera, Vittorio Emanuele III figura gio-
vane e da solo, poi, in medaglione, appare
con la regina (lui in uniforme nera, lei col
diadema, come nelle litografie degli uffici
statali): ancora più vecchio il re è in grigio-
verde. E/ena brand e Regina mostrano la so-
vrana; la principessa Iolanda è in due ritratti,
uno ancor bambina coi capelli sciolti e il
nastrino di velluto, l’altro da damigella; il
principe Umberto appare in una immagine,
con gli alamari da granatiere.
Se qualcuno vuol avere la riprova della
popolarità delle nostre campagne d’Africa,
osservi le molte lattine su quel tema: s’apre,
il gruppo, con un “ten. col. Galliano, difen-
sore di Macallè”, che sembra uscito da una
litografia da appendersi in una mescita di vini,
e prosegue fra Adua, Tripoli, Vittoria in Cire-
naica, ‘Tripolitania (un bersagliere sventola il
tricolore dal terrazzino del minareto), Tripoli
bel suol d’amore ecc., per concludersi con
una non meno popolaresca Faccetta nera.
La storia procede, e le lattine registrano:
marca Fascio, marca Duce (è la California
Importing Co. che ha scelto il tema, vestendo
da romano antico Mussolini); con un dirigi-
bile Italia simile a quelli fabbricati in casa ri-
vestendo di stoffa una lampadina, la marca
Nobile ricorda lo sfortunato viaggio polare.
Poi, la cavalcata si chiude: mutano i gusti
e i sistemi d’importazione, la pubblicità mette
in risalto le grandi marche, appoggiate da
supermarkets e drug-stores. Intanto, anche la
tecnica ha fatto molti e notevoli passi avanti:
le pietre litografiche sono scomparse, sosti-
tuite dalla fotolito, con la realtà viva del
fotocolor riprodotto come sulla pagina
di una rivista. Alla banda stagnata per im-
mersione si affianca quella prodotta con de-
posizione elettrolitica. Tutto il mondo divora
più “scatolame”: in Italia, nel decennio
1952-1962, il consumo di banda stagnata co-
nosce un aumento di oltre il 300%, favorito,
in gran misura, dalla produzione elettro-
litica del “Sinigaglia” della Italsider. Ma il
pubblico, per essere attratto e convinto, chiede
qualcosa di ben diverso dai ritratti di Napoleo-
ne e Caruso eseguiti a mano: vuole, reali e
ancor più appetitosi di quanto non lo saranno
nel piatto, le immagini dei cibi, le ‘situazioni
di consumo”: una fotografia — insalata, pizza,
pollo alla diavola — lo convincono di più
di Rosina brand. Ben stampate, attraenti, leg-
gere e solide, le nuove confezioni entrano
nelle case, dominano in credenze e — olio
escluso — nei frigoriferi. L’era di Caruso e di
Silvio Pellico (anche lui aveva il suo olio) è
conclusa.
Ma non finisce, negli armadi del ceto medio,
il gradevole dominio delle scatole di latta
“importanti”, quelle che contennero biscotti
e panettoni. Banda stagnata si limitano a
chiamarla gli specialisti: ma, per le felici pro-
prietarie, la bella scatola resta ancora un tesoro
da non gettar via.
Cento
anni
di acciaio
Martin
Il forno Martin ha cento anni. Questo nome
è ormai entrato nella terminologia tecnica di
ogni giorno: diciamo “forno Martin” e
“acciaio Martin” un po’ come se parlassimo
di una pianta o di una qualità di legno che
sono sempre esistite, come se non fossero una
creazione dell’uomo.
Ma che cosa significhi questo nome, quale
somma di avvenimenti, di travagli e di tenta-
tivi vi stia dietro, non ce lo chiediamo mai.
E soprattutto non ci chiediamo mai chi sia
stato quel signor Martin che, si può ben dire,
ha dato il nome ad un’epoca: l’epoca dell’ac-
ciaio di buona qualità e in grande quantità
a basso prezzo per fare arditissimi ponti lunghi
chilometri, reti ferroviarie che hanno coperto
il mondo come una ragnatela, navi grandi
come città galleggianti, palazzi alti fino alle
nuvole.
Pierre Emile Martin, questo protagonista
di una civiltà di titani, era un bell’uomo,
grande, slanciato, con il volto ornato da mo-
numentali baffi e barba che gli davano un
aspetto molto serio ed autorevole. La sua
sola civetteria era forse quella di sottolineare
la sua somiglianza a Francesco Giuseppe
d’Austria, civetteria d’altronde molto diffusa
in quei tempi di splendore della casa
d’Absburgo.
L’importanza dell’innovazione tecnica di
Pierre Emile Martin è presto detta se si pensa
a come avveniva la produzione dell’acciaio
fino alla metà del secolo scorso. Il sistema più
efficiente che si conoscesse era quello ideato
nel 1784 dall’inglese Cort che aveva applicato
il forno a riverbero al riscaldamento della
ghisa con aggiunta di minerali. In questo tipo
di forno si riusciva ad ottenere un prodotto
di alta qualità ma con un’operazione estrema-
mente lunga e faticosa: il “puddellaggio”.
Questo termine, derivato dall’inglese #0 puddle,
(rimescolare), indicava appunto che il metallo
in fase di affinazione doveva essere continua-
mente rimescolato affinché le trasformazioni
avvenissero uniformemente in tutta la massa.
È comprensibile quindi la fatica e la lentezza
in cui tutta l’operazione veniva eseguita.
Nel 1855 l’inglese Bessemer aveva scoperto
un nuovo metodo di produzione dell’acciaio
che rappresentava una vera rivoluzione per
l’industria siderurgica. Come è noto, il pro-
cesso consisteva nell’iniettare attraverso la
ghisa liquida contenuta in un recipiente alto
e stretto, a forma di pera, dell’aria che pro-
vocava la combustione del carbone. Il processo
Bessemer in pochi anni fc introdotto in un
certo numero di acciaierie con risultati soddi-
sfacenti. Più tardi sarebbe stato in grado di
competere con gli altri metodi di produzione,
specialmente a seguito delle modifiche ap-
portate, dopo il 1878, dagli inglesi Thomas e
Gilchrist, modifiche che rendevano possibile
il trattamento delle ghise fosforose.
Ma verso il 1860 l’apparecchio Bessemer
appariva come uno strumento che non con-
sentiva di ottenere degli acciai speciali di qualità
e delle composizioni molto esatte. In più il
Bessemer rendeva necessari grandi mezzi di
produzione della ghisa liquida. Il problema
alla cui soluzione si applicò Pierre Emile
Martin, appoggiato dal padre Emile, era ap-
punto quello di trovare il sistema per produrre
acciaio di qualità ed a costi economici, ope-
rando direttamente senza produzioni interme-
die, e usando in parte ghisa e in parte rottami
di ferro.
La grande esperienza decisiva fu eseguita
da Pierre Emile Martin il 23 aprile 1863 nelle
fonderie di Sireuil, lungo la Charente, a una
quindicina di chilometri da Angoulème.
In tale occasione furono caricati seicento
chilogrammi di barre di ferro cementato: tre
ore dopo, dal foro di colata usciva un fiotto
di acciaio liquido. La forma del forno era così
razionale che, salvo le dimensioni, non è
stata molto modificata fino ai giorni nostri.
Ma come aveva potuto Pierre Emile Martin
giungere al grande esperimento? Prima di
tutto perché egli apparteneva ad una famiglia
di studiosi e di siderurgici. I nonni erano stati
tra i primi allievi della scuola politecnica e così
pure il padre Emile, fondatore della società
ferroviaria P.L.M.
Fra stato appunto il padre a creare la fon-
deria di Fourchambault, uno dei più grandi
stabilimenti siderurgici francesi e in seguito
gli altiforni di Blizy, Imphy e Alais. Emile
Martin affidò al proprio figlio maggiore Gior-
gio la costruzione di ponti sospesi e al figlio
minore, Pierre Emile, che era stato allievo
dell’Ecole des Mines, le costruzioni metalliche.
Emile Martin aveva due obiettivi: produrre
dell’acciaio francese di qualità per fare fronte
alla minaccia dell’industria inglese, e pro-
durlo più economicamente dei concorrenti per
poterli battere sul loro terreno.
Occorreva per questo un laboratorio di studio
che fu appunto creato a Sireuil ed affidato a
Pierre Emile.
Pierre Emile, allora trentenne, si rivelò
un ricercatore ostinato, un coraggioso, un
organizzatore di prim’ordine e soprattutto
un grande capo e un notevole studioso.
Le ricerche che durarono molti anni volge-
vano verso due obiettivi: studiare tutti i mi-
nerali possibili e stabilire il prezzo di costo
minimo per le migliori qualità di acciaio, e
mettere in seguito a punto un procedimento
nuovo e più economico per ottenere diretta-
mente l’acciaio partendo dalla ghisa.
Il primo progetto fu realizzato nel 1861 quan-
do l'acciaio di Sireuil fu venduto a prezzi di
concorrenza in Inghilterra, persino a Sheffield.
Il secondo fu appunto raggiunto con la grande
scoperta del forno rivoluzionario che, con
una fiamma ad altissima temperatura, consen-
tiva di fondere i rottami e mantenere liquido
e caldo il metallo. Premessa importante a tale
realizzazione era stato il brevetto di Siemens
del 1856. Il tedesco Siemens aveva infatti
costruito un forno nel quale i prodotti della
combustione erano utilizzati per riscaldare
l’aria comburente che permetteva di raggiun-
gere temperature di fiamma assai alte.
Nel 1861 Pierre Emile Martin aveva preso
una licenza del processo Siemens che egli per-
fezionò ed adottò poi al forno di sua conce-
zione.
Il primo brevetto fu registrato nel luglio
del 1865 e ad esso seguirono altre undici mo-
difiche fino al maggio 1867. Occorreva dimo-
strare la possibilità di un funzionamento con-
tinuo ed economico e di una produzione di
qualità. Qualità e basso prezzo furono con-
fermati da prove eseguite negli arsenali di
Cherbourg e Rochefort e l’acciaio Martin fu
scelto per gli impieghi della marina. Nume-
rose ditte francesi e straniere inviarono propri
tecnici a studiare il procedimento a Sireuil,
tanto che forni Martin furono installati in
Inghilterra nel 1867, ‘in Svezia e negli Stati
Uniti nel 1868, in Germania e in Russia nel
1869 e in Italia nel 1870.
A Pierre Emile Martin, come a tutti i
grandi inventori ed anticipatori, non fu ri-
sparmiata l’ingiustizia e la misconoscenza dei
contemporanei. Nel 1867, all'Esposizione Uni-
versale, la giuria decideva di conferirgli la
grande medaglia d’oro, ma fu stesa un’accusa
di contraffazione, ragion per cui il Martin fu
escluso dalla lista dei premiati.
L’ingiustizia fu riparata soltanto tre anni
dopo, ma Martin non ottenne alcun risar-
cimento. In seguito altre personalità negarono
a Pierre Emile Martin una parte qualsiasi nel-
l’invenzione.
Ditte francesi e straniere si equipaggiarono
del suo forno senza pagare i diritti di brevetto
della sua scoperta; nella Charente stessa (nes-
suno è profeta in patria), una guerra sorniona
finì per avere ragione del grande lottatore che
le difficoltà finanziarie avevano condotto alla
rovina.
Come spesso avviene, il riconoscimento me-
ritato venne solo più tardi, quando il nostro
secolo era già bene inoltrato.
Oggi naturalmente, in occasione del cen-
tenario, tutto il mondo ricorda con ricono-
scenza il grande inventore la cui scoperta se-
gnò una tappa fondamentale nella produzione
dell’acciaio.
17
Pierre Emile Martin
Lo spaccato del forno Martin:
1) Laboratorio - 2) muri e piedritti del laboratorio - 3) volta - 3 ++ 4) volta sospesa - 4) cuffie - 5) canali e raccordi alla camera
a scorie - 6) camera scorie, pareti e volta - 7) impilaggio - 8) ricuperatori.
Un’importante scoperta a Savona
Affreschi
sotto
una fabbrica
Per più di mezzo secolo l’ Ilva di Savona,
oggi Italsider, con le sue ciminiere fumanti
ai piedi dell’antichissima rocca del Priamar,
ha custodito un appassionante segreto di ar-
cheologia, rivelato soltanto durante alcuni
lavori disposti dall’amministrazione comu-
nale per la sistemazione di una parte del-
l’area lasciata libera dal complesso industriale.
Abbiamo pregato il dr. Renzo Aiolfi, di-
rettore del museo civico di Savona, cui si
deve l’importante ritrovamento, di farne un
resoconto per la nostra rivista. Gli affreschi
riprodotti in queste pagine sono pubblicati
per la prima volta in ltalia.
L’8 dicembre 196I, alle ore 15 circa, una
macchina escavatrice portava casualmente alla
luce un masso affrescato raffigurante San Gior-
gio nel tradizionale atteggiamento guerresco : un
dipinto di pregevole fattura, attribuibile ad un
ignoto maestro di scuola lombarda della seconda
metà del Quattrocento. La scoperta legittimava
e giustificava sistematiche ricerche, iniziate e di-
rette da chi scrive per l'esplorazione del sottosuolo;
infatti, nei giorni successivi, alla profondità di
m. 1,20 dal livello del piazzale, vennero in luce
due tombe rettangolari in mattoni e calce graf-
fita, racchiudenti due scheletri perfettamente
conservati. Il tipo e il materiale di una tomba,
insieme ad una moneta d’argento rinvenuta nel-
l’interno, permettevano di datare l’ epoca del-
l’inumazione nella seconda metà del Quattrocento.
Il raro reperto — trattasi di un carlino coniato
dalla zecca di Avignone — porta nel dritto la
figura, seduta di fronte, di Innocenzo VIII,
papa dal 1484 al 1492, della nobile famiglia
genovese dei Cibo, il quale prima di salire al
pontificato fu vescovo di Savona dal 1467 al
nella pagina accanto: ciò che resta di un affresco di squisita bellezza, che
in parte ha conservato gli smaglianti colori originali, la cui iconografia
ci indica l’arcangelo Raffaele mentre riconduce a casa Tobia. L’arcangelo
Raffaele era stato scelto anticamente come protettore di Savona,
1472, e, nel rovescio, una lunga croce accanto-
nata da chiavette decussate.
