Rivista Italsider, n. 4, 1961
Contenuto
- Tipologia
- Periodico a stampa
- Descrizione
-
In copertina: Carlo Levi-"Lucania"
Seconda di copertina: un contadino meridionale
Terza di copertina: un operaio del centro siderurgico Italsider di Bagnoli (Napoli)
Quarta di copertina: antico gallo segnavento in ferro e rame, adottato come insegna alla Fiera dell'antiquariato svoltasi a Parigi lo scorso anno.
Sommario
- I paesi sottosviluppati, p. 3
- I tesori dell'antica Taranto, p. 8
- Cinema e problemi del Sud, p. 13
- La famiglia in provincia di Taranto, p. 24
- Risorgimento e musei del Sud, p. 33
- I pregiudizi sui meridionali, p. 37
- L'industria minore e lo sviluppo del Mezzogiorno, p. 43 - Data testuale
- 1961 luglio-agosto
- Consistenza
- pp. 44
- Stato di conservazione
- Ottimo
- Soggetto produttore
-
Ilva - Italsider (1897 - 1986)
- Identificativo
- PER.000354/5
- Archivio, fondo o serie di appartenenza
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PERIODICIVedi tutti i contenuti con questo valore
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RIVISTA ITALSIDERVedi tutti i contenuti con questo valore
- Collocazione
- Emeroteca
- contenuto
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la copertina: Carlo Levi - « Lucania»
Carlo Levi è nato a Torino nel 1902.
I suoi interessi si dividono tra la pittura
(per la quale abbandonò molto presto
la medicina) e la letteratura. In entrambe
Levi ha dato opere importanti. Come
scrittore, i suoi libri (specie il primo,
“Cristo si è fermato a Eboli”, che
rievoca le esperienze del confino politico
scontato in Lucania negli anni 1935-36)
sono letti in tutto il mondo. La nostra
copertina riproduce un particolare di un
suo grande dipinto scelto da “Italia 61”
per rappresentare il mondo e i problemi
del lavoro contadino nel Meridione ed
esposto nel padiglione dedicato alla Lucania.
2° di copertina: un contadino meridionale
3° di copertina: un operaio del centro side-
rurgico Italsider di Bagnoli (Napoli)
4° di copertina: antico gallo segnavento in
ferro e rame. È stato adottato come inse-
gna alla Fiera dell’antiquariato svoltasi a
Parigi lo scorso anno.
RIVISTA ITALSIDER
bimestrale d’informazione aziendale per
il personale dell’Italsider - alti forni e ac-
ciaierie riunite Ilva e Cornigliano
Anno II - n° 4 - luglio - agosto
comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese
direttore responsabile : Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del ‘Tribunale di Genova
n° 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV
SOMMARIO
I paesi sottosviluppati pag. 3
I tesori dell’antica Taranto » 8
Cinema e problemi del Sud » 13
La famiglia in provincia di Taranto » 24
Risorgimento e musei del Sud » 33
I pregiudizi sui meridionali » 37
L’industria minore e lo sviluppo
del Mezzogiorno » 43
Sta per entrare in esercizio il tubificio del centro siderurgico Italsider di ‘T'aranto.
È la prima unità produttiva, l'avanguardia del grande complesso in costruzione, e le
sue strutture, che si inseriscono prepotentemente nel paesaggio agreste, sono un se-
gno della nuova realtà del Mezzogiorno, del suo sviluppo industriale ormai concre-
tamente avviato, a ‘Taranto come in altre regioni del Sud.
All'iniziativa dell’ Italsider se ne affiancano infatti altre, come quella dell’ ENI a Fer-
randina, mentre anche società private, tra cui la Montecatini, costruiscono nuove fab-
briche nel Meridione. I programmi industriali nel Sud sono imponenti. L' IRI, in
particolare, a fine 1960 aveva deciso investimenti, da attuare nelle regioni meri-
dionali nel quadriennio 1961-1964, per un importo di 536 miliardi di lire. Si tratta
di una spesa superiore di quasi cento miliardi agli investimenti effettuati da questo
Istituto nell’ultimo decennio nelle stesse regioni. Nella ripartizione per settore, si avrà
un deciso incremento di investimenti per le aziende manifatturiere (336 miliardi)
rispetto alle aziende dei servizi (200 miliardi). L'incremento dell’occupazione, nelle
sole aziende IRI del Sud, sarà di parecchie migliaia di unità. Sono cifre che valgono
da sole ad indicare la portata del programma IRI, in cui si inserisce quello della
Finsider e quindi il piano di sviluppo della nostra azienda. L’ Istituto sta affrontando
anche il problema della specializzazione delle maestranze con un concreto programma
di formazione professionale di personale qualificato.
Nel quadro delle molte iniziative per il Meridione, va particolarmente segnalata la
creazione dell’ Istituto per l'assistenza allo sviluppo industriale del Sud, deliberata
recentemente dal comitato dei ministri per il Mezzogiorno, e di cui è fondatrice, con
altri enti, la Cassa per il Mezzogiorno. ‘Tale istituto non si limiterà a svolgere una
generica opera di propaganda, ma opererà nel quadro di un’azione mediatrice tra ini-
ziativa privata e pubblico interesse, per far conoscere, particolarmente agli imprenditori
piccoli e medi italiani e stranieri, le occasioni concrete di investimento che l’attuale
fase di crescita del Sud rende possibili.
Nel momento in cui un nostro nuovo stabilimento si appresta ad entrare in funzione
nel Meridione, e mentre si aprono al Mezzogiorno, per opera di una complessa serie
di coordinate iniziative, reali prospettive di progresso economico e sociale, abbiamo
voluto dedicare ad alcuni problemi e aspetti meridionali questo numero della nostra
Rivista.
Il Sud si muove
A cinquant'anni di distanza dalla nascita del primo impianto siderurgico meridionale, quel-
lo di Bagnoli, sorge nel Mezzogiorno, a Taranto, il secondo centro a ciclo integrale per la pro-
duzione dell'acciaio.
La sua creazione ha visto fluire fiumi d'inchiostro pro e contro. Al di là di ogni polemica,
tuttavia, vi è una concreta realtà destinata ad incidere profondamente sulla struttura economica
e sociale del Sud.
Come è noto, infatti, è sul parametro del « consumo d'acciaio pro capite » che si misura il grado
di progresso economico e sociale di un paese ed è sull’espansione quantitativa e qualitativa della
produzione siderurgica che si fonda un processo di sviluppo industriale. E il consumo pro capite
d’acciaio in Italia è ancora basso, specialmente nel Meridione, nonostante negli ultimi sette anni
si sia raddoppiato.
Il problema che il gruppo Finsider fu chiamato a risolvere due anni or sono era duplice : fron-
teggiare da un lato l'espansione della domanda nazionale d’acciaio, mantenendosi al passo con
il progresso tecnologico e puntando al raggiungimento del limite dei costi unitari decrescenti, e,
dall’altro lato, contribuire alla creazione nel Mezzogiorno di un polo di sviluppo suscettibile di
operare una frattura delle strutture economico-sociali esistenti ma che fosse, allo stesso tempo,
basato su seri e sani criteri economici.
In dieci anni la produzione italiana di acciaio è passata da 3 milioni a 8,2 milioni di ton-
nellate e l’Italia si è inserita all’ottavo posto nella graduatoria dei maggiori produttori d'acciaio
del mondo.
Non è stato questo un ‘miracolo’, ma semplicemente un fenomeno dovuto ad esatte imposta-
zioni tecniche ed economiche : la dislocazione marittima che l’Italia ha dato alla sua siderurgia,
“N
prima nella fase della ricostruzione e poi in quella di sviluppo, e l’ado-
sione delle tecniche più moderne sia nel campo degli impianti di produ-
zione sia in quello dell'organizzazione.
La siderurgia italiana deve ricorrere all’estero per la maggior parte
del proprio fabbisogno di materie prime. Questo spiega perché uno dei pre-
supposti essenziali per lo sviluppo e la stessa vita della siderurgia italiana
era ed è la “corsa al mare”.
I progressi tecnici nel campo dei trasporti marittimi permettono infatti
agli impianti siderurgici dislocati sul mare di approvvigionarsi delle materie
prime ad un costo corrispondente allo standard internazionale.
Già nel 1960 la siderurgia marittima ha fornito all'Italia 2.250.000
tonnellate di ghisa e tonnellate 2.740.000 d'acciaio, V'84%, e il 33%, delle
rispettive produzioni nazionali. Entro il 1965 l’Italia produrrà sul mare
7 milioni di tonnellate di ghisa ed eltre 7,5 milioni di tonnellate di acciaio
dei circa 13,5 în programma.
La dislocazione degli impianti sul mare ha quindi costituito per la si-
derurgia italiana il primo fattore di livellamento dei costi nei confronti
delle altre siderurgie.
A questo fattore se ne aggiunge un secondo di natura tecnica. L'espan-
sione straordinariamente rapida dell’industria siderurgica comporta infatti
una generale modernizzazione e standardizzazione delle principali at-
trezzature produttive con impiego generalizzato dei più moderni ed eco-
nomici processi produttivi. Ne consegue pertanto che, con una parità di
condizioni di approvvigionamento di materie prime, con una non troppo
elevata differenza di salari e con l’utilizazione degli stessi procedimenti
e delle stesse apparecchiature, i costi dell'acciaio, se le capacità delle singole
unità produttive non sono molto diverse, tendono ad eguagliarsi in qual-
siasi parte del mondo.
La siderurgia italiana ha saputo valutare tempestivamente anche l’im-
portanza di questo secondo fattore, e si è dotata di impianti a ciclo inte-
grale che nulla hanno da invidiare a quelli posseduti da altri paesi grandi
produttori.
Gran parte del merito dello sviluppo dell'industria italiana dell’ac-
ciaio va riconosciuto alla Finsider, la società finanziaria dell’ IRI che è
a capo delle aziende siderurgiche a partecipazione statale. Essa ha saputo
inquadrare nell’ambito dell'economia nazionale l'industria siderurgica,
attuando, con coraggio e lungimiranza, secondo i criteri cui abbiamo ac-
cennato, la ricostruzione degli impianti semidistrutti dagli eventi bellici
ed il loro ampliamento.
L'apporto della produzione Finsider a quella nazionale, che nel 1954
era del 54,7% per la ghisa e del 39,8%, per l'acciaio, ha infatti raggiun-
to nel 1960 l'85%, per la ghisa e il 55%, per l’acciato.
Ma il notevole sviluppo della produzione siderurgica delle aziende del
gruppo Finsider ha costituito soltanto una delle tappe di un processo evo-
lutivo. La siderurgia italiana doveva approntare i mezzi per far fronte
all’ulteriore espansione della richiesta da parte del mercato interno — pre-
vista in 11-11,5 milioni di tonnellate entro il 1965 ed a quella delle
avviate correnti d’esportazione.
Per questo la Finsider ha iniziato l'attuazione di un nuovo programma
di potenziamento produttivo che prevede di raggiungere entro il 1965 la
produzione di 7 milioni di tonnellate di ghisa e di oltre 9 milioni di tonnel-
late d'acciaio, programma praticamente compendiato nelle realizzazioni
dell’Italsider.
Entro il 1965 la produzione Italsider di ghisa dovrà salire a 7 milioni
di tonnellate e quella dell’acciaio ad oltre 7,5 milioni.
Gli incrementi produttivi saranno concentrati nei centri a ciclo inte-
grale di Cornigliano, Bagnoli e Piombino fino alla loro ottima saturazione
tecnico-economica.
Ma questi tre centri siderurgici non sarebbero stati sufficienti a fronteg-
giare la prevista espansione della domanda. Per tale ragione, a partire dal
1964, nel quadro della siderurgia italiana, si inserirà, pienamente funzio-
nante, il nuovo stabilimento di Taranto che completerà, anche in senso
geografico, la catena dei centri a ciclo integrale che si sviluppa lungo tutta
la penisola inserendosi in quell’azione di propulsione nel Sud che lo sta-
bilimento di Bagnoli non ha potuto e non potrebbe svolgere da solo.
Nel perseguire le sue finalità di sviluppo industriale del Mezzogiorno,
la Finsider non ha comunque avuto l’idea di creare delle infrastrutture,
ma piuttosto di mettere a disposizione di altre iniziative imprenditoriali
un'industria di base sufficiente ed economicamente sana.
Infatti, l'impostazione siderurgica della Finsider nel Mezzogiorno è
basata esclusivamente sull’economicità degli impianti.
Taranto, nelle Puglie, è stata scelta per varie ragioni : anzitutto per
la possibilità di creare facilmente attrezzature di sbarco e imbarco per
nati fino a 60 mila tonnellate di portata in qualsiasi condizione di mare.
Altro motivo è l'andamento pianeggiante della sona prescelta per la co-
struzione degli impianti, a nord della città, alla confluenza di tutte le
principali strade e ferrovie che servono la città stessa.
Le aree poste attorno allo stabilimento si prestano ottimamente per
l'eventuale sviluppo d'industrie sussidiarie nonché per gli ulteriori am-
pliamenti dello stabilimento stesso.
La distanza della zona dal centro della città di Taranto è di circa
5 chilometri, ampiamente sufficiente ad assicurare una completa indipen-
denza fra le necessità di sviluppo dello stabilimento e della città, ma nello
stesso tempo non tanto elevata da rendere onerosi o difficili i collegamenti
e il movimento del personale.
Taranto, inoltre, ha già una sorta di tradizione industriale nel seno
della città capoluogo. È sede di uno dei maggiori arsenali della Marina
Militare e di un cantiere di costruzioni navali ; ma, oltretutto, occupa una
posizione costiera al centro del Mediterraneo, al fondo di una insenatura
naturale che favorisce lo sviluppo del suo porto mercantile.
Se la siderurgia italiana riuscirà a conquistare i mercati del Medio
Oriente e dei paesi africani, il centro di Taranto si troverà certamente
in una posizione vantaggiosa rispetto a tali mercati. Nei confronti del
mercato interno meridionale, Taranto occupa poi una posizione centrale.
Il suo retroterra naturale si estende a tutta la Puglia, alla Basilicata e
alla Calabria orientale. Le grandi pianure del Tavoliere, di Metaponto,
di Sibari e di Crotone sono in via di trasformazione intensiva della loro
agricoltura, mercé le opere irrigue apprestate dalla Cassa per il Meszo-
giorno. Allo sbocco della valle del Basento, nella vicina Basilicata, si trova
Ferrandina con i suoi pozzi di metano, ove già è in via di formazione uno
dei più promettenti nuclei industriali. Il metanodotto che da Ferrandina
dispenserà il gas naturale alla regione pugliese, che è fra le più dinamiche
del Mezzogiorno, lascia adito alla speranza di un non lontano sviluppo
delle già progettate zone industriali di Bari, di Brindisi e della stessa
Taranto.
Agricoltura in espansione ed energia a buon mercato fanno ritenere
che, con l'ausilio delle previdenze già in atto, che saranno sempre più ri-
gorosamente coordinate in uno schema di programmazione dello sviluppo,
la trasformazione economica della Puglia, della Basilicata e della Calabria,
mediante una più decisa affermazione di nuove attività industriali, sarà
fra le prospettive plausibili di un avvenire non lontano. Questo processo
sarà certamente favorito dall’insediamento di un'industria di base come la
siderurgia.
Con la costruzione del centro di Taranto e il potenziamento di Ba-
guoli si avrà un migliore equilibrio spaziale della produzione siderurgica
nazionale in quanto essa avverrà per il 55% al Nord, per il 15%, al
Centro e per il 30% al Sud, contro la distribuzione attuale che vede la
produzione di acciaio accentrata per il 79% al Nord, mentre al Centro
è del 12%, e al Sud appena del 9%. In secondo luogo si avrà nel Mezzo-
giorno una concentrazione di investimenti dell'ordine di 260 miliardi di
lire nel giro di poco meno di 5 anni. In terzo luogo si avrà per Taranto
e Bagnoli un incremento diretto di occupazione di circa 6.000 unità e
una erogazione globale di salari pari a circa 14 miliardi di lire, il che,
con un moltiplicatore pari a 3,5, significa un flusso monetario aggiuntivo
costante nel tempo di circa 50 miliardi di lire all'anno, i cui effetti non è
il caso di sottolineare.
Ciò significa, in conclusione, una decisa azione di rottura e di contem-
poranea trasformazione, localizzata nello spazio, delle esistenti strutture
economiche e sociali, aventi una elevata carica diffusiva, e, quel che più
conta, la realizzazione, per la prima volta, come è stato recentemente ed
autorevolmente sottolineato dal presidente della Finsider, professor Ma-
nuelli, di una politica industriale tendente a ridurre le distanze tra Nord
e Sud piuttosto che ad allargarle.
La strada da percorrere è ardua e i problemi ancora da risolvere molti
e complessi ma essi, ne siamo sicuri, saranno superati se si persevererà nella
serena e consapevole certezza dei rischi da affrontare e degli ostacoli da
rimuovere e se, soprattutto, si mirerà a far sì che le parole Nord e Sud
diventino, al più presto, solo un ricordo di un passato storicamente conchiuso.
I paesi
sottosviluppati
Nonostante alcuni paesi siano stati negli
ultimi anni protagonisti di rilevanti fenomeni
di espansione economica, la situazione inter-
roi
SII
nazionale in questo campo resta ancor O
teatro di gravissime sperequazioni tra il te
nore di vita di differenti paesi o di differenti
zone.
I cosiddetti “miracoli economici” non costi
tuiscono dunque la regola: regioni vastissime
non vi hanno partecipato o si sono inserite
nel processo di sviluppo solo temporanea-
mente e parzialmente. Le disuguaglianze che,
all’inizio di questo secolo, già esistevano tra
paesi e paesi, zone e zone, si sono accentuate
ed hanno assunto tale rilevanza da risvegliare
l’attenzione degli studiosi dando l’avvio ad
una serie di teorie economiche dirette a met-
tere a punto sistemi di intervento destinati
a favorire lo sviluppo dei paesi meno pro
erediti.
Se ci richiamiamo all'inchiesta condotta
dall’ O.N.U. nel 1950 (unica raccolta di dati ve-
ramente completa sull’argomento), vediamo che
su settanta paesi, rappresentanti circa il go
della popolazione del mondo e più del 90
)
del reddito globalmente prodotto, ben qua
ranta risultarono avere un reddito annuo pro
capite che non eccedeva le 30 lire, solo
o godevano di un reddito annuo pro ca-
ti
OTT
pite ecuale O superiore ad 1.200.0c lire €
ventidue si trovavano in una posizione in
termedia tra questi due estremi.
Ma, mentre gli otto “paesi ricchi” rappre-
sentavano solo un decimo circa della popo
lazione totale, cioè poco più di 300 milioni
di abitanti, e disponevano di un reddito pari
al 56% del reddito globalmente prodotto, i
|
quaranta “paesi poveri”, con una popola
zione di un miliardo e mezzo circa di persone,
producevano nel 1950 un reddito pari ad un
settimo del reddito vlobale, un quarr»oo di
quello a posizione dei °* paesi ricchi”.
Dalle statistiche annualmente pubblicate
dall’O.N.U. si può dedurre che tra il ’so e il
, il divario tra i tassi di sv
Ì Ippo dei
“paesi ricchi” e dei ‘paesi poveri sI è
andato approfondendo piuttosto che colmando.
Il reddito reale medio pro capite in Europa
occidentale è aumentato nell’ultimo decennio
di più del 3% all’anno (Italia 4.6
o), men
tre il reddito reale per abitante in Ind
aumentato solo dall’ 1 al 2 % all’anno.
\i “miracoli economici” di alcuni paesi
fa dunque riscontro basso o bassissimo
tenore di vita di una grande
ecioranza
Qui sopra e nella pagina accanto
è fin troppo ovvio. L'esistenza e l'entità del fenomeno del sottosviluppo si sono imposte con urgenza alla conside
Il problema è aperto: occorre studiare il sistema n
della mentre
i paesi ricchi godono di una crescente pro-
sperità, le regioni sottosviluppate restano legate
a situazioni di estrema indigenza e arretratez-
za per una serie di caratteristiche strutturali
popolazione del mondo. E;
che impediscono il manifestarsi dei presup-
posti del benessere.
Il principale di questi presupposti è la
possibilità del formarsi, in una regione o
in un paese, di una capacità di investimento
autonoma. Vi si oppone, nelle aree sottosvi
luppate, la tendenza a consumare integral-
mente il proprio reddito anche per aumenti
successivi abbastanza rilevanti.
La ragione di una simile tendenza è da ri
reddito nei
percentuali
cercare nelle origini del
sottosviluppati. deriva, in
molto rilevanti, dalle attività agricole, che
paesi
Esso
com’è noto presentano tassi di produttività
molto inferiori a quelli delle attività secon-
darie e terziarie: ad esempio, l'indice della
popolazione impiegata nell’agricoltura è ri-
spettivamente pari al 13% delle forze di
lavoro | negli U.S.A. e al 67% in India.
Non solo, ma la produttività del lavoro
agricolo nei paesi ricchi è superiore di
ben dodici volte a quella dei paesi poveri.
Le ripercussioni di un fenomeno di queste
ore per risolverlo.
dimensioni non si limitano solo agli aspetti
economici, ma influenzano profondamente le
caratteristiche sociali e culturali delle popola
zioni.
Dalle indagini condotte dal Dipartimento
di Stato U.S.A. risulta, tra l’altro, che la
vita media nei paesi ricchi era già nel 1939
sui 65-67 anni, mentre nei paesi poveri scen-
deva a valori minimi di 27 anni (India). Si
può misurare l’entità di tali fatti sul piano
rilevando che in India solo il
54% dei nati arrivava ai 15 anni ed il 15
Go. Negli U.S.A. le percentuali
0%. È
economico
raggiungeva I
rispettive erano il 92 e il evidente
che il costo sopportato dai due paesi per la
formazione di una popolazione lavorativa ne
risultava sperequato.
I paesi poveri sono stati infatti fino a pochi
notevolmente
anni fa funestati dalle malattie epidemiche:
il tasso di mortalità infantile era elevatissimo.
L’indice di natalità era in molto
elevato. Oggi, il progresso della medicina e
la scoperta antibiotici ridotto
notevolmente la mortalità, fatto che, anche se
ha ridotto il costo di formazione delle forze
cc IMmpense )
degli hanno
lavorative, ha dato luogo a rovinosi fenomeni
di esplosione demografica.
Se passiamo a considerare i consumi, tro-
il contrasto tra la miseria delle popolazioni sottosviluppate e i grattacieli di una moderna città
pne del mondo,
viamo che nel 1939 il livello dei consumi alimen-
tari pro capite era nei paesi ricchi sulle 3.000
calorie al giorno, nei paesi poveri sulle 2.150
calorie (cioè solo 350 calorie in più del cosid-
detto minimo vitale di 1.800 Nel
1959 la situazione non è radicalmente cambiata:
dalle statistiche dell’O.N.U. risulta che il con
cale Ire).
sumo giornaliero pro capite c pari a 3. O
calorie negli U.S.A. e a 1.890 calorie in India.
\ltro elemento differenziatore delle regioni
sottosviluppate è l’analfabetismo: analfabeti
glo-
f nel
sono meno del 5% della popolazione
bale nei paesi ricchi, e circa il 70°
paesi poveri.
Così si potrebbero ricordare mumerosi al-
tri fenomeni significativi del grado di arre-
tratezza delle regioni SOTtTOoSsy iluppate, come le
abitazioni, il grado di
caratteristiche delle
istruzione ecc.
La situazione che oggi riscontriamo è dun
que la risultante di un processo che, in rela
zione ad una serie di cause storiche, politiche,
sociali ecc., ha portato alcuni paesi nelle
condizioni più favorevoli per una rapida
espansione della loro ricchezza, ma, nello
stesso tempo, ha inserito regioni vastissime in
una vera e propria spirale depressiva che
con le sole proprie forze non sono in grado
6
nalfabetismo è ancora
re coscienza soc
per l'affermarsi di una ma
costituiscono un freno alle possibilità di sviluppo dell’
di superare: il « circolo vizioso della miseria ».
Un quadro di questo genere non poteva
non richiamare l’attenzione: si trattava di
affrontare il problema e di programmare una
serie di interventi risolutivi. Così dal 1946
l’organo internazionale fondato dalle princi-
pali nazioni del mondo dopo lo scioglimento
della Società delle Nazioni, V’'O.N.l
cò al problema delle regioni sottosviluppate
si dedi-
nell’intento che la cooperazione economico
dalle Nazioni Unite,
valesse ad attenuare, se non ad eliminare, le
finanziaria, promossa
differenziazioni economiche, sociali e cultur:
tra i vari paesi. Nell’ambito di questo massic
cio intervento furono istituiti organismi come
Internazionale di Ricostruzione e
il Fondo Monetario
nale, che hanno avuto lar parte nelle ope-
la Banca
Internazio-
Sviluppo ed
razioni di finanziamento dirette a rialzare le
sorti delle zone depresse, come la F.A.O.,
le, ma anche per la consideraz
tera economia intern
molto diffuso nei paesi sottosviluppati. Combatterlo, e affiancare alla lotta contro
za la lotta contro la povertà con interventi coordinati ed effic
ci, è un'esigenza avvertita non soltanto
ione che le zone sottosviluppate
ente incaricato di studiare le cause e le vie di
eliminazione dei fenomeni di sottosviluppo
nell’agricoltura ecc.
Gli aiuti inter
ottosviluppati
1954 €
742 miliardi 440 milioni di lire, il
88 miliardi 140
ricevuti dai
molto rilevanti:
il 1958 l’Algeria ha ricevuto
zionali
paesi
sono stati
tra il
Messico
milioni, il Brasile 235 mi-
miliardi 840
milioni.
liardi soo milioni, l’India 309
milioni, la Corea 823 miliardi 980
Abbiamo parlato delle gravi sperequazioni
che caratterizzano la situazione economica
attuale in campo internazionale. Sia pure con
aspetti molto meno preoccupanti anche l’Ita-
lia partecipa a questo fenomeno, documen-
tato fin dalla fine del secolo Mentre
le zone del Centro-Nord realizzavano incre-
menti di
SCOrso,
reddito pari o quasi a quelli dei
paesi più progrediti, il
comprende il 41%, del territorio nazionale ed
Mezzogiorno, che
i della popolazione e produce solo il
il 37°
21% del reddito globale, procedeva ad un
ritmo di sviluppo molto più lento.
\nche qui alla differente distribuzione dei
redditi si accompagnavano fenomeni a sfondo
demografico e sociale: la vita media era nel
a $2 anni nel Sud ed a 57 anni nel
1939 par
resto del paese, l’analfabetismo si aggirava sul
41%, nel Sud e sul 21% nel Centro-Nord
(percentuali che si sono oggi ridotte ad un
6% circa nelle regioni centro-settentrionali e
ad un 20% per il Meridione), i consumi ali
Sud
nel resto del
mentari comprendevano nel quasi il
60% della spesa e solo un 4
paese CCC.
Parallelamente all’azione promossa in cam-
po internazionale, in Italia, è stata program
volti ad
mata una serie di interventi incre
mentare le condizioni di sviluppo nel Sud,
da parte sia di enti nazionali, come la Cassa
per il Mezzogiorno, la Svimez e la Banca d’Ita
lia, sia di enti internazionali, come la C.E.C.A.,
PO.E.C.E., la Banca Europea degli Investi
menti.
\ questi interventi si sono affiancate
in questi ultimi anni le iniziative di aziende
private e a partecipazione statale che hanno
costruire nel
costruito o si! accingono a
Sud grandi stabilimenti. Tra esse è di fonda
mentale importanza la costituzione a Taranto
del centro siderurgico: l’industria siderurgica
rappresenta infatti il punto di partenza delle
produzioni meccaniche, pone cioè la prima
pietra per una compiuta e reale trasformazione
di ogni paese in condizioni di sottosviluppo.
Le ragioni di questa presa di coscienza
collettiva nei confronti di una situazione già
da tempo in atto, sono molteplici e non è
Alla
del fenomeno sta una serie di fatti Oggettivi
facile darne un quadro completo. base
che non dobbiamo dimenticare, come la di
namica del reddito che ha accentuato le spe
requazioni come il
della medicina che ha incrementato
dalla
Ma, oltre a questi fatti og
fattori di
importanza che influenzarono i programmi di
lato
preesistenti, progresso
li
scom
pensi provocati sovrapopi‘ lazione ecc.
ettivi, vi furono
indubbiamente altri fondamentale
intervento: da un l’affermarsi di
ma
una
riore coscienza sociale, d’altro lato la con
siderazione che le zone sottosviluppate si tra
ducevano, sul piano economico, in grandi
vuoti di mercato e costituivano al limite un
freno alle possibilità di sviluppo dell’intera
economia internazionale. Gli stessi paesi sot-
tosviluppati, in contatto sempre più stretto
con il resto del mondo e con le conquiste
della scienza e della cultura, finivano nel frat-
tempo con l’inserirsi nel gioco delle forze
economiche e politiche reclamando il loro
diritto ad una vita autonoma.
L'esistenza e l’entità del fenomeno del sot-
tosviluppo si sono dunque imposte con ur-
genza alla considerazione del mondo. Il pro-
blema è aperto: si stanno ora studiando i sistemi
migliori per risolverlo, in modo da assicurare
a tutti i paesi le condizioni essenziali per libe-
rarsi dalla schiavitù del bisogno e raggiun-
gere quel benessere e quella tranquillità che
garanzia di un vivere
sono democratico.
Una scuola elementare in un’ «area depressa »
L’analfabetismo in Italia
Solo vent'anni fa gli analfabeti erano
nell'Italia meridionale il 41%, della
popolazione: oggi questa paurosa ci-
fra è dimezzata al 20%). Nel Centro-
Nord, analogamente, si è passati dal
21% al 6% di analfabeti. Sono dati
confortanti, ma lo squilibrio tra Nord
e Sud è sempre molto forte ed è
necessario colmarlo al più presto, se
vogliamo che le iniziative di sviluppo
in atto per il nostro Mezzogiorno
possano dare pienamente i loro frutti.
La distribuzione
del reddito nel mondo
Questi due grafici sembrano due ban-
diere. In effetti sono le vere ban-
diere dei «paesi ricchi» e dei « paesi
poveri », il simbolo del pauroso squili-
brio esistente nel mondo. Il grafico
a sinistra (paesi ricchi) ci dice che
il 10%, della popolazione mondiale
(cioè 300 milioni di uomini fortunati
aventi un reddito annuo pro capite
da 1,200.000 lire in su) si divide il
56%, del reddito mondiale di un anno.
Il grafico a destra (paesi poveri) ci
dice invece che il 50% circa della
popolazione mondiale (un miliar-
do e mezzo di uomini aventi un
reddito pro capite che 1 supera le
30.000 lire all'anno) si contende ap-
pena il 14%, del reddito mondiale
annuo. Altri ventidue paesi, non in-
clusi in questi grafici, occupano una
ione intermedia.
Un asilo-nido in un «paese ricco»
1939
50%
0
8 «paesi ricchi»
56%, del 10% della
reddito mondiale popolazione
annuo mondiale
reddito popolazione
1960
Sud
Centro-Nord
10 «paesi poveri»
14% del circa il 50%,
reddito mondiale della popolazione
annuo mondiale
reddito popolazione
Due sostegni d’oro di recipienti per essenze dal bordo riccamente orna-
to (VI secolo a. C.). Le fonti letterarie che ci parlano della ricchezza
dell'antica Taranto, una città nata per opera di un gruppo di coloni
spartani e divenuta in seguito, specie verso il IV - III secolo a. €., centro
della civiltà ell ica, sono pi conf dai ritro i
archeologici. La preziosità e la raffinata fattezza di alcuni diademi d’oro,
di numerose collane, orecchini, e di altri oggetti di uso privato venuti
alla luce, rispecchiano quel gusto del lusso, dell’ eleganza e quella certa
“mollezza” di vita per cui Taranto è stata chiamata la «Parigi dell'antichità”,
I tesori
dell’antica
Taranto
Tra le testimonianze del passato splendore
di Taranto, che fu uno dei centri più ricchi
e fiorenti della Magna Grecia, particolarmente
interessanti sono i monili d’oro e d’argento,
alcuni dei quali conservati nel museo della
città ed attualmente esposti a Torino alla
mostra degli «Ori e argenti dell’Italia antica».
Gli splendidi diademi, le collane, gli anelli, le
corone, î braccialetti, gli orecchini di cui si
adornavano le donne tarentine del IV e III
secolo prima di Cristo mostrano quale livello
di raffinatezza avessero raggiunto gli orefici del
periodo ellenistico. Di questi straordinari tesori
(quasi tutti ritrovati nelle tombe della necro-
poli di Taranto) e delle tecniche con cui ven-
nero creatî da eccezionali artigiani, ci parla
in questo articolo Mario Pomilio.
Quando i romani davano a Taranto il ti-
tolo di wo/fe, alludevano forse alla dolcezza
del suo clima, più ancora, forse, ai costumi
dei suoi abitanti. Per cui, se Orazio rimpian-
geva, con la nostalgia dell’età matura, il fiu-
me Galeso scorrente tra gli ulivi e le bucoli-
che immagini delle greggi dalle lane finis-
sime che andavano ad abbeverarvisi, proba-
bilmente tra i “duri” romani, i quali v’erano
venuti in contatto proprio negli anni del suo
maggiore splendore e quand’era ormai, nella
Magna Grecia, una specie di capitale morale
e il centro maggiore della civiltà ellenistica,
Taranto era rimasta proverbiale piuttosto pel
suo lusso. E chi abbia infatti una qualche no-
zione d’archeologia, e soprattutto abbia vi-
sitato il bel museo della città, conosce quale
livello v’avessero raggiunto talune arti, in
ispecie l’oreficeria e la ceramica, legate appun-
to a un certo gusto del vivere e a un generale
tono d’eleganza nei costumi.
Beninteso: come nulla s'è salvato dell’archi-
tettura della Taranto greca, così assai poco,
comparativamente, ci è rimasto dell’orefi-
ceria, dei bronzi, della stessa ceramica taren-
tina (pur così ampiamente documentata nelle
sale del museo), benché ciò che abbiamo sia
sufficiente a illustrarcene il livello e la diffu-
sione. I romani, per esempio, si facevano un
vanto d’aver portato via dalla città, allorché
la saccheggiarono per punirla d’essersi schie-
rata al fianco di Annibale, una massa enorme
d’argento figurato e lavorato, e oro per mi-
gliaia di libbre (83 mila, pare dica Tito Livio
benché i moderni tendano a correggere in
un 3080: comunque sicuramente il meglio
dell’oreficeria ellenistica di Taranto). E a
mandare a male il resto ci pensarono il tempo,
le invasioni, i saccheggi. Sicché quel che pos-
siede oggi il Museo Nazionale di ‘Taranto
proviene per intero dalle tombe.
Ma la stessa fondazione del museo è arri-
vata malauguratamente troppo tardi per im-
pedire che alcune preziose raccolte andas-
sero disperse o finissero in musei stranieri.
La sua nascita risale infatti al 1910, 0 giù di
li, e il suo sviluppo ha accompagnato passo
passo lo sviluppo della città nuova — quella
a sud-est del ponte girevole —, dove, da
settant'anni a questa parte, non passa, si può
dire, un giorno senza che, aprendo una nuova
strada o scavando le fondamenta per un nuovo
edificio, si ritrovi un frammento, un oggetto
prezioso, una tomba, un intero gruppo di
tombe. Ed è storia di tutti i giorni l’occulta
guerra condotta dalla Soprintendenza alle An-
tichità contro i trafugatori e contro i frettolosi
e poco scrupolosi imprenditori edili. I risul-
tati della sua opera, però, sono tangibili. E il
visitatore che tra un anno avrà la fortuna
di tornare di nuovo al Museo Nazionale, lo
troverà almeno triplicato, o quadruplicato ri-
spetto ad oggi, tale è la quantità di materiale
nuovo venuta fuori dalle scoperte recenti. Si
tratta, come al solito, di tombe: in pietra grez-
za, a un metro o due al disotto del livello del
suolo, non hanno nulla, nella parte esterna,
della ricchezza decorativa del sarcofago ro-
mano; ma basta spostarne il rozzo coperchio
perché splendano di nuovo alla luce, accanto
ai pochi resti umani miseramente logorati dal
tempo, anfore bellissime per disegno e colori,
e anelli e collane, diademi e orecchini d’oro,
corredi interi d’oggetti preziosi collocati li
dalla pietà dei vivi.
Pure, chi si recasse al museo di Taranto in
questi giorni, riceverebbe una piccola delusio-
ne: e se volesse ammirarne la celebre collezio-
ne di ori e argenti dovrebbe piuttosto partire
per Torino e cercarli nei padiglioni di Italia 61.
Il fatto è che, organizzando la mostra degli
«Ori e argenti dell’Italia antica», Italia "61
ha affidato al museo di Taranto, e quindi al
suo direttore professor Nevio Degrassi, l’orga-
nizzazione delle vetrine relative all’età elle-
nistica. La scelta, com'è ovvio, non è stata
affatto casuale: per l’Italia, quando si parla
dell’età ellenistica, si pensa anzitutto a Ta-
ranto e al livello di civiltà a cui essa salì
intorno al IV secolo a.C., quando, sotto la
guida d’un capo illuminato come Archita
(l’amico di Platone, l’unico caso, forse, nella
storia in cui un filosofo abbia dato buona
prova di sé in qualità di reggitore d’uno stato),
Taranto, la mitica ‘Taranto fondata da coloni
spartani, dov'erano fiorite le prime scuole
di matematica dell’Occidente e dove la mu-
sica e le scienze erano state oggetto d’un culto
particolare, impose e a lungo esercitò un
Questo preziosissimo “nodo erculeo”
costituiva la parte centrale di un dia-
dema i cui elementi purtroppo sono an-
dati in parte perduti. Tutta la superficie
è decorata da rami e fiori in filigrana
(IV secolo a. C.).
IO
predominio politico e culturale sull’intera
Magna Grecia. E fu proprio allora che vi si
sviluppò quel gusto del lusso e dell’eleganza
e quella certa mollezza del vivere che dove-
vano favorirvi lo sviluppo dell’oreficeria e
l’amore dei piccoli oggetti d’arte ad uso pri-
vato e familiare — dal letto in bronzo cesellato
ai candelabri e agli specchi d’argento —, non-
ché talune mode locali particolarmente dispen-
diose e raffinate, come quella dei diademi d’oro
e degli orecchini a grossi pendagli (magari ar-
ricchiti, gli uni e gli altri, da pietre preziose),
assai più diffuse, per esempio, a Taranto che
nella vicina e non meno ellenizzata Campania.
Per le epoche precedenti, al contrario, l’arte
dei metalli preziosi è a Taranto documentata
assai meno: e ciò dipende dalla minore sua
autonomia dalla madrepatria, che faceva sì
che ori e perfino vasi fossero ancora impor-
tati dalla Grecia, e più dal fatto che i metalli
preziosi erano destinati in prevalenza ad uso
sacro (le celebri statue di Fidia erano, com'è
noto, in oro e avorio), mentre ancora nel V
secolo a Locri, in Magna Grecia e, chi sa,
anche a Taranto, l’uso dei gioielli era permes-
so solo alle etère, serviva insomma a contrad-
distinguere le donne di cattivi costumi...
Perciò solo agli inizi del IV secolo a Ta-
ranto dovettero veramente cominciare a fio-
rire l’arte dei metalli preziosi e forse le stesse
fonderie di bronzo per uso artistico, a cre-
scere in numero e grandezza le botteghe degli
orefici, a svilupparsi un commercio che coin-
teressava gli stessi banchieri — fattisi per
l’occasione imprenditori — e diffondeva i pro-
dotti di Taranto fuori della cerchia della città,
in Puglia e lungo l’intero arco delle coste
ioniche. E il numero delle botteghe e il movi-
mento di capitali dovevano davvero essere
imponenti, dal momento che, a Taranto e
Una collana di maglia d’oro chiu-
sa all’estremità da un fermaglio
aureo decorato in filigrana (IV
secolo a, C.).
nei dintorni, non c’è in pratica tomba un
tantino ricca che non contenga un’intera
collezione di gioielli. FE se tanti erano gli
oggetti che occorrevano pei morti, quanti
erano quelli (sia detto senza ironia) che oc-
correva produrre pei vivi, per le etère dal
nome esotico e per le eleganti signore di Ta-
ranto le quali, accompagnate immancabil-
mente da una schiava, percorrevano in vesti
ricamate le strade solari della città e facevano
magari una puntata fino al celebre Peripato?
