Ansaldo - Sebastiano Veniero

Contenuto

Ansaldo - Sebastiano Veniero
Titolo originale
"Sebastiano Veniero - Generale del Mare della Repubblica di San Marco"
Tipologia
Opuscolo a stampa
Descrizione

Pubblicazione curata da La Marina Mercantile Italiana, edita dalla «Rivista illustrata dell'industria e della tecnica navale» diretta dall'ingegner Albini, scritto da Bulwark con cenni storici su Sebastiano Veniero, provveditore generale dell'armata veneta nella battaglia di Lepanto e dal 1577 doge di Venezia.

Ricordo del Cantiere Ansaldo - San Giorgio

Data testuale
1918
Data topica
Genova (Montorfano & Valcarenghi)
Consistenza
1 opuscolo a stampa (pp. numerate 17) + 1 copia
Stato di conservazione
Buono
Soggetto produttore
Ansaldo (1853 - ***)
Identificativo
OP.000024
contenuto
. SEBASTIANO VENIE O
| NS FONoORZONE A

Sl



RICORDO DEL CANTIERE DEL MUGGIANO
della Società ANSALDO - SAN GIORGIO



FEDIIETESTISTERI TCA

42,
TS PONDA

di





UCI 3 (






BULWARK
(Ing. N. ALBINI)

SEBASTIANO VENIERO

‘GENERALE DEL MARE 1
- DELLA
REPUBBLICA DI S. MARCO

RICORDO
DEL CANTIERE 1)
ANSALDO - SAN GIORGIO
MCMXVII





LEPANTO — Da una miniatura doll'opoca





SP

e :
Cv sebigi'snag Grano

@QUI SI NARRA DEL SECOLO
DECIMOSESTO, DI LOTTE FRA
CRISTIANI ED INFEDELI
E SI NARRA DI

SEBASTIANO VENIERO
PROVVEDITORE GENERALE
DELL'ARMATA VENETA
NELLA BATTAGLIA DI LEPANTO
E POI DOGE
DELLA SERENISSIMA REPUBBLICA
DI SAN MARCO





LEPANTO — Da una miniatura dell'epoca





Chi era Sebastiano Veniero? Ad nna simile domande, attingendo
notizie da qualunque enciclopedia o dai trattati di Storia, si potrebbe
rispondere in modo molto semplice:

« Sebastiano Veniero, gentiluomo Veneziano, nacque nel 1496, ri-
coprì cariche varie ed onorifiche in patria e nei possedimenti della
Repubblica di San Marco; versatissimo nelle leggi, esereitò anche
l’ avvocatura.

Più che settantenne abbandonò codici e pandette, impugnò la spada
ed il bastone di Generale del Maro ed assunse il Comando della squadra
navale della Serenissima, sconfiggendo i Turchi a Lepanto nel 1571.

Ritornato vinoitore in patria raccolse onori, ma gli intrighi della
Corte di Spagna fecero sì che l’anno successivo fu sostituito nel Comando
delle forze di mare; nel 1577 fu eletto Doge della Repubblica, nella



alla età di 92 anni.

Si ricorda di lui la rigida onestà nel sentire, il coraggio non at-
tenuato nemmeno nella più tarda età, la prontezza nella decisione, la
fine dialettica, la modestia della vita ed anche l’irosità dell'indole, che
gli procurò non poche risse nelle quali ebbe ad inferire ed e riportare
ferite, dagli storici del tempo definite indecorose ».

Una tale biografia potrebbe accontentare un lettore superficiale,
poichè, a prescindere dai meriti del cittadino e del reggitore di pub-
blici uffici, appare una circostanza che non può passare inosservata
nemmeno al più profano in materia storica, cio l'essere stato, il Venier
comandante della Squadra Veneziana a Lepanto e tutti sanno, quat
alle navi della Serenissima - per il loro numero e per il
combattenti - si debba la memorabile vittoria che fiaccò. degli
dei turchi e diede pace alla Oristianità. TN "a

Sembrerà inveco assai strano che un vecchio di
settantacinque anni, il quale aveva fino allora servito
la patria soltanto nel campo della magistratura, abbia
assunta in circostanze difficiliuna funzione militare e ma-
rinaresca tanto importante; ciò potrebbe far sorgere la
impressione che la persona del Veniero sia stata, più
che altro, rappresentativaed abbia avuta una limitata
influenza sulla vittoria, da ascriversi invece alla va-
lentia dei comandanti in sottordine.

Nulla di tutto ciò; non solo il Veniero si comportò
è Lepanto da condottiero valoroso e sperimentato, ma
dimostrò di essore la persone più adatta alla carica,
poichè senza l' impetuoso vegliardo, che mise in opera
tutte le arti dell'avvocato, dalla persuasione eloquente
alla violenta imposizione, probabilmente non si sarebbe
affrontato il nemico, ed i turchi avrebbero continuato
a spargere il terrore sui mari.



quale carica durò un anno appena, essendo venuto a morte nel 1578,





(=) Lol





Infatti la battaglia di Lepanto fu un epilogo; glorioso e fortunato,
nel quale rifulse il valore delle armi: ma fu preceduta da un’altra (J
battaglia subdola fra gli alleati stessi, durata per un periodo inter
minabile e consistente in discussioni, timori, incertezze, invidie, opposi-
zioni sistematiche, delle quali artefico magno era il torbido re di
Spagna Filippo II, degna officina la corte di Madrid ed interpreti
fedeli i capi dell'armata Spagnuola, fra i quali purtroppo si contavano
non pochi italiani.






Il prologo
tu quindi
una batta-
glia di un
altro gene-
re, nella
quale si











UE T/NElElMelogàA ERE

lomale arti
degli avversari mediante la fermezza del carattere ed il fine tatto di-
plomatico - qualità nelle quali diodo prova eccelsa Marcantonio Colonna,
generale delle galere del Pontefice - non disgiunta dalla facondia del
ragionamento appoggiate. all'energia dell’atteggiamento, facoltà queste
che furono messe în atto con molto profitto da Sebastiano Veniero.

La figura del vecchio gentiluomo Veneziano, per apparire in tutta |
la sua grandezza, non può essere vista sulla scorta dell’arida citazione
Tonon o narrativa dei fatti occorsigli nella vita, ma devo
rifulgere spontaneamente, quando si tengano presenti le condizioni
politiche che caratterizzarono la sua epoca.





Cristiani e mussulmani nel XVI secolo

Un rapido sguardo retrospettivo è indispensabile per richiamare
alla memoria del lettore gli avvenimenti principali del secolo XVI e
fissare i capisaldi politici di
quel periodo storico, nel quale
si ebbe un continuo succedersi
di guerre, lotte religiose e pe-
stilenze.

L’ Italia che traversava
l'aureo periodo del Rinasci-
mento e rifulgeva per lo splen-
dore artistico, letterario ed in-
tellettuale, era în pari tempo
teatro indispensabile e causa
principale di flagelli, poichè su





miranti a toglierle quella rela-
tiva indipendenza che avevano
goduto, nei secoli precedenti, i vari stati nei quali era divisa.
ti alla fine del XV secolo e precisamente nel 1495
a collegarsi per opporsi al tentativo di egemonia
franosse, sconfiggendo a Fomnovo Carlo VIII, e costringendolo a
ritornare velocemente in Francia dalla quale era calato un anno prima;
in seguito, parte degli stati stessi, divenne diretto oggetto di con-
quista, parte gravitò nell’ orbita or dell’uno or dell'altro potentato,
© riusciròno infruttuosi i tentativi di unificazione vagheggiati suoces-
sivamente da Cesare Borgia e dai Papi Giulio II e Clemente VII.





[PRON LOFESICI Bin

I



Soltanto Venezia, unica regione italiana, quale faro luminoso nel
buio di quei tempi, aplendeva di luce propria lanciando vividi sprazzi
di indipendenza nazionale e di libero istituzioni, possedendo fierezza,
forza e dignità per difendersi da tutte le ini iero,





a, già
lottante con l'eterno ne-
mico, il turco, nei primi
anni del secolo XVI aveva
* anche dovuto partecipare
alle contese fra i potentati
cristiani : prima nel 1508
sopportando l’impeto delle
armi riunite del Papa, di
Francia, Alemagna, Spagna, Napoli e di altri principati minori, che

avevano tolto i territori di Romagna, infine decidendo con il suo
dalta/vattàglia di Melegnano nel 1515, che diede ai
to di Milano.

Le guerre per quanto gloriose ed in parte vittoriose e le
ciali condizioni degli scambi marittimi, avevario fisccata la Republica
di San Marco, facendola declinare dall’antiea floridezza ; ma essa era
ancor ricca © potente, specialmente sui mari, e possedeva fiorenti colonie
in Levante, ghiotti bocconi alle ingordigie dei mussulmani.

AI predominio dell’ Italia mira-
vano Francia e Spagna, vantando
ognuna diritti dinastici ereditari,
feudali o di protezione sul Ducato
di Milano e sul Regno di Napoli, cau-
sando un periodo di guerre con av-
venimenti complicatissimi, con giuo-
chi di alleanze mutevoli © risultati
instabili, che sarebbe monotono ri-
cordare ni lettori, ai quali intendiamo
soltanto delineare la fisonomia carat-
teristicn dell’ epoca.













Le lotte fra i due grandi potentati, già prevedibili nel secolo XV,
ebbero il loro iniziale sviluppo ai primi del 1500 nella guerra fra il
ro di Francia Luigi XII ed il monarca iberico, Ferdinando îl Cattolico:
si intensificarono nel 1524 con l'avvento al trono di Carlo V, che
riunì sotto al suo scettro imperiale l'Austria, la Spagna e la Fiandra
ed i dominii d’oltra oceano e combattà contro Francesco I; continua-
rono poi fra i rispettivi eredi Filippo II ed Enrico II ed ebbero fine
nel 1559 con il trattato di Cateau Cambrésis.