Nel corso di ulteriori lavori di scavo nell’area
già occupata da capannoni dello stabilimento, fino
a pochi anni or sono sempre pieni di frastuono
assordante e di bagliori accecanti, venivano rin-
venuti frammenti di altri affreschi, piastrelle di
ceramica, una colonnina di marmo con capitello
ed alcuni reperti di limitato interesse. Pareva
che le fondate speranze di un ritrovamento, im-
portante per la migliore conoscenza dell’antica
città, andassero deluse, confermando lo scetticismo
di molti, quando, col procedere dei lavori di ri-
mozione del terriccio, quasi premio alla fiducia
ed alla passione del ricercatore, venne in luce
un lungo tratto del muro perimetrale di una
grande costruzione, sepolta e dimenticata da
lunghissimo tempo sotto cumuli di materiale di
riempimento, usato dai Genovesi nel secolo XVI
per la costruzione sul Priamar dî quell’imponente
e cupa fortezza che per centinaia di anni era stata
testimonianza indistruttibile del loro dominio
incontrastato sulla ribelle e sconfitta Savona.
Sotto i colpi del piccone indagatore, le antiche
vestigia riaffioravano poco per volta dal terreno
sconvolto e con esse quasi tornavano a vivere i
drammatici eventi di quel passato così lontano e
doloroso, quando Savona perse l'indipendenza e
si trovò alla mercé dei suoi implacabili vincitori.
Fra le altre costruzioni allora distrutte c’era,
sulla destra della rampa che saliva al Priamar,
il convento di San Domenico. Il vasto fabbricato,
comprendente la chiesa con un bel campanile, il
monastero, due chiostri e il dormitorio, era uno
degli edifici più notevoli di Savona antica.
Della magnifica costruzione non restarono che
sopra: (a sinistra) affresco raffigurante gli apostoli
Giovanni, Giacomo e Pietro addormentati nell’orto
degli ulivi durante l'agonia di Gesù. Lo strappo, il tra-
sporto su tela ed il restauro dei tre affreschi è stato
eseguito da Luciano Arrigoni, a cura della soprinten-
denza alle gallerie della Liguria. Quanto prima le opere
saranno sistemate nella pinacoteca civica di Savona.
(a destra) affresco raffigurante San Giorgio nel tradi-
zionale atteggiamento guerresco, rinvenuto fra le ma-
cerie dell’antica chiesa di San Domenico il Veechio,
la cui ubi era finora iuta., I ca-
da riferirsi
ratteri della pregevole composizione sono
tradieebbi, ad 2 1
un ig o bardo del
Quattrocento, autore anche degli altri due dipinti sco-
perti. In quel secolo la Liguria, come dice il Longhi,
era considerata «terra di conquista » per i pittori Lombardi,
le macerie : a poco a poco si formò su quegli
squallidi avanzi un alto strato di terriccio e di
erbacce che fece dimenticare anche il luogo esatto
dove sorgeva un tempo l’antico convento.
In mancanza di indicazioni precise pro-
venienti da documenti del tempo, si poteva
solo presumere ma non stabilire con certezza che
le vestigia affioranti in seguito agli scavi in corso
fossero appunto quelle della chiesa di San Do-
menico il Vecchio, data anche la vicinanza del
tuttora esistente vicolo omonimo e la vastità
dell’area perimetrale che si andava delineando.
Nel frattempo, continuando l'esplorazione siste-
matica della zona, furono trovate due preziose
monete d’argento (una coniata per Luigi XVI
re di Francia e signore di Savona dal 1507 al
1510 e l’altra per Francesco I re di Francia e
signore di Savona dal 1515 al 1522) e fu pos-
sibile rimuovere un grande e pesantissimo masso
facente già parte delle mura perimetrali, conte-
nente un affresco di notevole valore artistico,
>)
raffigurante l’arcangelo Raffaele mentre riconduce
a casa Tobia, affresco che, per le affinità col
precedente, fu giudicato anch'esso opera di un
ignoto maestro lombardo del Quattrocento.
Questi dipinti, con la figura ricorrente di
San Giorgio (l’arcangelo Raffaele prima del re-
stauro era stato scambiato per San Giorgio che
riconsegna ai genitori la principessa liberata dal
Drago), fecero nascere qualche dubbio circa l’in-
titolazione della chiesa (ritenuta erroneamente
da alcuni come quella di San Giorgio) di cui,
intanto, venivano scoperti basamenti di colonne,
muri, voltine, fondazioni, elementi vari di strut-
ture, e un altro pregevole affresco raffigurante
gli apostoli addormentati nell’orto degli ulivi.
Alla fine del gennaio 1962 veniva alla luce
un tratto della strada pubblica (sulla cui destra,
per testimonianza di antichi cronisti, sorgeva
appunto il monastero) che andava ad innestarsi
nella via Chiappinata, oltre l'abside, per iner-
picarsi sul Priamar sino al piazzale antistante
la cattedrale. Il solco aperto nella topografia
della città vecchia col ritrovamento della seco-
lare via di mattoni a lisca di pesce, ottimamente
conservata anche nelle cunette per il deflusso
delle acque, mi permetteva un più sicuro orien-
tamento negli scavi successivi, intralciati non
poco, purtroppo, dalla presenza di una rampa
di accesso al ponte San Giorgio, costruita in
epoca assai più tarda per ragioni militari e sotto
la quale giace ancora molta parte degli avanzi
della chiesa. Proseguendo gli scavi al di là di
essa onde rintracciare l'ingresso del tempio, un
importante elemento di riferimento dissipava i
residui dubbi sulla sua intitolazione : veniva alla
luce tutto il lato della facciata ed il sagrato,
Il complesso del Priamar visto da un aereo. A sinistra,
in alto e in basso, alcuni capannoni dell’Italsider, Al cen-
tro, da sinistra a destra, le varie parti della fortezza:
il cellulario di San Bernardo, gli edifici del Maschio col
piazzale di San Carlo, il cortile di Sant'Anna, il palazzo
della Sibilla, il piazzale della Cittadella con i ruderi del-
l’antica cattedrale, il fossato maggiore, la polveriera
e il piazzale di Santa Caterina, In basso, al centro, il
pontile di San Giorgio, prospiciente corso Mazzini, nei cui
pressi sono stati rimessi in luce gli avanzi della chiesa di
San Domenico il Vecchio, costruita nel 1306. I Geno.
vesi, giudicando l’edificio di impedimento alla costruenda
fortezza, lo demolirono nel 1544. Il cerchio bianco indica
il punto in cui sorgeva la chiesa di San Domenico
il Vecchio della quale qui a fianco pubblichiamo la
ricostruzione planimetrica eseguita da Enrico Giusto.
costituito da un bellissimo mattonato a lisca di
pesce, da cui si dipartiva la strada che conduceva
alla chiesetta di N. S. dell’Olmo, presso la porta
della Foce, demolita nel 1624 per l'ampliamento
delle opere esterne della fortezza. A poco a poco
si poteva ricostruire la pianta della chiesa, libe-
randone parte dell’area sino al primitivo pavi-
mento di cui si rinvennero lastre d’ardesia, mat-
toni e piccole piastrelle quadrangolari policrome
(bianche, verdi, azzurre). Scrostando un vec-
chio muro del chiostro, sotto l’intonaco più re-
cente, emerse un bel pannello trecentesco raffi-
gurante una decorazione araldica a losanghe
bianche, rosse e nere, nelle quali si notano alcune
aquile imperiali ad ali spiegate.
Il complesso delle strutture che si conserva per
breve tratto al di sopra delle fondazioni consente
finalmente una esatta conoscenza della configu-
razione della chiesa e di alcuni ambienti del
monastero, che mantengono in situ le soglie,
tracce della primitiva pavimentazione, fram-
menti architettonici e decorativi, degni d’essere
conservati. Purtroppo una parte notevole del-
l’area della chiesa giace tuttora, come s'è detto,
sotto la rampa per cui si accede al ponte San
Giorgio, rampa che risulta priva di qualsiasi
valore storico ed archeologico.
Con tutta probabilità essa nasconde altri af-
freschi e reperti di notevole interesse e sarebbe
estremamente auspicabile abbatterla onde per-
mettere la prosecuzione di fruttuosi scavi e con-
sentire la fusione in una sola piazza delle due
aree ora divise dalla rampa anzidetta, lasciando
ancor più aperta la visione di tutto il maestoso
baluardo che sovrasta l’Italsider ed il porto sot-
tostanti. Tutto il materiale trasferibile, di inte-
resse artistico, archeologico e storico è stato
raccolto nel museo civico, per uno studio più
accurato in previsione di una confacente siste-
mazione. Per i tre affreschi invece, avvenuto
felicemente lo “strappo” dopo aver atteso per
molto tempo che sparisse ogni traccia di umidità,
si è proceduto al trasporto su tela e al relativo
restauro a cura della soprintendenza alle gallerie
della Liguria. Le monete andranno ad arricchire
la già cospicua collezione numismatica comunale.
Gli scavi hanno destato notevole interesse negli
ambienti culturali, anche al di là degli stretti
limiti regionali.
Il legittimo desiderio di chiarire, attraverso
testimonianze archeologiche, quanto ancora di
ipotetico e incerto si sa dell’antica Savona, le
circostanze favorevoli ad una indagine estesa e
programmatica in seguito al ridimensionamento
dell’Italsider che ha lasciato libere vaste aree, fanno
auspicare che, superando le barriere costituite
dalle consuete difficoltà burocratiche e finanziarie,
si riesca a trovare la via che consenta di ripren-
dere e di estendere î lavori, sospesi il 30 aprile
1962, con mezzi più adeguati all’utilità e alla
portata delle ricerche, il cui interesse va certo
al di là delle vestigia del monastero di San Do-
menico il Vecchio, testé riportate alla luce, per
inserirsi nel quadro ancor lacunoso dei problemi
interessanti l'urbanistica e l’architettura del
Priamar.
Che cos è
la
sicurezza
sociale
Su questo argomento che interessa ciascuno di
noi, pubblichiamo un articolo del nostro colla-
boratore professor Mattia Persiani a comple-
tamento di quanto da lui detto nel numero I
di quest'anno della rivista.
Quando si parla, come oggi accade spesso,
della riforma della previdenza sociale è ora-
mai di uso comune fare ricorso al concetto di
sicurezza sociale. Il significato però di questa
espressione, che è la traduzione di un termine
anglosassone, è presso di noi assai poco chia-
ro di modo che, come vedremo, il suo uso si
presta facilmente a generare equivoci.
Di sicurezza sociale (socia/ security) si parlò
la prima volta nel programma politico enun-
ciato nella Carta Atlantica (14 agosto 1941).
Successivamente, il termine sicurezza sociale
è stato accolto in tutte le principali dichiara-
zioni politiche del dopoguerra emesse in sede
internazionale e la realizzazione dei principi
che ne costituiscono il fondamento rappre-
senta attualmente uno degli obiettivi più im-
portanti dell’attività della Organizzazione
Internazionale del Lavoro.
Il principio che è alla base della sicurezza
sociale e alla stregua del quale va colto il
significato di questo termine nella sua acce-
zione originaria, è quello della libertà o libe-
razione dal bisogno, libertà che deve essere
realizzata dallo stato garantendo a tutti i cit-
tadini, attraverso una adeguata organizzazio-
ne di mezzi, un minimo di benessere indivi-
duale. Così intesa la concezione della sicurez-
za sociale si pone in funzione critica alle in-
sufficienze del sistema delle assicurazioni so-
ciali, tradizionalmente limitato ad alcuni rischi
ed ai soli lavoratori subordinati, ed alla assi-
stenza pubblica intesa come attività graziosa
dello stato, come beneficenza legale.
Tutti i cittadini che si trovino in situazione
di bisogno dovrebbero aver diritto ai mezzi
necessari a garantire la loro esistenza. La rea-
lizzazione di questa tutela non è, però, com-
pito dei singoli gruppi o categorie interessati,
ma di tutta la collettività organizzata e costitui-
pane —
di
LIL K] Di
sce, quindi, un fine dello stato da raggiun-
gersi mediante il ricorso alla solidarietà di
tutti i cittadini.
Questa corrente di idee si è largamente dif-
fusa trovando la giustificazione anche nel mu-
tamento delle condizioni economiche e socia-
li prodotto dalla guerra, ed i principi che ne
costituiscono il fondamento sono stati ora-
mai recipiti nell'ordinamento giuridico di
quasi tutti i paesi molti dei quali, in conse-
guenza, hanno attuato negli ultimi decenni
una completa riforma della legislazione in ma-
teria. Queste riforme, condizionate necessa-
riamente dalle situazioni ambientali e dal di-
verso grado di evoluzione che era stato rag-
giunto, hanno dato luogo a realizzazioni per
molti aspetti diverse. Tuttavia nella varietà
dei modi di attuazione si possono individuare
due princìpi o criteri fondamentali che nella
tendenza costante ed uniforme ben possono
rappresentare gli elementi caratteristici deter-
minanti dell'evoluzione dei sistemi giuridici
previdenziali in relazione alla sicurezza sociale.
Il più intenso intervento dello stato, che as-
sume oramai tra i suoi fini direttamente la
realizzazione della tutela previdenziale e l’esten-
dersi di questa a coprire nuove situazioni di
bisogno e nuove categorie di soggetti, oltre il
limite tradizionale del lavoro subordinato.
I principi della sicurezza sociale così intesa
sono stati accolti anche in Italia. L’articolo 38
della costituzione, in relazione ad altre disposi-
zioni e specialmente all’articolo 32, da un lato,
pone a carico dello stato la realizzazione della
libertà dal bisogno di tutti i cittadini e della
tutela della loro salute e, dall’altro, estende la
protezione oltre i limiti del lavoro subordi-
nato. ‘Tuttavia tanto i costituenti quanto suc-
cessivamente il legislatore ordinario non hanno
mai usato l’espressione sicurezza sociale.
‘Tale termine non è stato recipito dall’ ordi-
namento italiano se non indirettamente attra-
verso i trattati e le convenzioni internazionali
tra cui assume particolare importanza il trat-
tato istitutivo della Comunità Economica
Europea, i quali, in virtù delle singole leggi
che ne hanno autorizzato la ratifica, fanno
parte dell'ordinamento giuridico interno. In
questi atti, però, il termine sicurezza sociale
assume un significato convenzionalmente di-
verso da quello prima esposto e corrisponde a
quello tradizionale di previdenza sociale. In
queste convenzioni, infatti, si fa riferimento
solo alle assicurazioni sociali limitate per lo
più ai lavoratori subordinati.
Da tutto ciò deriva, come già dicevamo, che
il significato da dare al termine sicurezza so-
ciale, in mancanza di un inequivoco uso di es-
so da parte del legislatore, è presso di noi
ambiguo nel senso che ad esso possono es-
sere attribuiti significati diversi.