Non tutto, intendiamoci, era lavoro ori-
ginale. La lavorazione in serie era in atto
anche qui, e ci fa intuire molte cose circa l’or-
ganizzazione delle botteghe tarentine, le quali
spesso fabbricavano corredì di gioielli in tutto
simili per fattura e decorazione e diversi solo
per grandezza, onde renderli in tal modo ac-
cessibili alle varie borse. Si trattava, in altri
termini, d’un criterio artigianale: anche allora,
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come oggi, era il peso del metallo, assai più Quel poco che sappiamo circa le tecniche ime, naturalmente, arrivavanc
che il pregio artistico, a incidere sul prezzo: applicate lo sappiamo in massima parte dai a Taranto via in lingotti di varia gran
e il celebre fregio degli Amorini nella Casa bassorilievi. Ma quel poco basta a farci de dezza, a secon metallo, ma contrasse
dei Vettii a Pompei ci mostra appunto, al sumere che non differivano gran che dalle snati tutti da uno stampo, all’inc un mar
banco di vendita, un orefice in veste d’amorino attuali. Un bassorilievo del Museo Vaticano chio di fabbrica. che nc
intento a pesare scrupolosamente su una ci mostra un battitore d’oro intento ad assot nienza e ne garantiva la qu
bilancetta un gioiello scelto da una giovane tigliare un piccolo lingotto con l’aiuto d’una dalla Tracia come dalla Grecia,
donna. Era poi in uso anche una sorta di spe incudine e d’un martelletto, sulla tomba d’uno « dalla lontana Spagna la erande ri
cializzazione: allo stesso modo che all’interno schiavo amifex si scorgono una bilancetta e il serva n llifera dell’antichità , dove il
d’ogni bottega esistevano il battitore d’oro compasso e il bulino necessari all’opera di lavoro di miniera era duro € "
(il metalurgòs, era detto in greco) e via via cesello; in una pittura pompelana si scorge né giorno né notte. Alla luce
quindi i cesellatori di vario grado e varia un operaio che sta lavorando a un casco te il latore restava curvo, € talora
abilità, così ciascuna bottega tendeva a ca nendo un ceselletto nella sinistra e un minu chio e perfino bocconi, per
ratterizzarsi per un certo suo gusto e per scolo martello nella destra, mentre altri
vente
certi modelli specifici, a crearsi, se così si può telli di forma e grandezza diverse sono sparsi timetri e che scendevano in certi casi fino a
dire, una sorta d’esclusiva. attorno a lui. iso metri di profondità. Ol ai minatori
qui sopra: il diadema fiorito, uno dei capolavori dell’oreficeria antica in alto: tipicamente tarentini sono i diademi aurei. Le foglie di alloro.
(INI secolo a. C.). Questo diadema proviene dalla tomba di Canosa, di quercia, di olivo erano stampate nella lamina d'oro che veniva
nella quale fu trovato un gruppo di oreficerie veramente eccezionale fra poi ritagliata lungo i bordi. Uno degli esemplari più belli, a parte
cui un portagioie a forma di conchiglia che reca il nome messapico il diaden fiorito di Canosa, è il raffinato diadema a foglie di rosa
della giovane proprietaria, Opakas Sabalidas. del IV secolo a. C.
12
Due paia di orecchini d’oro del IV secolo a. C.: i primi hanno la forma cosid-
detta “a sanguisuga” con decorazioni in filigrana, i secondi sono costituiti
da dischi, adorni di elementi floreali, e da pendenti decorati con un leggero
cordoncino d’oro che li avvolge a spirale.
(Fotografie della Soprintendenza alle antichità di Taranto).
c'erano i portatori, gli addetti alla frantuma-
zione e al lavaggio dei minerali, e finalmente
i fonditori — poiché la fusione avveniva sul
posto, in forni a carbone di legna scavati nel
terreno —. In compenso, le tecniche erano
assai buone, il minerale veniva sfruttato quasi
alla perfezione, e ne seppe qualcosa il povero
Balzac, il quale, in una delle sue sballatissime
imprese finanziarie, s'era illuso di poter arric-
chire tornando a sfruttare le scorie rimaste
nelle miniere d’argento della Sardegna. Allo
stesso modo, la caratura dell’oro e dell'argento
era ottima, mentre il bronzo, in tutta l’area
mediterranea, e quindi anche a Taranto, era
dosato all’incirca secondo le medesime pro-
porzioni: il 14 per cento di stagno, se si trat-
tava di bronzo destinato ad oggetti pregiati,
il 10 per cento se si trattava di oggetti d’uso
comune: e semmai una minima variazione nel
dosaggio serviva a ottenere una diversa sfu-
matura di colore, come si nota appunto in
certi oggetti bronzei di Taranto, impreziositi
dall’accostamento di toni diversi.
Ma al di là dei suoi aspetti industriali o ar-
tigianali, al di là della perfezione stessa dei
procedimenti adottati, bisogna dire che l’ore-
ficeria tarentina si distingueva per l’originalità
dei suoi prodotti, per la sua creatività. Gli
anelli con rappresentazione, incisa o a rilievo,
su castoni che tendono ad aprirsi in un’el-
lisse vagamente barocca, gli orecchini a elice,
quelli a navicella, quelli a cerchio con protome
leonina, le collane con chiusura a protome ani-
mali sono, per esempio, tipicamente tarentini.
E tarentine sono soprattutto le corone aurce
a foglia d’olivo, di lauro o di quercia, che
s'ottenevano pressando con uno stampiglio
la lamina d’oro e ritagliandone quindi i bordi.
E sarebbe lungo intrattenersi sulla superba
finezza di ciascun gioiello, sull’eleganza dei
bracciali tubolati o a maglia, serpentiformi o
a tortiglione, e dei pendagli a grani, ad an-
forette, a testa d’ariete, sul virtuosismo con
cui sono riprodotti, a dimensioni di minia-
tura, figure mitiche o amorini, immagini
d’uccelli o d’animali domestici, e fiori, so-
prattutto, schiusi in sottilissimi petali d’oro,
dolci omaggi dei vivi ai defunti e pegni amo-
rosi di sopravvivenza.
Ciò che infatti più turba, di fronte a questi
ori, è, al di là del loro pregio intrinseco, la
loro destinazione sacra: e poteva essere futile
la vita privata nella wolle Tarentum, ma la
riscattava ciò che essa consegnava religiosa-
mente alla morte. Diventa, così, stranamente
toccante quello che è comunemente consi-
derato il capolavoro dell’oreficeria antica, il
diadema fiorito scoperto nella tomba degli
ori di Canosa: una mirabile fioritura di fili-
grane, di smalti, di pietre preziose, che i
genitori, prima di comporla nella tomba,
dovettero accoratamente posare sui capelli
della loro figliuola, una giovinetta, Opakas
Sabalidas, dal gentile nome messapico, sep-
pellita con accanto i segni della sua età e della
sua condizione, un portagioie a forma di
conchiglia, un astuccio contenente un minu-
scolo specchio, uno scettro laminato d’oro
con in cima due vittorie alate.
La più recente cinematog
afia italiana sembra aver ritrovato, specie
di Vittorio
nditi ad Orgosolo”
De Seta (qui sopra) e con «Il brigante” di Renato Castellani (in basso) un nuovo e più approfondito inte-
resse per i problemi del nostro Mezzogiorno, o meglio, delle nostre aree depresse”.
Cinema
e problemi
del Sud
Molti film italiani, specialmente dal ’45 in poi,
sono stati ambientati nel Sud o hanno comun-
que trattato argomenti meridionalistici. Quanti
di essi hanno saputo dare del nostro Mezzo-
giorno un'immagine vera ed esprimerne i pro-
blemi? È il tema di cui tratta în questo arti-
colo Atanasio Mozzillo.
Il nostro cinema si è fermato ad Eboli,
anzi neanche vi è giunto, distratto dal colore
e dai vicoli, dalle voci e dal clamore di Na
poli. Il Mezzogiorno, la sua problematica,
la sua storia, i tanti aspetti di una condizione
anacronistica, insomma la ‘questione meri-
dionale” nelle sue molteplici implicazioni è
rimasta estranea anche agli uomini di cinema
più impegnati nello studio della realtà ita
liana. Non è facile spieg
mentre la tematica meridionalistica trovava
arsi per quali motivi,
nei nostri scrittori un’eco così vasta, restava
invece pressoché ignota al cinema, o tut-
tal più vi entrava sporadicamente, costretta
entro limiti che, quando non la riducevano a
un confuso repertorio di luoghi comuni
sentimentali e folkloristici, la mortificavano
a strumento di propaganda politica (e basti
pensare al documentario di Carlo Lizzani,
jato, o al film
Nel Mez gogiorno
di Genina, Cielo
certe prospettive, si mostra abbastanza at-
palude, che pure, entro
tento agli aspetti più immediati della mise-
ria contadina).
in alto: la scena della fucilazione dei patrioti siciliani
in “1860”, Realizzato da Alessandro Blasetti nel 1933,
questo film è una felice rievocazione del mondo me-
ridionale all'epoca dell’irgresso dei Mille, Qui sopra:
un'immagine da La terra trema” di Luchino Vi-
sconti (1948) ambientato tra i pescatori siciliani.
Questa diagnosi, che a un lettore frettoloso
potrebbe sembrare tanto negativa da far
troncare appena iniziata l’analisi che inten-
diamo svolgere, non esclude la presenza di
un certo numero di opere sufficienti da sole
a giustificare il nostro discorso. Tentativi ce
ne sono stati, più o meno seri, più o meno
coscienti, tutti comunque falliti, o sul piano
narrativo o, ancora, su quello non meno es-
senziale dell’impostazione culturale. Uniche
eccezioni l’ultimo film di Visconti Rocco
e i suoi fratelli e 1860 di Blasetti: due ope-
re che possono assumersi a esempio di quanto
e come doveva farsi, di quanto ancora oggi
può farsi perché finalmente il Sud entri nel
cinema non più attraverso i compiacimenti
estetizzanti e la retorica rurale, ma trovi in
opere di più profondo impegno, di più ampio
e coraggioso respiro una sua dimensione rea-
le, non diversamente dai libri, dai saggi, dai
racconti di Alvaro e di Jovine, di Levi, di
Scotellaro, di Silone e di Sciascia.
Che il cinema del dopoguerra non riesca
ad aggredire, a scavare la realtà meridionale,
è considerazione che trova concorde la cri-
tica, anche quella più propensa a perdonare
a un certo settore della nostra cinemato-
grafia, e in nome di un idolatrato e malinteso
“neorealismo” errori e deficienze talvolta
madornali. Perché, oltretutto, il cinema del
dopoguerra aveva già una strada tracciata,
un esempio che, debitamente studiato e rie-
laborato, avrebbe permesso di avvicinare il
Mezzogiorno in uno degli aspetti essenziali
per la comprensione dei suoi problemi, e cioè
la coscienza della sua storia. Perché anche il
mondo contadino, le città e i paesi, le marine
e le campagne del Sud hanno avuto una sto-
ria, hanno vissuto negli anni una complessa
vicenda e, lungi dal restare immobili e avulsi
dal tempo, hanno partecipato al generale
movimento di civiltà; una civiltà che se an-
che «non ha potuto attingere gli indici di
benessere conseguiti dai paesi continentali,
anche se si è fermata per lunghi anni allo stato
preindustriale, anche se è tuttora attardata dal
peso di vaste plaghe isolate e tagliate fuori
dalla circolazione della vita europea, è una
civiltà che si è alimentata alla cultura dell’ oc-
cidente d’Europa, che si è tenuta al passo
con questa, che vi ha recato un suo rilevante
contributo... dominata dai principi, dagli
ideali, dalle aspirazioni che sono proprie e
tipiche della civiltà europea » (1).
Quanti parlano della civiltà meridionale
come di una civiltà “primitiva”, una civiltà
che sarebbe rimasta “incontaminata” da quan-
to è accaduto in Europa dalla Riforma ad
oggi, dimenticano o vogliono dimenticare
queste considerazioni che nascono spontanee
in chi si avvicini al problema sollecitato e sor-
retto da un elementare senso storico... Il mito
letterario di una «anima antica del nostro
paese, con i suoi perenni contrasti, con la sua
lucente dolcezza meridionale ed il suo duro
mistero » (2), ritorna in tante voci più ©
meno sofisticate, che ancora vaneggiano di
un mondo estraneo alla storia, inaccessibile
e ostile, riserva di preziose componenti et-
qui a fianco: una scena de “
Tacca del Lupo” di Pietro Germi,
all'omonimo racconto di Riccardo B
ito piemontese subito dopo |
e per stroncare il banditismo mer
sotto: sempre di P.
della speranza” ri
tativo di espatrio di un gruppo di meridionali.
TO
Pr di
qui a fianco: nel film «In nome della leg
ispirato
sotto: |”
Parondi
sconti,
trasferisce nella grande ci
del Nord.
ti
LS
niche e storiche, di abiti teoretici ed etici che
avrebbero «...staticamente conservato pre-
sente in mezzo a noi la tradizione della civiltà
greca rigenerata e vivificata dalla Chiesa cat-
tolica ». E non si creda che questo atteggia-
mento, questa sorta di malcelato decadentismo
debba farsi risalire al “Cristo” di Levi, o sol-
tanto ad esso. Per poco che si cerchi nella
letteratura ‘‘entre-deux-guerres”’, nella cul-
tura di quel periodo (e anche prima, natural-
mente) si troveranno motivi e atteggiamenti
che, contrabbandati di volta in volta come
nazionali e strapaesani, georgici, arcadici €
così di seguito, servono soltanto a masche-
rare l'incapacità di certi nostri letterati ad
attingere una tematica viva ed originale, a
lasciare i giochi e le esercitazioni di una cul-
tura di accatto, pronta a passare con la più
incredibile leggerezza dalla più cerebrale e
aggressiva avanguardia ai nastri e ai velluti
delle accademie più o meno ufficiali. Tutto
questo non fa che accrescere l’interesse e la
singolarità di 7860, realizzato da Blasetti nel
1933, € cioè in un clima di generale banalità
e di accesa retorica. Il film è una felice rievo-
cazione del mondo meridionale alla vigilia
di quegli avvenimenti che ne avrebbero de-
terminato una prima violenta ma necessaria
lacerazione. Per la prima volta il Sud, la sua
gente, la sua secolare miseria, le cause della
sua origine e le condizioni della sua durata
venivano proposte ad un pubblico che pe-
raltro era tenuto a ignorare l’esistenza stessa
di una “questione meridionale” o a consi
derarla patetico e inoffensivo retaggio della
“Italietta” giolittiana e liberale. Ancora oggi
1860 può dirsi il più onesto tentativo di esa-
minare i molteplici aspetti della condizione
del Sud, in relazione ai tanti e così ardui
problemi posti dalle esigenze dell’unità na-
zionale. Il profondo divario tra due mondi,
l’uno ancora legato a strutture anacronistiche
anche se suggestive agli occhi di qualche ro-
mantico viaggiatore di incanti, l’altro, che
andava rapidamente assumendo forme e modi
di una società più moderna e cosciente, que-
sta diversità che a volte si manifestava tragi-
camente, viene illustrata in immagini convin-
centi ed efficaci, dove non mancano di farsi
sentire le allora recenti esperienze sovietiche,
sintattiche e narrative. La vita delle comu-
nità contadine, l’immediatezza del sentimento
religioso, il valore e la presenza della tradi-
zione, il profondo radicamento storico, l’an-
sia d’inserirsi nel movimento nazionale, di
liberarsi attraverso una presenza concreta dai
legami e dalle sovrastrutture di una società
e di un sistema ancora feudali, estranei finan-
co alle innegabili conquiste della rivoluzione
borghese, tutto questo, insomma, confluisce
nella tematica risorgimentale e meridionali-
stica proposta da Blasetti. Un'opera, oltre-
tutto, che si raccomanda per una disincantata
visione delle cose, lontana dalle soluzioni
talvolta umoristiche, sempre tendenziose della
storiografia tradizionale e savoiarda. E se
anche non si giunge all’assurdo di certe tesi,
per cui i limiti e il “fallimento” del nostro
Risorgimento risentirebbero di una mancata
rivoluzione contadina, il film può già dirsi
una sorprendente risposta anze /ifferam a chi,
nell'immediato dopoguerra, avrebbe affer-
mato l’immobilità del mondo contadino, la
sua ostinata secolare chiusura e, in definitiva,
l’estraneità sua alla storia del paese.
L’aver mancato d’insistere nei termini di
questa prima singolare esperienza è forse
uno degli aspetti più deludenti della nostra
gracile cinematografia. Gracile soprattutto in
quanto rivela la carenza assoluta di prepara-
zione culturale; e avvicinare una certa tema-
tica implica la conoscenza e il ripensamento
delle soluzioni avanzate e discusse in sede so-
ciologica e storica, mentre invece — come
osservava anni fa un critico (3) « caratteristi-
ca della nostra cinematografia è una superfi-
cialità diffusa, una conoscenza ad orecchio di
molte cose, ed una grave leggerezza di giu-
dizio ».
Limiti, cotesti, che caratterizzano tutta
l’opera di Germi, uno tra i nostri registi più
interessati alla realtà del Mezzogiorno. Pietro
Germi viene in Sicilia attratto dal fenomeno
della mafia. Ma se il paesaggio del Sud è
ancora una volta presente con il suo incanto
e le sue tante lusinghe — le bianche case cal-
cinate dal sole, le piazze arse e sassose, le
vecchie sgangherate corriere —; anche se
l'esame di una certa psicologia isolana dif-
fidente e ritrosa viene avviato con abilità e
partecipazione, le strutture ambientali sono
viste alla luce di un meccanismo che oggi,
specialmente dopo le tante inchieste e l’ultimo
libro di Salvatore Sciascia, // giorno della civetta,
ci si rivela nel suo troppo facile schematismo,
in un voler dire e non dire, in una compren-
sione che si dimostra indulgenza, se non ad-
dirittura complicità per certe forme eufemi-
sticamente definite patriarcali e antichissime.
Del resto si ricordi che /n nome della legge
prende lo spunto da un modesto libro di un
magistrato — Guido Lo Schiavo —, una
vera e propria idealizzazione letteraria e sen-
timentale della mafia. Nel film come nel ro-
manzo il tentativo di contrapporre o di avvi-
cinare — il che è perfettamente lo stesso —
la legge dello stato, l’ordine giuridico e i
suoi tutori, alla feroce e impeccabile logica
della mafia parte sempre dallo stesso presup-
posto: anche questi pastori, questi massari,
questi campieri dalle ‘““«coppole storte’’ hanno
la loro legge, la legge di una società preesi-
stente e quindi estranea allo stato, di un
mondo “naturale’’ legato ad un suo ingenuo,
embrionale — ma non perciò meno rispetta-
bile — concetto di giustizia e di forza. Il ma-
gniloquente e melodrammatico finale del film
con l’esaltazione di massaro Turi Passalacqua
dimostra come anche le buone intenzioni fi-
niscano per annegare nella retorica, quando
ci si lascia prendere dal colore e neanche si
hanno molto chiare le idee. Dalla mafia al
brigantaggio il passo è breve. Con // brigante
di Tacca del Lupo, tratto da una novella di
Riccardo Bacchelli, Germi si sposta a Melfi,
nella Lucania degli anni immediatamente suc-
cessivi alla caduta del Regno e all’Unifica-
zione. Il fenomeno del brigantaggio politico,
17
ancora così poco noto, è certamente uno dei
“pretesti” più fecondi di cedimenti e com-
piacimenti estetizzanti. Oggi poi che all’ac-
cesa e rutilante leggenda romantica (Misasi,
Dumas, Monnet e tanti altri) si è sostituita
una più sofisticata e intellettualistica iconogra-
fia, che a Fra Diavolo e al Passatore si sono so-
stituiti inerianonimi guerrieri di oscure guerre
perdute, nuovi orizzonti si aprono ai narratori e
ai cineasti in cerca di nuove atmosfere, di sen-
sazioni nuove o tali credute. E neanche Germi
sa resistere a questa tentazione: così, se il
problema del brigantaggio è chiaramente im-
postato nei suoi presupposti politici e sociali,
se la ricostruzione ambientale delle nostre cam-
pagne è condotta col massimo impegno, se
insomma il film presenta tutti i presupposti
per un giudizio positivo, vi è sempre, ad im-
pedirlo, la vocazione “letteraria” di Germi,
la sua tendenza a fare del mondo contadino
un universo isolato, con la sua storia e soprat-
tutto con la sua legge.
Il cammino della speranza trae spunto dalla
miseria e dalla disoccupazione degli zolfa-
tari siciliani; ma dopo un avvio degno del
migliore Visconti finisce per perdersi nella
molteplicità delle ambizioni che lo muovono:
l’incontro di due diverse mentalità, di due
misure diverse e a volte antitetiche — città
e campagna —, il tentativo di prospettare
l’antinomia in termini geografici — Nord
e Sud —, i problemi dell’emigrazione interna
ed esterna e, ancora, atteggiamento molto
più pericoloso, del resto comune a tutta
l’opera di Germi, una sorta di giusnaturali-
smo che finisce per risolversi in quella depre-
cabile superficialità, dove legge e legalità
sono viste come limite e ostacolo alla libera
realizzazione di una più alta giustizia.
Lo scontro tra l’ordine giuridico e le ma-
nifestazioni di una illegalità organizzata viene
affrontato con assai maggiore sincerità da
Luigi Zampa in quel suo Processo alla città,
che resta una delle opere più coraggiose della
nostra cinematografia. La ‘camorra’ napo-
letana alla fine del secolo scorso qui diventa
l’occasione di un discorso sulla borghesia
meridionale, sul suo qualunquismo, sulla sua
indifferenza civile, sulle sue responsabilità.
Da tutto questo è dunque possibile trarre
una prima conclusione. Quei pochi film
(2! brigante di Tacca del Lupo e Processo alla
città) che muovono da una precisa individua-
zione storica dell'ambiente, si pongono ai
margini della più complessa e più ampia
questione meridionale, in quanto si limitano
a considerare soltanto alcuni degli aspetti —
e non sempre i maggiori — della problematica
meridionalistica; altri invece (// cammino del-
la speranza, Anmni difficili di Zampa, La sfida
di Rosi, e tanti altri) partono da una situazione
“locale”, da un dato geografico meridionale
per subito superarli in un discorso che coin-
volge l’intera società italiana.
Con Renato Castellani assistiamo invece al
più improvviso e sconcertante cambiamento
di scena. Dwe soldi di speranza rifiuta ogni
problematicità, e quel che prima era sofferta
pazienza delle cose e dei giorni, ora, d’un
18
tratto, si rivela gioiosa accettazione della vita.
Il film sembra aprire una muova strada, una
strada purtroppo assai breve, e che in defini-
tiva permetterà l’affermazione di una maniera
che ancora oggi domina i nostri schermi
(Pane, amore e fantasia, Nonna Sabella). Inca-
pace di impostare un discorso che tenga con-
to della storia e che quindi nella storia in-
quadri gli aspetti della società meridionale,
il cinema non ha altra via che negare l’esi-
stenza stessa dei problemi o, quanto meno,
ignorarli.
Lo sforzo di esprimere nella sua totalità
la realtà meridionale lo aveva tentato Visconti
con La terra trema. Qui egli aveva cercato
di cogliere la vita concreta di una comunità
meridionale, tentando di riviverne la quoti-
diana esperienza. A tutto Visconti
era giunto con una coscienza della nostra
realtà e cioè con una precisa consapevolezza
della presenza di un problema politico oltre
che umano. E se come osservava Ami-
rante (4) la ragione storica è vinta dalla
ragione letteraria, questo avviene perché le
componenti letterarie o, se si vuole, estetiz-
zanti della personalità di Visconti finiscono
per trasferire ogni problema su di un piano
che non è più quello della storia. Ma vivo
resta il senso tragico di questa realtà, la cru-
deltà della sua secolare miseria, il peso della
sua ignoranza, la dura oppressione di strut-
ture feudali. Ed è su questa coscienza, sul ri-
pensamento e l’approfondimento di questa
incandescente tematica che nasce il suo ultimo
film, Rocco e i suoi fratelli. Dopo mesi di pre-
parazione e anni di studio e di ricerche, Vi-
sconti affronta quello che può dirsi l'aspetto
più rilevante dei rapporti tra Nord e Sud:
la grande ondata migratoria verso le città
industriali, drammatico tra città
e campagna, lo sradicamento e l’incapacità
di accettare una vita così diversa dall’altra
che si svolge lenta nel « paese delle olive e
del mal di luna...
sconti è con Rocco, con il suo messaggio di
bontà, con la sua struggente malinconia; ma
neanche ignora le ragioni di Ciro, di chi sa
cioè che ogni conquista sul piano sociale e
della dignità umana si paga con lacerazioni
e rinunce, e che la storia si costruisce e si
plasma con una partecipazione cosciente,
ostinata e continua (la vita è una storia, ma
da farla diceva Michele Mulieri, uno dei
contadini di Rocco Scotellaro). E se Rocco
segna per Visconti il definitivo superamento
di una visione più legata ai miti che all’inda-
gine storica e sociologica, neanche può ta-
cersi che proprio in questi ultimi anni la dot-
trina meridionalistica, sia pure sulla scorta
degli studi e delle esperienze precedenti, ha
perfezionato e ampliato i suoi strumenti di
ricerca, le sue ipotesi di lavoro, ha allargato
le sue prospettive liberandosi dai tanti pseudo-
concetti che pure la chiudevano di fronte
a una situazione estranea a ogni sorta di sche-
mi, e che si veniva, si viene rapidamente mo-
dificando nei suoi stessi motivi di fondo.
questo
di
l’incontro
e degli arcobaleni ». Vi-
E di questo “nuovo corso” si fa interprete
anche la narrativa. Gli ultimi libri di Sciascia,
La Masseria del giovane Bufalari, Donnarnmma
all'assalto di Ottieri sono tutte testimonianze
di un rinnovato interesse al
non più terra di immobili incanti e di accesi
colori, ma paese alla ricerca di una sua di-
mensione civile, di un equilibrio che può
trovare soltanto in un generale riassetto se
non in una totale palingenesi della società
nazionale ed europea.
Oggi, e proprio con il film di Visconti,
può dirsi che il cinema abbia finalmente ‘
perto” il Mezzogiorno, si sia cioè reso conto
che i suoi problemi non si risolvono, e nean-
che si conoscono, fotografando fichidindia e
tonnare, marine e neri paesi diruti, rievocando
generali e briganti, nonni borbonici e mare-
scialli della Benemerita.
Se un incontro presuppone una più pro-
fonda comprensione al di là delle convenzioni
e delle apparenze, l’incontro tra il cinema del
dopoguerra e il Mezzogiorno è del tutto
mancato. Non è facile dicevamo — spie-
garci i motivi di questo pressoché totale fal-
limento. Una spie;
Mezzogiorno,
‘sco-
gazione che volesse essere
esauriente importerebbe uno spostamento del-
l’analisi su piani molto più complessi e tra
loro assai diversi. Dovremmo ricordare l’ac-
centramento romano della nostra cinemato-
grafia, con tutte le sue dannose e inevitabili
conseguenze; dovremmo insistere sulle ragioni
della nostra produzione, sulla sua pigrizia,
sul suo conformismo non sempre giustificato
dalla presenza di una censura assurda più
che intransigente, esercitata da uomini che
con il cinema e la cultura hanno assai poco
da spartire.
Tuttavia queste ragioni, da sole, non pos-
De Sica maresciallo della
Benemerita e la Lollobri-
gida “Bersagliera” in “Pa-
ne, amore e fantasia” di
Luigi Comencini,
sono spiegare né il mancato incontro da noi
lamentato, né l’involuzione di questi ultimi
anni. Ed è a questo punto che s’ impone una
considerazione di carattere storico. Il cinema
italiano del dopoguerra è nato dalla Resisten-
za. Il clima incandescente di quegli anni, la
ritrovata dignità, la certezza di una radicale
trasformazione delle strutture, l’ansia di dire,
di comunicare, di partecipare a tutti il mes-
saggio di libertà e di giustizia lo penetraro-
no, gli infusero nuova linfa, l’arricchirono di
una carica umana, di un contenuto civile che
permisero opere di eccezionale rilievo (e
non a caso l’wzico documento su Napoli,
sulla Napoli convulsa e miserabile del dopo-
guerra, resta sempre il secondo episodio di
Paisà). 1 problemi più immediati dell’uomo,
la sua sofferenza, la solitudine sua nella co-
scienza di vivere con gli altri e per gli altri,
lasciarono ai margini questioni che affonda-
vano le loro radici in decenni e secoli di storia
nazionale. Ci si pensò più tardi, ma troppo
tardi perché potesse ancora ritrovarsi un’eco
della sincerità di quei giorni. Per molti fu la
fine, altri si adattarono a girare Un marito
per Anna Zaccheo o La spigolatrice di Sapri.
Altri ancora preferirono ritornare criticamen-
te sulle proprie esperienze di lavoro, appro-
fondire e perfezionare il loro bagaglio cul-
turale. È da questi e ancora dai giovani
(Zurlini, Vancini, Rossi, Bolognini, Rosi)
che oggi il cinema italiano attende quei con-
tributi così rari in questi ultimi dieci anni.
Vi è tutta una realtà ancora da “scoprire”,
una “storia da fare”, senza infingimenti e
senza falsi pudori. E anche sul Sud “terra
desolata” c’è ancora tutto da dire.
Note al testo:
(1) vedi Compagna, Mezzogiorno d’ Europa,
Milano 1958, p. 24. Confronta nello stesso sen-
so, sia pure con diversa valutazione politica,
ViLLari, Mezzogiorno e contadini, Bari 1961,
Passim. Vedi anche le osservazioni di Ami-
RANTE (// Mulino n. 88, 1959) a proposito del
concetto « burocratico » di «arca depressa ».
(2) G. Baget, // rinnovamento italiano comincia
dai contadini del Sud, in Terza generazione 2
(1954) n. 10-11.
(3) G. BezzoLa, Lo sfondo culturale del cine-
ma italiano, in Cinema, nn. 63 e 64.
(4) vedi saggio citato nella nota n. 1. Vedi
anche di AmrrantE le acute osservazioni a
proposito di Rocco e i suoi fratelli (I fratelli
Pafundi in città, in Nord e Sud 13 (74).
12
qui a fianco: una scena
di «Due soldi di speranza»
di Renato Castellani.
sopra: l’episodio dell’occu-
pazione delle terre ne “Il
brigante”, l’ultimo film
di Castellani, presentato
quest'anno al Festival ci-
nematografico di Venezia,
20
Una scuola
e un leone
Diciamo la verità : siamo un po’ corrotti dalla ricercatezza, dal preziosismo, dalla riflessione colta e ce-
“più raffinato”.
Tutto è studiato, vagliato, preciso : un trafiletto di giornale, un'insegna luminosa, una scritta, una bot-
rebrale, dalla corsa al
tiolietta di Coca Cola, un manifesto, le frecce stradali, persino la targhetta del dentista.
Tutto nasce dall'impegno di squadre di nuovi tecmci : l’industrial designer, l'art director, il grafico,
paginatore, il consulente, lo psicologo, il sociologo, il pittore, il revisore
Tutto è misurato, calcolato, preciso : le linee, gli spazi, 1 volumi, le prospettive, 1 colori, le luci ; le parole,
al di là del loro significato, diventano ‘‘caratteri”’ che costituiscono spazi, pesi, ‘‘neri e bianchi" da distribuire
con sapienza.
Tutto ciò è giusto e va molto bene, naturalmente ; è un frutto necessario e naturale della nostra epoca ; è
il “linguaggio” al quale abituiamo î nostri occhi e le nostre menti : ma, appunto, ne siamo un po’ corrotti, un po
travolti. Ed ecco che un segno semplice, un simbolo ingenuo, una linea tirata impulsivamente con mano tremante
hanno il potere di toccarci profondamente, di sorprenderci, di commuoverci.
Un uomo che, senza sussidio di strumenti, vuoi tecnici vuoi culturali, senz
“culturali”, si metta a tracciare semplicemente un disegno o una parola con la mano, così come st faceva in antico,
il dettato di considerazioni
così come l'uomo faceva da quando inventò l'alfabeto e anche prima, così come fa un bambino col dito indice sulla
sabbia ; un uomo che fa questo subito crea un'atmosfera di miracolo, di ritorno alle origini ormai dimenticate della
specie. Non ci sono più mediazioni di sorta, tutti i bagagli dei secoli sono scaricati a terra, c'è l'uomo solo coi suoi
occhi lo vedono 0 credono di vederlo. Lo stesso
occhi e colla mano che traccia un segno, un disegno, così come
vale per le figure, lo stesso vale per le parole : è come quando, nell'epoca delle bibite imbottigliate, ci chintamo a
almo della mano.
bere me I Ì
Così questi due segni, queste due scritte (anche il disegno del leone è una scritta, poiché è un simbolo elet-
torale) pur così lontane nel tempo e nel luogo, hanno in comune l'immediatezza espressiva che scaturisce dalla sem-
plicità, dall'ingenuità, dal candore.
Il leone bianco sui mattoni rossi, come un'ombra di fantasma leonino che trapassa dalla casa, è un disegno
fatto da mano ignota in India, ad Ahmedabad, ed è un simbolo elettorale, sostituisce un nome di partito, per es-
ello di analfabetismo.
La scritta infantile ““école”, tracciata con la vernice su una lamiera qualunque, è un'insegna di una pic-
cola scuola di paese in Provenza.
I due anonimi pittori, attraverso metodi diversi e in diverse circostanze, ci hanno detto quello che volevano
dirci con la stessa toccante, commovente semplicità.
Un invito a votare, quindi alla democrazia ; un invito a studiare, quindi alla cultura ; ma al di là di questo,
sere comprensibile a tutti, dato l'alto li
uno spontaneo modo di esprimersi, pieno di poesia, di fantasia, di vita.
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Taranto
un anno
dopo
È passato un anno da quando è stata posta
la prima pietra del centro siderurgico di Ta
ranto, e già il paesaggio è tutto cambiato,
cinque chilometri a nord della città, sulla
strada per Statte.
Sono stati per un vasto tratto abbattuti
gli ulivi, i secolari ulivi della campagna ta
rentina, e alle loro linee tutte curve, alle aspe
rità dei loro tronchi scavati e contorti, al
verde delicato delle loro fronde si sono so-
stituite le geometriche strutture delle costru-
zioni industriali, tutte linee rette che segnano
prospettive nuove, e non soltanto nel pac-
saggio,
La trasformazione è stata rapida e non c’è
stato tempo per graduare l’assuefazione. In
Due immagini prese;a Tara to nella stessa località a un anno di distanza: dove era una distesa di ulivi ora si guesta terra abituata a contare lustri e de
alzano le strutture del tubificio, prima unità del centro siderurgico Italsider, 5 È
cenni senza che succeda mai nulla, a dividere
il tempo in prima e dopo d’una guerra, pare
ieri che siano venute molte autorevoli per
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fatto reale.
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sonalità a mettere la prima pietra del ‘side passate ad una pressa ad U da 1.8 tonne pressa a U, la pressa a O e le
rurgico”, tra sventolare di bandiere e discorsi late e poi ad una pressa ad O 16.2 ton di cui avevano parlato i giornal
ingigantiti dagli altoparlanti. nellate di potenza, che avrebbe dato alle le casse e dentro c'erano davvero, in pezzi
« Sarà vero? » si chiedevano molti, amt lastre di metallo una forma perfettamente ci smontati, le acchine: i simbo
cando un po’ tra di loro, ritrovando in un’ lindrica. Poi sarebbero venute le saldatrici abbecedario uscivano dalla carta
nica incredulità la naturale difesa contro ogni interne ed esterne, per unire indissolubil- dalle parole e diventavano ur
promessa non mantenuta. mente i bordi, e i tubi sarebbero stati pronti Frattanto, occorrendo un
I giornali dicevano che era vero, che final dopo un controllo ad una pressa idraulica personale qualificato,
mente anche a Taranto stava succedendo e un altro controllo fatto con i r
racei X \merica dei giovan apposta pet
qualcosa di nuovo, di importante, di decisivo. per essere spediti al cliente. imparare, in una fabbrica simile a quella che
E riportavano la pianta dello stabilimento, Presse ad U, presse ad O, controlli ai rag doveva sorgere qui, cc fabbricano
che appariva più grande di tutta la città messa gi X: sembravano i simboli di uno stran Ì E questi tarentini alla fine del tirocinio
insieme, e descrivevano con dovizia di parti abbecedario del progresso. erano tornati un po’ cambi più seri e con
colari come sarebbero stati gli impianti, co Finita la cerimonia dell prima pietra, i sapevoli. Avevano potuto vede molti mesi
minciando dal tubificio, che era, dicevano i buldozer ricominciarono subito a spianare il prima degli altri, come essero dato
giornali, la prima fabbrica da costruire, senza terreno e ad abbattere gli ulivi, e per qualche nel futuro, la fabbrica di tubi già funzionante.
perdere tempo. tempo fu di moda a Taranto, l’anno scorso, Ora anche il tubificic l'aranto è una cosa
Questo tubificio sarebbe stato in grado di lamentare la rovina delle piante e del paesag reale, e sta per entrare in funzione. Il futuro
n modo autonomo, ancor prima gio. è diventato presente così presto, ma non c’è
ossero pronti gli impianti per produrre Lo sbancamento del terreno non tempo di fermarsi a far considerazioni su
perché intanto le lamiere per fab- cora finito che già si metteva mano questo e su quello. Gli ulivi sono orn
bricare i tubi sal di grande diametro sa damenta, mentre arrivavano enormi colonne ni, anche se attorno al tubificio ne ver
rebbero arrivate da uno stabilimento siderur d’acciaio che veniva:
gico del Nord, lontano ]
I giornali sapevano adc
» subito drizzate in aria ciano ancora tanti, come a
mille chilometri. e collegate le une alle altre da travi altr
to al d mmani. Ora non ci
ittura i nomi di poderose, su cui presto si infittiva la tessitura
la loro distruzione, ora
tutti i macchinari necessari per fare i tubi, e dei lucer
ri. Prendeva forma, con un ritmo Taranto,
È a necessità di qua
parlavano di gru elettromagnetiche capaci di più rapido di ogni immaginazione, un enorme vani, di apprestare le maestranze
trasportare venti tonnellate di lamiere per edificio lungo mezzo chilometro, e accanto, mento in cui, accanto al tubifici
volta dal deposito alla sala delle macchine, su un esile stelo d’acciaio, si stagliava nel ranno a venir su gli impiant
lunga cinquecento metri. Parlavano poi cielo un serbatoio d’acqua d’astratta bellezza. Occorre prepararsi bene e senza
di un convogliatore a rulli che le avrebbe E un bel giorno cominciarono ad arrivare non restare indietro, perché
fatte scorrere fino alla macchina per bisellare i macchinari. Venivano per mare d’oltre preso a scorrere veloce, in questa
e rifilare i bordi; le lamiere sarebbero quindi oceano, in giganteschi cassoni misteriosi, la tanti, tre ppi anni di attesa.
er legare il
rammarica
per
comince
siderurgici.
indugi, per
tempo À
a, dopo
La famiglia
in provincia
di Taranto
Taranto e la sua provincia sono state
oggetto di un'inchiesta sociologica condotta
da un gruppo di studiosi per conto dell’ I.R.I.
Scopo dell’inchiesta era di delineare in prima
approssimazione la fisionomia sociale del Ta-
rentino, cioè di una provincia prescelta per
una nuova grande iniziativa a partecipazione
statale: il centro siderurgico Italsider.
Il professor Giuseppe Galasso, che ha diretto
l'inchiesta, sintetizza in questo articolo i
risultati emersi su un argomento di parti-
colare interesse: la struttura della famiglia
in provincia di ‘Taranto. Le foto che illustrano
l’articolo sono di Mimmo Castellano e di
Ciro de Vincentis.
Ben pochi dubbi sono possibili, ad un’osserva-
zione anche rapida, sul fatto che la famiglia co-
stitvisca ancora, in provincia di Taranto, l'isti-
tuzione principale della vita associata, l’unità
base di tutte le comunità, grandi e piccole, della
provincia : è nell’ambito della famiglia, in rap-
porto con la famiglia e sotto il controllo della
famiglia che concretamente si svolge la parte
di gran lunga preminente nella vita dei singoli ;
nel quadro dei valori amministrati e trasmessi
in primo luogo dalla famiglia si decidono quasi
sempre gli atteggiamenti e le aspirazioni con i
quali i giovani si affacciano alla vita e formano
la propria personalità ; e continua ad essere
forte, pur essendo mutato nel tempo, il vincolo
economico che lega insieme i familiari.