La vittoria finale rimase agli
spagnuoli, i quali ebbero dominio
incontrastato e diretto sul Regno di
Napoli e di Sicilia e sul Ducato di
Milano, esercitarono l'egemonia sugli
altri stati, esclusa sempre Venezia, e
mantennero anche in rispetto la po-
tenza del Pontefice, duramente pro-
vato dalla prepotenza imperiale che
nel 1527 aveva dato il sacco n Roma
colle sataniche gesta dei lanzenk-
neoht condotti da Frundsberg, al
qualo non ebbe tempo ad opporsi Gio-
vanni dalle Bande Nere.

Sul Mediterraneo, campo delle
contese marittime fra i monarchi
cristiani, era intanto sorta un'altra
temibile potenza, la Mussulmana, che non si limitava più alle staccate
ineursioni barbaresche, ma si imponeva a mezzo di flotte organizzate,
sapientemente comandate da capitani di valore ed equipaggiato da
ciurme fanatiche, assetato di sangue e di preda.

Nei primi tempi si ebbero due distinte forze navali mussulmane,
quella turca tendente al levante fondata da Selim II, messa poi in
valore da Solimano nel. 1522, che assaltò e tolse Rodi ai cavalieri di
San Giovanni; e quella del Re di Algeri — Khaireddin Barbarossa
che aveva per principale teatro di azione le coste di Barberia e di





it
















Sultano.

La potenze dei Maiani do-
veva impensierire gli stati cristia
il re di Francia seongiurò i pericoli
stringendo con i Turchi quel trattato
di alleanza, che gli storici non esita-
rono a definire empio, ma che era
anche un freno alle Spagna; la Re
pubblica di Venezia, già dissanguata
da precedenti guerra e timorosa delle
sue colonie, addivenne, finchè potò, a
trattati di commercio © di reciproca

Ileranze; patti se di malavoglia
mp risp: lusi dal
lucevano





i possessi di San Marco nel Mediterraneo Orientale.



Spagna. Queste due marine si fusero in una sola, allorchè nel 1538 il
Barbarossa, già umnilo vasellao di Motileno, divonne ammiraglio del

La Corona di Spagna aveva
interesso diretto ad abbattere
la nuova potenza marittima, sia
perchè accresceva la forza al re
francese, sia perchè minacciava
le coste spagnuole ed i posse.
dimenti italiani di Puglia, Cale
bris e Sicilia, sia infine perchò
la qualità di Re Cattolicissimo
imponeva la difesa della reli-
gione e dei territori pontifici,
non rimasti immuni alla rapa-
cità mussulmana.
Difatti il re spagnolo ne





primi anni del XVI secolo mise
tutta la buona volontà a com-

MAS



battere i seguaci di Mnometto ed in queste imprese rifulse < Andrea
Doria », patrizio genovese, il quale dopo avere servita la corona di
Francia ed il papa, entrò al servizio di Carlo V e divenne nel 1527
ammiraglio della sua flotta.

Andrea Doria fu un terribile avversario di Khairredin Barbarossa;
per più lustri durò il duello tra i due grandi capitani del mare ad il
turco non poche volte ebbe a subire sanguinose sconfitte.

La fortuna dello armi cristiane cominciava a declinnre, allorchè
entrò in lizza anche Venezia, minacciata dai mussulmani nelle suo
colonie del Levante; ciò che diede campo alla esplionzione di quella
politica subdola della corte di Spagna, cominciata nel 1538.

Dobbiamo nuovamente ricordare che la
Repubblica di San Marco era l’unica regione
italiana capace di opporsi allo straniero, ciò
che rappresentava un punto oscuro ed anche
un pericolo per le mire egemoniche della
Spagna. Abbattere il Turco significava gio-
vare direttamente a Venezia, o Madrid desi-
derava precisamente il contrario; perviò addi-
venne all’egoistico compromesso di facilitare
l’indebolimento della potenza mussulmana
senza distruggerla, perchè anche debole co-
stituiva sempre un freno alla Serenissima.

Il primo fatto doloroso e di gravissimo
conseguenze si ebbe nel 1538 allorchè, dopo
non poche difficoltà, il papa Paolo ITI riuscì



cristiane erano in condizioni di battersi con

vantaggio contro la flotta di Kkairredin Barbarossa; ma quando le due

armate si trovarono di fronte davanti a Prevesa, il comandante dei col-

legati, Andrea Doria, inesplioabilmente ordinò la ritirata a perdotte

qualche unità, che fu catturata dai mussulmani durante l’ inseguimento.
La vergognosa ritirata di Prevesa segnò una macchia indelebile

CS



[PONDA iz) 13 (FS egimnt)



alla fama di Andrea Doria, il quale fu scusato da Carlo V con la
dichiarazione che aveva fatto il dorere suo, in altre parole aveva obbedito
agli ordini dell’ Imperatore ed
aveva interpretati i suoi equi-
voci disegni, cioò di non inde-
bolire i turchi per non correre
il pericolo di veder sorgere Ve-
nezia a contrastare il deminio
dell’Italia.

Questo avvenimento, quanto
mai nefasto allacristianità, fece
crescere la baldanza dei mus-
sulmani e la loro audacia non
ebbe più limiti; già legati da
amicizia con il Re di Franci
strinsero formale alleanza con-

6 stragi le coste e le
isole italiano, trassero in schiavità intiere popole-
zioni, depredarono ovunque senza freno, inonssero
il terrore sui mari rendendo impossibile la navi-
gazione © fecero sorgere la convinzione della loro
invincibilità, poichè quasi tutte le azioni guer-
resche tentate contro di essi fallirono ed alcune
vanno annoverato nella categoria della sconfitto
ingloriose.

Tale fu la battaglia delle Gerbe nel 1545, ove
una squadra faticosamento riunita con galere di
Spagna, Toscana, del Papa o di Malta, per l'insi-
pienza del comandante Medina Celi, si lasciò ingan-
nare è sorprendere dai turchi e fu messa in rotta
perdendo molto unità.

Le causali di questo continuo snccedersi di
azioni sfortunate furono di varia natura: in primo
luogo la suggestione della potenza mussulmana,
































il valore e l'abilità dei loro capitani: Siman Pascià, Pialì Pascià, Ulurgi
Pascià succeduti al Barbarossa, l'età avanzata di Andrea Doria, che si
ritirò dal comando più che novantenne — succedendogli il nipote Gian-
nandroa Doria valente marinaio, me che non brillò per azioni belliche
— ed infine l'assenza dalle lotte di Venezia, la quale si manteneva neu-
tralo, preferendo la tregua con i turchi e soppor-
tando - per amor di pace - le sporadiche offese e
le provocazioni di costoro, anzichè entrare in campo
© sperimentare ancora la ben conoscinta ed espe-
rimentata politica ambigna della corte di Madrid.

Però anche l'intervento di Venezia si rese in-
dispensabile allorchè nel 1570 il Sultano Selim II,
strappando i trattati alla stregua di un moderno
imperatore alemanno, decise di rompere gli indugi
od impose alla Serenissima di cedere Cipro.

A questo atto di prepotenza, che molto somi-
glia ad un ultimatum del secolo XX, la repubblica
* di San Marco non annui, anzi protestò vivacemente
e come dice il Guglielmotti:

« Furono opere di tanta prestezza che quasi
ad un tempo il turco assaltava Cipro ed il Leone
di San Marco spiegava l’artiglio per difenderlo :
e col raggito di giusta indignazione chiamava alle
armi la cristianità ».

E la Cristianità si mosse per opera di papa
Pio V — pontefice di alto sentire e di profonda carità cristiana, che
Fu poi santificato — il quale riuscì a convincere la Spagna — ove re-
gnava Filippo II, succeduto nel 1555 a Carlo V — a collegarsi con lui
© con Venezia, i Cavalieri di Malta, Genova, il Granduca di Toscana
ed il Duca di Savoia.

Primo atto della lega, quando ancora non era stabilita nei suoi
particolari, fu di riuniro una squadra navalo di 205 unità per soccor-
rere Cipro. Vi concorse Venezia con 126 galere al comando di Gero-
lamo Zane, la Spagna con 49 galere sotto gli ordini di Giannan-





So






















drea Doria, tutte comandate dal generale del Papa, Marcantonio Co-
lonna, barone romano e gran connestabile del Regno di Napoli.

A molte considerazioni amare
derebbero luogo i fatti di quel-
l’anno: basti accennare alla solu-
zione che fa quanto mai dolorosa,
perchè Nicosia — una delle due
città fortificate dell’isola di Cipro
— cedeva alle forze di Mustafà e
questi, venendo meno ai patti giu-
rati nelle condizioni di resa, met-
teva a ferro ed a fuoco l’infelice
paese : intanto i collegati disonte.
vano sulla opportunità di assalire
la squadre turca, che era immo-
bilizzata in non completa eflicionza
davanti a Cipro e
quindi facilmente
vincibile |

La discordia fra gli
alleati era generata
dalla opposizione di
Giannandrea Doria a
|| car battaglia, in ciò
= ono coronne °° consigliato dall’inte-

resso egoistico dinon
mettere a repentaglio le navi, che in buona parte erano
di sua privata proprietà ed assoldate alla Spagna; ma il
suo contegno ostile era anche dovuto ad istruzioni sagrete
del Re Filippo, istruzioni delle quali non faceva eccessivo
mistero. La condotta dell’Ammiraglio, caro alla corte di
Madrid, è così lumeggiata dal maggiore storico marinaro,
Padre Alberto Guglislmotti:
< Sarà mai sempre vero che Giannandrea, inteso a





n



‘magnificare la potenza del nemico, a vilipendere la nostra, sconfortò
l'animo delle genti e ne guastò 1l valore e, come oggi dicono, demora-
lizzò l’armata; si avrà per sua confessione medesima che egli fu l’ul-
timo ad arrivaro quando ogni menomo indugio era fatale, che giunto
sul campo si oppose al procedere; richiesto di soccorso preso congedo;
pressato si scusò; comandato disobbedì »; e più oltre lo storico con-
ferma che « la condotte del Doria nella Guerra di Con spiacque a
ciascuno in ogni parte, men che nella corte di Madrid.