Tale ambiguità ha finito per trasformare
l'equivoco terminologico in un equivoco di so-
stanza. Si è ritenuto, infatti, e anche da parte
di autori qualificati, che l’obiettivo da rag-
giungere con la riforma che si annuncia sia la
sicurezza sociale intesa come un sistema inte-
grale destinato a proteggere tutta la popola-
zione, senza distinzioni, da tutti i rischi, e
a carico esclusivo dello stato. Poste queste
premesse, è evidente che l’attuale sistema della
previdenza sociale e dell’assistenza sociale sia
qualcosa di talmente diverso dalla sicurezza
sociale da porre l’esigenza di radicali trasfor-
mazioni da attuarsi mediante una riforma
integrale. In questa prospettiva è naturale
anche acquistino notevole risalto le obiezioni
che possono essere formulate contro la ten-
denza dell’evoluzione che la riforma non
potrà non seguire.
Tali obiezioni riguardano l’ eliminazione
di alcuni principi ai quali si pretende
sia ancorato tradizionalmente il sistema
della previdenza sociale, come ad esempio
quello di una certa corrispondenza fra la tu-
tela prevista e lo svolgimento di un’attività
lavorativa in posizione subordinata, corrispon-
denza che si verificherebbe anche sotto il pro-
filo della sopportazione dell’onere che deriva
dalla realizzazione della tutela previdenziale
da parte degli stessi soggetti interessati: la-
voratori e, particolarmente, datori di lavoro.
Si ritiene che questi princìpi trovino il loro
fondamento in motivazioni etiche tuttora ac-
“La casa sulle dune”. Questa casa per persone anziane
si trova a Zandvoort sulla costa olandese del mare del
nord. Fu costruita con un sussidio governativo nel 1955
ed è ora mantenuta con sussidi privati, Il corpo mag-
giore della costruzione contiene 164 camere singole e
16 doppie; 48 cottages sono raggruppati intorno alla
costruzione maggiore per ospitare coloro che preferi-
scono combinare la vita di gruppo con una certa in-
dipendenza personale.
colte nel nostro ordinamento e si nega non
solo l’esigenza di una loro revisione ma an-
che l’esistenza dei presupposti costituzionali
che la giustificherebbero. D'altra parte dando
all'obiettivo della sicurezza sociale un conte-
nuto così ampio, si finisce per farne qualcosa
alla quale si aspira ma che, in relazione alle
esigenze imprescindibili della situazione eco-
nomica nazionale, non può in effetti essere
realizzato.
Questo equivoco, per le conseguenze che
se ne fanno derivare, favorisce, in definitiva,
la conservazione del sistema attuale, epperò
deve essere superato tenendo presente che la
realizzazione della sicurezza sociale non con-
siste nella estensione della tutela realizzata,
ma piuttosto nell’affermazione delle conce-
zioni che ne sono alla base.
Evidentemente l’estensione quantitativa e
qualitativa della tutela realizzata è legata ad
una serie di fattori sociali ed economici quali
il reddito nazionale, le strutture sociali esi-
stenti, il livello dei salari e tutti quei fattori
che in ogni caso influiscono sulla ridistribu-
zione della ricchezza. Parlare, quindi, di sicu-
rezza sociale soltanto con riferimento alla
estensione e generalizzazione della tutela a
tutti i rischi e a tutti i soggetti, significa limi-
tarsi alla superficie del fenomeno dimentican-
done la sostanza. Come si è visto, nella sua
accezione originaria, la sicurezza sociale è
un’idea che può ritenersi realizzata in quanto
si abbia un atteggiamento dello stato diverso
dall’atteggiamento tradizionalmente tenuto in
relazione ai problemi della protezione dei cit-
tadini dal bisogno.
La tutela dal bisogno dei lavoratori, e in
genere dei cittadini, si è storicamente svilup-
pata attraverso l’iniziativa degli stessi interes-
sati e per lungo tempo lo stato è rimasto sol-
tanto spettatore di questo movimento. In un
secondo tempo lo stato si è preoccupato sol-
tanto di incoraggiare questa tendenza e, in-
fine, e questa è la fase caratterizzata dall’idea
della sicurezza sociale, lo stato si propone
come fine proprio quello di realizzare la tu-
tela dei cittadini dal bisogno. Siamo alle fun-
zioni sociali dello stato moderno.
Quando lo stato assume questo atteggia-
mento si può dire che siamo in presenza di
un sistema di sicurezza sociale e il problema
della intensità della tutela realizzata è un pro-
blema che riguarda soltanto le possibilità di
un ulteriore completamento ma non la quali-
ficazione del sistema.
Ora se si considera quella che è l’attuale
situazione italiana si deve senz’altro ammet-
tere che già ci troviamo in presenza di un
sistema di sicurezza sociale. Nella carta co-
stituzionale, come si è visto, è solennemente
affermato il principio per cui la realizzazione
della tutela per i cittadini che si trovino in
situazione di bisogno è compito specifico dello
stato. Il quarto comma dell’articolo 38 della
costituzione dispone, infatti, che alla realizza-
zione dei compiti previsti nello stesso arti-
colo « provvedono organi ed istituti predi-
sposti o integrati dallo stato ». In pratica,
poi, lo stato interviene in modo massiccio
al finanziamento degli enti gestori delle as-
sicurazioni sociali.
Anche il finanziamento della tutela previ-
denziale realizzata attraverso la contribuzione
imposta ai datori di lavoro ed ai lavoratori
obbedisce oramai a criteri di solidarietà na-
zionale e non più a criteri di mutualità tra i
Un banco di montaggio
di serrature in una casa
di lavoro per operai an-
Secondo una legge
municipale olandese, que-
ste case si trovano un po’
ovunque e provvedono a
consentire ai lavoratori
anziani di svolgere piccoli
lavori in condizioni parti»
colari, Case di questo ge-
nere si trovano anche in
molti altri paesi.
soggetti interessati. Basterebbe ricordare al-
cune leggi recentissime.
La legge che ha perfezionato la tutela delle
lavoratrici madri per coprire l’onere derivante
dall’erogazione delle indennità, ha imposto un
contributo ai datori di lavoro per tutti i la-
voratori occupati indipendentemente dal sesso,
mentre è evidente che la tutela è predisposta
soltanto per le lavoratrici. Quindi, anche un
datore di lavoro che impieghi soltanto mano-
dopera maschile è chiamato ugualmente a so-
stenere l’onere per la realizzazione della tu-
tela di lavoratrici che sono impiegate da altre
imprese.
Un’altra legge, poi, in considerazione della
precaria situazione economica esistente nel
settore agricolo, al fine di realizzare ugualmen-
te un perfezionamento della assistenza di ma-
lattia dei lavoratori occupati in quel settore,
ha imposto un contributo di solidarietà ai
datori di lavoro degli altri settori della produ-
zione e cioè a quelli dell’industria e a quelli
del commercio.
La conclusione che deve essere tratta dalla
considerazione di queste disposizioni di legge,
che abbiamo qui ricordato a titolo di esempio,
è che la realizzazione della tutela previdenziale
anche nell’ordinamento italiano attuale non si
basa più sui princìpi tradizionali dell’assicura-
zione e della mutualità ma su princìpi diversi
e, cioè, sui moderni princìpi della sicurezza
sociale. La tutela dei soggetti che si trovano
in situazioni di bisogno costituisce un fine
pubblico, di tutta la collettività organizzata
nello stato, e viene realizzata mediante la
imposizione di contributi che si giustifica solo
in considerazione del perseguimento del fine
pubblico attraverso la solidarietà.
Tutto questo significa, allora, che, in defi-
nitiva, in occasione della riforma non si tratta
tanto di modificare i fondamenti del sistema
attuale. In effetti questa modificazione è già
avvenuta per effetto della Costituzione, e at-
traverso l’introduzione di muovi princìpi ad
opera della legislazione ordinaria. Va appena
ricordato, sempre a titolo di esempio, come
nell’ultimo dopoguerra si sia avuta una no-
tevole e costante estensione della tutela previ-
denziale ai lavoratori non subordinati. Sotto
questo profilo si può dire oramai che oltre
agli artigiani, ai coltivatori diretti, ai piccoli
commercianti, tutti i liberi professionisti go-
dono di una tutela più o meno ampia realiz-
zata attraverso forme di previdenza sociale.
Tale modificazione, inoltre, è avvenuta per ef-
fetto del graduale mutamento dei metodi di
finanziamento delle assicurazioni sociali, do-
vuto sia alla necessità di ovviare le conseguenze
della svalutazione monetaria sia alla necessità
di far fronte ad esigenze sociali imprescindi-
bili anche quando, come per i lavoratori auto-
nomi, non si poteva ricorrere ai sistemi tra-
dizionali che vedevano l’onere contributivo
posto prevalentemente a carico dei datori di
lavoro.
È pur vero, però, che tutte queste modifica-
zioni non sono avvenute in modo organico,
con la conseguenza che accanto all’afferma-
zione dei nuovi princìpi continuano a sussiste-
re istituti ancora improntati ai vecchi. È solo
nel senso di operare un’armonica sistemazione
che si pone, quindi, l’esigenza di una riforma.
Parlare di riforma della previdenza sociale,
pertanto, non significa postulare la radicale
trasformazione del sistema in atto, la trasfor-
mazione cioè della previdenza in sicurezza so-
ciale. Significa piuttosto modificare gli istituti
esistenti in relazione ai princìpi della sicurezza
sociale che, giova ripeterlo, già sono accolti
nel nostro ordinamento e in parte già sono
realizzati.
Uno dei punti sui quali l’esigenza dell’ope-
ra del riformatore è più avvertita è quello
della distribuzione dell’onere finanzia-
mento. Se la realizzazione della tutela previ-
denziale è oramai, come si è detto, un fine
dello stato,
come la legge ha disposto in alcuni casi espres-
samente, mediante il ricorso alla solidarietà
di tutti i cittadini, è oramai veramente ingiusto
che l’onere relativo gravi esclusivamente sui
lavoratori ed i datori di lavoro. È ingiusto
che gravi sui lavoratori in quanto tali, proprio
perché vivendo essi del proprio lavoro non si
può pretendere che specialmente loro colla-
borino alla realizzazione del fine pubblico
(che consiste nella eliminazione delle loro
situazioni di bisogno). È anche ingiusto, in
definitiva, che tale onere sia sopportato per
la maggior parte dai datori di lavoro perché
essi già collaborano al benessere della collet-
tività, quali protagonisti della produzione,
mentre altre categorie di cittadini restano
esonerate dai doveri di solidarietà. Tale onere
dovrebbe essere sostenuto da tutti i cittadini
in proporzione delle loro sostanze e dei loro
redditi.
del
se essa deve essere realizzata,
Un magnifico
museo
fiorentino
Vi è in Firenze un magnifico museo che il
grande pubblico non conosce e che pure meri-
terebbe di essere visitato e valorizzato perché
contiene materiale di inestimabile valore. Si tratta
naturalmente di un museo che per essere pie-
namente apprezzato richiede almeno una gene-
rica preparazione tecnico-scientifica. Ma anche
allo spettatore più sprovveduto esso potrà sem-
pre insegnare qualche cosa. Luciano Rebuffo ce
ne parla in questo articolo che vuole essere il
primo di una serie dedicata ai vari musei della
tecnica e della scienza.
Tutti conoscono la città del giglio, la culla
del Rinascimento, la capitale medicea, la signo-
ra dell'Arno, insomma la nostra bella Firenze.
Così tutti conoscono Palazzo Vecchio, e
piazza della Signoria, Santa Maria Novella, la
cupola del Brunelleschi e il campanile di Giotto,
ed ancora Santa Croce e Orsanmichele.
Quanto ai musei, chi non conosce gli
“Uffizi” e “Pitti?”.
Ma vi è in Firenze un museo che il grande
pubblico non conosce, e che pur meriterebbe di
essere apprezzato e valorizzato, perché contiene
materiale di inestimabile valore, anche se si trat-
ta di un settore che richiede almeno una gene-
rica preparazione tecnico-scientifica, o anche
soltanto storica, per essere pienamente apprez-
zato. Intendiamo alludere al “Museo di Storia
della Scienza”, che si trova nell’antico palazzo
Castellani in piazza dei Giudici, alle spalle degli
“Uffizi” e, per così dire, lungo l’Arno.
Per comprendere meglio l’esistenza di detto
museo bisogna inoltre tener presente che
Firenze non fu solo la patria di Dante, di
Giotto, di Masaccio e del Botticelli, ma anche
di Leonardo (vero genio anticipatore di mille
23
conquiste tecniche), di Amerigo Vespucci, dei
principali discepoli del grande Galileo. E la
corte dei Medici non chiamò attorno a sé
soltanto letterati e pittori, ma anche fisici e
scienziati, come fecero Cosimo I e Ferdinando
II, e come fecero poi anche i Lorena, special-
mente il granduca Leopoldo che si dilettava
egli stesso di esperienze chimiche.
La professoressa Maria Luisa Bonelli, di-
rettrice del museo, osserva giustamente che
fare la storia di questa istituzione significhe-
rebbe, specie per il periodo settecentesco, fare
la storia della scienza tutta in Italia. Ma ella
stessa, in un articolo apparso alcuni anni fa
su “Civiltà delle Macchine” riuscì mirabil-
mente a sintetizzare almeno un albero genea-
logico del museo, in un brano che riportiamo
integralmente:
«Quel movimento scientifico che era nato
fin dal ’300 in Toscana ed aveva raggiunto il
suo culmine con Galileo Galilei, trovò in
seguito i più grandi assertori in Evangelista
Torricelli, Vincenzo Renieri, Bonaventura
Cavalieri, Vincenzo figlio di Galileo, ed infine
Vincenzo Viviani che, seppure ancora giovane
alla morte del Maestro, preparò tuttavia quel
terreno sul quale, con l’aiuto e la munificenza
del granduca Ferdinando II e del serenis-
simo cardinale Leopoldo de’ Medici, sorse
nel 1657 l'Accademia del Cimento”. ‘Tale
accademia, cenacolo dei cultori di filosofia
sperimentale, in cui pare avessero inizio le
esperienze fin dal 1651, aveva per soci in-
signi scienziati fra i quali ricorderemo Vincenzo
Viviani, Alfonso Borrelli, Carlo Rinaldi, Fran-
cesco Redi e Carlo Dati. Questo profondo
culto verso le scienze naturali, fisiche e ma-
tematiche aveva portato inoltre a raccogliere
nei palazzi granducali gran quantità di stru-
menti che, radunati fin dal periodo di Cosimo I,
passarono poi con la morte di Gian Gastone,
nel 1737, alla casa di Lorena. Dei primi due
granduchi lorenesi, Francesco e Leopoldo,
che grande importanza dettero alle collezioni,
il secondo di essi — consigliato anche dalla
madre Maria Teresa d’Austria — chiamò
presso di sé l’abate Felice Fontana e poté da
quest’ultimo far ampliare il già esistente mu-
seo di scienze naturali, cui annesse pure una
ben arredata officina dove lavorarono artefici
di grande rinomanza. Da questa deriva anzi
buona parte degli strumenti e dei modelli per la
meccanica e la fisica che ancor oggi si conser-
vano presso il museo di storia della scienza.