Innanzitutto delineiamo brevemente come si
forma la famiglia in provincia di Taranto : il che
è di notevole interesse perché, nonostante la
grande concentrazione urbana che ha sede nel
(193
N
nella pagina accanto: una tipica veduta della vecchia Taranto, con
le case appoggiate le une alle altre, unite tra loro da terrazze,
tetti e cornicioni, quasi a formare un unico agglomerato,
a sinistra in alto: l'interno di un'abitazione a Martina Franca,
in provincia di Taranto, Dal giorno in cui si sce, la fami.
glia cerca di avere una casa propria e nella maggior parte dei
casi ci riesce. Che poi le abitazioni, così vivamente desiderate e
così frequenten o delle più confortevoli, è
altro corso,
in basso: un bimbo e una bimba su uno sfondo di case tipica-
mente meridionali. L'educazione dei figli viene generalmente affi.
data alla madre, Sui figli essa ha una forte influenza che per le
femmine dura fino al matrimonio e per i maschi fino
all'adolescenza.
te possedute, non si
a destra in alto e in basso: un pescatore intento alla riparazione
delle reti ed una vecchia contadina della campag
pugliese,
|
Il passaggio dalla casa paterna in una nuova vuol dir
diatamente una posizione sociale di maggiore
di lei, mentre le sorelle nor
per la ragazza che sposa acquisire imme-
importanza. I fratelli non hanno più alcun diritto
coniugate la dovr î
L'elemento determinante nel contrarre il matrim
il “pia
su
iderare come in una posiz elevata.
nel Tarentino, specie nei ceti meno abbienti,
é l'interesse e il calcolo economico.
*
+ Le
to
Papa
pe tati
Contadini della provincia tarentina. L'acqua nella botticella servirà di refrigerio durante la
giornata di lavoro sui campi. Lo sviluppo piccola proprietà e della piccola conduzione,
accentuatosi megli ultimi decenni in provincia di Taranto, ha avuto un ruolo di primo
piano nella dissoluzione della “grande famiglia” patriarcale sostituita dalla famiglia unicellulare,
oggi dominante in tutto il Tarentino.
capoluogo, vi si conservano più integre, rispetto
ad altre province del Mezzogiorno, alcune delle
tradizioni meridionali più tipiche. A spiegare
cotesta permanenza di costumi tradizionali oc-
corre, innanzitutto, fermarsi su un carattere
demografico particolare a Taranto. Sia per
quanto concerne |’ emigrazione, sia per quanto
riguarda l’ immigrazione (la città, che pure ha
registrato nei decenni precedenti alla seconda
guerra mondiale un altissimo indice di affluenza
dalle regioni contermini, fa invece registrare oggi
un movimento migratorio determinato soltanto
dalle sue funzioni nel campo dell’amministrazione
e della vita militare) la mobilità della popolazione
è molto scarsa. Per questo motivo i matrimoni
avvengono quasi sempre tra i membri delle stesse
comunità. Agisce poi, nella società tarentina,
la tendenza meridionale alla conservazione for-
male della condizione sociale, in cui è certamente
da riconoscere una delle ragioni del suo com-
plessivo immobilismo. I matrimoni avvengono
di solito tra persone di situazione sociale omo-
genea.
L'apertura difficilissima verso le persone di
condizione ritenuta inferiore e, d'altro canto,
lo stato pregiudiziale di soggezione verso le
persone di condizione ritenuta superiore non
riflettono semplicemente una generale disposizione
psicologica, rinvenibile come tale sotto tutti i
cieli, ma rispecchiano sul piano del costume una
realtà in cui i rapporti fra le classi, i ceti e le
diverse categorie della società denunciano una
antica immobilità e in cui il ricambio sociale
appare estremamente lento ed esiguo. I commenti
che nell'opinione pubblica accompagnano un
matrimonio (peraltro non del tutto raro) tra
persone di condizione sociale diversa nascono
non tanto da generiche considerazioni d’inoppor-
tunità o d’irrazionalità, ma precisamente dal
biasimo contro la violazione di un ordine con-
servato e tenuto nel debito conto in tutte le
altre manifestazioni della vita sociale. Il fat-
to è che a Taranto, in città e in provincia,
la struttura sociale è molto semplice e ben dif-
ferenziata. A una vasta base di ceti rurali non
molto differenziati, si sovrappongono 0 si affian-
cano alcuni ceti manifatturieri e bottegai ; mentre
le manifestazioni più difformi (i ceti dei pesca-
tori, ad esempio, nella città vecchia) e gli esigui
strati di borghesia (professionistica, mercantile,
imprenditoriale o terriera) conservano anch'essi
un'ampiezza sostanzialmente limitata. Operano
poi sul giudizio comune altri pregiudizi più
caratteristici, ‘‘tarentini”. Ad esempio viene
visto meglio, a Taranto, il matrimonio tra un
operaio dell’ Arsenale e la figlia di un mezzadro
o di un piccolo commerciante, anziché quello
tra lo stesso operaio e, ad esempio, la figlia di
un pescatore.
Come nasce la famiglia tra queste pareti di-
visorie? Se i calcoli di varia natura e di interesse
economico sono tutt'altro che infrequenti, so-
prattutto nei ceti superiori, non c'è dubbio che
nella maggioranza dei casi (e nei ceti popolari
praticamente sempre) l'elemento dominante sia
come si dice a Taranto il “piacersi”.
Il ‘“‘piacersi” è una nozione piuttosto com-
plessa: largamente permeata di convinzioni
fatalistiche (e perciò giudicata suscettibile di
essere influenzata, in determinati casi e in de-
terminate zone, specialmente rurali, mediante
pratiche di magia spicciola); consapevolmente
fondata sull’interesse fisico; di frequente rive-
stita di delicate e tenere, anche se elementari,
note sentimentali, che tendono tuttavia a dege-
nerare in complicazioni pseudo-romantiche ad
ogni minimo elevarsi del tono culturale ; e quasi
sempre vista e concepita come destinata a tro-
vare nel matrimonio non soltanto la soluzione
logica, ma l’unica soluzione possibile.
Per comprendere le cause culturali di co-
desto comportamento conviene rinunziare alla
contrapposizione solita tra la città e la cam-
pagna. Nel caso del Tarentino c'è poca differen-
za tra ambienti cittadini e ambienti extra-
cittadini ; e la spiegazione sta nel fatto che la
struttura sociale è semplice allo stesso modo,
sia în città sia in campagna.
Il ‘‘piacersi”, come elemento determinante nel
contrarre il matrimonio, ha poi in provincia di
Taranto un particolare rilievo nel caso dei ma-
trimoni fatti con la “fuga” (0 ‘“‘calata”) della
sposa. S'intendono con tale espressione i matri-
moni contratti dopo la fuga combinata dei due
fidanzati.
Il costume, diffuso soprattutto nella peri-
feria e nelle zone più antiche di Taranto e
nei comuni della zona avente a centro San
Giorgio Ionico (che è la sona più direttamente
gravitante sul capoluogo), e guardato invece con
maggiore severità e, nell'insieme, meno diffuso
negli altri comuni della provincia, non ac-
cenna a sparire. Se ne adducono varie ragioni,
ma sembra che le stesse ragioni addotte siano
entrate ormai nel gioco della tradizione. Si
parla di fuga della giovane di fronte all’ ag-
gressiva tutela materna e alle obiezioni, per lo
più esagerate, sollevate dai genitori nei confronti
dell’altro membro della coppia. La maggioranza
parla, tuttavia, di ragioni economiche. Il ma-
trimonio normale rappresenta, infatti, un onere
non indifferente, soprattutto per le famiglie
delle femmine che devono provvedere al corredo
e all'arredamento della casa degli sposi. All'atto
del fidanzamento ufficiale si deve offrire un rin-
fresco ; e così pure quando si espone il corredo
e il giorno delle nozze; infine, la sposa deve
avere l'abito bianco per la cerimonia nuziale e
l’abito nero per le visite che farà otto giorni
dopo il matrimonio. Quando, invece, l'unione
avviene con la “fuga”, non si procede all’espo-
sizione del corredo 0 è, comunque, giustificato
il provvedere ad esso in misura meno ampia ;
le spese del matrimonio in chiesa vengono decur-
tate (la quasi totalità dei matrimoni ‘calati’
viene celebrata dietro l’altare tra le 6,30 e le 7);
e si soprassiede pure, nella parte più numerosa
dei casi, alle spese per i rinfreschi. Altri buoni
conoscitori della vita locale fanno però rilevare
che non di rado i festeggiamenti e le cerimonie
tradizionali si svolgono egualmente anche nel
caso di fuga dei due innamorati. Le ragioni eco-
nomiche quindi non potrebbero essere sempre
addotte a giustificare le “fughe”. In numerosi
casi, sembra che all’origine delle ‘‘fughe” ci
sia soltanto l'influsso esercitato dalla tradi-
zione, e quindi il desiderio di stare alla pari
di quanto si è fatto e si fa dagli altri.
Invano, comunque, si cercherebbe oggi nella
“fuga” un elemento di modernità. Il modo come la
fuga viene eseguita, la risonanza clamorosa che essa
acquista e la quasi inevitabile conclusione nel
matrimonio a brevissima scadenza impediscono
ogni possibilità di confusione con fenomeni di
libera unione e convivenza.
Dal giorno in cui si costituisce, la famiglia
cerca di avere una casa propria e, nella grande
maggioranza dei casi, ci riesce. Tale consuetu-
dine, assai forte anche in città, ha origini con-
tadine. Il passaggio dalla casa paterna in una
nuova significa, nelle comunità contadine della
zona, acquisire una posizione sociale di maggio-
re importanza. Il maschio viene infatti a pas-
sare dalla condizione, elastica quanto si vuole, ma
mai rinnegata, di dipendente dal proprio padre a
quella di capofamiglia indipendente, anche se vin-
coli di dipendenza economica possano sussistere
verso la famiglia originaria. Per la femmina val-
gono pressappoco le stesse osservazioni con l’ag-
giunta che, genitori a parte, i fratelli non possono
più avere un controllo effettivo nei suoi confronti
(violerebbero altrimenti i diritti del marito);
e le sorelle coniugate debbono vedere in lei
una pari grado oppure, se non siano coniugate,
la debbono considerare in una posizione più
elevata.
Alla tradizione dell'abitazione nuova per ogni
nuova coppia le comunità rurali debbono il pro-
prio aspetto architettonico ed edilizio, che ri-
fette immediatamente la giustapposizione ©
l’affiancamento dei nuovi fabbricati agli antichi ;
e Taranto stessa deve a questa tradizione ad-
dirittura l’aspetto di molte strade centrali nella
Città Nuova (soltanto da pochi anni a questa
parte questo aspetto tende a sparire a causa
della sempre più diffusa edilizia di sostituzione).
Che poi le abitazioni così vivamente desiderate
e così frequentemente possedute siano quelle
più raccomandabili per ampiezza e comfort,
è un altro discorso.
nelle foto piccole in alto: alcune istantanee della vita
in Puglia, una vita che si basa su valori antichi di
secoli, conservati e tramandati dalla “famiglia” che
rimane il fattore educativo e formativo di gran lunga
superiore a tutte le altre istituzioni sociali. Nell'ultima
foto a destra, un momento della caratteristica pro-
cessione del Venerdì Santo, a Taranto.
qui sopra: un giovane operaio che lavora al *Siderur-
gico”, come viene chiamato a Taranto il nostro
stabilimento.
o)
30
A determinare la vita della famiglia in questo
senso concorrono due elementi principali: la
carenza di forme moderne di lavoro femminile
e la concezione dei rapporti familiari e gerar-
chici, per cui la preminenza del paterfamilias
non soltanto non è discussa, ma ha tutti i
caratteri di una vera e propria direzione
dall’alto. La coniuge è ufficialmente la ‘‘seconda”
autorità della famiglia, o la terza, se — come
spesso avviene — il secondo posto viene ricono-
sciuto al figlio primogenito, cui spetta di di-
ritto il primo posto nel caso il padre muoia ed
egli abbia l’età consentita. Ma neppure qui ha
un valore assoluto la spiegazione ‘‘economistica”,
troppo facile, che i ruoli familiari siano così
distribuiti essendo il padre il sostentatore di
tutta la famiglia. Anche nella campagna, ad esem-
pio, — dove la partecipazione femminile alla
conduzione dell’azienda familiare e alla crea-
zione del reddito può raggiungere una conside-
revole consistenza — la preminenza del coniuge
è indiscussa; e analogamente anche nella
città, l'eventuale impiego della donna in
una posizione di prestigio sociale (insegnamento,
contabilità e simili) nulla toglie alla sua posi-
zione familiare di subordinazione. A moderare
queste regole intervengono naturalmente carattere
e temperamento dei coniugi; ma è vero che
perfino la donna che per caso riesca ad acquistare
nella conduzione della famiglia una posizione di-
rettiva chiara e indiscussa, non commetterebbe
mai l’errore di rendere evidente un tale stato
di fatto : ciò equivarrebbe infatti ad ammettere di
non avere per marito un uomo eguale in capacità
e în personalità a tutti gli altri ; e sarebbe una
troppo grave ferita all’orgoglio femminile. Per
tutte queste ragioni non si può fare a meno di
vedere nella struttura gerarchica della famiglia
la presenza di altri elementi, oltre quelli econo-
mici : materiali (necessità di sicurezza e di pro-
tezione in una società lontana, fino a qualche
secolo addietro, dall’assicurare tali condizioni)
e sociali (necessità di una rappresentanza uf-
ficiale in una società estremamente disgregata),
ma soprattutto morali (in una società in cui
l’autorità, e cioè a dire l’immagine della forza,
è sempre stata vista come l'elemento generatore
della convivenza umana e in cui una rivoluzione
anti-autoritaria, tesa a costruire le convivenze
sul consenso anziché sulla forza, non si è mai
realmente prodotta sino al punto da mutare gli
spiriti).
Le amicizie e le relazioni familiari che escono
fuori dal quadro dei rapporti tradizionali ere-
ditati dai nuclei originari non possono essere
acquistate se non — tranne rare eccezioni —
per iniziativa del capofamiglia. Ad uscire da
questa limitazione sono i figli maschi, quando
siano pervenuti all’adolescenza. Ma le amicizie
che essi contraggono nella strada, al bar, nei
circoli e altrove non impegnano le famiglie.
L’indiscussa azione direttiva del capofamiglia
nell'organizzare le amicizie e le relazioni
della famiglia, fa sì che le forme d'integrazione
sociale permangano a Taranto assai scarse.
In genere, le amicizie, le conoscenze si ereditano,
le novità personali sono poche, e risalgono quasi
sempre ‘al periodo prematrimoniale, la vita so-
ciale resta perciò confinata tra il vicinato e la
parentela e, per quanto si riferisce a certe novità,
alcuni aspetti del comportamento cittadino sono
stati adottati piuttosto per imitazione di mode
estranee. Al di là del vicinato, a Taranto, non
opera nemmeno il senso del “quartiere” che —
a causa delle vicende urbanistiche della città —
non è qui così forte come in altre città meridio-
nali ( e non meridionali), ove esso dà un termine
immediato e abbastanza vitale di integrazione.
Caratteristica è, ad esempio, la mancanza 0,
comunque, la piccolissima vitalità di istituzioni
come le feste rionali. Dal punto di vista del
quartiere, la sola distinzione veramente radicale
che si facesse a Taranto fino alla seconda guerra
mondiale era quella tra Città Vecchia e Città
Nuova; ma essa aveva un valore del tutto
diverso. Con lo sciluppo edilizio degli anni
cinquanta, un embrionale senso del quartiere
ha cominciato a svilupparsi nelle parti più
periferiche della città (Rione Tamburi, Rione
Italia ecc.).
Negli ultimi anni tuttavia ci sono state delle
novità : i nuovi e casuali raggruppamenti de-
terminati dall’edilizia sovvenzionata ; le cono-
scenze strette in virtù della televisione, frequente
essendo il caso di famiglie e persone che si recano
presso i vicini per assistere agli spettacoli ; le
relazioni strette, dalla fine della guerra in poi,
per ragioni politiche (e, un po” meno, sindacali).
Siamo sempre, tuttavia, su un piano di assoluta
casualità. L'integrazione sociale rimane a Ta-
ranto e nel Tarentino assai debole. AI di la
della famiglia, che resta istituzione fondamenta-
le anche da questo punto di vista, forse soltanto
la parrocchia — e, anche essa, soprattutto per
quanto riguarda la popolazione femminile —
rappresenta un vincolo e un interesse sociale
di una certa importanza. In compenso l’interno
della casa assicura alla donna una notevole
sfera di attività e di governo. Alla madre,
non soltanto (in genere) il capofamiglia, ma
tutti i figli che lavorano versano (in tutto 0
in grande parte) i loro guadagni. Il “‘tarentino”
che non si regola così, viene guardato con ge-
nerale riprovazione. Nell’ amministrazione dei
fondi familiari la materfamilias è del tutto
autonoma. Poiché nella maggioranza dei casi
le risorse familiari sono più o meno insuf-
ficienti al soddisfacimento di tutti i bisogni im-
mediati, l'autonomia finanziaria è peraltro, per
la madre, più fonte di preoccupazioni che di
autorità; e l’espressione (non di rado petulan-
te) di tale preoccupazione è un leit-motiv
della convivenza familiare. Alla madre è, inol-
tre, delegato il compito di sovrintendere alla
educazione dei figli: sino al matrimonio per
quanto riguarda le femmine, e fino all’ ado-
lescenza per quanto riguarda i maschi. I maschi,
infatti, diventano dall’adolescenza in poi pra-
ticamente autonomi. Se sono scioperati o hanno
cattive propensioni meritano subito la riprova-
zione dei familiari e degli estranei : tutti ammet-
terebbero, però, se fossero interrogati a fondo,
che în fondo limiti all'indipendenza del giovane
maschio non è praticamente possibile imporne.
Anche per quanto riguarda i figli però si notano
i segni di un mutamento nei ruoli tradizionali
dei genitori. A causa della diffusione degli studi
post-elementari, è sempre più comune che il
padre dimostri per la carriera scolastica dei
figli un interesse, non diremo più vivo (che sa-
rebbe inesatto), ma quotidianamente più vigilante
di quanto in generale fosse solito nei tempi
in cui gli studi erano meno diffusi e i fanciulli
dopo i dieci anni continuavano a essere seguiti,
nella loro spicciola vita quotidiana, prevalente-
mente dalle madri.
Fondata su un vincolo che è di libera elezione
affettiva ; ancora vitale come unità economica,
non solo nelle campagne, ma anche nei centri
urbani, dove l’unità economica familiare viene
realizzata nella forma della comunione dei
guadagni individuali e della loro amministra-
zione ; gerarchicamente strutturata sulla doppia
prevalenza paterna e maschile; la famiglia è
poi nel Tarentino un organismo che attua una
delicata funzione morale e moralistica. Abbiamo
già detto della estrema scarsità dei vincoli so-
ciali che sussiste nel capoluogo, per cui — al
di là della famiglia, del vicinato, inteso nel senso
più materiale e ristretto del termine, e di qualche
istituzione particolare (ad esempio, in una certa
misura, la parrocchia) — la società cittadina
locale presenta fortemente accentuati i tratti del-
la disgregazione sociale comuni a tutte le città
meridionali. Anche nella campagna, dove lo
sviluppo della piccola proprietà e della piccola
conduzione è stato più intenso proprio negli
ultimi decenni, si possono riconoscere chiari
segni di decadimento della ‘‘grande famiglia”
tradizionale e della sostituzione, ad essa, della
famiglia unicellulare e naturale, che è quella
dominante in tutta l’area tarentina. In tal
modo la diffusione della piccola proprietà 0,
comunque, della piccola conduzione sembra aver
avuto, sul piano dello sviluppo generale della
società, la stessa funzione che nel capoluogo
ha avuto la diffusione dell'occupazione indu-
striale nei riguardi di quelle artigianali o di
tipo particolare (ad esempio la pesca) che prima
erano prevalenti e favorivano il mantenimento
di una struttura tipo grande-famiglia.
Non c'è quindi da meravigliarsi se la sanzione
principale del comportamento individuale ri-
mane quella che si attua nell'interno della famiglia
e delle sue più immediate propaggini sia naturali
(parenti con î quali si hanno più frequenti con-
tatti), sia locali (piccolo vicinato); e non c'è
nemmeno da meravigliarsi se tale sanzione è
abbastanza forte ed unanimemente riconosciuta
per legittima, anche quando non è accettata.
E un altro elemento che non si può non ricor-
dare a proposito degli aspetti familiari di cui
stiamo trattando è il fatto che, in generale, in
tutta la provincia, minima è l'incidenza della
distanza tra luogo di lavoro e domicilio, e pra-
ticamente nulla è quella tra luogo di consumo e
focolare domestico, mentre il tempo libero è
ancora lontano dal costituire un problema di
primo piano nell’organizzazione della vita e
delle relazioni.
La famiglia, nei termini sopra precisati, è per-
tanto senz'alcun dubbio un istituto che assorbe
in maniera ancora radicale la vita dell'individuo
e che permane tale da poter attuare un controllo
minuto delle vite individuali.
Un esempio dei comportamenti che in tal
modo sono stati finora preservati da deterioramenti
gravi è costituito dai rapporti sessuali, che ri-
mangono improntati all'antica ortodossia. Nelle
interviste da noi condotte abbiamo riscontrato
casi di ragazze aspramente rimproverate per
essere tornate a casa ad ora tarda dopo balli 0
altre feste, cui si erano recate insieme coi fratelli
(i quali poi erano stati accusati, a loro volta, di
aver trattenuto senza pudore le proprie sorelle
fuori di casa fino ad ora avanzata). Ai balli,
ai bagni, al cinema è comune che ci si rechi
con i fratelli 0 altri congiunti; non desta, in
generale, buona impressione il recarvisi accom-
pagnate soltanto dal fidanzato. Nelle riunioni
comuni (balli, feste, bagni ecc.) viene comune-
mente ammessa la possibilità di più liberi scambi
di idee tra i giovani. Nella conversazione, ad
ogni modo, tra persone di sesso diverso (la me-
desima cosa accade di frequente tra i coniugi)
determinati argomenti sono mantenuti rigorosa-
mente al bando. La conversazione intorno ad
passa, all'estrema immediatezza
(ed anche volgarità) tra i maschi ; mentre tra le
femmine, se la discussione è ammessa, lo è solo
in termini assai discreti e scherzosi. Il “pudore”
(così come l’uso del voi”) caratterizza la con-
versazione tarentina più di quanto avvenga in
altre parti del Mezzogiorno.
essi invece,
Quali sono allora i valori che la famiglia
conserva e tramanda? La domanda è tanto
più importante in quanto, come s'è visto, la fa-
miglia rimane nel Tarentino il fattore educativo
e formativo di gran lunga prevalente su tutte le
altre istituzioni sociali, fenomeno logico in una
società in cui il grado di istruzione e di scolarità
è assai basso, in cui le occupazioni economiche
di tipo moderno sono rimaste geograficamente
limitate, rappresentando un elemento imposto
dal mondo di fuori, e in cui la vita pubblica
viene vissuta nel quadro di particolari concezioni.
I valori della tradizione familiare sono essi stessi
estremamente semplici : sono i valori morali
elementari, più consoni ad un sistema familiare
piuttosto rigido e riservato, qual'è quello finora
descritto; e, dall'altro lato, sono quei valori
etico-religiosi che la confessione cattolica ha
maggiormente popolarizzato nel corso dei secoli.
Tra î primi e i secondi sussiste, pertanto, un
grado notevole di compenetrazione, sicché anche
la formazione morale del tarentino si presenta,
come in genere tutti gli altri aspetti della sua
vita, dotata di un alto grado di unitarietà.
Ma poiché la pratica religiosa è piuttosto sca-
duta di intensità, i valori morali-familiari hanno
sostituito largamente quelli etico-religiosi. Questo
processo, che è stato facilitato dalla compene-
trazione dei due tipi di valori cui abbiamo
accennato prima, ha meno avvertito
sensibile il passaggio da un modus vivendi
religiosamente più impegnato ad uno che lo è
meno.
reso
Come si è visto dalla descrizione fattane, la
famiglia tarentina rientra in un modulo sociolo-
gico quello della famiglia meridionale, di
impronta prevalentemente contadina, che si
può oggi ritenere largamente conosciuto. In fon-
do, da un punto di vista puramente sociologico,
il lato più interessante delle fortunose e infelici
vicende dell'industria tarentina negli ultimi dieci
o dodici anni è stato appunto quello di aver messo
in chiaro fino a quel punto, sotto la scorza super-
ficiale dell’industrializzazione, la vecchia società
pre-industriale fosse rimasta intatta e vitale.
Nessun errore sarebbe, tuttavia, peggiore
ai fini di una esatta visione della situazione
presa in esame — del ritenere che la società pre-
industriale (0, se si vuole, contadina, o più
esattamente, la società meridionale tout court)
abbia costituito e costituisca un’entità immobile
e immodificabile 0, peggio ancora, soggetta a ine-
luttabili leggi di sviluppo. La stessa nozione di
“famiglia meridionale”, alla quale noi stessi
ci siamo riferiti, male riassume, del resto, tutta
la vasta gamma di atteggiamenti e di comporta-
menti in cui la vita familiare si articola in tutta
l’area meridionale. Si intenda, dunque, che,
nel profilo tracciato nelle pagine precedenti, la
linea tenuta costantemente presente è stata,
ovviamente, quella rivolta all'aspetto medio di
codesta realtà. Agli estremi della scala sociale 0
nella sua distribuzione geografica entro l'ambito
della provincia di Taranto, l'istituzione familiare
presenta più 0 meno accentuati, a seconda dei
casi, o addirittura difformi e opposti, î tratti
da noi ricostruiti. Ma, soprattutto, parlando di
società pre-industriale, abbiamo inteso parlare,
come or ora si è detto, non di una mitica, immo-
Un matrimonio tarentino, L'uscita
bile realtà, bensì di una realtà che — nel caso
della provincia di Taranto — h* seguito una sua
particolare logica di sviluppo anziché, come ci
si sarebbe potuto aspettare, la logica dell’industria-
lizzazione. Quest'ultima non si è certamente
verificata che in minima parte; ma sviluppi,
spesso notevoli e intensi, hanno egualmente ac-
compagnato la vita tarentina anche degli ultimi
decenni, da quando, cioè, l'impianto di attività
industriali poteva far pensare a svolgimenti
analoghi a quelli che di solito si possono pre-
nelle industrializzate o in via
di industrializzarsi. Basterà ricordare, tra tutti,
la riduzione, precedentemente illustrata, della
“grande famiglia” a famiglia unicellulare e
naturale ; oppure il decadere su cui non ci
siamo potuti fermare qui della pratica reli-
giosa a “conformismo stagionale”. Su altro
piano, si ha modo di cogliere il maturare, sia
pure episodico, di uno spirito associativo mo-
derno nella cooperazione rurale e in quella ur-
bana ; e un analogo maturare di più moderne
organizzazioni nel campo politico. Ed è appunto
questa verificata suscettibilità di sviluppo che
dissolve ogni teoria di tendenziale immobilità
della società meridionale, e della stessa “civiltà
contadina”.
vedere società
gli sposi dalla chiesa «
rale dei confetti. Le nozze rappresentano, specie
per
la famiglia della ragazza, un onere finanziario non indifferente.
Nel caso
del matrimonio
“calata” tali spese ver
senz'altro a tenere in v
a sparire anche se in molte
preceduto dalla cosiddetta “fuga” o
no evitate, Il fattore economico concorre
uest’antico costume che non accenna
giudicato
zone è severamente.
Poeti
del Sud
Il nostro Mezzogiorno è venuto alla ribalta,
oggi; i fatti ne stanno cambiando il volto:
strade, ponti, riforma fondiaria; nascono le
fabbriche, con ciminiere più alte degli ulivi
e dei mandorli: metano, petrolio, industrie
chimiche, acciaio. Dobbiamo cancellare il
tempo dei braccianti fermi sulla piazza, della
tragedia delle piene dei fiumi, o dei raccolti
bruciati dal sole.
I poeti, tutti i poeti del Sud si erano fatti
portavoce, nel passato, di questa esigenza;
portavoce della stanchezza del Sud, della tra-
gedia contadina, della speranza di un domani
diverso e migliore.
Così Scotellaro, il poeta di Tricarico, presen-
tava il suo libro “È fatto giorno” con questi
versi: «È fatto giorno, siamo entrati in giuoco
anche noî - con i panni e le scarpe e le facce
che avevamo ».
Sono entrati in gioco, infatti, con le loro
facce che vediamo sulla copertina di questo
numero della Rivista, i contadini del Sud,
pronti ad affrontare un futuro che dev'essere
segnato dai trattori, dalle centrali, dalle fab-
briche.
Le poesie che qui pubblichiamo ci danno
un sommario panorama di quella produzione
poetica meridionale, da Sinisgalli, il poeta-
ingegnere di Montemurro, fino ai giovani
come Parrella, il “viandante” di Laurenzana,
o Riviello, figlio di Potenza, “la capitale”.
Sono versi che echeggiano, sempre, una
tristezza contadina vecchia di secoli, piegata
da delusioni e dolori, sottolineata dal richiamo
del cuculo o dal gracidare dei corvi, dove la
città è « antica capitale di fontane e di chiese ».
Ora arrivano le fabbriche, ora le cose de-
vono cambiare, anche per il Sud i giorni si
aprono, si aprono,
Tu non ci fai dormire
cuculo disperato
Tutt'intorno le montagne brune
è ricresciuto il tuo colore
Settembre amico delle mie contrade.
Ti sei cacciato in mezzo a noi,
t'hanno sentito accanto le nostre donne
quando naufraghi grilli
dalle ristoppie arse del paese
si sollevano alle porte con un grido.
E c'è verghe di fichi seccati
e î pomidoro verdi sulle volte
e il sacco del grano duro, il mucchio
delle mandorle abbattute.
Tu non ci fai dormire
cuculo disperato,
col tuo richiamo :
Sì, ridaremo i passi alle trazzere,
ci metteremo alle fatiche domani
che i fiumi ritorneranno gialli
sotto i calanchi
e il vento ci turbinerà
i mantelli negli armadi.
(Rocco Scotellaro da “È fatto giorno”)
Cena
Voglio aria la sera e consumazione
di vino e castagne in compagnia
perché ognuno conta una storia
e insieme viene l'armonia.
Lo scarparo è stato tutto il santo giorno in casa
fino a che si è fatto scuro e si è cavato îl senale,
con quello ha coperto il bancarello e i ferri
e ha detto a moglie e figli : Io esco, andatevi a
[coricare.
Il fabbricatore viene direttamente dalla casa che
[ fabbrica
con le lenticchie di calce azzeccate sotto l'occhio.
Il sarto anche lui con un filo e l'impiegato
con l'inchiostro sciolto alla punta di due dita.
I contadini sono più di uno
con succhi di stalla sul collo,
Ed io ho sbattuto il libro già ingoiato dall’ombra,
e ho detto ad alta voce che questo non è vita.
Ci siamo allora azzuffati alla morra,
la moglie e la figlia del falegname,
dove stiamo bevendo, girano attorno alla tavola
e dicono che siamo proprio bambini.
Abbiamo cacciato i tozzi di pane di tasca
e chi olive, chi una noce, chi la cipolla e il pe-
[perone ;
l’impiegato ha diviso la frittata incartata
in un foglio di ufficio, e abbiamo bevuto.
Amore, amore veniva da cantarlo
tutta la santa notte in compagnia.
La moglie e la figlia del falegname
si sono ritirate dicendo :
Questi fanno far giorno.
(Rocco Scotellaro da “È fatto giorno”)
Autobiografia I
La madre trovava a tentoni
la piazza con la punta di fuoco
di un tiszone. La prima messa
dava il tempo ai pomi
di cuocere. Visse tra î cani
e i monelli accanto ai pozzi
e seduto sulle ruote di pietra
dei mulini.
(Leonardo Sinisgalli da “La vigna vecchia”)
Ci basta un po’ di sole
Ci leghiamo alla nostra storia
ch'è la storia del cieco mendicante
del banditore ubriaco
delle serenate a squarciagola.
Ci portiamo in giro i nostri santi
tutti gli anni allo stesso giorno
e balliamo la tarantella
nei nostri festini.
Ci leghiamo alla nostra storia
come le talpe alla terra
e ci basta soltanto un po’ di sole
per vivere come le cicale.
(Mario Trufelli)
Città fra paesi
Potenza del fiume e Potenza della montagna
siamo una cosa sola
dalla collina alla valle.
Ci sono autobus verdi e chiari,
rari sono î muli che passano
e hanno un uomo smarrito sul dorso.
Siamo città fra paesi
antica capitale di fontane e di chiese.
(Vito Riviello da “Città fra paesi”)
*
Paese mio dimora dei corvi
le rondini ti prendono d’assalto,
noi siamo le mule stanche
col muso nella biada.
Che altro porterà il tempo ai muri
sbrecciati alle ringhiere,
la banderuola di rame in cima
alle tue case apre un filo
d’aria ai faticosi giorni
le amare battute,
presto alzeremo l’asse del carro
ai larghi campi di grano
ai brividi dell’acqua,
in un tiszone di quercia si consuma il paese,
i vivi se ne vanno
restano î ritratti e il cesto delle mele
a guardia della casa.
(Michele Parrella da “Paisano”)
Napoli città del silenzio
dei larghi abbracci aperti alla marina,
pietà e coraggio sventolano nei vicoli
assieme ai panni appesi al filo.
Alle tue alte scalinate
col suono del pianino
salgono uomini come ballerini
e le sigarette straniere
tengono ancora la voce
delle ragazze col petto gonfio.
Sale il fumo dalle raffinerie,
a Posillipo le fiamme aprono il tramonto
con una lunga sirena senza canzoni,
è tutto popolo nelle strade
come in una stampa antica.
(Michele Parrella da ‘“Paisano”’)
*
Siamo andati a cogliere ulive
ulive nere e verdi
sulla terra rossa e petrosa
sulla terra arida e rossa
senza fili d’erba
senza gocce d’acqua
sotto alberi grandi e storti
sotto alberi stanchi
dalla foglia verde e argento
(Pietro Saponaro)
Risorgimento
e musei
del Sud
amento E. VEE nn
Le grosse pesanti catene che limitavano i passi del
patriota meridionale Carlo Poerio nella ristretta cella
che lo vide prigioniero (Napoli, Museo di S. Martino).
Nello scorso numero abbiamo passato in rasse-
gna î principali musei del Risorgimento del
Nord d’Italia: Milano, Torino e Genova.
Questa volta Leonida Balestreri ha visitato
per noi alcune delle più importanti raccolte
risorgimentali dell’ Italia meridionale.
A prendere una carta geografica d’Italia e
ad appuntare su di essa delle bandierine in cor-
rispondenza di ogni località ove esistono rac-
colte di cimeli e documenti relativi all’epopea
risorgimentale, ecco che si vedrebbe la carta
stessa fiorita come per incanto di una selva
di vessilli. Lunghissima è infatti la serie dei
centri ove le memorie del nostro riscatto
sono sistematicamente conservate e poste in-
nanzi agli occhi del pubblico a ricordanza ed
insegnamento e, insieme, a monito di quale
per i popoli sia il prezzo della propria libertà.
Appare da queste raccolte non solo la vastità
dell’opera che ha ricondotto il paese alla sua
unità politica, e la somma tragica dei sacri-
fici che ciò ha comportato, ma anche ed
è quello che maggiormente conta l’unità
33
morale degli italiani, rappresentata — pur con
le logiche differenze di atteggiamenti conse-
guenti alla diversità delle tradizioni e delle
situazioni ambientali dalla convergenza
delle loro aspirazioni e dal comune indirizzo
dei loro sforzi.
Sono questi musei, con la vastità delle loro
dirette prove documentarie, un poco come
la carta di legittimazione della nazione italiana,
di quella nazione che ancora poco più di un
secolo fa Metternich con il suo pesante sar-
casmo di servitore della monarchia asburgica
non si peritava di definire «semplice espressio-
ne geografica», e il Lamartine con gallica leg-
gerezza «terra dei morti».
Come mole il materiale raccolto nel com-
plesso dei musei del Risorgimento è davvero
cosa imponente, perché molti come si è
detto — sono i musei stessi.
In molte regioni non vi è si può affer-
mare capoluogo di provincia che non
abbia una sua ordinata raccolta dei cimeli lo-
cali di maggiore interesse, relativi appunto
agli uomini e alle vicende della lotta per il
Le memorie di molti detenuti politici, come Carlo Poe-
rio, Luigi Settembrini e Sigismondo Castromediano,
costituiscono il più terribile atto d’accusa di ciò che
furono le carceri borboniche per i mostri patrioti.
Nella foto: il berretto e il camiciotto indossati da
Carlo Poerio (Napoli, Museo di S. Martino).
nostro riscatto nazionale. Ma molti, insieme
con le grandi città, sono anche i centri minori
che tengono aperte al pubblico delle raccolte
risorgimentali di un valore documentario so-
vente più che notevole.
Il museo del Risorgimento più importante
di tutto il paese, è, però, quello di Roma,
sistemato come è noto — nei grandiosi
locali interni dell’Altare della Patria. Esso,
infatti, oltre che il materiale relativo agli
uomini e alle vicende della «città eterna» dalle
prime affermazioni dell’idea unitaria alle eroiche
giornate della Repubblica Romana del 1849,
e poi, via via, sino alla data fausta della
breccia di Porta Pia, raccoglie cimeli e docu-
menti interessanti ogni regione della penisola,
offrendo perciò la più completa delle pano-
ramiche di tutta l’epopea risorgimentale, cui,
con saggia decisione, si è voluto aggiungere
anche un imponente complesso di materiale
riguardante la guerra 1915-1918.
Il punto di partenza di questa grande ope-
ra risale ad una proposta avanzata il 22 giugno
1880 da uno dei più illustri figli del Meri-
dione, Pasquale Villari, alla Camera dei De-
putati di iscrivere nel bilancio della Pubblica
Istruzione una somma di lire 4000 all’anno
per formare una raccolta di libri, opuscoli e
documenti relativi alla storia del Risorgimento
nazionale. L'iniziativa del Villari, a suo tem-
po fervorosamente appoggiata da quell’altra
grande figura delle regioni del Mezzogiorno
che fu Francesco De Sanctis, fu opportuna-
mente sviluppata sulla base delle disposizioni
di due decreti del 1906, che dai nomi dei
ministri che ebbero a promuoverli vengono
rispettivamente indicati come il decreto Bo-
selli e il decreto Rava. Il Museo Centrale del
Risorgimento ha potuto così raccogliere un
materiale documentario di un’estensione e di
un valore davvero senza possibilità di con-
fronti: qualcuno, riferendosi appunto alle col-
lezioni documentarie, ha parlato di tesori, e
in realtà non si saprebbe al riguardo trovare
termine più appropriato.
In verità, il Museo Centrale del Risorgi-
mento fornisce elementi di impareggiabile
valore documentario, si può dire, su ogni
evento ed ogni figura di rilievo della lotta
per il nostro riscatto nazionale. Esso ha
progressivamente accentrato nelle sue rac-
colte molto materiale che, a stretto rigore,
se fosse stato conservato negli ambienti
stessi cui è storicamente legato, apparirebbe
forse in maggiore evidenza di quanto oggi
non sia. Dal punto di vista pratico, dal
punto di vista di un migliore organamento
delle ricerche degli studiosi, un’istituzione con-
cepita sulle basi del Museo Centrale del Risor-
gimento, è quanto di più razionale possa pre-
tendersi. Da un punto di vista — diciamo così
— sentimentale, le cose si prospettano invece
in maniera alquanto diversa, in quanto in
conseguenza di questo accentramento il pa-
trimonio storico delle singole località risulta
ovviamente valorizzato in modo ben di-
verso da quello che avverrebbe se esso fosse
conservato sul posto.
Siffatta osservazione ci pare sia particolar-
35
mente valida se riferita alle regioni del Mez-
zogiorno che delle loro vicende e delle loro
figure rappresentative trovano in genere
un’adeguata illustrazione nel Museo Centrale
del Risorgimento, mentre talvolta altrettanto
non si può dire avvenga in sede locale.
Non molti sono infatti i musei del Risor-
gimento aperti al pubblico nelle regioni me-
ridionali. Primeggia fra questi quello di Na-
poli, che figura come una sezione del Museo
di San Martino, e ad esso fanno corona, nella
regione campana, quello di Benevento, quel-
lo di Piedimonte di Alife, fondato nel 1913,
e quello di S. Maria Capua Vetere, che rac-
coglie le memorie della grande vittoria gari-
baldina del 1° ottobre 1860.
In Basilicata, a Potenza, fiera del suo pas-
sato di prima città del Mezzogiorno conti-
nentale insorta nel 1860 contro il governo
borbonico, una serie di cimeli del periodo ri-
sorgimentale è ordinata in un’apposita se-
zione del museo provinciale.