Così il 23 settembre 1570 nel porto di Tristano dell’isola
Scarpanto, dopo una violenta disputa, la flotta dei collegati si sciolse
ed ognuno prese la via del ritorno.





i

ed
[PONOGFEAD







La Campagna del 1571

Ci siamo lungamente imtrattenuti sui fatti politici e marittimi
che precedettero la battaglia di Lepanto, prendendo inizio dei primi
anni del secolo XVI e ciò per far comprendere al lettore quali fossero
le condizioni dell'Europa a quei tempi, quali passioni animassero i
governanti è quali ostacoli si opponessero al dovere di salvaguardare
la cristianità dalla potenza mnssulmana resasi insopportabile.

E da questi prece-
denti appare chiara l’o-
pera di Sebastiano Ve.
niero, che, dopo lo scio-
glimento dell’ armata
collegata nel 1570, fa
sostituito allo Zane nel
comando della squadra
veneziana, carica nellà
quale ben si era dimo-
strato quali dati di elo-
quio e di carattere fos-
sero necessarie per 0p-



porsi all’azione dei comandanti spagnuoli.

Ja scelta del Veniero fu felicissima, poichè aveva date prove
non dubbie di tatto diplomatico e di intelligente facondia negli
uffici da lui precedentemente retti ed il suo passato era oltremodo
lusinghiero.

Di nobilissima famiglia, che Bo le sue origini dalla gente

Aurelia, Sebastiano Veniero nel 1548 Duca di Candia, nel
1561 capitano a Bresoia, nel a rappresentato ln Repub-



Lonato







blica per derimera alcune liti con la casa d'Austria, causata da questioni
di confine nel Friuli, nel 1566 a Verona e nel 1570, cioè a 74 anni,
ebbe un vero incarico militare in qualità di provveditore a Corfù.
An tale carion pensò di stornare i turchi dall'assedio di Cipro per



obbligare la Spagna ad intervenire nell'interesse dei suoi possedimenti
\_Wi / nellTtalia meridionale ed accorrere quindi in aiuto alla Serenissima,


























e che non riuscì.

In conseguenza l’uomo che
Venezia aveva incaricato del
comando della sua flotta offriva
affidamento di possedere i pregi
che si richieggono ad un con-
dottiero di truppe, ma sopra-
tutto era valente nell'arte del
foro, qualità questa somma-
mente necessaria, poichè quando
ai primi mesi del 1571 si ripre-
sero le trattative per stringere
la lega fra il Papa, Venezia e
la Spagna, l’opera di quest'al-
tima si dimostrò ancora esem-
pre diretta ad avere la supre-



perciò conquistò Sopotò in Albania e dopo volle anche prendere la
fortezza di Margaritin, impresa quest'ultima affidata a Sforzi Pallavicini

1 Fortezza di Margaritin

mazia nel comando delle navi e delle fanterie e ad escludere in qua-
lunque modo i generali di di San Marco.

° La corte di Madrid, non contenta di avere ottenuto che il
comando generale dell’armata cristiana fosse affidato a Don Giovanni
d'Austria - figlio naturale di Carlo V 6 quindi fratello del Re di

Spagna - avrebbe preteso che in sua assenza la carica venisse assunta
)) dal Inogotenenta del Re, sottintendendo con ciò introdurre Giannandren






Doria con funzioni deliberative,
Questo ed altri ostacoli opposti dagli ambasciatori spagnuoli,
ritardarono le conclusioni alle quali premeva al Papa Pio V di venire

























a capo, poichè anche l’altra città della bella isola di Venerè - Famagosta -
era stretta d'assedio e si richiedeva urgente l’aiuto delle armi cristiane,
per impedirle di seguire la sorte di Nicosia, sorte che purtroppo non
potè scongiurarsi e con effetti assai peggiori.

Finalmente, dopo non po-
che targiversazioni, il 25 Ma
gio 1571 i capitoli della lega
furono firmati a Roma, rim
nendo stabilito che, in caso
impedimento di Don Giovanni,
il comando dell’armata sarebbe
spettato a Marcantonio Colonna,
generale del Pontefice e che le
deliberazioni sarebbero staie
prese a maggioranza di voti in
un consiglio costituito'dai due
predetti personaggi e dal capo
della flotta veneta.

; Con tutto ciò non dovevano
cessare le ragioni di dissidio, poichè la corte di Madrid aveva avuto la
accortezza di circondare Don Giovanni di consiglieri fidi alla politica di
re Filippo e che erano incaricati di porre continui intralei © raffred-







i



dere gli entusiasmi guerrieri
del giovane e valoroso principe,
per deciderlo ad una tattica
puramente difensiva; contro co-
storo doveva rivolgersi l'opera
di Sebastiano Veniero per nen-
tralizzaro la loro opera, e le
trame occulte che intessevano,
perchè buona parte facevano
. partedì nn comitato consultivo,
costituito dai comandanti supe-




81 galere e 20 navi proprie e
altre 50 che battevano In sua
bandiera, ma che appartenevano
a Napoli, alla Si a Gi
nandrea Doria ed ai suoi con-
giunti ; la bandiera del Ponte-
* fico sventolava su 12 galere, il
Duesto di Savoia, la Repub-
blica di Genova e l’ordine dî
erano rappresentate
ognuna da tre galere, rispet-
tivamenteal comandodi Andrea
Provana, di Ettore Spinola e
del priore di Messina.




riori ed avevano anche manifestata l'intenzione di formare fra loro un
terzo consiglio abusivo, che una volta riuscì a riunirsi, appunto con l’in-

Il 18 agosto, Don Giovanni
d'Austria ricevette a Napoli,
nella chiesa di Santa Chiara,
lo insegne del comando e lo
stendardo della lega, il 28 dello
stesso mese arrivò a Messina, ed
il giorno 8 settembre in questo
porto si fece la mostra di tutta
l’armata al completo.

Splendida ed agguerrita
forza, nella ner be
oltre cento unità
sotto al comando,
Sebastiano Venie
‘suo luogotenente dA are
barigo; la Spagna figurava con



tn DIN LoIrb





ONE (A



Il 18 settembre la flotta selpava in bell'ordine da Messina, il 21
doppiava capo Spartivento, il 26 si ancorava alle Gomenizze, avendo
ricevute notizia che le forze turche si trovavano a Lepanto.

Stando in questo ancoraggio pervennero le tristi notizie da
Cipro: Famagosta, dopo aver resistito per mesi e mesi, ridotta allo
stremo delle forze, man-
cando di vettovaglie e
senza speranza di soc-
corso, dovette patteggiare
la resa con Mustafà. Que-
sti giurò salvala vita ai
capitani ed ai soldati, ai
quali doveva essere
soiata libera l'uscita con
armi e bagegli. Il turco
traditore però, nel modo

ù più vile - alla stregua dei
suoi alleati di quattro secoli dopo - considerò i trattati alla stregua di
‘ chiffons de papier ,, fece tagliaro a pezzi Astor Baglioni, governatore
della piazza con altri capi, Mar-
cantonio Bragadin provveditore
dell'isola ebbe mozzate le orec-
chie e quindi fu scorticato vivo

d infinesi ripetettero tutte le
infamie delle quali già aveva
sofferto Nicosia l’anno prima.

Tali atrocità risaputesi nel-
l’armata riempirono di sdegno
i soldati © fecero per un mo-
mento tacere, fra i capi, lo
dispute che erano tutt altro
che sopite.

Anche questa tregua fu pas-
seggera, poichè il 80 ottobre av-
























ì Sag



‘venne în fatto gravissimo, che poco mancò non generasse nn combet-
timento fra la squadra spagnuola e quella veneta.

Già più volte abbiamo indicato che il comportamento subdolo dei
sudditi di Re Filippo era ispirato ad odio per Venezia, quindi contro
la squadra della Serenissima si manifestavano tutte le ostilità,

Come già nella cempagna del 1570, si trovò che le. galere di
Venezia non avevano bastanti soldati, ritenendosi insuficienti gli
80 fanti imbarcati, ciò che non aveva importanza effettiva poichè, a
differenza delle altre navi, sulle galere della repubblica anche gli
uomini al remo potevano in enso di bisogno prendere le armi, non
essendovi schiavi o galeotti infedeli.

In ogni modo il Venier,
pur dibattendosi, finì per ac-
cettare che sulle suo galere fos-
soro imbarcati 4000 fanti jta-
liani e spagnuoli di rinforzo e
tale decisione fa presa di ma-
lincnore, poichè comprendeva
che la mancanza di omogenità
sarebbe andata a pregiudizio
della disciplina,

ifatti, il 3 Ottobre su di
una galera veneta comandata
da Andrea Calergi, un capitano
assoldato dalre di Spagna, certo
Nunzio Alticozzi, inveì grosso-
. lanonte contro ai Veneziani e provocò una rissa di tale gravità ed accom-
pagnata da arti di ribellione contro la polizia dell’armata, che dovetto
interveniro il Venier in persona.

Questi; di indole violenta e ricordando le sue passato risse, si
intromise nella zuffa e ricevette un colpo di archibugio, ma Alticozzi,
a sua volta forito e messo all’'impotenza, venne, seduta stante, impio-
cato con altri tra suoi complici.

Grande fu l'ira che suscitò questo avvenimento da parte dei co-



‘a



ZIONE Bf agli






mandanti spagnuoli, i quali riuscirono a riunire il famoso consiglio
e domandarono a Don Giovanni d'Austria « dimostrazione notabile e
® rigorosa contro la persona del Venier» giro di parole che signifi
cava semplicemente la pena capitale.