Il principe Leopoldo medesimo “per siste-
mare un ricco e ben inteso museo” comperò
dai Torrigiani anche le case dei Bini vicine
Un tornio settecentesco per la lavorazione delle lenti
conservato al museo di storia della scienza di Firenze.
Notare l’aria *classica” della macchina, con le sue co-
lonnine marmoree dai capitelli dorici e gli utensili con
ghirigori e ricami di ogni genere.
24
Termometro a spirale appartenuto all’ accademia del
cimento. Numerosi sono i termometri, della stessa pro-
venienza, custoditi in questo museo. Vi sono anche
quelli cinquantigradi e quelli +infingardi” a sferettine
galleggianti.
a palazzo Pitti allora “Reale Palazzo” e così,
nel 1775, il museo fu aperto al pubblico. Ne
fu direttore Felice Fontana, coadiuvato nella
sua opera dal professore di meccanica Giuseppe
Pigri e dai meccanici Gori. Molti furono gli
strumenti comperati e fatti costruire dal Fon-
tana in questo periodo. Di quelli già esistenti
nelle due sale e sei stanze del museo, egli ci
dà notizia nel suo “Saggio del R. Gabinetto
di Fisica e di Storia Naturale di Firenze” del
1775. È ancora da aggiungere il corredo di
cimeli medicei che allora formavano una col-
lezione nella galleria degli Uffizi e fra questi
è opportuno ricordare i pregevoli strumenti
di Ignazio Danti e quelli portati dalla Germa-
nia dal principe Mattias. Un periodo vera-
mente aureo, dunque, e dopo quarant’anni di
lavoro “il Fontana poteva dare con soddisfa-
zione ed orgoglio uno sguardo retrospettivo
al museo, sicuro che tale istituto sarebbe un
giorno diventato di somma utilità e lustro
al paese”. Alla direzione del Fontana succes-
sero quelle del Fabbroni, del conte Girola-
mo Bardi e di Vincenzo Antinori (1829-1859).
A quest’ultimo si deve l’edizione del 1841
dei “Saggi di Naturali Esperienze” degli
accademici del cimento ed il merito di aver
chiamato a Firenze Leopoldo Nobili per
l'insegnamento della fisica, l’Amici per l’in-
segnamento dell’astronomia e quello di aver
preparati i primi congressi scientifici italiani
che si tennero rispettivamente in Pisa (1839)
ed in Firenze (1841). In tale occasione sempre
l’Antinori ordinò l’erezione della tribuna ga-
lileiana presso la specola di Firenze. All’Antino-
ri successe poi Cosimo Ridolfi che mantenne
ancora attiva e produttiva la vita del museo ».
Abbiamo riportato integralmente questo
pezzo perché ci sembra la miglior sintesi della
preistoria del museo.
Nel tardo Ottocento vi fu, disgraziatamente,
un certo calo di interesse per l’istituzione, ma
nel 1929, dopo l’esposizione di storia della
scienza tenutasi in Firenze, si organizzò il
museo pressappoco nelle dimensioni odierne,
arricchito poi da varie donazioni, specie del
prof. Andrea Corsini che ne fu anche direttore.
Durante l’ultima guerra il palazzo subì
notevoli distruzioni, delle quali risente ancora
adesso, in certi locali e in certe sistemazioni
provvisorie.
Ma il materiale, come dicevamo all’inizio,
è di importanza rilevante e tale da compensare
il visitatore della pazienza che dovrà impiegare
per andarne alla ricerca, sui tavoli, negli ar-
madi, nelle bacheche.
Tra gli strumenti ottici, meritano parti-
colare menzione gli antichi microscopi deri-
vati dall’occhialetto di Galileo, ed i microscopi
settecenteschi del Brander, del Patrono e del
Levy. Importante è una grande collezione di
prismi montati per esperienze su banco di
ottica. Poi si ha una serie di microscopi che
testimoniano l’evoluzione di questo stru-
mento nei secoli XVII e XVIII sotto l’impulso
della scuola inglese: Adams, Dollond, Cuff,
Ayscough, Pritchard, Baker, West.
Importante poi il microscopio solare di
Isidoro Gaspare Bazzanti (1760) e il micro-
scopio solare di Amici (primi dell’Ottocento).
Nel mezzo di una sala fa bella mostra di
sé la grande lente ustoria di Benedetto Bre-
gans di Dresda (1690) donata a Cosimo III:
nel 1710 questo strumento servì all’Averani
e al Targioni per le esperienze sulla combu-
stione delle pietre preziose mediante l’azione
dei raggi solari. Ancora un secolo dopo si
servirono di questa lente il Davy e il Farady
quando vennero a Firenze per le ricerche
sulla natura chimica del diamante.
Stupefacenti sono poi, su un altro tavolino,
i due giuochi ottici del Niceron: uno di essi
compone, da uno sfondo con tante teste di
turchi, un unico ritratto di Ferdinando II de’
Medici, a-mezzo di una lente poliedrica rac-
chiusa in un cannocchialetto; l’altro, per rifles-
sione di un altro disegno, trasforma un ri-
tratto di Carlo III di Lorena in quello di Cri-
stina di Lorena.
Nutrita è la raccolta di strumenti matemati-
ci, tra i quali quelli portati dalla Germania dal
principe Mattias fratello del granduca Ferdi-
nando I, e quelli prodotti da Lorenzo, Eufro-
simo, Camillo e Girolamo della Volpaia, che
ne eseguirono di pregiatissimi, richiesti in
Italia e all’estero.
Si trovano poi varie calcolatrici secentesche,
di Samuel Morland e di Giovanni Marke.
Numerosi gli orologi, quelli notturni di Eufro-
simo della Volpaia (1520), Lorenzo della
Volpaia (1511), Girolamo della Volpaia (1568);
orologio lunare e solare su quadrante in legno
di Don Stefano Buonsignore; quadrante gotico
secondo il Profacio (fine del secolo XIII).
Tra l’altro si ha anche un astuccio di com-
passi appartenuti a Michelangelo Buonarroti.
Notevole il quadrante universale di Tobia
Volkmero (1608) con bussola ed orologio
diurno e notturno; interessante l’odometro o
contapassi, appartenuto agli accademici del
cimento e probabilmente costruito dallo
Schissler (secolo XVI).
Numerosi ancora i compassi, i grafometri,
i quadranti nautici.
Ed ecco una pesante e complicata macchina:
a che cosa sarà servita mai? È una ‘macchina
per dividere i cerchi”, costruita nel 1762 se-
condo i principi del duca di Chaulnes, e accanto
vi sono altre macchine per dividere le rette.
Molto importante e fascinosa è la sala di
astronomia e cosmografia, il cui materiale
proviene in gran parte dalle collezioni medicee
o dagli acquisti lorenesi. Al centro troneggia,
tutta dorata, la grande sfera armillare, o pla-
netario tolemaico, costruita da Antonio San-
tucci di Pomarance dal 1588 al 1593. Vi sono
poi numerosi globi terrestri e celesti, pa-
recchi di mano del celebre Coronelli. Qui vi
è anche una carta nautica del portoghese
Homem (1554).
Numerosi e bellissimi sono i vari astrolabi,
da quelli arabi (che sono i prototipi) a quelli
europei ed italiani del ’500 e del ’600.
Veramente unica al mondo è la raccolta di
materiale che illustra l’attività della scuola
galileiana; qui vi sono i due soli cannocchiali
galileiani che, dei tanti costruiti dal Maestro,
ci sono pervenuti; qui vi è la lente obiettiva
con la quale il Maestro rilevò i satelliti di
Giove; qui vi è una calamita naturale armata
da Galileo. Numerosi i termometri, col fa-
scino delle loro delicate spirali, e molti hanno
appartenuto all'accademia del cimento. Ecco
i termometri chiamati “infingardi”, a sferet-
tine galleggianti; i termometri a spirale; i
termometri cinquantigradi, che erano usati
anche per osservazioni meteorologiche; due
termometri clinici (essi pure a sferettine) a for-
ma di rana, per misurare la febbre.
Tra i cannocchiali e le lenti, ve ne sono
inoltre del Torricelli, del Divini, del Campani.
Particolarmente suggestivo un tornio per la
lavorazione delle lenti, con la sua aria ‘‘clas-
sica”, dove i montanti sono colonnine mar-
moree con capitelli dorici, e le aste e gli uten-
sili hanno ghirigori di ogni genere.
Numerosi i telescopi, tra i quali segnaliamo
quello del vallombrosiano padre Leto Guidi
(1711-1777); quello newtoniano ottagonale di
metri 2,20 (secolo XVIII); quello gregoriano
di 1,75 metri (secolo XVIII); quello equato-
riale di James Short di Londra (secolo XIX);
quello newtoniano del Gonnella di 3,25 metri
(1841).
Numerosi sono poi gli strumenti di mecca-
nica ed i modelli provenienti, come si è detto,
dall’officina costruita nel 1765 ed annessa al
museo. Segnaliamo un apparecchio in ottone
del Robervald per le forze parallele; un mo-
dello dimostrativo del meccanismo per at-
tingere acqua da quattro pozzi mediante due
cavalli; una macchina per la forza centrifuga
con cinque castelletti di ricambio.
Emozionante, anche se ci fa un po’ sorri-
dere in questi nostri anni di cibernetica elet-
tronica, l’automata scrivente di Federico
Knauss (secolo XVIII) che per mezzo di un
congegno ad orologeria fa sì che la piccola
mano che regge la penna si muova «per pren-
dere inchiostro e poi scriva il seguente elogio
cortigiano (anche gli automati, dunque, sape-
vano essere cortigiani!) della casa dei Medici:
“Hic Domui Deus nec meta rerum nec tem-
pora ponat”.
Oltre a macchine elettriche, bilance, stru-
menti di medicina e chirurgia, vi sono ancora
numerosi strumenti di chimica e farmacia, ed
il banco chimico di Pietro Leopoldo granduca
di Toscana.
Il segno dell’arrivo dei tempi moderni è
dato, quasi all’uscîta, da qualche apparato
elettrico, da apparecchiature radio e da un
fonografo originale Edison.
Poi, consci di quanto lavoro, di quanta
tenacia, di quanta intelligenza e di quanto
studio abbia sempre richiesto il lento e tor-
tuoso progredire del sapere umano, si esce
sulla strada, inondata di rombanti automobili,
si guarda il cielo solcato da potenti reattori,
si scorgono dalla vetrina di un bar le magiche
ombre di uno schermo televisivo, in rapido
movimento.
Ci si rende conto cioè di essere nel bel
mezzo dell’èra atomica. Ma proprio per questo
si è tentati di tornare a visitare questo magni-
fico museo fiorentino, tanto importante quanto
trascurato dai turisti.
25
a sinistra: grande lente ustoria di Benedetto
Bregans di Dresda (1690) che fu donata a
Cosimo III Nel 1710 questo strumento servì
all’Averani e al Targioni per le esperienze
sulla combustione delle pietre preziose me-
diante l’azione dei raggi solari. Ancora un
secolo dopo il Davy e il Farady si servirono
di questa lente per le ricerche. sulla natura
chimica del diamante.
sotto: particolare di un astrolabio italiano
del 1501.
DL
NITVBVM OPTICVM VIDES GALILARIÙ INVENTVM.ET OPVSCO SOS MACVLAS
(MET EXTIMOS IVNAP MONTES.ET 10VIS SATBLLITES.ET NOVAM QXASI
RERVM VNFVERSITATE PRIMVS DISPEXITAMDCIR.
sopra: due ca echiali galileiani. Sono i soli cannocchiali appartenenti al
Maestro che siano perven i giorni nostri. Con essi Galileo rilevò
i satelliti di Giove, le montagr e le macchie solari.
in alto a destra: la grande sfera armillare dorata, o planetario tolemaico,
costruita da Antonio Santucci di Pomarance dal 1588 al 1593. Sono inoltre
visibili alcuni globi terrestri e celesti opera del celebre abate Coronelli.
a fianco: la eolipila costruita secondo il principio di Erone, Essa costituisce
un’antica dimostrazione del principio sul quale sono basati, oggi, i motori
a reazione.
L’automazione
dei dati
aziendali
U
centri di [_]eeione
TAN
QUO
centri di impiego
centri di elaborazione
centri di rilevazione
OOO
centr di controllo
U
e di codifica
figura 1
RILEVAZIONE, TRASMISSIONE, CONTROLLO, ELABORAZIONE E DISTRIBU.
ZIONE DELLE INFORMAZIONI
La circolazione di informazioni (cioè di dati adeguatamente elaborati) è di fonda-
mentale importanza nella vita di un'azienda. Ecco lo sch di un flusso di
informazioni.
27
Uno degli obiettivi più importanti dell’organizzazione aziendale è
quello di garantire un flusso delle informazioni ed una loro elaborazione
rapidi, razionali ed efficienti. In questo articolo illustreremo i mezzi
che la tecnologia moderna offre per risolvere il problema.
1. Il flusso delle informazioni
Esaminiamo, innanzi tutto, lo schema generale del flusso delle
informazioni (figura 1) e definiamo alcuni termini:
centri di rilevazione: sono i luoghi ove si origina un certo fatto produt-
tivo, commerciale, amministrativo, che comporta la registrazione ori-
ginaria di un dato. (Saranno ad esempio centri di rilevazione i reparti
produttivi ove si registrano i consuntivi della produzione, gli uffici
di vendita ove nascono gli ordini dei clienti, la ricevitoria materiali
dove si originano le note di entrata materiali eccetera).
centri di controllo e di codifica: sono i luoghi ove i documenti originali
vengono completati di alcuni riferimenti (esempio: codici, prezzi) e
controllati in alcuni aspetti (esempio: si esamina che siano completati
in tutte le parti, si contano, si totalizzano eccetera).
centri di elaborazione: sono i luoghi dove, a prescindere dai mezzi a
disposizione, si elaborano le informazioni originali.
centri di decisione: sono gli enti che interpretano i risultati delle elabo-
razioni e, ove si riveli necessario, intervengono decidendo la modifica
da apportare ad alcune situazioni.
centri di impiego: sono gli enti che utilizzano i prospetti emessi dai
centri di elaborazione e possono in alcuni casi coincidere con i centri
di rilevazione (per esempio: un reparto produttivo oltre che rilevare i
consumi e le produzioni riceve gli elaborati che mettono in evidenza
i costi di lavorazione del reparto).