In Sicilia, infine, un Museo del Risorgimen-
to è allestito a Palermo presso la locale So-
cietà di Storia Patria, e sezioni speciali, de-
dicate al Risorgimento, figurano anche nel
Museo Pepoli di Trapani, e nel Museo di
Sciacca.
Certo da quanto è esposto in questi musei
della Campania, della Basilicata e della Sicilia
la realtà dell’apporto delle regioni meridionali
al raggiungimento dell’unità della patria non
può apparire in tutta la sua pienezza, nella
sua più giusta luce.
Quanto dagli oggetti e dai documenti
raccolti in questi musei risulta in più impres-
sionante evidenza è la realtà degli obbrobri
del governo borbonico, che il Gladstone bollò
Tra gli episodi che meglio testimoniano del diretto concorso delle genti meridionali alla lotta per l’unità nazio-
nale sono da ricordare quelli connessi agli eventi del 1848-49. Fu allora, ad esempio, che il generale Guglielmo
Pepe, comandante delle truppe napoletane, volle rimanere a combattere per la libertà contro gli austriaci nono-
stante gli ordini ricevuti dal re delle Due Sicilie, Ferdinando II. Qui sopra la spada del valoroso generale che
reca la seritta “ Fuori lo straniero” (Napoli, Museo di S. Martino).
con la definizione di governo negazione di Dio.
Il Museo del Risorgimento di Napoli con
alcuni cimeli dà così una visione — natural.
mente più che parziale, ma non per questo
meno significativa — di che cosa fosse nei
fatti il sistema poliziesco e giudiziario del
regno delle Due Sicilie. Non si possono così
considerare senza un fremito, che è insieme
di commozione e di orrore, le grosse pesanti
catene con le quali Carlo Poerio era avvinto
al piede, sì che brevi passi gli erano concessi
nell’ambito scuro e graveolente della cella.
Né con diversi sentimenti ci si può oggi arre-
stare di fronte agli indumenti che i condan-
nati alle carceri borboniche — fossero essi
delinquenti comuni o perseguitati politici —
dovevano similmente indossare: dei miserabili
camiciotti e degli orribili berretti, che più che
dei copricapi dovevano in realtà considerarsi
come delle sorte di strumenti di obbrobriosa
berlina. Ciò che, del resto, furono le carceri
borboniche emerge chiaro, come il più tre-
mendo atto di accusa, dalle memorie dei
molti detenuti politici che in esse ebbero ad
essere rinchiusi, si chiamino essi appunto
Carlo Poerio, oppure Luigi Settembrini o
Sigismondo Castromediano.
A rifare una storia di coloro che per delitto
di idee furono tratti a tanto martirio nelle
carceri borboniche c'è da aver un quadro
vivo e altamente significativo di quello che
fu il contributo del Meridione, di tutte le
sue regioni indistintamente, alla lotta per la
liberazione nazionale. Ovviamente questo con-
tributo si ebbe quivi a manifestare, sotto mol-
teplici aspetti, in forme diverse che nelle altre
regioni del paese, e, nell’ambito stesso dei
territori del regno delle Due Sicilie, in ma-
niera non sempre uniforme in tutte le zone.
Le condizioni ambientali — economiche
e sociali — presentavano da una regione all’al-
tra divari profondi, condizionando quindi
l'atteggiamento delle popolazioni.
Nel Napoletano, ad esempio, a battersi per il
riscatto della patria erano soprattutto gli elemen-
ti della borghesia intellettuale, mentre altrove —
ed era il caso della Sicilia — più generalizzata
essendo l’avversione alla corte borbonica, le
schiere dei credenti nei valori della libertà
avevano una composizione più vasta ed etero-
genea, andando dai ceti popolari più umili
agli uomini della più antica aristocrazia.
Indubbio è che, in più o meno larga mi-
sura, ogni regione del Mezzogiorno fu va-
lidamente partecipe con il suo contributo
agli sforzi per ridare al paese la sua unità
nazionale sotto il segno della libertà. Da que-
sto punto di vista — senza perderci in vani
“distinguo” — è così da ricordare che molte
e del tutto coincidenti sono le date in cui
Nord e Sud d’Italia ebbero nel corso del pe-
riodo risorgimentale a testimoniare la comu-
nanza delle loro volontà e dei loro destini.
Se più conosciuto è quanto si svolse nelle
regioni settentrionali, non per questo si deve
dare minor peso agli avvenimenti da cui in
quel tempo fu contrassegnata la storia del
Mezzogiorno. Per questo non si può non met-
tere l’accento sui fatti del 1820-21 a Palermo
e sui contemporanei moti napoletani, illuminati
— questi ultimi — dalla luce del sacrificio di
Michele Morelli e Giuseppe Silvati. Pari-
menti si devono valutare in tutta la pienezza
del loro significato le congiure e i tentativi
insurrezionali che, non meno di quelli dianzi
ricordati, contrassegnarono per tutto il pe-
36
riodo della lotta per il Risorgimento la vita
delle regioni meridionali: nel 1828 e nel
1843 nel Cilento, nel 1837 nelle città della
Sicilia orientale, e nel 1844 in Calabria, ove
troppo tardi per la lotta ma non per il
martirio dovevano accorrere i fratelli Bandie-
ra e i loro eroici compagni.
Ma, indubbiamente, tra gli episodi che
meglio testimoniano dello spirito e, quello
che più importa, del diretto concorso delle
genti meridionali alla lotta per l’affermazione
dei principi dell’unità nazionale sono da ri-
cordare in particolare quelli connessi agli
eventi del 1848-49. Allora infatti un forte
contingente di truppe napoletane, impegnate
nella valle padana accanto alle forze piemonte-
si, richiamato dal proprio sovrano, rifiutò di
abbandonare la lotta contro l’esercito austriaco,
schierandosi a fianco dei difensori di Vene-
zia. Nell’aspra battaglia perché la bandiera
della libertà non avesse ad ammainarsi nella
città dei Dogi i soldati napoletani si impe-
gnarono a fondo, sino ai limiti estremi della
dedizione, sorretti dall’esempio del loro co-
mandante, il vecchio valoroso generale Gu-
glielmo Pepe, e dei loro ufficiali, tra i quali
in primo luogo Enrico Cosenz poi, nel
1860, generale garibaldino, e in seguito capo
di Stato Maggiore dell’Esercito italiano
e Cesare Rosaroll, soprannominato per il suo
valore l’«Argante della Laguna», morto per le
ferite eroicamente riportate in combattimento.
L’atteggiamento, del resto, delle genti me-
ridionali di fronte al problema nazionale ebbe
una significativa prova anche attraverso le
imponenti correnti di emigrazione politica
che dalle loro terre ebbero a svilupparsi spe-
cialmente nel periodo successivo al 1848.
Genova e Torino — oltre che Malta — furo-
no i centri ove maggiormente affluirono i
proscritti dalle regioni del Sud, i quali con
la vivacità e la dinamicità del loro tempera-
mento non poco influirono sugli orientamenti
non solo dell’opinione pubblica delle città
che li ospitavano, ma della stessa politica del
governo di Torino.
Negli ambienti dell'emigrazione politica
meridionale — nella quale comparivano nomi
come quelli di Michele Amari, Stanislao
Cannizzaro, Francesco Crispi, i fratelli Or-
lando e altri numerosi di non minore statura
morale ed intellettuale si ebbero a tessere
ininterrotte trame cospirative e fu preparata
la spedizione di Carlo Pisacane, che, se in
sé non ebbe altro risultato immediato se non
quello di tragicamente allungare la gloriosa
lista del martirologio italiano per la libertà,
costituì in fatto una premessa che oggi si
può considerare essere stata necessaria alla
grande impresa liberatrice di Garibaldi.
Il Risorgimento attraverso questi fatti (e
gli altri, numerosissimi, che al proposito si
Strumento per la fabbricazione delle pallottole. Fu ritrovato sul campo
ove morì Carlo Pisacane, eroica
figura di soldato e
che,
scrittore
emulo dei fratelli Bandiera, tentò nel 1857 con un esiguo numero di
compagni di sbarcare nel Napoletano per suscitarvi una rivoluzione po-
polare. I
tempi non erano purtroppo ancora maturi e la spedizione
finì tragicamente con la morte di Pisacane e di gran parte dei suoi
compagni, (Napoli, Museo di San Martino).
potrebbero citare) appare quello che esso è
veramente: un momento della storia del Mez-
zogiorno al pari che di quella di ogni altra
regione d’Italia, un momento, senza distacchi
di tempo e senza fratture ideologiche ovunque
parimenti vissuto, sofferto e combattuto. Dal
generoso ardimento dei cavalleggieri di Nola
nel 1820 al consapevole sacrificio degli insorti
palermitani del convento della Gancia nel-
l’aprile del 1860 l’anelito di libertà delle genti
meridionali si appalesa altrettanto vivo e vi-
goroso che quello delle popolazioni setten-
trionali. Tutto infatti si può dire — è stato
autorevolmente affermato da un illustre pub-
blicista «ma una cosa è certa: moti, cospi-
razioni, eroismi sono avvenuti nel Nord e
nel Sud con una miracolosa simultaneità,
come nel ’21 ».
Ecco, è proprio questa convergenza di
sentimenti e di aspirazioni, questa unità di
sforzi di uomini di tutte le sue regioni che ha
rifatto il nostro paese, ridandogli volto di
stato uno e sovrano. Non bisogna dimenti-
carlo. Questo dovere nazionale, con le loro
testimonianze di sacrificio e di gloria, a tutti
ricordano anche i musei del Risorgimento,
ideale viva catena di memorie e di voti che
da Trento a Trapani, da Trieste a Sciacca
stringe in un unico nodo, in riaffermata
comunanza di volontà e di destini, le genti
d’Italia tutte.
I pregiudizi
sul
meridionali
Questi dati sono ormai di dominio comu-
ne: in Italia ogni anno più di un milione di
persone cambia di residenza; città come
Torino aumentano la loro popolazione di
45.000 unità all’anno.
Al fenomeno gli specialisti hanno trovato
un nome: “migrazioni interne”, ed anch'esso
è divenuto subito largamente popolare.
In verità quello dell'emigrazione è un
vecchio problema italiano.
Dal 1901 al 1914, ogni anno 600.000 italiani
cercarono nel nuovo mondo quella “fortuna”
che il provvido “stellone”’ non era in condi-
zione di garantire. Partivano dai paesini del
Centro-Sud intere famiglie di lavoratori: par-
tivano i più giovani, i più in gamba.
Fra già un grosso problema e se ne parla-
va con profonda commozione. Intere gene-
razioni di borghesi piansero sullo sfortunato
piccolo-eroe di “Dagli Appennini alle Ande”.
Ma non si andò molto oltre la commozione.
In fondo era solo una piccolissima mino-
ranza ad esserne direttamente interessata e le
tavole di Beltrame sulla “Domenica del Cor-
riere” furono la sola protesta ufficiale di una
certa risonanza.
Dei problemi d’ambientamento di quegli
italiani nei paesi nuovi si avevano scarse no-
tizie. La retorica ufficiale del lavoro italiano
portatore di civiltà in terre barbare ed incolte
copriva gli aspetti più autenticamente veri del
dramma ch’erano costretti a vivere, del pro-
blema che essi rappresentavano per le co-
munità straniere in cui andavano ad inserirsi.
37
Dov'è stata ripresa questa fotografia? La risposta sembrerebbe facile, quasi ovvia: dove mai i bam-
bini scalzi possono giocare tra i ruderi di vecchie chiese in rovina se non nel Sud, nel paese della
miseria e della fantasia esposte al sole? Invece questa fotografia è stata presa in Liguria, a Bussana,
un paesino poco lontano da San Remo, a poche decine di chilometri dalla frontiera, Ci ha ingannato
l'abitudine di generalizzare, di trarre sempre da certi dati certi risultati. Molti pregiudizi radicati
nel Nord verso il Sud e i meridionali hanno, psicologicamente, la stessa origine inconscia, automatica.
Di fronte a certe immagini, come di fronte a certe usanze, a certi atteggiamenti, a certi tipi fisici,
scatta una specie di relé mentale che chiude il circuito di un pregiudizio.
Ecco una tipica immagine meridionale : la disperazione, il lutto che div stazioni corali, alle quali subito partecipa tutto un caseggiato, una strada, un rione,
una città, In questa bellissima fotografia (un uomo, a Napoli, è stato ucc . noglie, sorretta da parenti e amiche, corre sul luogo del delitto) sembrano essere
riuniti tutti i diversi gradi ed espressioni del dolore. € no che drammatiche immagini come questa possano ripetersi sotto ogni latitudine. In più c’è forse soltanto
la spettacolarità della partecipazione generale, elemento questo veramente peculiare al Sud, originato dall'antica esigenza di una mutua protezione nelle avversità,
Anche quando, col proibizionismo, i fatti di
cronaca nera negli Stati Uniti assunsero una
rilevanza tale da interessare la stampa di
tutto il mondo, e si conobbero i nomi italia-
nissimi di quegli eroi del crimine organizzato,
in Italia si rimase indifferenti: forse compia-
ciuti che il “genio italico” rifulgesse comunque.
Nemmeno gli scrittori più sensibili ai pro-
blemi dell’Italia meridionale pensarono mai
che l'emigrazione potesse un giorno rivolgersi
verso mète diverse da quelle ormai tradiziona-
li. Il nazionalismo (da cui il fascismo mutuò
l’idea) indicò l’Africa come terra promessa
al lavoro italiano.
Comunque, fino al secondo dopoguerra,
nessuno credette che le leggi della domanda
e dell’offerta potessero influenzare, nell’area
ristretta del territorio nazionale, la mobilità
della manodopera.
Invece, dopo gli anni della ricostruzione,
l’Italia, investita dal
anche in conseguenza dell’infittirsi degli scam-
bi internazionali, vide accentuarsi la polariz-
zazione del suo sviluppo industriale: ad un
Nord altamente industrializzato faceva
pre più riscontro un Sud agricolo incapace di
seguirne il ritmo di progresso tecnologico.
Sotto l’impulso dello sviluppo economico,
nel Nord la domanda di manodopera cresceva
in misura tale da rendere insufficiente l’inur-
bamento dei contadini settentrionali quale
soluzione agli scompensi creati dal periodo
di espansione.
La manodopera meridionale diventava indi-
spensabile, specie per sostituire coloro che
nel Nord passavano dalle attività primarie
alle attività secondarie e terziarie.
Sarebbe interessante accertare con preci-
sione come è iniziato il fenomeno migratorio
del Sud.
L’edilizia deve avere costituito il primo polo
di grande attrazione. I piccoli imprenditori
edili (disposti ad infrangere le leggi sulla
residenza), che richiedevano lavoro poco o
niente specializzato, hanno certamente con-
tribuito ad aprire un nuovo “cammino della
speranza” ai manovali meridionali. D'altra
parte 1 paesi stranieri, tradizionalmente impor-
tatori di lavoro italiano, per ragioni diverse,
diventavano sempre meno ospitali.
“boom” economico,
sem.
I primi manovali sbarcati nelle città del
Nord hanno invogliato gli altri a
Milano e Torino venivano da essi descritte,
nelle lettere alle famiglie, con gli stessi toni
di stupita aspettativa con cui i loro padri
avevano parlato di Brooklyn e del Bronx.
Ed è così incominciato il fenomeno di massa
le cui proporzioni abbiamo descritto in aper-
tura di articolo.
Questa volta l’opinione pubblica italiana è
stata più direttamente interessata al fenomeno.
Le città del triangolo industriale hanno do-
vuto affrontare tutta una serie di problemi
connessi con la presenza dei nuovi arrivati.
seguirli.
Ma, al di là del problema tecnico dell’in-
sediamento di un numero così rilevante di
neo-cittadini (problema che peraltro è ben
lungi dall'aver trovato una efficiente solu-
zione) si è improvvisamente imposto all’at-
Wo
9
tenzione degli studiosi quello più preoccu-
pante (e condizionante ogni soluzione di ca-
rattere tecnico) dell’antagonismo esistente fra
le comunità settentrionali e quelle provenienti
dal Mezzogiorno.
Mentre la dottrina non ha avuto difficoltà
a sistemare il fenomeno ed a riconoscere nella
mobilità territoriale del lavoro un elemento
indispensabile del progresso (i programmi di
industrializzazione delle zone sottosviluppate
hanno tanta maggiore possibilità di successo
quanto meno grave è la sproporzione fra popo-
lazione e risorse sul posto) la maggioranza
degli abitanti delle regioni settentrionali ha
reagito in maniera negativa alla presenza de-
gli immigrati dal Meridione.
È emersa nella società italiana, che troppo
presto ci si era affrettati a definire omogenea,
una crepa di dimensioni insospettate: l’esi-
stenza di un diffusissimo pregiudizio etnico.
Che l’integrazione politica non abbia risolto
tutti i problemi della confluenza delle due
comunità (quella settentrionale e quella meri-
dionale) in un unico stato, è ormai un fatto
scontato per tutti, ma, in nelle
difficoltà di carattere economico che vengono
più frequentemente ricercate le
rallentamento che ha subito ogni politica di-
retta a promuovere quella confluenza.
genere, è
cause del
È solo dopo questa prima esperienza di
integrazioni forzose di meridionali in comu-
nità del settentrione che ci si è potuti rendere
conto di quanto la differente situazione socio-
economica abbia influenzato (potenziandolo
sensibilmente) l’atteggiamento di ripulsa che
la parte economicamente più evoluta del paese
mostra di confronti della
meridionale.
Gli immigrati meridionali (in maggioranza
braccianti e manovali) riproducendo nel Nord,
specie nella prima fase di ambientamento,
certe loro forme di vita, hanno inconsciamen-
te contribuito a far esplodere, in manifesta-
zioni spesso vistose, il pregiudizio esistente
nei loro confronti.
In alcuni casi le espressioni di avversione
potrebbero addirittura far credere all’esisten-
za di un vero e proprio pregiudizio razziale
(caso degli annunzi economici relativi ad appar-
tamenti che si affittano ‘a soli settentrionali ””).
Si tratta invece, fortunatamente, di una semplice
similitudine fra le manifestazioni di due pre-
giudizi, in quanto è assente, tra le loro compo-
nenti, lo pseudo-biologismo fondamento di
ogni concezione razzista.
Un'indagine storica, diretta ad accertare le
origini del pregiudizio etnico in Italia, porta
molto indietro negli anni, almeno fino al pe-
riodo dell’unificazione, quando la burocrazia
piemontese, trasferita nel Sud, diffuse nel
Nord le prime opinioni sui meridionali.
Ma, stando ad una definizione accettabile
del pregiudizio secondo cui questo consiste-
rebbe « nell’adattare l’esperienza al previo
giudizio anziché il giudizio all’esperienza», la ri-
cerca sulle origini della prevenzione nei con-
fronti dei meridionali dovrebbe essere fatta
risalire ad epoche molto più remote e diffi-
cilmente precisabili. Forse, proprio in conse-
avere nei realtà
guenza della difficoltà di una precisa ricerca
di carattere storico, e in vista della necessità
di suggerire terapie d’ immediata applicazione,
gli studi sull’argomento stanno puntando
esclusivamente sulle manifestazioni più at-
tuali del fenomeno. E in questi studi d’in-
negabile interesse, le cui risultanze possono
fra l’altro contribuire ad illuminare gravi de-
ficienze nell’impostazione di una politica me-
ridionalistica, spesso minata anch’essa dalla
presenza di pregiudizi, psicologi e sociologi
lavorano di concerto.
Tra le altre, molto significativa è un’inda-
gine descrittiva del fenomeno, apparsa nel
numero di giugno della rivista “Nord e Sud”
dovuta a G. Fofi, Essa è stata condotta su una
rubrica di “lettere al direttore” del giornale
torinese “La Stampa”.
Torino, come si è detto, è la città più in-
vestita dal fenomeno migratorio ed è logico
che sul suo giornale più importante affiorino i
sintomi del disagio da esso provocato. Infatti,
il 10% delle lettere pubblicate negli anni
1959 € 1960 riguardano direttamente i pro-
blemi del Sud ed i rapporti tra meridionali e
settentrionali.
Fsse sono state divise per argomento, e
possiamo così sintetizzarne il contenuto:
a) La povertà del Sud e la poveri i del Nord
La maggioranza delle lettere accusa le au-
torità costituite di preoccuparsi solo dei pro-
blemi del Sud, trascurando la povertà esistente
anche nelle regioni settentrionali.
b) Roma capitale
La polemica anti-romana investe la popola-
zione della città in genere, le sue abitudini
e le sue corruzioni (con richiami alla ‘dolce
vita”, ai romanzi di Pasolini ecc.).
c) Rapporti fra merie ionali e setfentrione
Sono qui raggruppate le lettere in cui più
sintomatico appare il pregiudizio sociale. Ecco
alcuni dei temi più ricorrenti: la delinquenza
dei meridionali, la mancanza di igiene nel
Sud, l’inciviltà del Sud, la mancanza di voglia
di lavorare dei meridionali, il qualunquismo
politico dei meridionali, il malgoverno sici-
liano ecc.
d) / meridionali e le donne - I delitti d’onore
Queste lettere potrebbero rientrare nella
sezione precedente se non fosse per il loro
numero che prova come i pregiudizi di ca-
rattere sessuale siano fra quelli più vivi e
preoccupanti. I settentrionali attaccano du
ramente “il maschio” meridionale (« Sappiate,
nostri connazionali del Sud, che non si diso
nora una donna con uno sguardo o con una
parola » «Spero che i miei connazionali
del Sud la smettano una volta per sempre e
che si comportino come a casa loro, dove
non osano nemmeno alzare l’occhio sulle
donne non loro per paura dello sfregio »), e
una lettera di un «purosangue del Sud» in cui
il delitto d’onore viene pienamente giustificato
(« col delitto l’uomo ritorna uomo, stimato e
rispettato come prima, più di prima») ha
provocato ben 293 risposte indignate di cui
molte di meridionali.
Tranne pochissime eccezioni, le lettere dei
settentrionali sono tutte tali da coinvolgere,
DISTINTA
sana,
bella,
insegnante
indipendente,
settentrionale,
affettuosa,
conoscerebbe seopo matrimonio distin-
to, colto 38 -50.enne,
sano, presenza,
buona nosizione economico - sociale —
A impiegato settentrionale affittasi am-
mcebiliata con pensione
qui sopra: annunci economici come questi com-
paiono frequente rnali del Settentrione.
I pregiudizi del Nord verso il Sud si ituarono
nel periodo dell’unificazione, quando i contatti tra
settentrionali e meridionali divennero più freque
nella pagina a fiane cora un'immagine da Sud
depresso: siamo invece in un tipico «vico» di Genova.
nte nei
Comforts —
nella foto in alto: questi sono autentici meridio-
nali che hanno fatto nascere dal nulla un «tetto»
alla periferia di una grande ci
dovi, con il letto, le fotografie dei parenti e le
immagini dei Santi protettori, l'atmosfera del paese
natale, l’amore per una terra che pure è stata per
loro avara di doni.
à del Nord, ricrean-
42
nel giudizio giustamente severo verso l’au-
tore della lettera, tutti i meridionali.
e) Rapporti fra torinesi e meridionali
Sono lettere molto interessanti perché si
scende nel vivo dei rapporti fra cittadini di
Torino ed immigrati.
Il problema è visto in modo meno generale,
le reazioni sono più dirette.
Per dare un’idea compiuta della situazione
creatasi nel capoluogo del Piemonte, bisogne-
rebbe poter riprodurre tutte le lettere. Questi
stralci dovrebbero però sufficienti:
«Torino non è il paese di bengodi dove si
suona la chitarra e si danza la tarantella tutto il
giorno... ». « È con tanto disgusto che tutti i
giorni si legge sui giornali di meridionali che
arrivano senza lavoro, senza soldi e a volte si
portano moglie, tanti figli e parenti confidando
nel buon cuore dei piemontesi. Invece noi sof-
friamo, andiamo a lavorare all’estero, non
mettiamo al mondo tanti figli che sappiamo
di non poter mantenere e non chiediamo aiuto
alla carità della gente ed al Comune. Se vo-
gliono venire, vengano soli, se non hanno
lavoro rimandateli al loro paese, che ci pensi
il loro Comune... ».
Da queste lettere lo stereotipo del meridio-
nale emerge come un elemento deformatore
di ogni considerazione relativa ai problemi
del meridione. 1 risultati di altre inchieste
compiute su piccoli campioni (come quelle
del Batacchi e del Canestrari) vengono com.
pletamente avvalorati.
La posizione del settentrionale è oggi an-
essere
La sordida scena di un omicidio avve-
nuto al Nord qualche anno fa, Qui
abitava la vittima, un settentrionale.
cora caratterizzata dall’assoluta incompren-
sione e, soprattutto, basata su un’erronea gene-
ralizzazione di elementi negativi propri solo ad
alcuni componenti della comunità meridionale.
Tutto questo è stato ancor meglio dimostrato
da un esperimento compiuto dal Batacchi.
Questi ha sottoposto, ad un gruppo di setten-
trionali, articoli che riportavano fatti di cronaca
concernenti qualità comprese nello stereotipo
del meridionale (abilità nel raggiro, vendica-
tività, gelosia, impulsività) occorse invece
in zone dell’Italia settentrionale. Nella presen-
tazione egli ha omesso tutte le indicazioni spe-
cifiche che potevano indirizzare all’ individua-
zione delle località di accadimento. Ebbene,
richiesti di riferire le località in cui il fatto
di cronaca poteva essere avvenuto, la maggior
parte dei soggetti ha indicato una città meri-
dionale come luogo di accadimento.
L’unico elemento positivo in questo neris-
simo quadro è rappresentato proprio, a nostro
avviso, dall’atteggiamento dei meridionali.
« Nella stragrande maggioranza di lettere di
meridionali alla Stampa — scrive G. Fofi —
è presente un riconoscimento degli altrui
pregi e dell’altrui superiorità con uno sforzo
continuo ed evidente per essere accettati. A
volte avviene con tale umiltà ed umiliazione
da suscitare in chi legge una sgradevole im-
pressione, in quanto vi si rinnega quasi in
blocco il proprio fondo culturale e la propria
origine pur di sentirsi in qualche modo partecipi
ed attivi nella vita della società italiana con-
temp Irancea».
L'esperimento del Batacchi conferma quanto
sopra: i meridionali non temono affatto l’assi-
milazione ai settentrionali, ma ad essa aspirano:
essi paiono esaltare i valori ‘settentrionali’
(cioè quelli che essi attribuiscono ai settentrio-
nali e i settentrionali stessi si attribuiscono)
a svantaggio dei propri e non concepiscono
la possibilità che i settentrionali si “meridio-
nalizzino”.
Non ci pare di dover dividere le preoccu-
pazioni di quegli studiosi i quali vedono nel-
l'atteggiamento dei meridionali una rimunzia
a difendere certi valori della loro cultura.
Le caratteristiche positive della cultura me-
ridionale potranno e dovranno sopravvivere
nel Meridione quando si raccoglieranno i
frutti di una politica meridionalistica scevra
di pregiudizi che rinnoverà le strutture econo-
miche, politiche e amministrative del Mezzo-
giorno.
Nel Settentrione, dove l'immigrazione di
massa sta provocando gli scompensi cui ab-
biamo accennato, è auspicabile avvenga
l’integrazione delle due comunità anche a
scapito di alcuni valori della cultura meri-
dionale.
L’atteggiamento degli immigrati meridio-
nali giustifica un certo ottimismo; la realtà
dell'industria con la sua esigenza oggettiva
dell’uomo giusto al posto giusto promette
di mettere fine alla discriminazione etnica in
grandissima parte possibile oggi per la con-
dizione di sottoproletariato che tanto lavoro
meridionale è ancora costretto ad accettare.
L'industria
minore
e lo sviluppo
del Mezzogiorno
Abbiamo chiesto al dottor Guido Maurino,
direttore del Consorzio per l’area di sviluppo
industriale di Taranto, costituito lo scorso an-
no, di illustrarci le prospettive esistenti per le
piccole e medie aziende nelle sone del Mezzo-
giorno dove stanno sorgendo grandi complessi
industriali.
Le recenti cerimonie della posa della prima
pietra dei nuovi stabilimenti dell’ E.N.I. della
Montecatini e della ceramica Pozzi nel com-
prensorio del nucleo di industrializzazione di
Ferrandina, hanno completato, in questa
prima fase di più accentuata industrializzazione
del Mezzogiorno, il quadrilatero dei poli di
attrazione industriale del sud dell’ Italia.
In Puglia e Lucania, con le quattro grandi
aree di sviluppo industriale imperniate sugli
stabilimenti della Breda-Pignone Sud a Bari,
della Montecatini a Brindisi, del centro siderur-
gico Italsider a Taranto e di quelli di Ferrandi-
na, si è costituita una fascia di grandi indu-
strie, alimentata sia dalle aziende a partecipa-
zione statale, sia da quelle a capitale privato,
che rappresentano tutta un’area di addensa-
mento nella quale gli imprenditori — che,
come è noto, subiscono necessariamente lo
stimolo e l’attrazione delle aree dove si offre
un più vasto ed assortito complesso di fat-
tori agglomerativi ed ubicazionali — po-
tranno trovare le condizioni ideali per una
localizzazione industriale.
A fianco di queste grandi industrie, quali
possibilità di inserimento hanno le medie e
piccole aziende industriali?
Ancor prima di formulare una risposta a
questo interrogativo non sembra inopportuno
richiamarsi al cosiddetto “precedente storico”,
nel senso di dare uno sguardo a quanto finora
è stato fatto per favorire una politica di indu-
strializzazione del meridione d’Italia.
Il problema della industrializzazione del
Mezzogiorno, inteso come mezzo necessario
per operare una riconversione di aree depresse,
sia trasformando le preesistenti condizioni di
lavoro (passaggio dall’artigianato all’industria,
sfruttamento industriale dell’agricoltura), sia
elevando il tenore di vita delle popola-
zioni attraverso i benèfici effetti di una sana
industrializzazione, è stato affrontato dai no-
stri governanti fin dall’ormai lontano 1947.
Le notevoli distruzioni operate dall’ultimo
conflitto con la conseguente necessità di pro-
cedere a rapide ricostruzioni, l'opportunità di
creare condizioni di vita pressoché identiche
su tutto il territorio nazionale, il cosciente
sentimento di affrontare con mezzi adeguati
il secolare ‘‘problema meridionale”, indussero
i governi dell’epoca a predisporre una serie
di norme volte a favorire una rapida ricon-
versione industriale dei territori del sud del-
l’Italia.
La fase iniziale della legislazione e della poli-
tica per l’industrializzazione del Mezzogiorno
si limitò, peraltro, nel decennio 1947-1957,
ad una serie di norme imperniate prin-
cipalmente su esoneri e riduzioni fiscali e sulla
concessione di crediti a lungo termine a con-
dizione di favore.
L'esperienza, però, ha dimostrato che le
su accennate agevolazioni non hanno deter-
minato una vera e profonda trasformazione
dell'ambiente economico e sociale preesistente,
talché molte industrie, sorte per il miraggio
delle agevolazioni delle quali potevano fruire,
hanno troppo presto esauriti i mezzi a dispo-
sizione e si sono avuti impianti rimasti a metà
o, seppure terminati, non entrati in funzione,
in quanto privi di quelle attrezzature infra-
strutturali che avrebbero potuto rendere eco-
nomica la conduzione di essi.
D'altro canto la concessione del credito a
medio termine, anche se operata a condizioni
di estremo favore, non può, di per se sola,
rappresentare un grosso incentivo in regioni
caratterizzate da una grande povertà di ca-
pitali, da una scarsissima mobilità degli
stessi e — si sottolinea particolarmente questo
elemento di carattere psicologico — dalla
quasi completa assenza di uno spirito asso-
ciativo degli operatori economici.
Il solo ausilio del credito, infatti, non avreb-
be mai potuto rappresentare il mezzo ideale
per un rapido processo di industrializzazione,
in quanto le possibilità finanziarie e creditizie
dei promotori si sarebbero esaurite — come
in molti casi si è verificato — nello sforzo
iniziale dell'impianto.
Si è, quindi, appaiesata la necessità di por-
re in essere nuove norme e nuovi mezzi che,
43
in base all'esperienza acquisita, tossero stati
in grado di assicurare un coordinamento degli
investimenti, allo scopo di costituire, fra l’al-
tro, tutta una serie di premesse di carattere
economico-tecnico il cui costo, trasferito sul-
la collettività e non più sull’ imprenditore
singolo, può rendere economico il sorgere di
nuove industrie.
Si è giunti, così, alla legislazione del 1957
che, fatte salve le preesistenti agevolazioni per
l’industrializzazione del Mezzogiorno, ha pre-
visto nuove forme di intervento dello stato
e degli enti da questo delegati, quali:
— contributo a fondo perduto per le spese
di impianto delle piccole e medie industrie;
— realizzazione di infrastrutture, per la quasi
totalità a carico dello stato, nelle regioni
e province dove si determini o si preveda
una concentrazione industriale (aree di
sviluppo industriale);
— istituzioni di nuove scuole e corsi
l'addestramento professionale.
per
Ulteriori miglioramenti si sono avuti con
la legge 18 luglio 1959 n. 555 €, oggi, è al-
l'esame del Parlamento uno schema di di-
segno di legge, già approvato dal Consiglio
dei Ministri, che eleva ancora — in certi casi
- i contributi a carico dello stato e per esso
a carico della Cassa per il Mezzogiorno per
maggiormente incentivare la localizzazione di
industrie nelle regioni meridionali.
Il complesso di queste nuove disposizioni
ha determinato un “rilancio” nella politica
meridionalistica in quanto è evidente che ci si
trova, finalmente, dinanzi ad un sistema arti-
colato di interventi che si presta a fronteggiare
situazioni diverse e raggiungere quell’ obiet-
tivo che è alla base dello sforzo governativo
di attuare, cioè, senza ulteriori indugi, la ri-
conversione industriale delle aree depresse
dell’Italia meridionale ed insulare.
Nel quadro di queste disposizioni si sono
inserite iniziative, spontaneamente e program-
maticamente convergenti, di gruppi privati e
non privati che hanno determinato o sono
suscettibili di determinare rilevanti fenomeni
di industrializzazione. In altri termini si è
risvegliato l’interesse del mondo industriale
per il Mezzogiorno visto in funzione di una
politica di espansione aziendale con possi-
bilità di ristrutturazione dell’intero mercato
e dell’intero sistema economico nazionale.
Sorti, così, i grandi complessi industriali
accennati all’inizio delle presenti note, previ-
sta la completa attrezzatura infrastrutturale
delle aree di sviluppo industriale, assegnando
tale compito ai Consorzi all'uopo costituiti,
ne è derivato un nuovo ambiente tecnico-
economico nel quale le medie e le piccole
industrie trovano le condizioni ideali per una
loro localizzazione.
Si è appreso, ad esempio, che il centro
siderurgico «Oscar Sinigaglia» dell’ Italsider,
nel corso del 1960, ha speso ben 700
milioni per lavori di carpenteria; 1 miliardo
per lavori di manutenzione ordinaria e ri-
cambi; 40 milioni per riparazioni di autovei-
44
coli; 150 milioni per manutenzione e riparazio-
ni di materiali in gomma; ha acquistato 3 mila
indumenti di sicurezza per i propri dipendenti,
56 mila paia di guanti di protezione, 11 mila
tute; ha speso 30 milioni per materiali di
cancelleria e 100 milioni di stampati vari.
Dinanzi a queste cifre, mantenendo l’esem-
pio nel campo della siderurgia, viene sponta-
nea la domanda: perché di pari passo al pro-
gredire della costruzione del centro sidc-
rurgico di Taranto gli operatori economici
locali ed anche quelli che già rappresentano
i normali fornitori del «Sinigaglia», non esa-
minano la possibilità di dar vita a medie e
piccole aziende da localizzare nelle immediate
vicinanze del centro siderurgico, allo scopo di
fornire il centro stesso di tutto quanto neces-
siterà di beni di consumo e di servizi che,
ovviamente, non potrà produrre in proprio?
E analogamente, quante piccole e medie
aziende potrebbero dedicarsi alla lavorazione
di alcuni derivati delle produzioni del centro
siderurgico ?
Nell’area di sviluppo industriale di Taranto,
così come del resto è per le altre aree di svi-
luppo di Brindisi, di Bari e di Ferrandina,
sussistono tutte le condizioni perché medie e
piccole aziende trovino la loro migliore ubi-
cazione sotto ogni aspetto e particolarmente
sotto il profilo economico-tecnico. Esse po-
tranno infatti disporre, in anticipo, di un
mercato di assorbimento delle loro produ-
zioni, costituito dai grandi complessi indu-
striali in corso di avanzato allestimento.
Le notevoli agevolazioni previste per le
localizzazioni industriali nell’ambito delle aree
di sviluppo, la possibilità che i Consorzi co-
struiscano i rustici industriali fruendo del
contributo previsto a carico della Cassa per il
Mezzogiorno che può raggiungere il 50%
della spesa prevista, le disposizioni della legge
30 luglio 1959 n. 623, prorogata recentemente,
concernente gli incentivi a favore delle medie
e piccole industrie, possono consentire il
fiorire di tutta una gamma di piccole e medie
aziende e potenziare, altresì, l’artigianato solo
che gli operatori economici in generale e quelli
meridionali in particolare si sapranno positi-
vamente e tempestivamente inserire in questo
processo di industrializzazione in atto.
Anche sotto l’aspetto “umano” una notevole
concentrazione di piccole e medie aziende
intorno alle industrie chiave del Mezzogiorno
sarebbe quanto mai auspicabile per le maggiori
possibilità di occupazione nelle regioni di
origine che limiterebbero la necessità di tra-
sferimento di manodopera e tenderebbero a
conservare uniti i muclei familiari.
Gli strumenti, quindi, per raggiungere
questi scopi esistono; alla buona volontà dei
tecnici e degli operatori saperli conveniente-
mente sfruttare non solo nel loro interesse
ma anche per quello più vasto dell’economia
nazionale e di quella meridionale in particolare.
RIVISTA ITALSIDER -
segreteria di redazione: ufficio pubbliche relazioni Italsider -
Panorama
siderurgico
SITUAZIONE INTERNAZIONALE
Mentre negli Stati Uniti d’ America la situa-
zione dell'industria dell'acciaio sta indirizzandosi
sempre più verso un andamento favorevole, sul
mercato della C.E.C.A. assistiamo ad una
sia pure non accentuata diminuzione della ri-
chiesta, accompagnata dalla tendenza al ribasso
delle quotazioni. Il fatto è dovuto al processo
d'espansione dell'industria trasformatrice che
negli ultimi mesi non ha mantenuto, nel quadro
della Comunità, il tasso di sviluppo elevato
che da parecchio tempo la caratterizzava.
Si dovrebbe comunque trattare dell’orienta-
mento verso un assestamento congiunturale di
tono più modesto, dopo un lungo periodo di
intensa attività.
Siccome il consumo d’acciaio nell’ambito dei
paesi della Comunità tende pur sempre ad au-
mentare, la minor richiesta di prodotti siderurgici
in relazione al consumo denota la fiducia dei
consumatori in un approvvigionamento più facile.
Produzioni Italsider
È questa d'altronde una conclusione ragionevole,
tanto più che allo squilibrio esistente fra pro-
dusione e nuove ordinazioni si aggiunge il fatto
che il volume delle consegne si mantiene ad un
livello abbastanza elevato e, molto probabilmente,
superiore all'attuale fabbisogno dei consumatori.
Alcuni produttori hanno già tenuto conto di
questo orientamento, come sembra dimostrare il
risultato conseguito dalla produzione d’acciaio
nello scorso agosto che è stato inferiore sia a
quello del mese precedente sia a quello del-
l’agosto del 1960.
SITUAZIONE ITALIANA
La richiesta di prodotti siderurgici da parte
del mercato italiano permane sempre buona e le
produzioni si mantengono su un ritmo elevato.
Bisogna comunque tener presente la concorrenza
che sul nostro mercato possono esercitare gli altri
paesi della C.E.C.A.
Nei primi otto mesi dell’anno in corso l’Italia
ha prodotto 5.970.000 tonnellate d’acciaio con
un aumento del 10%, nei confronti dello stesso
periodo del 1960.
Per quanto riguarda il consumo interno ci si
avvia quest'anno a superare i 10 milioni di ton-
nellate contro î 9 milioni del 1960.