Risaputisi tali intendimenti.
sulle squadra Veneziana, quasta
si approntò a dar battaglia agli
Spagnoli; ma sì grave iattura
fa scongiurata dall'intervento
autorevole di Marcantonio Co-
lonna, che rinsoì a convincere
Don Giovanni a rigettare la
proposta dei suoi infidi con-
siglieri, troppo interessati a le-
vare di mezzo il Venier, fautore
del combattimento.

Fu pertanto stabilito che il
Vernier non si sarebbe più fatto
vedero dal Comandante Su-
premo, nemmeno in navigazione sulla sua galera e che Agostino Bar-
barigo, luogotenente dell'armata Veneta, lo avrebbe costituito in con-
siglio: soluzione che non dispiacque al vecchio e collerico avvocato, il
quale dichiarò che non sarebbe mai più montato sopra una galera spa-
gnuola, quand’anche la sua repubblica glielo avessà imposto.

Placate le ire, pur non cessando le eterne dispute sulla conve-
nienza o meno di dar battaglia, i Cristiani lasciarono il giorno 5 le
Gomenizze e si avviarono all'isola di Paxo; giunsero nel canale fra
Italia e Cefalonia @ si fermarono alla punte settentrionale di questa
isola, in una calanca detta Van d'Alessandria, ove una volta ancora,
ma inutilmente, Giannandraa con i suoi uccoliti cercò di far desistere
Don Giovanni dalla decisione di dar battaglia.

Il giorno 6 l’armata cristiana salpò da Val d'Alessandria, passò
nella notte il canale di Cefalonia e si trovò il mattino dopo in vici-








nanza delle Curzolari; nello stesso tempo si avviava sul posto le
squadra turca, che nella medesima notte era uscita da Lepanto.

La flotta della lega si apprestò subito al combattimento'o si mise
nello stabilito ordino di battaglia, cioò in linea di fronte divisa in
ire squadre: ala dritta con 53 galere al Comando di Giannandrea
Doria con bandiera verde, ala sinistra di 52 galere dal lato di terra
comandata da Agostino Barbarigo e distinta con bandiera gialla, e corpo
di battaglia, ossia il centro, con 61 galere al comando diretto di Don
Giovanni di Austria,
fiancheggiato dalla ca-
pitana del papa, di Ve-
nezia, di Savoia e di
Genova.
All’avanguardia vi





Duodo e che erano de-
stinate a sopportare il
primo rirto ed a rom-
pere l’ ordinanza ne-
mica; alla retroguardia
stavano prima dieci galeresottili, ed un miglio addietro altre 80 galere.

Contrapposte all'armata cristiana, i turchi possedevano 222 galere,
pure raggruppate in tre squadre al comando supremo di famosi capi-
tani, rispondenti ai nomi di Aly, Aga dei giannizzeri, Pertaù o Pertu,
d Lsdey, Mehemet-Sciluo, conosciuto come Maometto Scirocco, governa-

* tore di Alessandria, Assan Bey governatore di Rodi, Luccialì (Uludgi
Al) Murad-Torgud, Kara Kodja.

Fino al momento di prendere decisivo contatto con îl nemico, non
desistettero i cattivi consiglieri spagnuoli dal ripetere le consuete
À raccomandazioni di prudenza e di esplicare l’opera di dissuasione.

Gi Il comportamento leale di Don Giovanni, non conforme agli inte-
dimenti del fratello re di Spagna, non fu sufficiente a piegare Gian-
nandrea Dozia, il quale, forse per istruzioni segrete che possedeva





sci


















dalla corte di Madrid, forse anche per non arrischiare navi di pro-

pristà sua o di suoi congiunti, mise in effetto il divisamento di evitare

la battaglia ed essendo al
corno diritto, al momento
in cui le due armate ne-
miche stavano per venire
a contatto, comandò alla
sua squadra di girare di
bordo e rompendo o:
nanza, - contrariamente
piano stabilito a el,
- si allontanò.

Quosta stranissima
manovra di 53 galere, che



per) a
(PONDREADNE (Plataia









apparve, e fu effettivamente, un
rifiuto al combattimento, nono-
stante le giustificazioni che gli
storici e la corte di Spagna vol-
lero dare, venne interpretato quale
una ritirata da Aly pascià, il quale
scaricò i suoi cannoni contro il
Doria che si allontanava. Rispose
la squadra del centro e fu questo il
segnale della battaglia: dall'albero
della reale fuspiegato il gonfalone
della lega, Don Giovanni e Mar-
cantanio Colonna montati su navi
leggere fecero una rapida ispezione
lungo la linea di combattimento
per salutare ed incoraggiare.

I Turchi, intanto, convinti
che l’armata cristiana seguendo
l'esempio della squadra verde del

So







Doria volesse ritirarsi el completo, presero maggior ardire, poco si
curarono delle sei galeazze che si trovavano all'avanguardia, alla di-
stanza di un miglio dal grosso dell’atmata, e per non perdere il tempo
fs) ad espuguarle ad una ad una, cercarono di passare fra mezzo a loro,
rompendo l'ordinanza: male incorse ad essi, perchè. le potentissimo
navi armate di grosse artiglierie si diedero a battere le galere infedeli,
10 danneggiarono fortemente, lo trattennero e diedero il tempo alla
squadra cristiana di giungere sul posto e di prendere l'offensiva.

La zuffa arse accanitissima al centro specialmente nel gruppo
delle capitane, Ja gelora
del Venier prese contatto
esiavventò contro la nave
di Capoudan pascià, allor=
chè questa assalì la reale
di Don Giovanni.

Gli storioi deserivono
il veechio magistrato co-
perto dell'armatura, ma a
capo scoperto, armato di
una zagaglia, lanoiantesi
sulla galera nemica, allorchè Pertaù pascià con la sua ospitana si inter-
pose, contrattaccò, sopraffeco i Veneziani e lo stesso Vernier rimase
ferito; buon per Ini che giunsero sul posto le galere del Loredano e del
Malippero, le quali salvarono l'Ammiraglio e catturarono la nave nemica.

Sanguinosa fu la mnischia al centro e per vario tempo le sorti
rimasero indeciso, fin che giunse sul posto la squadra di riserva del
| Marchese di Santa Cruz. Ila la vittoria fa determinata dall’abilissime
manovra dell'ala sinistra, tutta composta di navi veneziano ed il
comandante della quale - Agostino Barbarigo - riuscì a sventare une
manovra di aggiramento e si lanciò in seguito contro l'avversario con
tale nccanimento che la squadra di Mehemet Scilue fa in breve sba-
ragliata: l’eroico Barbarigo ricevette una freccia in un occhio, ripor-
tando ferita che lo trasse a morte dopo la battaglia.

All’ala dritte, la strana condotta di Giannandrea avrebbe potuto












pregiudicare lo sorti della giornata se non si fosse trovato di fronte
Lucciali pascià, anch'egli non eccessivamente desideroso di arrischiara
navi; ma quest’ultimo non fu innocuo, poichè si lanciò contro quelle
navi cristiene isolate che manovrarono per mantenereil collegamento
esse fece strage.

Nonostante il com-
portamento subdolo del-
l'ammiraglio, fedelo a re
Filippo, i cristiani eb-
bero vittoria completa,
con perdite relativa»
mente lievi, mentre da
parte dei turchi non riu-
scirono a fuggire che 45
È » a unità e lasciarono circa
Prali i 30.000 morti. Le gioia
dA: Li della vittoria sembrò far
(A a dissipare i dissidi: Ve-
nier e Don Giovanni di
Austriasi abbracciarono.

Lepanto fu una grande, anzi una grandissima vittoria, che avrebbe
potuto produrre la caduta dell'impero ottomano se fosso stata sfruttata
® sogli spagnuoli, smettendo la doppiezza, avessero continuata di buona
voglia la guerra în Grecia, invece di trovare molti pretesti, in odio a
Venezia, addivenendosi così allo scioglimento della lega nel 1578,
‘mentre dea stata dichiarata perpetua !

tutto ciò la memorabile giornata non fu sterile di risultati,
lai i turchi dalla terribile sconfitta non si rimisero mai più com-
pletamento e la loro potenza cominciò a declinare. Alla Repubblica
di Sen Marco non venne quel beneficio immediato che poteva deside-
rare poichè non riacquistò Cipro, ed il Veniero, intenzionato di ottenere
qualche risultato palese e giovevole alla sua patria, pur approssiman-
dosi l'inverno 6 senza l’aiuto dei collegati intraprese operazioni in \\
Albania: tentò inutilmente di espugnare Santa Maura e poi si impe
droni di Castelnuovo.



ESC







L'abbraccio con Don Giovanni non rappresentava però l'oblio del
passato ed il re Filippo non poteva dimenticare l’opposizione siste-
mation, vittoriosa, giustificatissima del vecchio generale verso i corti-
giani di Madrid, durante le gior-
nate precedenti a Lepanto, per
cui il Senato ritenne prudente,
nel 1572, sostituire il Venier al
Comando della flotta.
Ritornato a vita privata, il
Veniero sì diede a ricoprire uf-
fici e cariche inteso al bone del
popolo, afflitto dalla carestia e
dalla pestilenza, poi nel 1577 fa
elevato alla suprema magistra-
tura della Repubblica: ma il do-
gato durò appena un anno, ve-
nendo Sebastiano Veniero a
morte il 3 Marzo 1578, all'età

DAL OVADRO DI ANDREA VICÉNTINO



Pubblicazione edita per cura de



I PONDAZIONE FANS

di 82 anni. . Sanaserano Vavnno a e, .
L'azione del Veniero nell'armata dei collegati è stata sufficiente. ; RR Ale dl tecnico iale

mente narrata, perchè si debba commentarla. gli cooperò fortemente, diretta dall’ing. N. ALBINI

ma non decise della vittoria dal lato puramente militaro; a Lui spetta GENOVA - Piazza S. Donato, 23 - GENOVA

però merito grande, poichè senza l'abilita forense del vecchio capi-
tano della Repubblica di San Marco, consumato nello arti del contrad-
dittorio, molto probabilmente Marcantonio Colonna non sarebbe riuscito
ad avero ragione delle opposizioni dei consiglieri di Don Giovanni,
ed i turchi avrebbero continuato a scorazzare indisturbati per il mare,
se pure non sarebbesi ripetuta qualche altra ingloriosa impresa, ana-
loga a quelle di Prevesa © delle Gerbe.