I dati nascono in un centro di rilevazione da dove, opportunamente
registrati, vengono normalmente inviati ad un centro di controllo
e di codifica.
Da qui vengono trasmessi al centro di elaborazione ed i vari
elementi vengono trattati per fornire prospetti di vario tipo (fatture,
cedolini paghe, conti di magazzino, conti di contabilità, analisi costi,
statistiche ecc.) che, a seconda della loro natura, verranno inviati ai
centri di impiego ed ai centri di decisione. Qui gli elementi forniti
dal centro di elaborazione vengono esaminati, confrontati, interpretati
e possono mettere in evidenza le necessità di modificare alcune situa-
zioni (esempio: modificare alcune pratiche operative, o adottare nuove
politiche di vendita, o modificare alcune strutture organizzative o più
semplicemente togliere il fido ad un cliente o diminuire le scorte di
un materiale).
In questo caso dal centro di decisione verranno emessi degli ordini
(decisioni) che possono essere indirizzati sia ai centri di rilevazione,
sia ai centri di impiego, sia ai centri di elaborazione (a questi ultimi
per esempio può essere richiesto di fornire con maggiore dettaglio e
frequenza i dati relativi a quei materiali per i quali si è decisa una ri-
duzione delle scorte).
Dall’esame di questo schema risulta che gli aspetti fondamentali
di un flusso informativo aziendale possono così riassumersi:
A - rilevazione dei dati
B - trasmissione dei dati
C - elaborazione dei dati
D - interpretazione dei risultati elaborati.
Noi non ci occuperemo del. punto D, e limiteremo l’esposizione ai
primi tre punti, ma li esamineremo a rovescio, cominciando dal terzo,
poiché il tipo di rilevazione e trasmissione dipende, come vedremo,
dal tipo di tecnica usata per l’elaborazione.
2. Elaborazione dei dati
Nella figura 2 abbiamo schematizzato una struttura logica di una
elaborazione, valida qualunque siano i mezzi a disposizione.
La funzione di coordinare l’esecuzione di varie fasi di lavoro sa-
rà svolta da un erfe (uomo o macchina) che dovrà ricevere i dati, ela-
28
programma
figura 2
STRUTTURA LOGICA DI UNA ELABORAZIONE
È lo schema generale al quale facciamo riferimento in ogni parte di questo articolo
per chiarire le funzioni svolte dalle macchine nei vari stadi di meccanizzazione ed
calcolatrice da tavolo
entrata
uscita
documenti
documenti
macchina contabile
figura 3
ELABORAZIONI AZIENDALI DEI DATI
PRIMO LIVELLO: MACCHINE DA TAVOLO E MACCHINE CONTABILI
Su questo livello tutte le fasi di elaborazione delle informazioni sono svolte manual-
mente dall’uomo, Si può definire una fase ‘’artigianale’’.
documenti
[ed
documenti
I
MD 0
E selezionatrici n ù
i e PS)
Pil resi inseritrici
tabulati CAI macchine ausiliarie I}
TA CECA 1 Da
U LI LI
O O O
tabulatrici
figura 4
ELABORAZIONI DEI DATI AZIENDALI
SECONDO LIVELLO: CENTRI MECCANOGRAFICI - ELABORAZIONE IN SERIE
DEI DATI
Con le macchine a sehede perforate passiamo alla fase della “elaborazione in serie”
delle informazioni. Per ogni operazione successiva c'è una macchina specializzata.
5
IL SUPPORTO DELLE INFORMAZIONI: LA SCHEDA Licrnanni
a) perforata, elemento base di ogni centro
viene dl facendola scorrere su un rullo metallico. A Ta
p lino chiud letirico. Nelle hine più veloci allo spazzo»
si sostituisce un Guasco di luce.
documenti
I procedure di
perforazione
N!
i
VA
TG
CJ
perforatrici e verificatrici
figura 6
ELABORAZIONI MECCANOGRAFICHE
OPERAZIONI DI PERFORAZIONE E VERIFICA
borarli secondo uno schema prefissato (procedure di lavoro 0 program-
ma) che normalmente prevede la necessità di: memorizzare risultati par-
ziali o finali (annotandoli su pezzi di carta, registrandoli su schedari
ecc.), sviluppare certi calcoli ed emettere prospetti contenenti i risul-
tati delle elaborazioni.
A questo schema generale faremo riferimento nei paragrafi seguenti per
chiarire le funzioni svolte dalle macchine nei vari stadi di meccanizzazione e
automazione delle elaborazioni aziendali.
3. Primo livello: macchine da tavolo
e macchine contabili (figura 3)
Le macchine calcolatrici da tavolo si limitano ad aiutare l’uomo
nell’effettuazione dei calcoli di una procedura.
Uno stadio più avanzato è quello delle macchine contabili che
possono svolgere contemporaneamente le operazioni di calcolo e di
registrazione dei prospetti finali, e in alcuni modelli più evoluti pos-
sono lavorare sotto il controllo di un programma memorizzato che
rende automatiche alcune funzioni della macchina (esempio: il salto
del carrello da una zona di scrittura alla successiva, lo svolgimento di
operazioni aritmetiche secondo sequenze prestabilite).
È chiaro comunque che in questo primo livello elaborativo l’uomo
ha una funzione determinante: il coordinamento esecutivo, la ricezione
dei dati in entrata, l’interpretazione delle procedure di lavoro, l’immis-
sione dei dati nelle macchine da calcolo o contabili, il controllo dei
risultati, l’inoltro dei prospetti finali, sono tutte fasi svolte dall’uomo
e la presenza delle macchine non influisce sostanzialmente sulle proce-
dure di lavoro e non crea modifiche strutturali od organizzative nel-
l'azienda.
4. Secondo livello: centri meccanografici
Elaborazione in serie dei dati (figura 4)
Con l’aumento del volume dei dati da elaborare, il sistema di ela-
borazione manuale, sia pure agevolato dall’uso di macchine contabili,
non riesce a soddisfare alle esigenze di esattezza, tempestività, econo-
micità richieste dalle moderne strutture organizzative aziendali.
‘Tale sistema, infatti, non possiede l’elasticità necessaria per soddi-
sfare nuove richieste di informazioni, né la potenzialità sufficiente a
29
I ont
a 4 \\ Mn
TI I
j selozionatriei
U
moi
E
figura 7
ELABORAZIONI MECCANOGRAFICHE
OPERAZIONI DI ORDINAMENTO
sopportare punte di lavoro (consuntivi di fine mese, incrementi di
lavoro stagionali, bilanci annuali ecc.) con la conseguenza di costrin-
gere gli uffici ad effettuare orari straordinari con costi antieconomici,
e di accumulare ritardi che spesso divengono cronici nella consegna
delle varie situazioni aziendali.
Il problema di trovare strumenti più efficienti per la elaborazione
dei dati nacque quando la rivoluzione industriale portò le aziende a
dimensioni notevoli.
Per meglio spiegare la genesi del nuovo sistema è opportuno fare
un paragone con la tecnologia industriale. Il livello manuale di elabo-
razione, precedentemente esaminato, può paragonarsi ad una lavora-
zione di tipo artigianale, dove un operaio lavora su di un pezzo e lo
completa prima di passare al successivo, compiendo tutte le operazio-
ni necessarie per portare il pezzo alla sua forma definitiva, con l’uso
di strumenti quali la forgia, l’incudine, il martello, la sega, la lima ec-
cetera che lo aiutano nelle singole fasi di lavoro.
In maniera analoga un impiegato che, per esempio, è destinato
alla liquidazione delle paghe, elabora un cedolino alla volta com-
piendo tutte le operazioni necessarie quali: intestazione, descrizione delle
voci di competenza e ritenuta, calcoli degli imponibili e delle ritenute
di legge eccetera, aiutandosi con matita e fogli per appunti o con
macchine da tavolo (da scrivere o da calcolo) o con macchine contabili.
Nel caso delle lavorazioni meccaniche, la risposta al problema di
aumentare la produttività con l’aumentare della produzione fu offerta
dal sistema di lavorazione in serie, nel quale ogni fase di lavoro è
affidata ad un operaio dotato di macchine o strumenti specializzati per
l’operazione affidatagli, e in cui quindi il pezzo risulta terminato dopo
aver sostato successivamente dinanzi a tutte le stazioni di lavoro pre-
viste dal suo ciclo tecnologico.
Analogamente, nel trattamento delle informazioni aziendali una
evoluzione nella tecnica di elaborazione dei dati fu offerta dalla e/abo-
razione in serie.
Questa è stata resa possibile con l’impiego di due elementi base:
— un supporto che permette la registrazione delle informazioni in
un linguaggio intelleggibile alle macchine;
— macchine idonee a svolgere le singole fasi elaborative che costitui-
scono una procedura aziendale.
30
La scheda perforata
Il supporto delle informazioni è costituito da un cartoncino dielettrico
(scheda) sul quale le informazioni vengono registrate mediante per-
forazioni.
La scheda IBM è per esempio divisa in 80 colonne (verticali) ed
in 12 righe (orizzontali) (figura sA). Ogni colonna offre la possibilità
di registrare un numero o una lettera alfabetica o un carattere speciale
(. , # eccetera). La registrazione di un numero su una colonna avviene
facendo un foro nella corrispondente riga (foro nella riga o = 0;
foro nella riga 5 = 5).
La registrazione di una lettera alfabetica avviene mediante due
perforazioni sulla stessa colonna (esempio: perforazione sulla riga 12
e sulla riga 1 = A). La registrazione di un simbolo speciale avviene
mediante tre perforazioni sulla stessa colonna.
Le macchine sono tutte basate sul principio che la presenza dei fori sulla
scheda fa chiudere dei circuiti elettrici rendendo disponibili degli impulsi di
corrente che possono essere utilizzati per azionare certi organi della macchina.
La “lettura” della scheda da parte della macchina è normalmente
ottenuta facendo scorrere la scheda su un rullo metallico sul quale sono
a contatto degli spazzolini metallici (uno per colonna) (figura 55).
Il cartoncino rompe il contatto tra rullo e spazzolino, contatto che
però viene ripristinato se esiste un foro sulla scheda. Mentre la scheda
avanza sul rullo le varie righe della scheda vengono esplorate dagli
spazzolini; potremo dire che al tempo 1 gli spazzolini leggono la riga
1, al tempo 2 la riga 2 e così via. Pertanto, se lo spazzolino 15 va a con-
tatto con il rullo al tempo 5 rendendo disponibile un impulso elettrico
ai terminali del circuito, la macchina ha letto un 5 a colonna 15.
Con il sistema rullo-spazzolino si può arrivare ad una velocità di
lettura di 1000 schede al minuto. Per ottenere velocità maggiori (fino
a 2000 schede al minuto) si usano sistemi di lettura foto-elettrica (in
cui allo spazzolino si sostituisce un pennello di luce) che peraltro con-
cettualmente non differiscono dal sistema descritto.
Visto quindi quale è il supporto delle informazioni e il principio
su cui si basano le macchine, passiamo ora in rassegna le varie fasi di
una elaborazione in serie o elaborazione meccanografica, e le macchine
adibite a svolgere le singole fasi elaborative.
Operazioni di perforazione e verifica (figura 6)
La prima fase di lavoro di una procedura meccanografica è quella
che permette la registrazione sulla scheda dei dati da elaborare. Questa
operazione è effettuata con macchine perforatrici analoghe alle mac-
chine da scrivere. La battuta di un tasto provoca l’abbassamento di
un punzone che crea il foro sulla scheda. L’eiezione di una scheda,
l'alimentazione della successiva, il salto delle zone della scheda da non
perforare, avvengono automaticamente.
Poiché questa operazione è tipicamente manuale e quindi soggetta
ad errori, per evitare di inserire nella elaborazione dati errati, le schede
perforate vengono sottoposte ad una operazione di verifica che consiste
nel ripetere la battitura dei dati su macchine (verificatrici) funzional-
mente identiche alle precedenti, nelle quali però la battuta di un tasto
provoca l’ abbassamento di uno spazzolino che esplora la perforazione
precedentemente effettuata per controllarne l’esattezza.
Operazioni di ordinamento (figura 7)
Una importante fase di lavoro, sempre ricorrente nelle procedure
meccanografiche, è quella dell’ordinamento o selezione delle schede
secondo sequenze prefissate.
Se ad esempio si deve ottenere un giornale cronologico le schede
dovranno essere selezionate per data; se si desidera un inventario di
magazzino si dovranno selezionare per ordine crescente del codice di
materiale, e così via.
Questa operazione viene effettuata da macchine selezionatrici costi-
tuite da una stazione di lettura delle schede e da 13 caselle di smista-
mento delle schede lette; 12 di queste caselle corrispondono alle 12
righe della scheda, la tredicesima serve a ricevere le schede che non
hanno nessuna perforazione.
L’ordinamento avviene esplorando la zona delle schede in cui è
perforato il codice sul quale desideriamo ordinare le schede (esempio:
il codice prodotto del materiale), una colonna alla volta a partire da
quella delle unità.
Se vogliamo ordinare un pacco di schede secondo un codice di
s cifre (che sarà quindi registrato in una zona della scheda di 5 co-
lonne) dovremo passare il pacco di schede 5 volte nella macchina. Ad
ogni passaggio verrà esplorata da uno spazzolino una colonna: la let-
tura di una perforazione su una riga farà aprire la casella corrispon-
dente dove la scheda andrà a depositarsi. Alla fine del passaggio delle
schede in macchina, se per esempio il codice esaminato è numerico
(qualora fosse alfabetico la cosa è altrettanto semplice ma meno intui-
tiva), le schede si troveranno distribuite nelle caselle da o a 9 a seconda
della perforazione esistente sulla colonna esplorata.
Prelevando le schede dalla casella o sovrapponendovi quelle della
casella 1, poi della 2 e così via avremo il pacco ordinato secondo la
colonna delle unità. Ripassando le schede in macchina facendo esplo-
rare dallo spazzolino la colonna delle decine, poi quella delle centinaia
e così via, otterremo alla fine le schede nella sequenza desiderata.
Le macchine selezionatrici hanno una velocità variabile da 20.000
a 120,000 schede all’ora.
Un’altra operazione di ordinamento è effettuata da macchine inse-
ritrici che possono fondere tra di loro due serie di schede ordinate
secondo lo stesso codice (esempio: accoppiare le schede movimento
di magazzino con le schede saldo del mese precedente) ed effettuare
operazioni di controllo (esempio: controllare l’esatta sequenza nume-
rica di un pacco di schede).