Si tratta di un incremento certamente su-
periore a quello della produzione.
luglio agosto
1961 1961
coke tonn. 165.763 * 161.191
ghisa » 210.623 219.653
acciaio » 298.299 287.363
laminati a caldo » 225.073 187.969
laminati a freddo » 42,330 30.681
getti di ghisa e d'acciaio » 10,130 7.012
fucinati e stampati » 1.069 1.000
rodeggi » 3.213 2.403
carpenteria » 3.093 2.294
derivati vergella » 4,204 2.582
bulloneria » 645 453
molle » 130 23
armamento ferroviario » 2.270 2.016
altre lavorazioni » 40 21
* nuovo record mensile
Via Corsica 4 - Genova - telefono 59.99. La riproduzione degli
articoli è libera. Si prega citare la fonte. Stampa: AGIS - Stringa Genova. Clichés a colori: Denz - Berna. Clichés in bianco e nero: Ceriale - Genova
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la copertina: Carlo Levi - « Lucania»
Carlo Levi è nato a Torino nel 1902.
I suoi interessi si dividono tra la pittura
(per la quale abbandonò molto presto
la medicina) e la letteratura. In entrambe
Levi ha dato opere importanti. Come
scrittore, i suoi libri (specie il primo,
“Cristo si è fermato a Eboli”, che
rievoca le esperienze del confino politico
scontato in Lucania negli anni 1935-36)
sono letti in tutto il mondo. La nostra
copertina riproduce un particolare di un
suo grande dipinto scelto da “Italia 61”
per rappresentare il mondo e i problemi
del lavoro contadino nel Meridione ed
esposto nel padiglione dedicato alla Lucania.
2° di copertina: un contadino meridionale
3° di copertina: un operaio del centro side-
rurgico Italsider di Bagnoli (Napoli)
4° di copertina: antico gallo segnavento in
ferro e rame. È stato adottato come inse-
gna alla Fiera dell’antiquariato svoltasi a
Parigi lo scorso anno.
RIVISTA ITALSIDER
bimestrale d’informazione aziendale per
il personale dell’Italsider - alti forni e ac-
ciaierie riunite Ilva e Cornigliano
Anno II - n° 4 - luglio - agosto
comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese
direttore responsabile : Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del ‘Tribunale di Genova
n° 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV
SOMMARIO
I paesi sottosviluppati pag. 3
I tesori dell’antica Taranto » 8
Cinema e problemi del Sud » 13
La famiglia in provincia di Taranto » 24
Risorgimento e musei del Sud » 33
I pregiudizi sui meridionali » 37
L’industria minore e lo sviluppo
del Mezzogiorno » 43
Sta per entrare in esercizio il tubificio del centro siderurgico Italsider di ‘T'aranto.
È la prima unità produttiva, l'avanguardia del grande complesso in costruzione, e le
sue strutture, che si inseriscono prepotentemente nel paesaggio agreste, sono un se-
gno della nuova realtà del Mezzogiorno, del suo sviluppo industriale ormai concre-
tamente avviato, a ‘Taranto come in altre regioni del Sud.
All'iniziativa dell’ Italsider se ne affiancano infatti altre, come quella dell’ ENI a Fer-
randina, mentre anche società private, tra cui la Montecatini, costruiscono nuove fab-
briche nel Meridione. I programmi industriali nel Sud sono imponenti. L' IRI, in
particolare, a fine 1960 aveva deciso investimenti, da attuare nelle regioni meri-
dionali nel quadriennio 1961-1964, per un importo di 536 miliardi di lire. Si tratta
di una spesa superiore di quasi cento miliardi agli investimenti effettuati da questo
Istituto nell’ultimo decennio nelle stesse regioni. Nella ripartizione per settore, si avrà
un deciso incremento di investimenti per le aziende manifatturiere (336 miliardi)
rispetto alle aziende dei servizi (200 miliardi). L'incremento dell’occupazione, nelle
sole aziende IRI del Sud, sarà di parecchie migliaia di unità. Sono cifre che valgono
da sole ad indicare la portata del programma IRI, in cui si inserisce quello della
Finsider e quindi il piano di sviluppo della nostra azienda. L’ Istituto sta affrontando
anche il problema della specializzazione delle maestranze con un concreto programma
di formazione professionale di personale qualificato.
Nel quadro delle molte iniziative per il Meridione, va particolarmente segnalata la
creazione dell’ Istituto per l'assistenza allo sviluppo industriale del Sud, deliberata
recentemente dal comitato dei ministri per il Mezzogiorno, e di cui è fondatrice, con
altri enti, la Cassa per il Mezzogiorno. ‘Tale istituto non si limiterà a svolgere una
generica opera di propaganda, ma opererà nel quadro di un’azione mediatrice tra ini-
ziativa privata e pubblico interesse, per far conoscere, particolarmente agli imprenditori
piccoli e medi italiani e stranieri, le occasioni concrete di investimento che l’attuale
fase di crescita del Sud rende possibili.
Nel momento in cui un nostro nuovo stabilimento si appresta ad entrare in funzione
nel Meridione, e mentre si aprono al Mezzogiorno, per opera di una complessa serie
di coordinate iniziative, reali prospettive di progresso economico e sociale, abbiamo
voluto dedicare ad alcuni problemi e aspetti meridionali questo numero della nostra
Rivista.
Il Sud si muove
A cinquant'anni di distanza dalla nascita del primo impianto siderurgico meridionale, quel-
lo di Bagnoli, sorge nel Mezzogiorno, a Taranto, il secondo centro a ciclo integrale per la pro-
duzione dell'acciaio.
La sua creazione ha visto fluire fiumi d'inchiostro pro e contro. Al di là di ogni polemica,
tuttavia, vi è una concreta realtà destinata ad incidere profondamente sulla struttura economica
e sociale del Sud.
Come è noto, infatti, è sul parametro del « consumo d'acciaio pro capite » che si misura il grado
di progresso economico e sociale di un paese ed è sull’espansione quantitativa e qualitativa della
produzione siderurgica che si fonda un processo di sviluppo industriale. E il consumo pro capite
d’acciaio in Italia è ancora basso, specialmente nel Meridione, nonostante negli ultimi sette anni
si sia raddoppiato.
Il problema che il gruppo Finsider fu chiamato a risolvere due anni or sono era duplice : fron-
teggiare da un lato l'espansione della domanda nazionale d’acciaio, mantenendosi al passo con
il progresso tecnologico e puntando al raggiungimento del limite dei costi unitari decrescenti, e,
dall’altro lato, contribuire alla creazione nel Mezzogiorno di un polo di sviluppo suscettibile di
operare una frattura delle strutture economico-sociali esistenti ma che fosse, allo stesso tempo,
basato su seri e sani criteri economici.
In dieci anni la produzione italiana di acciaio è passata da 3 milioni a 8,2 milioni di ton-
nellate e l’Italia si è inserita all’ottavo posto nella graduatoria dei maggiori produttori d'acciaio
del mondo.
Non è stato questo un ‘miracolo’, ma semplicemente un fenomeno dovuto ad esatte imposta-
zioni tecniche ed economiche : la dislocazione marittima che l’Italia ha dato alla sua siderurgia,
“N
prima nella fase della ricostruzione e poi in quella di sviluppo, e l’ado-
sione delle tecniche più moderne sia nel campo degli impianti di produ-
zione sia in quello dell'organizzazione.
La siderurgia italiana deve ricorrere all’estero per la maggior parte
del proprio fabbisogno di materie prime. Questo spiega perché uno dei pre-
supposti essenziali per lo sviluppo e la stessa vita della siderurgia italiana
era ed è la “corsa al mare”.
I progressi tecnici nel campo dei trasporti marittimi permettono infatti
agli impianti siderurgici dislocati sul mare di approvvigionarsi delle materie
prime ad un costo corrispondente allo standard internazionale.
Già nel 1960 la siderurgia marittima ha fornito all'Italia 2.250.000
tonnellate di ghisa e tonnellate 2.740.000 d'acciaio, V'84%, e il 33%, delle
rispettive produzioni nazionali. Entro il 1965 l’Italia produrrà sul mare
7 milioni di tonnellate di ghisa ed eltre 7,5 milioni di tonnellate di acciaio
dei circa 13,5 în programma.
La dislocazione degli impianti sul mare ha quindi costituito per la si-
derurgia italiana il primo fattore di livellamento dei costi nei confronti
delle altre siderurgie.
A questo fattore se ne aggiunge un secondo di natura tecnica. L'espan-
sione straordinariamente rapida dell’industria siderurgica comporta infatti
una generale modernizzazione e standardizzazione delle principali at-
trezzature produttive con impiego generalizzato dei più moderni ed eco-
nomici processi produttivi. Ne consegue pertanto che, con una parità di
condizioni di approvvigionamento di materie prime, con una non troppo
elevata differenza di salari e con l’utilizazione degli stessi procedimenti
e delle stesse apparecchiature, i costi dell'acciaio, se le capacità delle singole
unità produttive non sono molto diverse, tendono ad eguagliarsi in qual-
siasi parte del mondo.
La siderurgia italiana ha saputo valutare tempestivamente anche l’im-
portanza di questo secondo fattore, e si è dotata di impianti a ciclo inte-
grale che nulla hanno da invidiare a quelli posseduti da altri paesi grandi
produttori.
Gran parte del merito dello sviluppo dell'industria italiana dell’ac-
ciaio va riconosciuto alla Finsider, la società finanziaria dell’ IRI che è
a capo delle aziende siderurgiche a partecipazione statale. Essa ha saputo
inquadrare nell’ambito dell'economia nazionale l'industria siderurgica,
attuando, con coraggio e lungimiranza, secondo i criteri cui abbiamo ac-
cennato, la ricostruzione degli impianti semidistrutti dagli eventi bellici
ed il loro ampliamento.
L'apporto della produzione Finsider a quella nazionale, che nel 1954
era del 54,7% per la ghisa e del 39,8%, per l'acciaio, ha infatti raggiun-
to nel 1960 l'85%, per la ghisa e il 55%, per l’acciato.
Ma il notevole sviluppo della produzione siderurgica delle aziende del
gruppo Finsider ha costituito soltanto una delle tappe di un processo evo-
lutivo. La siderurgia italiana doveva approntare i mezzi per far fronte
all’ulteriore espansione della richiesta da parte del mercato interno — pre-
vista in 11-11,5 milioni di tonnellate entro il 1965 ed a quella delle
avviate correnti d’esportazione.
Per questo la Finsider ha iniziato l'attuazione di un nuovo programma
di potenziamento produttivo che prevede di raggiungere entro il 1965 la
produzione di 7 milioni di tonnellate di ghisa e di oltre 9 milioni di tonnel-
late d'acciaio, programma praticamente compendiato nelle realizzazioni
dell’Italsider.
Entro il 1965 la produzione Italsider di ghisa dovrà salire a 7 milioni
di tonnellate e quella dell’acciaio ad oltre 7,5 milioni.
Gli incrementi produttivi saranno concentrati nei centri a ciclo inte-
grale di Cornigliano, Bagnoli e Piombino fino alla loro ottima saturazione
tecnico-economica.
Ma questi tre centri siderurgici non sarebbero stati sufficienti a fronteg-
giare la prevista espansione della domanda. Per tale ragione, a partire dal
1964, nel quadro della siderurgia italiana, si inserirà, pienamente funzio-
nante, il nuovo stabilimento di Taranto che completerà, anche in senso
geografico, la catena dei centri a ciclo integrale che si sviluppa lungo tutta
la penisola inserendosi in quell’azione di propulsione nel Sud che lo sta-
bilimento di Bagnoli non ha potuto e non potrebbe svolgere da solo.
Nel perseguire le sue finalità di sviluppo industriale del Mezzogiorno,
la Finsider non ha comunque avuto l’idea di creare delle infrastrutture,
ma piuttosto di mettere a disposizione di altre iniziative imprenditoriali
un'industria di base sufficiente ed economicamente sana.
Infatti, l'impostazione siderurgica della Finsider nel Mezzogiorno è
basata esclusivamente sull’economicità degli impianti.
Taranto, nelle Puglie, è stata scelta per varie ragioni : anzitutto per
la possibilità di creare facilmente attrezzature di sbarco e imbarco per
nati fino a 60 mila tonnellate di portata in qualsiasi condizione di mare.
Altro motivo è l'andamento pianeggiante della sona prescelta per la co-
struzione degli impianti, a nord della città, alla confluenza di tutte le
principali strade e ferrovie che servono la città stessa.
Le aree poste attorno allo stabilimento si prestano ottimamente per
l'eventuale sviluppo d'industrie sussidiarie nonché per gli ulteriori am-
pliamenti dello stabilimento stesso.
La distanza della zona dal centro della città di Taranto è di circa
5 chilometri, ampiamente sufficiente ad assicurare una completa indipen-
denza fra le necessità di sviluppo dello stabilimento e della città, ma nello
stesso tempo non tanto elevata da rendere onerosi o difficili i collegamenti
e il movimento del personale.
Taranto, inoltre, ha già una sorta di tradizione industriale nel seno
della città capoluogo. È sede di uno dei maggiori arsenali della Marina
Militare e di un cantiere di costruzioni navali ; ma, oltretutto, occupa una
posizione costiera al centro del Mediterraneo, al fondo di una insenatura
naturale che favorisce lo sviluppo del suo porto mercantile.
Se la siderurgia italiana riuscirà a conquistare i mercati del Medio
Oriente e dei paesi africani, il centro di Taranto si troverà certamente
in una posizione vantaggiosa rispetto a tali mercati. Nei confronti del
mercato interno meridionale, Taranto occupa poi una posizione centrale.
Il suo retroterra naturale si estende a tutta la Puglia, alla Basilicata e
alla Calabria orientale. Le grandi pianure del Tavoliere, di Metaponto,
di Sibari e di Crotone sono in via di trasformazione intensiva della loro
agricoltura, mercé le opere irrigue apprestate dalla Cassa per il Meszo-
giorno. Allo sbocco della valle del Basento, nella vicina Basilicata, si trova
Ferrandina con i suoi pozzi di metano, ove già è in via di formazione uno
dei più promettenti nuclei industriali. Il metanodotto che da Ferrandina
dispenserà il gas naturale alla regione pugliese, che è fra le più dinamiche
del Mezzogiorno, lascia adito alla speranza di un non lontano sviluppo
delle già progettate zone industriali di Bari, di Brindisi e della stessa
Taranto.
Agricoltura in espansione ed energia a buon mercato fanno ritenere
che, con l'ausilio delle previdenze già in atto, che saranno sempre più ri-
gorosamente coordinate in uno schema di programmazione dello sviluppo,
la trasformazione economica della Puglia, della Basilicata e della Calabria,
mediante una più decisa affermazione di nuove attività industriali, sarà
fra le prospettive plausibili di un avvenire non lontano. Questo processo
sarà certamente favorito dall’insediamento di un'industria di base come la
siderurgia.
Con la costruzione del centro di Taranto e il potenziamento di Ba-
guoli si avrà un migliore equilibrio spaziale della produzione siderurgica
nazionale in quanto essa avverrà per il 55% al Nord, per il 15%, al
Centro e per il 30% al Sud, contro la distribuzione attuale che vede la
produzione di acciaio accentrata per il 79% al Nord, mentre al Centro
è del 12%, e al Sud appena del 9%. In secondo luogo si avrà nel Mezzo-
giorno una concentrazione di investimenti dell'ordine di 260 miliardi di
lire nel giro di poco meno di 5 anni. In terzo luogo si avrà per Taranto
e Bagnoli un incremento diretto di occupazione di circa 6.000 unità e
una erogazione globale di salari pari a circa 14 miliardi di lire, il che,
con un moltiplicatore pari a 3,5, significa un flusso monetario aggiuntivo
costante nel tempo di circa 50 miliardi di lire all'anno, i cui effetti non è
il caso di sottolineare.
Ciò significa, in conclusione, una decisa azione di rottura e di contem-
poranea trasformazione, localizzata nello spazio, delle esistenti strutture
economiche e sociali, aventi una elevata carica diffusiva, e, quel che più
conta, la realizzazione, per la prima volta, come è stato recentemente ed
autorevolmente sottolineato dal presidente della Finsider, professor Ma-
nuelli, di una politica industriale tendente a ridurre le distanze tra Nord
e Sud piuttosto che ad allargarle.
La strada da percorrere è ardua e i problemi ancora da risolvere molti
e complessi ma essi, ne siamo sicuri, saranno superati se si persevererà nella
serena e consapevole certezza dei rischi da affrontare e degli ostacoli da
rimuovere e se, soprattutto, si mirerà a far sì che le parole Nord e Sud
diventino, al più presto, solo un ricordo di un passato storicamente conchiuso.
I paesi
sottosviluppati
Nonostante alcuni paesi siano stati negli
ultimi anni protagonisti di rilevanti fenomeni
di espansione economica, la situazione inter-
roi
SII
nazionale in questo campo resta ancor O
teatro di gravissime sperequazioni tra il te
nore di vita di differenti paesi o di differenti
zone.
I cosiddetti “miracoli economici” non costi
tuiscono dunque la regola: regioni vastissime
non vi hanno partecipato o si sono inserite
nel processo di sviluppo solo temporanea-
mente e parzialmente. Le disuguaglianze che,
all’inizio di questo secolo, già esistevano tra
paesi e paesi, zone e zone, si sono accentuate
ed hanno assunto tale rilevanza da risvegliare
l’attenzione degli studiosi dando l’avvio ad
una serie di teorie economiche dirette a met-
tere a punto sistemi di intervento destinati
a favorire lo sviluppo dei paesi meno pro
erediti.
Se ci richiamiamo all'inchiesta condotta
dall’ O.N.U. nel 1950 (unica raccolta di dati ve-
ramente completa sull’argomento), vediamo che
su settanta paesi, rappresentanti circa il go
della popolazione del mondo e più del 90
)
del reddito globalmente prodotto, ben qua
ranta risultarono avere un reddito annuo pro
capite che non eccedeva le 30 lire, solo
o godevano di un reddito annuo pro ca-
ti
OTT
pite ecuale O superiore ad 1.200.0c lire €
ventidue si trovavano in una posizione in
termedia tra questi due estremi.
Ma, mentre gli otto “paesi ricchi” rappre-
sentavano solo un decimo circa della popo
lazione totale, cioè poco più di 300 milioni
di abitanti, e disponevano di un reddito pari
al 56% del reddito globalmente prodotto, i
|
quaranta “paesi poveri”, con una popola
zione di un miliardo e mezzo circa di persone,
producevano nel 1950 un reddito pari ad un
settimo del reddito vlobale, un quarr»oo di
quello a posizione dei °* paesi ricchi”.
Dalle statistiche annualmente pubblicate
dall’O.N.U. si può dedurre che tra il ’so e il
, il divario tra i tassi di sv
Ì Ippo dei
“paesi ricchi” e dei ‘paesi poveri sI è
andato approfondendo piuttosto che colmando.
Il reddito reale medio pro capite in Europa
occidentale è aumentato nell’ultimo decennio
di più del 3% all’anno (Italia 4.6
o), men
tre il reddito reale per abitante in Ind
aumentato solo dall’ 1 al 2 % all’anno.
\i “miracoli economici” di alcuni paesi
fa dunque riscontro basso o bassissimo
tenore di vita di una grande
ecioranza
Qui sopra e nella pagina accanto
è fin troppo ovvio. L'esistenza e l'entità del fenomeno del sottosviluppo si sono imposte con urgenza alla conside
Il problema è aperto: occorre studiare il sistema n
della mentre
i paesi ricchi godono di una crescente pro-
sperità, le regioni sottosviluppate restano legate
a situazioni di estrema indigenza e arretratez-
za per una serie di caratteristiche strutturali
popolazione del mondo. E;
che impediscono il manifestarsi dei presup-
posti del benessere.
Il principale di questi presupposti è la
possibilità del formarsi, in una regione o
in un paese, di una capacità di investimento
autonoma. Vi si oppone, nelle aree sottosvi
luppate, la tendenza a consumare integral-
mente il proprio reddito anche per aumenti
successivi abbastanza rilevanti.
La ragione di una simile tendenza è da ri
reddito nei
percentuali
cercare nelle origini del
sottosviluppati. deriva, in
molto rilevanti, dalle attività agricole, che
paesi
Esso
com’è noto presentano tassi di produttività
molto inferiori a quelli delle attività secon-
darie e terziarie: ad esempio, l'indice della
popolazione impiegata nell’agricoltura è ri-
spettivamente pari al 13% delle forze di
lavoro | negli U.S.A. e al 67% in India.
Non solo, ma la produttività del lavoro
agricolo nei paesi ricchi è superiore di
ben dodici volte a quella dei paesi poveri.
Le ripercussioni di un fenomeno di queste
ore per risolverlo.
dimensioni non si limitano solo agli aspetti
economici, ma influenzano profondamente le
caratteristiche sociali e culturali delle popola
zioni.
Dalle indagini condotte dal Dipartimento
di Stato U.S.A. risulta, tra l’altro, che la
vita media nei paesi ricchi era già nel 1939
sui 65-67 anni, mentre nei paesi poveri scen-
deva a valori minimi di 27 anni (India). Si
può misurare l’entità di tali fatti sul piano
rilevando che in India solo il
54% dei nati arrivava ai 15 anni ed il 15
Go. Negli U.S.A. le percentuali
0%. È
economico
raggiungeva I
rispettive erano il 92 e il evidente
che il costo sopportato dai due paesi per la
formazione di una popolazione lavorativa ne
risultava sperequato.
I paesi poveri sono stati infatti fino a pochi
notevolmente
anni fa funestati dalle malattie epidemiche:
il tasso di mortalità infantile era elevatissimo.
L’indice di natalità era in molto
elevato. Oggi, il progresso della medicina e
la scoperta antibiotici ridotto
notevolmente la mortalità, fatto che, anche se
ha ridotto il costo di formazione delle forze
cc IMmpense )
degli hanno
lavorative, ha dato luogo a rovinosi fenomeni
di esplosione demografica.
Se passiamo a considerare i consumi, tro-
il contrasto tra la miseria delle popolazioni sottosviluppate e i grattacieli di una moderna città
pne del mondo,
viamo che nel 1939 il livello dei consumi alimen-
tari pro capite era nei paesi ricchi sulle 3.000
calorie al giorno, nei paesi poveri sulle 2.150
calorie (cioè solo 350 calorie in più del cosid-
detto minimo vitale di 1.800 Nel
1959 la situazione non è radicalmente cambiata:
dalle statistiche dell’O.N.U. risulta che il con
cale Ire).
sumo giornaliero pro capite c pari a 3. O
calorie negli U.S.A. e a 1.890 calorie in India.
\ltro elemento differenziatore delle regioni
sottosviluppate è l’analfabetismo: analfabeti
glo-
f nel
sono meno del 5% della popolazione
bale nei paesi ricchi, e circa il 70°
paesi poveri.
Così si potrebbero ricordare mumerosi al-
tri fenomeni significativi del grado di arre-
tratezza delle regioni SOTtTOoSsy iluppate, come le
abitazioni, il grado di
caratteristiche delle
istruzione ecc.
La situazione che oggi riscontriamo è dun
que la risultante di un processo che, in rela
zione ad una serie di cause storiche, politiche,
sociali ecc., ha portato alcuni paesi nelle
condizioni più favorevoli per una rapida
espansione della loro ricchezza, ma, nello
stesso tempo, ha inserito regioni vastissime in
una vera e propria spirale depressiva che
con le sole proprie forze non sono in grado
6
nalfabetismo è ancora
re coscienza soc
per l'affermarsi di una ma
costituiscono un freno alle possibilità di sviluppo dell’
di superare: il « circolo vizioso della miseria ».
Un quadro di questo genere non poteva
non richiamare l’attenzione: si trattava di
affrontare il problema e di programmare una
serie di interventi risolutivi. Così dal 1946
l’organo internazionale fondato dalle princi-
pali nazioni del mondo dopo lo scioglimento
della Società delle Nazioni, V’'O.N.l
cò al problema delle regioni sottosviluppate
si dedi-
nell’intento che la cooperazione economico
dalle Nazioni Unite,
valesse ad attenuare, se non ad eliminare, le
finanziaria, promossa
differenziazioni economiche, sociali e cultur:
tra i vari paesi. Nell’ambito di questo massic
cio intervento furono istituiti organismi come
Internazionale di Ricostruzione e
il Fondo Monetario
nale, che hanno avuto lar parte nelle ope-
la Banca
Internazio-
Sviluppo ed
razioni di finanziamento dirette a rialzare le
sorti delle zone depresse, come la F.A.O.,
le, ma anche per la consideraz
tera economia intern
molto diffuso nei paesi sottosviluppati. Combatterlo, e affiancare alla lotta contro
za la lotta contro la povertà con interventi coordinati ed effic
ci, è un'esigenza avvertita non soltanto
ione che le zone sottosviluppate
ente incaricato di studiare le cause e le vie di
eliminazione dei fenomeni di sottosviluppo
nell’agricoltura ecc.
Gli aiuti inter
ottosviluppati
1954 €
742 miliardi 440 milioni di lire, il
88 miliardi 140
ricevuti dai
molto rilevanti:
il 1958 l’Algeria ha ricevuto
zionali
paesi
sono stati
tra il
Messico
milioni, il Brasile 235 mi-
miliardi 840
milioni.
liardi soo milioni, l’India 309
milioni, la Corea 823 miliardi 980
Abbiamo parlato delle gravi sperequazioni
che caratterizzano la situazione economica
attuale in campo internazionale. Sia pure con
aspetti molto meno preoccupanti anche l’Ita-
lia partecipa a questo fenomeno, documen-
tato fin dalla fine del secolo Mentre
le zone del Centro-Nord realizzavano incre-
menti di
SCOrso,
reddito pari o quasi a quelli dei
paesi più progrediti, il
comprende il 41%, del territorio nazionale ed
Mezzogiorno, che
i della popolazione e produce solo il
il 37°
21% del reddito globale, procedeva ad un
ritmo di sviluppo molto più lento.
\nche qui alla differente distribuzione dei
redditi si accompagnavano fenomeni a sfondo
demografico e sociale: la vita media era nel
a $2 anni nel Sud ed a 57 anni nel
1939 par
resto del paese, l’analfabetismo si aggirava sul
41%, nel Sud e sul 21% nel Centro-Nord
(percentuali che si sono oggi ridotte ad un
6% circa nelle regioni centro-settentrionali e
ad un 20% per il Meridione), i consumi ali
Sud
nel resto del
mentari comprendevano nel quasi il
60% della spesa e solo un 4
paese CCC.
Parallelamente all’azione promossa in cam-
po internazionale, in Italia, è stata program
volti ad
mata una serie di interventi incre
mentare le condizioni di sviluppo nel Sud,
da parte sia di enti nazionali, come la Cassa
per il Mezzogiorno, la Svimez e la Banca d’Ita
lia, sia di enti internazionali, come la C.E.C.A.,
PO.E.C.E., la Banca Europea degli Investi
menti.
\ questi interventi si sono affiancate
in questi ultimi anni le iniziative di aziende
private e a partecipazione statale che hanno
costruire nel
costruito o si! accingono a
Sud grandi stabilimenti. Tra esse è di fonda
mentale importanza la costituzione a Taranto
del centro siderurgico: l’industria siderurgica
rappresenta infatti il punto di partenza delle
produzioni meccaniche, pone cioè la prima
pietra per una compiuta e reale trasformazione
di ogni paese in condizioni di sottosviluppo.
Le ragioni di questa presa di coscienza
collettiva nei confronti di una situazione già
da tempo in atto, sono molteplici e non è
Alla
del fenomeno sta una serie di fatti Oggettivi
facile darne un quadro completo. base
che non dobbiamo dimenticare, come la di
namica del reddito che ha accentuato le spe
requazioni come il
della medicina che ha incrementato
dalla
Ma, oltre a questi fatti og
fattori di
importanza che influenzarono i programmi di
lato
preesistenti, progresso
li
scom
pensi provocati sovrapopi‘ lazione ecc.
ettivi, vi furono
indubbiamente altri fondamentale
intervento: da un l’affermarsi di
ma
una
riore coscienza sociale, d’altro lato la con
siderazione che le zone sottosviluppate si tra
ducevano, sul piano economico, in grandi
vuoti di mercato e costituivano al limite un
freno alle possibilità di sviluppo dell’intera
economia internazionale. Gli stessi paesi sot-
tosviluppati, in contatto sempre più stretto
con il resto del mondo e con le conquiste
della scienza e della cultura, finivano nel frat-
tempo con l’inserirsi nel gioco delle forze
economiche e politiche reclamando il loro
diritto ad una vita autonoma.
L'esistenza e l’entità del fenomeno del sot-
tosviluppo si sono dunque imposte con ur-
genza alla considerazione del mondo. Il pro-
blema è aperto: si stanno ora studiando i sistemi
migliori per risolverlo, in modo da assicurare
a tutti i paesi le condizioni essenziali per libe-
rarsi dalla schiavitù del bisogno e raggiun-
gere quel benessere e quella tranquillità che
garanzia di un vivere
sono democratico.
Una scuola elementare in un’ «area depressa »
L’analfabetismo in Italia
Solo vent'anni fa gli analfabeti erano
nell'Italia meridionale il 41%, della
popolazione: oggi questa paurosa ci-
fra è dimezzata al 20%). Nel Centro-
Nord, analogamente, si è passati dal
21% al 6% di analfabeti. Sono dati
confortanti, ma lo squilibrio tra Nord
e Sud è sempre molto forte ed è
necessario colmarlo al più presto, se
vogliamo che le iniziative di sviluppo
in atto per il nostro Mezzogiorno
possano dare pienamente i loro frutti.
La distribuzione
del reddito nel mondo
Questi due grafici sembrano due ban-
diere. In effetti sono le vere ban-
diere dei «paesi ricchi» e dei « paesi
poveri », il simbolo del pauroso squili-
brio esistente nel mondo. Il grafico
a sinistra (paesi ricchi) ci dice che
il 10%, della popolazione mondiale
(cioè 300 milioni di uomini fortunati
aventi un reddito annuo pro capite
da 1,200.000 lire in su) si divide il
56%, del reddito mondiale di un anno.
Il grafico a destra (paesi poveri) ci
dice invece che il 50% circa della
popolazione mondiale (un miliar-
do e mezzo di uomini aventi un
reddito pro capite che 1 supera le
30.000 lire all'anno) si contende ap-
pena il 14%, del reddito mondiale
annuo. Altri ventidue paesi, non in-
clusi in questi grafici, occupano una
ione intermedia.
Un asilo-nido in un «paese ricco»
1939
50%
0
8 «paesi ricchi»
56%, del 10% della
reddito mondiale popolazione
annuo mondiale
reddito popolazione
1960
Sud
Centro-Nord
10 «paesi poveri»
14% del circa il 50%,
reddito mondiale della popolazione
annuo mondiale
reddito popolazione
Due sostegni d’oro di recipienti per essenze dal bordo riccamente orna-
to (VI secolo a. C.). Le fonti letterarie che ci parlano della ricchezza
dell'antica Taranto, una città nata per opera di un gruppo di coloni
spartani e divenuta in seguito, specie verso il IV - III secolo a. €., centro
della civiltà ell ica, sono pi conf dai ritro i
archeologici. La preziosità e la raffinata fattezza di alcuni diademi d’oro,
di numerose collane, orecchini, e di altri oggetti di uso privato venuti
alla luce, rispecchiano quel gusto del lusso, dell’ eleganza e quella certa
“mollezza” di vita per cui Taranto è stata chiamata la «Parigi dell'antichità”,
I tesori
dell’antica
Taranto
Tra le testimonianze del passato splendore
di Taranto, che fu uno dei centri più ricchi
e fiorenti della Magna Grecia, particolarmente
interessanti sono i monili d’oro e d’argento,
alcuni dei quali conservati nel museo della
città ed attualmente esposti a Torino alla
mostra degli «Ori e argenti dell’Italia antica».
Gli splendidi diademi, le collane, gli anelli, le
corone, î braccialetti, gli orecchini di cui si
adornavano le donne tarentine del IV e III
secolo prima di Cristo mostrano quale livello
di raffinatezza avessero raggiunto gli orefici del
periodo ellenistico. Di questi straordinari tesori
(quasi tutti ritrovati nelle tombe della necro-
poli di Taranto) e delle tecniche con cui ven-
nero creatî da eccezionali artigiani, ci parla
in questo articolo Mario Pomilio.
Quando i romani davano a Taranto il ti-
tolo di wo/fe, alludevano forse alla dolcezza
del suo clima, più ancora, forse, ai costumi
dei suoi abitanti. Per cui, se Orazio rimpian-
geva, con la nostalgia dell’età matura, il fiu-
me Galeso scorrente tra gli ulivi e le bucoli-
che immagini delle greggi dalle lane finis-
sime che andavano ad abbeverarvisi, proba-
bilmente tra i “duri” romani, i quali v’erano
venuti in contatto proprio negli anni del suo
maggiore splendore e quand’era ormai, nella
Magna Grecia, una specie di capitale morale
e il centro maggiore della civiltà ellenistica,
Taranto era rimasta proverbiale piuttosto pel
suo lusso. E chi abbia infatti una qualche no-
zione d’archeologia, e soprattutto abbia vi-
sitato il bel museo della città, conosce quale
livello v’avessero raggiunto talune arti, in
ispecie l’oreficeria e la ceramica, legate appun-
to a un certo gusto del vivere e a un generale
tono d’eleganza nei costumi.
Beninteso: come nulla s'è salvato dell’archi-
tettura della Taranto greca, così assai poco,
comparativamente, ci è rimasto dell’orefi-
ceria, dei bronzi, della stessa ceramica taren-
tina (pur così ampiamente documentata nelle
sale del museo), benché ciò che abbiamo sia
sufficiente a illustrarcene il livello e la diffu-
sione. I romani, per esempio, si facevano un
vanto d’aver portato via dalla città, allorché
la saccheggiarono per punirla d’essersi schie-
rata al fianco di Annibale, una massa enorme
d’argento figurato e lavorato, e oro per mi-
gliaia di libbre (83 mila, pare dica Tito Livio
benché i moderni tendano a correggere in
un 3080: comunque sicuramente il meglio
dell’oreficeria ellenistica di Taranto). E a
mandare a male il resto ci pensarono il tempo,
le invasioni, i saccheggi. Sicché quel che pos-
siede oggi il Museo Nazionale di ‘Taranto
proviene per intero dalle tombe.
Ma la stessa fondazione del museo è arri-
vata malauguratamente troppo tardi per im-
pedire che alcune preziose raccolte andas-
sero disperse o finissero in musei stranieri.
La sua nascita risale infatti al 1910, 0 giù di
li, e il suo sviluppo ha accompagnato passo
passo lo sviluppo della città nuova — quella
a sud-est del ponte girevole —, dove, da
settant'anni a questa parte, non passa, si può
dire, un giorno senza che, aprendo una nuova
strada o scavando le fondamenta per un nuovo
edificio, si ritrovi un frammento, un oggetto
prezioso, una tomba, un intero gruppo di
tombe. Ed è storia di tutti i giorni l’occulta
guerra condotta dalla Soprintendenza alle An-
tichità contro i trafugatori e contro i frettolosi
e poco scrupolosi imprenditori edili. I risul-
tati della sua opera, però, sono tangibili. E il
visitatore che tra un anno avrà la fortuna
di tornare di nuovo al Museo Nazionale, lo
troverà almeno triplicato, o quadruplicato ri-
spetto ad oggi, tale è la quantità di materiale
nuovo venuta fuori dalle scoperte recenti. Si
tratta, come al solito, di tombe: in pietra grez-
za, a un metro o due al disotto del livello del
suolo, non hanno nulla, nella parte esterna,
della ricchezza decorativa del sarcofago ro-
mano; ma basta spostarne il rozzo coperchio
perché splendano di nuovo alla luce, accanto
ai pochi resti umani miseramente logorati dal
tempo, anfore bellissime per disegno e colori,
e anelli e collane, diademi e orecchini d’oro,
corredi interi d’oggetti preziosi collocati li
dalla pietà dei vivi.
Pure, chi si recasse al museo di Taranto in
questi giorni, riceverebbe una piccola delusio-
ne: e se volesse ammirarne la celebre collezio-
ne di ori e argenti dovrebbe piuttosto partire
per Torino e cercarli nei padiglioni di Italia 61.
Il fatto è che, organizzando la mostra degli
«Ori e argenti dell’Italia antica», Italia "61
ha affidato al museo di Taranto, e quindi al
suo direttore professor Nevio Degrassi, l’orga-
nizzazione delle vetrine relative all’età elle-
nistica. La scelta, com'è ovvio, non è stata
affatto casuale: per l’Italia, quando si parla
dell’età ellenistica, si pensa anzitutto a Ta-
ranto e al livello di civiltà a cui essa salì
intorno al IV secolo a.C., quando, sotto la
guida d’un capo illuminato come Archita
(l’amico di Platone, l’unico caso, forse, nella
storia in cui un filosofo abbia dato buona
prova di sé in qualità di reggitore d’uno stato),
Taranto, la mitica ‘Taranto fondata da coloni
spartani, dov'erano fiorite le prime scuole
di matematica dell’Occidente e dove la mu-
sica e le scienze erano state oggetto d’un culto
particolare, impose e a lungo esercitò un
Questo preziosissimo “nodo erculeo”
costituiva la parte centrale di un dia-
dema i cui elementi purtroppo sono an-
dati in parte perduti. Tutta la superficie
è decorata da rami e fiori in filigrana
(IV secolo a. C.).
IO
predominio politico e culturale sull’intera
Magna Grecia. E fu proprio allora che vi si
sviluppò quel gusto del lusso e dell’eleganza
e quella certa mollezza del vivere che dove-
vano favorirvi lo sviluppo dell’oreficeria e
l’amore dei piccoli oggetti d’arte ad uso pri-
vato e familiare — dal letto in bronzo cesellato
ai candelabri e agli specchi d’argento —, non-
ché talune mode locali particolarmente dispen-
diose e raffinate, come quella dei diademi d’oro
e degli orecchini a grossi pendagli (magari ar-
ricchiti, gli uni e gli altri, da pietre preziose),
assai più diffuse, per esempio, a Taranto che
nella vicina e non meno ellenizzata Campania.
Per le epoche precedenti, al contrario, l’arte
dei metalli preziosi è a Taranto documentata
assai meno: e ciò dipende dalla minore sua
autonomia dalla madrepatria, che faceva sì
che ori e perfino vasi fossero ancora impor-
tati dalla Grecia, e più dal fatto che i metalli
preziosi erano destinati in prevalenza ad uso
sacro (le celebri statue di Fidia erano, com'è
noto, in oro e avorio), mentre ancora nel V
secolo a Locri, in Magna Grecia e, chi sa,
anche a Taranto, l’uso dei gioielli era permes-
so solo alle etère, serviva insomma a contrad-
distinguere le donne di cattivi costumi...
Perciò solo agli inizi del IV secolo a Ta-
ranto dovettero veramente cominciare a fio-
rire l’arte dei metalli preziosi e forse le stesse
fonderie di bronzo per uso artistico, a cre-
scere in numero e grandezza le botteghe degli
orefici, a svilupparsi un commercio che coin-
teressava gli stessi banchieri — fattisi per
l’occasione imprenditori — e diffondeva i pro-
dotti di Taranto fuori della cerchia della città,
in Puglia e lungo l’intero arco delle coste
ioniche. E il numero delle botteghe e il movi-
mento di capitali dovevano davvero essere
imponenti, dal momento che, a Taranto e
Una collana di maglia d’oro chiu-
sa all’estremità da un fermaglio
aureo decorato in filigrana (IV
secolo a, C.).
nei dintorni, non c’è in pratica tomba un
tantino ricca che non contenga un’intera
collezione di gioielli. FE se tanti erano gli
oggetti che occorrevano pei morti, quanti
erano quelli (sia detto senza ironia) che oc-
correva produrre pei vivi, per le etère dal
nome esotico e per le eleganti signore di Ta-
ranto le quali, accompagnate immancabil-
mente da una schiava, percorrevano in vesti
ricamate le strade solari della città e facevano
magari una puntata fino al celebre Peripato?