BULWARK




extracted text
. SEBASTIANO VENIE O
| NS FONoORZONE A

Sl



RICORDO DEL CANTIERE DEL MUGGIANO
della Società ANSALDO - SAN GIORGIO



FEDIIETESTISTERI TCA

42,
TS PONDA

di





UCI 3 (






BULWARK
(Ing. N. ALBINI)

SEBASTIANO VENIERO

‘GENERALE DEL MARE 1
- DELLA
REPUBBLICA DI S. MARCO

RICORDO
DEL CANTIERE 1)
ANSALDO - SAN GIORGIO
MCMXVII





LEPANTO — Da una miniatura doll'opoca





SP

e :
Cv sebigi'snag Grano

@QUI SI NARRA DEL SECOLO
DECIMOSESTO, DI LOTTE FRA
CRISTIANI ED INFEDELI
E SI NARRA DI

SEBASTIANO VENIERO
PROVVEDITORE GENERALE
DELL'ARMATA VENETA
NELLA BATTAGLIA DI LEPANTO
E POI DOGE
DELLA SERENISSIMA REPUBBLICA
DI SAN MARCO





LEPANTO — Da una miniatura dell'epoca





Chi era Sebastiano Veniero? Ad nna simile domande, attingendo
notizie da qualunque enciclopedia o dai trattati di Storia, si potrebbe
rispondere in modo molto semplice:

« Sebastiano Veniero, gentiluomo Veneziano, nacque nel 1496, ri-
coprì cariche varie ed onorifiche in patria e nei possedimenti della
Repubblica di San Marco; versatissimo nelle leggi, esereitò anche
l’ avvocatura.

Più che settantenne abbandonò codici e pandette, impugnò la spada
ed il bastone di Generale del Maro ed assunse il Comando della squadra
navale della Serenissima, sconfiggendo i Turchi a Lepanto nel 1571.

Ritornato vinoitore in patria raccolse onori, ma gli intrighi della
Corte di Spagna fecero sì che l’anno successivo fu sostituito nel Comando
delle forze di mare; nel 1577 fu eletto Doge della Repubblica, nella



alla età di 92 anni.

Si ricorda di lui la rigida onestà nel sentire, il coraggio non at-
tenuato nemmeno nella più tarda età, la prontezza nella decisione, la
fine dialettica, la modestia della vita ed anche l’irosità dell'indole, che
gli procurò non poche risse nelle quali ebbe ad inferire ed e riportare
ferite, dagli storici del tempo definite indecorose ».

Una tale biografia potrebbe accontentare un lettore superficiale,
poichè, a prescindere dai meriti del cittadino e del reggitore di pub-
blici uffici, appare una circostanza che non può passare inosservata
nemmeno al più profano in materia storica, cio l'essere stato, il Venier
comandante della Squadra Veneziana a Lepanto e tutti sanno, quat
alle navi della Serenissima - per il loro numero e per il
combattenti - si debba la memorabile vittoria che fiaccò. degli
dei turchi e diede pace alla Oristianità. TN "a

Sembrerà inveco assai strano che un vecchio di
settantacinque anni, il quale aveva fino allora servito
la patria soltanto nel campo della magistratura, abbia
assunta in circostanze difficiliuna funzione militare e ma-
rinaresca tanto importante; ciò potrebbe far sorgere la
impressione che la persona del Veniero sia stata, più
che altro, rappresentativaed abbia avuta una limitata
influenza sulla vittoria, da ascriversi invece alla va-
lentia dei comandanti in sottordine.

Nulla di tutto ciò; non solo il Veniero si comportò
è Lepanto da condottiero valoroso e sperimentato, ma
dimostrò di essore la persone più adatta alla carica,
poichè senza l' impetuoso vegliardo, che mise in opera
tutte le arti dell'avvocato, dalla persuasione eloquente
alla violenta imposizione, probabilmente non si sarebbe
affrontato il nemico, ed i turchi avrebbero continuato
a spargere il terrore sui mari.



quale carica durò un anno appena, essendo venuto a morte nel 1578,





(=) Lol





Infatti la battaglia di Lepanto fu un epilogo; glorioso e fortunato,
nel quale rifulse il valore delle armi: ma fu preceduta da un’altra (J
battaglia subdola fra gli alleati stessi, durata per un periodo inter
minabile e consistente in discussioni, timori, incertezze, invidie, opposi-
zioni sistematiche, delle quali artefico magno era il torbido re di
Spagna Filippo II, degna officina la corte di Madrid ed interpreti
fedeli i capi dell'armata Spagnuola, fra i quali purtroppo si contavano
non pochi italiani.






Il prologo
tu quindi
una batta-
glia di un
altro gene-
re, nella
quale si











UE T/NElElMelogàA ERE

lomale arti
degli avversari mediante la fermezza del carattere ed il fine tatto di-
plomatico - qualità nelle quali diodo prova eccelsa Marcantonio Colonna,
generale delle galere del Pontefice - non disgiunta dalla facondia del
ragionamento appoggiate. all'energia dell’atteggiamento, facoltà queste
che furono messe în atto con molto profitto da Sebastiano Veniero.

La figura del vecchio gentiluomo Veneziano, per apparire in tutta |
la sua grandezza, non può essere vista sulla scorta dell’arida citazione
Tonon o narrativa dei fatti occorsigli nella vita, ma devo
rifulgere spontaneamente, quando si tengano presenti le condizioni
politiche che caratterizzarono la sua epoca.





Cristiani e mussulmani nel XVI secolo

Un rapido sguardo retrospettivo è indispensabile per richiamare
alla memoria del lettore gli avvenimenti principali del secolo XVI e
fissare i capisaldi politici di
quel periodo storico, nel quale
si ebbe un continuo succedersi
di guerre, lotte religiose e pe-
stilenze.

L’ Italia che traversava
l'aureo periodo del Rinasci-
mento e rifulgeva per lo splen-
dore artistico, letterario ed in-
tellettuale, era în pari tempo
teatro indispensabile e causa
principale di flagelli, poichè su





miranti a toglierle quella rela-
tiva indipendenza che avevano
goduto, nei secoli precedenti, i vari stati nei quali era divisa.
ti alla fine del XV secolo e precisamente nel 1495
a collegarsi per opporsi al tentativo di egemonia
franosse, sconfiggendo a Fomnovo Carlo VIII, e costringendolo a
ritornare velocemente in Francia dalla quale era calato un anno prima;
in seguito, parte degli stati stessi, divenne diretto oggetto di con-
quista, parte gravitò nell’ orbita or dell’uno or dell'altro potentato,
© riusciròno infruttuosi i tentativi di unificazione vagheggiati suoces-
sivamente da Cesare Borgia e dai Papi Giulio II e Clemente VII.





[PRON LOFESICI Bin

I



Soltanto Venezia, unica regione italiana, quale faro luminoso nel
buio di quei tempi, aplendeva di luce propria lanciando vividi sprazzi
di indipendenza nazionale e di libero istituzioni, possedendo fierezza,
forza e dignità per difendersi da tutte le ini iero,





a, già
lottante con l'eterno ne-
mico, il turco, nei primi
anni del secolo XVI aveva
* anche dovuto partecipare
alle contese fra i potentati
cristiani : prima nel 1508
sopportando l’impeto delle
armi riunite del Papa, di
Francia, Alemagna, Spagna, Napoli e di altri principati minori, che

avevano tolto i territori di Romagna, infine decidendo con il suo
dalta/vattàglia di Melegnano nel 1515, che diede ai
to di Milano.

Le guerre per quanto gloriose ed in parte vittoriose e le
ciali condizioni degli scambi marittimi, avevario fisccata la Republica
di San Marco, facendola declinare dall’antiea floridezza ; ma essa era
ancor ricca © potente, specialmente sui mari, e possedeva fiorenti colonie
in Levante, ghiotti bocconi alle ingordigie dei mussulmani.

AI predominio dell’ Italia mira-
vano Francia e Spagna, vantando
ognuna diritti dinastici ereditari,
feudali o di protezione sul Ducato
di Milano e sul Regno di Napoli, cau-
sando un periodo di guerre con av-
venimenti complicatissimi, con giuo-
chi di alleanze mutevoli © risultati
instabili, che sarebbe monotono ri-
cordare ni lettori, ai quali intendiamo
soltanto delineare la fisonomia carat-
teristicn dell’ epoca.













Le lotte fra i due grandi potentati, già prevedibili nel secolo XV,
ebbero il loro iniziale sviluppo ai primi del 1500 nella guerra fra il
ro di Francia Luigi XII ed il monarca iberico, Ferdinando îl Cattolico:
si intensificarono nel 1524 con l'avvento al trono di Carlo V, che
riunì sotto al suo scettro imperiale l'Austria, la Spagna e la Fiandra
ed i dominii d’oltra oceano e combattà contro Francesco I; continua-
rono poi fra i rispettivi eredi Filippo II ed Enrico II ed ebbero fine
nel 1559 con il trattato di Cateau Cambrésis.

La vittoria finale rimase agli
spagnuoli, i quali ebbero dominio
incontrastato e diretto sul Regno di
Napoli e di Sicilia e sul Ducato di
Milano, esercitarono l'egemonia sugli
altri stati, esclusa sempre Venezia, e
mantennero anche in rispetto la po-
tenza del Pontefice, duramente pro-
vato dalla prepotenza imperiale che
nel 1527 aveva dato il sacco n Roma
colle sataniche gesta dei lanzenk-
neoht condotti da Frundsberg, al
qualo non ebbe tempo ad opporsi Gio-
vanni dalle Bande Nere.