Operazioni di calcolo e tabulazione (figura 8)
Sulle schede contenenti i dati originali è assai spesso necessario
effettuare dei calcoli aritmetici o algebrici.
Se i calcoli sono da effettuare su dati contenuti in ogni singola
scheda (esempio: moltiplicare una quantità per un prezzo per valo-
rizzare ciascun movimento di magazzino) si usano macchine dette ca/-
colatrici. Se i calcoli sono da effettuare su dati provenienti da tutte
le schede del pacco (esempio : sommare tutti i valori registrati sulle
schede saldo di magazzino per avere il valore totale delle giacenze) si
usano macchine dette /aby/atrici. Se poi i dati da elaborare sono con-
tenuti in piccoli gruppi di schede l'operazione può essere effettuata
sia da macchine calcolatrici che da macchine tabulatrici (esempio:
determinare l’imponibile di Ricchezza Mobile di ciascun dipendente
sommando le schede competenze di ciascun cedolino o l’imponibile
IGE di ogni fattura sommando gli importi perforati sulle schede dei
prodotti spediti a ogni cliente). Entrambe le macchine operano con
il solito principio: la lettura avviene attraverso gli impulsi che si ren-
dono disponibili con il contatto rullo-spazzolino.
Tali impulsi affiorano ad un pannello di comando (specie di cen-
tralino telefonico) (figura 9) dove, mediante spine, vengono prelevati e
convogliati attraverso fori del pannello a comandare le varie funzioni della
macchina (fanno girare le ruote dei contatori meccanici o azionare dei
punzoni per effettuare la perforazione dei risultati sulle schede e così via).
La macchina tabulatrice adempie anche alla funzione di stampatrice.
Gli impulsi di corrente che nascono dalla lettura delle schede o che
provengono dai contatori della macchina possono azionare gli organi
di stampa (barre o ruote) per stampare in chiaro i prospetti finali delle
elaborazioni.
Macchine ausiliarie
Le macchine fino a qui descritte sono quelle che corrispondono alle
fasi fondamentali dell’elaborazione in serie dei dati. Numerose altre
ne esistono, normalmente chiamate ausiliarie, che possono svolgere
altre fasi elaborative. Ne accenneremo molto brevemente alcune:
riproduttrici - multiperforatrici: servono a duplicare (riprodurre) in parte
o interamente le schede (esempio: per rinnovare uno schedario o per
riportare automaticamente la descrizione di un prodotto dallo sche-
dario anagrafico alle schede movimento di magazzino) o a perforare
automaticamente (multiperforazione) su tutte le schede di un pacco
dei dati costanti (esempio: la data su tutti i movimenti di un giorno).
interpreti: servono per stampare in chiaro sul bordo di una scheda i
dati in essa perforati per renderne facilmente leggibile il contenuto.
riepilogative: vengono collegate mediante un cavo alla macchina tabu-
latrice per poter prelevare i dati registrati nei contatori della macchina
e perforarli su schede. Se per esempio sulla macchina tabulatrice pas-
sano i saldi di magazzino del mese precedente seguiti dalle entrate ed
uscite del mese, mentre la tabulatrice determina per ciascun prodotto
il nuovo saldo e lo stampa nel prospetto di inventario del magazzino,
la macchina riepilogativa può contemporaneamente e automaticamente
perforare una scheda “nuovo saldo” per ciascun prodotto che servirà
per le elaborazioni del mese successivo.
Come funziona un centro meccanografico
Passate in rassegna macchine di un impianto meccanografico e le
loro funzioni, vediamo come questi mezzi si inseriscono nello schema
generale di una elaborazione. Torniamo quindi ad osservare la figura 2.
entrata: abbiamo visto come l’ingresso dei dati nel sistema meccano-
grafico si attua mediante la perforazione e verifica delle schede con
una operazione simile alla dattiloscrittura e quindi di tipo “manuale”
(figura 6).
programma: consiste nel “ciclo di lavorazione dei dati” o “procedura
meccanografica” (figura 7) che evidenzia schematicamente le fasi di la-
voro che debbono subire i dati e nei pannelli con i quali si devono
attrezzare le macchine in modo da programmare le operazioni elemen-
tari nell’ambito di ciascuna fase (esempio: per far eseguire alle calco-
latrici il calcolo A + B — C oppure il calcolo A -+ B + C e così via).
memoria: mel sistema meccanografico la memoria si identifica con
le schede perforate che costituiscono l’archivio dei dati e sulle quali
sono registrati sia i risultati intermedi delle elaborazioni, sia i dati
finali. La caratteristica essenziale di questo tipo di memoria è che essa
può essere letta direttamente dalle macchine.
calcolo: si identifica con una delle fasi di lavoro della elaborazione
meccanografica che, come abbiamo visto, è svolta automaticamente
dalle macchine calcolatrici e tabulatrici.
uscita: consiste nella stampa dei prospetti finali e nella creazione di
schede che contengono i riepiloghi delle elaborazioni che serviranno
come dati di partenza per le elaborazioni del periodo successivo (esem-
pio: schede con i saldi di magazzino o i saldi dei conti di contabilità
generale eccetera).
Anche queste operazioni si identificano con fasi di lavoro svolte
in maniera automatica dalle macchine.
coordinamento esecutivo: abbiamo visto che fatta esclusione per la fase
di perforazione e verifica delle schede, effettuate manualmente, tutte
le altre fasi di lavoro di una procedura con macchine meccanografi-
che si svolgono automaticamente. Peraltro, affinché una procedura
di lavoro possa svilupparsi è indispensabile e determinante l’inter-
vento dell’uomo al quale è devoluto il coordinamento esecutivo delle
varie fasi di lavoro. È infatti l’operatore che predispone di volta in
volta le macchine inserendo in esse gli opportuni pannelli di comando,
è ancora l’operatore che alimenta le schede perforate nelle singole
macchine, le ripreleva alla fine di ciascuna fase elaborativa e le tra-
sporta alla macchina che deve eseguire la fase successiva.
Possiamo riassumere quanto sopra esposto affermando che con le
macchine a schede perforate si antomatizgano le singole fasi di lavoro
che costituiscono una elaborazione, ma rimane determinante /’inzer-
vento dell’uomo al quale sono affidati due compiti sostanziali:
— quello di impostazione della procedura (stesura della procedura mec-
canografica, composizione dei pannelli di comando delle macchine,
definizione dei moduli eccetera);
— quello di azuazione del coordinamento esecutivo delle procedure (inter-
pretazione della procedura di lavoro, attrezzatura delle macchine,
trasporto delle schede da una macchina alla successiva eccetera).
Vantaggi e limiti del sistema meccanografico
I vantaggi del sistema meccanografico, rispetto a quello manuale,
sono evidenti: il centro di elaborazione dei dati si trasforma in una
officina che, con cadenze prestabilite, emette i vari prospetti contabili,
statistici, tecnici richiesti dall’azienda; le macchine sono in grado di
assorbire, entro limiti ragionevoli, punte di lavoro e di rispondere
tempestivamente a richieste estemporanee (statistiche ed analisi occa-
sionali). All’uomo è affidato un lavoro di qualità e quindi il suo inter-
vento è quantitativamente limitato, ciò che garantisce una economicità
elaborativa.
Tuttavia con il crescere del volume dei dati da elaborare e con
l’aumentare delle esigenze delle aziende, spinte verso forme organiz-
3I
zative sempre più efficienti, cominciarono a rendersi manifeste alcune
limitazioni insite nel sistema di elaborazione in serie dei dati. Le limi-
tazioni più evidenti sono:
discontinnità elaborativa: una elaborazione in serie è economicamente
attuabile solo su un volume di dati abbastanza elevato; basta infatti
pensare che per attrezzare una macchina occorrono alcuni minuti e
questi potrebbero rappresentare una percentuale elevata del tempo
totale di impegno della macchina qualora si alimentassero solo poche
schede (per esempio: 100 schede vengono elaborate su modelli di media
velocità in un minuto da una calcolatrice o da una tabulatrice o da
una riproduttrice, ed in un tempo notevolmente inferiore da una sele-
zionatrice o inseritrice).
Esiste quindi la necessità di dover lavorare su un numero elevato
di dati per renderne economica l’elaborazione, ciò che costringe a
prevedere certi intervalli di tempo tra una elaborazione e la successiva
per ottenere che i dati abbiano raggiunto un volume accettabile (esem-
pio: le procedure di contabilità di magazzino si effettuano normal-
mente con periodicità mensile, quelle di fatturazione con cadenza
settimanale e così via).
È evidente che durante questi intervalli di tempo /e situazioni non
vengono aggiornate. D'altra parte, anche se una elaborazione, per esempio
la fatturazione, ha un volume che consente una procedura giornaliera,
trattandosi di una lavorazione in serie, tutte le fatture iniziano insieme
il loro ciclo di lavorazione, supponiamo alle nove, e tutte insieme lo
terminano, per esempio alle 18. Dalle 9 alle 18 nessun dato relativo
alle fatture in elaborazione è disponibile e quindi la discontinuità elabo-
rativa, se pure in misura ridotta, è sempre presente ed ineliminabile.
Quanto sopra esposto ha come conseguenza /’impossibilità di avere
le situazioni aziendali aggiornate con continuità man mano che si verificano i
fatti contabili ad esse connessi.
Questo aspetto, accettabile in alcune elaborazioni e quando la len-
tezza burocratica aziendale o mezzi inadeguati di trasmissione delle
informazioni comunque creano ritardi nell’inoltro dei dati al centro
di elaborazione, può compromettere la validità del sistema meccano-
grafico in quelle procedure in cui è indispensabile una immediatezza di
risultati (esempio: programmazione e controllo della produzione).
difficoltà nell’organizzazione del centro di elaborazione dati : abbiamo spes-
so assimilato una elaborazione in serie dei dati a una lavorazione in-
dustriale di serie. È preoccupazione costante di un’azienda industriale
riuscire ad effettuare una programmazione efficiente dei reparti per
ottenere una produzione che, realizzando un alto rendimento delle
macchine, garantisca un economico processo produttivo.
Le stesse preoccupazioni esistono in un centro di elaborazione
dei dati dove si tende a ottenere il massimo sfruttamento delle mac-
chine. Tuttavia molto maggiori sono in quest’ultimo caso le difficoltà:
basta pensare che in un centro meccanografico il “programma di
produzione” cambia ogni giorno (un giorno si fanno paghe e fattu-
razione, un secondo magazzini e costi, un terzo stipendi e contabilità
generale, un quarto statistiche e contabilità industriale) e che i “cicli
di lavoro” di ciascuna procedura superano facilmente le cento “fasi”;
inoltre molto frequentemente si inseriscono modifiche alle procedure
e richieste di elaborazioni occasionali.
Tutto ciò ha come conseguenza che una programmazione accu-
rata del lavoro è spesso impossibile e quindi si verificano code di
attesa di varie procedure ad una stessa macchina, mentre altre macchine
rimangono ferme, con una percentuale media di utilizzo che si va facen-
do sempre più bassa man mano che aumentano il numero delle proce-
dure e la loro complessità ed il numero delle macchine dell’impianto.
ridotta capacità di calcolo: le macchine calcolatrici e tabulatrici effet-
tuano operazioni aritmetiche ed algebriche di modesta complessità.
Solo alcune operazioni elementari possono essere sviluppate contem-
poraneamente dalle macchine in un passaggio delle schede. Lo svi-
luppo del calcolo scientifico verificatosi negli ultimi anni ed ormai
non più limitato agli istituti di ricerca, ma divenuto strumento di uso
frequente nelle aziende per i problemi di progettazione e di gestione
scientifica, richiede sempre più frequentemente l’adozione di mac-
chine di diversa concezione che permettano l’effettuazione di calcoli
molto complessi con grande velocità ed esattezza.
32
documenti
‘Stornidà
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perforatrici e verificatrici
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EHE HI
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altre riepilogative tabulatrici
figora 8 figura 10
ELABORAZIONI MECCANOGRAFICHE ELABORAZIONI AZIENDALI DEI DATI
OPERAZIONI DI CALCOLO E TABULAZIONE TERZO LIVELLO: SISTEMA ELETTRONICO
Tutte le fasi di lavoro delle informazioni sono svolte contemporaneamente. È una
sorta di ritorno ad un lavoro artigianale come nel primo livello, ma reso enormemente
più rapido ed esatto.
organi di governo
P TO n METTI
lettore perforatore di schede °
figura 11
GLI ELEMENTI DI UN SISTEMA ELETTRONICO
5. Terzo livello: il sistema elettronico
Le limitazioni dell’elaborazione in serie dei dati vengono superate
con l’adozione dei sistemi elettronici (figura 10) che, sviluppatisi ini-
zialmente per risolvere problemi di calcolo scientifico, sono stati
in seguito generalmente utilizzati per la soluzione dei più svariati
problemi aziendali imponendosi come lo strumento più valido per
l’elaborazione automatica dei dati.
Potremmo definire un sistema elettronico come una macchina
complessa, costituita dall'insieme di varie unità tra di loro intercon-
nesse a ciascuna delle quali sono devoluti compiti particolari, capace
di sviluppare contemporaneamente tutte le fasi di lavoro che nel sistema di
elaborazione in serie erano svolte dai vari tipi di macchine meccano-
grafiche.
La possibilità offerta dal sistema elettronico di effettuare contem-
poraneamente su un dato tutte le operazioni ad esso conseguenti
permette di abbandonare il sistema di lavorazione in serie per ritor-
nare a quello artigianale in cui appunto la lavorazione di un pezzo
viene iniziata e portata a termine prima di passare al pezzo successivo.
Vedremo però con quali enormi perfezionamenti riguardo la velocità,
la complessità e l’esattezza elaborativa.
In un centro di elaborazione dei dati munito di un sistema elettro-
nico esistono praticamente due soli tipi di macchine (figura 10); quelle
per la registrazione dei dati su un supporto leggibile dal sistema elet-
tronico, nella generalità dei casi perforatrici e verificatrici di schede,
ed il sistema elettronico che svolge tutte le operazioni necessarie allo
sviluppo di una procedura; quest’ultimo può essere dimensionato in
varie configurazioni che possono prevedere anche più elaboratori
elettronici opportunamente interconnessi.