Non tutto, intendiamoci, era lavoro ori-
ginale. La lavorazione in serie era in atto
anche qui, e ci fa intuire molte cose circa l’or-
ganizzazione delle botteghe tarentine, le quali
spesso fabbricavano corredì di gioielli in tutto
simili per fattura e decorazione e diversi solo
per grandezza, onde renderli in tal modo ac-
cessibili alle varie borse. Si trattava, in altri
termini, d’un criterio artigianale: anche allora,
\
\ 7 z Dai
i de DL ec 4
pe do “N <
4 7 9°
&
come oggi, era il peso del metallo, assai più Quel poco che sappiamo circa le tecniche ime, naturalmente, arrivavanc
che il pregio artistico, a incidere sul prezzo: applicate lo sappiamo in massima parte dai a Taranto via in lingotti di varia gran
e il celebre fregio degli Amorini nella Casa bassorilievi. Ma quel poco basta a farci de dezza, a secon metallo, ma contrasse
dei Vettii a Pompei ci mostra appunto, al sumere che non differivano gran che dalle snati tutti da uno stampo, all’inc un mar
banco di vendita, un orefice in veste d’amorino attuali. Un bassorilievo del Museo Vaticano chio di fabbrica. che nc
intento a pesare scrupolosamente su una ci mostra un battitore d’oro intento ad assot nienza e ne garantiva la qu
bilancetta un gioiello scelto da una giovane tigliare un piccolo lingotto con l’aiuto d’una dalla Tracia come dalla Grecia,
donna. Era poi in uso anche una sorta di spe incudine e d’un martelletto, sulla tomba d’uno « dalla lontana Spagna la erande ri
cializzazione: allo stesso modo che all’interno schiavo amifex si scorgono una bilancetta e il serva n llifera dell’antichità , dove il
d’ogni bottega esistevano il battitore d’oro compasso e il bulino necessari all’opera di lavoro di miniera era duro € "
(il metalurgòs, era detto in greco) e via via cesello; in una pittura pompelana si scorge né giorno né notte. Alla luce
quindi i cesellatori di vario grado e varia un operaio che sta lavorando a un casco te il latore restava curvo, € talora
abilità, così ciascuna bottega tendeva a ca nendo un ceselletto nella sinistra e un minu chio e perfino bocconi, per
ratterizzarsi per un certo suo gusto e per scolo martello nella destra, mentre altri
vente
certi modelli specifici, a crearsi, se così si può telli di forma e grandezza diverse sono sparsi timetri e che scendevano in certi casi fino a
dire, una sorta d’esclusiva. attorno a lui. iso metri di profondità. Ol ai minatori
qui sopra: il diadema fiorito, uno dei capolavori dell’oreficeria antica in alto: tipicamente tarentini sono i diademi aurei. Le foglie di alloro.
(INI secolo a. C.). Questo diadema proviene dalla tomba di Canosa, di quercia, di olivo erano stampate nella lamina d'oro che veniva
nella quale fu trovato un gruppo di oreficerie veramente eccezionale fra poi ritagliata lungo i bordi. Uno degli esemplari più belli, a parte
cui un portagioie a forma di conchiglia che reca il nome messapico il diaden fiorito di Canosa, è il raffinato diadema a foglie di rosa
della giovane proprietaria, Opakas Sabalidas. del IV secolo a. C.
12
Due paia di orecchini d’oro del IV secolo a. C.: i primi hanno la forma cosid-
detta “a sanguisuga” con decorazioni in filigrana, i secondi sono costituiti
da dischi, adorni di elementi floreali, e da pendenti decorati con un leggero
cordoncino d’oro che li avvolge a spirale.
(Fotografie della Soprintendenza alle antichità di Taranto).
c'erano i portatori, gli addetti alla frantuma-
zione e al lavaggio dei minerali, e finalmente
i fonditori — poiché la fusione avveniva sul
posto, in forni a carbone di legna scavati nel
terreno —. In compenso, le tecniche erano
assai buone, il minerale veniva sfruttato quasi
alla perfezione, e ne seppe qualcosa il povero
Balzac, il quale, in una delle sue sballatissime
imprese finanziarie, s'era illuso di poter arric-
chire tornando a sfruttare le scorie rimaste
nelle miniere d’argento della Sardegna. Allo
stesso modo, la caratura dell’oro e dell'argento
era ottima, mentre il bronzo, in tutta l’area
mediterranea, e quindi anche a Taranto, era
dosato all’incirca secondo le medesime pro-
porzioni: il 14 per cento di stagno, se si trat-
tava di bronzo destinato ad oggetti pregiati,
il 10 per cento se si trattava di oggetti d’uso
comune: e semmai una minima variazione nel
dosaggio serviva a ottenere una diversa sfu-
matura di colore, come si nota appunto in
certi oggetti bronzei di Taranto, impreziositi
dall’accostamento di toni diversi.
Ma al di là dei suoi aspetti industriali o ar-
tigianali, al di là della perfezione stessa dei
procedimenti adottati, bisogna dire che l’ore-
ficeria tarentina si distingueva per l’originalità
dei suoi prodotti, per la sua creatività. Gli
anelli con rappresentazione, incisa o a rilievo,
su castoni che tendono ad aprirsi in un’el-
lisse vagamente barocca, gli orecchini a elice,
quelli a navicella, quelli a cerchio con protome
leonina, le collane con chiusura a protome ani-
mali sono, per esempio, tipicamente tarentini.
E tarentine sono soprattutto le corone aurce
a foglia d’olivo, di lauro o di quercia, che
s'ottenevano pressando con uno stampiglio
la lamina d’oro e ritagliandone quindi i bordi.
E sarebbe lungo intrattenersi sulla superba
finezza di ciascun gioiello, sull’eleganza dei
bracciali tubolati o a maglia, serpentiformi o
a tortiglione, e dei pendagli a grani, ad an-
forette, a testa d’ariete, sul virtuosismo con
cui sono riprodotti, a dimensioni di minia-
tura, figure mitiche o amorini, immagini
d’uccelli o d’animali domestici, e fiori, so-
prattutto, schiusi in sottilissimi petali d’oro,
dolci omaggi dei vivi ai defunti e pegni amo-
rosi di sopravvivenza.
Ciò che infatti più turba, di fronte a questi
ori, è, al di là del loro pregio intrinseco, la
loro destinazione sacra: e poteva essere futile
la vita privata nella wolle Tarentum, ma la
riscattava ciò che essa consegnava religiosa-
mente alla morte. Diventa, così, stranamente
toccante quello che è comunemente consi-
derato il capolavoro dell’oreficeria antica, il
diadema fiorito scoperto nella tomba degli
ori di Canosa: una mirabile fioritura di fili-
grane, di smalti, di pietre preziose, che i
genitori, prima di comporla nella tomba,
dovettero accoratamente posare sui capelli
della loro figliuola, una giovinetta, Opakas
Sabalidas, dal gentile nome messapico, sep-
pellita con accanto i segni della sua età e della
sua condizione, un portagioie a forma di
conchiglia, un astuccio contenente un minu-
scolo specchio, uno scettro laminato d’oro
con in cima due vittorie alate.
La più recente cinematog
afia italiana sembra aver ritrovato, specie
di Vittorio
nditi ad Orgosolo”
De Seta (qui sopra) e con «Il brigante” di Renato Castellani (in basso) un nuovo e più approfondito inte-
resse per i problemi del nostro Mezzogiorno, o meglio, delle nostre aree depresse”.
Cinema
e problemi
del Sud
Molti film italiani, specialmente dal ’45 in poi,
sono stati ambientati nel Sud o hanno comun-
que trattato argomenti meridionalistici. Quanti
di essi hanno saputo dare del nostro Mezzo-
giorno un'immagine vera ed esprimerne i pro-
blemi? È il tema di cui tratta în questo arti-
colo Atanasio Mozzillo.
Il nostro cinema si è fermato ad Eboli,
anzi neanche vi è giunto, distratto dal colore
e dai vicoli, dalle voci e dal clamore di Na
poli. Il Mezzogiorno, la sua problematica,
la sua storia, i tanti aspetti di una condizione
anacronistica, insomma la ‘questione meri-
dionale” nelle sue molteplici implicazioni è
rimasta estranea anche agli uomini di cinema
più impegnati nello studio della realtà ita
liana. Non è facile spieg
mentre la tematica meridionalistica trovava
arsi per quali motivi,
nei nostri scrittori un’eco così vasta, restava
invece pressoché ignota al cinema, o tut-
tal più vi entrava sporadicamente, costretta
entro limiti che, quando non la riducevano a
un confuso repertorio di luoghi comuni
sentimentali e folkloristici, la mortificavano
a strumento di propaganda politica (e basti
pensare al documentario di Carlo Lizzani,
jato, o al film
Nel Mez gogiorno
di Genina, Cielo
certe prospettive, si mostra abbastanza at-
palude, che pure, entro
tento agli aspetti più immediati della mise-
ria contadina).
in alto: la scena della fucilazione dei patrioti siciliani
in “1860”, Realizzato da Alessandro Blasetti nel 1933,
questo film è una felice rievocazione del mondo me-
ridionale all'epoca dell’irgresso dei Mille, Qui sopra:
un'immagine da La terra trema” di Luchino Vi-
sconti (1948) ambientato tra i pescatori siciliani.
Questa diagnosi, che a un lettore frettoloso
potrebbe sembrare tanto negativa da far
troncare appena iniziata l’analisi che inten-
diamo svolgere, non esclude la presenza di
un certo numero di opere sufficienti da sole
a giustificare il nostro discorso. Tentativi ce
ne sono stati, più o meno seri, più o meno
coscienti, tutti comunque falliti, o sul piano
narrativo o, ancora, su quello non meno es-
senziale dell’impostazione culturale. Uniche
eccezioni l’ultimo film di Visconti Rocco
e i suoi fratelli e 1860 di Blasetti: due ope-
re che possono assumersi a esempio di quanto
e come doveva farsi, di quanto ancora oggi
può farsi perché finalmente il Sud entri nel
cinema non più attraverso i compiacimenti
estetizzanti e la retorica rurale, ma trovi in
opere di più profondo impegno, di più ampio
e coraggioso respiro una sua dimensione rea-
le, non diversamente dai libri, dai saggi, dai
racconti di Alvaro e di Jovine, di Levi, di
Scotellaro, di Silone e di Sciascia.
Che il cinema del dopoguerra non riesca
ad aggredire, a scavare la realtà meridionale,
è considerazione che trova concorde la cri-
tica, anche quella più propensa a perdonare
a un certo settore della nostra cinemato-
grafia, e in nome di un idolatrato e malinteso
“neorealismo” errori e deficienze talvolta
madornali. Perché, oltretutto, il cinema del
dopoguerra aveva già una strada tracciata,
un esempio che, debitamente studiato e rie-
laborato, avrebbe permesso di avvicinare il
Mezzogiorno in uno degli aspetti essenziali
per la comprensione dei suoi problemi, e cioè
la coscienza della sua storia. Perché anche il
mondo contadino, le città e i paesi, le marine
e le campagne del Sud hanno avuto una sto-
ria, hanno vissuto negli anni una complessa
vicenda e, lungi dal restare immobili e avulsi
dal tempo, hanno partecipato al generale
movimento di civiltà; una civiltà che se an-
che «non ha potuto attingere gli indici di
benessere conseguiti dai paesi continentali,
anche se si è fermata per lunghi anni allo stato
preindustriale, anche se è tuttora attardata dal
peso di vaste plaghe isolate e tagliate fuori
dalla circolazione della vita europea, è una
civiltà che si è alimentata alla cultura dell’ oc-
cidente d’Europa, che si è tenuta al passo
con questa, che vi ha recato un suo rilevante
contributo... dominata dai principi, dagli
ideali, dalle aspirazioni che sono proprie e
tipiche della civiltà europea » (1).
Quanti parlano della civiltà meridionale
come di una civiltà “primitiva”, una civiltà
che sarebbe rimasta “incontaminata” da quan-
to è accaduto in Europa dalla Riforma ad
oggi, dimenticano o vogliono dimenticare
queste considerazioni che nascono spontanee
in chi si avvicini al problema sollecitato e sor-
retto da un elementare senso storico... Il mito
letterario di una «anima antica del nostro
paese, con i suoi perenni contrasti, con la sua
lucente dolcezza meridionale ed il suo duro
mistero » (2), ritorna in tante voci più ©
meno sofisticate, che ancora vaneggiano di
un mondo estraneo alla storia, inaccessibile
e ostile, riserva di preziose componenti et-
qui a fianco: una scena de “
Tacca del Lupo” di Pietro Germi,
all'omonimo racconto di Riccardo B
ito piemontese subito dopo |
e per stroncare il banditismo mer
sotto: sempre di P.
della speranza” ri
tativo di espatrio di un gruppo di meridionali.
TO
Pr di
qui a fianco: nel film «In nome della leg
ispirato
sotto: |”
Parondi
sconti,
trasferisce nella grande ci
del Nord.
ti
LS
niche e storiche, di abiti teoretici ed etici che
avrebbero «...staticamente conservato pre-
sente in mezzo a noi la tradizione della civiltà
greca rigenerata e vivificata dalla Chiesa cat-
tolica ». E non si creda che questo atteggia-
mento, questa sorta di malcelato decadentismo
debba farsi risalire al “Cristo” di Levi, o sol-
tanto ad esso. Per poco che si cerchi nella
letteratura ‘‘entre-deux-guerres”’, nella cul-
tura di quel periodo (e anche prima, natural-
mente) si troveranno motivi e atteggiamenti
che, contrabbandati di volta in volta come
nazionali e strapaesani, georgici, arcadici €
così di seguito, servono soltanto a masche-
rare l'incapacità di certi nostri letterati ad
attingere una tematica viva ed originale, a
lasciare i giochi e le esercitazioni di una cul-
tura di accatto, pronta a passare con la più
incredibile leggerezza dalla più cerebrale e
aggressiva avanguardia ai nastri e ai velluti
delle accademie più o meno ufficiali. Tutto
questo non fa che accrescere l’interesse e la
singolarità di 7860, realizzato da Blasetti nel
1933, € cioè in un clima di generale banalità
e di accesa retorica. Il film è una felice rievo-
cazione del mondo meridionale alla vigilia
di quegli avvenimenti che ne avrebbero de-
terminato una prima violenta ma necessaria
lacerazione. Per la prima volta il Sud, la sua
gente, la sua secolare miseria, le cause della
sua origine e le condizioni della sua durata
venivano proposte ad un pubblico che pe-
raltro era tenuto a ignorare l’esistenza stessa
di una “questione meridionale” o a consi
derarla patetico e inoffensivo retaggio della
“Italietta” giolittiana e liberale. Ancora oggi
1860 può dirsi il più onesto tentativo di esa-
minare i molteplici aspetti della condizione
del Sud, in relazione ai tanti e così ardui
problemi posti dalle esigenze dell’unità na-
zionale. Il profondo divario tra due mondi,
l’uno ancora legato a strutture anacronistiche
anche se suggestive agli occhi di qualche ro-
mantico viaggiatore di incanti, l’altro, che
andava rapidamente assumendo forme e modi
di una società più moderna e cosciente, que-
sta diversità che a volte si manifestava tragi-
camente, viene illustrata in immagini convin-
centi ed efficaci, dove non mancano di farsi
sentire le allora recenti esperienze sovietiche,
sintattiche e narrative. La vita delle comu-
nità contadine, l’immediatezza del sentimento
religioso, il valore e la presenza della tradi-
zione, il profondo radicamento storico, l’an-
sia d’inserirsi nel movimento nazionale, di
liberarsi attraverso una presenza concreta dai
legami e dalle sovrastrutture di una società
e di un sistema ancora feudali, estranei finan-
co alle innegabili conquiste della rivoluzione
borghese, tutto questo, insomma, confluisce
nella tematica risorgimentale e meridionali-
stica proposta da Blasetti. Un'opera, oltre-
tutto, che si raccomanda per una disincantata
visione delle cose, lontana dalle soluzioni
talvolta umoristiche, sempre tendenziose della
storiografia tradizionale e savoiarda. E se
anche non si giunge all’assurdo di certe tesi,
per cui i limiti e il “fallimento” del nostro
Risorgimento risentirebbero di una mancata
rivoluzione contadina, il film può già dirsi
una sorprendente risposta anze /ifferam a chi,
nell'immediato dopoguerra, avrebbe affer-
mato l’immobilità del mondo contadino, la
sua ostinata secolare chiusura e, in definitiva,
l’estraneità sua alla storia del paese.
L’aver mancato d’insistere nei termini di
questa prima singolare esperienza è forse
uno degli aspetti più deludenti della nostra
gracile cinematografia. Gracile soprattutto in
quanto rivela la carenza assoluta di prepara-
zione culturale; e avvicinare una certa tema-
tica implica la conoscenza e il ripensamento
delle soluzioni avanzate e discusse in sede so-
ciologica e storica, mentre invece — come
osservava anni fa un critico (3) « caratteristi-
ca della nostra cinematografia è una superfi-
cialità diffusa, una conoscenza ad orecchio di
molte cose, ed una grave leggerezza di giu-
dizio ».
Limiti, cotesti, che caratterizzano tutta
l’opera di Germi, uno tra i nostri registi più
interessati alla realtà del Mezzogiorno. Pietro
Germi viene in Sicilia attratto dal fenomeno
della mafia. Ma se il paesaggio del Sud è
ancora una volta presente con il suo incanto
e le sue tante lusinghe — le bianche case cal-
cinate dal sole, le piazze arse e sassose, le
vecchie sgangherate corriere —; anche se
l'esame di una certa psicologia isolana dif-
fidente e ritrosa viene avviato con abilità e
partecipazione, le strutture ambientali sono
viste alla luce di un meccanismo che oggi,
specialmente dopo le tante inchieste e l’ultimo
libro di Salvatore Sciascia, // giorno della civetta,
ci si rivela nel suo troppo facile schematismo,
in un voler dire e non dire, in una compren-
sione che si dimostra indulgenza, se non ad-
dirittura complicità per certe forme eufemi-
sticamente definite patriarcali e antichissime.
Del resto si ricordi che /n nome della legge
prende lo spunto da un modesto libro di un
magistrato — Guido Lo Schiavo —, una
vera e propria idealizzazione letteraria e sen-
timentale della mafia. Nel film come nel ro-
manzo il tentativo di contrapporre o di avvi-
cinare — il che è perfettamente lo stesso —
la legge dello stato, l’ordine giuridico e i
suoi tutori, alla feroce e impeccabile logica
della mafia parte sempre dallo stesso presup-
posto: anche questi pastori, questi massari,
questi campieri dalle ‘““«coppole storte’’ hanno
la loro legge, la legge di una società preesi-
stente e quindi estranea allo stato, di un
mondo “naturale’’ legato ad un suo ingenuo,
embrionale — ma non perciò meno rispetta-
bile — concetto di giustizia e di forza. Il ma-
gniloquente e melodrammatico finale del film
con l’esaltazione di massaro Turi Passalacqua
dimostra come anche le buone intenzioni fi-
niscano per annegare nella retorica, quando
ci si lascia prendere dal colore e neanche si
hanno molto chiare le idee. Dalla mafia al
brigantaggio il passo è breve. Con // brigante
di Tacca del Lupo, tratto da una novella di
Riccardo Bacchelli, Germi si sposta a Melfi,
nella Lucania degli anni immediatamente suc-
cessivi alla caduta del Regno e all’Unifica-
zione. Il fenomeno del brigantaggio politico,
17
ancora così poco noto, è certamente uno dei
“pretesti” più fecondi di cedimenti e com-
piacimenti estetizzanti. Oggi poi che all’ac-
cesa e rutilante leggenda romantica (Misasi,
Dumas, Monnet e tanti altri) si è sostituita
una più sofisticata e intellettualistica iconogra-
fia, che a Fra Diavolo e al Passatore si sono so-
stituiti inerianonimi guerrieri di oscure guerre
perdute, nuovi orizzonti si aprono ai narratori e
ai cineasti in cerca di nuove atmosfere, di sen-
sazioni nuove o tali credute. E neanche Germi
sa resistere a questa tentazione: così, se il
problema del brigantaggio è chiaramente im-
postato nei suoi presupposti politici e sociali,
se la ricostruzione ambientale delle nostre cam-
pagne è condotta col massimo impegno, se
insomma il film presenta tutti i presupposti
per un giudizio positivo, vi è sempre, ad im-
pedirlo, la vocazione “letteraria” di Germi,
la sua tendenza a fare del mondo contadino
un universo isolato, con la sua storia e soprat-
tutto con la sua legge.
Il cammino della speranza trae spunto dalla
miseria e dalla disoccupazione degli zolfa-
tari siciliani; ma dopo un avvio degno del
migliore Visconti finisce per perdersi nella
molteplicità delle ambizioni che lo muovono:
l’incontro di due diverse mentalità, di due
misure diverse e a volte antitetiche — città
e campagna —, il tentativo di prospettare
l’antinomia in termini geografici — Nord
e Sud —, i problemi dell’emigrazione interna
ed esterna e, ancora, atteggiamento molto
più pericoloso, del resto comune a tutta
l’opera di Germi, una sorta di giusnaturali-
smo che finisce per risolversi in quella depre-
cabile superficialità, dove legge e legalità
sono viste come limite e ostacolo alla libera
realizzazione di una più alta giustizia.
Lo scontro tra l’ordine giuridico e le ma-
nifestazioni di una illegalità organizzata viene
affrontato con assai maggiore sincerità da
Luigi Zampa in quel suo Processo alla città,
che resta una delle opere più coraggiose della
nostra cinematografia. La ‘camorra’ napo-
letana alla fine del secolo scorso qui diventa
l’occasione di un discorso sulla borghesia
meridionale, sul suo qualunquismo, sulla sua
indifferenza civile, sulle sue responsabilità.
Da tutto questo è dunque possibile trarre
una prima conclusione. Quei pochi film
(2! brigante di Tacca del Lupo e Processo alla
città) che muovono da una precisa individua-
zione storica dell'ambiente, si pongono ai
margini della più complessa e più ampia
questione meridionale, in quanto si limitano
a considerare soltanto alcuni degli aspetti —
e non sempre i maggiori — della problematica
meridionalistica; altri invece (// cammino del-
la speranza, Anmni difficili di Zampa, La sfida
di Rosi, e tanti altri) partono da una situazione
“locale”, da un dato geografico meridionale
per subito superarli in un discorso che coin-
volge l’intera società italiana.
Con Renato Castellani assistiamo invece al
più improvviso e sconcertante cambiamento
di scena. Dwe soldi di speranza rifiuta ogni
problematicità, e quel che prima era sofferta
pazienza delle cose e dei giorni, ora, d’un
18
tratto, si rivela gioiosa accettazione della vita.
Il film sembra aprire una muova strada, una
strada purtroppo assai breve, e che in defini-
tiva permetterà l’affermazione di una maniera
che ancora oggi domina i nostri schermi
(Pane, amore e fantasia, Nonna Sabella). Inca-
pace di impostare un discorso che tenga con-
to della storia e che quindi nella storia in-
quadri gli aspetti della società meridionale,
il cinema non ha altra via che negare l’esi-
stenza stessa dei problemi o, quanto meno,
ignorarli.
Lo sforzo di esprimere nella sua totalità
la realtà meridionale lo aveva tentato Visconti
con La terra trema. Qui egli aveva cercato
di cogliere la vita concreta di una comunità
meridionale, tentando di riviverne la quoti-
diana esperienza. A tutto Visconti
era giunto con una coscienza della nostra
realtà e cioè con una precisa consapevolezza
della presenza di un problema politico oltre
che umano. E se come osservava Ami-
rante (4) la ragione storica è vinta dalla
ragione letteraria, questo avviene perché le
componenti letterarie o, se si vuole, estetiz-
zanti della personalità di Visconti finiscono
per trasferire ogni problema su di un piano
che non è più quello della storia. Ma vivo
resta il senso tragico di questa realtà, la cru-
deltà della sua secolare miseria, il peso della
sua ignoranza, la dura oppressione di strut-
ture feudali. Ed è su questa coscienza, sul ri-
pensamento e l’approfondimento di questa
incandescente tematica che nasce il suo ultimo
film, Rocco e i suoi fratelli. Dopo mesi di pre-
parazione e anni di studio e di ricerche, Vi-
sconti affronta quello che può dirsi l'aspetto
più rilevante dei rapporti tra Nord e Sud:
la grande ondata migratoria verso le città
industriali, drammatico tra città
e campagna, lo sradicamento e l’incapacità
di accettare una vita così diversa dall’altra
che si svolge lenta nel « paese delle olive e
del mal di luna...
sconti è con Rocco, con il suo messaggio di
bontà, con la sua struggente malinconia; ma
neanche ignora le ragioni di Ciro, di chi sa
cioè che ogni conquista sul piano sociale e
della dignità umana si paga con lacerazioni
e rinunce, e che la storia si costruisce e si
plasma con una partecipazione cosciente,
ostinata e continua (la vita è una storia, ma
da farla diceva Michele Mulieri, uno dei
contadini di Rocco Scotellaro). E se Rocco
segna per Visconti il definitivo superamento
di una visione più legata ai miti che all’inda-
gine storica e sociologica, neanche può ta-
cersi che proprio in questi ultimi anni la dot-
trina meridionalistica, sia pure sulla scorta
degli studi e delle esperienze precedenti, ha
perfezionato e ampliato i suoi strumenti di
ricerca, le sue ipotesi di lavoro, ha allargato
le sue prospettive liberandosi dai tanti pseudo-
concetti che pure la chiudevano di fronte
a una situazione estranea a ogni sorta di sche-
mi, e che si veniva, si viene rapidamente mo-
dificando nei suoi stessi motivi di fondo.
questo
di
l’incontro
e degli arcobaleni ». Vi-
E di questo “nuovo corso” si fa interprete
anche la narrativa. Gli ultimi libri di Sciascia,
La Masseria del giovane Bufalari, Donnarnmma
all'assalto di Ottieri sono tutte testimonianze
di un rinnovato interesse al
non più terra di immobili incanti e di accesi
colori, ma paese alla ricerca di una sua di-
mensione civile, di un equilibrio che può
trovare soltanto in un generale riassetto se
non in una totale palingenesi della società
nazionale ed europea.
Oggi, e proprio con il film di Visconti,
può dirsi che il cinema abbia finalmente ‘
perto” il Mezzogiorno, si sia cioè reso conto
che i suoi problemi non si risolvono, e nean-
che si conoscono, fotografando fichidindia e
tonnare, marine e neri paesi diruti, rievocando
generali e briganti, nonni borbonici e mare-
scialli della Benemerita.
Se un incontro presuppone una più pro-
fonda comprensione al di là delle convenzioni
e delle apparenze, l’incontro tra il cinema del
dopoguerra e il Mezzogiorno è del tutto
mancato. Non è facile dicevamo — spie-
garci i motivi di questo pressoché totale fal-
limento. Una spie;
Mezzogiorno,
‘sco-
gazione che volesse essere
esauriente importerebbe uno spostamento del-
l’analisi su piani molto più complessi e tra
loro assai diversi. Dovremmo ricordare l’ac-
centramento romano della nostra cinemato-
grafia, con tutte le sue dannose e inevitabili
conseguenze; dovremmo insistere sulle ragioni
della nostra produzione, sulla sua pigrizia,
sul suo conformismo non sempre giustificato
dalla presenza di una censura assurda più
che intransigente, esercitata da uomini che
con il cinema e la cultura hanno assai poco
da spartire.
Tuttavia queste ragioni, da sole, non pos-
De Sica maresciallo della
Benemerita e la Lollobri-
gida “Bersagliera” in “Pa-
ne, amore e fantasia” di
Luigi Comencini,
sono spiegare né il mancato incontro da noi
lamentato, né l’involuzione di questi ultimi
anni. Ed è a questo punto che s’ impone una
considerazione di carattere storico. Il cinema
italiano del dopoguerra è nato dalla Resisten-
za. Il clima incandescente di quegli anni, la
ritrovata dignità, la certezza di una radicale
trasformazione delle strutture, l’ansia di dire,
di comunicare, di partecipare a tutti il mes-
saggio di libertà e di giustizia lo penetraro-
no, gli infusero nuova linfa, l’arricchirono di
una carica umana, di un contenuto civile che
permisero opere di eccezionale rilievo (e
non a caso l’wzico documento su Napoli,
sulla Napoli convulsa e miserabile del dopo-
guerra, resta sempre il secondo episodio di
Paisà). 1 problemi più immediati dell’uomo,
la sua sofferenza, la solitudine sua nella co-
scienza di vivere con gli altri e per gli altri,
lasciarono ai margini questioni che affonda-
vano le loro radici in decenni e secoli di storia
nazionale. Ci si pensò più tardi, ma troppo
tardi perché potesse ancora ritrovarsi un’eco
della sincerità di quei giorni. Per molti fu la
fine, altri si adattarono a girare Un marito
per Anna Zaccheo o La spigolatrice di Sapri.
Altri ancora preferirono ritornare criticamen-
te sulle proprie esperienze di lavoro, appro-
fondire e perfezionare il loro bagaglio cul-
turale. È da questi e ancora dai giovani
(Zurlini, Vancini, Rossi, Bolognini, Rosi)
che oggi il cinema italiano attende quei con-
tributi così rari in questi ultimi dieci anni.
Vi è tutta una realtà ancora da “scoprire”,
una “storia da fare”, senza infingimenti e
senza falsi pudori. E anche sul Sud “terra
desolata” c’è ancora tutto da dire.
Note al testo:
(1) vedi Compagna, Mezzogiorno d’ Europa,
Milano 1958, p. 24. Confronta nello stesso sen-
so, sia pure con diversa valutazione politica,
ViLLari, Mezzogiorno e contadini, Bari 1961,
Passim. Vedi anche le osservazioni di Ami-
RANTE (// Mulino n. 88, 1959) a proposito del
concetto « burocratico » di «arca depressa ».
(2) G. Baget, // rinnovamento italiano comincia
dai contadini del Sud, in Terza generazione 2
(1954) n. 10-11.
(3) G. BezzoLa, Lo sfondo culturale del cine-
ma italiano, in Cinema, nn. 63 e 64.
(4) vedi saggio citato nella nota n. 1. Vedi
anche di AmrrantE le acute osservazioni a
proposito di Rocco e i suoi fratelli (I fratelli
Pafundi in città, in Nord e Sud 13 (74).
12
qui a fianco: una scena
di «Due soldi di speranza»
di Renato Castellani.
sopra: l’episodio dell’occu-
pazione delle terre ne “Il
brigante”, l’ultimo film
di Castellani, presentato
quest'anno al Festival ci-
nematografico di Venezia,
20
Una scuola
e un leone
Diciamo la verità : siamo un po’ corrotti dalla ricercatezza, dal preziosismo, dalla riflessione colta e ce-
“più raffinato”.
Tutto è studiato, vagliato, preciso : un trafiletto di giornale, un'insegna luminosa, una scritta, una bot-
rebrale, dalla corsa al
tiolietta di Coca Cola, un manifesto, le frecce stradali, persino la targhetta del dentista.
Tutto nasce dall'impegno di squadre di nuovi tecmci : l’industrial designer, l'art director, il grafico,
paginatore, il consulente, lo psicologo, il sociologo, il pittore, il revisore
Tutto è misurato, calcolato, preciso : le linee, gli spazi, 1 volumi, le prospettive, 1 colori, le luci ; le parole,
al di là del loro significato, diventano ‘‘caratteri”’ che costituiscono spazi, pesi, ‘‘neri e bianchi" da distribuire
con sapienza.
Tutto ciò è giusto e va molto bene, naturalmente ; è un frutto necessario e naturale della nostra epoca ; è
il “linguaggio” al quale abituiamo î nostri occhi e le nostre menti : ma, appunto, ne siamo un po’ corrotti, un po
travolti. Ed ecco che un segno semplice, un simbolo ingenuo, una linea tirata impulsivamente con mano tremante
hanno il potere di toccarci profondamente, di sorprenderci, di commuoverci.
Un uomo che, senza sussidio di strumenti, vuoi tecnici vuoi culturali, senz
“culturali”, si metta a tracciare semplicemente un disegno o una parola con la mano, così come st faceva in antico,
il dettato di considerazioni
così come l'uomo faceva da quando inventò l'alfabeto e anche prima, così come fa un bambino col dito indice sulla
sabbia ; un uomo che fa questo subito crea un'atmosfera di miracolo, di ritorno alle origini ormai dimenticate della
specie. Non ci sono più mediazioni di sorta, tutti i bagagli dei secoli sono scaricati a terra, c'è l'uomo solo coi suoi
occhi lo vedono 0 credono di vederlo. Lo stesso
occhi e colla mano che traccia un segno, un disegno, così come
vale per le figure, lo stesso vale per le parole : è come quando, nell'epoca delle bibite imbottigliate, ci chintamo a
almo della mano.
bere me I Ì
Così questi due segni, queste due scritte (anche il disegno del leone è una scritta, poiché è un simbolo elet-
torale) pur così lontane nel tempo e nel luogo, hanno in comune l'immediatezza espressiva che scaturisce dalla sem-
plicità, dall'ingenuità, dal candore.
Il leone bianco sui mattoni rossi, come un'ombra di fantasma leonino che trapassa dalla casa, è un disegno
fatto da mano ignota in India, ad Ahmedabad, ed è un simbolo elettorale, sostituisce un nome di partito, per es-
ello di analfabetismo.
La scritta infantile ““école”, tracciata con la vernice su una lamiera qualunque, è un'insegna di una pic-
cola scuola di paese in Provenza.
I due anonimi pittori, attraverso metodi diversi e in diverse circostanze, ci hanno detto quello che volevano
dirci con la stessa toccante, commovente semplicità.
Un invito a votare, quindi alla democrazia ; un invito a studiare, quindi alla cultura ; ma al di là di questo,
sere comprensibile a tutti, dato l'alto li
uno spontaneo modo di esprimersi, pieno di poesia, di fantasia, di vita.
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Taranto
un anno
dopo
È passato un anno da quando è stata posta
la prima pietra del centro siderurgico di Ta
ranto, e già il paesaggio è tutto cambiato,
cinque chilometri a nord della città, sulla
strada per Statte.
Sono stati per un vasto tratto abbattuti
gli ulivi, i secolari ulivi della campagna ta
rentina, e alle loro linee tutte curve, alle aspe
rità dei loro tronchi scavati e contorti, al
verde delicato delle loro fronde si sono so-
stituite le geometriche strutture delle costru-
zioni industriali, tutte linee rette che segnano
prospettive nuove, e non soltanto nel pac-
saggio,
La trasformazione è stata rapida e non c’è
stato tempo per graduare l’assuefazione. In
Due immagini prese;a Tara to nella stessa località a un anno di distanza: dove era una distesa di ulivi ora si guesta terra abituata a contare lustri e de
alzano le strutture del tubificio, prima unità del centro siderurgico Italsider, 5 È
cenni senza che succeda mai nulla, a dividere
il tempo in prima e dopo d’una guerra, pare
ieri che siano venute molte autorevoli per
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fatto reale.
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sonalità a mettere la prima pietra del ‘side passate ad una pressa ad U da 1.8 tonne pressa a U, la pressa a O e le
rurgico”, tra sventolare di bandiere e discorsi late e poi ad una pressa ad O 16.2 ton di cui avevano parlato i giornal
ingigantiti dagli altoparlanti. nellate di potenza, che avrebbe dato alle le casse e dentro c'erano davvero, in pezzi
« Sarà vero? » si chiedevano molti, amt lastre di metallo una forma perfettamente ci smontati, le acchine: i simbo
cando un po’ tra di loro, ritrovando in un’ lindrica. Poi sarebbero venute le saldatrici abbecedario uscivano dalla carta
nica incredulità la naturale difesa contro ogni interne ed esterne, per unire indissolubil- dalle parole e diventavano ur
promessa non mantenuta. mente i bordi, e i tubi sarebbero stati pronti Frattanto, occorrendo un
I giornali dicevano che era vero, che final dopo un controllo ad una pressa idraulica personale qualificato,
mente anche a Taranto stava succedendo e un altro controllo fatto con i r
racei X \merica dei giovan apposta pet
qualcosa di nuovo, di importante, di decisivo. per essere spediti al cliente. imparare, in una fabbrica simile a quella che
E riportavano la pianta dello stabilimento, Presse ad U, presse ad O, controlli ai rag doveva sorgere qui, cc fabbricano
che appariva più grande di tutta la città messa gi X: sembravano i simboli di uno stran Ì E questi tarentini alla fine del tirocinio
insieme, e descrivevano con dovizia di parti abbecedario del progresso. erano tornati un po’ cambi più seri e con
colari come sarebbero stati gli impianti, co Finita la cerimonia dell prima pietra, i sapevoli. Avevano potuto vede molti mesi
minciando dal tubificio, che era, dicevano i buldozer ricominciarono subito a spianare il prima degli altri, come essero dato
giornali, la prima fabbrica da costruire, senza terreno e ad abbattere gli ulivi, e per qualche nel futuro, la fabbrica di tubi già funzionante.
perdere tempo. tempo fu di moda a Taranto, l’anno scorso, Ora anche il tubificic l'aranto è una cosa
Questo tubificio sarebbe stato in grado di lamentare la rovina delle piante e del paesag reale, e sta per entrare in funzione. Il futuro
n modo autonomo, ancor prima gio. è diventato presente così presto, ma non c’è
ossero pronti gli impianti per produrre Lo sbancamento del terreno non tempo di fermarsi a far considerazioni su
perché intanto le lamiere per fab- cora finito che già si metteva mano questo e su quello. Gli ulivi sono orn
bricare i tubi sal di grande diametro sa damenta, mentre arrivavano enormi colonne ni, anche se attorno al tubificio ne ver
rebbero arrivate da uno stabilimento siderur d’acciaio che veniva:
gico del Nord, lontano ]
I giornali sapevano adc
» subito drizzate in aria ciano ancora tanti, come a
mille chilometri. e collegate le une alle altre da travi altr
to al d mmani. Ora non ci
ittura i nomi di poderose, su cui presto si infittiva la tessitura
la loro distruzione, ora
tutti i macchinari necessari per fare i tubi, e dei lucer
ri. Prendeva forma, con un ritmo Taranto,
È a necessità di qua
parlavano di gru elettromagnetiche capaci di più rapido di ogni immaginazione, un enorme vani, di apprestare le maestranze
trasportare venti tonnellate di lamiere per edificio lungo mezzo chilometro, e accanto, mento in cui, accanto al tubifici
volta dal deposito alla sala delle macchine, su un esile stelo d’acciaio, si stagliava nel ranno a venir su gli impiant
lunga cinquecento metri. Parlavano poi cielo un serbatoio d’acqua d’astratta bellezza. Occorre prepararsi bene e senza
di un convogliatore a rulli che le avrebbe E un bel giorno cominciarono ad arrivare non restare indietro, perché
fatte scorrere fino alla macchina per bisellare i macchinari. Venivano per mare d’oltre preso a scorrere veloce, in questa
e rifilare i bordi; le lamiere sarebbero quindi oceano, in giganteschi cassoni misteriosi, la tanti, tre ppi anni di attesa.
er legare il
rammarica
per
comince
siderurgici.
indugi, per
tempo À
a, dopo
La famiglia
in provincia
di Taranto
Taranto e la sua provincia sono state
oggetto di un'inchiesta sociologica condotta
da un gruppo di studiosi per conto dell’ I.R.I.
Scopo dell’inchiesta era di delineare in prima
approssimazione la fisionomia sociale del Ta-
rentino, cioè di una provincia prescelta per
una nuova grande iniziativa a partecipazione
statale: il centro siderurgico Italsider.
Il professor Giuseppe Galasso, che ha diretto
l'inchiesta, sintetizza in questo articolo i
risultati emersi su un argomento di parti-
colare interesse: la struttura della famiglia
in provincia di ‘Taranto. Le foto che illustrano
l’articolo sono di Mimmo Castellano e di
Ciro de Vincentis.
Ben pochi dubbi sono possibili, ad un’osserva-
zione anche rapida, sul fatto che la famiglia co-
stitvisca ancora, in provincia di Taranto, l'isti-
tuzione principale della vita associata, l’unità
base di tutte le comunità, grandi e piccole, della
provincia : è nell’ambito della famiglia, in rap-
porto con la famiglia e sotto il controllo della
famiglia che concretamente si svolge la parte
di gran lunga preminente nella vita dei singoli ;
nel quadro dei valori amministrati e trasmessi
in primo luogo dalla famiglia si decidono quasi
sempre gli atteggiamenti e le aspirazioni con i
quali i giovani si affacciano alla vita e formano
la propria personalità ; e continua ad essere
forte, pur essendo mutato nel tempo, il vincolo
economico che lega insieme i familiari.
Innanzitutto delineiamo brevemente come si
forma la famiglia in provincia di Taranto : il che
è di notevole interesse perché, nonostante la
grande concentrazione urbana che ha sede nel
(193
N
nella pagina accanto: una tipica veduta della vecchia Taranto, con
le case appoggiate le une alle altre, unite tra loro da terrazze,
tetti e cornicioni, quasi a formare un unico agglomerato,
a sinistra in alto: l'interno di un'abitazione a Martina Franca,
in provincia di Taranto, Dal giorno in cui si sce, la fami.
glia cerca di avere una casa propria e nella maggior parte dei
casi ci riesce. Che poi le abitazioni, così vivamente desiderate e
così frequenten o delle più confortevoli, è
altro corso,
in basso: un bimbo e una bimba su uno sfondo di case tipica-
mente meridionali. L'educazione dei figli viene generalmente affi.
data alla madre, Sui figli essa ha una forte influenza che per le
femmine dura fino al matrimonio e per i maschi fino
all'adolescenza.
te possedute, non si
a destra in alto e in basso: un pescatore intento alla riparazione
delle reti ed una vecchia contadina della campag
pugliese,
|
Il passaggio dalla casa paterna in una nuova vuol dir
diatamente una posizione sociale di maggiore
di lei, mentre le sorelle nor
per la ragazza che sposa acquisire imme-
importanza. I fratelli non hanno più alcun diritto
coniugate la dovr î
L'elemento determinante nel contrarre il matrim
il “pia
su
iderare come in una posiz elevata.
nel Tarentino, specie nei ceti meno abbienti,
é l'interesse e il calcolo economico.