Sul Mediterraneo, campo delle
contese marittime fra i monarchi
cristiani, era intanto sorta un'altra
temibile potenza, la Mussulmana, che non si limitava più alle staccate
ineursioni barbaresche, ma si imponeva a mezzo di flotte organizzate,
sapientemente comandate da capitani di valore ed equipaggiato da
ciurme fanatiche, assetato di sangue e di preda.

Nei primi tempi si ebbero due distinte forze navali mussulmane,
quella turca tendente al levante fondata da Selim II, messa poi in
valore da Solimano nel. 1522, che assaltò e tolse Rodi ai cavalieri di
San Giovanni; e quella del Re di Algeri — Khaireddin Barbarossa
che aveva per principale teatro di azione le coste di Barberia e di





it
















Sultano.

La potenze dei Maiani do-
veva impensierire gli stati cristia
il re di Francia seongiurò i pericoli
stringendo con i Turchi quel trattato
di alleanza, che gli storici non esita-
rono a definire empio, ma che era
anche un freno alle Spagna; la Re
pubblica di Venezia, già dissanguata
da precedenti guerra e timorosa delle
sue colonie, addivenne, finchè potò, a
trattati di commercio © di reciproca

Ileranze; patti se di malavoglia
mp risp: lusi dal
lucevano





i possessi di San Marco nel Mediterraneo Orientale.



Spagna. Queste due marine si fusero in una sola, allorchè nel 1538 il
Barbarossa, già umnilo vasellao di Motileno, divonne ammiraglio del

La Corona di Spagna aveva
interesso diretto ad abbattere
la nuova potenza marittima, sia
perchè accresceva la forza al re
francese, sia perchè minacciava
le coste spagnuole ed i posse.
dimenti italiani di Puglia, Cale
bris e Sicilia, sia infine perchò
la qualità di Re Cattolicissimo
imponeva la difesa della reli-
gione e dei territori pontifici,
non rimasti immuni alla rapa-
cità mussulmana.
Difatti il re spagnolo ne





primi anni del XVI secolo mise
tutta la buona volontà a com-

MAS



battere i seguaci di Mnometto ed in queste imprese rifulse < Andrea
Doria », patrizio genovese, il quale dopo avere servita la corona di
Francia ed il papa, entrò al servizio di Carlo V e divenne nel 1527
ammiraglio della sua flotta.

Andrea Doria fu un terribile avversario di Khairredin Barbarossa;
per più lustri durò il duello tra i due grandi capitani del mare ad il
turco non poche volte ebbe a subire sanguinose sconfitte.

La fortuna dello armi cristiane cominciava a declinnre, allorchè
entrò in lizza anche Venezia, minacciata dai mussulmani nelle suo
colonie del Levante; ciò che diede campo alla esplionzione di quella
politica subdola della corte di Spagna, cominciata nel 1538.

Dobbiamo nuovamente ricordare che la
Repubblica di San Marco era l’unica regione
italiana capace di opporsi allo straniero, ciò
che rappresentava un punto oscuro ed anche
un pericolo per le mire egemoniche della
Spagna. Abbattere il Turco significava gio-
vare direttamente a Venezia, o Madrid desi-
derava precisamente il contrario; perviò addi-
venne all’egoistico compromesso di facilitare
l’indebolimento della potenza mussulmana
senza distruggerla, perchè anche debole co-
stituiva sempre un freno alla Serenissima.

Il primo fatto doloroso e di gravissimo
conseguenze si ebbe nel 1538 allorchè, dopo
non poche difficoltà, il papa Paolo ITI riuscì



cristiane erano in condizioni di battersi con

vantaggio contro la flotta di Kkairredin Barbarossa; ma quando le due

armate si trovarono di fronte davanti a Prevesa, il comandante dei col-

legati, Andrea Doria, inesplioabilmente ordinò la ritirata a perdotte

qualche unità, che fu catturata dai mussulmani durante l’ inseguimento.
La vergognosa ritirata di Prevesa segnò una macchia indelebile

CS



[PONDA iz) 13 (FS egimnt)



alla fama di Andrea Doria, il quale fu scusato da Carlo V con la
dichiarazione che aveva fatto il dorere suo, in altre parole aveva obbedito
agli ordini dell’ Imperatore ed
aveva interpretati i suoi equi-
voci disegni, cioò di non inde-
bolire i turchi per non correre
il pericolo di veder sorgere Ve-
nezia a contrastare il deminio
dell’Italia.

Questo avvenimento, quanto
mai nefasto allacristianità, fece
crescere la baldanza dei mus-
sulmani e la loro audacia non
ebbe più limiti; già legati da
amicizia con il Re di Franci
strinsero formale alleanza con-

6 stragi le coste e le
isole italiano, trassero in schiavità intiere popole-
zioni, depredarono ovunque senza freno, inonssero
il terrore sui mari rendendo impossibile la navi-
gazione © fecero sorgere la convinzione della loro
invincibilità, poichè quasi tutte le azioni guer-
resche tentate contro di essi fallirono ed alcune
vanno annoverato nella categoria della sconfitto
ingloriose.

Tale fu la battaglia delle Gerbe nel 1545, ove
una squadra faticosamento riunita con galere di
Spagna, Toscana, del Papa o di Malta, per l'insi-
pienza del comandante Medina Celi, si lasciò ingan-
nare è sorprendere dai turchi e fu messa in rotta
perdendo molto unità.

Le causali di questo continuo snccedersi di
azioni sfortunate furono di varia natura: in primo
luogo la suggestione della potenza mussulmana,
































il valore e l'abilità dei loro capitani: Siman Pascià, Pialì Pascià, Ulurgi
Pascià succeduti al Barbarossa, l'età avanzata di Andrea Doria, che si
ritirò dal comando più che novantenne — succedendogli il nipote Gian-
nandroa Doria valente marinaio, me che non brillò per azioni belliche
— ed infine l'assenza dalle lotte di Venezia, la quale si manteneva neu-
tralo, preferendo la tregua con i turchi e soppor-
tando - per amor di pace - le sporadiche offese e
le provocazioni di costoro, anzichè entrare in campo
© sperimentare ancora la ben conoscinta ed espe-
rimentata politica ambigna della corte di Madrid.

Però anche l'intervento di Venezia si rese in-
dispensabile allorchè nel 1570 il Sultano Selim II,
strappando i trattati alla stregua di un moderno
imperatore alemanno, decise di rompere gli indugi
od impose alla Serenissima di cedere Cipro.

A questo atto di prepotenza, che molto somi-
glia ad un ultimatum del secolo XX, la repubblica
* di San Marco non annui, anzi protestò vivacemente
e come dice il Guglielmotti:

« Furono opere di tanta prestezza che quasi
ad un tempo il turco assaltava Cipro ed il Leone
di San Marco spiegava l’artiglio per difenderlo :
e col raggito di giusta indignazione chiamava alle
armi la cristianità ».

E la Cristianità si mosse per opera di papa
Pio V — pontefice di alto sentire e di profonda carità cristiana, che
Fu poi santificato — il quale riuscì a convincere la Spagna — ove re-
gnava Filippo II, succeduto nel 1555 a Carlo V — a collegarsi con lui
© con Venezia, i Cavalieri di Malta, Genova, il Granduca di Toscana
ed il Duca di Savoia.

Primo atto della lega, quando ancora non era stabilita nei suoi
particolari, fu di riuniro una squadra navalo di 205 unità per soccor-
rere Cipro. Vi concorse Venezia con 126 galere al comando di Gero-
lamo Zane, la Spagna con 49 galere sotto gli ordini di Giannan-





So






















drea Doria, tutte comandate dal generale del Papa, Marcantonio Co-
lonna, barone romano e gran connestabile del Regno di Napoli.

A molte considerazioni amare
derebbero luogo i fatti di quel-
l’anno: basti accennare alla solu-
zione che fa quanto mai dolorosa,
perchè Nicosia — una delle due
città fortificate dell’isola di Cipro
— cedeva alle forze di Mustafà e
questi, venendo meno ai patti giu-
rati nelle condizioni di resa, met-
teva a ferro ed a fuoco l’infelice
paese : intanto i collegati disonte.
vano sulla opportunità di assalire
la squadre turca, che era immo-
bilizzata in non completa eflicionza
davanti a Cipro e
quindi facilmente
vincibile |

La discordia fra gli
alleati era generata
dalla opposizione di
Giannandrea Doria a
|| car battaglia, in ciò
= ono coronne °° consigliato dall’inte-

resso egoistico dinon
mettere a repentaglio le navi, che in buona parte erano
di sua privata proprietà ed assoldate alla Spagna; ma il
suo contegno ostile era anche dovuto ad istruzioni sagrete
del Re Filippo, istruzioni delle quali non faceva eccessivo
mistero. La condotta dell’Ammiraglio, caro alla corte di
Madrid, è così lumeggiata dal maggiore storico marinaro,
Padre Alberto Guglislmotti:
< Sarà mai sempre vero che Giannandrea, inteso a





n



‘magnificare la potenza del nemico, a vilipendere la nostra, sconfortò
l'animo delle genti e ne guastò 1l valore e, come oggi dicono, demora-
lizzò l’armata; si avrà per sua confessione medesima che egli fu l’ul-
timo ad arrivaro quando ogni menomo indugio era fatale, che giunto
sul campo si oppose al procedere; richiesto di soccorso preso congedo;
pressato si scusò; comandato disobbedì »; e più oltre lo storico con-
ferma che « la condotte del Doria nella Guerra di Con spiacque a
ciascuno in ogni parte, men che nella corte di Madrid.