Generalmente in un sistema elettronico si può schematizzare, come
l’insieme delle seguenti unità: (figura 11).
organi di governo: sono costituiti dai circuiti da cui partono i comandi
per il funzionamento delle altre unità componenti il sistema: attra-
verso tali organi viene comandato per esempio l’inizio della lettura
dei dati contenuti nelle schede, da parte delle unità di lettura schede,
e la stampa dei prospetti finali da parte della stampatrice.
organi di memoria (dinamica) - questo tipo di memoria, detta dina-
mica per distinguerla da quella destinata all’archiviazione dei dati,
detta statica, è adibita a contenere le istruzioni (programma) che ven-
gono fornite al sistema elettronico per metterlo in grado di sviluppare
una certa procedura.
La loro registrazione nella memoria avviene attraverso delle schede
sulle quali vengono perforate le istruzioni relative a ciascuna procedura
(schede programma).
Attraverso l’unità di lettura le schede vengono lette e i dati ven-
gono trasferiti nell’unità di memoria. Gli organi di governo, leggendo
ed interpretando le istruzioni contenute in memoria, saranno così in
grado di comandare e controllare le varie funzioni del sistema elet-
tronico. Al termine di ogni procedura la memoria viene cancellata e
si predispone così a ricevere le istruzioni di un’altra procedura.
organi di calcolo: contengono i circuiti elettronici adibiti allo svilup-
po dei calcoli previsti dall’elaborazione.
lettore - perforatore di schede - sono le unità adibite alla lettura dei dati
contenuti nelle schede o alla perforazione su schede dei risultati di
certe elaborazioni.
stampatrici - sono le unità che effettuano la stampa dei prospetti finali
delle elaborazioni.
nastri magnetici - sono le unità che permettono al sistema elet-
tronico di leggere o scrivere i dati su bobine di nastro magnetico.
Queste ultime, simili a quelle di un comune registratore, costituiscono
le memorie di archiviazione dei dati (memorie statiche). Con questo
tipo di memorie per accedere ad una informazione è necessario far
svolgere la bobina leggendo mediante le testine di lettura tutti i dati
in essa contenuti, fino a quando non si rintraccia l’informazione desi-
derata. Pur essendo la velocità di lettura (e scrittura) di queste me-
morie elevatissima (da 20.000 a 400.000 caratteri al secondo), questa
operazione costringe a tempi di ricerca dell’ordine del minuto che
per un sistema elettronico sono molto elevati.
33
Pertanto con tali memorie si opera con elaborazioni di tipo segnen-
ziale. 1 dati sono cioè registrati sulle bobine, in un certo ordine, che
è lo stesso necessario per la loro elaborazione.
Per esempio, nel caso di una contabilità di magazzino la situazione
dei singoli prodotti viene registrata secondo l’ordine crescente del
codice prodotto. In caso sia richiesta la stampa dell’inventario sarà
possibile leggere sulla bobina magnetica le informazioni una di seguito
all'altra e inviarle alla stampatrice che emetterà il tabulato nel giusto
ordine di presentazione.
Con questo sistema di lavoro viene eliminato il tempo di ricerca
dell’informazione.
Il prerequisito di un sistematico ordinamento dei dati sulle bobine
è assolto dalla possibilità che ha il sistema elettronico di ordinare auto-
maticamente i dati di una bobina nell’ordine richiesto attraverso una
serie di istruzioni (programma di selezione).
dischi o tamburi magnetici - sono unità di archiviazione dei dati caratte-
rizzate dalla accessibilità casuale all’informazione. I dati sono memoriz-
zati magneticamente sulle superfici di dischi o tamburi ruotanti che
vengono letti o scritti da speciali testine che possono spostarsi su co-
mando dell’organo di governo in modo da accedere direttamente ad
ogni zona di lettura o scrittura. La ricerca di una informazione è quindi
velocissima (pochi millesimi di secondo) quando se ne conosca la
zona di registrazione (indirizzo).
Questa forma di registrazione è più costosa di quella offerta dai
nastri magnetici ma estremamente più interessante in quanto offre la
possibilità di poter interrogare il sistema elettronico sul valore di
certe situazioni aziendali (giacenze di un materiale, scoperto di un
cliente, fase di lavorazione raggiunta da un prodotto eccetera) e di
riceverne istantaneamente una risposta.
Normalmente si utilizzano i dischi o tamburi magnetici per regi-
strare dati di frequente consultazione ed i nastri magnetici per la re-
gistrazione dei dati storici.
consolle - è l’unità che permette all'operatore di controllare il lavoro
che sta svolgendo la macchina. Nella consolle si trova generalmente
una macchina da scrivere elettrica che, comandata direttamente dagli
organi di governo del sistema elettronico, serve ad evidenziare le si-
tuazioni anomale (esempio, materiale sotto scorta minima) che si
manifestano durante l’elaborazione 0 a stampare le risposte a cer-
te interrogazioni fatte sulle situazioni contenute nelle memorie del-
la macchina.
Esaminate le caratteristiche essenziali di un sistema elettronico
possiamo concludere che questo soddisfa completamente tutte le
esigenze evidenziate nello schema generale di una elaborazione trac-
ciato nella figura 2.
L’unica fase ancora tipo “manuale” è quella di perforazione delle
schede: queste ultime peraltro rappresentano solo il supporto per
l'ingresso dei dati nel calcolatore (entrata). Esse perdono la funzione
di “memoria” ora assolta dai nastri o dischi magnetici.
Il “programma” è rappresentato da una serie di istruzioni che,
attraverso schede, vengono registrate nella memoria dinamica e che
predispongono il sistema elettronico all’esecuzione di ogni singola
procedura.
I calcoli vengono sviluppati elettronicamente da appositi organi
della macchina.
L'uscita dei risultati è ottenuta attraverso le stampatrici diretta-
mente collegate al sistema elettronico.
Anche il coordinamento esecutivo è affidato alla macchina che,
tramite gli organi di governo, coordina il flusso dei dati attraverso
le varie unità del sistema, controllando l’esatta esecuzione di tutte le
istruzioni di lavoro ricevute dall’uomo e registrate nella sua memoria.
A parte quindi la preparazione delle schede, il ciclo elaborativo
risulta completamente automatizzato. Possiamo concludere che si è
eliminato nell’elaborazione dei dati l’intervento dell’uomo? Certa-
mente no. Solo che l’uomo, sollevato dai compiti esecutivi, ha dedi-
cato la sua attività alla impostazione di sempre più razionali proce-
dure aziendali ed alla loro scomposizione in istruzioni elementari da
fornire al sistema elettronico al quale ha affidato i compiti operativi.
34
serghi
tecnici
Poiché i giornali si occupano solo di tanto în
tanto di questioni di lingua e le riviste spe-
cializzate escono dalle letture consuete, resta
agli organi aziendali, sia quelli di fabbrica che
gli altri “di prestigio”, affidato il compito
di seguire l’evoluzione del gergo aziendale, del
linguaggio professionale. Su queste pagine in-
fatti si sono già visti scritti di Pestelli sul-
l'italiano utilizzato negli uffici, e di Cesare
Marchi sull’idioma automatico ; mentre ‘ Esso
rivista” ha pubblicato uno scritto sul linguag-
gio del petrolio ed un altro sul gergo dell’ au-
tomobile, e “Il gatto selvatico” s'è occupato
della lingua degli sportivi (ma anche se ne
sono interessati il “Piccolo” e il ‘ Giornale
d’Italia”, e spesso anche la “Gazzetta dello
sport”); non peserà troppo che si torni in
quest'articolo di Renato Giani sull’ argomento
della lingua d'oggi quale viene spiegata nello
svolgimento della pratica quotidiana dei mestieri,
delle professioni nuove e vecchie, adeguandola
ai tempi.
Si deve spesso al cinema l’introduzione di
un termine gergale restato operante nel ri-
stretto mondo di un mestiere, nel più ampio
ciclo della lingua parlata. Gli apporti del dia-
letto allo svolgimento della storia delle parole
sono noti e studiati. Elio Petri nel suo film
“Le ore contate” fa apparire il ““mazzolatore”,
l’uomo cioè capace di spaccare nettamente
un braccio a chi voglia poi fingere un inci-
dente onde farsi ripagare lautamente per danni
subiti e interessi composti. E il mazzolatore è
entrato nel frasario consueto. Lo ‘“sfasciacar-
rozze” è pure alla moda, messo in voga par-
ticolarmente non tanto da chi debba farsi ri-
parare un guasto all’automobile, quanto da
quei pittori e scultori non figurativi che im-
piegano materie eterogenee nelle loro compo-
sizioni, e in particolare da quegli arredatori
meccanici -
che utilizzano elementi
gli scarti delle trafilerie d’acciaio, per creare
inedite decorazioni.
come
A Roma, la legatoria delle ‘Tre Carrozze,
diretta dallo scrittore pubblico Giobatta Vi-
cari, ha pubblicato tempo addietro un dépliant
pubblicitario quanto mai prezioso, nel quale
sono ricordati quasi tutti i termini d’uso per
indicare il formato dei libri (in folio, quarto,
ottavo, sedicesimo, ventiquattresimo, trenta-
duesimo, microlibri), e le loro diverse dimen-
sioni; inoltre, i tipi di rilegatura (tutta pelle,
tutta carta, mezza pergamena, mezza tela, con
o senza angoli, con o senza nervature, con o
senza fregi sul dorso, doratura del taglio,
rilievi — losanghi o cornici — sul piatto an-
teriore, tasselli sul dorso eccetera); infine i
materiali quali le carte di Varese, le tele (ca-
napa, linetto, calicò, bukram, bavaria, velluto,
dermoidi eccetera) e le diverse pelli impiegate
nella legatoria: bulgaro, marocchino, vitello,
capra, montone, bazzana, spaccata, camoscio
(pare di entrare, a Vigevano, nel magazzino
d’un fornitore di calzolerie di lusso). E dopo
questi dati informativi, il dizionarietto tecni-
co, dall’agata - pietra per lucidare i tagli
dei vollumi, all’unghiatura - sporgenza del car-
tone oltre i limiti del volume.
Dopo aver letto e gustato la terminologia
rituale del legatore, parole come righirolo -
ferro per tracciare solchi sulle pelli a secco -
e fossetta - piccolo canale tra il dorso e il
piatto nella legatura alla romana, oppure ca-
pitello - fettuccia speciale ai due estremi del
dorso, sotto le due cuffie, ovvero l'estremità
della rivestitura del dorso, non appariranno
più parole per iniziati, usciranno dal loro argo-
tismo e diventeranno lingua parlata, dizionario
d’uso sia pure localizzato nella legatoria dei
libri.
La macchina specialmente suggerisce una
ricchezza di immagini e di metafore che ri-
scattano le parole stesse, talvolta incompren-
sibili. Dai falegnami agli orologiai, dai cemen-
tisti ai carpentieri ai marinai specializzati pos-
siamo attingere continuamente. I contributi
alle nuove edizioni dei vari Petrocchi o Rigu-
tini e Fanfani, dei Palazzi e dei Panzini escono
sommamente dal linguaggio tecnico nel suo
sottomettersi alla parlata e al dialetto, e dallo
stesso dialetto sempre ricco di nuovi apporti
cui la lingua scritta spesso dà uno stato civile,
o meglio legittima: e si pensi a Rea, per esem-
pio, a Marotta, a Mario dell’Arco poeta ro-
manesco, a Pasolini, a Gadda.
L’automobile più delle apparecchiature elet-
troniche si presta a una articolazione lingui-
stica che va dalla parodia alla simbologia, alla
metafora più colorita, e questo non solo da
noi ma anche in Francia, in Germania, in
America: macinino, tacot, caffettiera, corbil-
lard, ferraille, bagnole e bagnarola, guem-
barde e poussette, teuff-teuff e concon si
equivalgono, e così carcassa, catorcio, scar-
pavecchia, mula, bidone, casseruola, tegame,
tinozza, in un variare che va dall’espressione
gergale da famiglia a quella della mala più
carica e furbesca, tutta allusiva. Utilitaria o
vetturetta son l’equivalente di topolino, di
cinquecento, di vieux truc, di traction, si
offron senza resistenza al vario giuoco dei si-
nonimi che ricorrono in tutte le lingue e dia-
letti, pressappoco come scassone per parlar di
un aeroplano di seconda mano e un po’ fuori
uso. Il gergo degli sfasciacarrozze a stringere
bene non si rinnova molto.
I nuovi mestieri e in particolare quelli
tecnici (quelli del petrolio per esempio o
dell’acciaio), come hanno adatti strumenti che
via via diventano sempre più familiari, pure
restando ancora spesso simboli silenziosi come
i cartelli del traffico stradale, hanno tutti un
loro linguaggio. Ma anche le professioni mi-
nori vengono incontro: a Parigi fare la balia
non significa solo allattare un fantolino, ma
oggi perlomeno s’intende colui che sposta le
vetture da un posteggio all’altro per conto
di terzi, e poi corre ad avvertire dove ha si-
stemato l’auto, ove il proprietario dovesse
servirsene da un momento all’altro. Linguaggio
parascientifico è quello impiegato dai socio-
loghi che si occupano in prevalenza di rela-
zioni umane all’interno delle aziende. Il re-
cente romanzo di Libero Bigiaretti, “Il con-
gresso”, non potrà ricevere il Premio Rez-
zara proprio perché abilmente lo scrittore
mette qua e là in dubbio, se non in ridicolo,
la validità del frasario deperibilissimo, e che
muta di stagione in stagione. Uno dei rela-
tori di questo “congresso” che parla impie-
gando espressioni di moda sei mesi prima
desta estrema sorpresa, e a confronto degli
altri congressisti fa la figura di un archeologo
che parli unico una lingua morta intradu-
cibile.
Non possiamo trascurare che in fatto di
linguaggio tecnico va tenuto conto dell’am-
biente col quale necessità di lavoro, di pro-
fessione o solo di educazione, portan l’indi-
viduo a elaborare e apprendere e perfezionare
anche l’adatto frasario che l’ambiente stesso
(e cioè l’officina o i campi o la miniera o la
scuola) elabora. La terminologia di questi va-
ri linguaggi è quasi ignota al profano, tant'è
vero che le espressioni specifiche delle varie
professioni o mestieri solitamente vengono
evitate nelle conversazioni con persone che
non appartengono a quella cerchia o di ce-
ramisti o di verniciatori o minatori o calafa-
tori eccetera. « La presenza in una lingua di
molte forme e immagini proprie di lingue
tecniche » dice la Schick «è segno di un li-
vello culturale elevato e di un generale bisogno
di esattezza espressiva», esattezza che fa parte
del mondo morale e della psicologia di chi
lavora.
Anni fa nelle edizioni della RAI venne
pubblicato un curioso libro, fatto di conver-
sazioni per il terzo programma, dedicato alle
arti e ai mestieri.