*
+ Le
to
Papa
pe tati
Contadini della provincia tarentina. L'acqua nella botticella servirà di refrigerio durante la
giornata di lavoro sui campi. Lo sviluppo piccola proprietà e della piccola conduzione,
accentuatosi megli ultimi decenni in provincia di Taranto, ha avuto un ruolo di primo
piano nella dissoluzione della “grande famiglia” patriarcale sostituita dalla famiglia unicellulare,
oggi dominante in tutto il Tarentino.
capoluogo, vi si conservano più integre, rispetto
ad altre province del Mezzogiorno, alcune delle
tradizioni meridionali più tipiche. A spiegare
cotesta permanenza di costumi tradizionali oc-
corre, innanzitutto, fermarsi su un carattere
demografico particolare a Taranto. Sia per
quanto concerne |’ emigrazione, sia per quanto
riguarda l’ immigrazione (la città, che pure ha
registrato nei decenni precedenti alla seconda
guerra mondiale un altissimo indice di affluenza
dalle regioni contermini, fa invece registrare oggi
un movimento migratorio determinato soltanto
dalle sue funzioni nel campo dell’amministrazione
e della vita militare) la mobilità della popolazione
è molto scarsa. Per questo motivo i matrimoni
avvengono quasi sempre tra i membri delle stesse
comunità. Agisce poi, nella società tarentina,
la tendenza meridionale alla conservazione for-
male della condizione sociale, in cui è certamente
da riconoscere una delle ragioni del suo com-
plessivo immobilismo. I matrimoni avvengono
di solito tra persone di situazione sociale omo-
genea.
L'apertura difficilissima verso le persone di
condizione ritenuta inferiore e, d'altro canto,
lo stato pregiudiziale di soggezione verso le
persone di condizione ritenuta superiore non
riflettono semplicemente una generale disposizione
psicologica, rinvenibile come tale sotto tutti i
cieli, ma rispecchiano sul piano del costume una
realtà in cui i rapporti fra le classi, i ceti e le
diverse categorie della società denunciano una
antica immobilità e in cui il ricambio sociale
appare estremamente lento ed esiguo. I commenti
che nell'opinione pubblica accompagnano un
matrimonio (peraltro non del tutto raro) tra
persone di condizione sociale diversa nascono
non tanto da generiche considerazioni d’inoppor-
tunità o d’irrazionalità, ma precisamente dal
biasimo contro la violazione di un ordine con-
servato e tenuto nel debito conto in tutte le
altre manifestazioni della vita sociale. Il fat-
to è che a Taranto, in città e in provincia,
la struttura sociale è molto semplice e ben dif-
ferenziata. A una vasta base di ceti rurali non
molto differenziati, si sovrappongono 0 si affian-
cano alcuni ceti manifatturieri e bottegai ; mentre
le manifestazioni più difformi (i ceti dei pesca-
tori, ad esempio, nella città vecchia) e gli esigui
strati di borghesia (professionistica, mercantile,
imprenditoriale o terriera) conservano anch'essi
un'ampiezza sostanzialmente limitata. Operano
poi sul giudizio comune altri pregiudizi più
caratteristici, ‘‘tarentini”. Ad esempio viene
visto meglio, a Taranto, il matrimonio tra un
operaio dell’ Arsenale e la figlia di un mezzadro
o di un piccolo commerciante, anziché quello
tra lo stesso operaio e, ad esempio, la figlia di
un pescatore.
Come nasce la famiglia tra queste pareti di-
visorie? Se i calcoli di varia natura e di interesse
economico sono tutt'altro che infrequenti, so-
prattutto nei ceti superiori, non c'è dubbio che
nella maggioranza dei casi (e nei ceti popolari
praticamente sempre) l'elemento dominante sia
come si dice a Taranto il “piacersi”.
Il ‘“‘piacersi” è una nozione piuttosto com-
plessa: largamente permeata di convinzioni
fatalistiche (e perciò giudicata suscettibile di
essere influenzata, in determinati casi e in de-
terminate zone, specialmente rurali, mediante
pratiche di magia spicciola); consapevolmente
fondata sull’interesse fisico; di frequente rive-
stita di delicate e tenere, anche se elementari,
note sentimentali, che tendono tuttavia a dege-
nerare in complicazioni pseudo-romantiche ad
ogni minimo elevarsi del tono culturale ; e quasi
sempre vista e concepita come destinata a tro-
vare nel matrimonio non soltanto la soluzione
logica, ma l’unica soluzione possibile.
Per comprendere le cause culturali di co-
desto comportamento conviene rinunziare alla
contrapposizione solita tra la città e la cam-
pagna. Nel caso del Tarentino c'è poca differen-
za tra ambienti cittadini e ambienti extra-
cittadini ; e la spiegazione sta nel fatto che la
struttura sociale è semplice allo stesso modo,
sia în città sia in campagna.
Il ‘‘piacersi”, come elemento determinante nel
contrarre il matrimonio, ha poi in provincia di
Taranto un particolare rilievo nel caso dei ma-
trimoni fatti con la “fuga” (0 ‘“‘calata”) della
sposa. S'intendono con tale espressione i matri-
moni contratti dopo la fuga combinata dei due
fidanzati.
Il costume, diffuso soprattutto nella peri-
feria e nelle zone più antiche di Taranto e
nei comuni della zona avente a centro San
Giorgio Ionico (che è la sona più direttamente
gravitante sul capoluogo), e guardato invece con
maggiore severità e, nell'insieme, meno diffuso
negli altri comuni della provincia, non ac-
cenna a sparire. Se ne adducono varie ragioni,
ma sembra che le stesse ragioni addotte siano
entrate ormai nel gioco della tradizione. Si
parla di fuga della giovane di fronte all’ ag-
gressiva tutela materna e alle obiezioni, per lo
più esagerate, sollevate dai genitori nei confronti
dell’altro membro della coppia. La maggioranza
parla, tuttavia, di ragioni economiche. Il ma-
trimonio normale rappresenta, infatti, un onere
non indifferente, soprattutto per le famiglie
delle femmine che devono provvedere al corredo
e all'arredamento della casa degli sposi. All'atto
del fidanzamento ufficiale si deve offrire un rin-
fresco ; e così pure quando si espone il corredo
e il giorno delle nozze; infine, la sposa deve
avere l'abito bianco per la cerimonia nuziale e
l’abito nero per le visite che farà otto giorni
dopo il matrimonio. Quando, invece, l'unione
avviene con la “fuga”, non si procede all’espo-
sizione del corredo 0 è, comunque, giustificato
il provvedere ad esso in misura meno ampia ;
le spese del matrimonio in chiesa vengono decur-
tate (la quasi totalità dei matrimoni ‘calati’
viene celebrata dietro l’altare tra le 6,30 e le 7);
e si soprassiede pure, nella parte più numerosa
dei casi, alle spese per i rinfreschi. Altri buoni
conoscitori della vita locale fanno però rilevare
che non di rado i festeggiamenti e le cerimonie
tradizionali si svolgono egualmente anche nel
caso di fuga dei due innamorati. Le ragioni eco-
nomiche quindi non potrebbero essere sempre
addotte a giustificare le “fughe”. In numerosi
casi, sembra che all’origine delle ‘‘fughe” ci
sia soltanto l'influsso esercitato dalla tradi-
zione, e quindi il desiderio di stare alla pari
di quanto si è fatto e si fa dagli altri.
Invano, comunque, si cercherebbe oggi nella
“fuga” un elemento di modernità. Il modo come la
fuga viene eseguita, la risonanza clamorosa che essa
acquista e la quasi inevitabile conclusione nel
matrimonio a brevissima scadenza impediscono
ogni possibilità di confusione con fenomeni di
libera unione e convivenza.
Dal giorno in cui si costituisce, la famiglia
cerca di avere una casa propria e, nella grande
maggioranza dei casi, ci riesce. Tale consuetu-
dine, assai forte anche in città, ha origini con-
tadine. Il passaggio dalla casa paterna in una
nuova significa, nelle comunità contadine della
zona, acquisire una posizione sociale di maggio-
re importanza. Il maschio viene infatti a pas-
sare dalla condizione, elastica quanto si vuole, ma
mai rinnegata, di dipendente dal proprio padre a
quella di capofamiglia indipendente, anche se vin-
coli di dipendenza economica possano sussistere
verso la famiglia originaria. Per la femmina val-
gono pressappoco le stesse osservazioni con l’ag-
giunta che, genitori a parte, i fratelli non possono
più avere un controllo effettivo nei suoi confronti
(violerebbero altrimenti i diritti del marito);
e le sorelle coniugate debbono vedere in lei
una pari grado oppure, se non siano coniugate,
la debbono considerare in una posizione più
elevata.
Alla tradizione dell'abitazione nuova per ogni
nuova coppia le comunità rurali debbono il pro-
prio aspetto architettonico ed edilizio, che ri-
fette immediatamente la giustapposizione ©
l’affiancamento dei nuovi fabbricati agli antichi ;
e Taranto stessa deve a questa tradizione ad-
dirittura l’aspetto di molte strade centrali nella
Città Nuova (soltanto da pochi anni a questa
parte questo aspetto tende a sparire a causa
della sempre più diffusa edilizia di sostituzione).
Che poi le abitazioni così vivamente desiderate
e così frequentemente possedute siano quelle
più raccomandabili per ampiezza e comfort,
è un altro discorso.
nelle foto piccole in alto: alcune istantanee della vita
in Puglia, una vita che si basa su valori antichi di
secoli, conservati e tramandati dalla “famiglia” che
rimane il fattore educativo e formativo di gran lunga
superiore a tutte le altre istituzioni sociali. Nell'ultima
foto a destra, un momento della caratteristica pro-
cessione del Venerdì Santo, a Taranto.
qui sopra: un giovane operaio che lavora al *Siderur-
gico”, come viene chiamato a Taranto il nostro
stabilimento.
o)
30
A determinare la vita della famiglia in questo
senso concorrono due elementi principali: la
carenza di forme moderne di lavoro femminile
e la concezione dei rapporti familiari e gerar-
chici, per cui la preminenza del paterfamilias
non soltanto non è discussa, ma ha tutti i
caratteri di una vera e propria direzione
dall’alto. La coniuge è ufficialmente la ‘‘seconda”
autorità della famiglia, o la terza, se — come
spesso avviene — il secondo posto viene ricono-
sciuto al figlio primogenito, cui spetta di di-
ritto il primo posto nel caso il padre muoia ed
egli abbia l’età consentita. Ma neppure qui ha
un valore assoluto la spiegazione ‘‘economistica”,
troppo facile, che i ruoli familiari siano così
distribuiti essendo il padre il sostentatore di
tutta la famiglia. Anche nella campagna, ad esem-
pio, — dove la partecipazione femminile alla
conduzione dell’azienda familiare e alla crea-
zione del reddito può raggiungere una conside-
revole consistenza — la preminenza del coniuge
è indiscussa; e analogamente anche nella
città, l'eventuale impiego della donna in
una posizione di prestigio sociale (insegnamento,
contabilità e simili) nulla toglie alla sua posi-
zione familiare di subordinazione. A moderare
queste regole intervengono naturalmente carattere
e temperamento dei coniugi; ma è vero che
perfino la donna che per caso riesca ad acquistare
nella conduzione della famiglia una posizione di-
rettiva chiara e indiscussa, non commetterebbe
mai l’errore di rendere evidente un tale stato
di fatto : ciò equivarrebbe infatti ad ammettere di
non avere per marito un uomo eguale in capacità
e în personalità a tutti gli altri ; e sarebbe una
troppo grave ferita all’orgoglio femminile. Per
tutte queste ragioni non si può fare a meno di
vedere nella struttura gerarchica della famiglia
la presenza di altri elementi, oltre quelli econo-
mici : materiali (necessità di sicurezza e di pro-
tezione in una società lontana, fino a qualche
secolo addietro, dall’assicurare tali condizioni)
e sociali (necessità di una rappresentanza uf-
ficiale in una società estremamente disgregata),
ma soprattutto morali (in una società in cui
l’autorità, e cioè a dire l’immagine della forza,
è sempre stata vista come l'elemento generatore
della convivenza umana e in cui una rivoluzione
anti-autoritaria, tesa a costruire le convivenze
sul consenso anziché sulla forza, non si è mai
realmente prodotta sino al punto da mutare gli
spiriti).
Le amicizie e le relazioni familiari che escono
fuori dal quadro dei rapporti tradizionali ere-
ditati dai nuclei originari non possono essere
acquistate se non — tranne rare eccezioni —
per iniziativa del capofamiglia. Ad uscire da
questa limitazione sono i figli maschi, quando
siano pervenuti all’adolescenza. Ma le amicizie
che essi contraggono nella strada, al bar, nei
circoli e altrove non impegnano le famiglie.
L’indiscussa azione direttiva del capofamiglia
nell'organizzare le amicizie e le relazioni
della famiglia, fa sì che le forme d'integrazione
sociale permangano a Taranto assai scarse.
In genere, le amicizie, le conoscenze si ereditano,
le novità personali sono poche, e risalgono quasi
sempre ‘al periodo prematrimoniale, la vita so-
ciale resta perciò confinata tra il vicinato e la
parentela e, per quanto si riferisce a certe novità,
alcuni aspetti del comportamento cittadino sono
stati adottati piuttosto per imitazione di mode
estranee. Al di là del vicinato, a Taranto, non
opera nemmeno il senso del “quartiere” che —
a causa delle vicende urbanistiche della città —
non è qui così forte come in altre città meridio-
nali ( e non meridionali), ove esso dà un termine
immediato e abbastanza vitale di integrazione.
Caratteristica è, ad esempio, la mancanza 0,
comunque, la piccolissima vitalità di istituzioni
come le feste rionali. Dal punto di vista del
quartiere, la sola distinzione veramente radicale
che si facesse a Taranto fino alla seconda guerra
mondiale era quella tra Città Vecchia e Città
Nuova; ma essa aveva un valore del tutto
diverso. Con lo sciluppo edilizio degli anni
cinquanta, un embrionale senso del quartiere
ha cominciato a svilupparsi nelle parti più
periferiche della città (Rione Tamburi, Rione
Italia ecc.).
Negli ultimi anni tuttavia ci sono state delle
novità : i nuovi e casuali raggruppamenti de-
terminati dall’edilizia sovvenzionata ; le cono-
scenze strette in virtù della televisione, frequente
essendo il caso di famiglie e persone che si recano
presso i vicini per assistere agli spettacoli ; le
relazioni strette, dalla fine della guerra in poi,
per ragioni politiche (e, un po” meno, sindacali).
Siamo sempre, tuttavia, su un piano di assoluta
casualità. L'integrazione sociale rimane a Ta-
ranto e nel Tarentino assai debole. AI di la
della famiglia, che resta istituzione fondamenta-
le anche da questo punto di vista, forse soltanto
la parrocchia — e, anche essa, soprattutto per
quanto riguarda la popolazione femminile —
rappresenta un vincolo e un interesse sociale
di una certa importanza. In compenso l’interno
della casa assicura alla donna una notevole
sfera di attività e di governo. Alla madre,
non soltanto (in genere) il capofamiglia, ma
tutti i figli che lavorano versano (in tutto 0
in grande parte) i loro guadagni. Il “‘tarentino”
che non si regola così, viene guardato con ge-
nerale riprovazione. Nell’ amministrazione dei
fondi familiari la materfamilias è del tutto
autonoma. Poiché nella maggioranza dei casi
le risorse familiari sono più o meno insuf-
ficienti al soddisfacimento di tutti i bisogni im-
mediati, l'autonomia finanziaria è peraltro, per
la madre, più fonte di preoccupazioni che di
autorità; e l’espressione (non di rado petulan-
te) di tale preoccupazione è un leit-motiv
della convivenza familiare. Alla madre è, inol-
tre, delegato il compito di sovrintendere alla
educazione dei figli: sino al matrimonio per
quanto riguarda le femmine, e fino all’ ado-
lescenza per quanto riguarda i maschi. I maschi,
infatti, diventano dall’adolescenza in poi pra-
ticamente autonomi. Se sono scioperati o hanno
cattive propensioni meritano subito la riprova-
zione dei familiari e degli estranei : tutti ammet-
terebbero, però, se fossero interrogati a fondo,
che în fondo limiti all'indipendenza del giovane
maschio non è praticamente possibile imporne.
Anche per quanto riguarda i figli però si notano
i segni di un mutamento nei ruoli tradizionali
dei genitori. A causa della diffusione degli studi
post-elementari, è sempre più comune che il
padre dimostri per la carriera scolastica dei
figli un interesse, non diremo più vivo (che sa-
rebbe inesatto), ma quotidianamente più vigilante
di quanto in generale fosse solito nei tempi
in cui gli studi erano meno diffusi e i fanciulli
dopo i dieci anni continuavano a essere seguiti,
nella loro spicciola vita quotidiana, prevalente-
mente dalle madri.
Fondata su un vincolo che è di libera elezione
affettiva ; ancora vitale come unità economica,
non solo nelle campagne, ma anche nei centri
urbani, dove l’unità economica familiare viene
realizzata nella forma della comunione dei
guadagni individuali e della loro amministra-
zione ; gerarchicamente strutturata sulla doppia
prevalenza paterna e maschile; la famiglia è
poi nel Tarentino un organismo che attua una
delicata funzione morale e moralistica. Abbiamo
già detto della estrema scarsità dei vincoli so-
ciali che sussiste nel capoluogo, per cui — al
di là della famiglia, del vicinato, inteso nel senso
più materiale e ristretto del termine, e di qualche
istituzione particolare (ad esempio, in una certa
misura, la parrocchia) — la società cittadina
locale presenta fortemente accentuati i tratti del-
la disgregazione sociale comuni a tutte le città
meridionali. Anche nella campagna, dove lo
sviluppo della piccola proprietà e della piccola
conduzione è stato più intenso proprio negli
ultimi decenni, si possono riconoscere chiari
segni di decadimento della ‘‘grande famiglia”
tradizionale e della sostituzione, ad essa, della
famiglia unicellulare e naturale, che è quella
dominante in tutta l’area tarentina. In tal
modo la diffusione della piccola proprietà 0,
comunque, della piccola conduzione sembra aver
avuto, sul piano dello sviluppo generale della
società, la stessa funzione che nel capoluogo
ha avuto la diffusione dell'occupazione indu-
striale nei riguardi di quelle artigianali o di
tipo particolare (ad esempio la pesca) che prima
erano prevalenti e favorivano il mantenimento
di una struttura tipo grande-famiglia.
Non c'è quindi da meravigliarsi se la sanzione
principale del comportamento individuale ri-
mane quella che si attua nell'interno della famiglia
e delle sue più immediate propaggini sia naturali
(parenti con î quali si hanno più frequenti con-
tatti), sia locali (piccolo vicinato); e non c'è
nemmeno da meravigliarsi se tale sanzione è
abbastanza forte ed unanimemente riconosciuta
per legittima, anche quando non è accettata.
E un altro elemento che non si può non ricor-
dare a proposito degli aspetti familiari di cui
stiamo trattando è il fatto che, in generale, in
tutta la provincia, minima è l'incidenza della
distanza tra luogo di lavoro e domicilio, e pra-
ticamente nulla è quella tra luogo di consumo e
focolare domestico, mentre il tempo libero è
ancora lontano dal costituire un problema di
primo piano nell’organizzazione della vita e
delle relazioni.
La famiglia, nei termini sopra precisati, è per-
tanto senz'alcun dubbio un istituto che assorbe
in maniera ancora radicale la vita dell'individuo
e che permane tale da poter attuare un controllo
minuto delle vite individuali.
Un esempio dei comportamenti che in tal
modo sono stati finora preservati da deterioramenti
gravi è costituito dai rapporti sessuali, che ri-
mangono improntati all'antica ortodossia. Nelle
interviste da noi condotte abbiamo riscontrato
casi di ragazze aspramente rimproverate per
essere tornate a casa ad ora tarda dopo balli 0
altre feste, cui si erano recate insieme coi fratelli
(i quali poi erano stati accusati, a loro volta, di
aver trattenuto senza pudore le proprie sorelle
fuori di casa fino ad ora avanzata). Ai balli,
ai bagni, al cinema è comune che ci si rechi
con i fratelli 0 altri congiunti; non desta, in
generale, buona impressione il recarvisi accom-
pagnate soltanto dal fidanzato. Nelle riunioni
comuni (balli, feste, bagni ecc.) viene comune-
mente ammessa la possibilità di più liberi scambi
di idee tra i giovani. Nella conversazione, ad
ogni modo, tra persone di sesso diverso (la me-
desima cosa accade di frequente tra i coniugi)
determinati argomenti sono mantenuti rigorosa-
mente al bando. La conversazione intorno ad
passa, all'estrema immediatezza
(ed anche volgarità) tra i maschi ; mentre tra le
femmine, se la discussione è ammessa, lo è solo
in termini assai discreti e scherzosi. Il “pudore”
(così come l’uso del voi”) caratterizza la con-
versazione tarentina più di quanto avvenga in
altre parti del Mezzogiorno.
essi invece,
Quali sono allora i valori che la famiglia
conserva e tramanda? La domanda è tanto
più importante in quanto, come s'è visto, la fa-
miglia rimane nel Tarentino il fattore educativo
e formativo di gran lunga prevalente su tutte le
altre istituzioni sociali, fenomeno logico in una
società in cui il grado di istruzione e di scolarità
è assai basso, in cui le occupazioni economiche
di tipo moderno sono rimaste geograficamente
limitate, rappresentando un elemento imposto
dal mondo di fuori, e in cui la vita pubblica
viene vissuta nel quadro di particolari concezioni.
I valori della tradizione familiare sono essi stessi
estremamente semplici : sono i valori morali
elementari, più consoni ad un sistema familiare
piuttosto rigido e riservato, qual'è quello finora
descritto; e, dall'altro lato, sono quei valori
etico-religiosi che la confessione cattolica ha
maggiormente popolarizzato nel corso dei secoli.
Tra î primi e i secondi sussiste, pertanto, un
grado notevole di compenetrazione, sicché anche
la formazione morale del tarentino si presenta,
come in genere tutti gli altri aspetti della sua
vita, dotata di un alto grado di unitarietà.
Ma poiché la pratica religiosa è piuttosto sca-
duta di intensità, i valori morali-familiari hanno
sostituito largamente quelli etico-religiosi. Questo
processo, che è stato facilitato dalla compene-
trazione dei due tipi di valori cui abbiamo
accennato prima, ha meno avvertito
sensibile il passaggio da un modus vivendi
religiosamente più impegnato ad uno che lo è
meno.
reso
Come si è visto dalla descrizione fattane, la
famiglia tarentina rientra in un modulo sociolo-
gico quello della famiglia meridionale, di
impronta prevalentemente contadina, che si
può oggi ritenere largamente conosciuto. In fon-
do, da un punto di vista puramente sociologico,
il lato più interessante delle fortunose e infelici
vicende dell'industria tarentina negli ultimi dieci
o dodici anni è stato appunto quello di aver messo
in chiaro fino a quel punto, sotto la scorza super-
ficiale dell’industrializzazione, la vecchia società
pre-industriale fosse rimasta intatta e vitale.
Nessun errore sarebbe, tuttavia, peggiore
ai fini di una esatta visione della situazione
presa in esame — del ritenere che la società pre-
industriale (0, se si vuole, contadina, o più
esattamente, la società meridionale tout court)
abbia costituito e costituisca un’entità immobile
e immodificabile 0, peggio ancora, soggetta a ine-
luttabili leggi di sviluppo. La stessa nozione di
“famiglia meridionale”, alla quale noi stessi
ci siamo riferiti, male riassume, del resto, tutta
la vasta gamma di atteggiamenti e di comporta-
menti in cui la vita familiare si articola in tutta
l’area meridionale. Si intenda, dunque, che,
nel profilo tracciato nelle pagine precedenti, la
linea tenuta costantemente presente è stata,
ovviamente, quella rivolta all'aspetto medio di
codesta realtà. Agli estremi della scala sociale 0
nella sua distribuzione geografica entro l'ambito
della provincia di Taranto, l'istituzione familiare
presenta più 0 meno accentuati, a seconda dei
casi, o addirittura difformi e opposti, î tratti
da noi ricostruiti. Ma, soprattutto, parlando di
società pre-industriale, abbiamo inteso parlare,
come or ora si è detto, non di una mitica, immo-
Un matrimonio tarentino, L'uscita
bile realtà, bensì di una realtà che — nel caso
della provincia di Taranto — h* seguito una sua
particolare logica di sviluppo anziché, come ci
si sarebbe potuto aspettare, la logica dell’industria-
lizzazione. Quest'ultima non si è certamente
verificata che in minima parte; ma sviluppi,
spesso notevoli e intensi, hanno egualmente ac-
compagnato la vita tarentina anche degli ultimi
decenni, da quando, cioè, l'impianto di attività
industriali poteva far pensare a svolgimenti
analoghi a quelli che di solito si possono pre-
nelle industrializzate o in via
di industrializzarsi. Basterà ricordare, tra tutti,
la riduzione, precedentemente illustrata, della
“grande famiglia” a famiglia unicellulare e
naturale ; oppure il decadere su cui non ci
siamo potuti fermare qui della pratica reli-
giosa a “conformismo stagionale”. Su altro
piano, si ha modo di cogliere il maturare, sia
pure episodico, di uno spirito associativo mo-
derno nella cooperazione rurale e in quella ur-
bana ; e un analogo maturare di più moderne
organizzazioni nel campo politico. Ed è appunto
questa verificata suscettibilità di sviluppo che
dissolve ogni teoria di tendenziale immobilità
della società meridionale, e della stessa “civiltà
contadina”.
vedere società
gli sposi dalla chiesa «
rale dei confetti. Le nozze rappresentano, specie
per
la famiglia della ragazza, un onere finanziario non indifferente.
Nel caso
del matrimonio
“calata” tali spese ver
senz'altro a tenere in v
a sparire anche se in molte
preceduto dalla cosiddetta “fuga” o
no evitate, Il fattore economico concorre
uest’antico costume che non accenna
giudicato
zone è severamente.
Poeti
del Sud
Il nostro Mezzogiorno è venuto alla ribalta,
oggi; i fatti ne stanno cambiando il volto:
strade, ponti, riforma fondiaria; nascono le
fabbriche, con ciminiere più alte degli ulivi
e dei mandorli: metano, petrolio, industrie
chimiche, acciaio. Dobbiamo cancellare il
tempo dei braccianti fermi sulla piazza, della
tragedia delle piene dei fiumi, o dei raccolti
bruciati dal sole.
I poeti, tutti i poeti del Sud si erano fatti
portavoce, nel passato, di questa esigenza;
portavoce della stanchezza del Sud, della tra-
gedia contadina, della speranza di un domani
diverso e migliore.
Così Scotellaro, il poeta di Tricarico, presen-
tava il suo libro “È fatto giorno” con questi
versi: «È fatto giorno, siamo entrati in giuoco
anche noî - con i panni e le scarpe e le facce
che avevamo ».
Sono entrati in gioco, infatti, con le loro
facce che vediamo sulla copertina di questo
numero della Rivista, i contadini del Sud,
pronti ad affrontare un futuro che dev'essere
segnato dai trattori, dalle centrali, dalle fab-
briche.
Le poesie che qui pubblichiamo ci danno
un sommario panorama di quella produzione
poetica meridionale, da Sinisgalli, il poeta-
ingegnere di Montemurro, fino ai giovani
come Parrella, il “viandante” di Laurenzana,
o Riviello, figlio di Potenza, “la capitale”.
Sono versi che echeggiano, sempre, una
tristezza contadina vecchia di secoli, piegata
da delusioni e dolori, sottolineata dal richiamo
del cuculo o dal gracidare dei corvi, dove la
città è « antica capitale di fontane e di chiese ».
Ora arrivano le fabbriche, ora le cose de-
vono cambiare, anche per il Sud i giorni si
aprono, si aprono,
Tu non ci fai dormire
cuculo disperato
Tutt'intorno le montagne brune
è ricresciuto il tuo colore
Settembre amico delle mie contrade.
Ti sei cacciato in mezzo a noi,
t'hanno sentito accanto le nostre donne
quando naufraghi grilli
dalle ristoppie arse del paese
si sollevano alle porte con un grido.
E c'è verghe di fichi seccati
e î pomidoro verdi sulle volte
e il sacco del grano duro, il mucchio
delle mandorle abbattute.
Tu non ci fai dormire
cuculo disperato,
col tuo richiamo :
Sì, ridaremo i passi alle trazzere,
ci metteremo alle fatiche domani
che i fiumi ritorneranno gialli
sotto i calanchi
e il vento ci turbinerà
i mantelli negli armadi.
(Rocco Scotellaro da “È fatto giorno”)
Cena
Voglio aria la sera e consumazione
di vino e castagne in compagnia
perché ognuno conta una storia
e insieme viene l'armonia.
Lo scarparo è stato tutto il santo giorno in casa
fino a che si è fatto scuro e si è cavato îl senale,
con quello ha coperto il bancarello e i ferri
e ha detto a moglie e figli : Io esco, andatevi a
[coricare.
Il fabbricatore viene direttamente dalla casa che
[ fabbrica
con le lenticchie di calce azzeccate sotto l'occhio.
Il sarto anche lui con un filo e l'impiegato
con l'inchiostro sciolto alla punta di due dita.
I contadini sono più di uno
con succhi di stalla sul collo,
Ed io ho sbattuto il libro già ingoiato dall’ombra,
e ho detto ad alta voce che questo non è vita.
Ci siamo allora azzuffati alla morra,
la moglie e la figlia del falegname,
dove stiamo bevendo, girano attorno alla tavola
e dicono che siamo proprio bambini.
Abbiamo cacciato i tozzi di pane di tasca
e chi olive, chi una noce, chi la cipolla e il pe-
[perone ;
l’impiegato ha diviso la frittata incartata
in un foglio di ufficio, e abbiamo bevuto.
Amore, amore veniva da cantarlo
tutta la santa notte in compagnia.
La moglie e la figlia del falegname
si sono ritirate dicendo :
Questi fanno far giorno.
(Rocco Scotellaro da “È fatto giorno”)
Autobiografia I
La madre trovava a tentoni
la piazza con la punta di fuoco
di un tiszone. La prima messa
dava il tempo ai pomi
di cuocere. Visse tra î cani
e i monelli accanto ai pozzi
e seduto sulle ruote di pietra
dei mulini.
(Leonardo Sinisgalli da “La vigna vecchia”)
Ci basta un po’ di sole
Ci leghiamo alla nostra storia
ch'è la storia del cieco mendicante
del banditore ubriaco
delle serenate a squarciagola.
Ci portiamo in giro i nostri santi
tutti gli anni allo stesso giorno
e balliamo la tarantella
nei nostri festini.
Ci leghiamo alla nostra storia
come le talpe alla terra
e ci basta soltanto un po’ di sole
per vivere come le cicale.
(Mario Trufelli)
Città fra paesi
Potenza del fiume e Potenza della montagna
siamo una cosa sola
dalla collina alla valle.
Ci sono autobus verdi e chiari,
rari sono î muli che passano
e hanno un uomo smarrito sul dorso.
Siamo città fra paesi
antica capitale di fontane e di chiese.
(Vito Riviello da “Città fra paesi”)
*
Paese mio dimora dei corvi
le rondini ti prendono d’assalto,
noi siamo le mule stanche
col muso nella biada.
Che altro porterà il tempo ai muri
sbrecciati alle ringhiere,
la banderuola di rame in cima
alle tue case apre un filo
d’aria ai faticosi giorni
le amare battute,
presto alzeremo l’asse del carro
ai larghi campi di grano
ai brividi dell’acqua,
in un tiszone di quercia si consuma il paese,
i vivi se ne vanno
restano î ritratti e il cesto delle mele
a guardia della casa.
(Michele Parrella da “Paisano”)
Napoli città del silenzio
dei larghi abbracci aperti alla marina,
pietà e coraggio sventolano nei vicoli
assieme ai panni appesi al filo.
Alle tue alte scalinate
col suono del pianino
salgono uomini come ballerini
e le sigarette straniere
tengono ancora la voce
delle ragazze col petto gonfio.
Sale il fumo dalle raffinerie,
a Posillipo le fiamme aprono il tramonto
con una lunga sirena senza canzoni,
è tutto popolo nelle strade
come in una stampa antica.
(Michele Parrella da ‘“Paisano”’)
*
Siamo andati a cogliere ulive
ulive nere e verdi
sulla terra rossa e petrosa
sulla terra arida e rossa
senza fili d’erba
senza gocce d’acqua
sotto alberi grandi e storti
sotto alberi stanchi
dalla foglia verde e argento
(Pietro Saponaro)
Risorgimento
e musei
del Sud
amento E. VEE nn
Le grosse pesanti catene che limitavano i passi del
patriota meridionale Carlo Poerio nella ristretta cella
che lo vide prigioniero (Napoli, Museo di S. Martino).
Nello scorso numero abbiamo passato in rasse-
gna î principali musei del Risorgimento del
Nord d’Italia: Milano, Torino e Genova.
Questa volta Leonida Balestreri ha visitato
per noi alcune delle più importanti raccolte
risorgimentali dell’ Italia meridionale.
A prendere una carta geografica d’Italia e
ad appuntare su di essa delle bandierine in cor-
rispondenza di ogni località ove esistono rac-
colte di cimeli e documenti relativi all’epopea
risorgimentale, ecco che si vedrebbe la carta
stessa fiorita come per incanto di una selva
di vessilli. Lunghissima è infatti la serie dei
centri ove le memorie del nostro riscatto
sono sistematicamente conservate e poste in-
nanzi agli occhi del pubblico a ricordanza ed
insegnamento e, insieme, a monito di quale
per i popoli sia il prezzo della propria libertà.
Appare da queste raccolte non solo la vastità
dell’opera che ha ricondotto il paese alla sua
unità politica, e la somma tragica dei sacri-
fici che ciò ha comportato, ma anche ed
è quello che maggiormente conta l’unità
33
morale degli italiani, rappresentata — pur con
le logiche differenze di atteggiamenti conse-
guenti alla diversità delle tradizioni e delle
situazioni ambientali dalla convergenza
delle loro aspirazioni e dal comune indirizzo
dei loro sforzi.
Sono questi musei, con la vastità delle loro
dirette prove documentarie, un poco come
la carta di legittimazione della nazione italiana,
di quella nazione che ancora poco più di un
secolo fa Metternich con il suo pesante sar-
casmo di servitore della monarchia asburgica
non si peritava di definire «semplice espressio-
ne geografica», e il Lamartine con gallica leg-
gerezza «terra dei morti».
Come mole il materiale raccolto nel com-
plesso dei musei del Risorgimento è davvero
cosa imponente, perché molti come si è
detto — sono i musei stessi.
In molte regioni non vi è si può affer-
mare capoluogo di provincia che non
abbia una sua ordinata raccolta dei cimeli lo-
cali di maggiore interesse, relativi appunto
agli uomini e alle vicende della lotta per il
Le memorie di molti detenuti politici, come Carlo Poe-
rio, Luigi Settembrini e Sigismondo Castromediano,
costituiscono il più terribile atto d’accusa di ciò che
furono le carceri borboniche per i mostri patrioti.
Nella foto: il berretto e il camiciotto indossati da
Carlo Poerio (Napoli, Museo di S. Martino).
nostro riscatto nazionale. Ma molti, insieme
con le grandi città, sono anche i centri minori
che tengono aperte al pubblico delle raccolte
risorgimentali di un valore documentario so-
vente più che notevole.
Il museo del Risorgimento più importante
di tutto il paese, è, però, quello di Roma,
sistemato come è noto — nei grandiosi
locali interni dell’Altare della Patria. Esso,
infatti, oltre che il materiale relativo agli
uomini e alle vicende della «città eterna» dalle
prime affermazioni dell’idea unitaria alle eroiche
giornate della Repubblica Romana del 1849,
e poi, via via, sino alla data fausta della
breccia di Porta Pia, raccoglie cimeli e docu-
menti interessanti ogni regione della penisola,
offrendo perciò la più completa delle pano-
ramiche di tutta l’epopea risorgimentale, cui,
con saggia decisione, si è voluto aggiungere
anche un imponente complesso di materiale
riguardante la guerra 1915-1918.
Il punto di partenza di questa grande ope-
ra risale ad una proposta avanzata il 22 giugno
1880 da uno dei più illustri figli del Meri-
dione, Pasquale Villari, alla Camera dei De-
putati di iscrivere nel bilancio della Pubblica
Istruzione una somma di lire 4000 all’anno
per formare una raccolta di libri, opuscoli e
documenti relativi alla storia del Risorgimento
nazionale. L'iniziativa del Villari, a suo tem-
po fervorosamente appoggiata da quell’altra
grande figura delle regioni del Mezzogiorno
che fu Francesco De Sanctis, fu opportuna-
mente sviluppata sulla base delle disposizioni
di due decreti del 1906, che dai nomi dei
ministri che ebbero a promuoverli vengono
rispettivamente indicati come il decreto Bo-
selli e il decreto Rava. Il Museo Centrale del
Risorgimento ha potuto così raccogliere un
materiale documentario di un’estensione e di
un valore davvero senza possibilità di con-
fronti: qualcuno, riferendosi appunto alle col-
lezioni documentarie, ha parlato di tesori, e
in realtà non si saprebbe al riguardo trovare
termine più appropriato.
In verità, il Museo Centrale del Risorgi-
mento fornisce elementi di impareggiabile
valore documentario, si può dire, su ogni
evento ed ogni figura di rilievo della lotta
per il nostro riscatto nazionale. Esso ha
progressivamente accentrato nelle sue rac-
colte molto materiale che, a stretto rigore,
se fosse stato conservato negli ambienti
stessi cui è storicamente legato, apparirebbe
forse in maggiore evidenza di quanto oggi
non sia. Dal punto di vista pratico, dal
punto di vista di un migliore organamento
delle ricerche degli studiosi, un’istituzione con-
cepita sulle basi del Museo Centrale del Risor-
gimento, è quanto di più razionale possa pre-
tendersi. Da un punto di vista — diciamo così
— sentimentale, le cose si prospettano invece
in maniera alquanto diversa, in quanto in
conseguenza di questo accentramento il pa-
trimonio storico delle singole località risulta
ovviamente valorizzato in modo ben di-
verso da quello che avverrebbe se esso fosse
conservato sul posto.
Siffatta osservazione ci pare sia particolar-
35
mente valida se riferita alle regioni del Mez-
zogiorno che delle loro vicende e delle loro
figure rappresentative trovano in genere
un’adeguata illustrazione nel Museo Centrale
del Risorgimento, mentre talvolta altrettanto
non si può dire avvenga in sede locale.
Non molti sono infatti i musei del Risor-
gimento aperti al pubblico nelle regioni me-
ridionali. Primeggia fra questi quello di Na-
poli, che figura come una sezione del Museo
di San Martino, e ad esso fanno corona, nella
regione campana, quello di Benevento, quel-
lo di Piedimonte di Alife, fondato nel 1913,
e quello di S. Maria Capua Vetere, che rac-
coglie le memorie della grande vittoria gari-
baldina del 1° ottobre 1860.
In Basilicata, a Potenza, fiera del suo pas-
sato di prima città del Mezzogiorno conti-
nentale insorta nel 1860 contro il governo
borbonico, una serie di cimeli del periodo ri-
sorgimentale è ordinata in un’apposita se-
zione del museo provinciale.
In Sicilia, infine, un Museo del Risorgimen-
to è allestito a Palermo presso la locale So-
cietà di Storia Patria, e sezioni speciali, de-
dicate al Risorgimento, figurano anche nel
Museo Pepoli di Trapani, e nel Museo di
Sciacca.
Certo da quanto è esposto in questi musei
della Campania, della Basilicata e della Sicilia
la realtà dell’apporto delle regioni meridionali
al raggiungimento dell’unità della patria non
può apparire in tutta la sua pienezza, nella
sua più giusta luce.