Così il 23 settembre 1570 nel porto di Tristano dell’isola
Scarpanto, dopo una violenta disputa, la flotta dei collegati si sciolse
ed ognuno prese la via del ritorno.





i

ed
[PONOGFEAD







La Campagna del 1571

Ci siamo lungamente imtrattenuti sui fatti politici e marittimi
che precedettero la battaglia di Lepanto, prendendo inizio dei primi
anni del secolo XVI e ciò per far comprendere al lettore quali fossero
le condizioni dell'Europa a quei tempi, quali passioni animassero i
governanti è quali ostacoli si opponessero al dovere di salvaguardare
la cristianità dalla potenza mnssulmana resasi insopportabile.

E da questi prece-
denti appare chiara l’o-
pera di Sebastiano Ve.
niero, che, dopo lo scio-
glimento dell’ armata
collegata nel 1570, fa
sostituito allo Zane nel
comando della squadra
veneziana, carica nellà
quale ben si era dimo-
strato quali dati di elo-
quio e di carattere fos-
sero necessarie per 0p-



porsi all’azione dei comandanti spagnuoli.

Ja scelta del Veniero fu felicissima, poichè aveva date prove
non dubbie di tatto diplomatico e di intelligente facondia negli
uffici da lui precedentemente retti ed il suo passato era oltremodo
lusinghiero.

Di nobilissima famiglia, che Bo le sue origini dalla gente

Aurelia, Sebastiano Veniero nel 1548 Duca di Candia, nel
1561 capitano a Bresoia, nel a rappresentato ln Repub-



Lonato







blica per derimera alcune liti con la casa d'Austria, causata da questioni
di confine nel Friuli, nel 1566 a Verona e nel 1570, cioè a 74 anni,
ebbe un vero incarico militare in qualità di provveditore a Corfù.
An tale carion pensò di stornare i turchi dall'assedio di Cipro per



obbligare la Spagna ad intervenire nell'interesse dei suoi possedimenti
\_Wi / nellTtalia meridionale ed accorrere quindi in aiuto alla Serenissima,


























e che non riuscì.

In conseguenza l’uomo che
Venezia aveva incaricato del
comando della sua flotta offriva
affidamento di possedere i pregi
che si richieggono ad un con-
dottiero di truppe, ma sopra-
tutto era valente nell'arte del
foro, qualità questa somma-
mente necessaria, poichè quando
ai primi mesi del 1571 si ripre-
sero le trattative per stringere
la lega fra il Papa, Venezia e
la Spagna, l’opera di quest'al-
tima si dimostrò ancora esem-
pre diretta ad avere la supre-



perciò conquistò Sopotò in Albania e dopo volle anche prendere la
fortezza di Margaritin, impresa quest'ultima affidata a Sforzi Pallavicini

1 Fortezza di Margaritin

mazia nel comando delle navi e delle fanterie e ad escludere in qua-
lunque modo i generali di di San Marco.

° La corte di Madrid, non contenta di avere ottenuto che il
comando generale dell’armata cristiana fosse affidato a Don Giovanni
d'Austria - figlio naturale di Carlo V 6 quindi fratello del Re di

Spagna - avrebbe preteso che in sua assenza la carica venisse assunta
)) dal Inogotenenta del Re, sottintendendo con ciò introdurre Giannandren






Doria con funzioni deliberative,
Questo ed altri ostacoli opposti dagli ambasciatori spagnuoli,
ritardarono le conclusioni alle quali premeva al Papa Pio V di venire

























a capo, poichè anche l’altra città della bella isola di Venerè - Famagosta -
era stretta d'assedio e si richiedeva urgente l’aiuto delle armi cristiane,
per impedirle di seguire la sorte di Nicosia, sorte che purtroppo non
potè scongiurarsi e con effetti assai peggiori.

Finalmente, dopo non po-
che targiversazioni, il 25 Ma
gio 1571 i capitoli della lega
furono firmati a Roma, rim
nendo stabilito che, in caso
impedimento di Don Giovanni,
il comando dell’armata sarebbe
spettato a Marcantonio Colonna,
generale del Pontefice e che le
deliberazioni sarebbero staie
prese a maggioranza di voti in
un consiglio costituito'dai due
predetti personaggi e dal capo
della flotta veneta.

; Con tutto ciò non dovevano
cessare le ragioni di dissidio, poichè la corte di Madrid aveva avuto la
accortezza di circondare Don Giovanni di consiglieri fidi alla politica di
re Filippo e che erano incaricati di porre continui intralei © raffred-







i



dere gli entusiasmi guerrieri
del giovane e valoroso principe,
per deciderlo ad una tattica
puramente difensiva; contro co-
storo doveva rivolgersi l'opera
di Sebastiano Veniero per nen-
tralizzaro la loro opera, e le
trame occulte che intessevano,
perchè buona parte facevano
. partedì nn comitato consultivo,
costituito dai comandanti supe-




81 galere e 20 navi proprie e
altre 50 che battevano In sua
bandiera, ma che appartenevano
a Napoli, alla Si a Gi
nandrea Doria ed ai suoi con-
giunti ; la bandiera del Ponte-
* fico sventolava su 12 galere, il
Duesto di Savoia, la Repub-
blica di Genova e l’ordine dî
erano rappresentate
ognuna da tre galere, rispet-
tivamenteal comandodi Andrea
Provana, di Ettore Spinola e
del priore di Messina.




riori ed avevano anche manifestata l'intenzione di formare fra loro un
terzo consiglio abusivo, che una volta riuscì a riunirsi, appunto con l’in-

Il 18 agosto, Don Giovanni
d'Austria ricevette a Napoli,
nella chiesa di Santa Chiara,
lo insegne del comando e lo
stendardo della lega, il 28 dello
stesso mese arrivò a Messina, ed
il giorno 8 settembre in questo
porto si fece la mostra di tutta
l’armata al completo.

Splendida ed agguerrita
forza, nella ner be
oltre cento unità
sotto al comando,
Sebastiano Venie
‘suo luogotenente dA are
barigo; la Spagna figurava con



tn DIN LoIrb





ONE (A



Il 18 settembre la flotta selpava in bell'ordine da Messina, il 21
doppiava capo Spartivento, il 26 si ancorava alle Gomenizze, avendo
ricevute notizia che le forze turche si trovavano a Lepanto.

Stando in questo ancoraggio pervennero le tristi notizie da
Cipro: Famagosta, dopo aver resistito per mesi e mesi, ridotta allo
stremo delle forze, man-
cando di vettovaglie e
senza speranza di soc-
corso, dovette patteggiare
la resa con Mustafà. Que-
sti giurò salvala vita ai
capitani ed ai soldati, ai
quali doveva essere
soiata libera l'uscita con
armi e bagegli. Il turco
traditore però, nel modo

ù più vile - alla stregua dei
suoi alleati di quattro secoli dopo - considerò i trattati alla stregua di
‘ chiffons de papier ,, fece tagliaro a pezzi Astor Baglioni, governatore
della piazza con altri capi, Mar-
cantonio Bragadin provveditore
dell'isola ebbe mozzate le orec-
chie e quindi fu scorticato vivo

d infinesi ripetettero tutte le
infamie delle quali già aveva
sofferto Nicosia l’anno prima.

Tali atrocità risaputesi nel-
l’armata riempirono di sdegno
i soldati © fecero per un mo-
mento tacere, fra i capi, lo
dispute che erano tutt altro
che sopite.

Anche questa tregua fu pas-
seggera, poichè il 80 ottobre av-
























ì Sag



‘venne în fatto gravissimo, che poco mancò non generasse nn combet-
timento fra la squadra spagnuola e quella veneta.

Già più volte abbiamo indicato che il comportamento subdolo dei
sudditi di Re Filippo era ispirato ad odio per Venezia, quindi contro
la squadra della Serenissima si manifestavano tutte le ostilità,

Come già nella cempagna del 1570, si trovò che le. galere di
Venezia non avevano bastanti soldati, ritenendosi insuficienti gli
80 fanti imbarcati, ciò che non aveva importanza effettiva poichè, a
differenza delle altre navi, sulle galere della repubblica anche gli
uomini al remo potevano in enso di bisogno prendere le armi, non
essendovi schiavi o galeotti infedeli.

In ogni modo il Venier,
pur dibattendosi, finì per ac-
cettare che sulle suo galere fos-
soro imbarcati 4000 fanti jta-
liani e spagnuoli di rinforzo e
tale decisione fa presa di ma-
lincnore, poichè comprendeva
che la mancanza di omogenità
sarebbe andata a pregiudizio
della disciplina,

ifatti, il 3 Ottobre su di
una galera veneta comandata
da Andrea Calergi, un capitano
assoldato dalre di Spagna, certo
Nunzio Alticozzi, inveì grosso-
. lanonte contro ai Veneziani e provocò una rissa di tale gravità ed accom-
pagnata da arti di ribellione contro la polizia dell’armata, che dovetto
interveniro il Venier in persona.

Questi; di indole violenta e ricordando le sue passato risse, si
intromise nella zuffa e ricevette un colpo di archibugio, ma Alticozzi,
a sua volta forito e messo all’'impotenza, venne, seduta stante, impio-
cato con altri tra suoi complici.

Grande fu l'ira che suscitò questo avvenimento da parte dei co-



‘a



ZIONE Bf agli






mandanti spagnuoli, i quali riuscirono a riunire il famoso consiglio
e domandarono a Don Giovanni d'Austria « dimostrazione notabile e
® rigorosa contro la persona del Venier» giro di parole che signifi
cava semplicemente la pena capitale.



Risaputisi tali intendimenti.
sulle squadra Veneziana, quasta
si approntò a dar battaglia agli
Spagnoli; ma sì grave iattura
fa scongiurata dall'intervento
autorevole di Marcantonio Co-
lonna, che rinsoì a convincere
Don Giovanni a rigettare la
proposta dei suoi infidi con-
siglieri, troppo interessati a le-
vare di mezzo il Venier, fautore
del combattimento.