Dal correttore di bozze al burattinaio, dal
fornaio all’oste all’antiquario, dall’ombrellaio
al cameriere al ferroviere al renaiolo alla leva-
trice di paese, fino al maniscalco - residuo o
meglio reperto d’una tradizione che sta scom-
parendo del tutto - erano esaminati venti e
più mestieri. A ognuno risponde sia pure
per poco un linguaggio, una semantica, una
morfologia sintattica, modi propri espressivi,
come ne hanno i prospettori che cercan l’oro
lungo il Tumat River nel Sudan o lo cercavano
lungo i fiumi della California o nell’Alaska.
Carlo Laurenzi, che si occupa di fatti di
costume, annotatore attento, coltivato - certi
suoi scritti sul linguaggio gergale impiegato
dai cineasti e riproposto come lingua ufficiale
dal cinema romanesco son di un interesse
che va al di là della curiosità filologica - in
un suo scritto del ’59 rilevava che anche la
televisione dopo essere stata una roccaforte
dell’italiano corretto, dopo vari episodi la-
sciava capire che il romanesco, il dialetto, il
gergo, l’assediavano e cominciavano a farvi
brecce. Le ragioni dell'invasione di un lin-
guaggio ancora non purificato, grezzo, spesso
volgare van cercate nel realismo che domina
oggi il giornalismo, parte della letteratura, il
cinema. Non nel gergo dunque dei mestieri
nuovi e vecchi. E’ infine anche colpa della
retorica di far realistico. Ora, annotava giu-
stamente il Laurenzi, il realismo non è cor-
tese. Noi aggiungiamo che nessun gergo
fine a sé è cortese, salvo si tratti di quello
tecnico, localizzato nei luoghi adatti: ufficio
o officina, campi, cantieri. « L’italiano som-
mario della buona gente» (Domenico Rea)
non ha nulla a che fare con quello che viene
imposto dal cinema o dai cinegiornali. Si
reputa anzi che compito primo dell’ufficio
censura cinematografica dovrebbe essere di
obbligare i doppiatori o gli attori (e soprat-
tutto i dialoghisti) a un impiego di termini
meno scortesi. Dal realismo che non è cortese
alla parolaccia, alla volgarità, alla battuta a dop-
pio senso da avanspettacolo, il passo è
breve.
L’importanza del gergo è sottolineata anche
da Carla Schick nel suo libro recente edito
da Einaudi, e ne illustra alcuni aspetti nella
realtà storica del linguaggio. ‘Tuttavia, sep-
pure si usi il termine “gergo” per indicare
modi espressivi dell’argentiere, dello sbalza-
tore, del farmacista, del legatore di libri, del
ribattitore, del tappezziere, del tornitore, del
vetraio eccetera, la parola è impropria. Si
tratta di vero linguaggio, sia pure tecnico,
che non scade negli impulsi delle necessità
espressive dettate da forme di ribellione, di
rivalsa, solidarietà di gruppo (per esempio in
prigionia, o fra i ladri, fra gli ambulanti dei
mercati settimanali, fra gli zingari e i nomadi,
fra i sodali di sette religiose o politiche: qua
il gergo costituisce quasi il simbolo d’una
fuga dalla logica della società per costituire
un vincolo di comuni interessi). Tuttavia si
può parlare di gergo alludendo a certo lin-
guaggio dei seggiolai di Govaldo in provincia
di Belluno o di quelli di Chiavari e Rapallo;
di gergo ancora per i calzolai della Valtellina
e di Vigevano; per i mattonai della Toscana
e del Piemonte che vanno tutt’oggi a lavorare
in Provenza stagionalmente. E di gergo an-
che per un tipo di letteratura poliziesca molto
tradotta (male) in Italia: stazzonato per esem-
pio - invece di spiegazzato, svampito per
svaporato eccetera, fino all’impiego di forme
e cadenze sintattiche tutte inventate.
Un tempo erano di moda i dizionari di
arti e mestieri, tanto, anzi, che la vecchia Son-
zogno di Milano quando ancora era siglata
Edoardo Sonzogno, editore, nella Biblioteca
del Popolo - centesimi 15 il volume, al-
l’insegna Propaganda d'Istruzione, aveva in
catalogo oltre agli elementi di solfeggio o di
Algebra (la maiuscola è del catalogo), ai
Grani d’esperienza, Esercizi di Calligrafia, o
il meccanismo della Pubblica Amministra-
zione spiegato al popolo, nonché i Tre
Veleni - l'abuso del Tabacco, Ubriachezza e
Ignoranza - anche un fascicolo di sessantatré
pagine intitolato Dizionarietto popolare di
Arti e Mestieri, dove per ordine alfabetico
erano esaminati i termini, le parole attinenti ai
mestieri e arti dall’Architetto al Vetrajo,
Specchiaio, Lavoratore in conterie. E, utilità
di queste vecchie e care pubblicazioni, si in-
cominciava dai dati generali precisando il va-
lore di espressioni quali arte in genere, mec-
canica, arnese, strumento, mestiere, profes-
sione, artista e artefice, meccanica, piano in-
clinato, leva, artiere o artigiano, operaio, ma-
nifattura, fabbrica, fattura (« veramente sa-
rebbe cosa operata. In stile commerciale è la
lista delle merci» eccetera), officina, lavora-
torio, bottega, fonderia, avventori (da adve-
niunt), principale, maestro. Parecchi mestieri
hanno mutato non solo di volto ma di nome:
chi ricorda più oggi il magoniere — “il mi-
nistro o il lavorante principale in una mago-
na?” (Magona è quella officina, precisa il
dizionarietto, in cui si dà una prima fusione
alla massa del ferro per cavarne il ferraccio,
il quale si riduce poi in ferro nella ferriera:
e qua troviamo altre parole da magona a fer-
riera del tutto in disuso, e il vellicamento
sottile d’un titolo al quale non si sfugge,
“Il padrone delle ferriere”).
Testi forse a torto dimenticati sono il Nuo-
35
vo vocabolario / italiano / d’arti e mestieri /
Prima edizione milanese / compilata sull’edi-
zione originale / del Professore di Filosofia
{ Giacinto Carena: e sulla quarta edizione na-
poletana arricchita / di nuovi e copiosi arti-
coli con varie appendici / tolti in parte dai vo-
cabolari / di Zanotto, Palma eccetera / nonché
dal grandioso Dizionario francese d’Arti e
Manifatture / e dal Vocabolario Tecnologico
{ di Laboulaye, e di Souviron / eccetera /
per cura del professore / Ernesto Sergent /
e diligentemente riveduta / dal Dottore /
Gemello Gorini — (Milano, Tipografia e li-
breria dell’editore, Francesco Pagnoni, Pre-
miato da S. M. della medaglia d’oro al merito
artistico, e della medaglia d’argento dal quinto
congresso pedagogico, tenutosi in Genova
nell’anno scolastico 1868-69). Tutte le attività
dell’uomo moderno e antico son qua contem-
plate, dal vestire e delle sue accompagnature
all’abitare (la casa e le sue parti, il dormire,
la cantina, la legna e il carbone, la cucina,
la dispensa, la corte e alcuni animali domestici),
fino al cavalcare, il navigare, l’ammalarsi, il
mangiare e bere. Vi ritroviamo tutti i vocaboli
del mestiere di muratore, del carradore, del-
l’arte di illuminare, accendere il fuoco, co-
struire selle, fabbricare chiavi, con utilissimi
indici metodici validi tutt'oggi. Praticamente
questo e il successivo Vocabolario domestico
del Fanfani e Frizzi (Milano, Libreria d’edu-
cazione e d'istruzione, di Paolo Carrara, edi-
tore - 1883), sono anticipazioni dei tanti di-
zionari tecnici successivi, quali per citare il
Dizionario dei termini cinematografici (Ita-
liano-inglese) di Glenn Alvey jr (Casa edi-
trice Mediterranea, Roma 1952), il Primo di-
zionario aereo di F. T. Marinetti e F. Fazari
(Morreale, Milano 1929), o di quei vari pic-
coli vocabolari d’archeologia di moda nel-
l’ultimo ventennio del secolo scorso, e perfin
di quell’ormai rarissimo Dizionario / delle /
cose belle / di / Paolo Mantegazza, apparso
in seconda edizione a Milano dai Fratelli
Treves, editori, nel 1892, e così avanti, fino
ai più recenti e accorti se non monumentali
dizionari scientifici apparsi da Zanichelli e
nelle collezioni del Saggiatore.
In fatto di lingua e della sua struttura, se è
possibile tracciarne un profilo storico e cavarne
una filosofia (come tentò Giambattista Vico;
come han fatto il Devoto, il Migliorini), non è
possibile derivarne conclusioni effettive, in
quanto anche i gerghi professionali, cui qua e
là s’è accennato, son sempre in rapporto con la
capacità di coloro che impiegandoli riescono
a renderli efficaci, espressivi. Potenzialmente
però dall’Italsider o dalla Montecatini, dal-
le manifatture Marzotto o dalla Fiat, dal-
Olivetti come dalle officine degli sfasciacar-
rozze, come dai centri di controllo bancari
(qua troviamo termini ghiottissimi, quali
ghiotta per esempio, o boccaporto — che
non hanno davvero nulla a che dividere con
la gola o la buona cucina né con l’arte del
navigar pittoresco), sta uscendo una lingua
tecnica altamente qualificata, che già trova
oltre al suo impiego anche chi sa apprezzarla
e trascriverla in forme letterarie.
Sedici aziende del gruppo IRI si sono pre-
sentate insieme con una mostra dal suggestivo
titolo “dall’acciaio alla nave” alla prima fiera
internazionale delle comunicazioni tenutasi a
Genova dal 5 al 20 ottobre 1963.
Tema della mostra, come del resto il titolo in-
dicava chiaramente, era di illustrare come nasce
l’acciaio e come dall’acciaio, attraverso la colla-
borazione delle sedici aziende, nasce la nave.
Nell’allestire questa mostra è stata in so-
stanza posta in atto la stessa forma di coordi-
namento che le sedici aziende seguono normal-
mente quando si tratta di realizzare le varie
parti che compongono una nave.
L'esposizione è stata ordinata in un unico pa-
diglione progettato dall’ architetto Angelo
Mangiarotti. Si tratta di una costruzione assai
interessante dal punto di vista architettonico,
caratterizzata dalla ricerca di forme essenziali e
dall'impiego di due soli materiali, di alto li-
vello qualitativo, l’acciaio e la pietra, nella
quale la struttura portante e coprente sono state
il risultato di una calcolazione particolarmente
progredita. Realizzato, per la parte in acciaio,
dalla CMF - Costruzioni Metalliche Finsider,
il padiglione consiste in un tetto biconvesso
di lamiera, sorretto da quattro colonne in ac-
ciaio, sovrastante uno zoccolo rivestito di pie-
tra. Su tale zoccolo sono state collocate sei
vetrine in lamiera e vetro, ispirate all’arreda-
mento navale, contenenti fotografie e scritte
illustrative delle sedici società espositrici. Nel-
le fondazioni è stata ricavata una grande sala
allestita dai grafici Bernazzoli e Veruggio se-
condo un criterio che si potrebbe chiamare
narrativo. Le immagini che si snodavano lungo
le pareti erano concatenate fra loro con per-
fetta coerenza di tempo e di logica: ne risulta-
va una visione graduale, incalzante, completa
della costruzione navale, dal momento fonda-
mentale della fusione dell’acciaio e della sua
laminazione o fucinatura, fino all’attimo trion-
fale in cui la nave, finita, inizia la sua libera vita
sul mare. Alcuni pezzi isolati di particolare ri-
lievo tecnico ed alcuni modelli navali rende-
vano più persuasivo e suggestivo il racconto.
Apriva la rassegna il gruppo Finsider con la
Sanac, la Sidermar, la Cosider e con l’Italsider.
Le immagini mostravano in rapida sintesi co-
me si ricava la ghisa dall’immenso altoforno,
come dalla fusione della ghisa e del rottame
nasce l’acciaio e come poi dall’acciaio si otten-
gono le lamiere navali, i grandi pezzi fusi o
infine i pezzi fucinati che diverranno, come i
rotori e gli assi portaelica, l’anima stessa della
nave. L’Italsider presentava alcuni pezzi par-
ticolari, tra cui un'elica di acciaio a tre pale
di oltre quattro metri e mezzo di diametro e
del peso di 10.700 chilogrammi, un albero a
manovella monoblocco per motore Diesel, un
asse portaclica di oltre 6 tonnellate, tutti
fabbricati nello stabilimento Siac di Campi.
Produzioni Italsider per l’industria navale, e
quindi soltanto uno dei vari angoli visuali dai
quali può essere guardata la nostra società che
produce, come è noto, anche per tutti gli altri
settori di attività industriale.
Al settore siderurgico seguiva il gruppo
Fincantieri con i tre grandi complessi Ansaldo,
Cantieri Riuniti dell’ Adriatico e Navalmecca-
nica di Napoli, e con lo stabilimento di ripa-
razioni navali “Oarn”. Successivamente veniva
illustrato il contributo che il gruppo Finmec-
canica dà alla costruzione di una nave attra-
verso l’Ansaldo San Giorgio, le Officine Elet-
tromeccaniche Triestine, la Termomeccanica, la
Nuova San Giorgio e la Salmoiraghi, che espo-
nevano alcuni esempi della vastissima gamma
di apparecchi di precisione di queste aziende
altamente specializzate, ciascuna a disposizione
della moderna tecnica navale.
La rassegna si concludeva con le società del
gruppo Finmare (Italia, Lloyd Triestino, Adria-
tica e Tirrenia). Erano tra l’altro esposti in
questo settore i modelli di alcune delle più
prestigiose navi da passeggeri di cui oggi si
vanti la nostra flotta mercantile che copre, si
può ben dire, tutte le rotte del mondo. Parti-
colarmente ammirati i modelli della Michelan-
gelo, della Raffaello e della Leonardo da Vinci.
Il padiglione è stato mèta durante la fiera di
migliaia di visitatori, non soltanto curiosi ma an-
che esperti nei vari settori dell’industria navale.
Aggiungeva un’ulteriore suggestione alla co-
struzione in acciaio il fatto di sorgere proprio
sulla riva del mare, dinanzi all'imboccatura del
porto di Genova, a significare come il mare
resti il motivo dominante della vita delle se-
dici aziende rappresentate, e in particolare del-
l’Italsider, che ha proprio sul mare i suoi
grandi centri siderurgici a ciclo integrale e in
riva al mare produrrà, entro il 1966, la quasi
totalità dei 9 milioni di tonnellate di acciaio
previsti dal suo programma di espansione.
RIVISTA ITALSIDER - segreteria di
redazione: ufficio pubbliche relazioni Italsider -
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