Quanto dagli oggetti e dai documenti
raccolti in questi musei risulta in più impres-
sionante evidenza è la realtà degli obbrobri
del governo borbonico, che il Gladstone bollò
Tra gli episodi che meglio testimoniano del diretto concorso delle genti meridionali alla lotta per l’unità nazio-
nale sono da ricordare quelli connessi agli eventi del 1848-49. Fu allora, ad esempio, che il generale Guglielmo
Pepe, comandante delle truppe napoletane, volle rimanere a combattere per la libertà contro gli austriaci nono-
stante gli ordini ricevuti dal re delle Due Sicilie, Ferdinando II. Qui sopra la spada del valoroso generale che
reca la seritta “ Fuori lo straniero” (Napoli, Museo di S. Martino).
con la definizione di governo negazione di Dio.
Il Museo del Risorgimento di Napoli con
alcuni cimeli dà così una visione — natural.
mente più che parziale, ma non per questo
meno significativa — di che cosa fosse nei
fatti il sistema poliziesco e giudiziario del
regno delle Due Sicilie. Non si possono così
considerare senza un fremito, che è insieme
di commozione e di orrore, le grosse pesanti
catene con le quali Carlo Poerio era avvinto
al piede, sì che brevi passi gli erano concessi
nell’ambito scuro e graveolente della cella.
Né con diversi sentimenti ci si può oggi arre-
stare di fronte agli indumenti che i condan-
nati alle carceri borboniche — fossero essi
delinquenti comuni o perseguitati politici —
dovevano similmente indossare: dei miserabili
camiciotti e degli orribili berretti, che più che
dei copricapi dovevano in realtà considerarsi
come delle sorte di strumenti di obbrobriosa
berlina. Ciò che, del resto, furono le carceri
borboniche emerge chiaro, come il più tre-
mendo atto di accusa, dalle memorie dei
molti detenuti politici che in esse ebbero ad
essere rinchiusi, si chiamino essi appunto
Carlo Poerio, oppure Luigi Settembrini o
Sigismondo Castromediano.
A rifare una storia di coloro che per delitto
di idee furono tratti a tanto martirio nelle
carceri borboniche c'è da aver un quadro
vivo e altamente significativo di quello che
fu il contributo del Meridione, di tutte le
sue regioni indistintamente, alla lotta per la
liberazione nazionale. Ovviamente questo con-
tributo si ebbe quivi a manifestare, sotto mol-
teplici aspetti, in forme diverse che nelle altre
regioni del paese, e, nell’ambito stesso dei
territori del regno delle Due Sicilie, in ma-
niera non sempre uniforme in tutte le zone.
Le condizioni ambientali — economiche
e sociali — presentavano da una regione all’al-
tra divari profondi, condizionando quindi
l'atteggiamento delle popolazioni.
Nel Napoletano, ad esempio, a battersi per il
riscatto della patria erano soprattutto gli elemen-
ti della borghesia intellettuale, mentre altrove —
ed era il caso della Sicilia — più generalizzata
essendo l’avversione alla corte borbonica, le
schiere dei credenti nei valori della libertà
avevano una composizione più vasta ed etero-
genea, andando dai ceti popolari più umili
agli uomini della più antica aristocrazia.
Indubbio è che, in più o meno larga mi-
sura, ogni regione del Mezzogiorno fu va-
lidamente partecipe con il suo contributo
agli sforzi per ridare al paese la sua unità
nazionale sotto il segno della libertà. Da que-
sto punto di vista — senza perderci in vani
“distinguo” — è così da ricordare che molte
e del tutto coincidenti sono le date in cui
Nord e Sud d’Italia ebbero nel corso del pe-
riodo risorgimentale a testimoniare la comu-
nanza delle loro volontà e dei loro destini.
Se più conosciuto è quanto si svolse nelle
regioni settentrionali, non per questo si deve
dare minor peso agli avvenimenti da cui in
quel tempo fu contrassegnata la storia del
Mezzogiorno. Per questo non si può non met-
tere l’accento sui fatti del 1820-21 a Palermo
e sui contemporanei moti napoletani, illuminati
— questi ultimi — dalla luce del sacrificio di
Michele Morelli e Giuseppe Silvati. Pari-
menti si devono valutare in tutta la pienezza
del loro significato le congiure e i tentativi
insurrezionali che, non meno di quelli dianzi
ricordati, contrassegnarono per tutto il pe-
36
riodo della lotta per il Risorgimento la vita
delle regioni meridionali: nel 1828 e nel
1843 nel Cilento, nel 1837 nelle città della
Sicilia orientale, e nel 1844 in Calabria, ove
troppo tardi per la lotta ma non per il
martirio dovevano accorrere i fratelli Bandie-
ra e i loro eroici compagni.
Ma, indubbiamente, tra gli episodi che
meglio testimoniano dello spirito e, quello
che più importa, del diretto concorso delle
genti meridionali alla lotta per l’affermazione
dei principi dell’unità nazionale sono da ri-
cordare in particolare quelli connessi agli
eventi del 1848-49. Allora infatti un forte
contingente di truppe napoletane, impegnate
nella valle padana accanto alle forze piemonte-
si, richiamato dal proprio sovrano, rifiutò di
abbandonare la lotta contro l’esercito austriaco,
schierandosi a fianco dei difensori di Vene-
zia. Nell’aspra battaglia perché la bandiera
della libertà non avesse ad ammainarsi nella
città dei Dogi i soldati napoletani si impe-
gnarono a fondo, sino ai limiti estremi della
dedizione, sorretti dall’esempio del loro co-
mandante, il vecchio valoroso generale Gu-
glielmo Pepe, e dei loro ufficiali, tra i quali
in primo luogo Enrico Cosenz poi, nel
1860, generale garibaldino, e in seguito capo
di Stato Maggiore dell’Esercito italiano
e Cesare Rosaroll, soprannominato per il suo
valore l’«Argante della Laguna», morto per le
ferite eroicamente riportate in combattimento.
L’atteggiamento, del resto, delle genti me-
ridionali di fronte al problema nazionale ebbe
una significativa prova anche attraverso le
imponenti correnti di emigrazione politica
che dalle loro terre ebbero a svilupparsi spe-
cialmente nel periodo successivo al 1848.
Genova e Torino — oltre che Malta — furo-
no i centri ove maggiormente affluirono i
proscritti dalle regioni del Sud, i quali con
la vivacità e la dinamicità del loro tempera-
mento non poco influirono sugli orientamenti
non solo dell’opinione pubblica delle città
che li ospitavano, ma della stessa politica del
governo di Torino.
Negli ambienti dell'emigrazione politica
meridionale — nella quale comparivano nomi
come quelli di Michele Amari, Stanislao
Cannizzaro, Francesco Crispi, i fratelli Or-
lando e altri numerosi di non minore statura
morale ed intellettuale si ebbero a tessere
ininterrotte trame cospirative e fu preparata
la spedizione di Carlo Pisacane, che, se in
sé non ebbe altro risultato immediato se non
quello di tragicamente allungare la gloriosa
lista del martirologio italiano per la libertà,
costituì in fatto una premessa che oggi si
può considerare essere stata necessaria alla
grande impresa liberatrice di Garibaldi.
Il Risorgimento attraverso questi fatti (e
gli altri, numerosissimi, che al proposito si
Strumento per la fabbricazione delle pallottole. Fu ritrovato sul campo
ove morì Carlo Pisacane, eroica
figura di soldato e
che,
scrittore
emulo dei fratelli Bandiera, tentò nel 1857 con un esiguo numero di
compagni di sbarcare nel Napoletano per suscitarvi una rivoluzione po-
polare. I
tempi non erano purtroppo ancora maturi e la spedizione
finì tragicamente con la morte di Pisacane e di gran parte dei suoi
compagni, (Napoli, Museo di San Martino).
potrebbero citare) appare quello che esso è
veramente: un momento della storia del Mez-
zogiorno al pari che di quella di ogni altra
regione d’Italia, un momento, senza distacchi
di tempo e senza fratture ideologiche ovunque
parimenti vissuto, sofferto e combattuto. Dal
generoso ardimento dei cavalleggieri di Nola
nel 1820 al consapevole sacrificio degli insorti
palermitani del convento della Gancia nel-
l’aprile del 1860 l’anelito di libertà delle genti
meridionali si appalesa altrettanto vivo e vi-
goroso che quello delle popolazioni setten-
trionali. Tutto infatti si può dire — è stato
autorevolmente affermato da un illustre pub-
blicista «ma una cosa è certa: moti, cospi-
razioni, eroismi sono avvenuti nel Nord e
nel Sud con una miracolosa simultaneità,
come nel ’21 ».
Ecco, è proprio questa convergenza di
sentimenti e di aspirazioni, questa unità di
sforzi di uomini di tutte le sue regioni che ha
rifatto il nostro paese, ridandogli volto di
stato uno e sovrano. Non bisogna dimenti-
carlo. Questo dovere nazionale, con le loro
testimonianze di sacrificio e di gloria, a tutti
ricordano anche i musei del Risorgimento,
ideale viva catena di memorie e di voti che
da Trento a Trapani, da Trieste a Sciacca
stringe in un unico nodo, in riaffermata
comunanza di volontà e di destini, le genti
d’Italia tutte.
I pregiudizi
sul
meridionali
Questi dati sono ormai di dominio comu-
ne: in Italia ogni anno più di un milione di
persone cambia di residenza; città come
Torino aumentano la loro popolazione di
45.000 unità all’anno.
Al fenomeno gli specialisti hanno trovato
un nome: “migrazioni interne”, ed anch'esso
è divenuto subito largamente popolare.
In verità quello dell'emigrazione è un
vecchio problema italiano.
Dal 1901 al 1914, ogni anno 600.000 italiani
cercarono nel nuovo mondo quella “fortuna”
che il provvido “stellone”’ non era in condi-
zione di garantire. Partivano dai paesini del
Centro-Sud intere famiglie di lavoratori: par-
tivano i più giovani, i più in gamba.
Fra già un grosso problema e se ne parla-
va con profonda commozione. Intere gene-
razioni di borghesi piansero sullo sfortunato
piccolo-eroe di “Dagli Appennini alle Ande”.
Ma non si andò molto oltre la commozione.
In fondo era solo una piccolissima mino-
ranza ad esserne direttamente interessata e le
tavole di Beltrame sulla “Domenica del Cor-
riere” furono la sola protesta ufficiale di una
certa risonanza.
Dei problemi d’ambientamento di quegli
italiani nei paesi nuovi si avevano scarse no-
tizie. La retorica ufficiale del lavoro italiano
portatore di civiltà in terre barbare ed incolte
copriva gli aspetti più autenticamente veri del
dramma ch’erano costretti a vivere, del pro-
blema che essi rappresentavano per le co-
munità straniere in cui andavano ad inserirsi.
37
Dov'è stata ripresa questa fotografia? La risposta sembrerebbe facile, quasi ovvia: dove mai i bam-
bini scalzi possono giocare tra i ruderi di vecchie chiese in rovina se non nel Sud, nel paese della
miseria e della fantasia esposte al sole? Invece questa fotografia è stata presa in Liguria, a Bussana,
un paesino poco lontano da San Remo, a poche decine di chilometri dalla frontiera, Ci ha ingannato
l'abitudine di generalizzare, di trarre sempre da certi dati certi risultati. Molti pregiudizi radicati
nel Nord verso il Sud e i meridionali hanno, psicologicamente, la stessa origine inconscia, automatica.
Di fronte a certe immagini, come di fronte a certe usanze, a certi atteggiamenti, a certi tipi fisici,
scatta una specie di relé mentale che chiude il circuito di un pregiudizio.
Ecco una tipica immagine meridionale : la disperazione, il lutto che div stazioni corali, alle quali subito partecipa tutto un caseggiato, una strada, un rione,
una città, In questa bellissima fotografia (un uomo, a Napoli, è stato ucc . noglie, sorretta da parenti e amiche, corre sul luogo del delitto) sembrano essere
riuniti tutti i diversi gradi ed espressioni del dolore. € no che drammatiche immagini come questa possano ripetersi sotto ogni latitudine. In più c’è forse soltanto
la spettacolarità della partecipazione generale, elemento questo veramente peculiare al Sud, originato dall'antica esigenza di una mutua protezione nelle avversità,
Anche quando, col proibizionismo, i fatti di
cronaca nera negli Stati Uniti assunsero una
rilevanza tale da interessare la stampa di
tutto il mondo, e si conobbero i nomi italia-
nissimi di quegli eroi del crimine organizzato,
in Italia si rimase indifferenti: forse compia-
ciuti che il “genio italico” rifulgesse comunque.
Nemmeno gli scrittori più sensibili ai pro-
blemi dell’Italia meridionale pensarono mai
che l'emigrazione potesse un giorno rivolgersi
verso mète diverse da quelle ormai tradiziona-
li. Il nazionalismo (da cui il fascismo mutuò
l’idea) indicò l’Africa come terra promessa
al lavoro italiano.
Comunque, fino al secondo dopoguerra,
nessuno credette che le leggi della domanda
e dell’offerta potessero influenzare, nell’area
ristretta del territorio nazionale, la mobilità
della manodopera.
Invece, dopo gli anni della ricostruzione,
l’Italia, investita dal
anche in conseguenza dell’infittirsi degli scam-
bi internazionali, vide accentuarsi la polariz-
zazione del suo sviluppo industriale: ad un
Nord altamente industrializzato faceva
pre più riscontro un Sud agricolo incapace di
seguirne il ritmo di progresso tecnologico.
Sotto l’impulso dello sviluppo economico,
nel Nord la domanda di manodopera cresceva
in misura tale da rendere insufficiente l’inur-
bamento dei contadini settentrionali quale
soluzione agli scompensi creati dal periodo
di espansione.
La manodopera meridionale diventava indi-
spensabile, specie per sostituire coloro che
nel Nord passavano dalle attività primarie
alle attività secondarie e terziarie.
Sarebbe interessante accertare con preci-
sione come è iniziato il fenomeno migratorio
del Sud.
L’edilizia deve avere costituito il primo polo
di grande attrazione. I piccoli imprenditori
edili (disposti ad infrangere le leggi sulla
residenza), che richiedevano lavoro poco o
niente specializzato, hanno certamente con-
tribuito ad aprire un nuovo “cammino della
speranza” ai manovali meridionali. D'altra
parte 1 paesi stranieri, tradizionalmente impor-
tatori di lavoro italiano, per ragioni diverse,
diventavano sempre meno ospitali.
“boom” economico,
sem.
I primi manovali sbarcati nelle città del
Nord hanno invogliato gli altri a
Milano e Torino venivano da essi descritte,
nelle lettere alle famiglie, con gli stessi toni
di stupita aspettativa con cui i loro padri
avevano parlato di Brooklyn e del Bronx.
Ed è così incominciato il fenomeno di massa
le cui proporzioni abbiamo descritto in aper-
tura di articolo.
Questa volta l’opinione pubblica italiana è
stata più direttamente interessata al fenomeno.
Le città del triangolo industriale hanno do-
vuto affrontare tutta una serie di problemi
connessi con la presenza dei nuovi arrivati.
seguirli.
Ma, al di là del problema tecnico dell’in-
sediamento di un numero così rilevante di
neo-cittadini (problema che peraltro è ben
lungi dall'aver trovato una efficiente solu-
zione) si è improvvisamente imposto all’at-
Wo
9
tenzione degli studiosi quello più preoccu-
pante (e condizionante ogni soluzione di ca-
rattere tecnico) dell’antagonismo esistente fra
le comunità settentrionali e quelle provenienti
dal Mezzogiorno.
Mentre la dottrina non ha avuto difficoltà
a sistemare il fenomeno ed a riconoscere nella
mobilità territoriale del lavoro un elemento
indispensabile del progresso (i programmi di
industrializzazione delle zone sottosviluppate
hanno tanta maggiore possibilità di successo
quanto meno grave è la sproporzione fra popo-
lazione e risorse sul posto) la maggioranza
degli abitanti delle regioni settentrionali ha
reagito in maniera negativa alla presenza de-
gli immigrati dal Meridione.
È emersa nella società italiana, che troppo
presto ci si era affrettati a definire omogenea,
una crepa di dimensioni insospettate: l’esi-
stenza di un diffusissimo pregiudizio etnico.
Che l’integrazione politica non abbia risolto
tutti i problemi della confluenza delle due
comunità (quella settentrionale e quella meri-
dionale) in un unico stato, è ormai un fatto
scontato per tutti, ma, in nelle
difficoltà di carattere economico che vengono
più frequentemente ricercate le
rallentamento che ha subito ogni politica di-
retta a promuovere quella confluenza.
genere, è
cause del
È solo dopo questa prima esperienza di
integrazioni forzose di meridionali in comu-
nità del settentrione che ci si è potuti rendere
conto di quanto la differente situazione socio-
economica abbia influenzato (potenziandolo
sensibilmente) l’atteggiamento di ripulsa che
la parte economicamente più evoluta del paese
mostra di confronti della
meridionale.
Gli immigrati meridionali (in maggioranza
braccianti e manovali) riproducendo nel Nord,
specie nella prima fase di ambientamento,
certe loro forme di vita, hanno inconsciamen-
te contribuito a far esplodere, in manifesta-
zioni spesso vistose, il pregiudizio esistente
nei loro confronti.
In alcuni casi le espressioni di avversione
potrebbero addirittura far credere all’esisten-
za di un vero e proprio pregiudizio razziale
(caso degli annunzi economici relativi ad appar-
tamenti che si affittano ‘a soli settentrionali ””).
Si tratta invece, fortunatamente, di una semplice
similitudine fra le manifestazioni di due pre-
giudizi, in quanto è assente, tra le loro compo-
nenti, lo pseudo-biologismo fondamento di
ogni concezione razzista.
Un'indagine storica, diretta ad accertare le
origini del pregiudizio etnico in Italia, porta
molto indietro negli anni, almeno fino al pe-
riodo dell’unificazione, quando la burocrazia
piemontese, trasferita nel Sud, diffuse nel
Nord le prime opinioni sui meridionali.
Ma, stando ad una definizione accettabile
del pregiudizio secondo cui questo consiste-
rebbe « nell’adattare l’esperienza al previo
giudizio anziché il giudizio all’esperienza», la ri-
cerca sulle origini della prevenzione nei con-
fronti dei meridionali dovrebbe essere fatta
risalire ad epoche molto più remote e diffi-
cilmente precisabili. Forse, proprio in conse-
avere nei realtà
guenza della difficoltà di una precisa ricerca
di carattere storico, e in vista della necessità
di suggerire terapie d’ immediata applicazione,
gli studi sull’argomento stanno puntando
esclusivamente sulle manifestazioni più at-
tuali del fenomeno. E in questi studi d’in-
negabile interesse, le cui risultanze possono
fra l’altro contribuire ad illuminare gravi de-
ficienze nell’impostazione di una politica me-
ridionalistica, spesso minata anch’essa dalla
presenza di pregiudizi, psicologi e sociologi
lavorano di concerto.
Tra le altre, molto significativa è un’inda-
gine descrittiva del fenomeno, apparsa nel
numero di giugno della rivista “Nord e Sud”
dovuta a G. Fofi, Essa è stata condotta su una
rubrica di “lettere al direttore” del giornale
torinese “La Stampa”.
Torino, come si è detto, è la città più in-
vestita dal fenomeno migratorio ed è logico
che sul suo giornale più importante affiorino i
sintomi del disagio da esso provocato. Infatti,
il 10% delle lettere pubblicate negli anni
1959 € 1960 riguardano direttamente i pro-
blemi del Sud ed i rapporti tra meridionali e
settentrionali.
Fsse sono state divise per argomento, e
possiamo così sintetizzarne il contenuto:
a) La povertà del Sud e la poveri i del Nord
La maggioranza delle lettere accusa le au-
torità costituite di preoccuparsi solo dei pro-
blemi del Sud, trascurando la povertà esistente
anche nelle regioni settentrionali.
b) Roma capitale
La polemica anti-romana investe la popola-
zione della città in genere, le sue abitudini
e le sue corruzioni (con richiami alla ‘dolce
vita”, ai romanzi di Pasolini ecc.).
c) Rapporti fra merie ionali e setfentrione
Sono qui raggruppate le lettere in cui più
sintomatico appare il pregiudizio sociale. Ecco
alcuni dei temi più ricorrenti: la delinquenza
dei meridionali, la mancanza di igiene nel
Sud, l’inciviltà del Sud, la mancanza di voglia
di lavorare dei meridionali, il qualunquismo
politico dei meridionali, il malgoverno sici-
liano ecc.
d) / meridionali e le donne - I delitti d’onore
Queste lettere potrebbero rientrare nella
sezione precedente se non fosse per il loro
numero che prova come i pregiudizi di ca-
rattere sessuale siano fra quelli più vivi e
preoccupanti. I settentrionali attaccano du
ramente “il maschio” meridionale (« Sappiate,
nostri connazionali del Sud, che non si diso
nora una donna con uno sguardo o con una
parola » «Spero che i miei connazionali
del Sud la smettano una volta per sempre e
che si comportino come a casa loro, dove
non osano nemmeno alzare l’occhio sulle
donne non loro per paura dello sfregio »), e
una lettera di un «purosangue del Sud» in cui
il delitto d’onore viene pienamente giustificato
(« col delitto l’uomo ritorna uomo, stimato e
rispettato come prima, più di prima») ha
provocato ben 293 risposte indignate di cui
molte di meridionali.
Tranne pochissime eccezioni, le lettere dei
settentrionali sono tutte tali da coinvolgere,
DISTINTA
sana,
bella,
insegnante
indipendente,
settentrionale,
affettuosa,
conoscerebbe seopo matrimonio distin-
to, colto 38 -50.enne,
sano, presenza,
buona nosizione economico - sociale —
A impiegato settentrionale affittasi am-
mcebiliata con pensione
qui sopra: annunci economici come questi com-
paiono frequente rnali del Settentrione.
I pregiudizi del Nord verso il Sud si ituarono
nel periodo dell’unificazione, quando i contatti tra
settentrionali e meridionali divennero più freque
nella pagina a fiane cora un'immagine da Sud
depresso: siamo invece in un tipico «vico» di Genova.
nte nei
Comforts —
nella foto in alto: questi sono autentici meridio-
nali che hanno fatto nascere dal nulla un «tetto»
alla periferia di una grande ci
dovi, con il letto, le fotografie dei parenti e le
immagini dei Santi protettori, l'atmosfera del paese
natale, l’amore per una terra che pure è stata per
loro avara di doni.
à del Nord, ricrean-
42
nel giudizio giustamente severo verso l’au-
tore della lettera, tutti i meridionali.
e) Rapporti fra torinesi e meridionali
Sono lettere molto interessanti perché si
scende nel vivo dei rapporti fra cittadini di
Torino ed immigrati.
Il problema è visto in modo meno generale,
le reazioni sono più dirette.
Per dare un’idea compiuta della situazione
creatasi nel capoluogo del Piemonte, bisogne-
rebbe poter riprodurre tutte le lettere. Questi
stralci dovrebbero però sufficienti:
«Torino non è il paese di bengodi dove si
suona la chitarra e si danza la tarantella tutto il
giorno... ». « È con tanto disgusto che tutti i
giorni si legge sui giornali di meridionali che
arrivano senza lavoro, senza soldi e a volte si
portano moglie, tanti figli e parenti confidando
nel buon cuore dei piemontesi. Invece noi sof-
friamo, andiamo a lavorare all’estero, non
mettiamo al mondo tanti figli che sappiamo
di non poter mantenere e non chiediamo aiuto
alla carità della gente ed al Comune. Se vo-
gliono venire, vengano soli, se non hanno
lavoro rimandateli al loro paese, che ci pensi
il loro Comune... ».
Da queste lettere lo stereotipo del meridio-
nale emerge come un elemento deformatore
di ogni considerazione relativa ai problemi
del meridione. 1 risultati di altre inchieste
compiute su piccoli campioni (come quelle
del Batacchi e del Canestrari) vengono com.
pletamente avvalorati.
La posizione del settentrionale è oggi an-
essere
La sordida scena di un omicidio avve-
nuto al Nord qualche anno fa, Qui
abitava la vittima, un settentrionale.
cora caratterizzata dall’assoluta incompren-
sione e, soprattutto, basata su un’erronea gene-
ralizzazione di elementi negativi propri solo ad
alcuni componenti della comunità meridionale.
Tutto questo è stato ancor meglio dimostrato
da un esperimento compiuto dal Batacchi.
Questi ha sottoposto, ad un gruppo di setten-
trionali, articoli che riportavano fatti di cronaca
concernenti qualità comprese nello stereotipo
del meridionale (abilità nel raggiro, vendica-
tività, gelosia, impulsività) occorse invece
in zone dell’Italia settentrionale. Nella presen-
tazione egli ha omesso tutte le indicazioni spe-
cifiche che potevano indirizzare all’ individua-
zione delle località di accadimento. Ebbene,
richiesti di riferire le località in cui il fatto
di cronaca poteva essere avvenuto, la maggior
parte dei soggetti ha indicato una città meri-
dionale come luogo di accadimento.
L’unico elemento positivo in questo neris-
simo quadro è rappresentato proprio, a nostro
avviso, dall’atteggiamento dei meridionali.
« Nella stragrande maggioranza di lettere di
meridionali alla Stampa — scrive G. Fofi —
è presente un riconoscimento degli altrui
pregi e dell’altrui superiorità con uno sforzo
continuo ed evidente per essere accettati. A
volte avviene con tale umiltà ed umiliazione
da suscitare in chi legge una sgradevole im-
pressione, in quanto vi si rinnega quasi in
blocco il proprio fondo culturale e la propria
origine pur di sentirsi in qualche modo partecipi
ed attivi nella vita della società italiana con-
temp Irancea».
L'esperimento del Batacchi conferma quanto
sopra: i meridionali non temono affatto l’assi-
milazione ai settentrionali, ma ad essa aspirano:
essi paiono esaltare i valori ‘settentrionali’
(cioè quelli che essi attribuiscono ai settentrio-
nali e i settentrionali stessi si attribuiscono)
a svantaggio dei propri e non concepiscono
la possibilità che i settentrionali si “meridio-
nalizzino”.
Non ci pare di dover dividere le preoccu-
pazioni di quegli studiosi i quali vedono nel-
l'atteggiamento dei meridionali una rimunzia
a difendere certi valori della loro cultura.
Le caratteristiche positive della cultura me-
ridionale potranno e dovranno sopravvivere
nel Meridione quando si raccoglieranno i
frutti di una politica meridionalistica scevra
di pregiudizi che rinnoverà le strutture econo-
miche, politiche e amministrative del Mezzo-
giorno.
Nel Settentrione, dove l'immigrazione di
massa sta provocando gli scompensi cui ab-
biamo accennato, è auspicabile avvenga
l’integrazione delle due comunità anche a
scapito di alcuni valori della cultura meri-
dionale.
L’atteggiamento degli immigrati meridio-
nali giustifica un certo ottimismo; la realtà
dell'industria con la sua esigenza oggettiva
dell’uomo giusto al posto giusto promette
di mettere fine alla discriminazione etnica in
grandissima parte possibile oggi per la con-
dizione di sottoproletariato che tanto lavoro
meridionale è ancora costretto ad accettare.
L'industria
minore
e lo sviluppo
del Mezzogiorno
Abbiamo chiesto al dottor Guido Maurino,
direttore del Consorzio per l’area di sviluppo
industriale di Taranto, costituito lo scorso an-
no, di illustrarci le prospettive esistenti per le
piccole e medie aziende nelle sone del Mezzo-
giorno dove stanno sorgendo grandi complessi
industriali.
Le recenti cerimonie della posa della prima
pietra dei nuovi stabilimenti dell’ E.N.I. della
Montecatini e della ceramica Pozzi nel com-
prensorio del nucleo di industrializzazione di
Ferrandina, hanno completato, in questa
prima fase di più accentuata industrializzazione
del Mezzogiorno, il quadrilatero dei poli di
attrazione industriale del sud dell’ Italia.
In Puglia e Lucania, con le quattro grandi
aree di sviluppo industriale imperniate sugli
stabilimenti della Breda-Pignone Sud a Bari,
della Montecatini a Brindisi, del centro siderur-
gico Italsider a Taranto e di quelli di Ferrandi-
na, si è costituita una fascia di grandi indu-
strie, alimentata sia dalle aziende a partecipa-
zione statale, sia da quelle a capitale privato,
che rappresentano tutta un’area di addensa-
mento nella quale gli imprenditori — che,
come è noto, subiscono necessariamente lo
stimolo e l’attrazione delle aree dove si offre
un più vasto ed assortito complesso di fat-
tori agglomerativi ed ubicazionali — po-
tranno trovare le condizioni ideali per una
localizzazione industriale.
A fianco di queste grandi industrie, quali
possibilità di inserimento hanno le medie e
piccole aziende industriali?
Ancor prima di formulare una risposta a
questo interrogativo non sembra inopportuno
richiamarsi al cosiddetto “precedente storico”,
nel senso di dare uno sguardo a quanto finora
è stato fatto per favorire una politica di indu-
strializzazione del meridione d’Italia.
Il problema della industrializzazione del
Mezzogiorno, inteso come mezzo necessario
per operare una riconversione di aree depresse,
sia trasformando le preesistenti condizioni di
lavoro (passaggio dall’artigianato all’industria,
sfruttamento industriale dell’agricoltura), sia
elevando il tenore di vita delle popola-
zioni attraverso i benèfici effetti di una sana
industrializzazione, è stato affrontato dai no-
stri governanti fin dall’ormai lontano 1947.
Le notevoli distruzioni operate dall’ultimo
conflitto con la conseguente necessità di pro-
cedere a rapide ricostruzioni, l'opportunità di
creare condizioni di vita pressoché identiche
su tutto il territorio nazionale, il cosciente
sentimento di affrontare con mezzi adeguati
il secolare ‘‘problema meridionale”, indussero
i governi dell’epoca a predisporre una serie
di norme volte a favorire una rapida ricon-
versione industriale dei territori del sud del-
l’Italia.
La fase iniziale della legislazione e della poli-
tica per l’industrializzazione del Mezzogiorno
si limitò, peraltro, nel decennio 1947-1957,
ad una serie di norme imperniate prin-
cipalmente su esoneri e riduzioni fiscali e sulla
concessione di crediti a lungo termine a con-
dizione di favore.
L'esperienza, però, ha dimostrato che le
su accennate agevolazioni non hanno deter-
minato una vera e profonda trasformazione
dell'ambiente economico e sociale preesistente,
talché molte industrie, sorte per il miraggio
delle agevolazioni delle quali potevano fruire,
hanno troppo presto esauriti i mezzi a dispo-
sizione e si sono avuti impianti rimasti a metà
o, seppure terminati, non entrati in funzione,
in quanto privi di quelle attrezzature infra-
strutturali che avrebbero potuto rendere eco-
nomica la conduzione di essi.
D'altro canto la concessione del credito a
medio termine, anche se operata a condizioni
di estremo favore, non può, di per se sola,
rappresentare un grosso incentivo in regioni
caratterizzate da una grande povertà di ca-
pitali, da una scarsissima mobilità degli
stessi e — si sottolinea particolarmente questo
elemento di carattere psicologico — dalla
quasi completa assenza di uno spirito asso-
ciativo degli operatori economici.
Il solo ausilio del credito, infatti, non avreb-
be mai potuto rappresentare il mezzo ideale
per un rapido processo di industrializzazione,
in quanto le possibilità finanziarie e creditizie
dei promotori si sarebbero esaurite — come
in molti casi si è verificato — nello sforzo
iniziale dell'impianto.
Si è, quindi, appaiesata la necessità di por-
re in essere nuove norme e nuovi mezzi che,
43
in base all'esperienza acquisita, tossero stati
in grado di assicurare un coordinamento degli
investimenti, allo scopo di costituire, fra l’al-
tro, tutta una serie di premesse di carattere
economico-tecnico il cui costo, trasferito sul-
la collettività e non più sull’ imprenditore
singolo, può rendere economico il sorgere di
nuove industrie.
Si è giunti, così, alla legislazione del 1957
che, fatte salve le preesistenti agevolazioni per
l’industrializzazione del Mezzogiorno, ha pre-
visto nuove forme di intervento dello stato
e degli enti da questo delegati, quali:
— contributo a fondo perduto per le spese
di impianto delle piccole e medie industrie;
— realizzazione di infrastrutture, per la quasi
totalità a carico dello stato, nelle regioni
e province dove si determini o si preveda
una concentrazione industriale (aree di
sviluppo industriale);
— istituzioni di nuove scuole e corsi
l'addestramento professionale.
per
Ulteriori miglioramenti si sono avuti con
la legge 18 luglio 1959 n. 555 €, oggi, è al-
l'esame del Parlamento uno schema di di-
segno di legge, già approvato dal Consiglio
dei Ministri, che eleva ancora — in certi casi
- i contributi a carico dello stato e per esso
a carico della Cassa per il Mezzogiorno per
maggiormente incentivare la localizzazione di
industrie nelle regioni meridionali.
Il complesso di queste nuove disposizioni
ha determinato un “rilancio” nella politica
meridionalistica in quanto è evidente che ci si
trova, finalmente, dinanzi ad un sistema arti-
colato di interventi che si presta a fronteggiare
situazioni diverse e raggiungere quell’ obiet-
tivo che è alla base dello sforzo governativo
di attuare, cioè, senza ulteriori indugi, la ri-
conversione industriale delle aree depresse
dell’Italia meridionale ed insulare.
Nel quadro di queste disposizioni si sono
inserite iniziative, spontaneamente e program-
maticamente convergenti, di gruppi privati e
non privati che hanno determinato o sono
suscettibili di determinare rilevanti fenomeni
di industrializzazione. In altri termini si è
risvegliato l’interesse del mondo industriale
per il Mezzogiorno visto in funzione di una
politica di espansione aziendale con possi-
bilità di ristrutturazione dell’intero mercato
e dell’intero sistema economico nazionale.
Sorti, così, i grandi complessi industriali
accennati all’inizio delle presenti note, previ-
sta la completa attrezzatura infrastrutturale
delle aree di sviluppo industriale, assegnando
tale compito ai Consorzi all'uopo costituiti,
ne è derivato un nuovo ambiente tecnico-
economico nel quale le medie e le piccole
industrie trovano le condizioni ideali per una
loro localizzazione.
Si è appreso, ad esempio, che il centro
siderurgico «Oscar Sinigaglia» dell’ Italsider,
nel corso del 1960, ha speso ben 700
milioni per lavori di carpenteria; 1 miliardo
per lavori di manutenzione ordinaria e ri-
cambi; 40 milioni per riparazioni di autovei-
44
coli; 150 milioni per manutenzione e riparazio-
ni di materiali in gomma; ha acquistato 3 mila
indumenti di sicurezza per i propri dipendenti,
56 mila paia di guanti di protezione, 11 mila
tute; ha speso 30 milioni per materiali di
cancelleria e 100 milioni di stampati vari.
Dinanzi a queste cifre, mantenendo l’esem-
pio nel campo della siderurgia, viene sponta-
nea la domanda: perché di pari passo al pro-
gredire della costruzione del centro sidc-
rurgico di Taranto gli operatori economici
locali ed anche quelli che già rappresentano
i normali fornitori del «Sinigaglia», non esa-
minano la possibilità di dar vita a medie e
piccole aziende da localizzare nelle immediate
vicinanze del centro siderurgico, allo scopo di
fornire il centro stesso di tutto quanto neces-
siterà di beni di consumo e di servizi che,
ovviamente, non potrà produrre in proprio?
E analogamente, quante piccole e medie
aziende potrebbero dedicarsi alla lavorazione
di alcuni derivati delle produzioni del centro
siderurgico ?
Nell’area di sviluppo industriale di Taranto,
così come del resto è per le altre aree di svi-
luppo di Brindisi, di Bari e di Ferrandina,
sussistono tutte le condizioni perché medie e
piccole aziende trovino la loro migliore ubi-
cazione sotto ogni aspetto e particolarmente
sotto il profilo economico-tecnico. Esse po-
tranno infatti disporre, in anticipo, di un
mercato di assorbimento delle loro produ-
zioni, costituito dai grandi complessi indu-
striali in corso di avanzato allestimento.
Le notevoli agevolazioni previste per le
localizzazioni industriali nell’ambito delle aree
di sviluppo, la possibilità che i Consorzi co-
struiscano i rustici industriali fruendo del
contributo previsto a carico della Cassa per il
Mezzogiorno che può raggiungere il 50%
della spesa prevista, le disposizioni della legge
30 luglio 1959 n. 623, prorogata recentemente,
concernente gli incentivi a favore delle medie
e piccole industrie, possono consentire il
fiorire di tutta una gamma di piccole e medie
aziende e potenziare, altresì, l’artigianato solo
che gli operatori economici in generale e quelli
meridionali in particolare si sapranno positi-
vamente e tempestivamente inserire in questo
processo di industrializzazione in atto.
Anche sotto l’aspetto “umano” una notevole
concentrazione di piccole e medie aziende
intorno alle industrie chiave del Mezzogiorno
sarebbe quanto mai auspicabile per le maggiori
possibilità di occupazione nelle regioni di
origine che limiterebbero la necessità di tra-
sferimento di manodopera e tenderebbero a
conservare uniti i muclei familiari.
Gli strumenti, quindi, per raggiungere
questi scopi esistono; alla buona volontà dei
tecnici e degli operatori saperli conveniente-
mente sfruttare non solo nel loro interesse
ma anche per quello più vasto dell’economia
nazionale e di quella meridionale in particolare.
RIVISTA ITALSIDER -
segreteria di redazione: ufficio pubbliche relazioni Italsider -
Panorama
siderurgico
SITUAZIONE INTERNAZIONALE
Mentre negli Stati Uniti d’ America la situa-
zione dell'industria dell'acciaio sta indirizzandosi
sempre più verso un andamento favorevole, sul
mercato della C.E.C.A. assistiamo ad una
sia pure non accentuata diminuzione della ri-
chiesta, accompagnata dalla tendenza al ribasso
delle quotazioni. Il fatto è dovuto al processo
d'espansione dell'industria trasformatrice che
negli ultimi mesi non ha mantenuto, nel quadro
della Comunità, il tasso di sviluppo elevato
che da parecchio tempo la caratterizzava.
Si dovrebbe comunque trattare dell’orienta-
mento verso un assestamento congiunturale di
tono più modesto, dopo un lungo periodo di
intensa attività.
Siccome il consumo d’acciaio nell’ambito dei
paesi della Comunità tende pur sempre ad au-
mentare, la minor richiesta di prodotti siderurgici
in relazione al consumo denota la fiducia dei
consumatori in un approvvigionamento più facile.
Produzioni Italsider
È questa d'altronde una conclusione ragionevole,
tanto più che allo squilibrio esistente fra pro-
dusione e nuove ordinazioni si aggiunge il fatto
che il volume delle consegne si mantiene ad un
livello abbastanza elevato e, molto probabilmente,
superiore all'attuale fabbisogno dei consumatori.
Alcuni produttori hanno già tenuto conto di
questo orientamento, come sembra dimostrare il
risultato conseguito dalla produzione d’acciaio
nello scorso agosto che è stato inferiore sia a
quello del mese precedente sia a quello del-
l’agosto del 1960.
SITUAZIONE ITALIANA
La richiesta di prodotti siderurgici da parte
del mercato italiano permane sempre buona e le
produzioni si mantengono su un ritmo elevato.
Bisogna comunque tener presente la concorrenza
che sul nostro mercato possono esercitare gli altri
paesi della C.E.C.A.
Nei primi otto mesi dell’anno in corso l’Italia
ha prodotto 5.970.000 tonnellate d’acciaio con
un aumento del 10%, nei confronti dello stesso
periodo del 1960.
Per quanto riguarda il consumo interno ci si
avvia quest'anno a superare i 10 milioni di ton-
nellate contro î 9 milioni del 1960.
Si tratta di un incremento certamente su-
periore a quello della produzione.
luglio agosto
1961 1961
coke tonn. 165.763 * 161.191
ghisa » 210.623 219.653
acciaio » 298.299 287.363
laminati a caldo » 225.073 187.969
laminati a freddo » 42,330 30.681
getti di ghisa e d'acciaio » 10,130 7.012
fucinati e stampati » 1.069 1.000
rodeggi » 3.213 2.403
carpenteria » 3.093 2.294
derivati vergella » 4,204 2.582
bulloneria » 645 453
molle » 130 23
armamento ferroviario » 2.270 2.016
altre lavorazioni » 40 21
* nuovo record mensile
Via Corsica 4 - Genova - telefono 59.99. La riproduzione degli
articoli è libera. Si prega citare la fonte. Stampa: AGIS - Stringa Genova. Clichés a colori: Denz - Berna. Clichés in bianco e nero: Ceriale - Genova
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