Fu pertanto stabilito che il
Vernier non si sarebbe più fatto
vedero dal Comandante Su-
premo, nemmeno in navigazione sulla sua galera e che Agostino Bar-
barigo, luogotenente dell'armata Veneta, lo avrebbe costituito in con-
siglio: soluzione che non dispiacque al vecchio e collerico avvocato, il
quale dichiarò che non sarebbe mai più montato sopra una galera spa-
gnuola, quand’anche la sua repubblica glielo avessà imposto.

Placate le ire, pur non cessando le eterne dispute sulla conve-
nienza o meno di dar battaglia, i Cristiani lasciarono il giorno 5 le
Gomenizze e si avviarono all'isola di Paxo; giunsero nel canale fra
Italia e Cefalonia @ si fermarono alla punte settentrionale di questa
isola, in una calanca detta Van d'Alessandria, ove una volta ancora,
ma inutilmente, Giannandraa con i suoi uccoliti cercò di far desistere
Don Giovanni dalla decisione di dar battaglia.

Il giorno 6 l’armata cristiana salpò da Val d'Alessandria, passò
nella notte il canale di Cefalonia e si trovò il mattino dopo in vici-








nanza delle Curzolari; nello stesso tempo si avviava sul posto le
squadra turca, che nella medesima notte era uscita da Lepanto.

La flotta della lega si apprestò subito al combattimento'o si mise
nello stabilito ordino di battaglia, cioò in linea di fronte divisa in
ire squadre: ala dritta con 53 galere al Comando di Giannandrea
Doria con bandiera verde, ala sinistra di 52 galere dal lato di terra
comandata da Agostino Barbarigo e distinta con bandiera gialla, e corpo
di battaglia, ossia il centro, con 61 galere al comando diretto di Don
Giovanni di Austria,
fiancheggiato dalla ca-
pitana del papa, di Ve-
nezia, di Savoia e di
Genova.
All’avanguardia vi





Duodo e che erano de-
stinate a sopportare il
primo rirto ed a rom-
pere l’ ordinanza ne-
mica; alla retroguardia
stavano prima dieci galeresottili, ed un miglio addietro altre 80 galere.

Contrapposte all'armata cristiana, i turchi possedevano 222 galere,
pure raggruppate in tre squadre al comando supremo di famosi capi-
tani, rispondenti ai nomi di Aly, Aga dei giannizzeri, Pertaù o Pertu,
d Lsdey, Mehemet-Sciluo, conosciuto come Maometto Scirocco, governa-

* tore di Alessandria, Assan Bey governatore di Rodi, Luccialì (Uludgi
Al) Murad-Torgud, Kara Kodja.

Fino al momento di prendere decisivo contatto con îl nemico, non
desistettero i cattivi consiglieri spagnuoli dal ripetere le consuete
À raccomandazioni di prudenza e di esplicare l’opera di dissuasione.

Gi Il comportamento leale di Don Giovanni, non conforme agli inte-
dimenti del fratello re di Spagna, non fu sufficiente a piegare Gian-
nandrea Dozia, il quale, forse per istruzioni segrete che possedeva





sci


















dalla corte di Madrid, forse anche per non arrischiare navi di pro-

pristà sua o di suoi congiunti, mise in effetto il divisamento di evitare

la battaglia ed essendo al
corno diritto, al momento
in cui le due armate ne-
miche stavano per venire
a contatto, comandò alla
sua squadra di girare di
bordo e rompendo o:
nanza, - contrariamente
piano stabilito a el,
- si allontanò.

Quosta stranissima
manovra di 53 galere, che



per) a
(PONDREADNE (Plataia









apparve, e fu effettivamente, un
rifiuto al combattimento, nono-
stante le giustificazioni che gli
storici e la corte di Spagna vol-
lero dare, venne interpretato quale
una ritirata da Aly pascià, il quale
scaricò i suoi cannoni contro il
Doria che si allontanava. Rispose
la squadra del centro e fu questo il
segnale della battaglia: dall'albero
della reale fuspiegato il gonfalone
della lega, Don Giovanni e Mar-
cantanio Colonna montati su navi
leggere fecero una rapida ispezione
lungo la linea di combattimento
per salutare ed incoraggiare.

I Turchi, intanto, convinti
che l’armata cristiana seguendo
l'esempio della squadra verde del

So







Doria volesse ritirarsi el completo, presero maggior ardire, poco si
curarono delle sei galeazze che si trovavano all'avanguardia, alla di-
stanza di un miglio dal grosso dell’atmata, e per non perdere il tempo
fs) ad espuguarle ad una ad una, cercarono di passare fra mezzo a loro,
rompendo l'ordinanza: male incorse ad essi, perchè. le potentissimo
navi armate di grosse artiglierie si diedero a battere le galere infedeli,
10 danneggiarono fortemente, lo trattennero e diedero il tempo alla
squadra cristiana di giungere sul posto e di prendere l'offensiva.

La zuffa arse accanitissima al centro specialmente nel gruppo
delle capitane, Ja gelora
del Venier prese contatto
esiavventò contro la nave
di Capoudan pascià, allor=
chè questa assalì la reale
di Don Giovanni.

Gli storioi deserivono
il veechio magistrato co-
perto dell'armatura, ma a
capo scoperto, armato di
una zagaglia, lanoiantesi
sulla galera nemica, allorchè Pertaù pascià con la sua ospitana si inter-
pose, contrattaccò, sopraffeco i Veneziani e lo stesso Vernier rimase
ferito; buon per Ini che giunsero sul posto le galere del Loredano e del
Malippero, le quali salvarono l'Ammiraglio e catturarono la nave nemica.

Sanguinosa fu la mnischia al centro e per vario tempo le sorti
rimasero indeciso, fin che giunse sul posto la squadra di riserva del
| Marchese di Santa Cruz. Ila la vittoria fa determinata dall’abilissime
manovra dell'ala sinistra, tutta composta di navi veneziano ed il
comandante della quale - Agostino Barbarigo - riuscì a sventare une
manovra di aggiramento e si lanciò in seguito contro l'avversario con
tale nccanimento che la squadra di Mehemet Scilue fa in breve sba-
ragliata: l’eroico Barbarigo ricevette una freccia in un occhio, ripor-
tando ferita che lo trasse a morte dopo la battaglia.

All’ala dritte, la strana condotta di Giannandrea avrebbe potuto












pregiudicare lo sorti della giornata se non si fosse trovato di fronte
Lucciali pascià, anch'egli non eccessivamente desideroso di arrischiara
navi; ma quest’ultimo non fu innocuo, poichè si lanciò contro quelle
navi cristiene isolate che manovrarono per mantenereil collegamento
esse fece strage.

Nonostante il com-
portamento subdolo del-
l'ammiraglio, fedelo a re
Filippo, i cristiani eb-
bero vittoria completa,
con perdite relativa»
mente lievi, mentre da
parte dei turchi non riu-
scirono a fuggire che 45
È » a unità e lasciarono circa
Prali i 30.000 morti. Le gioia
dA: Li della vittoria sembrò far
(A a dissipare i dissidi: Ve-
nier e Don Giovanni di
Austriasi abbracciarono.

Lepanto fu una grande, anzi una grandissima vittoria, che avrebbe
potuto produrre la caduta dell'impero ottomano se fosso stata sfruttata
® sogli spagnuoli, smettendo la doppiezza, avessero continuata di buona
voglia la guerra în Grecia, invece di trovare molti pretesti, in odio a
Venezia, addivenendosi così allo scioglimento della lega nel 1578,
‘mentre dea stata dichiarata perpetua !

tutto ciò la memorabile giornata non fu sterile di risultati,
lai i turchi dalla terribile sconfitta non si rimisero mai più com-
pletamento e la loro potenza cominciò a declinare. Alla Repubblica
di Sen Marco non venne quel beneficio immediato che poteva deside-
rare poichè non riacquistò Cipro, ed il Veniero, intenzionato di ottenere
qualche risultato palese e giovevole alla sua patria, pur approssiman-
dosi l'inverno 6 senza l’aiuto dei collegati intraprese operazioni in \\
Albania: tentò inutilmente di espugnare Santa Maura e poi si impe
droni di Castelnuovo.



ESC







L'abbraccio con Don Giovanni non rappresentava però l'oblio del
passato ed il re Filippo non poteva dimenticare l’opposizione siste-
mation, vittoriosa, giustificatissima del vecchio generale verso i corti-
giani di Madrid, durante le gior-
nate precedenti a Lepanto, per
cui il Senato ritenne prudente,
nel 1572, sostituire il Venier al
Comando della flotta.
Ritornato a vita privata, il
Veniero sì diede a ricoprire uf-
fici e cariche inteso al bone del
popolo, afflitto dalla carestia e
dalla pestilenza, poi nel 1577 fa
elevato alla suprema magistra-
tura della Repubblica: ma il do-
gato durò appena un anno, ve-
nendo Sebastiano Veniero a
morte il 3 Marzo 1578, all'età

DAL OVADRO DI ANDREA VICÉNTINO



Pubblicazione edita per cura de



I PONDAZIONE FANS

di 82 anni. . Sanaserano Vavnno a e, .
L'azione del Veniero nell'armata dei collegati è stata sufficiente. ; RR Ale dl tecnico iale

mente narrata, perchè si debba commentarla. gli cooperò fortemente, diretta dall’ing. N. ALBINI

ma non decise della vittoria dal lato puramente militaro; a Lui spetta GENOVA - Piazza S. Donato, 23 - GENOVA

però merito grande, poichè senza l'abilita forense del vecchio capi-
tano della Repubblica di San Marco, consumato nello arti del contrad-
dittorio, molto probabilmente Marcantonio Colonna non sarebbe riuscito
ad avero ragione delle opposizioni dei consiglieri di Don Giovanni,
ed i turchi avrebbero continuato a scorazzare indisturbati per il mare,
se pure non sarebbesi ripetuta qualche altra ingloriosa impresa, ana-
loga a quelle di Prevesa © delle Gerbe.



BULWARK




Position: 0 (0 views)